Le stragi nazifasciste nel vicentino

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Le stragi nazifasciste nel vicentino
quaderni Istrevi
Istituto Storico della Resistenza
e dell’Età Contemporanea
“Ettore Gallo”
Vicenza
n. 1 / ottobre 2006
Redazione
ISTREVI – Viale X Giugno, 115
(c/o Museo del Risorgimento
e della Resistenza)
36100 Vicenza
tel. 0444-322998
e-mail: [email protected]
i quaderni Istrevi
sono editi dall’ISTREVI
Presidente: Giuseppe Pupillo
Vice-presid.: Giorgio Sala
Vice-presid.: Giulio Vescovi
Direttore: Gianni A. Cisotto
in collaborazione con il
Centro Studi Ettore Luccini
di Padova
Copertina
Bruno Emilio Menti © 1998
Direttore responsabile
Simonetta Pento
Supplemento al n. 29/2006 di
materiali di storia, periodico
trimestrale iscritto il 6.03.1987
al n. 995 del Registro Periodici
del Tribunale di Padova
Spediz. in abbonamento postale
art. 2, comma 20/c, L. 662/96
Stampa
Tipo-Lito “NUOVA GRAFICA”
35020 Vigorovea-Padova
tel. 049-970.23.69
www.istrevi.it
Sommario
3
Presentazione di Gianni A. Cisotto
5
Bruno Mantelli
Gli italiani in Germania 1938-1945:
un universo ricco di sfumature
24
Denis Vidale
Tra internamento e deportazione:
albanesi, ebrei, soldati
35
Marco Borghi
Poteri, funzionari ed apparati della RSI
nel vicentino
42
Luca Valente
La repressione militare tedesca nel vicentino
50
Maurizio Dal Lago
Reparti tedeschi a Valdagno (agosto 1943-aprile 1945)
57
Luca Valente
La Decima Mas nel vicentino: una prima ricognizione
63
Paolo Pezzino
Le stragi nazifasciste
74
Gianni A.Cisotto
Le stragi nazifasciste nel vicentino:
pima ricostruzione
85
Sonia Residori
Donne violente e donne lacerate. L’identità femminile
durante il secondo conflitto mondiale.
115
Alessandro Massignani
La guerra senza limiti: soldati e popolazione nel vicentino
124
Mario Mirri
L’8 settembre a Vicenza: i soldati sulle giostre
quaderni Istrevi, n. 1/2006
I LIBRI DELL’ISTREVI
- I. MURACA, Resistenza e Guerra di Liberazione, 2001
- S. RESIDORI, Il coraggio dell’altruismo. Spettatori e atrocità col.lettive nel Vicentino 1943-45, 2004
- G.A. CISOTTO, La Resistenza vicentina. Bibliografia 1945-2004,
2004
- AA.VV., L’insegnamento di Ettore Gallo, a cura di G. Pupillo, 2004
- P. SAVEGNAGO e L. VALENTE, Il mistero della Missione Giapponese,
2005
- M. CISCO GHIROTTI, A cena col presidente. Incontri sorprendenti
con Mariano Rumor, 2005
- B. GRAMOLA, La 25a brigata nera “A. Capanni” e il suo comandante
.Giulio Bedeschi, 2005
- P. TAGINI, Le poche cose. Gli internati ebrei nella provincia di
Vicenza. 1941-1945, 2006
per informazioni: [email protected]
Una nuova rivista, anche per la fatica che vi sta dietro, è sempre una sfida. Soprattutto se essa, come questa, si basa sul volontariato e su magre risorse. La sfida, come
sempre, è quella di riuscire a “comunicare”, a raggiungere un qualche pubblico.
I quaderni Istrevi, almeno a me così appaiono, sono uno strumento “di servizio”, attraverso il quale veicolare temi ed ipotesi di ricerca, sottoponendoli ad una
prima verifica di congruità.
Ed è la traccia seguita ormai da molti anni da materiali di storia, il periodico del
Centro Studi Ettore Luccini di Padova che ospita come “supplemento” questa nuova testata. È l’avvio di una collaborazione che mi auguro proficua, stante l’ambizione del Centro padovano di stimolare la costituzione di un network che metta in
rete le diverse esperienze venete in materia di Storia contemporanea; magari a
partire dai propri archivi (da tempo vincolati come di “notevole interesse storico”
dalla Soprintendenza Archivistica regionale), alla cui informatizzazione stiamo destinando crescenti risorse al fine di renderle disponibili via Internet.
Costituire un “archivio degli archivi” è il nostro obiettivo, certi come siamo che la
disponibilità in rete dei materiali e delle esperienze di ricerca d’ambito veneto sia
di stimolo per una più vasta comunità di studiosi. Ed anche per questo, inseriremo
questo, ed i numeri a seguire dei quaderni Istrevi, in un apposito link del nostro sito www.centrostudiluccini.it.
Auguri, perciò, agli amici dell’Istrevi, ed alla loro nuova fatica.
Giorgio Roverato
presidente Centro Studi Ettore Luccini
Presentazione
L’ISTREVI (Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea della provincia di Vicenza “Ettore Gallo”) inizia la pubblicazione di
una sua rivista periodica, Quaderni Istrevi. Ciò grazie alla collaborazione con il Centro Studi Ettore Luccini di Padova, il più importante archivio di carte politiche e sindacali del Triveneto, che ospita la nostra testata come supplemento dei suoi materiali di storia. Una collaborazione
rafforzata dal fatto che il suo presidente pro-tempore è anche componente il nostro Comitato Scientifico.
La realizzazione della rivista vuol essere un concreto tentativo di rapportarsi, attraverso le tematiche del Novecento nel Vicentino, a questioni più ampie ed inserirsi nel dibattito storiografico da un osservatorio
certamente periferico, quale quello vicentino, ma integrato in un più vasto panorama di indagine e di approfondimento.
Accanto al sito internet, recentemente riaperto e del tutto rinnovato,
la rivista mira anche a porsi come strumento di collegamento tra gli iscritti e come “voce” dell’istituto vicentino.
L’intento poi di coniugare ricerca storica e mediazione didattica costituisce un obiettivo importante nel disegno di intervento nella scuola, secondo le indicazioni della sezione didattica dell’istituto.
In questo numero, e nel successivo previsto per l’inizio del 2007,
l’Istrevi pubblica alcune delle relazioni presentate nelle diverse sessioni
tematiche in cui si sono articolati i due Seminari svoltisi il 7 febbraio
2004 (Resistenza, società e istituzioni nella crisi del 1943-1945) e il 2223 ottobre 2004 (Fascismo, antifascismo, economia e società nel Vicentino tra il 1926 e il 1945).
Nelle pagine che seguono sono in particolare riportati alcuni degli interventi delle sessioni “L’occupazione tedesca”, “La deportazione e l’internamento di civili e militari in Germania”, “Le stragi”, “La Repubblica
Sociale Italiana” e “Violenze ai civili”, mantenendone sostanzialmente
l’impostazione. Completa la pubblicazione la testimonianza di Mario
Mirri, già docente dell’Università di Pisa (ed uno dei «piccoli maestri» di
Meneghello), relativa all’8 settembre 1943 a Vicenza.
Gianni A. Cisotto
direttore Istrevi
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Brigata Nera a ponte Pusterla (Vicenza)
LA DEPORTAZIONE E L’INTERNAMENTO
DI CIVILI E MILITARI IN GERMANIA
Gli italiani in Germania 1938-1945:
un universo ricco di sfumature
di Brunello Mantelli
1. Una premessa. Per una definizione di “deportazione” e “deportati”.
Nel periodo che va dalla crisi dell’estate 1943 alla Liberazione circa
ottocentomila italiani (nella stragrande maggioranza maschi, ma non
mancarono alcune migliaia di donne) vennero trasferiti (per la quasi totalità a forza) nel territorio del Terzo Reich. Lì i loro destini si incrociarono con quelli di altri centomila connazionali, giunti in Germania negli
anni precedenti (dal 1938 in poi) sulla base di intese intergovernative tra
Roma e Berlino, ma ormai – dopo il 25 luglio 1943 – trattenuti contro la
loro volontà dalle autorità nazionalsocialiste. Dal maggio 1945, crollato
il regime nazista e conclusasi la guerra in Europa, questi novecentomila
esseri umani, o meglio quelli di loro che erano ancora in vita, condivisero le traversie di un lento e difficile ritorno in una patria che spesso era
poco interessata ad ascoltare le loro vicende, tra loro per altro assai diversificate, ed a farle diventare parte integrante della storia nazionale.
Fu così che nella pubblica opinione si diffuse un uso generico dei termini
“deportati” e “deportazione”, divenuto quest’ultimo sinonimo di trasferimento coatto dall’Italia occupata alla Germania; successivamente, la
circolazione di notizie sul sistema concentrazionario nazista e la diffusione dei nomi di alcuni dei suoi campi (in particolare Auschwitz, Dachau, Mauthausen – quest’ultimo di frequente storpiato in Mathausen, e
pronunciato scorrettamente il secondo: “Dachàu” e non “Dàchau”) provocarono una seconda e più grave deformazione concettuale: tutti coloro
che erano stati “deportati” (nel significato estensivo a cui ho accennato)
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avrebbero conosciuto i Lager (termine tedesco – sta per “deposito” – entrato nell’uso comune dopo la seconda guerra mondiale ed utilizzato
scorrettamente come sinonimo di Konzentrationslager, abbreviato KL o
KZ, cioè “campo di concentramento”). Di conseguenza, si originò un corto circuito in base al quale si presumeva che chiunque fosse stato in
Germania dall’autunno del 1943 alla fine della guerra avesse conosciuto
gli orrori del KL; inoltre (ulteriore inesattezza), quest’ultimo era inteso
come immediatamente identico a “campo di sterminio”. Vale perciò la
pena, prima di entrare nel vivo della ricostruzione storica, dedicare un
po’ di spazio alla precisazione del concetto stesso di “deportazione”.
Come si è detto in precedenza, dei circa novecentomila italiani ed italiane presenti in territorio tedesco negli ultimi venti mesi della Seconda
guerra mondiale solo ottocentomila vi erano stati trasferiti dopo l’8 settembre 1943; gli altri centomila erano arrivati prima, in seguito agli accordi economici bilaterali che avevano previsto l’invio nel Reich di manodopera agricola ed industriale italiana (complessivamente, dal 1938 al
1943, circa cinquecentomila lavoratori – uomini e donne – erano stati
assorbiti dall’economia di guerra tedesca1.
Il 27 luglio Heinrich Himmler, nella sua qualità di capo della polizia
tedesca, bloccò i rimpatri di coloro che erano ancora al lavoro in Germania). Lo status degli operai e dei braccianti italiani precipitò a quello di
lavoratori coatti. I membri di questo gruppo non possono in alcun modo
essere definiti “deportati” anche nel senso più estensivo possibile, in
quanto il loro trasferimento nel Reich non fu attuato tramite misure coattive.
Gli altri ottocentomila potrebbero invece (con un’eccezione, sia pur
numericamente esigua, di cui dirò oltre) essere considerati tali, tuttavia
la loro collocazione all’interno delle complesse articolazioni del sistema
nazionalsocialista e della sua multiforme attrezzatura concentrazionaria
fu talmente diversificata (e, dal cruciale punto di vista della sopravvivenza, la loro sorte fu così disomogenea) da far diventare la categoria di
“deportazione” troppo generica, e perciò di scarsa utilità analitica e conoscitiva.
Il gruppo più numeroso all’interno degli ottocentomila era rappresentato dagli “Internati Militari Italiani” (abbreviato in IMI), termine affib1 Mi permetto di rinviare, in proposito, al mio saggio Camerati del lavoro: i lavoratori
italiani emigrati nel Terzo Reich nel periodo dell’Asse 1938-1943, Scandicci (Firenze),
La Nuova Italia, 1992.
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biato dalle autorità militari e politiche del Terzo Reich a ufficiali, sottufficiali e soldati delle forze armate del Regno d’Italia catturati dalla Wehrmacht nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre 1943, in
territorio metropolitano, nella Francia meridionale e nei Balcani2. Classificandoli in tal modo, invece che – come di consueto – “prigionieri di
guerra” (Kriegsgefangenen), Berlino poté sottrarli al patrocinio della
Croce Rossa Internazionale (CICR) di Ginevra e nello stesso tempo mantenere in vita con maggior spessore simbolico l’idea dell’Asse tra le due
maggiori potenze fasciste (Germania ed Italia, quest’ultima sotto le vesti
della RSI). Gli IMI, in tutto seicentocinquantamila, vennero detenuti fino all’agosto 1944 in campi di prigionia militare dipendenti dalle regioni
militari (Wehrkreise) in cui era suddiviso il Reich; gli ufficiali nei cosiddetti Oflager (campi per ufficiali), i sottufficiali e i soldati nei cosiddetti
Stammlager (campi-madre).
Nell’agosto 1944 gli IMI vennero trasformati, con atto d’imperio, in
lavoratori civili coatti, e vennero trasferiti nei cosiddetti Arbeiterlager
(campi per lavoratori stranieri, sottoposti ad un regime di coazione). I
campi di prigionia militare erano sottoposti all’autorità del comando supremo delle forze armate tedesche (Oberkommando der Wehrmacht,
abbreviato in OKW) e non avevano nulla a che fare (come del resto quelli per lavoratori stranieri, di cui si dirà più oltre) con i KL, che dipendevano invece dall’apparato SS, ormai strettamente intrecciato con le
strutture di polizia dello Stato (dal 1936 Heinrich Himmler era infatti sia
comandante supremo della SS, sia capo della polizia tedesca; nell’agosto
1943 sarebbe diventato anche ministro degli Interni). Oltre il novanta
per cento degli IMI riuscì a sopravvivere alla prigionia: i caduti furono
circa quarantamila. A mio parere è più corretto e più utile analiticamente definire la loro vicenda “internamento militare”, e riferirsi a loro con
il termine IMI.
Un secondo gruppo, di circa centomila, comprende i lavoratori portati in Germania dopo l’8 settembre 1943; di costoro un piccolo nucleo (alcune migliaia) aveva accettato le proposte di assunzione nel Reich pro2
In proposito è obbligatorio rinviare al testo canonico di G. SCHREIBER, I militari
italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943-1945: traditi,
disprezzati, dimenticati, Roma, Ufficio Storico SME, 1992, da integrarsi con il recente
studio di G. HAMMERMANN, Zwangsarbeit für den «Verbundeten». Die Arbeits- und
Lebensbedingungen der italienischen Militärinternierten in Deutschland 1943-1945,
Tübingen, Max Niemeyer, 2002 (un’edizione italiana lievemente ridotta è in preparazione presso l’editrice Il Mulino).
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pagandate dagli uffici aperti nell’Italia occupata dal Plenipotenziario generale per l’impiego della manodopera (Generalbevollmächtigter für
den Arbeitseinsatz, abbreviato in GBA) Fritz Sauckel, perciò nel suo caso non si può parlare di coazione diretta. Gli altri (la maggioranza) furono catturati durante rastrellamenti operati dalle unità tedesche e dagli
apparati armati di Salò nelle retrovie del fronte o nel corso di azioni antipartigiane e vennero trasferiti in Germania per essere utilizzati nella
produzione di guerra come lavoratori coatti. Giunti a destinazione, furono alloggiati negli Arbeiterlager, dipendenti di norma dalle imprese che
li impiegavano oppure dagli Uffici del lavoro (Arbeitsämter). Mi pare
che per definirli sia corretto servirsi dei concetti di “rastrellati” e “lavoratori coatti”3.
Un terzo e numericamente più ridotto gruppo, di circa quarantamila
persone in tutto, comprende infine coloro che vennero deportati
dall’Italia avendo come destinazione il sistema concentrazionario nazista
vero e proprio, dipendente dalla struttura SS. Di loro appena il dieci per
cento (circa quattromila) riuscì a sopravvivere. Ritengo opportuno attribuire solo a questo gruppo l’appellativo di “deportati”, restringendo perciò il senso del termine “deportazione” a quello di “deportazione nei
campi di concentramento e di sterminio nazisti”4. In tal modo è possibile collocare al posto giusto ogni tassello del quadro generale, assai complesso, che raccoglie le vicende degli italiani e delle italiane trasferiti coattivamente in Germania nel periodo successivo all’armistizio.
Due ulteriori precisazioni si impongono: prima di tutto la categoria
“deportazione”, così come ho cercato ora di definirla, deve essere in realtà scomposta ulteriormente, poiché il sistema concentrazionario nazista
era diventato, dalla seconda metà del 1941 in poi, la somma di due distinti apparati governati da logiche differenti. Al sistema dei KL, avviatosi nel 1933 con Dachau e poi sviluppatosi negli anni successivi (parossisticamente dal 1939 in poi) con l’obiettivo di mettere fuori gioco e tendenzialmente eliminare oppositori politici (dal 1933), non conformisti e
potenziali oppositori sociali (dal 1936), persone in grado di coagulare resistenza nel territori occupati dalla Wehrmacht (dal 1939), si aggiunse il
3 In proposito, e senza alcuna pretesa di esaustività, rinvio al mio saggio L’arruolamento
di civili italiani come manodopera per il Terzo Reich dopo l’8 settembre 1943, in N.
LABANCA (a cura di), Fra sterminio e sfruttamento. Militari italiani e prigionieri di
guerra nella Germania nazista (1939-1943), Firenze, Le Lettere, 1992.
4 Sul tema cfr. i saggi, che lo affrontano da differenti punti di osservazione, contenuti in
H. MOMMSEN et altri, Lager, totalitarismo, modernità, Milano, Bruno Mondadori, 2002.
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sistema dei campi di sterminio (Vernichtungslager, abbreviato VL),
pensati come installazioni deputate ad eliminare fisicamente in massa
ed in tempi brevi gli ebrei d’Europa.
I VL erano concepiti sul modello dei KL; amministrativamente legati
ad essi, ne differivano però per finalità e funzionamento. Collocati tutti
(erano complessivamente sei) in territorio polacco occupato, quattro VL
(Chelmno, Belzec, Sobibor, Treblinka) funzionarono fino al 1943, quando vennero chiusi (Chelmno venne riaperto brevemente nell’estate del
1944 allo scopo di uccidere gli ebrei ancora in vita del ghetto di Lodz, gli
altri tre furono smantellati subito dopo la chiusura); degli altri due Majdanek (piazzato all’interno del KL omonimo nei pressi di Lublino) operò soltanto nell’estate del 1942, Auschwitz II (cioè Birkenau, che era una
sezione del gigantesco KL di Auschwitz) continuò invece la sua attività
sterminatrice fino alla fine di gennaio 1945, quando il campo fu liberato
dalle truppe sovietiche.
Tra i quarantamila deportati italiani occorre perciò distinguere tra i
circa diecimila ebrei5 gettati nelle spire della «soluzione finale» e perciò
mandati in gran parte (circa ottomila, di cui meno di quattrocentocinquanta i sopravvissuti) ad Auschwitz (dove nei mesi precedenti il genocidio era stato centralizzato), mentre i restanti finirono – per motivi che
esamineremo più oltre – in KL (Bergen Belsen, Ravensbrück, Buchenwald, Flossenbürg); e gli altri trentamila che, classificati dagli occupanti
e dai loro alleati fascisti repubblicani tra gli oppositori politici o sociali,
vennero inviati in KL (Dachau, Mauthausen, Buchenwald, Ravensbrück,
Flossenbürg).
In secondo luogo, la distinzione che ho proposto tra lavoratori coatti
rastrellati, IMI, e deportati ha in qualche misura anche un carattere idealtipico: è necessario non confondere vicende e percorsi tra loro molto
diversi, ma anche tenere presente da un lato che il confine tra una categoria e l’altra poteva essere, in casi particolari, non così netto (ci furono
per esempio campi di punizione per internati militari non disposti a collaborare in alcun modo e campi di punizione per lavoratori riottosi che
erano ben poco differenti dai KL), dall’altro che vicende di vario genere
(dal comportamento personale giudicato ostile dai carcerieri, a scelte attuate dalle autorità naziste per motivi di carattere assolutamente estraneo
5
Cfr. L. PICCIOTTO, Il libro della memoria, Milano, Mursia, 2003 [3ª ed. aggiornata ed
ampliata].
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alla vita del campo) potevano far sì che il lavoratore coatto o l’internato
militare finisse in KL.
2. Excursus A: il sistema concentrazionario nazista nell’ultima fase della Seconda guerra mondiale6
Com’è noto, solo dopo l’8 settembre 1943 l’Italia fu coinvolta appieno
nel sistema concentrazionario nazista, che dalla sua costituzione coeva al
regime si era profondamente trasformato. Non soltanto dal 1941 ai KL si
sarebbero affiancati i VL, ma con lo scoppio della guerra il numero dei
deportati in KL sarebbe paurosamente aumentato; si sarebbe passati dai
trentamila circa del periodo 1933-1937, quando a finire in campo erano
essenzialmente tedeschi antinazisti, ai sessantamila registrati nel 1941
(tra cui numerosi stranieri e tedeschi arrestati semplicemente perché
giudicati dalla polizia «asociali», troppo critici verso Hitler ed i suoi paladini, colpevoli di scarso rendimento nel lavoro), ai centoventitremila
del gennaio 1943 che sarebbero diventati duecentoventiquattromila sette mesi dopo e ben cinquecentoventiquattromila dopo altri dodici mesi
per poi toccare la punta di settecentocinquantamila nel gennaio 1945 (si
tenga conto, per meglio valutare queste cifre, che la mortalità annuale,
calcolata sugli otto principali KL e naturalmente escludendo dal computo i VL, fu del quarantasei per cento).
È dal 1943 che i KL diventarono la babele di lingue e nazionalità descrittaci da Primo Levi nelle sue opere, e fu dall’anno precedente – in
conseguenza del prolungarsi della guerra e dell’acuta carenza di manodopera che afflisse in misura via via crescente l’economia di guerra del
Terzo Reich – che l’apparato SS prese in seria considerazione l’idea di
servirsi dei deportati come di una grande riserva di braccia a bassissimo
costo. Fino ad allora infatti nei KL il lavoro aveva avuto un carattere essenzialmente afflittivo, ancorché – dal 1938 – la SS avesse costituito
proprie imprese economiche che utilizzavano come lavoratori schiavi
proprio i KL-Häftlinge (denominazione ufficiale dei deportati). Si trattava però essenzialmente di mansioni di fatica in attività di scavo, sterro,
sfruttamento di cave e così via. Nel 1942 invece all’ordine del giorno era
impiegare i deportati nella produzione industriale, appaltandoli alle im6
Cfr. il mio contributo Il lavoro forzato nel sistema concentrazionario nazionalsocialista, in MOMMSEN, Lager, totalitarismo…, cit.
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prese private che avevano ricevuto commesse dallo Stato e che – per
sfuggire ai bombardamenti alleati – stavano dislocando le loro officine
fuori dalle aree urbane, non di rado privilegiando le zone rurali attorno
ai KL. Non per caso il 1° marzo 1942 Heinrich Himmler aveva disposto
la costituzione dell’Ufficio centrale della SS per le questioni economiche
ed amministrative (Wirtschafts- und Verwaltungshauptamt, abbreviato
WVHA), alla cui testa avrebbe collocato, il 16 seguente, il generale della
SS Oswald Pohl. Nello stesso mese al neocostituito WVHA sarebbe stato
sottoposto l’Ispettorato per i campi di concentramento, ufficio SS da cui
dipendeva la gestione e l’organizzazione della rete dei KL. Il 30 aprile
successivo Pohl avrebbe diramato a tutti i comandanti dei campi una lettera circolare in cui fissava le linee dell’impiego nel lavoro dei deportati;
in essa si raccomandava di sfruttarne il più possibile e senza alcun limite
le capacità produttive.
In tal modo veniva codificata la prassi di “annientamento mediante il
lavoro” (Vernichtung durch Arbeit), considerate le condizioni abitative e
di (sotto)alimentazione degli ospiti dei campi di concentramento. Sarebbe stato in applicazione della stessa logica che, un anno più tardi, sarebbero stati chiusi i quattro VL dove gli ebrei deportati erano uccisi indiscriminatamente, a prescindere dalla loro età e dalle loro condizioni di
salute. Da allora in avanti il luogo del genocidio sarebbe stato Auschwitz,
dove si sarebbe provveduto ad un’accurata selezione convoglio dopo
convoglio, separando chi era destinato all’eliminazione immediata perché giudicato non idoneo a produrre (vecchi, bambini, donne incinte,
malati, ecc.) da chi invece appariva in possesso di sufficienti forze per
essere – almeno per qualche mese – utilizzato come lavoratore schiavo. È
in questo sistema concentrazionario trasformato in un’immensa riserva
di braccia praticamente gratuite (per la SS) che giunsero i deportati
dall’Italia.
3. Excursus B (assai meno noto): il sistema concentrazionario fascista7
Il fatto che il fascismo mussoliniano non abbia costruito una rete di
campi di concentramento paragonabile a quella nazionalsocialista e –
ancor di più – non abbia attuato misure di annientamento così radicali
7
Fondamentale in proposito l’accurata ricostruzione di C.S. CAPOGRECO, I campi del
duce, Torino, Einaudi, 2003.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 11
come quelle messe in pratica dal Terzo Reich, ha contribuito in misura
decisiva a far passare in secondo piano sia le responsabilità del fascismo
salodiano nella deportazione degli ebrei verso Auschwitz e di coloro che
erano classificati come oppositori politici verso i KL, sia l’esistenza di un
apparato concentrazionario edificato dal regime monarchico-fascista
nell’ultimo periodo della sua ventennale esistenza.
Eppure esso giocò un ruolo importante nella deportazione propriamente detta: non pochi dei campi di concentramento in funzione prima
dell’8 settembre 1943 vennero riutilizzati; da alcuni di essi – come vedremo – partirono i primi trasporti diretti oltre Brennero; infine, le strutture e gli apparati predisposti in precedenza si dimostrarono ottimi supporti per gli occupanti e per i loro alleati di Salò. Dal giugno 1940
all’agosto del 1943 il ministero degli Interni aveva disposto l’apertura di
oltre cinquanta campi di concentramento; circa la metà era collocata
nelle Marche e negli Abruzzi, regioni montagnose e mal collegate e perciò considerate particolarmente idonee, gli altri si trovavano in Emilia
Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Puglia, Lucania, Calabria
e nelle isole di Lipari, Ponza, Tremiti, Ustica e Ventotene8. Negli anni
1941 e 1942 entrarono inoltre in funzione numerosi campi di concentramento dipendenti dalle autorità militari, situati per la quasi totalità
nell’Italia centrosettentrionale9.
8
Al sistema concentrazionario gestito dal Regio Ministero degli Interni dell’Italia
monarchico-fascista appartenevano i seguenti campi: Montechiarugolo (Parma); Scipione di Salsomaggiore (Parma); Bagno a Ripoli (Firenze); Rovezzano-Montalbano (Firenze), Civitella della Chiana (Firenze), Fabriano (Ancona); Sassoferrato (Ancona);
Urbisaglia (Macerata); Petriolo (Macerata); Pollenza (Macerata); Treia (Macerata);
Colfiorito-Foligno (Perugia); Castel di Guido (Roma); Ponza (Littoria); Ventotene
(Littoria); Farfa Sabina (Rieti); Civitella del Tronto (Teramo); Corropoli (Teramo); Isola
del Gran Sasso (Teramo); Nereto (Teramo); Notaresco (Teramo); Tortoreto (Teramo);
Tossicia (Teramo); Città Sant’Angelo (Pescara); Chieti (Chieti); Casoli (Chieti); Istonio
(Chieti); Lama dei Peligni (Chieti); Lanciano (Chieti); Tollo (Chieti); Agnone (Campobasso); Boiano (Campobasso); Bonefro (Campobasso); Casacalenda (Campobasso);
Isernia (Campobasso); Vinchiaturo (Campobasso); Ariano Irpino (Avellino); Monteforte
Irpino (Avellino); Solofra (Avellino); Campagna (Salerno); Manfredonia (Foggia); Tremiti (Foggia); Alberobello (Bari); Gioia del Colle (Bari); Pisticci (Matera); Montalbano
Jonico (Matera); Ferramonti di Tarsia (Cosenza); Lipari (Messina); Ustica (Palermo).
Cfr. C.S. CAPOGRECO, L’internamento degli ebrei stranieri ed apolidi dal 1940 al 1943:
il caso di Ferramonti di Tarsia, in Italia Judaica. Gli ebrei nell’Italia unita 1870-1945,
Roma, Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali-Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, 1993, tabella a p. 565.
9 La rete dei campi gestiti dalle autorità militari comprendeva le seguenti strutture: Na
Kapeli (Gorizia); Sdraussina (Gorizia); Cinghino di Tolmino (Gorizia); Tribussa
Inferiore (Gorizia); Gorizia (Gorizia); Podgora (Gorizia); Visco (Udine); Monigo
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Nella rete del ministero degli Interni furono rinchiusi oppositori politici, ebrei stranieri (circa seimilacinquecento nel 1943), ma anche ebrei
italiani giudicati come particolarmente pericolosi per motivi politici o
sociali; nel maggio 1940, infatti, il ministero indirizzò alle prefetture due
circolari in cui sollecitava la compilazione di elenchi di cittadini “di razza
ebraica” da internare, disposizione che venne prontamente eseguita. Ad
essere rinchiusi nei campi gestiti dai militari (di per sé la cosa era contraria alle disposizioni in vigore, che sancivano essere l’internamento
competenza esclusiva del ministero degli Interni, ma ciò non impedì affatto al ministero della Guerra di costruire una propria rete concentrazionaria) furono quasi esclusivamente civili slavi, provenienti sia dai territori jugoslavi occupati, sia dall’Istria, dove si sviluppò molto presto un
considerevole movimento partigiano. Solo dalla cosiddetta provincia di
Lubiana (la porzione di Slovenia annessa al Regno d’Italia) furono circa
venticinquemila i deportati nel sistema concentrazionario fascista; tra i
campi più noti quello di Gonars, in Friuli, e quello – terribile – di Rab,
nell’isola omonima (in italiano Arbe), dove furono internati anche ebrei
jugoslavi.
Come per altri aspetti, anche per quanto riguardava il sistema concentrazionario fascista il 25 luglio 1943 fu ben lungi da segnare una svolta; oltre a mantenere in vigore le leggi razziste del 1938 il governo Badoglio non toccò la legislazione sull’internamento, limitandosi a disporre
(con una circolare emanata dal capo della polizia Carmine Senise il 29
luglio) la liberazione dei reclusi ad esclusione dei comunisti, degli anarchici, e degli “allogeni” (cioè degli slavi) della Venezia Giulia e dei terri(Treviso); Chiesanuova (Padova); Grumello (Bergamo); Cairo Montenotte (Cuneo);
Campiello (Mantova); Rocca di Spoleto (Perugia); Monteleone di Spoleto (Spoleto);
Fraschette (Frosinone); Alatri (Frosinone); Fabriano (Ancona); Pollenza (Macerata);
Sforzacorta (Macerata); Urbisaglia (Macerata); Renicci di Anghiari (Arezzo); Avezzano
(L’Aquila); Celano (L’Aquila); Servigliano (Ascoli Piceno); Nereto (Teramo); Pisticci
(Matera); Montalbano Jonico (Matera); Gioia del Colle (Bari); Trani (Bari); Altamura
(Bari); Tremiti (Foggia); Manfredonia (Foggia); Oria (Brindisi); Pulsano (Taranto);
Grottaglie (Taranto); Lecce (Lecce); Gallipoli (Lecce); Paola (Cosenza); Belvedere
Spinello (Catanzaro); Lipari (Messina); Siracusa (Siracusa); Caltanissetta (Caltanissetta); Monreale (Palermo); Butera (Caltanissetta); Monte d’Oro (Nuoro); San Gavino
(Nuoro); Castiadas (Cagliari); Inglesiente (Nuoro); Olbia (Sassari); Porto Torres
(Sassari); Chilivani (Sassari); Alghero (Sassari); Elmas (Cagliari); Golfo Aranci (Sassari);
Vena Fiorita (Sassari); Santa Teresa di Gallura (Sassari); Poetto (Cagliari); Badde
Salighes (Nuoro); Sanluri (Cagliari); ad esse si aggiungevano analoghe installazioni nel
territori balcanici occupati: tra le più note (e famigerate) quella dell’isola di Rab (in
italiano Arbe), che aveva una capacità di 15.000 deportati. Cfr. R. LAZZERO, La Decima
Mas, Milano, Rizzoli, 1984, pp. 293-294.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 13
tori (jugoslavi) occupati, nonché di quegli italiani ebrei che avessero
“svolto attività politica” o avessero commesso “fatti [di] particolare gravità”, formula come si vede ben lungi dall’essere chiara. Per quanto riguarda gli ebrei stranieri ogni decisione fu rinviata, e quando la loro liberazione fu decisa era troppo tardi: il telegramma giunse alle prefetture
solo il 10 settembre 1943.
All’annuncio dell’armistizio alcuni campi aprirono i loro cancelli, altri
invece continuarono l’attività; tutto dipese dalle scelte dei direttori. Al
26 novembre 1943 risultavano ancora funzionanti dodici delle installazioni concentrazionarie fasciste costruite nel corso della guerra: Fabriano, Civitella del Tronto, Corropoli, Isola del Gran Sasso, Nereto, Notaresco, Tossiccia, Fraschette di Alatri, Civitella della Chiana, Montalbano di
Rovezzano, Bagno a Ripoli, Scipione di Salsomaggiore. Se ne aggiunsero, come vedremo, numerosi altri, a quel punto con la funzione non più
di luogo di detenzione, ma di struttura di transito verso la rete dei KL e
– per gli ebrei – verso il KL-VL di Auschwitz.
4. L’emigrazione organizzata di braccia italiane nell’ambito dell’Asse
1938-1943
Alla metà di aprile 1937 giunge all’Ambasciata italiana di Berlino la
richiesta da parte tedesca di assumere un piccolo contingente di braccianti, 2.500 in tutto. Le autorità del Reich preferirebbero venissero dal
Sudtirolo. È poca cosa, ma l’Italia ha circa 150.000 disoccupati nel settore agricolo10, e perciò conviene alle autorità aderire all’invito nella speranza, l’anno successivo, di poter aumentare il contingente con braccianti provenienti dalle regioni più colpite dalla disoccupazione (Veneto,
Emilia).
Il 28 luglio si giungerà ad un primo accordo, poi integrato da un protocollo addizionale il 3 dicembre successivo11; si conviene che «nell’anno
1938 la cifra dei lavoratori potrà raggiungere il numero di 10.000 e fino
a quello di 30.000».
10
Archivio Storico-Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri (d’ora in poi ASMAE),
Roma, Affari Politici (d’ora in poi AP), busta 40, verbale del 22 luglio 1937.
11 Si veda, in proposito, A. DAZZI (a cura di), Accordi fra l’Italia e la Germania in
materia di lavoro e assicurazioni sociali 1937-1942, Roma, Tipografia riservata del
MAE, 1942; pp. 9 e ss.; inoltre ASMAE, AP, busta 40, nonché Bundesarchiv (d’ora in poi
BA), Berlin, Reichsnährstand, R 16, buste 167-168, e PA/AA, R V, AR 11, Italien/1.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 14
Nel 1938 partirono 31.071 braccianti12, che divennero 36.000 nel 1939;
dal 1940 il totale annuale si stabilizzò attorno alla cifra di 50.000. Nel
1943 non si ebbero partenze.
Accanto ai braccianti, il Terzo Reich chiede all’alleato italiano anche
edili e minatori13. Dei primi, dall’autunno del 1938 a tutto il 1939, ne
passeranno il Brennero 9.500, 3.000 destinati alla costruzione delle officine Volkswagen a Fallersleben, gli altri diretti a Salzgitter, dove è aperto il cantiere della grande acciaieria della Hermann-Göring-Werke.
La questione dei minatori resta per il momento in sospeso; sarà ripresa
più avanti.
Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra. Obiettivo iniziale del gruppo
dirigente di Roma è condurre una “guerra parallela”14. Le velleità del regime devono però ridimensionarsi in fretta, visti i rovesci militari sia
nell’Africa del Nord sia in Grecia: in entrambi i casi solo l’intervento di
forze tedesche evita la sconfitta. Alla dirigenza nazionalsocialista diviene
chiaro che l’alleato mediterraneo è di scarsa utilità dal punto di vista militare ma richiede enormi rifornimenti in materie prime e carbone. Conviene, quindi, cercare di utilizzarne al massimo il potenziale produttivo,
in modo particolare per quanto riguarda la manodopera.
È così che, all’inizio del 1941, arrivano alle autorità fasciste richieste
consistenti e dettagliate: nel gennaio si discute l’assunzione di 54.000
lavoratori industriali (edili e minatori, questi ultimi destinati alla Ruhr);
pochi giorni dopo le trattative si riaprono su una richiesta tedesca di altri 200.000 lavoratori industriali; le autorità italiane ne offrono in tutto
150.000, così suddivisi: 50.000 dell’industria metallurgica, siderurgica,
meccanica, 30.000 da altri settori ma suscettibili di essere impiegati in
quei tre rami, 70.000 da altre branche produttive. Ed ancora non basta:
con una nota del 19 giugno successivo il governo del Reich chiede altri
100.000 operai industriali15.
12
Cfr. Rurali di Mussolini nella Germania di Hitler, Roma, Confederazione Fascista
dei Lavoratori dell’Agricoltura-Ufficio Propaganda, 1939.
13 Si vedano le note dell’ Ambasciata tedesca di Roma, in Politisches Archiv des Auswärtigen Amtes (d’ora in poi PA/AA), Bonn, Botschaft Rom - Quirinal, W 1a/1.
14 Rinvio a E. COLLOTTI, L’Italia dall’intervento alla “guerra parallela”, in F. FERRATINI
TOSI, G. GRASSI, M. LEGNANI (a cura di), L’Italia nella seconda guerra mondiale e nella
Resistenza, Milano, Angeli, 1988, pp. 15-43.
15 Cfr. DAZZI, Accordi..., cit., p. 182 e ss.; nonché BA, Reichsanstalt für Arbeitsvermittlung und Arbeitslosenversicherung, 39.03/353 - Italien; inoltre Archivio Centrale dello
Stato (d’ora in poi ACS), Roma, Presidenza Consiglio Ministri, 18/4.21117, del 14 luglio
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 15
Roma non può che acconsentire; viene così messo in piedi un complicato meccanismo di estrazione di manodopera dalle fabbriche, gestito
congiuntamente dal ministero delle Corporazioni, da quello dell’Interno
e dalla CFLI. Provincia per provincia, gli Ispettorati Corporativi e le Prefetture invitano ogni industria a fornire un elenco di tutti i dipendenti;
su questa base verrà richiesto ad ogni azienda di fornire una quota proporzionale di lavoratori da mandare in Germania, «se possibile su base
volontaria» [sic], e scelti, ovviamente, fra le classi di età non soggette alla leva. Dall’aprile 1941 cominciano a partire, dai centri di raccolta di Milano, Verona e Treviso, i primi treni speciali.
Quale fu la rilevanza dei lavoratori italiani per l’apparato produttivo
tedesco, negli anni 1941 e 1942? Secondo un metro quantitativo, non eccessiva: 271.667 in totale, nel settembre 1941, che segnò il tetto massimo; il 12,7% del totale degli stranieri “liberi”. Erano sempre il secondo
gruppo nazionale, di gran lunga però meno dei polacchi (1.007.561 alla
stessa data). Se consideriamo, però, la sola industria, gli italiani sono
216.834 su un totale di 1.085.157, cioè il 21,5%. Poco più di un anno dopo, al 10 ottobre 1942, i lavoratori industriali italiani risulteranno
170.575, pari all’8,4% degli stranieri16. Nello scarto fra queste due percentuali si coglie certamente quel passaggio da “economia della guerra
lampo” a “economia della guerra d’usura” sanzionato dall’ordinanza
Armamento 1942, emanata da Hitler il 10 gennaio 1942, che comporterà
l’assunzione di un sempre maggiore potere da parte del ministero delle
Armi e Munizioni, retto da Albert Speer, e la nomina, nel marzo seguente, di un plenipotenziario per l’impiego della manodopera nella persona
di Fritz Sauckel; gli italiani hanno da un lato rappresentato, nel 1941, un
anello fondamentale nella copertura del fabbisogno di manodopera da
parte delle industrie tedesche, dall’altro costituito anche in seguito una
quota di manodopera importante in tutta una serie di lavorazioni.
A giudizio delle autorità militari, gli italiani erano gli unici stranieri
che si potevano adibire ad alcune mansioni presso aziende dove si facessero produzioni particolarmente delicate, dal punto di vista militare, o
presso cantieri navali. Particolare importanza, poi, ebbe l’arrivo di lavoratori italiani nei cantieri dove si lavorava alla costruzione dei grandi
impianti chimici e per la lavorazione dei metalli leggeri, previsti dal Ka1941. Cfr. anche G. THOMAS, Geschichte der deutschen Wehr- und Rüstungswirtschaft
(1918-1943/45), Boppard a/R, Boldt, 1966, pp. 279-280.
16 Da “Ergebnisse der Erhebung über die ausländische Arbeiter und Angestellten”, del
25 settembre 1941 e del 10 ottobre 1942.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 16
rin Hall Plan, e dove essi rappresentano pressoché l’unica fonte per coprire il fabbisogno di manodopera17; nel periodo 16 aprile-31 luglio 1941
su 49.424 stranieri nuovi arrivati, ben 40.430 vengono dall’Italia: saranno loro a coprire interamente il fabbisogno in edili e metalmeccanici;
altri trentamila sono attesi per la fine dell’anno.
Quali furono le reazioni, i comportamenti, tanto produttivi quanto
sociali di questi emigrati? Da che cosa vennero determinati? Che cosa
raccontavano quando tornavano a casa, per le ferie o per fine contratto?
Quale fu l’impatto, in Italia, delle loro parole?
È meno facile di quel che sembra rispondere a domande del genere,
che pure hanno un valore chiave. Le fonti ci forniscono un quadro complesso. Per quanto riguarda il rendimento e la “disciplina” sul lavoro, le
reazioni delle aziende appaiono contraddittorie: alcune protestano violentemente con i responsabili di zona e chiedono che gli italiani vengano
sostituiti; altre appaiono soddisfatte e continuano a reclutarli. Certamente disagi, tensioni e conflitti non mancarono; per spiegarli, occorre
tener presente che l’universo dei più che duecentomila operai industriali
di nazionalità italiana è tutt’altro che omogeneo: ci sono, infatti, lavoratori qualificati e specializzati che vengono dalle aree industrializzate del
Centro Nord, tra di loro però alcuni sono volontari ed altri no; ci sono
disoccupati che mai erano stati in fabbrica e che patiscono quindi un
doppio disadattamento; ci sono lavoratori reclutati nella Francia occupata; fra di loro alcuni, non pochissimi, antifascisti che, perso il lavoro,
preferiscono andarsene in Germania piuttosto che in Italia, dove avrebbero da temere ritorsioni18.
A giudicare dalle lettere censurate reperibili19 i motivi di lamentela
più frequenti furono: il mancato rispetto delle promesse fatte prima di
partire, le condizioni di vita al di fuori della fabbrica (il campo, ecc.), i
rapporti con i delegati del sindacato fascista, accusati spesso di non difendere a sufficienza gli italiani e di essere corrotti, la lentezza con cui le
rimesse giungevano alle famiglie, infine il cibo: a questo proposito ciò
che non andava non era la quantità, piuttosto la qualità. Gli italiani non
riuscivano ad adattarsi al cibo tedesco; la questione era stata tenuta pre17 BA, Reichsamt für Wirtschaftsaufbau, R 25, buste 102-107.
18
Molti casi del genere si trovano in ACS, Ministero dell’Interno, Direzione Generale
della Pubblica Sicurezza (d’ora in poi DGPS), Ufficio di Collegamento con la Germania.
19 BA, Reichsarbeitministerium, R 41, buste 263-268, per quanto riguarda la censura
postale tedesca; per quella italiana ACS, Ministero dell’Interno, DGPS, PS 1941, 1942,
1943.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 17
sente anche dagli accordi fra i due paesi, dove infatti si prevedeva che i
generi alimentari fossero importati dall’Italia e venissero preparati, nelle
cucine dei campi, da personale italiano, ma il grande afflusso del 1941
aveva messo in crisi il meccanismo.
La forma di “indisciplina” di gran lunga predominante fu, comunque,
la fuga dal campo e dalla fabbrica, con conseguente rottura del contratto
di lavoro. Indubbiamente ciò segnalava un’insofferenza ed una protesta;
spesso però conteneva in sé anche l’aspirazione a trovare un posto di lavoro migliore: non tutti coloro che fuggivano intendevano tornare in Italia; non pochi, appoggiandosi a parenti od amici anch’essi emigrati nel
Reich, cercavano di farsi assumere, a migliori condizioni, da altri imprenditori20. Ciò diede origine ad una sorta di mercato grigio di manodopera, che dovette essere, per certi versi, ben accetto, a numerosi imprenditori tedeschi, in particolare medi e piccoli.
Stando a quanto segnalavano le spie della polizia italiana21, ciò che
raccontavano i lavoratori di ritorno dalla Germania non era fonte di
tranquillità per il regime: la maggioranza lamentava disagi di cui finiva
col rendere responsabile il governo italiano, per aver mandato alla ventura concittadini senza essersi sufficientemente cautelato. Anche chi dava un’immagine positiva della Germania, magari secondo lo stereotipo
del “paese dove le cose funzionano”, finiva poi col fare un paragone poco
elogiativo verso le cose d’Italia.
5. Il lavoro coatto degli italiani nella fase finale del conflitto 1943-1945
All’inizio del 1943 le autorità italiane, incalzate dalla crisi incipiente,
chiedono il rimpatrio degli immigrati in Germania, ma i tedeschi si oppongono; pretendono anzi altri 249.000 lavoratori, e minacciano ritorsioni. La situazione è sbloccata da una decisione di Hitler, motivata da
considerazioni politiche: il desiderio di non peggiorare i rapporti con il
fragile alleato fascista.
Il 5 aprile 1943 viene siglato, a Berlino, presso il ministero del Lavoro,
un accordo che prevede il rimpatrio, a scaglioni di 12.000 al mese, dal
maggio successivo. Numerose aziende però fanno resistenza; le autorità
20
Parecchi casi si riscontrano in ACS, Ministero dell’Interno, DGPS, PS 1941-19421943.
21 Ivi, Polizia Politica, busta 223.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 18
tedesche chiedono allora una riduzione del contingente mensile. Alla fine di giugno Mussolini acconsente a ridurlo a 4.000. Di lì a poco, il 25
luglio 1943, egli viene deposto. È questo il vero punto di svolta: già il 26
luglio nel quartier generale di Hitler si prevede che il prossimo passo
dell’Italia sarà l’uscita dalla guerra e che questa circostanza consentirà di
attingere liberamente al vasto serbatoio di manodopera rappresentato
dall’Italia ed in primo luogo dalle sue forze armate, di cui si prepara il
disarmo22. La mossa successiva sarebbe stato il reclutamento di manodopera in Italia, l’unica zona, nell’Europa sotto controllo tedesco, che
non fosse ancora stata percorsa dagli emissari del GBA Sauckel.
Il 3 agosto il ministero del Lavoro di Berlino informa l’ambasciata italiana che, essendo nel mese passato rimpatriati ben 12.652 lavoratori,
vanno intesi come compresi in tale cifra i contingenti dei mesi a venire,
agosto, settembre, in parte ottobre. Si riparlerà di rimpatri a novembre.
L’8 settembre bloccherà ovviamente tutto.
Dal punto di vista dell’economia di guerra tedesca l’armistizio italiano
fu effettivamente un buon affare, come osservava Goebbels nel suo diario23. In quel momento c’era un’acuta carenza di manodopera straniera,
causata soprattutto dal progressivo inaridimento della principale fonte
di manodopera straniera, i territori occupati dell’URSS, a causa del retrocedere del fronte orientale.
Le modalità di utilizzazione di questo capitale umano furono oggetto
del contrasto fra Speer e Sauckel, allora particolarmente aspro, sulla
riorganizzazione dell’economia di guerra. Speer sosteneva la necessità di
dare priorità assoluta all’industria bellica, limitando la produzione di
beni di consumo in Germania e quindi sottraendo manodopera a questo
comparto produttivo, che invece Sauckel riteneva necessario sostenere.
Già il 16 settembre Speer, forte dell’appoggio di Hitler, si affretta a
reclamare per sé il controllo su questi nuovi lavoratori coatti diffidando
Sauckel dall’assegnarli altrimenti che all’industria bellica24. L’esigenza
di battere sul tempo la “concorrenza” è talmente forte da fargli anteporre
consapevolmente l’assegnazione immediata e all’ingrosso all’industria bel22
H. HEIBER (a cura di), Hitlers Lagebesprechungen. Die Protokollfragmente seiner
militärischen Konferenzen 1942-1945, Stuttgart, Deutsche Verlags-Anstalt, 1962, p. 345.
23 J. GOEBBELS, The Goebbels Diaries 1942-1943, edited, translated and with an
introduction by L. P. Lochner, The Infantry Journal Press, Washington D.C. and Doubleday & Company, Inc., Garden City, N.Y., 1948.
24 BA, R 3/1597: Fernschreiben della Zentrale Planung a Sauckel, Nr. M.5084/43, Berlin, 16.9.1943, p. 1.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 19
lica dei militari italiani alla loro suddivisione secondo le specializzazioni, che sarebbe stata la via più logica, anche se più lenta, per ottimizzarne il rendimento25. Per quanto riguarda la celerità dell’impiego degli IMI
e la loro assegnazione all’industria bellica egli ottenne certamente ciò
che voleva.
Statistiche dell’ufficio di Sauckel26 mostrano infatti che nel febbraio
del 1944, quando sul territorio del Reich si trovavano 496.824 IMI, il
56% di loro era impiegato nell’industria mineraria, metalmeccanica e
chimica, il 35% in altri comparti industriali e appena il 6% nell’agricoltura. Solo i prigionieri di guerra sovietici erano presenti in una percentuale così alta nel settore dell’industria bellica, col 50% del totale.
Quanto al settore primario, dove fra l’altro le condizioni di vita erano relativamente migliori, gli IMI erano presenti in percentuale irrisoria.
Ai militari italiani venne attribuita la qualifica giuridica di Internati
Militari Italiani e non quella di prigionieri di guerra; oltre che per motivi
politici, derivanti dal rapporto fra il Terzo Reich e la neofascista Repubblica Sociale Italiana, questa figura giuridica venne adottata perché sottraeva i militari italiani alla tutela e al controllo del Comitè international
de la Croix-Rouge (CICR) e quindi ne agevolava l’impiego nell’industria
bellica, interdetto dalla Convenzione di Ginevra.
Quale fu il profitto che l’economia tedesca ricavò dagli IMI? A giudicare da numerose fonti, esso fu molto basso, al limite del fallimento. Le
ragioni furono molteplici. In primo luogo l’affrettata assegnazione, che
ne impedì una selezione professionale e attitudinale, tale da consentirne
l’impiego ottimale. In secondo luogo, l’esclusione dell’intervento del
CICR privò gli IMI di un’assistenza alimentare che rappresentava per i
prigionieri di guerra occidentali in mano tedesca un apporto fondamentale27. Pertanto gli IMI, come i prigionieri di guerra sovietici, esclusi a
25 Ivi, p.2.
26 Si veda la rielaborazione fattane da J. BILLIG, Le rôle des prisonniers de guerre dans
l’èconomie du IIIe Reich, “Revue d’histoire de la deuxième guerre mondiale”, X (1960),
n. 37, p. 58.
27 Il CICR valutò questo apporto al 60% delle calorie (cfr. Rapport du Comitè international de la Croix-Rouge sur son activitè pendant la seconde guerre mondiale (1er
septembre 1939-30 juin 1947), I, Genève 1948, p. 257). Va ricordato che l’assistenza
degli IMI venne assunta dalla Repubblica Sociale Italiana, ma i primi soccorsi arrivarono con enorme ritardo, alla fine del maggio 1944, e in misura talmente scarsa da
essere praticamente inutili (cfr. L. CAJANI, Appunti per una storia degli Internati
Militari Italiani in mano tedesca (1943-1945) attraverso le fonti d’archivio, in N. DELLA
SANTA (a cura di), I militari italiani internati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943. Atti
del convegno di studi storici promosso a Firenze il 14 e il 15 novembre 1985 dall’As-
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 20
loro volta dall’assistenza del CICR, furono dipendenti dalle razioni alimentari fornite dai tedeschi, assolutamente insufficienti. Già dopo due o
tre mesi dalla cattura lo stato di salute degli IMI risultava generalmente
cattivo, quando non pessimo, e il loro rendimento lavorativo, di conseguenza, era molto basso, il più basso fra tutti gli stranieri e i prigionieri
di guerra. Gli IMI erano, insieme ai sovietici, una della categorie più deboli di questa massa di manodopera.
Di fronte alla scarsa produttività, le reazioni delle dirigenze aziendali
furono di due tipi: alcune accusarono gli IMI di pigrizia e indisciplina, e
quindi per punirli e obbligarli a lavorare di più ricorsero alla riduzione
delle razioni alimentari, col risultato di aggravare ulteriormente il loro
stato di salute; altre invece si resero conto che la causa principale della
scarsa produttività era la denutrizione, e che quindi era necessario dar
loro dei supplementi alimentari.
Questa seconda posizione, portata avanti, ad esempio, dalla Krupp,
ha una rilevanza che trascende la particolare vicenda degli IMI e si inserisce nel dibattito sull’impiego della manodopera straniera, allora in corso all’interno del gruppo dirigente nazionalsocialista. L’impossibilità di
drenare nuova manodopera favoriva infatti le posizioni di chi sosteneva
la necessità di razionalizzare l’impiego di quella già disponibile, superando sulla base di principi produttivistici l’impostazione razzistica prevalsa fino ad allora. Finalmente, il 28 giugno 1944, viene deciso
l’aumento generalizzato delle razioni fornite agli IMI, ai prigionieri di
guerra sovietici ed ai civili reclutati nelle aree occupate dell’URSS, fino
ad allora i più svantaggiati28.
Subito dopo iniziava la trasformazione degli IMI in lavoratori civili,
decisa in occasione dell’incontro fra Hitler e Mussolini il 20 luglio. Questo provvedimento era stato caldeggiato sia da Mussolini per ragioni di
immagine politica interna, sia da Sauckel, che contava di aumentare la
produttività degli IMI attraverso un impiego più flessibile e un trattamento migliore, quale quello dei lavoratori civili29. La trasformazione
sarebbe dovuta avvenire su base volontaria, ma, con sorpresa sia delle
autorità tedesche che di quelle fasciste repubblicane, la stragrande maggioranza degli IMI rifiutò di firmare il contratto di lavoro. Questo rifiuto
sociazione Nazionale Ex Internati nel 40° anniversario della Liberazione, Firenze,
Giunti, 1986, pp. 97-98).
28 Cfr. Ch. STREIT, Keine Kameraden. Die Wehrmacht und die sowjetischen Kriegsgefangenen, Bonn, Dietz, 19912, p. 250.
29 Cfr. CAJANI, Appunti per una storia..., cit., p. 96.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 21
va interpretato come una manifestazione collettiva del forte risentimento antitedesco sviluppatosi nell’animo degli IMI in tanti mesi di durissime privazioni, spesso accompagnate da violenze e disprezzo per i “traditori badogliani”.
Le autorità tedesche cercarono di convincere gli IMI con minacce e
punizioni; ma la repressione di un movimento così vasto si rivelò troppo
impegnativa, per cui agli inizi di settembre esse decisero di trasformare
automaticamente tutti quanti in civili, senza più chiedere firme a nessuno. Così la vicenda degli IMI veniva a confluire in quella dei lavoratori
civili italiani.
Dai civili italiani trasferiti in Germania dopo l’8 settembre 1943 (pressocché centomila) vanno tenuti ben distinti i circa quarantamila deportati politici e razziali che ricadevano nella sfera di competenza della SS e
che vennero inviati in Konzentrationslager (quasi sempre Auschwitz per
gli ebrei30, in prevalenza Mauthausen e Dachau per i “politici” maschi,
Ravensbrück per le donne), ancorché la quasi totalità dei politici ed una
parte degli ebrei siano stati utilizzati come lavoratori coatti.
La storiografia ha sottolineato che il totale dei civili arruolati dopo l’8
settembre rappresenta una cifra tutto sommato limitata se confrontata
con i piani elaborati da Sauckel subito dopo l’uscita dell’Italia dalla guerra, che prevedevano il trasferimento nel Reich di 1.500.000 italiani. La
considerazione è esatta, anche se occorre tenere conto che gli arruolati
rappresentano l’8% circa di tutti gli stranieri (prigionieri di guerra esclusi) che la Germania riesce a recuperare nei territori d’Europa ancora sotto il suo controllo (nel 1944, 1.200.000).
Nella primavera 1944 il governo della RSI dispone, su pressione dei
delegati di Sauckel, che gli appartenenti alle classi 1920 e 1921 nonché al
primo semestre 1926 vengano reclutati per il lavoro obbligatorio in Germania31. La destinazione dei precettati non avrebbe dovuto essere affatto
casuale, ma avvenire secondo precisi parametri: edili specializzati e manovali avrebbero dovuto essere destinati alle aziende impegnate nel programma di costruzione di aerei da caccia; i metalmeccanici avrebbero
dovuto essere suddivisi fra le costruzioni aeronautiche, le imprese che
30
Cfr. per la deportazione razziale L. PICCIOTTO FARGION, Il libro della memoria. Gli
ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Milano, Mursia, 1991.
31 National Archives (d’ora in poi NA), Washington DC, JAIA, T 501, bobina 340, circolare inviata ai comandi tedeschi di distretto nella RSI (Militärkommandanturen MK) il 25 aprile 1944 dal segretario di Stato Landfried, capo dell’amministrazione
militare tedesca in Italia (Militärverwaltung - MV).
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producevano carri armati, il settore chimico, le fabbriche di munizioni.
La chimica avrebbe altresì dovuto ricevere tutti gli operai esperti del settore, come pure la cantieristica. Gli addetti ai trasporti erano destinati al
ministero dei Trasporti del Reich, e gli agricoltori esperti avrebbero dovuto essere impiegati nelle campagne. La precettazione diede risultati di
gran lunga inferiori alle aspettative per la renitenza della maggioranza
dei giovani che vi si sottrassero affluendo nelle file della Resistenza32. I
tedeschi reagirono intensificando i rastrellamenti: una misura che si rivelò infruttuosa. Ciò li spinse a puntare di nuovo sul coinvolgimento delle
autorità della RSI; si giunse così nell’ottobre 1944 agli accordi di Bellagio, con i quali i tedeschi dichiararono di rinunciare a metodi coercitivi
indiscriminati e ed estesero ai lavoratori italiani reclutati e rastrellati
dopo l’8 settembre 1943 l’equiparazione salariale e normativa con i tedeschi; essa era stata sancita nelle trattative svoltesi prima dell’uscita
dell’Italia dalla guerra ma non più rinegoziata dopo la costituzione della
RSI33. Di fatto, però, le autorità d’occupazione si dichiarano pronte a
trasferire in Germania gli operai che fossero eventualmente rimasti disoccupati, per «assicurare così il loro futuro»34. Questi piani sarebbero
comunque stati travolti dall’imminente collasso dei due regimi. Con la
fine della guerra la quasi totalità degli italiani rimpatriò abbandonando
la Germania.
32 Cfr. E. COLLOTTI, L’amministrazione tedesca dell’Italia occupata 1943-1945, Milano,
Lerici, 1963, pp. 206-217.
33 Cfr. M. VIGANÒ, Il ministero degli Affari esteri e le relazioni internazionali della
Repubblica sociale italiana (1943-1945), Milano, Jaca Book, 1991, pp. 553-554.
34 COLLOTTI, L’amministrazione tedesca…, cit., p. 191.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 23
Tra internamento e deportazione:
albanesi, ebrei, soldati
di Denis Vidale
1. Introduzione
In questo intervento si è voluto accorpare, in modo forse arbitrario,
ma giustificato dalle circostanze, le ricerche sulla deportazione e sull’internamento nella e dalla provincia di Vicenza, sulla base di una similitudine più apparente che reale: quella dell’esperienza di prigionia, di
allontanamento forzato dalla propria casa e di altrettanta forzata permanenza, se non in terra straniera, almeno in una zona “foresta”.
In realtà, ad una lettura più attenta, le differenze iniziano già dall’ambito semantico.
Deportazione implica uno sradicamento non imposto da circostanze
o da cause di forza maggiore – come potrebbe essere nel caso dei profughi e degli sfollati – ed il loro trasporto forzato in altra area; in altre parole, essa implica l’espulsione dallo stato che attua questo procedimento.
Internamento è invece una costrizione opposta: l’obbligo di restare
“chiusi all’interno”, senza poter uscire.
Il mandante di entrambe queste azioni – stato, regime, comando o
persona che sia – agisce spinto da due finalità distinte: nel caso della deportazione la conclusione è quasi certamente il campo di sterminio, ma
nel caso dell’internamento è più facilmente quello di lavoro, allo scopo
di poter sorvegliare e sfruttare le vittime ivi rinchiuse, piuttosto che di
annientarle.
Questa precisazione è necessaria in quanto in provincia di Vicenza ci
si trova di fronte ad entrambi i fenomeni, ed a casi ibridi che non è possibile attribuire con assoluta certezza all’uno o all’altro ambito; oltre a
ciò va tenuto conto dei vicentini, circa 13.000, che subirono l’internamento militare negli Arbeitslager tedeschi all’indomani dell’8 settembre, ultime vittime, in ordine cronologico, di una guerra combattuta per
il saccheggio della manodopera e dei materiali destinati, secondo la logica affermatasi fin dall’ascesa al potere di Hitler, allo sviluppo economico
della Germania nazionalsocialista, in modo da poter consolidare ultequaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 24
1
riormente la dittatura che permetteva quello specifico sviluppo .
In ordine cronologico furono proprio i casi ibridi a verificarsi: ne furono vittime, dal 1939 in poi, diversi albanesi, antifascisti e non, solo alcuni dei quali presumibilmente appartenenti al movimento resistenziale,
e non solamente alla fazione facente capo ad Enver Hoxa. Poche o nessuna traccia sopravvivono di questa vicenda, peraltro trascurata o appe2
na accennata anche negli studi più recenti .
Fu successivamente la volta degli “elementi di razza ebraica” di essere
rinchiusi in diversi campi d’internamento, dei quali, secondo Renzo de
3
Felice, ben ventisette si trovavano nella provincia berica : la loro situazione rimase relativamente tranquilla fino al settembre 1943, quando la
polizia tedesca si sostituì a quella italiana e diede il via a massicci arresti
e deportazioni. Internati di altro genere, ancorché i documenti li registrino ugualmente come “internati civili”, furono diversi sfollati che riparavano nei centri minori della provincia per sfuggire i bombardamenti
che si facevano sempre più frequenti e massicci; ma sembra piuttosto il
caso di riferirsi a loro come “profughi”, e quindi di attribuirli ad un diverso ambito di ricerca.
Andrebbe comunque meglio specificata la definizione di “campi”, e
sostituita con quella più appropriata di “località”: pur essendo vincolati
a regimi restrittivi, gli ebrei in questione non erano limitati nei movimenti da sbarramenti fisici quali filo spinato, muri o posti di blocco, come invece accadeva ai loro correligionari rinchiusi a Ferramonti di Tarsia.
Gli internati militari, i soldati catturati dai tedeschi dopo l’armistizio ed
inviati ai campi di lavoro in Germania e nei territori occupati, costituiscono un’altra situazione ibrida, che coniuga il trasferimento forzato alla
costrizione della permanenza ed al lavoro. Va anche sottolineato come
per lunghissimo tempo questo sia stato un capitolo di storia dimenticato, e riportato alla luce solo in tempi recenti, soprattutto ad opera dello
1
P. KENNEDY, Ascesa e declino delle grandi potenze, Cernusco sul Naviglio, Garzanti,
1993.
2
C.S. CAPOGRECO, I campi del duce: l’internamento civile nell’Italia fascista, 19401943, Torino, Einaudi, 2004; ID., Una storia rimossa dell’Italia fascista: l’internamento
dei civili jugoslavi, 1941-1943, Roma, Carocci, 2001; C. DI SANTE (a cura di), I campi di
concentramento in Italia: dall’internamento alla deportazione (1940-1945), Milano,
Franco Angeli, 2001.
3
R. DE FELICE, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 25
4
storico tedesco Gehrard Schreiber : ancora oggi esiste una netta distinzione tra i Kriegsgefangen, i prigionieri di guerra alleati sui quali si
stendeva la relativa protezione della Convenzione di Ginevra e dei controlli della Croce Rossa Internazionale, e i Militär Internierten, al punto
che un recente riconoscimento al risarcimento da parte dell’Austria per
quanti, civili o prigionieri, siano stati ridotti al rango di “schiavi” durante la II Guerra Mondiale, li esclude da ogni beneficio.
Accanto agli internati italiani all’estero vanno segnalati, all’interno
della Resistenza, i prigionieri alleati che, fuggiti dalle località in cui erano custoditi, si unirono ai partigiani, e che in molti casi, come nel ra5
strellamento del Grappa, pagarono questa scelta con la vita . Vanno infine ricordate quelle truppe straniere ufficialmente alleate dei tedeschi –
il cosiddetto esercito Ceco, il cui comando in provincia aveva sede a
Thiene – che presero contatti con i partigiani e che insorsero negli ultimi
giorni di guerra, e ai quali non è ancora stato possibile dedicare uno stu6
dio approfondito .
2. Tra internamento e deportazione: il caso degli albanesi
La documentazione inerente gli albanesi confinati e sorvegliati strettamente, fino alla concessione della grazia, in provincia di Vicenza è, apparentemente, molto scarsa: la vicenda specifica, per quanto è possibile
ricostruire fino ad oggi, è emersa per caso dall’archivio comunale di Ma7
rostica, una delle località cui vennero destinati ; dalle prime ricerche
presso gli archivi degli altri comuni d’internamento, non sembra essere
sopravvissuta la documentazione che li riguarda. Tra le poche carte rimaste, una lettera inviata congiuntamente ai vari podestà indica le località di questo internamento in Barbarano Vicentino, Breganze, Camisano
Vicentino, Lonigo, Marostica, Rosà e San Nazario.
I documenti reperiti finora restituiscono informazioni spesso limitate
al solo nome, e la generica attribuzione di “internato per ragioni politial
4
G. SCHREIBER, I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo
Reich (1943-1945): traditi, disprezzati, dimenticati, Roma, Ufficio Storico SME, 1992.
5
E. OPOCHER (a cura di), Il rastrellamento del Grappa: 20-26 Settembre 1944. Due testimonianze di Livio Morello e Gigi Toaldo, Venezia, Marsilio, 1986.
6
J.M. VECHELY e F. ŠTAUDEK, La resistenza cecoslovacca in Italia 1944-45, Milano, Jaca Book, 1975.
7
AcMar, miscellanea, b. 17.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 26
al solo nome, e la generica attribuzione di “internato per ragioni politiche” non permette di capire quale attività avessero svolto precedentemente al loro arresto; secondo Fischer, almeno parte di loro erano stati
rastrellati casualmente e trasferiti al solo scopo di rappresaglia, senza
8
effettive motivazioni di carattere politico o resistenziale . Nello specifico
si trattava di una quindicina di persone, tutte di sesso maschile, arrestate tra il 1939 ed il 1941, ed inviati per ragioni di sicurezza in varie località
9
della provincia vicentina , ove rimasero confinati e sottoposti ad un re10
gime simile a quello applicato anche ai libici fin dal 1912 . Erano mantenuti grazie ad un piccolo sussidio versato loro dallo Stato ed obbligati a
11
non intrattenere relazioni di alcun genere con la popolazione . Sino al
1942 presentarono varie volte richiesta di essere trasferiti in altra località, lamentando l’isolamento in cui erano costretti a vivere: in tutte le
domande di trasferimento si ripete la frase «non avendo alcuno con cui
parlare nella propria lingua». A questa loro ignoranza della lingua italiana si aggiungeva la proibizione ferrea di rapporti con la popolazione,
cosa che non contribuiva a migliorarne la conoscenza, per cui la richiesta veniva presentata oralmente al podestà e da questi messa per iscritto
ed inoltrata al questore: non sappiamo come venissero superate le difficoltà linguistiche o se fossero presenti degli interpreti qualificati, ma la
somiglianza tra le domande inoltrate, tanto nella forma quanto nelle lamentele, fa ritenere probabile che la difficoltà di comprendere le richieste spingesse i podestà ad elaborare una forma convenzionale, e che
questa non traducesse necessariamente quanto domandato. Tutti questi
internati furono trasferiti a Marostica, in diversi momenti, e da tale località vennero progressivamente liberati in varie occasioni. Dopo il novembre 1942, e la concessione della grazia all’ultimo internato rimasto,
non si hanno altre notizie: anche se il fatto che il nome di uno di loro
compaia successivamente negli elenchi degli internati ebrei potrebbe essere indicativa di una successiva confusione e dispersione dei documenti.
Non si sono raccolte ulteriori informazioni, soprattutto perché si è
preferito destinare questo particolare capitolo a ricerche successive, u8
B.J. FISCHER, L’Anschluss italiana. La guerra in Albania (1939-1945), Nardò (Lecce),
Besa Editrice, 2004.
9
AcMar, miscellanea, b. 17.
10
A. DEL BOCA, Gli Italiani in Libia. Tripoli, bel suol d’amore, Milano, Mondadori,
2001.
11
ID., Gli Italiani in Libia. Dal Fascismo a Gheddafi, Milano, Mondadori, 2001.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 27
preferito destinare questo particolare capitolo a ricerche successive, una volta concluse quelle già in atto12.
3. Gli ebrei: dall’internamento alla deportazione
L’elenco degli “internati civili ebrei” conservato
presso l’Archivio di
13
Stato di Vicenza riporta i nomi di 407 persone , trentatré delle quali si
ritrovano anche negli elenchi pubblicati da Liliana Picciotto nel suo Li14
bro della memoria , in ventisei località distinte: si tratta di un elenco
fortemente incompleto, probabilmente compilato dopo la guerra servendosi di una documentazione disordinata. Manca, tra gli altri, qualunque accenno al campo di Tonezza del Cimone, e mancano alla lista
degli internati diversi nomi presenti nella documentazione conservata
15
negli archivi comunali .
La vicenda dell’internamento degli ebrei inizia con le leggi razziali, e
si prolunga sino al 1943. Il regime cui erano sottoposti somigliava molto
a quello degli albanesi cui è stato precedentemente accennato – divieto
di intrattenere relazioni con la popolazione, divieto di esercitare qualunque attività lavorativa, obbligo di presentarsi al podestà per richiedere al
questore eventuali permessi di spostamento – aggravato però dalla costrizione di pagare l’affitto di tasca propria alle famiglie presso le quali
alloggiavano obbligatoriamente; anch’essi ricevevano dallo Stato un sussidio, la cui entità era circa il doppio di quello versato agli internati albanesi e libici, e potevano almeno in parte contare sul sostegno economico del Delasem (la Delegazione per l’Assistenza agli Emigrati, fondata
nel 1938 dall’Unione delle Comunità Israelitiche per soccorrere gli Ebrei
16
fuggiti dalla Germania) , che si serviva di agenti infiltrati, pronti se necessario a cambiare nome e luogo di residenza ufficiale.
Buona parte degli ebrei internati in provincia di Vicenza proveniva in
realtà dall’esterno, quando non dall’estero: dapprima si trattò di casi
singoli o di piccoli nuclei familiari di due-tre persone, i quali cercarono
12
Al momento della pubblicazione di questo intervento le ricerche sono proseguite con
difficoltà, dovute soprattutto alla carenza di documentazione esistente, e senza apportare sostanziali novità.
13
ASVi, b. 23b.
14
L.PICCIOTTO, Il libro della memoria , Milano, Mondadori, 1992.
15
AcMar, miscellanea, b. 17.
16
A. MILANO, Storia degli Ebrei in Italia, Torino, Einaudi, 1992.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 28
singoli o di piccoli nuclei familiari di due-tre persone, i quali cercarono
ripetutamente, ma non sempre con successo, di farsi raggiungere dal resto della famiglia, internato altrove. Sono diverse le richieste degli internati nei comuni nord orientali del vicentino che chiedono «di essere
17
raggiunti dai parenti, internati nel campo di Ferramenti» . Dopo l’aprile 1941 e la conquista della regione balcanica, le zone occupate dall’esercito italiano in Slovenia, Croazia, Macedonia, Serbia e Grecia cen18
trale divennero per gli ebrei una sorta di “parco protetto” dalle autorità
militari italiane contro le minacce e le azioni condotte dai Tedeschi e da19
gli Ustascia del regime di Ante Pavelic : proprio da queste zone, ma anche da altre regioni dell’Europa orientale, provenne la maggior parte di
quanti ripararono e furono internati in provincia di Vicenza fino al luglio
1943. Diversi, pare, varcarono la frontiera di nascosto, pagando i contrabbandieri, mossi a questo passo dalla voce secondo cui in Italia le leggi razziali non erano applicate con tanto rigore20: rimasero comunque
ufficialmente sottoposti alla giurisdizione del Gauleiter Friedrich Reiner, che nell’ottobre del ‘43 ricevette l’ordine di «risolvere la questione
21
ebraica» .
Il cambio di condizioni dal regime di internamento alla vera e propria
deportazione si consumò dai giorni precedenti la caduta di Mussolini e
l’armistizio: è certo che in questo torno di tempo alcuni riuscirono a fuggire ed a porsi in salvo, vuoi oltre la frontiera svizzera, vuoi nel Sud Italia
che di lì a poco sarebbe stato occupato dagli Alleati – rimangono negli
archivi comunali le richieste, inviate nel 1945 e 1946, di un «attestato di
internamento» – ma la maggior parte si trovò invece sottoposta al nuovo regime poliziesco imposto dai nazisti: fu probabilmente in questa fase
che venne istituito, o ufficializzato, il già citato campo di Tonezza del
Cimone, da cui i detenuti vennero inviati ad Auschwitz e Dachau. Un ulteriore recrudescenza nella persecuzione antisemita si verificò dal gennaio 1941, quando Giovanni Preziosi passò alla direzione dell’Ufficio del22
la Razza : i venti mesi della RSI sono ricchi di episodi che smentiscono
17
AcMar, miscellanea, b. 17.
MILANO, Storia degli Ebrei…, cit.
19
A. SPINOSA, Mussolini razzista riluttante, Roma, Bonacci, 1994.
20
E. NOLTE, Il Fascismo nella sua epoca. I tre volti del Fascismo, Carnago (Varese),
SugarCo, 1993.
21
P.A. CARNIER, Lo sterminio mancato. La dominazione nazista nel Veneto orientale
1943-1945, Milano, Mursia, 1982.
22
MILANO, Storia degli Ebrei…, cit.
18
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 29
pesantemente lo stereotipo dell’italiano buono, pronto ad aiutare gli ebrei a scampare ai nazifascisti, soprattutto nel basso vicentino.
Ricerche approfondite su queste vicende sono state condotte da Paola
Farina e da Paolo Tagini, che ne ha recentemente tratto una pregevole
23
tesi sull’argomento presso l’Università di Venezia . I risultati sono purtroppo ostacolati da una curiosa censura che ha fatto calare sulla documentazione custodita presso l’Archivio di Stato di Vicenza il vincolo della riservatezza: la consultazione dei documenti di cui disponiamo è pertanto soggetta al previo conseguimento del permesso del Ministero degli
Interni, che ha posto sotto lo stesso vincolo anche il materiale conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato.
4. Gli internati militari: la resistenza all’interno del Lager
Non esiste una data precisa a cui far convenzionalmente risalire l’inizio della vicenda dei militari italiani internati, che tuttavia non sembra
errato indicare nel periodo che sta tra il 25 luglio e l’8 settembre, cioè
quei giorni in cui la loro situazione si modificò radicalmente senza che
essi fossero in grado di influenzarla in qualche modo. In quei giorni lo
status dei militari passò poco gradatamente da combattenti fascisti alleati dei tedeschi a combattenti alleati dei tedeschi ma non più fascisti, a
nemici dei tedeschi ed alleati degli anglo-americani. Dal punto di vista
tedesco il passaggio fu più semplice: da alleati relativamente scarsi a vicini infidi, a traditori e nemici da annientare.
Per chi si trovava in armi in quel momento, fosse o meno aderente ai
dettami del regime, cessarono i punti di riferimento: lo Stato che li aveva
chiamati alle armi ed inviati in guerra, l’Italia fascista, ufficialmente non
esisteva più, ma il suo capo, il re, era tuttora sul trono ed il passaggio di
consegne era avvenuto con tutti i crismi. Il nuovo capo del governo lanciava messaggi ambigui in cui si invitava a resistere alle aggressioni, senza specificare da parte di chi, né chi fossero in quel momento gli amici
ed i nemici. Per molti il dubbio si concretizzò in una domanda precisa,
che emerge tra le righe di molte testimonianze: “Se la guerra è finita perché non torniamo a casa? Se continua, contro chi combattiamo? E per
che cosa?”.
23
La tesi in questione, in corso di pubblicazione, ha superato ampiamente questo articolo sia per informazioni contenute che conclusioni raggiunte.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 30
Questa incertezza di partenza – rafforzata dal fatto che Mussolini non
24
era mai stato l’onnipotente capo militare che sosteneva di essere , e che
25
l’esercito italiano non brillava per compattezza e unità d’intenti – determinò dapprima una fase di stallo, carico di dubbi su quale comportamento si sarebbe dovuto tenere e quali decisioni prendere. Fu in questa fase che si verificarono i primi casi di smobilitazione, in cui interi reparti presero la via del ritorno solo per essere accerchiati e catturati dai
tedeschi o dai loro alleati, e di sbandamento, in cui il corpo si sgretolava
letteralmente attraverso la partenza senza ostacoli di singoli soldati o di
26
piccoli gruppi .
Solo in séguito all’annuncio dell’armistizio, ed alla scoperta di quanto
era precipitata la situazione, si verificarono episodi sia di resistenza armata, dei quali il più tragico e famoso resta quello di Cefalonia, sia di resa incondizionata; in alcuni casi ci furono corpi e reparti che riuscirono,
almeno temporaneamente, ad avere la meglio sui tedeschi, ma più spesso gli scontri si conclusero con la resa e la cattura. Si può dire che
l’esercito italiano all’estero, forte di circa 650.000 uomini, cessò letteralmente di esistere entro il 15 settembre, prima vittima di quella che
Gehrard Schreiber, che fa ascendere il numero complessivo di uomini in
27
armi a 1.070.000, chiama «la vendetta tedesca» .
Vittime “successive” della deportazione dall’Italia verso l’internamento in Germania furono soprattutto i Carabinieri, identificati da più
parti come truppe infide, nascostamente fedeli al re nonostante avessero
accettato di indossare la camicia nera: nel 1944, soprattutto, vennero
28
fatti oggetto di attacchi e di trasferimenti forzati .
Tanto le testimonianze orali dei sopravissuti, quanto i documenti di
cui disponiamo, concordano sugli sviluppi successivi: i soldati italiani,
che non erano riconosciuti quali prigionieri di guerra e quindi sottratti
agli obblighi sanciti dalla Convenzione di Ginevra, vennero brevemente
trattenuti in loco per essere poi avviati in Germania e nei territori occucupati sugli stessi carri bestiame piombati che servivano per le deportazioni. Dopo un viaggio di vari giorni, reso più disagevole dal fatto che le
linee ferroviarie erano sovente sabotate o bombardate ed obbligavano a
24
KENNEDY, Ascesa e declino…, cit.
D. MAC SMITH, Le guerre del Duce, Milano, Mondadori 1992.
26
Testimonianza di Stefano Battocchio da Bassano del Grappa.
27
G. SCHREIBER, La vendetta tedesca: 1943-1945, le rappresaglie tedesche in Italia,
Milano, Mondadori, 2000.
28
L. GANAPINI, La repubblica delle camicie nere, Milano, Garzanti, 2002.
25
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 31
frequenti svolte che prolungavano il percorso, furono letteralmente “scaricati” nelle stazioni di arrivo, dove vennero accolti dalla popolazione al
29
grido di Verrater! [Traditori!] , e confinati in baracche, per esservi prelevati da quanti, industriali, artigiani, agricoltori o altri, avessero bisogno di manodopera. I lavori coatti ai quali vennero adibiti indistintamente ufficiali e soldati erano molteplici, talvolta svolti sotto lo sguardo
dei prigionieri di guerra alleati, molti dei quali, esentati dal lavoro per il
loro rango di ufficiali, ostentavano un atteggiamento misto di disprezzo
30
e di superiorità ; salvo poche eccezioni, quasi mai si trattò di lavoro
concernente armi. Diversa ancora, e molto peggiore, fu la situazione di
quanti vennero inviati al lager di Dora ed adibiti alla costruzione delle V2, le cui vicissitudini sono state raccontate in un libro da Lazzaro Ric31
ciotti. Neppure quando gli accordi tra Mussolini ed Hitler nell’estate
del ‘44 li trasformarono da “internati” in “liberi lavoratori”, la situazione
dei militari italiani migliorò; anzi, il loro persistere nel rifiuto ad aderire
alle direttive del nuovo regime li portò a divenire una sorta di «obbligati
32
al lavoro libero» .
In effetti esisteva un solo modo per sfuggire all’internamento e rien33
trare in Italia, ed era quello di aderire alla RSI o di entrare nella Todt :
pressioni in questo senso vennero esercitate ripetutamente, e si fecero
sempre più marcate man mano che la situazione precipitava, nonostante
tanto Hitler quanto molti dei suoi generali nutrissero scarsa fiducia
nell’alleato. Non mancò chi aderì, vuoi per convinzione vuoi per rientrare a casa (un discorso analogo può comunque essere fatto per i prigio34
nieri catturati dagli alleati prima del 1943 ), ma la maggioranza preferì
«non venir meno alle leggi dell’onore», come scritto su buona parte dei
35
ruoli matricolari conservati presso il distretto militare . Alessandro
Natta afferma che pochissimi, in effetti, accettarono di rientrare, nonostante diverse pressioni venissero esercitate su di loro, dalle violenze
29
N. DELLA SANTA, Traditi, disprezzati, dimenticati, “Storia e Dossier”, n. 143.
Testimonianza di Antonio Tabacca.
31
L. RICCIOTTI, Gli schiavi di Hitler: i deportati italiani in Germania nella II Guerra
Mondiale, Milano, Mondadori 1996.
32
B. GRAMOLA e D. VIDALE (a cura di), Sulla giacca ci scrissero IMI: gli oltre 10 mila
militari vicentini nei lager nazisti, Vicenza, A.N.E.I. vicentina, 2003.
33
A. NATTA, L’altra Resistenza: i militari italiani internati in Germania, Torino, Einaudi, 1997.
34
Testimonianza di Antonio Comunello, Bassano del Grappa.
35
ADMVr, Vicenza, ruoli matricolari.
30
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 32
36
all’offerta di cibo, vestiti caldi e puliti, soldi . È questo il contribuito degli IMI alla Resistenza, il solo che potessero effettivamente dare, date le
condizioni in cui versavano: rifiutare l’adesione, sottraendo in tal modo
ai sempre più decimati reparti dell’Asse una potenziale riserva di combattenti.
Non tutti gli IMI ebbero la fortuna di vedere la liberazione: diversi
morirono di fame o di malattia, soprattutto tra quanti erano stati internati nei territori occupati dell’Europa dell’Est, dove le condizioni erano
più dure, e dove gli italiani erano paragonati e parificati ai prigionieri
37
russi, per considerazione e per trattamento subito . Quanti siano deceduti e quanti ritornati non è ancora stato calcolato esattamente, soprattutto perché molti internati rientrarono a casa con mezzi propri, soprattutto a piedi, o si sottrassero, per la fretta di tornare, alle quarantene ed
38
alle attese dei controlli una volta giunti nuovamente in Italia . Andrebbero anche calcolati quanti, per disguidi o per volontà dei catturatori,
vennero inviati non negli Arbeitslager, ma nei veri e propri Konzentra39
zionlager, e dai quali non ritornarono .
36
NATTA, L’altra Resistenza…, cit.
Testimonianza di Mario Pozzato in GRAMOLA e VIDALE, Sulla giacca ci scrissero
IMI…, cit.
38
GRAMOLA e VIDALE, Sulla giacca ci scrissero IMI…, cit.
39
U. DRAGONI, La scelta degli I.M.I.: militari italiani prigionieri in Germania, 19431945, Firenze, Le Lettere, 1996.
37
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 33
Fiamme Bianche GNR al campo Dux di Velo d’Astico
ASPETTI DELLA RSI
E DELL’OCCUPAZIONE TEDESCA
NEL VICENTINO
Poteri, funzionari ed apparati della RSI
nel vicentino
di Marco Borghi
Quando alcuni anni fa, insieme a Livio Vanzetto, ho collaborato alla
redazione dell’Atlante storico della Resistenza italiana mi furono assegnate le province di Venezia, Verona e Vicenza. Quest’ultima offrì alla mia attività di ricerca numerosi stimoli e indicazioni perché espressione di un
territorio vivace, ricco di eventi, situazioni e formazioni combattenti.
Oggi che le polemiche revisionistiche, più o meno strumentali, fioccano sui giornali, è opportuno ricordare ai polemisti che senza l’opera,
anche di conservazione documentaria, degli istituti storici della Resistenza, che sono stati tra i primissimi ad occuparsi della Repubblica Sociale Italiana, probabilmente sul fascismo repubblicano ne sapremmo
assai di meno.
La mia concisa riflessione s’incentra su un aspetto particolare. Oggi si
è parlato costantemente di territorio, che è stato il filo conduttore di
questa giornata di discussione; tuttavia mi sembra opportuno ricordare
che, dopo l’8 settembre 1943, il concetto stesso di territorio muta radicalmente. Cambia perché si rompe quel rapporto, vigente dal consolidamento dell’unità d’Italia, tra centro e periferia ovvero di eterodirezione della periferia da parte del centro: l’amministrazione centrale elaborava le linee guida di intervento delegando alle sue articolazioni periferiche (prefetto, questore, intendente di finanza, provveditore agli studi,
ecc.) il compito di recepire ed applicare.
Dopo l’armistizio questo stretto legame gerarchico viene meno, ed il
territorio propone una nuova chiave di lettura sulla diffusione dei poteri.
Non è più Mussolini che, “confinato” sul lago di Garda, pensa e dirige la
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 35
nuova compagine statale, non sono i ministeri disseminati su tutto il territorio del Nord Italia, e particolarmente nel Veneto, a governare le periferie; ora il potere si diffonde in diverse porzioni del territorio che diventano gli assi sui quali si fondano i seicento giorni della RSI.
La frantumazione del potere costituisce una delle peculiarità della
sperienza della RSI, determinando un rimescolamento e una ridefinizione di funzioni che incrina fortemente le tradizionali gerarchie affermatesi nei decenni precedenti. A Venezia, per fare esempio, non sono le Brigate Nere, che poi nell’immaginario collettivo hanno impersonato la vocazione repressiva del fascismo repubblicano (spesso impropriamente,
perché in certi scritti e memoriali esse vengono date per esistenti già
nella primavera ‘44 quando ancora non erano state costituite: ed è per
questo che io raccomando sempre, dal punto di vista filologico, un’attenzione particolare nella lettura di questa documentazione, perché, nel
vuoto di studi sulla RSI, essa ha alimentato travisamenti e distorsioni),
ma il vero centro decisionale è la Guardia Nazionale Repubblicana. È la
GNR che decide chi punire, chi arrestare, chi ammazzare, mentre le Brigate Nere veneziane restano sullo sfondo perché sono attraversate da
una serie di tensioni interne.
Allora, un punto chiave è indagare sulla pluralità delle istituzioni attive nel territorio, per valutare quale sia la reale distribuzione del potere
che può essere in un luogo rappresentato dal Prefetto (denominato ora
Capo della Provincia), mentre in un altro può essere personificato dal
comandante della Guardia Nazionale Repubblicana o dal Questore, in
un altro dal podestà o dal commissario federale.
Perché avviene questo? Perché la RSI si caratterizza come una compagine statale, reale o “fantoccio” lo vedremo dopo, che, oltre a soffrire
la mancanza di una solida e credibile autorità centrale, non dispone di
un territorio stabile, ha confini provvisori e in continuo movimento, sia
a sud che a nord. È un aspetto assai rilevante, perché ogni giorno che
passa la Repubblica sociale perde rilevanti porzioni di giurisdizione a
sud, mentre a nord est un ampio territorio “di fatto” le è stato sottratto
con la costituzione delle due zone d’operazioni dell’Alpenvorland e dell’Adriatisches Küstenland.
Si registra pertanto una progressiva concentrazione del potere
all’interno delle tre maggiori regioni del nord Italia, e particolarmente
nel Veneto che geograficamente è la porta d’uscita per le truppe tedesche, attraverso i valichi del Brennero e di Tarvisio. È chiaro che nella
nostra regione – e ciò riguarda particolarmente le province strategiche
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di Verona e Vicenza – c’è un forte interesse di controllo, anche da parte
tedesca, che matura maggiormente nel corso del conflitto e non è un caso che il comando generale della X Mas viene ad arrendersi agli americani a Valdagno.
La provincia vicentina acquista una nuova fisionomia anche per gli
spezzoni di apparati e di ministeri che, nella diaspora dell’8 settembre,
trovano collocazione nel Veneto che definirei per questo periodo “ministeriale”, perché Salò, pur passata alla storia come il luogo del potere del
fascismo repubblicano, ha un ruolo assai marginale nella geografia amministrativa della RSI. Nei pressi di Salò (Gargnano, Maderno, Bogliaco, Desenzano) ci sono i centri politici del Partito fascista repubblicano,
la residenza di Mussolini, alcuni spezzoni del ministero degli Esteri, della Cultura Popolare e della Presidenza del consiglio. In realtà la maggior
parte della burocrazia che ha scelto di trasferirsi al Nord al seguito della
fascismo repubblicano trova collocazione soprattutto nel Veneto. Venezia è sede di importanti ministeri, in laguna arrivano anche le strutture e
i teatri di posa di Cinecittà. A Padova trova casa il ministero dell’Educazione Nazionale. A Verona si trasferisce il ministero delle Comunicazioni. Non sono scelte casuali. Certo, nei primi giorni susseguenti all’armistizio se ne pensano di tutti i colori, e si parla di Cortina, di Belluno o
anche Vicenza come possibili capitali della RSI, ma poi, tutto sommato,
gran parte delle collocazioni effettivamente attuate ha una logica precisa.
Così il ministero delle Comunicazioni si insedia nella città scaligera che
è uno snodo nevralgico del sistema viario e infrastrutturale italiano. Il
ministero dell’Educazione Nazionale a Padova, sede di una prestigiosissima università.
Del tutto casuale appare invece la scelta di collocare alcuni spezzoni
di amministrazioni centrali nel vicentino. Sono scelte che ho provato ad
analizzare anche dal punto di vista delle possibili motivazioni logistiche,
ma mi sono egualmente risultate di difficile comprensione. Non è chiaro
perché a Montecchio Maggiore, sulla direttrice che dal lago di Garda porta a Venezia, venga insediato il sottosegretariato alla Marina – nel quale
non ci lavorano mica in pochi, tra personale militare e civile – o perché
Vicenza sia sede della redazione del periodico “Marina Repubblicana”,
causando, tra l’altro, il malumore dei marinai distaccati a Venezia. Tuttavia il sottosegretariato di Montecchio (una struttura, peraltro, quasi
superflua poiché la marina militare rimane sostanzialmente fedele al governo regio) il 23 luglio 1944 è oggetto di una delle iniziative belliche più
importanti compiute da una formazione partigiana, iniziativa che ri-
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scuote successo anche per l’incapacità da parte dell’autorità di comprendere lo sviluppo e la forza del movimento partigiano.
Anche su questo punto è bene intendersi: quand’è che il fascismo repubblicano acquista realmente percezione della forza del movimento
partigiano? Quand’è che l’elemento partigiano viene considerato un pericolo concreto e reale e non unicamente teorizzato come tale dagli organi della propaganda fascista. È un aspetto che meriterebbe qualche
approfondimento, anche per il vicentino che ha vissuto vicende resistenziali importanti.
Come dicevo, il sottosegretariato alla Marina è un organismo marginale. Questo a differenza di altre strutture i cui poteri sono veramente
effettivi, tant’è che in alcuni casi hanno continuità anche alla caduta del
fascismo. Faccio dei nomi piuttosto importanti, Vittorio Ronchi e Paolo
Albertario che sono coloro che hanno in mano il granaio, l’alimentazione
del nord Italia, che ha allora una popolazione di circa venti milioni di persone. Alti dirigenti del ministero dell’Agricoltura durante la RSI (Ronchi
solo per un breve periodo), lo rimangono anche all’indomani della Liberazione perché incaricati dal CLNAI il 27 aprile ‘45 di gestire la politica
alimentare per l’Italia settentrionale.
Quindi sono ministeri che appartengono ad uno Stato che, per molti
aspetti, può considerarsi “fantoccio” – definizione determinata dalla
scarsa autonomia decisionale (la RSI si inserisce negli spazi lasciati vuoti
dall’occupante tedesco, e credo che su questo tutti gli storici siano
d’accordo), dalla mancanza, come ricordavo, di un territorio stabile e definito, e non disponendo neppure di una costituzione o una carta fondamentale che rompa con il precedente ordinamento statuale – ma che
detiene dei poteri sostanziali. Ora dal dopoguerra si sono affermati alcuni paradigmi interpretativi, soprattutto di natura tecnico-giuridica, che
hanno un po’ annebbiato la vista nella valutazione complessiva della RSI.
Se qualcuno ha la bontà di sfogliare qualche rivista giuridica dell’immediato dopoguerra difficilmente troverà l’esperienza della Repubblica
sociale, perché i giuristi ritennero che come stato “fantoccio” non meritasse attenzione. Ma così si ha un giudizio distorto di una realtà complessa, dove alcune funzioni statuali sono state effettivamente svolte.
Nel vicentino, oltre al sottosegretariato alla Marina, si collocano altri
spezzoni di ministeri. Uno, seppure per breve tempo, è il sottosegretariato all’Aeronautica (ho dimenticato di ricordare che i precedenti ministeri militari nella RSI vengono sciolti e sostituiti da sottosegretariati) che
trova a Bassano la sede per alcune delle sue direzioni generali. Ma so-
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prattutto c’è a Valdagno la direzione generale della Pubblica Sicurezza
che, naturalmente, mantiene un ruolo di assoluta importanza. È una
presenza discreta, perché la P.S., durante la RSI, lavora con cautela e
prudenza avendo una sua capacità di leggere gli avvenimenti, di considerare assai probabile la sconfitta del nazifascismo e quindi di operare anche in vista del postfascismo.
Giochi sporchi, crudeli, azioni repressive contro i partigiani e contro
la popolazione civile non furono effettuate dalla Polizia di Stato (o perlomeno le questure non sono da considerare tra i persecutori accaniti),
ma da altri corpi e organismi repressivi (GNR, Brigate Nere, le varie
Bande Carità, Koch, Finizio, Bernasconi) e così la P.S. si garantì un passaggio “morbido” nel dopoguerra. A Venezia, per esempio, su 366 imputati processati dalla Corte d’Assise Straordinaria per reati collegati al
collaborazionismo non troviamo un questore, un vicequestore, un dirigente importante della P.S., ma solo sette modesti agenti ausiliari.
La Pubblica Sicurezza a Valdagno, lontana dal centro politico che è
dall’altra parte del lago di Garda, meriterebbe un attento studio, tanto
più che all’interno di quegli uffici operò un certo signor Leto, che molti
di voi conosceranno, eminenza grigia dell’OVRA e della polizia politica
fascista.
Anche lui gioca su varie sponde fino a proporsi direttamente al CLN
nel ‘45 per salvaguardare gli archivi del ministero degli Interni trasferiti
da Roma a Valdagno. Come abbiamo visto per Ronchi e Albertario, solo
per citarne alcuni, anche Leto esercita un considerevole potere di contrattazione. Il disporre degli archivi del ministero degli Interni, o di altre
amministrazioni, offriva anche uno strumento di pressione nei confronti
di non pochi personaggi della nuova classe dirigente.
Insomma la Pubblica Sicurezza, che durante il ventennio fascista ha
avuto un ruolo di primo piano nel consolidamento del regime, nella RSI
agisce per così dire nella penombra, senza mai esporsi.
Ci sono poi, sparsi nella provincia vicentina diversi enti, associazioni,
confederazioni che testimoniano anche l’interventismo statale e parastatale realizzato dal fascismo sul finire degli anni Venti e negli anni Trenta.
Dopo l’8 settembre anche queste strutture, quasi meccanicamente, vengono trasferite al Nord. A Thiene arrivano l’Associazione Nazionale Enti
Economici dell’Agricoltura, l’Ente Economico per la Zootecnia, l’Ente
Economico della Cerealicoltura, l’Ente Economico della Ortofloricultura,
l’Opera Orfani Anormali Psichici, mentre a Vicenza si concentrano l’Associazione Nazionale Consorzi Macellai per le carni, l’Ente per la Distilla-
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zione Materie Vinose, l’Opera Nazionale Dapolavoro, l’Unione Famiglie
Numerose, ed a Santorso la Società Anonima Importazione Bestiame.
Naturalmente è difficile stabilire quanto questi uffici – alcuni dei quali
nell’estate del 1944 furono trasferiti in Lombardia – abbiamo mantenuto
una reale operatività. Probabilmente qualche notizia in merito la si può
trovare effettuando delle ricognizioni negli archivi comunali, in particolare quello di Thiene.
Chiudo, sul punto per me più significativo, che è svincolato dall’aspetto propriamente politico o ideologico. La comparsa nel Veneto di
funzionari e burocrati, prima stanziati a Roma, ai quali furono concesse
indennità economiche stratosferiche, supplementi e gratifiche di vestiario o alimentari, non passò inosservata.
Dal gennaio ‘44 sui tavoli di Mussolini, dei ministri e di alti dirigenti
della RSI arrivarono, prima con poca frequenza e poi sempre più numerose, lettere di cittadini (ma anche di autorità locali) che si lamentavano
che i “foresti”, soprattutto i “romani” (il burocrate centrale viene subito
identificato e classificato come “romano”), godevano di una serie di privilegi mentre la popolazione civile per avere un po’ di latte o di grassi era
costretta a fare i salti mortali.
Questa è una polemica che sottotraccia dura sino (ed oltre) al ‘45 e
che denota delle sensibilità particolarmente pronunciate nella società
veneta, la quale aveva sì buone ragioni per denunciare di essere indifesa,
al contrario del personale trasferito, rispetto all’inflazione e al carovita,
ma indica anche degli atteggiamenti che torneranno in superficie parecchi anni dopo.
E difatti in un momento più recente della nostra storia, quello degli
anni Ottanta e Novanta, anch’esso di crisi dell’assetto politico (la disgregazione della DC, sino allora dominante) si torna a indirizzare la polemica prevalentemente contro i “romani” e i “foresti”, considerati non solo
estranei al territorio, ma prevaricatori e “ladroni”.
Il sorgere di questi umori è un aspetto che le carte della RSI denunciano con chiarezza. Nel ventennio fascista difficilmente si troverà una
protesta perché un intendente di finanza, o qualche altro funzionario
statale di stanza nel Veneto, proviene da Bari o da Palermo. Nei due anni
della RSI, invece, in quel vuoto di potere dove tutti si sentono legittimati
ad avere una voce, affiora questo fenomeno che, ripeto, tornerà con forza, e con altre prospettive politiche, nel Veneto degli anni Ottanta e Novanta.
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Ecco, questo aspetto mi ha offerto particolari suggestioni che se sviluppate, attraverso verifiche sul campo, possono aggiungere qualcosa di
nuovo alla conoscenza del nostro territorio durante e dopo il 1943-1945.
Manifesto del Capo della Provincia, 25 aprile 1944
La repressione militare tedesca
nel vicentino
di Luca Valente
La politica di repressione militare messa in atto dalle autorità tedesche in Italia dipese in larga misura dalle fasi di sviluppo dell’attività
partigiana. Anche per quanto riguarda la provincia di Vicenza (qui l’argomento è affrontato in un’analisi parziale ed appena abbozzata) possiamo dire sostanzialmente lo stesso. Dopo l’effettiva occupazione del
territorio vicentino – tra il 10 ed il 12 settembre del ‘43 – segue un periodo di relativa calma. Le unità stabilitesi inizialmente, anzi, passata la
prima fase di normalizzazione, vengono addirittura ridotte: alcune partono per il fronte o vengono assegnate ad altre zone. Nei primi mesi il
controllo del territorio è compito di forze tutto sommato esigue. Si cercano soprattutto antifascisti e badogliani, o ex prigionieri di guerra alleati fuggiti dai campi di detenzione.
La prima operazione di un certo livello contro un movimento partigiano agli albori è quella effettuata tra il 14 ed il 17 ottobre 1943 dalle
truppe da montagna (Gebirgsjäger) stanziate a Schio: la zona interessata comprende alcune contrade di Torrebelvicino, Valli e Tretto. Vi sono
un ferito grave ed una quarantina di arresti. Una seconda operazione
viene effettuata sull’Altopiano di Asiago il 10-12 gennaio 1944 ancora da
truppe da montagna, unità campali della Luftwaffe e forze fasciste. Sono
rastrellati i paesi di Conco, Fontanelle e Rubbio: quattro degli arrestati
vengono condannati a morte a Marostica il 14 gennaio. A proposito dell’impiego di uomini della Luftwaffe: diverrà una costante. Il personale di
terra degli aeroporti, della Flak (la contraerea), delle officine tecniche,
costituisce infatti un vasto serbatoio al quale attingere per operazioni di
controguerriglia.
In primavera la situazione comincia a cambiare: le formazioni partigiane, a causa anche dei bandi di reclutamento di Salò, si ingrossano repentinamente e danno il via alla lotta armata. Comincia una serie di azioni sul territorio collinare e montano, dove i partigiani ricevono i primi
aviolanci dagli alleati. In Valleogra, ad esempio, la reazione tedesca porta ai due ravvicinati rastrellamenti del 30 aprile e del 18 maggio 1944
nell’area del Tretto. Nel primo, per il quale sembra potersi riconoscere la
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nell’area del Tretto. Nel primo, per il quale sembra potersi riconoscere la
partecipazione di reparti del 3° Battaglione del 12° Reggimento SS di Polizia di Verona, vengono bruciate alcune abitazioni a S. Caterina e fucilato il padre di un partigiano (tra l’altro il giorno precedente la seconda
operazione, il 17 maggio, va registrato uno scontro a fuoco tra partigiani
e una pattuglia di bersaglieri, in missione per ordine del locale Comando
tedesco, sempre al Tretto). Il 28 aprile, invece, abbiamo un’operazione
nell’area di Recoaro: per l’uccisione di un militare sono bruciate le contrade Storti, Cornale e Pace, oltre 500 persone rimangono senza un tetto. Il rapporto tedesco relativo a quel giorno, peraltro, parla di 7 partigiani fucilati, 3 catturati e 307 civili arrestati nella zona di Recoaro; di
due partigiani uccisi e 12 catturati, contro un morto e due feriti, in un’azione nella stessa zona successiva di dieci giorni. Gli organi di sicurezza
tedeschi individuano inoltre, a partire da metà maggio, consistenti forze
partigiane nell’area tra Schio e Asiago, dove viene lanciata l’operazione
“Montebello”, che porta all’arresto di 37 sospetti partigiani.
Si tratta comunque, fino alla fine di maggio, di una situazione assai
meno drammatica che in altre zone dell’Italia settentrionale. Le cose
cominciano veramente a cambiare a giugno ‘44, quando l’offensiva partigiana raggiunge un’intensità del tutto nuova. Pensiamo, per fare un esempio, alla prima quindicina del mese in Valleogra, dove tedeschi e fascisti devono subire una lunga serie di colpi di mano, agguati, esecuzioni
mirate, assalti, sabotaggi, con decine di perdite ad opera della neonata
Brigata “Garemi”. Il traffico militare che attraversa la vallata difficilmente transita indenne. Le fonti partigiane riportano addirittura azioni clamorose, di cui manca però, per alcune, la conferma da parte tedesca: la
cattura dei piani di un’arma segreta, dei progetti delle fortificazioni prealpine, di una missione diplomatica giapponese (si trattava in realtà di
rappresentanti commerciali dell’industria bellica nipponica). È sicura,
invece, l’eliminazione di un alto ufficiale, il tenente colonnello Schneider, il 15 luglio, nei pressi del passo di Pian delle Fugazze. Sul piano dello sfruttamento economico delle risorse un duro colpo sono, a metà giugno, i sabotaggi alle centrali elettriche della vallata che forniscono energia agli stabilimenti militarizzati. Ancor più pesante il sabotaggio al cementificio di Schio, che blocca la preziosa produzione di cemento per diverse settimane. Una quindicina di atti analoghi di sabotaggio si verificano pochi giorni dopo anche nella zona di Recoaro-Valdagno.
I rapporti tedeschi di metà giugno indicano che tutta l’area tra Bellu-
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no, la Valsugana, Rovereto, Schio, Bassano e Vittorio Veneto è «fortemente perturbata dalle bande». Un rapporto del 29 giugno 1944 dell’Armeegruppe von Zangen, che controlla il confinante Alpenvorland,
dice: «Non si tratta più di gruppi isolati, bensì di un vero e proprio movimento insurrezionale, organizzato e condotto militarmente dal nemico, secondo i criteri della guerriglia alle spalle del fronte. […] La guerriglia si è accresciuta particolarmente intorno al Pasubio, per impedire la
costruzione delle opere di fortificazione della “barriera prealpina”. […]
L’estensione dei focolai di resistenza rivela la chiara volontà di interrompere le vie di rifornimento dal Reich. Le contromisure prese sono attualmente insufficienti, ma anche se fossero draconiane non si riuscirebbe a pacificare il territorio».
Scatta il cosiddetto giro di vite. Gli ordini partono in alto, dove è in
atto uno scontro tra Kesselring, che vuole il controllo della repressione, e
Wolff, che non vuole rinunciare all’autonomia di SS e Polizia. Si giunge
ad un compromesso: le direttive saranno emanate da Kesselring, quindi
dalla Wehrmacht, ma il responsabile dell’attuazione sarà Wolff. Ne fa le
spese il terzo organismo tedesco in Italia, ovvero l’autorità amministrativo-militare del generale Toussaint, che ha giurisdizione sul territorio
occupato escluse la zona del fronte e le Zone d’operazione: in sostanza le
Militärkommandanturen perdono potere nella lotta alle bande. Va detto
che il Comando di Piazza di Vicenza e i vari presidi dispongono già di
forze utilizzate per il controllo del territorio e per azioni di controguerriglia, soprattutto, le Alarmeinheiten (Unità d’allarme) e gli Jagdkommando (Commando caccia). Si tratta di speciali reparti di immediato
impiego, tratti dalle varie unità di presidio ed impegnati anche in missioni di vera e propria controguerriglia nei territori controllati dalle
formazioni partigiane. Sono anche i reparti incaricati della ritorsione
immediata: ad esempio l’eccidio di Borga di Fongara dell’11 giugno, con
17 vittime, è scatenato dal Commando caccia di Valdagno agli ordini del
tenente Stey. La rappresaglia è dovuta all’uccisione del sergente Hermann Georges, che apparteneva allo speciale reparto di incursori “Cacciatori del mare Brandeburgo” (poi diventato Lehrkommando 700) di
stanza nella città laniera.
Al 1° giugno 1944 l’organigramma delle forze di primo impiego comprende 12 Commando caccia: tre a Vicenza, due a Thiene, uno ciascuno
a Schio, Marano, Valdagno, Recoaro, Arzignano, Marostica, Lonigo. In
tutto 328 uomini. A Vicenza operano un distaccamento dell’aeroporto
militare, uno del genio ferroviario e un reparto tratto da un battaglione
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della riserva. A Thiene e Marostica squadre della contraerea. A Valdagno
ed Arzignano due reparti addetti a trasmissioni ed avvistamenti aerei. A
Lonigo un gruppo della Compagnia d’allarme corazzata, che dispone di
mezzi di fabbricazione italiana (si trattava del Panzer Ausbildungs Abteilung Süd, un reparto corazzato di addestramento che fungeva anche da
unità di pronto intervento. Il reparto, nel giugno del 1944, era pronto a
muovere un plotone di 80 uomini e due ufficiali con mezzi italiani: 4
carri P40, 4 semoventi L40 e 4 M42, due autoblindo AB41). Numerosa
l’unità di Recoaro: 102 uomini della 1ª Comp., 3° Btg., 12° Rgt. SS di Polizia. Scendendo più nel dettaglio, come esempio, il Commando caccia
del 263° Btg. Orientale di Marano Vicentino è comandato dal sottotenente Schrick e può contare su tre sottufficiali e 30 uomini, con due autocarri, armati di due mitragliatrici e un mortaio; a Schio il maresciallo
Peters comanda 27 uomini appartenenti ad un reparto cantieristico da
campo della Luftwaffe, fornito di un autocarro, una motocicletta, tre mitragliatrici e quattro mitra.
Il compromesso prima accennato rimescola le carte. Il territorio viene
diviso in “Settori di sicurezza”, affidati a “Comandanti di sicurezza”, unici responsabili locali della controguerriglia. Il 2 luglio, mediante ordine
di Wolff, il capitano Fritz Buschmeyer, comandante del 263° Btg. Orientale, viene nominato Comandante di sicurezza del Settore Vicenza-Nord.
L’area in questione comprende i centri di Recoaro, Valdagno, Arzignano,
Schio, Piovene Rocchette, Arsiero, Marano Vicentino, Thiene, Marostica, Bassano del Grappa ed Asiago, ed è divisa in due sottosettori: quello
“Ovest”, con una propria sede a Valdagno, quello “Est” a Bassano. “Unico” compito di Buschmeyer è la lotta alle bande, e per assolverlo ha a disposizione assoluta tutte le unità che si trovano nel Settore, cioè reparti
della Wehrmacht, della Luftwaffe, delle SS, di Polizia, dell’Organizzazione Todt, formazioni italiane. Gli ordini operativi sono precisi e categorici: ogni unità deve farsi trovare pronta e all’erta, ed è responsabile
dell’invio di un rapporto immediatamente dopo ogni atto di forza delle
bande, con l’indicazione chiara di tutti i provvedimenti presi. Sulla cosa
si fa un esplicito richiamo: «Non deve pervenire alcuna relazione che
non contenga le contromisure adottate».
Il Btg. di Buschmeyer, composto da europei orientali, soprattutto
russi e ucraini, comandati da ufficiali tedeschi, è stato trasferito il 17
maggio dal Piemonte nel vicentino, su ordine del generale Plenipotenziario della Wehrmacht in Italia, ovvero Toussaint. Inizialmente, dunque, si è trovato sotto la direzione della Leitkommandantur Verona e
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quindi della dipendente Platzkommandantur di Vicenza. Comando e
grosso delle truppe sono acquartierati a Marano Vicentino, ma una
compagnia viene mandata a Santorso e vari nuclei a Schio e S. Antonio
del Pasubio; in autunno ci saranno trasferimenti anche ad Arsiero e sull’Altopiano di Asiago. La prima operazione investe proprio l’Altopiano, il
4-5 giugno, in collaborazione con una compagnia del 3° Btg. 12° Rgt. SS
di Polizia e forze fasciste. Il 16-18 giugno è impegnato in Valleogra:
l’operazione “263” culmina con l’attacco alla contrada di Vallortigara.
Sono i russo-ucraini che catturano Bruno Brandellero e lo portano a Marano, dove viene torturato ed ucciso; sono loro che fanno sparire nel nulla un ex carabiniere mantovano, Guido Vigoni, e seviziano senza pietà
un suo collega, Renzo Ghisi, trascinato per chilometri da un carretto. È il
terrore, anche per la gente comune: sono oltre un centinaio gli ostaggi
incarcerati e minacciati. D’altronde Kesselring ha appena emanato la sua
famosa direttiva, che garantisce l’impunità agli ufficiali subalterni nell’effettuazione delle rappresaglie: «La lotta contro i partigiani deve essere combattuta con tutti i mezzi a nostra disposizione e con la massima
severità. Io proteggerò quei comandanti che dovessero eccedere nei loro
metodi». Ad esempio a Valdagno ne fanno le spese, il 3 luglio, sette antifascisti fucilati per rappresaglia dopo l’uccisione alla Ghisa di Montecchio del tenente Walter Führ, del “Reparto trasmissioni aeree per impieghi speciali n° 11”, dislocato con la 4ª Compagnia a Valdagno. Pochi
giorni dopo è la Val Chiampo ad essere investita da un vasto rastrellamento, con 4 partigiani e parecchi civili trucidati.
Nonostante la “pacificazione”, il pericolo partigiano continua ad essere fortemente percepito dai tedeschi. Ad inizio agosto, ad esempio, la
Platzkommandantur di Vicenza interviene sulla sicurezza, lamentandosi
coi vari presidi che diversi punti di appoggio sono stati scardinati dai
banditi, e che truppe e ufficiali sono stati catturati perché non era stata
prestata sufficiente cura alle misure di sicurezza. Viene ordinato di procedere al rinforzo delle postazioni e di incrementare i servizi di guardia.
Negli stessi giorni Wolff ordina che sia rinforzata la protezione ai depositi di carburante, e dispone l’assoluto divieto di circolare senza scorta in
territori occupati da bande. Intanto, in seguito a dei colloqui tra la Platzkommandantur ed un incaricato del vescovo, i tedeschi esigono che
sia regolamentato il suono delle campane: si accusa il clero di essere
connivente coi ribelli.
Il 263° Battaglione Orientale torna in azione il 26 agosto 1944: Buschmeyer ed i suoi, si legge nei rapporti, distruggono un “centro di ban-
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de” a Marola di Chiuppano dichiarando di aver ucciso 11 ribelli e di aver
arrestato 65 sospetti senza riportare perdite (esistono le foto dei cadaveri di due partigiani, Tarquini e Urbani – era in corso un trasferimento da
Raga all’Altopiano – seviziati dai russo-ucraini). Nel frattempo vi sono
stati un grosso scontro sul Pasubio a fine luglio ed il grande rastrellamento della Val Posina, il 12-14 agosto, di cui si sa poco o niente da fonti
tedesche. L’episodio più conosciuto a riguardo è chiaramente quello di
Malga Zonta, dove si ha la maggior parte dei 27 morti partigiani o civili
di quei giorni. Sicuramente il Btg. Orientale prese parte alle operazioni,
assieme ad altre unità germaniche, al Corpo di sicurezza trentino, a reparti fascisti.
A questo punto le forze d’occupazione hanno riacquistato una certa
supremazia sul territorio. Il 4 settembre Buschmeyer riceve una comunicazione dalla “Sezione lotta alle bande” del Quartier Generale di Wolff:
in sostanza, grazie alla posizione di forza ottenuta (si parla di «incipiente stanchezza delle bande e spossatezza della popolazione»), si ordina
che ogni tentativo di trattativa sia respinto, a meno che i ribelli non intendano arrendersi immediatamente. Ma è un successo effimero: l’offensiva partigiana riprende poco dopo vigore. Ed immediatamente si
scatena la reazione, più feroce che mai. È il ciclo dei grandi rastrellamenti di settembre, che provoca nel complesso centinaia di morti e feriti.
Si parte con l’operazione “Hannover” sull’Altopiano di Asiago il 5-7
settembre, sfociata nella battaglia di Granezza: vi prendono parte a fianco di unità fasciste (Brigate Nere, Legione Tagliamento) i soliti russoucraini. Il 9 è la volta del rastrellamento alla Piana di Valdagno (stesse
formazioni); qualche giorno dopo, tra il 12 ed il 14, tocca alle valli del
Chiampo e ai Lessini. È l’operazione “Pauke” (Timpano), condotta contro la Brigata Pasubio di Marozin, che viene scardinata. Esiste anche un
ordine operativo di tale operazione: vi partecipano il Btg. Orientale, forze della Gendarmerie e due Compagnie dell’Einsatzkommando Bürger.
Quest’ultima è un’unità speciale antipartigiana comandata dal colonnello delle SS Karl-Heinz Bürger, da poco nominato da Wolff responsabile
della sicurezza per il Veneto e la Lombardia orientale. Dopo tale azione
può stabilirsi a Recoaro nientemeno che il Comando di Kesselring. Il rastrellamento più conosciuto, e disastroso per le formazioni della Resistenza, è però quello sul Grappa, l’operazione “Piave”, effettuata tra il 19
ed il 26 settembre – a danno delle Brigate “Italia Libera” e “Matteotti” e
del Battaglione “Montegrappa” della “Gramsci” – dal 2° Btg. del Rgt. SS-
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Polizei “Bozen”, da unità del Rgt. SS-Polizei “Alpenvorland” e dal Reggimento di Sicurezza della Luftwaffe “Italien” del tenente colonnello
Dierich. Le conseguenze sono tragiche per le forze partigiane, che optano per una difesa rigida sul posto. I resoconti tedeschi riportano 385
perdite inflitte al nemico. A tutte queste operazioni partecipa anche la
Legione Tagliamento, che dipende direttamente da Wolff.
Un’analisi dei grandi rastrellamenti di fine estate meriterebbe un approfondito trattamento. In generale va detto che le operazioni di settembre causano grossi disastri alle formazioni partigiane. D’altronde
viene impiegato qualche migliaio di uomini contemporaneamente, non
più centinaia come nelle azioni di qualche mese prima. In conseguenza
di ciò, essendo il territorio passato nuovamente, per la maggior parte,
sotto il controllo dell’occupante, quando Kesselring ordina la “Settimana
di lotta alle bande” (8-14 ottobre) il vicentino sembra essere esente da
grosse operazioni. A dir la verità un nuovo rastrellamento lo si trova indicato nei rapporti tedeschi ai primi di ottobre, l’operazione “Settimana
verde”, con l’impiego dell’Einsatzkommando Bürger, unità addestrative
delle SS, un reparto di sicurezza del Corpo Trasporti Speer, forze della
Gendarmerie. Un’ulteriore azione si svolge successivamente nel territorio fra Monte Piano-Priabona-Monte di Malo-Raga, ai primi di dicembre: vi prendono parte reparti fascisti, unità della Luftwaffe, i russoucraini e la 9ª Compagnia della “Legione India Libera”, comandata dal
capitano Walter Tödt. Si tratta, quest’ultimo, di un reparto assai particolare, composto da indiani presi prigionieri in Nordafrica ed entrati volontari nella Wehrmacht. Dopo l’impiego al fronte sud, che ha dato scarsi risultati, tali truppe sono state dirottate a proteggere le linee di comunicazione in Veneto e nel vicentino.
Con l’inverno, comunque, la situazione si è stabilizzata: la stagione rigida limita la ripresa dell’attività di guerriglia, molti partigiani si sistemano alla Todt, e oltretutto l’arretramento del fronte sulla Linea Gotica ha
portato in Veneto moltissime nuove truppe e comandi di retrovia, il che
consiglia prudenza; gli stessi tedeschi, infine, si rendono conto che il pugno di ferro non ha comunque dato i risultati sperati, anzi è stato alla fine controproducente. Negli ultimi mesi di guerra, dunque, si riduce la
violenza dei metodi repressivi, anche se in modo incostante. Per la verità
direttive più morbide erano state stabilite dal Comando supremo della
Wehrmacht fin dall’estate precedente, ma erano state bloccate da Kesselring, che anzi ancora a febbraio del ‘45 emana ordini assai restrittivi
poi sospesi dal suo successore, von Vietinghoff.
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Completamente diverso, infine, sarà lo scenario delle ultime due settimane di guerra: per i tedeschi ritorna vitale il controllo del territorio,
onde garantirsi una sicura ritirata, per cui lo scontro con le formazioni
partigiane divamperà nuovamente feroce e violento, talvolta con tragiche conseguenze.
Tedeschi in rastrellamento a Valli del Pasubio, 17-18 giugno 1944
Reparti tedeschi a Valdagno
(agosto 1943-aprile 1945)
di Maurizio Dal Lago
Nonostante il fondamentale lavoro del 1963 di Enzo Collotti su L’Amministrazione militare tedesca nell’Italia occupata 1943-1945, le indagini settoriali e analitiche sulla natura e sulla dislocazione delle truppe
tedesche in Italia durante la Repubblica di Salò non sono state molte. È
pesata a lungo, infatti, l’identificazione solo in negativo, come “naziste”,
delle truppe tedesche occupanti e, proprio per questo, non meritevoli di
ulteriori approfondimenti.
Così le varie storie della Resistenza sono pressoché prive, paradossalmente, della documentata conoscenza proprio di coloro contro i quali
si combatteva e si resisteva.
Anche la sintesi della Resistenza nel vicentino di Ernesto Brunetta
apparsa nella Storia di Vicenza del 1991 non dedica alcun cenno alla
consistenza, alla natura e alla dislocazione delle truppe tedesche nel nostro territorio, alla cui conoscenza apre la strada, nello stesso volume,
1
solo un breve e tuttavia importante contributo di Maddalena Guiotto .
Dobbiamo attendere gli anni più recenti per trovare studi locali che
segnalino nel dettaglio i nomi dei reparti tedeschi, le loro azioni e i loro
2
rapporti con le popolazioni dei centri della nostra provincia . Obiettivo
di questo contributo è portare ulteriori elementi di conoscenza sulla
struttura dell’occupazione militare tedesca a Valdagno.
1
M. GUIOTTO, L’occupazione tedesca, in Storia di Vicenza, IV/1, a cura di F. Barbieri e
G. De Rosa, Vicenza, Neri Pozza, 1991, pp. 141-153.
2
M. DAL LAGO e G. TRIVELLI, 1945. La fine della guerra nella valle dell’Agno, Valdagno,
s.n., 1999; L. VALENTE, Una città occupata. Schio-Val Leogra settembre 1943-aprile
1945, Schio, Menin Edizioni, 1999-2000; ID., L’ultima battaglia. La conclusione della
guerra a Schio e nell’alto vicentino nel diario del maggiore dei paracadutisti Otto Laun
22-30 aprile 1945, Schio, Menin Edizioni, 2002. Vedi anche H. VON VIETINGHOFFSCHEEL, La fine della guerra in Italia. Appunti dell’ultimo comandante in capo tedesco
in Italia (Recoaro, ottobre 1944-aprile 1945), a cura di P. Hattenkofer, A. Massignani e
M. Dal Lago, Valdagno, Lions Club Valle dell’Agno, 1997.
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1. Il “Luftnachrichten Betriebsabteilungen zur besonderen Verwendung 11”
Tra l’agosto del 1943 e l’aprile del 1945 furono acquartierate a Valdagno tre unità tedesche. La prima a giungere, tra il 15 e il 20 agosto 1943,
fu un’unità appartenente alla Luftwaffe. Si trattava del Luftnachrichten
Betriebsabteilungen zur besonderen Verwendung 11 (Reparto trasmissioni e controllo di volo per impieghi speciali 11).
Nella primavera-estate del 1943 esso era stanziato nella provincia di
Poznan: comandato dal tenente colonnello Friederich Silomon, era
strutturato su quattro compagnie, per un totale di circa mille uomini.
Nell’estate del 1943 fu trasferito in Italia settentrionale in attuazione del
piano di invasione “Asse”. A quell’epoca il reparto era passato sotto il
comando del tenente colonnello Fritz Trippe, che era nato a Reichenbach, nella bassa Slesia.
A Valdagno furono dislocati lo stato maggiore del reparto, la 4a compagnia e la colonna delle attrezzature. In tutto circa 400 uomini. La 1a
compagnia al comando del tenente Schufred fu mandata a Dobbiaco; la
2a compagnia, comandata dal capitano Khun, era dislocata a Padova; la
3a compagnia con il tenente Boguniewski si trovava a Verona. Dipendevano inoltre dal reparto la 4a compagnia del 28° reggimento trasmissioni aeree al comando del capitano Klein, di stanza a Milano, e la 5a compagnia del 35° reggimento trasmissioni aeree sotto il comando del te3
nente Jonigk ad Arzignano .
Il Luftnachrichten Betriebsabteilungen aveva il compito di garantire
l’allestimento dei cosiddetti posti di comando tattico, di curare l’impianto e la manutenzione dei collegamenti radio e telefonici tra le varie
unità della Wehrmacht, nonché di fornire informazioni aggiornate sul
movimento dei propri aerei e di quelli del nemico. Gerarchicamente esso
dipendeva dal Comando Traffico Volo tedesco, che si era trasferito da
4
Treviso all’aeroporto Dal Molin di Vicenza il 1° agosto 1943 .
Per acquartierare la truppa a Valdagno furono requisite la settecentesca villa Valle, le sedi della GIL maschile e femminile, quella del Ginnasio pareggiato, alcune aule dell’Istituto industriale chimico-tessile.
3
Tutte le notizie riguardanti il reparto in oggetto sono tratte dal fascicolo V 518 AR
780/67 giacente presso il Bundesarchiv di Ludwigsburg.
4
G. VERSOLATO, Bombardamenti aerei degli alleati nel Vicentino, 1943-1945, NovaleValdagno, G. Rossato Editore, 2001, p. 142.
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In seguito, in previsione dell’arrivo a Recoaro del Comando superiore
Sud Ovest del Feldmaresciallo Kesselring, furono requisite anche le scuole elementari del capoluogo e delle frazioni, la villa padronale dei Marzotto e molte case private nel centro storico. I 14 ufficiali alloggiavano
5
all’hotel Pasubio . La sede del comando venne posta nella Casa del Fascio in piazza Dante (il Partito fascista repubblicano, una volta costituitosi il 25 ottobre 1943, dovette traslocare nelle stanze del palazzo Festari).
Vice comandante del reparto era il capitano con funzioni di maggiore
Karl Kurz. Aiutante presso lo stato maggiore era il tenente Gehrard Suder. La 4a compagnia era sotto la responsabilità del capitano Arthur Sackel, che aveva alle sue dipendenze il tenente Franz Hauser e il sottotenente Wartermann. Il tenente Josef Stey comandava la colonna delle attrezzature e, contemporaneamente, era addetto all’ufficio del presidio.
Ufficiale pagatore era il tenente Walter Führ, mentre la funzione di medico del reparto era svolta dal dr. Armin Schütte; il compito di interprete
fu affidato in un primo tempo al tenente Schultz e poi al caporale alto
atesino Enrico Zorzi.
Nel marzo del 1944 il colonnello Fritz Trippe fu sostituito dal maggiore Ludwig Diebold, un ingegnere austriaco nato a Vienna nel 1907. Infine, dal febbraio 1945, il reparto fu comandato dal tenente colonnello
Ludwig Hörger, che aveva come aiutante il capitano Lorenz.
Il comandante del Luftnachrichten Betriebsabteilungen era anche il
comandante del presidio di Valdagno, dal quale dipendevano tutti gli altri distaccamenti tedeschi dislocati nei centri della Valle dell’Agno: Recoaro, Cornedo, Castelgomberto, Brogliano e Trissino.
Lo Jagdkommando di questo reparto eseguì, secondo l’ordine del maggiore Diebold, la sanguinosa rappresaglia di Borga di Fongara (11 giugno
6
1944) . Sempre Diebol ordinò la fucilazione dei “Sette martiri” a Valda7
gno (3 luglio 1944) . Il reparto partecipò anche al rastrellamento di Pia8
na di Valdagno (Operazione Timpano, 9 settembre 1944) .
5
Archivio Comunale di Valdagno, sezione Resistenza (ACV/R), b. 1.
M. DAL LAGO e F. RASIA, Valdagno, marzo-giugno 1944. Dallo sciopero generale all’eccidio di Borga, Valdagno, Città di Valdagno, 2004, pp. 47-99.
7
M. DAL LAGO,Valdagno 3 luglio 1944. I sette martiri: Valdagno 3 luglio 1944, Valdagno, Comune di Valdagno, 2002.
8
G. ZORZANELLO (a cura di), Brigata Stella del gruppo di brigate garibaldine A. Garemi: resistenza sui Lessini. Archivio storico, 24 maggio-17 settembre 1944, Valdagno,
Biblioteca Civica, 1980, pp. 39-46; K. ZONTA, Il rastrellamento di Piana e di Selva di
Trissino, Valdagno, s.n., 2005.
6
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Il Luftnachrichten Betriebsabteilungen abbandonò il centro industriale valdagnese tra il 24 e il 25 aprile 1945, e si ritirò verso Bolzano al seguito del Comando superiore Sud Ovest del Generale Heinrich von Vietinghoff-Scheel che in quei giorni aveva lasciato a sua volta la sede di
Recoaro Terme, dove era arrivato nel settembre del 1944. Il giorno della
capitolazione, il 2 maggio 1945, il reparto si trovava a Brunico.
2. Il “Lehrkommando 700”
Nel gennaio del 1944 giunse in città il reparto “Combattenti del mare
Brandeburgo”, una formazione dell’Abwehr, il Servizio segreto militare
tedesco diretto dall’ammiraglio Wilhelm Canaris. Questa era una unità
di incursori subacquei la cui nascita si deve alle sollecitazioni di Alfred
von Wurzian, un ufficiale viennese, compagno di spedizioni del ricercatore marino austriaco Hans Hass.
La sua idea era di munire di bombole di ossigeno e di pinne gli incursori che dovevano essere condotti di notte da un sottomarino nelle vicinanze di porti nemici. Essi poi, avvicinatisi a nuoto agli obiettivi, avrebbero applicato il materiale esplosivo alle carene delle navi nemiche.
Wurzian aveva illustrato le sue idee alla Marina da guerra tedesca
nell’estate del 1942, ma in quel momento vennero accantonate perché gli
alti comandi puntavano sulle grandi navi da combattimento e, soprattutto, sui sottomarini. Per un piccolo gruppo come gli incursori subacquei
non si vedeva un reale utilizzo nonostante i successi degli incursori italiani.
Solo nel gennaio del 1943 il progetto di Wurzian fu ripreso e valutato
positivamente dall’Abwehr. Wurzian, pertanto, fu inserito nel Regiment
Brandenburg con l’incarico di costituire un gruppo di sabotaggio sottomarino. Ma il progetto procedette molto lentamente.
Nella primavera del 1943 il comandante della Decima Mas, Junio Valerio Borghese, incontrò Wurzian e lo invitò a partecipare all’addestramento degli uomini “Gamma”, una unità molto simile a quella cui stava
lavorando il Wurzian, che accettò l’invito e partecipò, nell’estate del
1943 a Quercianella-Sonnino, vicino a Livorno, al corso d’addestramento dei “Gamma”.
Nel gennaio del 1944 gli uomini selezionati per diventare incursori
marini furono mandati a Valdagno dove qualche mese prima erano
giunti anche i “Gamma” al comando del tenente di vascello Eugenio
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Wolk e del suo vice, il tenente, e medaglia d’oro al valor militare, Luigi
Ferraro.
A Valdagno, infatti, esisteva una piscina coperta adatta all’addestramento. Gli incursori tedeschi furono acquartierati nei locali del Dopolavoro Marzotto nel quale insisteva la piscina.
Il reparto, denominato “Combattenti del mare Brandeburgo”, era
formato da una quarantina di militari provenienti dalla marina, dall’esercito, dalla aeronautica (paracadutisti), dal servizio segreto e dalle SS.
Primo comandante dell’unità fu il capitano Neitzker del Servizio segreto
militare. Wurzian era il responsabile dell’addestramento. Nel marzo del
1944 Neitzker fu sostituito dal capitano Friedrich Hummel, sempre appartenente all’Abwehr.
Nel giugno del 1944 il reparto cessò di dipendere dal Servizio segreto
militare e fu assegnato alla Kriegsmarine. Di conseguenza il 21 giugno
1944 i “Combattenti del mare Brandeburgo” cambiarono denominazione, e assunsero il nome di Lehrkommando 700. Ne divenne comandante
l’ufficiale medico dr. Armin Wandel.
All’esterno, infatti, il commando era mascherato come centro di convalescenza per soldati nel quale i feriti venivano resi nuovamente abili
per il fronte attraverso molto sport ed attività fisica. La giornata dei sabotatori tedeschi cominciava alle 7 del mattino con due ore di piscina.
Poi seguivano tre ore di marcia e, nel pomeriggio, due ore di addestramento militare. Erano frequenti anche le marce sulle colline circostanti e
sulle pendici delle Piccole Dolomiti.
Oltre che a Valdagno, dove aveva sede il Lehrgangslager 704, il Lehrkommando 700 disponeva del campo d’addestramento (Lehrgangslager 701), sull’isola di S. Giorgio in Alga, nella laguna di Venezia, del
Lehrgangslager 702 a Bad Tölz e del Lehrgangslager 703 a List auf
Sylt. Alla fine di giugno del 1944 il quartier generale dell’LK 700 venne
trasferito da Valdagno a S. Giorgio in Alga, mentre comandante del
campo di Valdagno divenne il tenente di vascello Herbert Völsch.
Nel settembre 1944 gli appartenenti al Servizio segreto militare ed alle SS lasciarono il Lehrkommando 700 a causa dei numerosi conflitti di
competenza tra SS e Marina da Guerra.
Gli incursori delle SS fondarono un proprio gruppo segreto a Bad Tölz
sotto il comando del liberatore di Mussolini, l’SS-Obersturmbannführer
Otto Skorzeny, con il nome SS-Jagdkommando Donau. Wurzian, pur
appartenendo al Servizio segreto militare, rimase a Valdagno come responsabile dell’addestramento dell’LK 700. Nel novembre 1944 l’LK 700
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 54
9
venne ritirato dall’Italia e trasferito a List auf Sylt , località sulla costa
occidentale dello Schleswig, al confine con la Danimarca.
Il 16 settembre 1944, tre appartenenti all’LK 700 furono catturati dagli inglesi nelle acque davanti a Fano, dopo che la loro imbarcazione era
rimasta senza carburante. Il 20 settembre, i tre (Karl Heinz Kaiser, 24
anni; Herbert Arthur Kein, 21 anni e Oskar Otto Georg Kuehn, 25 anni)
furono interrogati a fondo dal servizio segreto alleato in quanto sospettati di una missione di sabotaggio contro le navi ormeggiate nel porto di
Ancona.
Sulla base delle informazioni date dai tre prigionieri, l’Intelligence
Section presso l’Headquarters delle Mediterranean Allied Air Forces
indicò, nel mese di ottobre del 1944, come possibile obiettivo di bombardamento l’Isola di S. Giorgio in Alga. Un mese dopo, il Servizio segreto alleato segnalò la presenza a Valdagno di una «School for Swimming
Saboteurs», composta di italiani e tedeschi, proponendone il bombardamento in quanto «the destruction of this school would greatly reduce
the risk to Allied Shipping in the Mediterranean Theatre» (23 novembre
10
1944) .
3. Il Reparto “Orianenburg”
Si è accennato che nel Lehrkommando 700 c’erano alcuni appartenenti alle SS. Questi erano una quindicina di uomini che provenivano
dal reparto Oranienburg, costituito nell’autunno del 1943 con elementi
che in precedenza avevano condotto pesanti e sanguinosi scontri con i
partigiani in Croazia e che erano stati puniti e degradati al fronte per i
più diversi motivi. Costoro dovevano “riabilitarsi” attraverso una “prova”, cioè partecipando ad azioni particolarmente pericolose. In parte erano veri e propri criminali, altri invece avevano infranto il rigido codice
d’onore delle SS con mancanze relativamente modeste.
I membri delle SS rappresentavano un problema costante perché dal
punto di vista disciplinare non erano sottoposti al comandante del reparto,
9
Altre notizie sul Lehrkommando 700 in M. JUNG, Sabotage unter Wasser. Deutsche
Kampfschwimmer im Zweiten Weltkrieg, Hamburg, 2004.
10
Archivio Dal Lago, Valdagno.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 55
11
parto, ma direttamente all’Obersturmbannführer Otto Skorzeny .
È da segnalare che Hermann Georges, il soldato ucciso a Borga di
Fongara da partigiani rimasti sconosciuti, era un “combattente del mare” di stanza a Valdagno, e più precisamente una SS che proveniva dal
reparto Orianenburg. L’efferata rappresaglia dell’11 giugno 1944, che
costò la vita a 17 persone della contrada recoarese, fu condotta dallo Jagdkommando del reparto della Luftwaffe al comando del tenente Joseph
Stey, rinforzato per l’occasione da una ventina di uomini dell’LK 700
comandati dal tenente di vascello Herbert Völsch.
4. Il Gruppo “Lehmann”
Appena partito da Valdagno il Lehrkommando 700, arrivarono nella
città laniera i componenti di un’unità di addestramento per piloti tedeschi di torpedini. L’unità si chiamava “Gruppo Lehmann”, dal nome del
suo comandante, il sottotenente di vascello R. Lehmann. Essa aveva in
dotazione 9 torpedini, attraccate nell’isola veneziana di Sant’Andrea e
guidate ciascuna da due uomini.
Il “gruppo Lehmann” era composto da due ufficiali, sei aspiranti
guardia marina e marescialli maggiori, un allievo ufficiale, due capi di
terza classe, 17 marinai di truppa, un aspirante guardia marina di sanità
come medico di truppa e circa 10 persone di personale ausiliario. Essi
alloggiavano negli stessi locali dell’LK 700, vale a dire nei locali del Dopolavoro Marzotto.
Il “gruppo Lehmann” lasciò Valdagno nel marzo 1945 al termine del
periodo di addestramento in piscina e si trasferì nell’isola di Sant’Andrea, dove rimase fino alla metà di aprile del 1945, quando dovette riti12
rarsi. Le torpedini vennero affondate nella laguna di Venezia .
11
Soltanto vent’anni dopo la fine della guerra la Procura di Kiel aprì un’inchiesta
sull’uccisione del marinaio Rockstroh, che apparteneva alle SS, avvenuta nella sede
dell’LK 700 di Valdagno la notte tra il 20 e il 21 luglio del 1944. Sembra che l’ordine di
uccidere Rockstroh sia venuto direttamente da Skorzeny. L’esecuzione fu opera di due
SS. Il corpo non fu mai trovato (Kiel, 2 Js 173/65).
12
Su questa unità vedi M. LAU, Schiffsterben vor Algerie. Kampfschwinner, Torpedoreiter und Marine-Einsatzkommandos 1943-1945, Stuttgart, 2001.
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La Decima Mas nel vicentino:
una prima ricognizione
di Luca Valente
Le vicende della Decima Mas s’intrecciano in modo piuttosto netto
con la storia del vicentino durante la Resistenza, anche se quasi esclusivamente nel 1945, negli ultimi mesi della guerra. Eppure di tale legame
non si sa poi molto: esiste solamente una pubblicazione specifica legata
alla zona, che parla del Battaglione “Fulmine”, tra l’altro descrittiva del
reparto dalla nascita allo scioglimento più che del suo impiego e rapporto con il territorio vicentino. La Decima Mas, Divisione di Fanteria di
Marina, viene comunque frequentemente nominata in diverse pubblicazioni vicentine sul periodo o che trattano della Resistenza, ma in sostanza, per vari motivi, manca uno studio circostanziato relativo alla presenza militare della Repubblica Sociale nella nostra provincia e ancor di più
di una singola importante unità come la Divisione Decima.
L’argomento consente di introdurre una sommaria e parziale panoramica sull’apparato militare e repressivo fascista repubblicano presente
in provincia. In primis vanno considerate le numerose forze della Guardia Nazionale Repubblicana, a partire da quelle stanziali, ovvero la 42ª
Legione Berica, presente nel Capoluogo e dintorni, e la 44ª Legione di
Schio e limitrofi. La GNR stradale, ex Milizia della Strada, aveva una
Scuola a Piovene Rocchette e un Reparto motorizzato di pronto impiego
a Velo d’Astico. A Velo d’Astico c’era anche il Campo “Dux” delle “Fiamme Bianche”, gli Avanguardisti moschettieri dell’Opera Nazionale Balilla, partecipanti alla Scuola allievi ufficiali della GNR. A metà ‘44 circa
giungono in zona i Battaglioni “Firenze” e “Toscana” (formati da Compagnie OP – Ordine Pubblico – riunite e ritirate durante l’arretramento
del fronte), stanziati sempre nella zona di Schio. Non vanno dimenticate
la “Compagnia della Morte” di Vicenza (costituita il 2 aprile 1944 in sostituzione della disciolta Squadra d’azione federale provinciale) e dall’estate del 1944 in poi le forze della 22ª Brigata Nera “Antonio Faggion”,
dislocate un po’ per tutto il vicentino. Sull’altopiano di Asiago operò anche una compagnia della 2ª Brigata Nera Mobile “Danilo Mercuri” di
Padova. Va considerato inoltre il 40° Battaglione Mobile della GNR, ausi-
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liario del 3° Battaglione SS di Polizia di Verona, stanziato a S. Giovanni
Ilarione e San Bonifacio ma sovente impiegato nel Vicentino.
Di alcuni reparti particolari, magari presenti per periodi relativamente brevi, si sa poco o nulla. Ad esempio il 1° Battaglione di Combattimento Volontari Italiani “Ettore Muti”, giunto a Schio nella tarda estate del
‘44. All’inizio dell’estate, invece, si era stabilito nell’Alto Vicentino buona
parte del CARS, Centro Addestramento Reparti Speciali, che riuniva
formazioni speciali di fanteria leggera con compiti di sicurezza e controllo del territorio, particolarmente addestrate alla guerra antipartigiana. Il
Comando ed il 2° Reggimento “Cacciatori degli Appennini”, con due
Battaglioni della GNR ed uno di Carabinieri, si sistemarono a Bassano
del Grappa; il 1° Reggimento, con il 1° Battaglione “Granatieri di Sardegna”, a Schio e nei dintorni. Poi il Comando e la 1ª e 3ª Compagnia furono trasferiti ad Arsiero, la 2ª Compagnia a Valli del Pasubio, mentre la
Compagnia del Battaglione bersaglieri “Mincio” passò da Recoaro a Torrebelvicino (furono i granatieri di Arsiero a recarsi in soccorso alle
Fiamme Bianche quando Germano Baron “Turco” attaccò con i suoi partigiani la Colonia Alpina Umberto I a Tonezza).
Non va tralasciata un’altra unità che ebbe un ruolo rilevante nella repressione, ovvero la Legione d’assalto “Tagliamento” del colonnello Merico Zuccari, stanziata a Torrebelvicino, Valli del Pasubio, Staro, Recoaro, S. Vito di Leguzzano tra l’agosto ed il novembre del 1944. Fu impegnata in molteplici azioni contro i partigiani, dal rastrellamento di Granezza fino al Grappa, passando per le operazioni alla Piana e nelle Valli
del Chiampo. Per quanto inserita nei quadri della GNR, dipendeva di
fatto dal generale Wolff, comandante delle SS in Italia. Risultava composta dal 63° Battaglione M (1ª, 2ª e 3ª Compagnia), costituito dall’omonimo reparto reduce dal fronte russo e dagli allievi ufficiali della
Scuola di Ostia, e dal 1° Battaglione “Camilluccia” (4ª, 5ª e 6ª Compagnia), nome derivante da un collegio della GIL di Roma dove l’unità era
stata formata (si segnala, a titolo di curiosità, che a Staro venne dislocata
per un certo periodo la 3ª Compagnia, nella quale militava il futuro attore teatrale Giorgio Albertazzi, tenente alla guida del 2° Plotone).
Venendo alla Decima Flottiglia Mas di Junio Valerio Borghese, si tralascia, perché qui non interessa, la genesi dell’unità dall’armistizio fino
all’inverno 1944-1945. Visto che si fa riferimento al vicentino, però, va
detto che la prima presenza della Decima viene registrata già nel novembre del 1943, quando a Valdagno viene dislocato il Gruppo Gamma,
uno speciale reparto di incursori agli ordini del tenente di vascello Eu-
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genio Wolk, con vicecomandante il tenente Luigi Ferraro, autore di parecchi affondamenti di naviglio nemico. Si trattava di un numero limitato di uomini, meno di un centinaio, che ebbe pochi rapporti con la popolazione e coi partigiani, considerata anche la segretezza del loro ruolo.
Sembra comunque che un gruppo di essi abbia partecipato al rastrellamento della Piana, il 9 settembre 1944, ma la cosa non è confermata. Gli
uomini rana della Decima si esercitavano in una piscina coperta, adatta
all’addestramento; per un periodo prese parte ai corsi anche personale
della Marina tedesca.
Oltre ai Gamma, nel vicentino si era stabilito a Montecchio Maggiore,
ai piedi della collina di SS. Trinità, il sottosegretariato della Marina repubblicana. Nel gennaio del 1945, a protezione della sede, fu costituito il
Battaglione “Pegaso” della Decima Mas, comandato dal capitano di corvetta Raffaele Pilato. Sembra addirittura che vi sia stato uno scontro a
fuoco tra questa unità e truppe tedesche in ritirata nell’aprile del ‘45.
Negli stessi giorni vi fu anche l’assalto dei partigiani alla sede della Marina. Già nel luglio del ‘44, comunque, il Sottosegretariato era stato attaccato da una formazione partigiana guidata da Alfredo Rigodanzo “Catone”, Luigi Pierobon “Dante”, Benvenuto Volpato “Armonica” e Pietro
Benetti “Pompeo”. Fu un’azione che ebbe vasta eco in zona: colse di sorpresa il personale della Marina e i Carabinieri di guardia, che però reagirono (alcuni di loro erano comunque d’accordo coi partigiani). Gli uomini del Battaglione “Stella” asportarono armi, munizioni, viveri e denaro. Sempre a Montecchio Maggiore, inoltre, si svolse il 24 settembre
1944 un incontro tra l’ammiraglio Sparzani, Sottosegretario di Stato, e il
tenente di vascello Zanardi, della Marina del Sud, nell’ambito di una sua
missione per sondare gli intendimenti della Marina di Salò e la possibilità di muoverla alla lotta contro i tedeschi.
Nell’autunno del 1944 la Decima Mas si era trasferita dal Piemonte in
Veneto, precisamente nel Trevigiano: poco dopo, mentre il Battaglione
“Lupo” prendeva posizione sulla Linea Gotica, il grosso della formazione
veniva inviato nel Goriziano, dove prese parte a diverse operazioni contro il IX Korpus titino. Poco dopo la sanguinosa battaglia di Tarnova della Selva, la Decima Mas rientrò in Veneto: la maggior parte delle unità si
acquartierò nel vicentino nel febbraio-marzo del 1945. La Divisione fu
riorganizzata in due Gruppi di Combattimento: il I Gruppo venne schierato, a scaglioni, sul fronte sud, e terminò la guerra dopo lo sfondamento
alleato e una battaglia di retroguardia, tra Padova e Venezia; il II Gruppo
fu stabile nella nostra provincia fino al termine del conflitto.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 59
La dislocazione del II Gruppo fu la seguente: a Thiene trovarono alloggio il Comando della Divisione (generale di brigata Corrado), il Comando del Gruppo stesso (capitano di corvetta De Martino), parte del
Battaglione complementi “Castagnacci” (capitano di corvetta Allegri) e
parte del Battaglione genio collegamenti “Freccia” (capitano di corvetta
Di Bernardo Amato); ad Arsiero e Velo d’Astico il Battaglione “Sagittario” (tenente di vascello Franchi); a Carré e Chiuppano il Battaglione
“Fulmine” (tenente di vascello Orrù); a Bassano del Grappa e Marostica
il Battaglione “Valanga” (capitano Morelli) e scarsi nuclei dei Gruppi di
artiglieria “San Giorgio” (capitano Pietracosta) e “Da Giussano” (capitano Pirri).
Sulla presenza e l’operato della Decima Mas ci si limita ora a tratteggiare brevemente la situazione e a segnalare aspetti che in futuro dovranno essere approfonditi. In sostanza, mentre il I Gruppo di Combattimento era impegnato al fronte, il II Gruppo stazionava nella zona in
addestramento e riposo, oltre che come riserva della Divisione. In realtà,
negli intendimenti di Borghese, doveva tenersi pronto per affluire nuovamente in Venezia Giulia non appena si fosse verificata la ritirata tedesca. Ciò fu anche tentato: secondo gli ultimi ordini di Borghese della seconda metà di aprile il I Gruppo doveva arretrare convergendo su Thiene e da lì poi l’intera Divisione si sarebbe mossa su Trieste. Il precipitare
degli avvenimenti rese impossibili tali proponimenti.
La presenza del II Gruppo di Combattimento sul territorio vicentino
fu relativamente tranquilla, almeno fino all’ultima settimana di guerra. I
reparti erano sovente impegnati in esercitazioni, specie nella zona collinare a ridosso dell’Altopiano. Ciononostante incontri, e scontri, coi partigiani ve ne furono, con perdite da entrambe le parti. A Velo d’Astico,
ad esempio, il “Sagittario” perse alcuni uomini, tra cui il marò Aldo Terrazzi, ucciso in un’imboscata. Ma è a Carrè che accadde il fatto più sanguinoso: il 7 aprile 1945 Silvio Bonollo “Bassano” tese un agguato al sergente Carlo Tommasi del “Fulmine”, uscito per ritirare la posta, uccidendolo a rivoltellate per rubargli, a quanto sembra, la bicicletta. La reazione della Decima fu immediata: venne istituito un tribunale che condannò a morte 5 partigiani arrestati in precedenza, quindi estranei al
fatto: i fratelli Mario e Aldo Saugo, Luciano Polga, Silvestro Lazzaroni e
Teodoro Marini. Interessante, a proposito, la testimonianza del Comandante del Presidio tedesco di Thiene, il maggiore Georg Siemon: «Nel
caso della fucilazione di cinque ostaggi a Carrè la Divisione Mas aveva
respinto la mia mediazione ed era intervenuto il veto del Comandante di
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 60
respinto la mia mediazione ed era intervenuto il veto del Comandante di
Sicurezza Vicenza-Nord, maggiore Buschmeyer, unico uomo competente
per azioni di rappresaglia, nonostante il veto fosse stato da me personalmente comunicato per telefono al Comandante la Divisione Mas». Il
29 aprile fu invece uccisa a Thiene l’ausiliaria della Decima Eleonora
Sommariva. Si segnala anche che la staffetta partigiana Zaira Meneghin
Maina, nel suo libro Tra cronaca e storia, riporta l’agghiacciante descrizione delle torture a lei e ad altri inflitte a Thiene, dopo la cattura, da
parte degli uomini dell’Ufficio politico-investigativo della Decima Mas.
La Meneghin fa anche dei nomi, tra i quali i famigerati Bertozzi e Banchieri, poi sottoposti a processo e condannati in Corte d’assise a Vicenza.
Una storia del tutto particolare è quella relativa al Battaglione guastatori alpini “Valanga”. Sembra che nel marzo del 1945 il suo comandante
avesse ricevuto dalla tristemente nota Banda Carità l’invito ad arruolare
un’ottantina di prigionieri, in gran parte partigiani, detenuti a Padova.
Questi avevano accettato di andare a combattere al fronte per avere salva la vita. Furono portati a Marostica, piuttosto malandati per i maltrattamenti, ma dove la prima notte parecchi già se ne andarono: ne rimasero una sessantina, che cominciarono l’addestramento nei dintorni di
Marostica ma anche sull’Altopiano di Asiago. La vicenda è descritta dal
tenente Mario La Serra, istruttore del reparto. Alla fine, negli ultimi
giorni di aprile, vi furono contatti con partigiani della zona e con il CLN
vicentino per il passaggio in blocco del reparto sotto la giurisdizione del
Comitato.
Riguardo all’ultima settimana di guerra, in particolare alle trattative e
agli scontri con i partigiani, ci sarebbe molto da dire: in questa sede si
riporta solo un rapido riassunto delle numerose vicende individuali e di
reparto relative alla formazione. Borghese avrebbe voluto appunto che la
Divisione si mettesse in marcia verso Trieste, ma la confusione ed il caos
lasciarono i vari comandi in balia degli eventi. In ogni caso fu ordinato il
raggruppamento su Thiene, iniziato nella giornata del 27 aprile. Il “Sagittario”, partito da Velo d’Astico, fece tappa a Piovene Rocchette e sostò
nella sede della Scuola allievi della GNR stradale prima di riprendere il
cammino. Esiste un documento del CLN locale, una sorta di accordo di
passaggio, che però alcuni reduci non hanno riconosciuto come autentico (contiene molti nomi errati o storpiati). Anche il “Fulmine” raggiunse
Thiene, mentre la marcia delle unità provenienti da Bassano e Marostica
venne bloccata, poiché la strada era intasata da mezzi tedeschi in ripiegamento.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 61
gamento.
A questo punto il Comando Divisionale entra in contatto con esponenti della Brigata “Mazzini” a Zugliano. Si addiviene ad un accordo: i marò
della Decima Mas possono allontanarsi dalla zona, cedendo però ai partigiani il materiale che non sono in grado di trasportare. Chi è intenzionato a raggiungere le proprie case dovrà invece cedere le armi, ricevendo
in cambio un salvacondotto. Esiste una precisa documentazione relativa
a tali accordi. La situazione in realtà non è fluida: nella giornata del 28
sorgono profondi contrasti tra il generale Corrado e i comandanti di Battaglione, tanto che alcuni reparti si sciolgono, altri prendono decisioni
autonome. Così, mentre molti cercano di tornare a casa per conto proprio, una colonna della Decima si presenta a Schio nel tardo pomeriggio
del 29 aprile: sono circa 200 uomini, quasi tutti del Battaglione “Fulmine”, con 16 ausiliarie, alcuni elementi del “Sagittario” e altri della Brigata
Nera “Arturo Capanni” di Forlì. L’intenzione è di valicare le Prealpi e
scendere a Rovereto e quindi proseguire la lotta a fianco dei tedeschi.
Successivamente il gruppo, bloccato oltre Torrebelvicino, è costretto a
scendere a compromessi con la Brigata “Martiri della Valleogra”. Ci sono
anche un breve scontro ed una sorta di incidente nel quale perde la vita
Franchi, comandante del “Sagittario”. Portati alla Caserma Cella di
Schio, i marò saranno presi in consegna dagli americani qualche giorno
dopo.
È interessante rilevare, nelle testimonianze dei marò su quel periodo,
quali fossero i sentimenti e le opinioni nutrite nei confronti dei partigiani, chiaramente non positive. Una relazione del Capo di Stato Maggiore
della Divisione, Rodolfo Scarelli, comandante della colonna giunta a
Schio, dice ad esempio dei colloqui con i partigiani: «Entro in contatto
colle autorità locali, comunistissime…». La maggior parte dei marò fu
riunita a Vicenza dagli americani, che poi li inviarono ai campi di concentramento di Coltano e S. Rossore in Toscana. Alcuni riuscirono però
a tornarsene a casa, altri invece rimasero a Thiene anche a lungo, talvolta aiutati da famiglie del luogo. Altri ancora, infine, furono passati per le
armi nel clima rovente dei giorni post-Liberazione.
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LE STRAGI NAZIFASCISTE
Le stragi nazifasciste
di Paolo Pezzino
Le ricerche sulle stragi di civili hanno trovato un primo impulso in
occasione del cinquantennale della Resistenza, in particolare grazie al
Convegno di Arezzo organizzato da Leonardo Paggi. Da lì è partita, sebbene per la verità alcuni “cantieri di ricerca” come quello toscano fossero
già in piedi, una serie di indagini, di ricerche, di dibattiti: possiamo così
dire che la storiografia sul tema delle stragi tedesche in Italia data ormai
da 10 anni, ed ha al suo attivo un buon numero di ricerche e di pubblicazioni (per una sintesi generale dei temi e dei risultati della ricerca mi
permetto di rimandare a due volumi, curati da Luca Baldissara e dal sottoscritto (Crimini e memorie di guerra: violenze contro le popolazioni e
politica del ricordo, 2004, e Giudicare e punire: processi per crimini di
guerra tra politica e diritto, 2005: entrambi Napoli, L’ancora del Mediterraneo). Credo però che si tratti di una storiografia che ha ancora diversi punti da esplorare compiutamente.
Intendo preliminarmente partire da questa domanda: ha senso studiare le stragi? Non è una domanda retorica perché noi – per noi intendo i gruppi di ricerca, le persone che hanno studiato le stragi – abbiamo
avuto una serie di critiche riguardo a questo filone di studi da parte di
chi lo ritiene abbastanza irrilevante. Ad esempio, Roberto Vivarelli, in
una recensione molto critica che fece su Belfagor nel 1998 ad una serie
di libri usciti su questo tema, criticava gli studi in sé, al di là della loro
effettiva consistenza scientifica, affermando: «dubito che molti degli episodi su cui questi studi si fermano, servano a meglio definire che cosa
fu il nazismo. Ciò almeno per tutti quei casi, e sono i più, che si svolsero
nelle adiacenze della linea del fronte e lungo le vie di collegamento tra
fronte e retrovie. Ovviamente non è in discussione l’atrocità dei fatti, ma
credo che quei fatti, assai più che alla storia del nazismo, appartengano
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alla storia di quel ben più generale fenomeno della storia umana che è la
guerra».
In altre parole, quello che criticava Vivarelli, e sono critiche che poi
ho sentito ripetere ad esempio da Galli della Loggia in occasione di un
convegno tenuto a Reggio Emilia in occasione del sessantesimo anniversario dell’8 settembre, è che le stragi appartengono non alla storia
dell’occupazione tedesca in Italia e dei rapporti tra occupazione tedesca
e popolazione civile, ma a quella della guerra in generale. Sarebbero uno
dei tanti esempi di guerra totale che coinvolge i civili: quindi il loro significato, quello che hanno da dirci da un punto di vista euristico, è tutto
sommato poco interessante. È una tesi da prendere in considerazione,
ma personalmente sono convinto che fare un grande calderone nel quale
tutti i tipi di violenza di guerra vengono appunto classificati come violenza di guerra, faccia perdere qualsiasi capacità analitica di distinzione:
mettere insieme Marzabotto e magari il bombardamento di Dresda o i
bombardamenti sulle città italiane, è a mio avviso una posizione poco
utile dal punto di vista analitico.
La mia ipotesi è che viceversa le stragi tedesche abbiano molto da dire sulla natura del regime di occupazione tedesca, e in tal senso la mia
analisi si riallaccia al dibattito sviluppatosi ormai da tempo in Germania
sulla natura e sulle caratteristiche della guerra condotta dalla Wehrmacht.
Gli storici tedeschi hanno molto discusso sulla condotta dalla Wehrmacht, e sul carattere di sterminio che assunse la guerra combattuta
soprattutto nei paesi dell’Est. È chiaro che una trasposizione automatica
dei risultati degli studi degli storici tedeschi in Italia sarebbe del tutto
fuori posto perché il contesto è fondamentalmente diverso, ma è indubbio che si possano trovare dei legami fra i due teatri di guerra: ad esempio, molti degli ufficiali delle divisioni che in Italia si specializzarono in
grandi operazioni di rastrellamento e “pulizia” del territorio – quelle
all’interno delle quali furono consumate le più gravi stragi – provenivano proprio da un’esperienza di guerra all’Est. Ci sono in proposito studi
molto interessanti di Carlo Gentile sulla 16ma Divisione SS Panzer Grenadier, comandata dal generale Simon, quella alla quale apparteneva
anche il maggiore Reder.
Io credo che, senza dubbio, le stragi evidenzino modalità d’occupazione
del territorio tipiche del regime nazista, e i rapporti tra l’ideologia e
l’azione militare nella condotta dell’esercito tedesco, e nelle stragi da esso perpetrate, si appalesano particolarmente chiari. Perciò, la mia opi-
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nione è che sia importante studiare quegli episodi in quanto ci dicono
molto sulla natura del regime a cui apparteneva l’esercito che di essi si
rese colpevole; e ci dicono molto, inoltre, sulle caratteristiche della condotta bellica dell’ esercito germanico.
Un secondo tipo di obiezione è stata mossa proprio da uno studioso
quale Leonardo Paggi, che è stato tra gli iniziatori di questo filone di ricerche. Paggi ha elaborato la tesi del massacro come azione priva di logica, prodotta piuttosto da una “passione”. Da ciò si deducono due conseguenze: tutti i massacri sarebbero uguali l’uno all’altro, ed una volta che
se ne studi uno non ha molto senso studiare gli altri.
Anche questa tesi mi lascia perplesso: sono convinto che i massacri si
inseriscano all’interno di una precisa logica, abbiano una loro razionalità, ed è importante ricostruire, analizzare, cercare di comprendere quali
sono le motivazioni che inducono gli alti comandi tedeschi a ricorrere ad
una “politica” dei massacri, quali le “razionalità” che spingono i perpetratori degli stessi a commetterli. Inoltre non ritengo che tutti i massacri
siano uguali: i contesti storico-strategici nei quali si inseriscono furono
diversi, diverse le tipologie (uccisioni indiscriminate, selezione solo di
uomini in età adulta), diversi tra loro i reparti che se ne resero autori.
Casomai, il limite degli studi italiani è stato proprio quello di essersi generalmente concentrati sull’analisi di singoli casi (Civitella della Chiana,
Guardistallo, Niccioleta, le Fosse Ardetatine, ecc.), senza cercare di raggiungere una visione generale del fenomeno, creando una mappa geografica e storica di questi episodi, un atlante delle stragi naziste in Italia
(e nazifasciste, dato che spesso parteciparono alle stragi di civili anche
componenti delle forze combattenti di Salò, o singoli fascisti collaborazionisti). Quindi io credo sia necessaria una ricognizione delle tipologie
di questi episodi ed un loro censimento preciso. Ad esempio, non sappiamo ancora definire bene – e non è di sicuro facile – quanti, tra i civili
uccisi in questi eccidi e stragi fossero renitenti alla leva, civili inermi
oppure antifascisti o comunque persone che con il loro comportamento
di disobbedienza civile si erano opposti al fascismo ed all’occupazione
tedesca, e quindi c’è il problema di catalogare le vittime, scoprire se non
fossero combattenti, sia pure senz’armi, ed oppositori al regime fascista
repubblicano e all’occupante tedesco. Questo è solo un esempio, ma torno a sottolineare la necessità di avere un atlante il più completo ed accurato possibile dei massacri, un censimento degli episodi, su molti dei
quali è caduto un oblio totale (su di essi è difficile trovare documentazione, o addirittura traccia anche nella memoria locale): occorre insistere
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nella ricerca, soprattutto su quello stillicidio di episodi cosiddetti minori, in cui troviamo un numero di vittime limitato, ma che quasi sempre
non sono isolati, inserendosi piuttosto all’interno di cicli repressivi lunghi, nei quali il terrore veniva utilizzato al fine di ottenere un controllo
capillare del territorio, e di inibire qualsiasi forma di disobbedienza delle
popolazioni.
Personalmente ho diretto un gruppo nazionale che ha censito stragi
ed eccidi in quattro regioni: due meridionali, la Puglia e la Campania, e
due dell’Italia centrale, la Toscana e l’Emilia Romagna. Un importante
inizio per la formazione di un atlante nazionale, che potrebbe essere rafforzato dal coordinamento con le ricerche che pure sono in corso a livello locale in Italia settentrionale, e soprattutto nel Nord Est. La ricerca su
queste stragi ha, a mio avviso, posto tre linee di analisi.
La prima consiste nell’analizzare i caratteri e la natura della violenza
stragista, cioè fare una ricognizione accurata delle strategie del terrore e
di chi siano stati i carnefici, secondo una logica della distinzione che
tenda a non confondere nello stesso calderone categorie: la strage perpetrata da un reparto della Wehrmacht non addetto normalmente ad operazioni di ripulitura del territorio (non uso il termine rappresaglia perché le rappresaglie sono la minima parte delle stragi. Quasi sempre ci
troviamo di fronte ad operazioni di controllo del territorio attuate in
maniera terroristica da parte di divisioni specializzate in tale compito)
ha normalmente caratteristiche diverse da quelli che, come risulta chiaramente dalle ricerche effettuate, sono grandi cicli di operazioni condotti
da reparti e unità appositamente adibite a questo compito, in particolare
la Hermann Goering e la 16ma divisione SS Panzer Grenadier, responsabile quest’ultima del ciclo operativo che partì da Sant’Anna di Stazzema per finire a Marzabotto. In questo ciclo, che assunse, credo ormai di
poterlo dire alla luce dei nostri studi, un carattere programmato e coordinato con le direttive degli alti comandi, le stragi sono legate ad altri
obbiettivi ritenuti primari, quali il controllo del territorio ai fini di assicurarsi le risorse economiche della zona, grandi operazioni di rastrellamento antipartigiano, all’interno delle quali non vi sono solo le stragi di
popolazioni civili, ma anche la deportazione di tutti i maschi, il loro concentramento in campi di raccolta, infine il loro invio in Germania per il
lavoro coatto, oppure la creazione di gruppi di ostaggi da poter poi utilizzare, giustiziandoli, nelle rappresaglie vere e proprie.
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Questi cicli di operazioni assumono a mio avviso delle caratteristiche
che tendono a differenziarle dalle rappresaglie vere e proprie, e per distinguere bene, occorre fare, lo ripeto ancora una volta, un censimento il
più possibile preciso di tutti gli episodi. Non è certo facile, le fonti tedesche sono da questo punto di vista abbastanza disomogenee, però è possibile ottenere risultati interessanti incrociandole con le fonti statunitensi e inglesi, utilizzando le indagini che gli angloamericani fecero su alcuni di questi episodi, nonché con le memorie locali: questo lavoro ci permetterebbe di essere più precisi di quanto non siamo stati finora.
Da questo punto di vista, soprattutto con il gruppo toscano, abbiamo
elaborato un tentativo di classificazione delle stragi condotte in Toscana
in cui abbiamo censito 214 episodi (speriamo che il censimento sia completo, ma ovviamente non possiamo esserne sicuri) suddividendoli in
primo luogo tra stragi (ovvero episodi che coinvolgono dalle cinque vittime in su) ed eccidi (episodi che registrano dalle due alle quattro vittime), per un numero complessivo di 3.774 vittime. Abbiamo inoltre elaborato una tipologia che prevede la distinzione tra i diversi tipi di azione; come ogni tipologia ha dei limiti, nel senso che nello stesso episodio
spesso troviamo i caratteri di tipi diversi, ma il fine è comunque quello
di avviare una prima classificazioni, che aiuti a formulare ipotesi più
fondate sulla natura delle stragi.
Secondo i criteri da noi elaborati, possiamo parlare di “azioni per
rappresaglia”, solo quando queste siano effettivamente una risposta armata ad azioni compiute da partigiani, o da combattenti irregolari o civili, o a sommosse e rivolte, episodi cioè nei quali il rapporto tra azione
anti tedesca, o antifascista, e repressione che la segue deve essere chiaro
e ben localizzato nello spazio e nel tempo. Abbiamo quindi evidenziato le
“stragi ed eccidi per il controllo del territorio”, cioè azioni compiute in
occasione di rastrellamenti di partigiani oppure di evacuazioni forzate
dei civili (molte ce ne furono nell’estate del ‘44, sopratutto nella zona a
ridosso della cosiddetta Linea Gotica). Gli ordini di evacuazione di interi
paesi, ad esempio, causarono una resistenza da parte delle popolazioni,
alla quale i tedeschi risposero a volte in modo assai cruento. Un esempio
è la strage di S. Anna di Stazzema che appartiene a questo contesto, e se
correttamente collocata in esso è perfettamente comprensibile, nonostante una certa storiografia sensazionalistica sia andata alla ricerca di
un elemento scatenante (qualcuno del paese avrebbe sparato e ferito un
soldato tedesco nel corso di una “normale” azione di rastrellamento,
trasformandola in strage). Vi sono poi le “stragi ed eccidi commessi nel
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corso di rastrellamenti antipartigiani”, e quelle “per motivi razziali”, episodi cioè chiaramente motivati da odio razziale (è il caso della strage che
avvenne a Pisa dove fu ucciso un ricco ebreo, Pardo Roquez, insieme a
tutte le persone che si erano rifugiate nella sua casa); le “stragi ed eccidi
gratuiti e senza spiegazione”, cioè episodi motivati da rancore e desideri
di vendetta riconducibili ad una situazione di difficoltà militare (è il caso, a mio avviso, della strage di San Miniato, sulla quale peraltro c’è una
controversia aperta perché alcuni storici, per i quali ho parecchio rispetto come Lutz Klinkhammer o Carlo Gentile, non ritengono, contrariamente a quanto penso io, si sia trattato di un’azione tedesca, bensì di un
proiettile d’artiglieria sparato dagli americani); ed infine le “stragi ed eccidi avvenuti nella fase di quella che abbiamo chiamato ritirata aggressiva”, ovvero episodi commessi nella fase della ritirata in cui si assommano, in proporzione variabile, le motivazioni della vendetta e del controllo del territorio.
Già questa tipologia fa capire quanto sia difficile distinguere, ad esempio, gli episodi di ritirata aggressiva dalle stragi ed eccidi commessi
a fini di controllo del territorio, poiché è proprio nel momento
dell’arretramento del fronte che, almeno in Toscana, si concentrano
queste operazioni repressive. Su 214 episodi censiti, siamo riusciti a trovare elementi che ci permettono di attribuire una tipologia certa in 192
casi. Su questi 192 casi, le azioni di rappresaglia, ovvero di risposta chiaramente individuabile ad azioni partigiane, sono solo 37, il 19,3%, mentre quelle commesse nel corso di rastrellamenti antipartigiani il 32,3%,
quelle per il controllo del territorio rappresentano il 23,4%, quelle commesse nel corso della ritirata aggressiva circa il 18,2%, quelle gratuite e
senza altra spiegazione il 5,2%, quelle per motivi razziali l’1,6%.
Per quanto riguarda gli autori delle stragi e degli eccidi, bisogna dire
che le azioni commesse dalla Wehrmacht, senza considerare la Hermann Goering, sono circa il 50%; quelle attribuibili alla Hermann Goering il 13,5%; le azioni delle SS, escludendo la 16ma Divisione corazzata,
sono il 4,9% mentre quella della 16ma Divisione sono il 31,4%. Se sommiamo le azioni della Hermann Goering a quelle delle SS, compresa la
16ma Divisione, arriviamo al 44,9% di tutte le azioni commesse in Toscana. La percentuale diventa ancora più significativa se consideriamo il
numero delle vittime, perché le azioni perpetrate dalla Goering e dalla
16ma divisione sono quelle che hanno prodotto il maggior numero di
vittime. Noi abbiamo censito 3.661 vittime nelle 192 azioni delle quali
siamo in grado di avere una conoscenza abbastanza sicura. Complessi-
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vamente, come ho già detto, le vittime furono 3.774, per cui le azioni delle quali noi non conosciamo pressoché nulla sono quelle minori, ovvero
quell’insieme di violenza diffusa nel corso della quale vennero uccise
due, tre, quattro persone (la tipologia più frequente, ma anche la più difficile da accertare, è quella della famiglia contadina in cui parte dei
membri viene uccisa per essersi opposta alla requisizione del bestiame, o
a tentativi di violenza sulle donne).
Allora, sulle 3.661 vittime cadute nelle 192 azioni i cui responsabili
s0no stati individuati con ragionevole certezza, ben 2.236 sono cadute a
causa delle azioni compiute dalle SS e dalla Herman Goering, che furono le responsabili di quasi tutte le grandi stragi perpetrate in Toscana,
da quella di Civitella Val di Chiana a quelle di Sant’Anna di Stazzema, di
Bardine S. Terenzo, Valla, Vinca, le Fosse del Frigido. Il che vuol dire
che tutto sommato, rispetto ad un dibattito che nel passato aveva visto
contrapposti da un lato Lutz Klinkhammer e dall’altro lato Michele Battini ed il sottoscritto, devo riconoscere che quando Battini ed io scrivemmo un libro in proposito (Dal fascismo alla democrazia. Storie di
Resistenza e rappresaglie nazifasciste in Provincia di Pisa: documenti
inediti, Pisa, Procincia di Pisa, 1995), avevamo eccessivamente enfatizzato la responsabilità di reparti della Wehrmacht, e ritenuto che l’equiparazione di questi a quelli della S.S. o ai reparti specializzati nella repressione antipartigiana come la Hermann Goering fosse un fatto acquisito. È indubbiamente corretto affermare che il sistema degli ordini
proveniva direttamente dal comandante in capo del settore Sud Ovest,
Kesselring, ed investiva, in funzione repressiva antipartigiana, tutte le
strutture militari dell’esercito tedesco, ma è anche vero che la Hermann
Goering e la 16ma Divisione corazzata hanno a loro carico il 56% delle
vittime complessive (con una media di 38 vittime per azione, contro le
19 per azione degli altri reparti tedeschi) e che, come sostenuto da Klinkhammer, si erano specializzate in queste azioni. Credo comunque che
questo tipo di conclusione vada ancora meglio messa alla prova, con indagini più precise sia riguardo agli episodi dei quali poco sappiamo, sia
rispetto ad un contesto più generale (al nostro atlante delle stragi in Italia manca tutto il Nord, e non è una mancanza da poco).
Il secondo tema sul quale gli studi sulle stragi si sono soffermati è
l’elaborazione delle memorie comunitarie sulle stragi: ed è questo il tema per cui hanno assunto, nell’opinione pubblica o agli occhi di alcuni
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studiosi, una caratterizzazione «revisionista», perché molto spesso, andando ad analizzare da vicino la memoria di stragi ed eccidi, si debbono
fare i conti anche con memorie fortemente conflittuali, che separano
all’interno di una comunità quanti ritengono che responsabili delle stragi siano i perpetratori delle stesse e quanti invece sostengono che corresponsabili, se non altro sul piano morale, siano stati i partigiani i quali,
con azioni spesso considerate inutili ed improvvide, avrebbero indotto i
tedeschi a reagire con rappresaglie sulla popolazione civile. Il tema delle
memorie comunitarie è importante e va affrontato senza pregiudizi,
purché si eviti l’errore di scambiare la memoria per la “verità”. La memoria non è mai la “verità”, anzi tanto meno lo è verità quanto più è
memoria comunitaria che risponde ad altri criteri – identitari, di elaborazione del lutto – e ad altre esigenze che quella di una corretta ricostruzione storica.
Anche le memorie comunitarie delle stragi assumono spesso carattere
strumentale, perché accanto alle memorie famigliari (ad esempio quelle
delle vedove che spesso sono portatrici di questo tipo di memorie), vi
sono le memorie che sono il prodotto dell’azione politica di forze diverse, i parroci e il mondo cattolico da un lato, spesso fortemente critici nei
confronti della resistenza armata, dall’altro i partigiani e i partiti di sinistra, che cercano di imporre una memoria per così dire “ufficiale”. Anche questo scontro di memorie va attentamente analizzato e storicizzato,
dato che le memorie “divise” a volte imputano ai partigiani non singole
azioni particolarmente inutili e dannose – che certo vi furono ed è inutile nasconderlo – ma la loro stessa presenza in una determinata zona.
Quando noi ci troviamo dinnanzi a stragi (e sono la maggioranza) che
non hanno un rapporto diretto con attentati o attacchi commessi dai
partigiani, ma rappresentano piuttosto azioni di ripulitura del territorio
operate dai tedeschi, è la stessa presenza in zona dei partigiani ad essere
additata come causa scatenante della strage.
In ogni caso, la memoria comunitaria adempie spesso ad una funzione specifica: quella di creare o individuare comunque un responsabile
che sia immediatamente percettibile come tale secondo i criteri di giudizio della comunità locale, che nulla o ben poco sa della politica repressiva attuata dai tedeschi e del sistema di ordini che la regolava, e quindi
trova più facile motivare le stragi in base a logiche locali; e le logiche locali esigono che vi sia un responsabile locale. Molto spesso i partigiani
assumono nella memoria della comunità locale una funzione di capro
espiatorio, funzione importante perché serve comunque a rendere la
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strage comprensibile, ad attribuirle un significato, e quindi ad elaborare
il lutto. Questa funzione va studiata dagli storici, evitando però di riprodurre sul terreno storiografico il tipo di motivazioni che le memorie comunitarie hanno prodotto. La cosa da aggiungere è che queste memorie
antipartigiane sono state di solito espulse dal discorso pubblico sulla resistenza, perché non erano inquadrabili all’interno di quell’esaltazione
dell’antifascismo come elemento fondante della nuova Italia democratica e repubblicana che ne era il nucleo centrale; ed è perciò giusto che gli
storici le riportino alla luce e dedichino ad esse attenzione.
Il terzo punto che voglio trattare succintamente è quello della resistenza armata, e quindi dell’atteggiamento dei partigiani nei confronti
dell’incolumità delle popolazioni civili. Studiando le stragi, almeno per
la Toscana, è risultato evidente che la resistenza armata non ha avuto
un’evoluzione lineare nella regione, nonostante Roberto Battaglia la considerasse come il punto di passaggio tra il Sud, dove non c’era stata Resistenza, ed il Nord Italia, dove invece questa aveva in pieno dispiegato
le sue potenzialità.
In Toscana la resistenza era durata pochi mesi, ma sarebbe stata già
ben organizzata, già efficacemente diretta dai CLN dando poi luogo ad
una importante insurrezione armata come fu quella di Firenze. Viceversa, quando approfondiamo il rapporto tra bande partigiane e comunità
locali, ci rendiamo conto che spesso molte bande esistevano più che altro sulla carta, e che il coordinamento lasciava spesso a desiderare, e in
alcune zone solo dopo la fine della Liberazione avvenne un’opera di sistematizzazione della resistenza, inquadrandola in divisioni e brigate, le
quali, in realtà, erano durate poche settimane, o addirittura erano state
costituite sulla carta dopo che i tedeschi avevano abbandonato la regione.
La capacità di controllo e di difesa del territorio di bande locali, spesso autoreferenziali, era minima, mentre successivamente è stata parecchio sovrastimata. Anche nella provincia di Apuania, come allora veniva
chiamata, cioè nella zona a ridosso della Linea Gotica, dove la resistenza
armata ebbe modo di dispiegarsi fino all’aprile del 1945, noi troviamo
una situazione molto meno organica, più dispersa, con molteplici soluzioni di continuità fra periodi diversi, di quanto le pubblicazioni ufficiali
non ammettano. Per esempio, il ciclo di operazioni antipartigiane dell’agosto 1944 da parte della 16ma Divisione SS in realtà disperse forze
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della resistenza armata che fino ad allora non erano riuscite a realizzare
efficaci strutture di coordinamento, e che solo a partire dal successivo
autunno si ricostituirono, magari con gli stessi nomi dati a reparti e
formazioni che però erano sostanzialmente diversi da quelli che avevano
operato in precedenza, e ciò, a volte, rende difficile comprendere come
nell’estate ‘44 vi sia stata una cesura nell’azione partigiana. Quindi credo
che qui vi sia l’esigenza di studiare con maggior criticità la forza e la capacità della Resistenza di controllare e difendere il territorio, che non è
la stessa nei diversi periodi e nei diversi contesti.
Un altro aspetto che mi pare importante analizzare riguarda i vari atteggiamenti presenti all’interno della resistenza armata in merito al tema della possibilità di rappresaglie a seguito di azioni partigiane, perché
non si può ritenere che vi fosse uniformità di vedute. Vi erano visioni e
comportamenti diversi, che in parte derivavano dal carattere politico o
apolitico delle formazioni: per esempio, le formazioni costituite da militari consideravano prevalente il tema del presidio militare del territorio,
in stretto collegamento con le forze armate alleate, e meno importante
una continua azione attiva contro i tedeschi, e ciò le predisponeva ad un
atteggiamento più prudente, che comportava minori rischi per la sicurezza delle popolazioni civili (io parlo per la Toscana, e non so quanto
queste osservazioni possano essere estese ad altre zone). Anche all’interno
delle stesse formazioni politiche, non solo vi erano atteggiamenti diversi
tra formazioni di differente connotazione ideologica, ma anche contrasti
all’interno di quelle che facevano riferimento al PCI, per esempio tra i
responsabili politici che il partito mandava periodicamente nelle formazioni per tenere i contatti e cercare di fare opera di coordinamento politico, ed alcuni capi partigiani che erano invece poco inclini ad accettare
le considerazioni del loro stesso partito sulla necessità di una maggiore
prudenza nel rapporto con le popolazioni locali, perché altrimenti si rischiava di non averne l’appoggio o di inimicarsele. Inoltre contava spesso l’esperienza precedente dei partigiani (quelli che ad esempio provenivano dai GAP portavano anche in montagna una concezione della lotta
armata che tendeva ad esaltare l’ardito colpo di mano, l’agguato a sorpresa contro il nemico ed il rapido sganciamento successivo), o la personalità dei comandanti delle formazioni (alcuni dei quali propendevano
per il “bel” gesto militare, e si curavano poco delle possibili ricadute negative sulle popolazioni).
Quindi ci furono dibattiti e scontri reali all’interno della resistenza
armata sul tema dell’eventualità delle rappresaglie, che dopo la Libera-
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zione, almeno per la Toscana, sono stati offuscati dall’artificiosa visione
di una Resistenza unitaria, che sarebbe stata coordinata e diretta dal
CLN, visione nella quale il problema delle rappresaglie era stato risolto a
priori, come se sempre vi fosse stata un’attenzione alle esigenze di sicurezza della popolazione civile. In realtà le cose sono andate in maniera
molto più complessa, ed è necessario approfondire la questione, procedendo ad uno sforzo, pur molto difficile e non sempre con esiti soddisfacenti, di raccolta della documentazione, che anche in Toscana è dispersa,
nonostante vi sia in quella regione una rete di Istituti Storici della Resistenza che copre quasi tutte le province. Noi sappiamo che molte sedi locali dell’ANPI hanno documentazione, ma non sempre esse sono disponibili a cederle agli Istituti Storici o a renderle ai ricercatori. E c’è egualmente da rintracciare e studiare quella parte di documentazione
conservata negli archivi comunali. Insomma, la documentazione è dispersa, ma esiste, ed è augurabile che si possa cominciare a raccoglierla
e schedarla; che si possa costituire almeno una rete di archivi e di inventari che diano la possibilità di lavorare sulla documentazione dell’epoca,
perché le relazioni sull’attività delle formazioni militari scritte a distanza
di tempo dagli avvenimenti hanno avuto, di solito, altre funzioni – celebrative – rispetto a quelle di una rigorosa ricostruzione storica di quanto
avvenuto.
C’è infine un altro ordine di temi che gli studi sulle stragi hanno posto, al quale, avendo esaurito il tempo concessomi, mi limito soltanto ad
accennare, ed è quello della giustizia in sede giudiziaria, della punizione
dei crimini di guerra. È un’esigenza, quella di punire i responsabili di
questi crimini, che parte immediatamente dopo la guerra – anzi, ancora
nel corso della guerra gli inglesi e gli americani cominciarono le inchieste su stragi ed eccidi nelle zone da loro liberate dall’esercito tedesco –
ed arriva sino ad oggi, quando, oltre alla apertura, a sessanta anni di distanza, da parte delle Procure militari di indagini riguardanti quei fatti
criminosi commessi dai tedeschi, talora con la partecipazione di forze
della RSI, è stata costituita una commissione parlamentare per appurare
i motivi per i quali i fascicoli con le indagini svolte nell’immediato dopoguerra siano stato occultati fino al 1994, quando furono ritrovati in alcuni locali della procura generale militare presso la Corte militare d’appello, ovvero le ragioni e i modi con cui corpi e istituzioni dello Stato
procedettero all’occultamento della verità sulle stragi nazifasciste. Ma è
auspicabile che anche questo tema diventi sempre più oggetto dell’indagine storica.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 73
Le stragi nazifasciste nel vicentino:
prima ricognizione
di Gianni A. Cisotto
1. Premessa metodologica
La natura e i limiti del mio intervento vanno subito chiariti. Si tratta
di una prima ricognizione (come anticipato nel titolo), che mira ad offrire una iniziale mappatura delle stragi compiute dai tedeschi e dai fascisti
nel vicentino.
Come tale essa presenta tutti i limiti ed le approssimazioni dovute allo stato embrionale della ricerca, caratterizzandosi come una sorta di intervento esplorativo, che riveste più il carattere di contributo metodologico, che non di presentazione della articolazione strutturale dei singoli
episodi.
L’importanza, comunque, anche di una prima ricognizione è costituita dal fatto che, parafrasando un passo di Paolo Pezzino, si può affermare che per il Vicentino «[manca] finora un censimento di questi episodi,
che li [collochi] in un contesto storico preciso»1.
Il mio contributo non si pone tale ambizioso scopo, bensì tende a collocarsi come un punto di avvio in tale direzione. Per tutte le ragioni indicate, esso si presenta come un insieme di appunti e di indicazioni, talvolta schematicamente abbozzate, proprio per lo stato embrionale della
ricerca sulle stragi nel Vicentino.
Va innanzi tutto evidenziato che manca un quadro di riferimento per
il Veneto.
L’intervento di Marco Borghi al convegno di Cadoneghe costituisce il
primo contributo complessivo per la regione, limitato peraltro alla pri2
mavera del 1945 ; ad esso si sono aggiunti la tesi di laurea di Elena Cara1
P. PEZZINO, Guerra ai civili. Le stragi tra storia e memoria, “Passato e presente”, XXI
(2003), n. 58, p. 111.
2 M. BORGHI, Per una storia delle stragi naziste (aprile-maggio 1945), in Veneto e Resistenza tra 1943 e 1945. Bilancio storiografico e prospettive di ricerca, a cura di L. Vanzetto, Padova, CSEL, 2001, pp. 83-97.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 74
3
4
rano e un suo successivo saggio su “Venetica” .
La mancanza di un quadro regionale di riferimento e di altre ricostruzioni provinciali (nessuna provincia del Veneto possiede uno studio
complessivo delle stragi ed eccidi) costituisce una difficoltà ulteriore, in
5
quanto costringe a costruirsi una via interpretativa .
Per quanto riguarda il vicentino mancano sia uno studio complessivo
che uno scritto specifico sull’argomento; oltre a segnalazioni e riferimenti, peraltro abbondanti, esistono solo qualche monografia o saggio su
6
singoli episodi .
Non sempre però si è indagato adeguatamente sulle cause che hanno
scatenato la rappresaglia, quando di ciò si è trattato, o si è cercato di analizzare se la repressione era frutto di un preciso disegno preventivo,
all’interno di un quadro più complesso di rastrellamento; in altre parole,
in molti casi non si sono contestualizzati storicamente le stragi e gli eccidi, come invece giustamente auspicato da Pezzino.
2. Aspetti e problematiche
Passando ad individuare aspetti e problematiche su cui è opportuno
fermare l’attenzione, segnalerei alcuni spunti.
Un aspetto può essere costituito dalla percezione delle stragi e degli
eccidi, sia nell’immediato che nel tempo.
Innanzitutto la percezione nell’immediato (stampa, diari, cronistorici). Appare importante verificare come e se dell’episodio viene data notizia sulla stampa fascista dell’epoca, rappresentata principalmente dal
quotidiano “Il popolo vicentino”, pubblicato dal settembre 1943 all’aprile 1945. In genere non se ne parla.
3
E. CARANO, Uccisione di civili in Veneto 1943-1945, tesi di laurea, Università di Venezia, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di laurea in Storia, a.a. 2002-03 (relatore M. Isnenghi).
4
E. CARANO, La «guerra ai civili». Lutto pubblico e rimozione giuridica, “Venetica”,
XIX (2005), n. 11, pp. 67-87.
5
Utili riferimenti, di tipo generale, si possono trovare in L. BALDISSERA e P. PEZZINO (a
cura di), Crimini e memorie di guerra. Violenze contro le popolazioni e politiche del ricordo, Napoli, L’ancora del Mediterraneo, 2005.
6
Per una rassegna di quanto è stato pubblicato sulle stragi rimando a: G.A. CISOTTO, La
Resistenza nel Vicentino. Tra storia e storiografia, in Tempi uomini ed eventi di storia
veneta. Studi in onore di Federico Seneca, a cura di S. Perini, Rovigo, Minelliana, 2003,
pp. 537-556; ID., La Resistenza vicentina. Bibliografia 1945-2004, Sommacampagna
(Verona), Cierre, 2004.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 75
prile 1945. In genere non se ne parla.
Qualche esempio. Nessun cenno sul giornale della strage di Borga di
Fongara dell’11 giugno 1944 e neppure del sanguinoso rastrellamento di
Piana di Valdagno del 9 settembre 1944. Per la fucilazione dei c.d. sette
martiri di Valdagno del 3 luglio 1944, sotto il titolo Immediata repressione a Valdagno di violenze compiute contro soldati della Wehrmacht,
viene riportato il manifesto del Comando tedesco che dava notizia della
7
esecuzione .
Va appurato quale eco e quale spazio vengono dedicati agli episodi nei
diari e nei cronistorici parrocchiali, stesi però al momento dei fatti (sono
purtroppo molto pochi quelli sinora pubblicati). Mi limito ad un esempio:
8
il cronistorico del parroco di Castelvecchio di Valdagno , dove leggiamo:
[1 maggio 1944] «Sul monte di Marana sono catturati dai tedeschi e repubblicani 7
nostri soldati fuggiaschi. Pare abbiano fatto resistenza colle armi. Nella stessa giornata sono tradotti in piazza a Crespadoro e ivi senz’altro fucilati. Ebbero però prima
9
i conforti religiosi da quel R. Parroco» .
[11 giugno 1944] «A Chiampo mio paese nativo, la scorsa settimana, due nostri soldati fuggiaschi oriundi di Venezia furono catturati giudicati sommariamente alla
casa del fascio dai repubblicani, quindi dopo di essere stati malmenati e torturati,
10
uccisi in prossimità del campanile» .
[12 giugno 1944] «A Fongara fu trovato sabato un soldato tedesco morto in contrada Borga: ieri 11 c.m. i tedeschi di stanza a Valdagno partivano a quella volta per
una rappresaglia: incendiarono la contrada e fucilarono 17 uomini ivi abitanti!!!! I
tedeschi negarono la sepoltura delle salme nel locale cimitero, ma il vescovo di Vi11
cenza s’impose e venne lui stesso ad assistere ai funerali» .
[3 luglio 1944] «Oggi forse per rappresaglia in seguito alla uccisione del Com.te Tedesco 7 cittadini di Valdagno vengono fucilati al tiro a segno. Non sono loro concessi
12
i conforti religiosi» .
Più distesamente il cronistorico di Castelvecchio si occupa dell’episodio
di S. Pietro Mussolino del luglio 1944, con l’uccisione del parroco don
13
Luigi Bevilacqua , e del rastrellamento di Piana di Valdagno del 9 set14
tembre .
7
“Il popolo vicentino”, 5 luglio 1944.
G.A. CISOTTO, Guerra e Resistenza nella cronaca di un parroco del vicentino, 19391945, Valdagno, Comune di Valdagno, 1985.
9
Ibidem, p. 78.
10
Ibidem, p. 80.
11
Ibidem, pp. 80-81.
12
Ibidem, p. 83.
13
Ibidem, pp. 84-86.
14
Ibidem, p. 88.
8
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 76
Segnalazioni e relazioni di stragi ed eccidi si trovano anche nei cronistorici utilizzati da Pierantonio Gios per la ricostruzione della Resistenza
sull’altipiano di Asiago e nelle zone vicentine soggette alla diocesi di Padova15. I cronistorici parrocchiali risultano, del resto, molto importanti
anche per la ricostruzione di stragi ed eccidi.
Per quanto concerne i diari, troviamo ampia eco di alcuni episodi, ad
esempio in quello di Leone Fioravanti di Schio, pubblicato da Luca Va16
lente : Campiglia, uccisione dei fratelli Tagliaferro del 4 maggio 1944,
Vallortigara del 17 giugno 1944, Ca’ Trenta di Schio del 22 giugno 1944,
San Pietro Mussolino del 9 luglio 1944, rastrellamento del Grappa e impiccagioni di Bassano del 26 settembre 1944, contrada Laita sul Tretto
del 30 novembre 1944, Schio del 17 gennaio 1945, Bassano (al Ponte
17
Vecchio) del 17 febbraio 1945 .
Ma interessante è anche la percezione della memoria nel tempo; va
infatti valutato come vengono ricordate le stragi e gli eccidi nella memoria collettiva, che si riversa nelle ricostruzioni storiche e memorialistiche.
La maggior parte degli episodi trova una ricostruzione; degli altri si
trova menzione. Interessante appare esaminare lo spazio riservato a
stragi ed eccidi nelle “storie di paese”: una prima ricognizione evidenzia
18
uno spazio non sempre adeguato .
Altro spunto di riflessione riguarda la cosiddetta memoria “divisa”:
troviamo anche nel vicentino una dinamica della memoria come, per esempio, è il caso di Civitella (in Toscana), dove la memoria divisa assu19
me «un carattere di aperta e pubblica denuncia» ?
20
Frequenti appaiono i casi del genere in Toscana , mentre essi man21
cano completamente in Emilia Romagna .
15
Ricordo per tutti P. GIOS, Resistenza, parrocchia e società nella diocesi di Padova
1943-1945, Venezia, Marsilio, 1981.
16
Ascoltando Radio Londra. Il diario di Leone Fioravanti 1943-1945, a cura di Luca Valente, Schio, Menin Edizioni, 2003.
17 Per questi episodi, cfr. Ibidem, rispettivamente alle pp. 87-88, 105-106, 108, 120, 142,
153-154, 163, 170.
18 Per un quadro globale rimando al mio saggio G.A. CISOTTO, Storie di paese nel Vicentino. Approccio interpretativo, in Studi e ricerche di storia sociale religiosa artistica
vicentina e veneta: omaggio a Ermenegildo Reato, Vicenza, Accademia Olimpica, 1998,
pp. 93-133.
19
PEZZINO, Guerra ai civili…, cit., p. 127.
20
G. CONTINI, La memoria divisa: Civitella della Chiana, 29 giugno 1944-94, Roma,
Manifestolibri, 1996; ID., Toscana 1944. Per una storia della memoria delle stragi nazi-
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Il caso più macroscopico di memoria “divisa” nel vicentino è costitui22
to dai fatti di Pedescala ; è l’unico episodio a sollevare una aperta e
pubblica denuncia da parte di famigliari delle vittime e discendenti degli
abitanti del paese. Per dirla con Pezzino, «il paese dei superstiti si contrappone ai partigiani, li accusa più o meno duramente di essere i principali responsabili del massacro, che hanno provocato senza poi interve23
nire per bloccare la strage» .
Può essere avanzato il dubbio che anche per il vicentino si possa parlare (poca eco, pochi studi ecc.) di oblio, di rimozione della memoria di
24
stragi ed eccidi, nel senso di cui parla Pezzino per la Toscana ?
Non direi. Contributi recenti su episodi tragici sembrano smentire il
dubbio di una rimozione della memoria: penso ai lavori su San Pietro
25
26
27
Mussolino , su Grancona , su Malga Zonta , sui Sette Martiri di Val28
29
30
dagno , su Pedescala , su Borga di Fongara , sui Gasparini di Fara Vi31
32
centino , sui 14 della Speer sull’altipiano di Asiago , su Piana di Valda33
gno .
ste, in G. FULVETTI e F. PELINI (a cura di), La politica del massacro. Per un atlante delle
stragi naziste in Toscana, Napoli, L’ancora del Mediterraneo, 2006.
21
PEZZINO, Guerra ai civili…, cit., p. 128.
22
Su Pedescala mi limito a E.M. SIMINI, Pedescala (Eccidio di), in Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, IV, Milano, La Pietra, 1984, p. 498; K. MANGANELLI, Una
memoria disputata. L’eccidio di Pedescala (30 aprile 1945), tesi di laurea, Università di
Padova, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 1997-98 (relatore S. Lanaro); P. PAOLETTI,
L’ultima vittoria nazista. Le stragi impunite di Pedescala e di Settecà, 20 aprile 1945-2
maggio 1945, Schio, Menin Edizioni, 2002, lavoro questo molto discutibile.
23
PEZZINO, Guerra ai civili…, cit., p. 127.
24
Ibidem, p. 128.
25
Ricerca storica sulle rappresaglie nazifasciste del 1944 a San Pietro Mussolino, in
COMUNE DI SAN PIETRO MUSSOLINO, Le nostre radici, San Pietro Mussolino, s.n.,
[1997], pp. 3-48, ricerca degli allievi della locale scuola media.
26
G. SARTORI, La sera del Corpus Domini. Memorie sull’eccidio dei Sette Martiri di
Grancona, Grancona, s.n., 1996.
27
E.M. SIMINI, Malga Zonta: la ricostruzione di un’eroica vicenda partigiana malamente contestata, Schio, Grafiche Marcolin, 2002.
28
M. DAL LAGO, Valdagno 3 luglio 1944. I sette martiri, Valdagno, Comune di Valdagno, s.d. [ma 2002].
29
PAOLETTI, L’ultima vittoria nazista…, cit.
30
M. DAL LAGO e F. RASIA, Dallo sciopero generale all’eccidio di Borga. Valdagno,
marzo-giugno 1944, Valdagno, Città di Valdagno, 2004.
31
F. OFFELLI, L’eccidio dei Gasparini. La strage fascista del 20 novembre 1944, Fara
Vicentino 20 novembre 2004, Fara V., s.n., 2004.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 78
Un lavoro ancora tutto da condurre è quello relativo ai processi agli
autori delle stragi e degli eccidi, quando e se vi sono stati; ciò in particolare quando gli autori furono membri delle forze armate tedesche. Per i
complici italiani e per gli autori italiani (appartenenti a reparti della RSI)
vanno esaminate le 262 sentenze emesse dalla Corte d’assise straordina34
ria di Vicenza tra il 1945 e il 1947 .
Va però considerato che, per gli autori italiani, alcuni processi furono
celebrati fuori Vicenza; ad esempio per la strage di Grancona esso si tenne
35
alla Corte d’assise straordinaria di Venezia .
Passando ad aspetti più strettamente metodologici, a mio avviso va
condivisa la terminologia legata alla distinzione introdotta da Paolo Pezzino e dai gruppi di lavoro nazionali sulle stragi nazifasciste, che definiscono stragi gli episodi con un numero di vittime da cinque in su ed ec36
cidi quelli con un numero di vittime da due a quattro .
Va poi considerato se le vittime sono solo civili, se sono civili e partigiani, se sono solo partigiani; a sua volta in quest’ultimo caso è da tenere presente se si tratta di partigiani catturati con le armi in pugno o di
partigiani prigionieri (da tempo), la cui esecuzione avviene in momento
successivo.
Alcune osservazioni sui criteri per determinare i civili. Se si tratta di
donne, bambini e vecchi, appare sufficientemente semplice, anche se donne e vecchi possono costituire dei supporti per i partigiani e quindi andare considerati “partigiani” a tutti gli effetti.
Quando si tratta di adulti (in età da militare in particolare), appare
talvolta particolarmente complessa l’attribuzione della qualifica di civili
o di partigiani.
37
Per esempio, i 14 della Speer erano partigiani? Volevano unirsi a loro, ma non erano ancora confluiti nella formazione partigiana. Quindi
32
B. GRAMOLA, T. MARCHETTI e M.G. RIGONI (a cura di), Una strage impunita. Il martirio dei 14 della Speer (Bocchetta Granezza, 7 settembre 1944), “Quaderni della Resistenza vicentina”, 4, settembre 2004, pp. 11-102.
33
K. ZONTA, Il rastrellamento di Piana e Selva di Trissino. 9 settembre 1944, Valdagno,
s.n., 2005.
34
M. MASSIGNANI, Le sentenze della Corte d’Assise straordinaria di Vicenza nell’anno
1945, “Venetica”, XVI (2002), n. 5, pp. 137-154.
35
A. REBERSCHEGG, La Corte straordinaria d’assise di Venezia, “Venetica”, 1998 (XII),
n. 1, p. 141.
36
PEZZINO, Guerra ai civili…, cit., p. 122.
37
Una strage impunita…, cit.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 79
dovrebbero essere considerati civili. Perché allora la “Mazzini” li include
tra i suoi caduti?
È quanto si verifica a Pedescala (con tutti i problemi che ne derivano), dove i caduti sono tutti chiaramente civili e le vittime sono incluse
dalla “Garemi” tra i suoi caduti.
Bisognerebbe fare chiarezza una volta per tutte: i civili (popolazione
inerme) sono altra cosa dai partigiani (civili armati facenti parte di formazioni militari o civili disarmati ma che operano attivamente a favore
della Resistenza).
L’ipotesi di lavoro può essere di considerare civili, oltre a donne, vecchi e bambini, tutti i maschi in età da militare o da lavoro coatto che non
siano partigiani, cioè appartenenti ad unità partigiane; quindi anche renitenti, sbandati ecc.
Nella prima mappatura relativa al Vicentino, pur tenendo sempre
presente tale distinzione e precisazione tipologica, si sono considerati
tutti gli eccidi e tutte le stragi sia che coinvolgessero civili che partigiani.
3. Primi risultati
La prima ricognizione, se non permette di arrivare a conclusioni definitive, consente tuttavia di effettuare alcune considerazioni e di tracciare un primo quadro indicativo.
Dalla prima mappatura – senz’altro incompleta – emergono 67 episodi relativi al vicentino. Va precisato che con il termine vicentino si
comprende l’intero territorio provinciale, le zone del veronese e del padovano comprese nella diocesi di Vicenza (Cologna, Sanbonifacio, alcuni
comuni della Valle dell’Alpone per il veronese; il territorio di Piazzola e
di Fontaniva per il padovano).
Dei 67 episodi, 37 sono le stragi (55,22%), 30 gli eccidi (44,78%).
Delle prime, 18 coinvolsero solo civili, 7 solo partigiani, 6 sia civili che
partigiani. Dei secondi, 12 coinvolsero solo civili, 12 solo partigiani, 1 sia
civili che partigiani.
La differenza rispetto alle cifre totali è data da episodi nei quali non
appare semplice individuare, almeno in prima battuta, se si sia trattato
di civili (giovani) o partigiani.
Per quanto concerne i responsabili delle stragi e degli eccidi, 46 sono
da imputarsi ai soli tedeschi (69,70%), 16 ai soli fascisti (24,24%), 4 sono attribuibili a tedeschi e fascisti congiuntamente (6,06%), mentre per
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 80
uno mancano elementi.
Importante appare anche la individuazione dei responsabili, come
unità militare o come persone specifiche. Per il vicentino spesso – da
una prima analisi – non appare possibile individuare con precisione i responsabili. Preziosi in tal senso possono risultare gli atti processuali, ove
furono effettuate indagini, aperti fascicoli e celebrati processi.
Appare possibile tracciare (per i 61 casi per i quali vi sono elementi
per classificarli) anche una mappa relativa alle tipologie individuate ad
38
esempio per la Toscana , rendendo quindi concretizzabile anche un confronto con la realtà di quella regione.
Il quadro che si può al momento ricavare appare il seguente:
a) episodi commessi per rappresaglia contro un’azione partigiana
(cioè come risposta ad un’azione armata dei partigiani o combattenti irregolari o civili, a sommosse e a rivolte): 14, pari al 22,95% (in Toscana il
39
28%) ;
b) stragi in occasione di rastrellamenti di partigiani, evacuazione forzata di civili e operazioni volte alla deportazione di uomini per il controllo del territorio: 15, pari al 24,59% (in Toscana il 36%);
c) stragi per ritorsione o vendetta, episodi motivati da sentimenti di
rancore o vendetta, riconducibili ad una situazione di difficoltà militare,
di diffusa ostilità da parte della popolazione, di opposizione politica: 16,
pari al 26,22% (in Toscana il 21,7%);
d) stragi commesse nel corso della ritirata aggressiva, che assommano in sé movente della vendetta e del controllo del territorio in proporzioni variabili: 17, pari al 26,22% (in Toscana il 12%).
La maggior incidenza di stragi commesse nel corso della ritirata nel
Vicentino sono spiegabili con il fatto che si trattava delle ultimissime fasi
della ritirata, quando oramai tutto appariva perduto e i reparti cercavano di aprirsi a tutti i costi una via di fuga verso la Germania.
Il numero complessivo delle vittime assomma nel vicentino (per i casi
riscontrati) a 609, di cui 586 maschi (pari al 96,23%) e 23 femmine (pa40
ri al 3,77%); in Toscana erano 76,2% maschi e 21,8% femmine .
38
Come esposto in PEZZINO, Guerra ai civili…, cit., pp. 122-123.
Sul ruolo e la funzione della rappresaglia nel diritto di guerra rimando alle considerazioni di E. GALLO, La rappresaglia come arma di guerra, in Eserciti, popolazioni, resistenza sulle Alpi Apuane. Atti del convegno internazionale di studi storici sul Settore
Occidentale della Linea Gotica, I. Aspetti geografici e militari, a cura di G. Briglia, P.
Del Giudice e M. Michelacci, Massa, s.n., 1995.
40
Per i dati toscani cfr. PEZZINO, Guerra ai civili…, cit., p. 123.
39
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 81
Va rilevata quindi la marginalità del numero di donne tra le vittime
delle stragi e degli eccidi nel vicentino. Siccome l’elemento femminile risulta prevalentemente vittima di stragi effettuate nel corso di rastrellamenti, quando appare più naturale un colpire indiscriminato, essendo
nel vicentino tali episodi in quantità minore che in Toscana, di conseguenza minore – se non del tutto trascurabile – risulta la quantità di donne tra le vittime.
Se però noi consideriamo il numero di vittime in relazione alle tipologie in cui si sono raggruppati stragi ed eccidi, abbiamo:
a) per rappresaglie il 25,00% delle vittime
b) per rastrellamento il 27,38% delle vittime
c) per ritorsioni e vendette il 23,29% delle vittime
d) nel corso della ritirata aggressiva il 24,31% delle vittime.
Nel vicentino sostanzialmente si ha un andamento equilibrato tra i
quattro tipi di strage.
Il confronto con la Toscana evidenzia un andamento nel complesso
analogo: per rappresaglia in quella regione era caduto il 30% circa delle
vittime (a Vicenza il 25%), per le altre tre tipologie il 70% circa, mentre a
Vicenza complessivamente il 75%; i due terzi circa delle vittime quindi
41
non sono riconducibili ad episodi di rappresaglia .
Quanto alla tipologia delle vittime, se per la Toscana si appura che il
44,6% di esse erano adulti in età del servizio militare o di lavoro coatto e
42
il 21,8% costituito da donne e anziani , per Vicenza il dato è assolutamente piegato dal lato degli adulti in età da militare o di lavoro coatto:
23 le donne (3,77%), 3 i bambini (0,49%), non definibili con precisione,
ma trascurabili, gli adolescenti (4/5 unità) circa lo 0,82% approssimativo, non più di 10/20 gli anziani (pari al 3,28% approssimativo). Quindi
donne, vecchi e bambini complessivamente sull’8,36%, mentre toccano
il 91,64% gli adulti in età da militare o da lavoro coatto (costituiti soprattutto dai partigiani).
Se prendiamo in considerazione solamente i 343 civili vittime delle
stragi e degli eccidi nel vicentino, le donne costituiscono il 6,41%, i bambini l’8,87%, gli adolescenti l’1,46%, gli anziani il 5,83%; per cui gli adulti rappresentano l’85,43% delle vittime civili, contro il 44,6% della Toscana.
41
42
Per i dati toscani cfr. Ibidem.
Ibidem.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 82
In quella regione, nel 61,6% degli episodi si era avuta la selezione di
soli uomini da sottoporre ad esecuzione, mentre nel 38,4% la strage ave43
va colpito indiscriminatamente anche donne, vecchi e bambini . Nel vicentino il basso numero di vittime femminili rende irrilevante una distinzione percentuale.
Negli altri casi avveniva sempre una selezione degli elementi maschili: a Crespadoro, il 9 luglio 1944, una donna allineata con gli uomini per
la fucilazione veniva poi allontanata; a Borga furono scelti solo uomini
adulti, e un ragazzo fu tolto dal gruppo.
Considerando solo gli episodi in cui sono coinvolti civili o da soli o
unitamente a partigiani, si possono individuare 37 casi, pari al 54,41%
del totale provinciale, di cui 24 stragi e 13 eccidi.
Le vittime civili furono complessivamente 343. Secondo la tipologia
adottata da Pezzino per la Toscana, 120 furono le vittime delle rappresaglie (34,98%), 94 di rastrellamenti (27,40%), 19 per ritorsioni o controllo del territorio (5,54%) e 110 nel corso della ritirata (32,07%).
In due casi, tra le vittime furono compresi i parroci della località: don
Fortunato Carlassara a Pedescala e don Luigi Bevilacqua a S. Pietro Mussolino.
Rilevante importanza assume individuare la responsabilità esclusiva
di reparti della RSI, che, come sottolinea Paolo Pezzino nel citato saggio
44
del 2003, di solito è un particolare che viene trascurato .
Per il Vicentino sono 16 gli episodi nei quali la strage o l’eccidio risulta opera esclusiva di reparti o uomini della RSI (su un totale di 66 valutabili), pari al 24,24% del totale.
Vittime dei fascisti furono soprattutto partigiani. In alcuni casi gli episodi si distinguono per la particolare efferatezza e l’incrudelire sulle
vittime sia prima che dopo l’uccisione (ad esempio a Salcedo, a Mason, a
Grancona e a Fara Vicentino).
4. Aree geografiche
Una ipotesi di raggruppamento per zone delle stragi e degli eccidi, ai
fini di costruire una possibile “carta” del vicentino (più le parrocchie della diocesi fuori provincia), potrebbe evidenziare:
43
44
Ibidem.
Ibidem.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 83
- Altipiano di Asiago: 4 episodi
- Pedemontana (Bassano, Marostica, Valsugana ecc.): 8 episodi
- Alto Vicentino (Schio, Thiene ecc.): 19 episodi
- Valle dell’Agno: 5 episodi
- Valle del Chiampo: 11 episodi
- Vicenza e centro provincia: 7 episodi
- Basso Vicentino: 9 episodi
- Valli veronesi con Sanbonifacio e Cologna (diocesi di Vicenza): 2 episodi
- Pianura padovana (diocesi di Vicenza: Fontaniva, Piazzola sul Brenta
ecc.): 1 episodio
Il sessantasettesimo episodio è la strage di Vigolo Vattaro in provincia di Trento, che coinvolse persone dell’altipiano di Asiago.
Dal quadro geografico spicca l’alto numero di stragi ed eccidi concentrati nella Valle del Chiampo, in particolare l’alta valle (Crespadoro, Altissimo, San Pietro Mussolino, Marana), ma anche Chiampo; concentrazione superiore (considerata la ristretta superficie della Valle) a quella –
pur numericamente in assoluto più elevata – fatta registrare dall’area dell’Alto Vicentino (Schio, Thiene, Val Posina, Val d’Astico ecc.), anch’essa
marcatamente caratterizzata da attività repressiva di tedeschi e di fascisti.
Chiudo ricordando le aree geografiche dove hanno colpito i fascisti da
soli: Alto Vicentino (Carrè, Fara Vicentino, Mortisa di Lugo Vicentino,
Salcedo, San Ulderico di Tretto, San Vito di Leguzzano, Schio); Pedemontana (Bassano e Mason); Valle dell’Agno (Priabona e Selva di Trissino); Valle del Chiampo (due episodi a Chiampo); Basso Vicentino
(Campiglia, Grancona); Valli veronesi (San Giovanni Ilarione).
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 84
VIOLENZE AI CIVILI
Donne violente e donne lacerate.
L’identità femminile durante il
secondo conflitto mondiale 1
di Sonia Residori
La cultura occidentale ha fatto propria una tradizione che sancisce
una relazione analogica tra l’essere donna e la pace, tra il maschio e la guerra. Una tradizione che poggia le sue basi su memorie e miti creati e tramandati da un’epoca all’altra, ma anche sui silenzi della storia che hanno oscurato un gran numero di crudeltà inaudite, relegandoli nella sfera
dell’orrore diventato intollerabile per gli uomini e le donne che incarnano la nuova sensibilità della seconda metà del Novecento. Una nuova
sensibilità che ha accelerato l’abbassamento delle soglie di sopportazione del male e ha ravvivato, nello stesso tempo, la paura di soffrire.
Uomini e donne del tempo di guerra vengono percepiti come esseri
modelli delle virtù specifiche del proprio sesso e, come ha rilevato J. Be2
thke Elshtain nel suo volume Donne e guerra , assumono nella memoria
collettiva e nei racconti, il ruolo del Guerriero Giusto e dell’Anima Bella.
L’uomo interpreta il ruolo violento, talvolta volentieri tal’altra riluttante,
ora in modo inevitabile oppure tragico. La donna veste i panni della non
violenza, di colei che fornisce conforto e compassione, ma queste immagini di identità sociali passate e presenti di uomini e donne non rispecchiano ciò che essi realmente sono e diventano in tempo di guerra, ma
assolvono invece alla funzione di ricreare e garantire la posizione tradizionale delle donne all’interno della società come non combattenti e
1
Questo saggio riprende e amplia Il “Guerriero Giusto” e l’ “Anima Bella”: l’identità femminile durante il secondo conflitto mondiale, pubblicato in Donne guerra e violenza.
Atti del convegno. Vicenza 26 novembre 2005, a cura del Centro Documentazione e Studi “Presenza Donna”, pp.13-25.
2
J. BETHKE ELSHTAIN, Donne e guerra, Bologna, Il Mulino, 1991.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 85
quella degli uomini come guerrieri. Questi paradigmi fanno pericolosamente passare in secondo piano altre voci ed altre storie: quelle di maschi
pacifici che non si sognerebbero mai di sopprimere la vita di un altro, di
donne bellicose il cui coraggio travalica il limite, di crudeltà efferate incompatibili con una guerra giusta, di entusiasmo militaresco in contrasto
– o perlomeno così preferiamo credere – con l’istinto materno delle donne. La storia dimostra, purtroppo, che le donne non possiedono alcuna
innata inibizione per il combattimento e lo spargimento di sangue, così
come la aspirazione massima dell’uomo non è sempre lo scontro fisico,
la lotta per la supremazia.
Questo particolare modo di definire la funzione maschile ebbe conseguenze disastrose per il ruolo femminile. L’esclusione dal mondo della
guerra non ha voluto dire che le donne, nella veste protetta di astanti e
procreatrici, fossero escluse, o comunque preservate, dagli orrori della
guerra. Se rese gli uomini predatori, la guerra rese le donne schiave, bottino di guerra sullo stesso piano del grano e degli armenti.
1. «fui brutalmente posseduta»: lo stupro delle donne.
Tra il 1943 e il 1945 sulle donne italiane si scatenarono violenze di
tutti i tipi e su tutti i fronti: sulla “linea gotica” i tedeschi infierirono soprattutto nei dintorni di Marzabotto, quasi a voler reiterare la strage in
3
altre forme o a prolungarla ; sull’appennino ligure-piemontese nel 1944,
in sei mesi, si registrarono 262 casi di stupro ad opera dei “mongoli”, i
disertori dell’Asia sovietica arruolati nell’esercito tedesco. La seconda
guerra mondiale ha prodotto un’internazionalizzazione dei crimini contro le donne mai più vista dalla caduta dell’impero romano: tedeschi
contro russe, polacche, francesi; russi contro tedesche; giapponesi contro cinesi e coreane; fascisti contro partigiane; americani, australiani,
3
C. VENTUROSI, La violenza taciuta. Percorsi di ricerca sugli abusi sessuali fra il passaggio e l’arrestarsi del fronte, in Donne guerra politica. Esperienze e memorie della
Resistenza, a cura di D. Gagliani, E. Guerra, L. Mariani e F. Tarozzi, Bologna, Clueb,
2000, pp. 111-130. Le violenze sessuali della zona dell’Appennino a ridosso di Marzabotto, dove furono prelevate dalle truppe tedesche, «ragazze di 14-16 anni», iniziarono prima della strage e sono citate da Mussolini in una sua lettera all’ambasciatore tedesco
Rudolf Rahn del 17 agosto 1944, riportata in G. BUFFARINI GUIDI, La vera verità. I documenti dell’archivio segreto del ministro degli Interni Guido Buffarini Guidi dal 1938
al 1945, Milano, Sugarco, 1970, cit. in D. GAGLIANI, La guerra totale e civile: il contesto,
la violenza e il nodo della politica, in Donne guerra politica…, cit., p. 38.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 86
4
polacchi, marocchini, tutti “liberatori”, contro le italiane . Quando Al5
berto Moravia pubblicò nel 1957 il romanzo La ciociara , sulle violenze
alle donne “marocchinate”, si levarono polemiche perbeniste sulla dubbia moralità delle sue opere. “Marocchinate” è l’infelice appellativo delle
donne di Esperia che nel 1944 furono violentate dalle truppe di liberazione di origine magrebina, che i francesi avevano fatto avanzare contro
le truppe naziste e alle quali avevano più o meno esplicitamente concesso, in caso di vittoria, il diritto di stupro e saccheggio, classico della tradizione patriarcale.
Le vittime furono 600: alcune donne che avevano subito violenze atroci furono anche uccise, molte furono contagiate dalla sifilide, nessuna
fu risparmiata e bambine, anziane, monache dovettero subire l’orrore
proprio quando pensavano che gli alleati avevano liberato il loro paese e
posto fine alla guerra6.
Lo stupro di queste donne salta all’attenzione per il numero rilevante
circoscritto alla stessa zona, ma in realtà non sapremo l’esatta valutazione quantitativa del fenomeno dello stupro di guerra in Italia e nel Vicentino per il silenzio legato, ma anche imposto, al sentimento di colpa e di
vergogna fatto ricadere sulle vittime. Lo stupro prima di essere considerato una ferita al corpo e all’anima della donna, era vissuto come
un’offesa all’onore personale e familiare e un oltraggio all’onore e ai valori di tutta la comunità. Inoltre, vi era sempre il sospetto della collusione e della responsabilità della donna che non era riuscita a difendersi e,
quindi, a evitare la violenza sessuale. A tutto ciò si deve aggiungere
l’inconsistenza del reato in quell’epoca, equiparato ad una offesa alla
morale, pertanto le denunce furono molto rare. Ciò nonostante gli incartamenti contenuti nei fascicoli della Corte d’Assise straordinaria di Vicenza testimoniano che lo stupro reiterato con l’uso di cocaina o altra
sostanza stupefacente era prassi “normale” all’interno del carcere di S.
Michele da parte del maggiore della G.N.R. Mantegazzi, o all’UPI della
G.N.R. dal ten. Di Fusco e dal ten. Zatti.
4
G. DE LUNA, Il caso delle donne italiane stuprate durante la seconda guerra mondiale
al centro di nuove ricerche. La Ciociara e le altre, “La Stampa”, 25 novembre 2002.
5 Il romanzo venne portato sugli schermi tre anni più tardi, nel 1960, per la regia di Vittorio De Sica, con protagonista la giovane Sofia Loren ed ebbe notevole successo di pubblico.
6 V. CHIURLOTTO (a cura di), Donne come noi. Marocchinate 1944 - Bosniache 1993,
“DWF “, n. 17, 1993, pp. 42-67.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 87
«Tutte le mie compagne – affermerà con forza Eleonora Candia nella sua denuncia
al Procuratore di Stato per le torture subite datata 16 febbraio 1945 – furono insidiate in ogni modo sia dagli agenti dell’U.P.I. che dal maggiore Mantegazzi, che si
vantava di aver avuto parecchie di noi, e di volere solo le minorenni vergini. Tutto
quanto ho detto corrisponde esattamente a verità e sono pronta a renderne testimonianza di fronte a qualsiasi Autorità». «Particolarmente penoso – aggiungerà
Daffan Elisabetta nella sua denuncia – era per noi l’ambiente oltremodo fangoso in
cui dovevamo vivere. Non parlo dei carcerieri e dei ragazzi che ci avvicinavano, i
quali seguivano la corrente, ma del Maggiore Mantegazzi, la più alta autorità della caserma, colui che dava l’esempio a tutti. Costui veniva quasi giornalmente nella nostra cella e non solo faceva discorsi osceni a nostro riguardo, ma si vantava
d’aver violato delle minorenni fra noi. Spesse volte succedeva che alla sera con la
scusa di un interrogatorio chiamava qualcuna di noi nella sua stanza e da questa
sapevamo poi le proposte e le umiliazioni a cui era sottoposta. Per quanto cerchi di
ricordare non riuscirò mai a ripetere ogni cosa, certo non avrei mai pensato che
tanto marcio esistesse fra gli Italiani».
«Durante la mia permanenza a S. Michele verso la metà di gennaio – denuncerà
con coraggio una delle ragazze violentate – il Maggiore Mantegazzi mi fece accompagnare nella sua stanza dal carceriere Frolli, che finse che dovessi andare ad un
interrogatorio. Quando mi trovai là il Maggiore mi offrì un bicchiere di grappa
che doveva avere dentro qualche cosa, e in seguito a questa bevanda persi la conoscenza, e mi accorsi che il Maggiore era sopra di me. Quando ripresi la conoscenza
ero stesa sul letto, senza mutande e tutta dolorante. Verso le 23 e 1/2 mi accompagnò in cella dicendomi di tacere con tutti, se volevo essere messa in libertà. Il Maggiore Mantegazzi voleva chiamarmi ancora nella sua stanza, ma io mi rifiutai
sempre. Per convincermi mi disse anche di aver avuta per amante la prigioniera
7
A.A. Il primo di febbraio fui tradotta alle carceri di S. Biagio» .
«Confermo integralmente l’esposto – dirà un’altra partigiana violentata – che io vi
presentai in data 7.6.1945, esposto che ho già presentato in detta data all’Ufficio
Politico della Questura.
A.D.R.: Il Mantegazzi mi somministrò una sostanza che subito mi fece addormentare. Preciso che mi offerse un bicchiere di grappa. Io ne bevetti un poco e mi addormentai subito. Da ciò deduco che avesse messo una sostanza soporifera.
A.D.R.: Non so se fosse cocaina. Sono state altre a dirmi che doveva essere cocaina. Non so mentre dormivo cosa mi abbia fatto il Mantegazzi. Mi sono svegliata
8
quasi nuda nel letto. So che con altre ragazze ha fatto lo stesso» .
7
A.Tr.VI., C.A.S., fascicolo degli atti relativi alla inchiesta effettuata già in periodo repubblicano a carico dei componenti dell’Ufficio Politico Investigativo della G.N.R. di Vicenza (comprese le perizie), privo di ogni indicazione inserito tra gli atti del fasc. 39/46,
43/46, contro Salmi Amleto, Zatti Piero, Foggi Osvaldo e Vancini Vittoriano.
8 A.Tr.VI., C.A.S., fasc. 39/46, 43/46, contro Salmi Amleto, Zatti Piero, Foggi Osvaldo e
Vancini Vittoriano, c. 69. Verbale di denunzia e di dichiarazione di parte offesa del 25
luglio 1945 davanti al p.m. Ugo Viola.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 88
Nel dopoguerra Letizia C., partigiana della brigata Stella, avrà il coraggio di denunciare lo stupro di gruppo che aveva subìto a Palazzo Festari, a Valdagno, da parte di otto brigatisti della Turcato:
«Nella sede della brigata, dove erano il Tommasi, Grandis Narciso, Visonà Adriano, i due fratelli Carlotto ed altri, subii una gravissima offesa. Fui bendata e mentre due, a turno mi reggevano per le braccia, fui brutalmente posseduta da diversi
brigatisti che non riconobbi perché bendata. Ricordo solo che una volta sentii dire:
Pregrasso, adesso tocca a te. Conosco un Pregrasso di Maglio di Sopra, già brigatista. Sentii anche parlare di Malagoli, che poi vidi nella sede della brigata. Fui infine derisa ma lasciata libera, con ordine però di tenermi a loro disposizione, sotto
9
minaccia di bruciare la casa» .
La CAS di Vicenza riconobbe nella sentenza l’ “offesa” subita da Letizia, ma non condannò il brigatista Pregrasso per lo stupro, bensì sola10
mente per il reato di collaborazionismo «con il nemico invasore» .
Alfredo Lievore, noto esponente della resistenza vicentina, ricorda
che nell’ottobre 1944, in seguito allo stupro di 4 ragazze avvenuto alle
Piane di Schio durante una delle tante scorrerie dei legionari della Tagliamento, tutti i 400 dipendenti del lanificio Cazzola dove lavoravano le
ragazze e dove sono presenti e ben rappresentati i “Gruppi per la difesa
11
della donna”, entrarono in sciopero per protesta . Lo sciopero durò 4
giorni e ai tessili del Cazzola si affiancarono quelli del Lanerossi di Schio
e di Marano ed altre fabbriche vicine. Solo l’intervento di un colonnello
delle SS inviato da Verona riuscì a porre fine alla protesta promettendo
che sarebbero stati allontanati i maggiori responsabili: il s.t. Ghirelli Edolo e il cap. Rastelli Nello. Probabilmente non si trattò di “solo” quattro
ragazze visto che era «cosa abituale del cap. Rastelli possedere donne
sotto la forma od il pretesto di un interrogatorio, anche se spesso non
12
esistano i motivi del fermo» . Dalla lettura della requisitoria del dr. Egidio Liberti al processo contro la Tagliamento del colonnello Zuccari
sembra che il p.m. non sia riuscito, per sua stessa ammissione, a ricoA.Tr.VI, C.A.S., fasc. 7/46, 54/45, contro Albiero Orazio, cc. 48-52.
Ivi, fasc.37/46, 33/46 contro Pregrasso Paolo.
11 Contributo per una storia della Resistenza nella provincia di Vicenza, a cura di G.
Campagnolo, L. Cerchio e A. E. Lievore, esemplare dattiloscritto presso la B.C.B., pp.
103-105, ma vedi anche Diari della Resistenza, da Santacaterina, spaziando per la Val
Leogra e dintorni, a cura di E. D’Origano, Schio, Menin Edizioni, 1994, n. 4, pp. 334337; L. VALENTE, Il lungo inverno. La fine, in Una città occupata. Schio-Val Leogra settembre 1943-aprile 1945, Schio, Menin Edizioni, 2000, p. 30.
12 Sentenza nella causa contro Zuccari Merico più 16 del Tribunale Militare Territoriale
di Milano, n. 1652/47 del Reg. gen. proc., 28 agosto 1952, p. 84.
9
10
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 89
struire gli episodi “poco edificanti” di violenza sessuale avvenuti a S. Ul13
derico di Tretto da parte degli imputati . Sappiamo, infatti, che le vittime non si presentarono a testimoniare. Il processo alla legione Tagliamento si celebrò nel 1952, e per quel periodo la Cassazione aveva già introdotto in giurisprudenza metri di valutazione e di giudizio che lasciano
sconcertati. La violenza carnale di gruppo su una partigiana non era
considerata «sevizia particolarmente efferata», pertanto non portava alla
condanna dei violentatori che potevano così usufruire dell’amnistia To14
gliatti e di quelle successive .
In guerra il saccheggio e l’appropriazione delle cose del nemico sono,
sotto diverse forme, riconosciuti come leciti: in questa ottica, poiché la
donna è “cosa” del nemico, il ratto e lo stupro sono generalmente permessi. Lo stupro di guerra, in quanto tale, riguarda esclusivamente le
donne: è l’atto che i soldati del vincitore compiono sul corpo delle donne
dei vinti per spregio. Prolunga l’odio per il nemico e nel possesso della
donna perfeziona i fini del conflitto fra uomini. Per questo le interpretazioni che parlano di “sfogo bestiali” dei soldati repressi dall’astinenza
sono superficiali e incomplete. Gli stupri diventano per gli eserciti vittoriosi l’occasione per l’esercizio di un potere anche simbolicamente straripante, in grado di espropriare gli sconfitti non solo della loro dimensione pubblica (il loro stato, il loro territorio nazionale) ma anche di
quella privata, penetrando nelle loro case, squarciandone gli interni domestici, spezzandone i legami di cittadinanza insieme a quelli familiari e
15
parentali .
Secondo le annotazioni diaristiche di Leone Fioravanti, il
«10 agosto 1944. Per opera dei fascisti il paese di Valli del Pasubio sta subendo la
sorte di Poleo. Secondo gli abitanti del centro i luridi sgherri mussoliniani si sono
messi anche a violentare donne e ragazze, ciò che finora nemmeno i tedeschi e i
loro servi russi hanno pensato di fare”. E il giorno seguente scrive: Una delle vittime degli sconci soldati della cosiddetta repubblica italiana, una ragazza, è morta
13 Quando bastava un bicchiere d’acqua. Tribunale Militare Territoriale di Milano,
procedimento contro Zuccari Merico e altri quindici, requisitoria del vice Procuratore
Militare della Repubblica dott. Egidio Liberti, udienza dell’agosto 1952, dal testo stenografico, a cura dell’Istituto per la storia della Resistenza in provincia di VercelliBorgosesia, Borgosesia, 1974, p.56.
14
M. REBERSCHAK, Epurazioni. Giustizia straordinaria, giustizia ordinaria, giustizia
politica, “Venetica”, 1998, p. 50; M. MASSIGNANI, Le sentenze della Corte d’Assise straordinaria di Vicenza nell’anno 1945, “Venetica”, 2002, pp. 137-154.
15
E. DONI e C. VALENTINI, L’arma dello stupro, Palermo, La luna, 1993, p. 14; GAGLIANI,
La guerra totale e civile…, cit.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 90
per le sevizie subite. Anche una seconda sarebbe perita nelle stesse condizioni e
all’ospedale di Schio ve ne sono altre. Il primario prof. Arlotta, inorridito per tanta
infamia, ha elevato un’energica protesta presso le autorità competenti. I partigiani ancora non si sono mossi per vendicare gli orrendi delitti testé descritti, com16
messi a Valli. Pare che gli autori siano stati puniti, ma io non ci credo» .
2. «ho pagato a caro prezzo la fede in un ideale giovanile»: carcere e
tortura.
Per le donne che venivano scoperte, l’alternativa alla cattura era
quello di nascondersi salendo in montagna con gli uomini, e come loro
durante il lungo inverno del 1944-45 rimasero nascoste nei nascondigli
chiamati bunker:
«tane scavate nella terra di dimensioni varie a seconda del numero dei componenti
la pattuglia, potevano essere di sei metri quadrati, di otto o di dieci, la loro altezza
non superava mai il metro e mezzo di altezza. Il buncher di preferenza veniva costruito presso i piccoli raggruppamenti di case (contrade), sotto la capanna, sotto la
stalla o sotto gli scantinati. Vi si accedeva attraverso un buco scavato sul selciato a
chiusura del quale vi era una robusta lastra di pietra che veniva azionata sia
dall’esterno, sia dall’interno della tana. Nella zona montana e pedemontana del vicentino vi erano anche numerosi vuoti creatisi nel tempo dallo scolo delle acque e
numerosi nascondigli praticati dai soldati italiani durante la guerra»17.
Teresa Peghin, “Wally”, staffetta e portaordini della brigata Stella, una
ragazza che non aveva paura perché troppo orgogliosa, [«Quando facevo
la staffetta non avevo paura: ero orgogliosa di fare qualcosa di impor18
tante, di prestarmi, di fare» ], è costretta a rimanere inattiva e nascosta
in montagna nei bunker per cinque mesi, assieme ad altri partigiani: era
ricercata per aver portato 18 milioni del tempo, in denaro e assegni, da
Selva di Trissino al C.N.L. di Padova, denaro che era stato prelevato dal
16 Ascoltando radio Londra. Il diario di Leone Fioravanti 1943-1945, a cura di L. Valente, Schio, Menin Edizioni, 2003, p.122.
17 Resistenza sui Lessini: Brigata Stella del gruppo di brigate garibaldine “A. Garemi”.
Archivio storico 24 maggio - 17 settembre 1944, a cura di G. Zorzanello, Valdagno, Biblioteca Civica, 1980, p. 24
18 Teresa Peghin, nata a Selva di Trissino, il 24 settembre 1924 è stata una staffetta portaordini molto importante della brigata Stella, nella quale militava insieme al fratello
Pietro e al padre Ettore, ucciso per rappresaglia il 26 marzo 1945. Il fratello venne mortalmente ferito, ma si salvò, e per diversi giorni tutti lo pensarono deceduto. Intervista
del 17 novembre 2002.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 91
Ministero della Marina che aveva sede a Montecchio Maggiore in seguito
ad un attacco partigiano particolarmente fruttuoso. Così parla della sua
esperienza:
«Catone allora, visto che ormai ero “bruciata” mi ha spedito su a Recoaro e sono
sempre stata là fino alla liberazione. Tutto l’inverno l’ho passato nascosta nei “busi”. Si dormiva vestiti con solo una coperta e quando c’era la neve al mattino dovevamo strizzare le coperte perché la neve ha cominciato a sciogliersi verso aprile».
In contrada Branchi, “Wally” rimase nascosta per un periodo con An19
tonio Povolo, “Ortiga” , in un “buso” ricavato all’interno di un deposito
di fascine di legna, al quale si accedeva da un ovile adiacente, passando
attraverso un’apertura posta sotto la greppia dove mangiavano capre,
pecore ed agnelli. Ma per non essere individuata cambiò spesso rifugio
insieme ai suoi compagni: si nascose in contrà Balestri in una tana scavata sotto terra, nella quale si entrava scendendo una scaletta nascosta
dentro un gabinetto fatto di canne, ma anche in un “buco” realizzato nei
20
muri di sostegno di due case contigue . Il rischio di venire scoperti era
molto alto a causa dei continui rastrellamenti operati da fascisti e tedeschi per cui a molte partigiane divenne difficile, se non impossibile nascondersi. Teresa divideva il bunker anche con il medico dei partigiani, il
dott. Gianattilio Dalla Bona, che venne catturato a Recoaro proprio davanti all’entrata del “buso” il 23 febbraio 1945, mentre lei si era recata
21
con un’altra partigiana Virginia Zuccante , a casa della mamma di “Ortiga”, ucciso tre giorni prima, per portarle parole di sostegno e di conforto. Scoperte dalla delazione di spie prezzolate, ma più spesso da traditori, ex compagni e compagne passati al nemico, molte donne partigiane
vennero incarcerate, torturate, violentate. Alcune furono internate nel
campo di concentramento di Bolzano.
19
Povolo Antonio “Ortiga”, partigiano del btg. Romeo della brigata garibaldina Stella,
rimase ucciso dalla Brigata Nera di Valdagno in quella che viene chiamata la “strage dei
Grilli” avvenuta a Quargnenta il 20 febbraio 1945.
20
G. FIN, Peghin Teresa “Wally”, in “Storie partigiane”, n. 4, A.N.P.I., sezione di Cornedo Vicentino, s.l., 2003, pp. 40-41.
21 Virginia Zuccante era nata l’11 dicembre 1922. «Maggio 1944. Incominciai in questo
mese la mia attività partigiana, aiutando i partigiani come meglio mi era possibile. La
mia casa divenne come un rifugio dei garibaldini: io li aiutavo facendo loro da mangiare mendando i loro panni. Più tardi il lavoro dei partigiani si intensificò e divenne
sempre più pericolosi i loro spostamenti da un luogo all’altro prestai allora la mia attività come staffetta prestando servizio nella vallata dell’Agno e qualche volta nella zona di Schio», Relazione di Virginia Zuccante, in ISTREVI, Archivio D’Ambros, c. 1 v.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 92
La tortura cominciò ad essere utilizzata sicuramente dal luglio 1944 a
Palazzo del Littorio sede delle squadre della Federazione prima, della
Compagnia della morte poi e infine della Brigata Nera, nella quale, al
momento della sua istituzione, erano confluiti tutti i componenti della
22
Compagnia della morte. Il 24 luglio 1944 Elisa Marostegan e Clara Tabia furono picchiate con lo scudiscio, con pugni e calci; furono inseriti i
fiammiferi accesi fra i denti e fra le dita dei piedi.
«Verso le donne, [è stato usato] il ferro da stiro, qualcuno ebbe la stessa natura scottata e i casi di violenza non sono rari. Oggi stesso la signorina Lovato Anna, da San
Quirico di Valdagno, fu seviziata da un ufficiale tedesco e poi portata in carcere».
L’uso della tortura era in qualche modo trapelato, probabilmente attraverso la richiesta di aiuto dell’esponente comunista Romeo Dalla Poz23
za al vescovo, mons. Zinato . Nel settembre del 1944, il procuratore di
stato Alfonso Borrelli, con l’aiuto delle perizie mediche del dr. Nello De
Megni, riuscì a istruire un procedimento penale contro gli elementi più
violenti della brigata nera di Vicenza, che comunque riuscirono a sottrarsi all’ordine di arresto, trasferendosi in altra sede. Ma nel febbraio
1945, di fronte ad un numero ingente (attorno alle 150 persone) di uo24
mini e donne violentati e seviziati dall’U.P.I. della G.N.R. e dalla banda
25
del maggiore Carità , le indagini del procuratore Borrelli ancora una
volta, portarono alla raccolta di numerose denunce da parte delle vittime, ognuna delle quali accompagnata dalla perizia medica eseguita
sempre dal dr. De Megni, parte delle quali giunsero sul tavolo dello stes22
Elisa Marostegan, nome di battaglia Marta, nata il 15 novembre 1922, era staffetta della brigata Argiuna, divisione Vicenza. Arrestata il 24 luglio 1944 fu interrogata e torturata nella sede della Federazione; rimase in carcere a S. Biagio fino alla Liberazione.
23
G.B. ZILIO, Il clero vicentino durante l’occupazione nazifascista, Vicenza, s.n., 1975,
pp. 11-12.
24
A Vicenza l’Ufficio Politico Investigativo venne creato nella seconda metà del 1944,
presso il Comando della G.N.R. a San Michele, ma il suo “lavoro” divenne veramente
“imponente” con l’arrivo in città verso il mese di ottobre della cosiddetta squadra Querzè
composta di elementi provenienti dalla G.N.R. di Bologna, che si erano ritirati per l’incalzare degli avvenimenti militari e fra i quali i più “notevoli” erano il tenente Amleto
Salmi, il milite Vancini, il brigadiere Morelli, il milite Bentivoglio e il milite Loreta, in S.
RESIDORI, Il coraggio dell’altruismo. Spettatori e atrocità collettive nel Vicentino 194345, Sossano (Vicenza), Centro studi Berici, 2004, pp. 24-26.
25
Il tenente Usai Umberto dirigeva a Vicenza la sezione staccata della banda del famigerato maggiore Carità, che aveva sede in via Fratelli Albanese. L’Usai si era arruolato nella G.N.R. di Firenze e con l’avanzata degli alleati si era messo alle dipendenze del Carità,
prima a Bergantino, e poi a Vicenza. I componenti della banda alloggiavano in una caserma di via Fratelli Albanese, nella quale venivano rinchiusi gli arrestati nelle celle sotterranee e in una parte delle stanzette superiori.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 93
so Mussolini. L’inchiesta ebbe come esito l’internamento a Brescia, nella
fortezza militare, di cinque ufficiali della UPI maggiormente indiziati,
fra cui il Salmi e lo Zatti. Secondo le testimonianze del dopoguerra rinvenute nei fascicoli processuali, a loro carico non risultarono provate le
accuse e furono liberati dal carcere durante i giorni dell’insurrezione.
Almeno due di essi, il ten. Zatti e il ten. Di Fusco vennero uccisi dai partigiani.
26
Nelle diverse sedi , gli interrogatori degli arrestati, partigiani o sospetti tali, venivano condotti con l’intervento anche di tutti, ufficiali e
militi, usando le peggiori torture: mani, scarponi, bastoni, nerbo di bue,
nastro cinese, fiammiferi e sigari accesi, corrente elettrica, violenze e
umiliazioni sessuali. Veniva definito dagli stessi “interrogatorio scientifico”:
27
«Non mi si dette neppure il tempo di parlare – denunciò “mamma” Olimpia che
era stata arrestata il 20 dicembre 1944 dal ten. Salmi dell’U.P.I. della GNR – che mi
si applicarono ai pollici delle mani i fili della macchina a 230 w e continuarono a
torturarmi per più di un’ora, senza poter dire nulla, sia perché non sapevo niente
di quello che mi chiedevano sia perché le scosse erano così forti che impedivano di
28
parlare . Vista l’inutilità di ciò, mi fecero spogliare, mi applicarono i fili sulla scapola destra, senza tener conto né della mia età, né del disturbo al cuore che avevo
accusato. Poiché io non potevo certo dire delle cose che non sapevo, mi tagliarono i
capelli e mi sputarono in faccia continuando a insultarmi e a dirmi parolaccie. Infine mi legarono i fili delle scosse agli alluci, e facendomi stare ritta in piedi mi facevano le scosse, in modo che io continuavo a cadere e a battere il capo in terra.
Come chiusura dell’interrogatorio mi diedero un fortissimo ceffone in viso. Trasportata a S. Michele vi giunsi stremata e quasi svenuta, tanto che al corpo di
A destra del seicentesco ponte di S. Michele esisteva la caserma con le camere di sicurezza per gli arrestati, ma molte indagini e interrogatori si svolgevano in una villetta in
via Fratelli Albanese fuori Porta Padova e a villa Girardi sullo stesso corso Padova, poco
lontana dalla prima.
27 «La casa di Olimpia Menegatti, operaia del Cotonificio Rossi e componente della C.I.
di quello stabilimento sia prima del fascismo che sul finire del ‘43, costituì durante la
resistenza un punto di riferimento importantissimo per il Pci, come un luogo di riunione, di assistenza e di recapito delle staffette», in G. PUPILLO, Il pesciolino rosso. I comunisti a Vicenza dal 1942 al 1990), Vicenza, Ergon, 2001, p. 61. Menegatti Olimpia, vedova Piancastelli, era nata a Vicenza il 20 febbraio 1901.
28 «Lo sfruttamento dell’elettricità rappresenta il grande contributo dato dal XX secolo
alla tortura. All’inizio, ci si accontentava di collegare la vittima ai morsetti di un magnete
da segnalazione militare – il gégène – o anche ad un alimentatore collegato alla rete elettrica pubblica, un’operazione pericolosa sia per la vittima che per il carnefice [...] La
tortura di tipo elettrico era nota come gégène, dalla prima sillaba del vocabolo générateur (generatore)». B. INNES, Storia della tortura, Roma, L’Airone, 1999, pp. 143-144 e
169.
26
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guardia mi misero su di una branda dove rimasi due ore, fino a che ebbi la forza
di fare le scale».
Ma la pratica della tortura continuò fin quasi ai giorni della Liberazione, ed era talmente connaturata al sistema da essere adottata ovunque esistesse un distaccamento di militari: dalla guarnigione “russa” di
Marano Vicentino alla Marina militare di Montecchio Maggiore dove il
cap. Fiore Alcide seviziò 20 marinai che si erano ammutinati, e torturò
in modo efferato circa 200 partigiani fra i quali un numero imprecisato
di donne, da palazzo Festari dove operava la B.N. [Brigata Nera] Turcato
di Valdagno alla caserma della G.N.R. di Schio.
29
Wilma Marchi (“Nadia”) e Luigina Castagna (“Dolores”) vennero
arrestate l’una il 29 dicembre 1944 e l’altra il 12 gennaio 1945, e nella sede della brigata nera di Valdagno si ritrovarono insieme, con tutte le altre compagne che in quei giorni venivano arrestate per la delazione di
Maria Boschetti, la famosa “Katia”.
«La Wilma l’hanno picchiata così tanto – mi ha raccontato Luigina nell’intervista –
che sulla sua pelle non c’era neanche un ago bianco, erano in due. Le hanno tirato su
il vestito fin sopra la testa e uno per parte armati di bastone l’hanno picchiata. Eravamo in cella insieme e l’ho vista tornare dopo le botte. […] anche con la Wilma,
la bastonavano fino a quasi a farla crepare dal dolore, ma non la ammazzavano.
Lei diceva: “Ammazzatemi [Copème] almeno per piacere, che sia finita!”. “No,
prima di farti morire vogliamo che tu parli”. E allora la smettevano, ti buttavano
una secchia di acqua addosso per farti rinvenire. Se penso a quello che hanno fatto
alla Wilma mi viene da piangere ancora adesso perché la bontà di quella ragazza
era infinita».
E nel suo diario, scritto appena finita la guerra, Wilma racconta:
«Quando entra Dolores è già buio ed i repubblichini che sono nella stanza ove io
attendo se la squagliano per andare alla mensa; ne rimangono solo 5 o 6. Dalla
stanza di tortura mi giungono acutissime le grida di Dolores. A quali torture
l’avranno sottoposta perché gridi in quel modo? Si odono anche le risate dei brigatisti che provengono dalla stessa stanza. Io mi sento una fredda nube di sudore
sul viso e tremo, inorridisco nell’udire la mia compagna sottoposta alle torture. Un
fascista ridendo mi dice: “Ha freddo? Se ha freddo passi vicina alla stufa”. Due ore
e mezzo dura questo supplizio. Finalmente vedo aprirsi la porta ed uscire Dolores.
Luigina Castagna, “Dolores”, nata a Recoaro l’11 gennaio 1925, fu una delle prime staffette a tenere i contatti tra i partigiani della montagna e Vicenza. Operava con il btg.
Romeo della brigata Stella (Garemi). Fu arrestata in un primo momento nel maggio del
1944 dagli agenti del cap. Polga, ma venne liberata dopo alcuni giorni. Arrestata nuovamente il 12 gennaio 1945 fu torturata a Valdagno dalla B.N. Turcato, successivamente fu
trasferita in diversi carceri a Vicenza e a Verona. Intervista del 22 aprile 2003.
29
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 95
Tomasi uscendo dice: “Per oggi basta, domani toccherà a te Nadia preparati …”.
Mi avvicino a Dolores e con lei proseguo vedo la stanza ove le tre Benetti mi attendono, naturalmente circondate dalla ciurmaglia che tanto s’è divertita nel vederle
30
sottoposte alla tortura della macchinetta» .
«Io mi sono preparata e li [i brigatisti] ho seguiti – racconta Rosina Benetti – sono
andati a prendere mia sorella e la Cesira. Ci hanno portato a Recoaro in una stanza, poi sono arrivati quelli della brigata nera di Valdagno Tommasi, Caovilla e allora hanno cominciato a picchiarci con un bastone, con le mani, un po’ di tutto… ci
prendevano una alla volta e ci portavano in una stanza vicina per interrogarci
perché volevano sapere dei partigiani, sempre la solita domanda “dov’erano i partigiani”. Cesira aveva la faccia gonfia dalle botte. Alla sera tardi ci trasferirono a
Valdagno a Palazzo Festari e cominciarono gli interrogatori e le torture. Quando
avevano finito ci riportavano in carcere. Per chiamarci venivano a prenderci alle
carceri che erano sotto il comune, si attraversava a piedi la strada, suonavano il
campanello. A seconda della bugia che dicevamo ci mandavano le scosse elettriche: dovevano tenere in mano dei manichi attraverso i quali mandavano la corrente. Mi chiedevano se conoscevo e mi dicevano il nome di un partigiano, ad esempio il Rosso che era comandante di un distaccamento alla Selva di Trissino che
io conoscevo bene, ma io negavo, e loro facevano andare la corrente perché dicevano che lo conoscevo senz’altro. Agli interrogatori c’erano sempre gli stessi:
Tommasi, Caovilla, Andrighetto e Saverio Lora. Tutti mi picchiavano con sberle,
pugni. […] Mia sorella Giaira era stata scottata con il ferro da stiro, stirata si dice,
e anche se erano venuti a medicarla la mattina dopo, stava molto male».
Per torturare le prigioniere non occorreva neppure che vi fosse un
31
carcere, un edificio adatto: il 15 settembre 1944 Cavion Elena fu arrestata a Torrebelvicino dalla Tagliamento del colonnello Zuccari e portata
in una casa del paese adibita a prigione dalla legione dove fu interrogata
per quattro volte in un giorno.
Ogni interrogatorio durava due ore, «durante il quale fu percossa a
sangue sino a svenire. Per farla rinvenire quei seviziatori le pungevano le
32
braccia con un grosso ago» . Nazisti e fascisti torturavano come altri
prima e dopo di loro hanno fatto nella storia e nel presente, ma con una
caratteristica ben precisa: «torturavano soprattutto perché erano aguzzini. Si servivano della tortura. Ma con fervore ancora più profondo la
33
servivano» .
30
ISTREVI, Archivio D’Ambros, c.n.n.
Cavion Elena, nata a Torrebelvicino il 4 agosto 1922, aveva una sorella e un fratello
partigiani, in E. TRIVELLATO, Le donne nella Resistenza, in “Quaderni della Resistenza
di Schio”, n. 12, novembre 1980, p. 649.
32
Sentenza nella causa contro Zuccari Merico più 16…, p. 20.
33
J. AMERY, Intellettuale a Auschwitz, Torino, Bollati Boringhieri, 1990, p. 82.
31
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 96
È mia opinione, infatti, che la tortura fosse solo un pretesto, l’interesse dei fascisti repubblicani non era rivolto a conseguire informazioni,
già ottenute dalla lettura di documenti compromettenti ritrovati in seguito alle continue perquisizioni nelle case degli aderenti al movimento
della Resistenza, ma sopratutto ottenute da quelle figure di difficile interpretazione morale e storica, i “traditori”. Più spesso è usata per alimentare e dilatare la paura, il terrore negli avversari, e più in generale
nella popolazione accusata sempre di connivenza.
Le urla non potevano non essere sentite nelle case accanto o da chi
passava per la strada, ancor più nei paesi, nonostante per gli interrogatori si aspettassero le ore del coprifuoco, in modo da limitare il pericolo
di un assalto partigiano.
Per le donne che venivano arrestate non c’era molta scelta perché non
sapevano ciò che era a conoscenza degli aguzzini: o parlare e tradire per
sempre i propri compagni, mettendoli in grave difficoltà, con il rischio di
farli cadere prigionieri, o, non parlare, andando incontro alla tortura.
All’inizio la scelta di non parlare è scontata, per chi lotta credendo
negli ideali della resistenza con tutta l’anima, ma poiché la soglia del dolore è molto soggettiva, il corpo e la psiche umana hanno limiti molto
diversi da una persona all’altra.
Il risultato è che moltissimi parlano: «Qualcosa bisogna pur dire» dirà Maria Gallio, perché la smettano o diano un attimo di tregua al proprio corpo lacerato dalle ferite e dalle botte o sconvolto dalle scosse elettriche o dalle violenze sessuali.
34
«Il Ten. Zatti iniziò subito l’interrogatorio – scrive Maria Gallio nella sua denuncia al procuratore Borrelli – e poco dopo il Ten. Di Fusco mi fece applicare la macchinetta ai polsi e alle dita. Erano una quindicina di uomini, tra i quali il Ten. Usai
delle S.S. che assisteva alle torture e alle grida con un sorriso diabolico e sobillava
gli altri. Tutti contemporaneamente mi interrogavano e dato il mio stato d’animo
rispondevo in modo sconnesso e sconclusionato, loro ripeterono le domande al
ritmo crescente della macchinetta, accusandomi di giocare sulle parole. Alle loro
Maria Gallio nata a Vicenza il 24 dicembre 1923. Entrò nella resistenza attraverso gli
amici della montagna: Berto e Giordano Stella, i Pasqualotto, i Paulon. Il bar dove lavorava con la mamma, situato proprio davanti al Distretto Militare di Vicenza, divenne un
punto di appoggio importante per il gruppo di Dino Miotti: Maria Matteazzi, impiegata
al Distretto, portava a Maria i permessi, le licenze ed ogni altro documento che poteva
servire ai ragazzi in montagna. Su delazione di Giuliano Licini, ex partigiano del gruppo,
Maria viene arrestata il 28 dicembre 1944 dall’U.P.I. della G.N.R., insieme al fratello.
Arrestata e torturata con la corrente elettrica rimase in carcere fino alla liberazione. Intervista del 29 gennaio 2003. Il documento citato è in RESIDORI, Il coraggio…, cit., p.
86.
34
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insistenti e diffamanti accuse, come quella di essere l’amante di Miotti, risposi con
arroganza, così moltiplicarono le scosse, accompagnando le mie grida con epiteti
volgari e deridendomi perché imploravo l’aiuto Divino, manifestandosi al riguardo con oscenità e approfittando della mia fede assoluta in Dio, per accusarmi di
essere un membro del Partito Democratico Cristiano, dicendomi anche queste precise parole: Perché non riesce il tuo Dio ad aiutarti? Li pregai di non essere così
bestie, le chiesi se non hanno una madre e loro risposero a queste con altre ingiurie basse e volgari».
35
«Bisognerebbe provare gli interrogatori – sostiene Wally , torturata a Rovereto –
quando hai le braccia piene di percosse o di scabbia e negare e avere la spia davanti che continua a dire: “Tu sei stata là al comando perché ti ho vista io, hai portato una volta le sigarette, l’altra gli incartamenti”. E io continuavo a rispondere:
“Io non ti ho mai visto, tu sei diventato matto!”. È difficile continuare a negare con
una spia davanti, nella stanza degli interrogatori, con tutto quello che c’è dentro,
con le botte che piovono da tutte le parti. […] Dalle botte ero ormai impazzita. Al
mattino quando sentivo la carceriera con le grosse chiavi che tintinnavano, contavo i passi con il cuore che mi saltava in gola, man mano che aumentavano. Contando i passi, sapevo se toccava a me o a un altro. Io diventavo matta, anche due
volte al giorno mi portavano via. […] Uno degli ultimi interrogatori ci portarono
tutte insieme nella stanza dove assistemmo all’interrogatorio della mamma: sempre le stesse domande. Cominciarono a picchiarla con violenza. Prima sui piedi le
diedero 35 cinghiate: aveva pezzi di carne che si staccavano e più tardi rischiò la
cancrena. Erano colpi forti perché il torturatore si era inginocchiato per picchiare
più forte. Poi la denudarono e la misero sopra un tavolo e la picchiarono con la
cinghia dappertutto, sulla schiena, sulle gambe. Le misero una calza di lana in
bocca perché non parlasse: lei continuava a dirci di stare zitte, di non parlare. […]
Dopo ci fecero uscire, sentimmo sparare un colpo: “Adesso abbiamo ucciso la vostra mamma, siete contente?”. Ci vennero a dire che nostra madre era morta. Invece per fortuna lo avevano fatto per spaventarci. Fu portata in una cella ancora
più fredda, senza pagliericcio per terra e a pane e acqua. E pensare che la neve
veniva dentro dalla finestra senza vetri. Appena riuscì ad avere un po’ di forze si
fasciò i piedi piagati con la sottoveste».
«È parimente esatta la definizione di sevizie particolarmente efferate
in quelle inferte alla madre e alle due figlie della famiglia Pianegonda»,
si legge nella sentenza della Corte di Cassazione del 19 dicembre 1947
Wally Pianegonda è nata a S. Antonio di Valli del Pasubio il 28 dicembre 1926. Venne
arrestata su delazione di un ex partigiano, amico d’infanzia, Victor Piazza passato nelle
fila della polizia trentina. Venne arrestata e portata nel carcere di Rovereto insieme alle
sorelle Adriana e Noemi, alla mamma Bariola Bon Maria e a due zii materni. Furono internate nel campo di concentramento di Bolzano. Successivamente venne arrestato anche il fratello Walter, vicecomandante della Pasubiana, un battaglione della Garemi, che
venne torturato e deportato a Dachau. Intervista del 20 novembre 2002.
35
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 98
si legge nella sentenza della Corte di Cassazione del 19 dicembre 1947
contro Victor Piazza che lo condannerà in modo definitivo a 29 anni di
carcere:
«Accerta in fatto la sentenza che, dietro ordini del Piazza […] fu la prima denudata e
colpita con staffilati e cinghiate alla presenza delle figlie, a loro volta percosse a sangue per allontanarle dalla madre, e poi, con il tergo denudata coprendole con la camicia il capo e imbavagliata mettendole una calza in bocca, sottoposta, mentre era
già svenuta, a una nuova serie di nerbate sul dorso e riportata da ultimo febbricitante per incipiente infezione prodotta dalle lesioni in cella rigida, senza vetri, con vitto
a pane ed acqua per otto giorni. Non può dubitarsi, come esattamente ha affermato
la Corte di merito [C.A.S. di Vicenza], che tale sistema di sevizie in cui il dolore fisico intenso che produce lo svenimento il seviziatore unisce sadicamente quello più
intenso morale della offesa al pudore della donna ed al suo amore materno in presenza delle figlie alle quali egli apposta contemporaneamente lo strazio di vedere la
propria madre in tali pietosa condizioni ridotta, palesa tale raffinata e fredda crudeltà nell’agente da elevare le sevizie dal grado minore di impulsività e passionalità
in quello più grave di particolare efferatezza».
Furono rare le conferme delle pene inflitte dalla Corte di Assise straordinaria di Vicenza da parte della Corte di Cassazione di Roma. Ma anche quando la giustizia umana darà soddisfazione alle vittime, resterà
comunque un segno della tortura subita in tutti gli anni a venire. Molte
furono le donne, ma anche gli uomini, resi invalidi fisicamente o deturpati moralmente per le sevizie patite.
C’è stato anche chi ha eroicamente resistito, oltre ogni limite umano,
36
salvando i propri compagni e pagando un prezzo altissimo. Maria Setti
impazzirà, e sarà ricoverata all’ospedale psichiatrico di Montecchio Precalcino a causa delle violenti percosse e delle continue applicazioni della
37
corrente elettrica :
«Sostenuta da uno che non conoscevo – scrive Maria nella denuncia presentata a
Borrelli – ritornai alle carceri verso le due di notte. Non potevo camminare. Due
persone mi portarono nella cella. Nella notte ho cercato di trascinarmi alla finestra per gettarmi giù. Le ragazze che erano con me si sono accorte. Volevo ucci36 Maria Setti era nata a Vicenza l’11 agosto 1899, staffetta del gruppo di Antonio Giuriolo e dopo il suo trasferimento sull’Appennino Tosco-emiliano, dei “Piccoli maestri” di
Galla, Meneghello, Magagnato. Fu catturata il 2 gennaio 1945. Alla fine della guerra insegnò per molti anni all’Istituto Magistrale “Fogazzaro” di Vicenza, lasciando un ricordo
indelebile in moltissimi suoi allievi.
37
Mazzucco Salvatore nella sua denuncia al Procuratore scriverà: «Durante un altro interrogatorio, verso il 20 gennaio 1945, stando fuori della stanza, potei sentire gli urli di
strazio e le scudisciate che recavano alla prof.ssa Setti, che vidi uscire barcollante e tutta
livida e pesta».
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 99
dermi e lo voglio tuttora piuttosto che vedere quella gente. Il giorno dopo ci fu
l’ordine di portarmi in una cella scura, sola, con un prete. Non ho più dormito, ero
scossa giorno e notte da convulsi, gridavo dalla paura. Avevo la febbre. Mi prepararono, non potendo muovermi, ma dopo del tempo fui rimessa nel mio giaciglio
forse per la pietà del carceriere. Non potevo inghiottire neanche l’acqua: avevo
forti sforzi di vomito con sputo di sangue. Un dolore al cervello e alla nuca che non
capivo nulla. Se non sono morta lo devo forse alle compagne di cella di cui ricordo
due nomi: Gallio Maria e Ida Ambrosini. Fu anche con me la contessa Dalle Ore
Pavan di Valdagno che si interessò molto delle mie condizioni».
Queste donne subiscono violenza sia fisica che morale poiché vengono denudate sotto gli occhi di uomini che sghignazzano, offendono e
umiliano, uomini che hanno perso ogni senso di dignità umana.
«Alla prima risposta negativa» – scriverà nella sua denuncia Rina Somaggio, partigiana della divisione Vicenza – mi fu tolto il vestito e in seguito alle successive negazioni fui con la forza denudata e mi furono tolte anche le mutande a brandelli.
Io gridavo perché non volevo essere toccata e il Ten. Di Fusco voleva portarmi sulla strada per essere vista dai passanti. Erano presenti a questo fatto: il Tenente
Usai della S.S. italiana iniziatore della vergognosa azione. Marchesi esecutore
trionfante dell’ordine - il Ten. Di Fusco, il Maresciallo Foggi, il Ten. Zatti e altri
quattro o cinque che conosco solamente di vista, facevano da spettatori. Il Ten.
Usai fece apprezzamenti di ogni genere sulla mia figura. Mi accusò di essere
l’amante del Prof. Segato; alla mia ripulsa mi minacciò di prendersi la prova. Con
un bastoncino mi percosse il sedere. Mentre stavo in queste condizioni non potevo
certo rispondere alle domande che mi venivano rivolte; mi raccontarono sudicie
barzellette; con una forbice mi tagliarono i peli nella parte inferiore del pube e con
dei fiammiferi si divertivano a bruciarmi gli altri peli, sempre essendo tenuta con
la forza. Io cercavo di nascondere con le braccia e le mani le mie nudità e fui minacciata di essere incatenata se non avessi messo le mani dietro la schiena. Il boia
Marchesi mi stava sempre vicino con una pompa da auto e mi rivolgeva dei gesti
significativi. Poi fui spinta in un angolo in malo modo e vista da tutti, fui oggetto
38
dell’obiettivo fotografico» .
Non si possono non ricordare i versi intensi e struggenti di Egidio
Meneghetti nella sua “Partigiana nuda” dedicata alle donne torturate
38
RESIDORI, Il coraggio …, cit., p. 82. Rina Somaggio nasce ad Altavilla Vicentina il 10
marzo 1925. «Coinvolta da amici entra in contatto con il gruppo resistenziale che si è
costituito fin dall’autunno del ‘43 nel suo paese, guidato dal prof. Carlo Segato». Diventa
partigiana a poco più di diciotto anni, tenendo i collegamenti con la zona di Vicenza, trasportando armi ed esplosivi. Venne arrestata il 2 dicembre 1944, imprigionata nel carcere di S. Michele, venne interrogata e torturata. Trasferita a San Biagio, vi rimase fino alla
Liberazione. Cfr. L. BELLINA e M.T. SEGA, Tra la città di Dio e la città dell’uomo. Donne
cattoliche nella Resistenza Veneta, Cierre, Sommacampagna (Verona), 2004, pp. 340-341.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 100
39
dalla banda Carità a Padova , ma anche le parole di Emilia ancora piene
di vergogna e pudore dopo sessant’anni:
«Quando facevano l’interrogatorio era sempre alle due di notte, quando il sonno ti
prendeva di più. E... adesso posso anche dirlo che sono passati tanti anni, mi hanno spogliata nuda, non i ragazzi di S. Marco, no quelli, la decima Mas. Delinquenti, proprio delinquenti. Credo di aver bagnato il pavimento dalla vergogna e dalla
paura perché ero una ragazza che, ecco... credo che abbia capito. Quei ragazzi erano chiamati la “pattuglia della morte” e c’era anche uno da Montecchio fra di
40
loro» .
Ho chiesto a molte di loro dove trovassero la forza per affrontare quei
momenti… Maria Gallio mi ha risposto:
«Trenta giorni a San Michele… la forza me l’hanno data le mie compagne, il mio
entusiasmo con cui vivevo i miei anni giovanili pieni di speranze e ideali, la voglia
di uscire da un baratro, la speranza che un giorno la causa per la quale lottavamo
io e i miei amici vincesse».
Rina è sicura che la forza le proveniva da una mano luminosa che la
toccava sulla testa, che aveva trasformato lei, «una povera toseta», in un
41
leone .
Quando nella notte qualcuna veniva portata a “villa triste” in via fratelli Albanese, tutte le altre compagne pregavano. La preghiera personale, ma anche collettiva diventava un modo per farsi coraggio l’una con
l’altra, tenere salda la ragione della scelta. Eleonora veniva presa in giro
dalle sue compagne di carcere perché aveva sempre il rosario in mano e
non faceva altro che pregare, ma nelle sue lettere ai familiari non ebbe
mai un cenno di ripensamento, anzi rivendicava con orgoglio la sua scelta:
«S. Michele 25-1-45. Mamma carissima... Credo che sarò deferita al tribunale Speciale: è un onore molto raro, questo – riservato alle maggiori delinquenti. Ma a
me pesa il fatto della laurea, per cui “ho fatto coscientemente quello che ho fatto”.
Del resto mi è sembrato anche molto poco dignitoso andare a mendicare scuse, e
42
così... Speriamo che il Signore mi aiuti e aiuti tutti quelli della mia catena» .
39
C. SAONARA, Egidio Meneghetti scienziato e patriota combattente per la libertà,
Cleup, Padova, 2003, pp. 408-411.
40
Emilia Bertinato, “Volontà”, nata a Tezze di Arzignano l’8 aprile 1925, staffetta della
brigata Stella. Venne arrestata dalla Decima Mas e portata nelle baracche del Ministero
della Marina situata a Montecchio Maggiore. Era fidanzata con Giglio Camerra. Intervista del 27 febbraio 2003.
41
Intervista del 13 marzo 2004.
42
Da una delle lettere conservate dalla figlia Cecilia Pegoraro Maggiolo, che gentilmente
me le ha prestate e fatte leggere.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 101
Lo scrittore, editore, incisore vicentino Neri Pozza, arrestato, trascorse in carcere alcuni mesi nell’inverno ‘44-‘45 e conobbe le storie di queste donne e le sofferenze a cui andarono incontro.
Per loro egli compose una poesia (Allegradonna e altre ragazze, 18
43
Aprile 1945 ), che – essendo poco conosciuta – riporto di seguito:
I
Allegradonna, che sgambi sfiatata,
povera figliola sputacchiata.
«Maledette bestie, non avessi mai saputo
che vi sono al mondo teste così»
Viola negli occhi come grani d'uva,
l scuria ti scotta la schiena.
Ancora non capisci cosa volesse sapere
Quel graduato schifoso
Dal labbro spaccato, invece che godere.
Gela, tira un vento
Impolverato che pela.
Ma che cosa voleva?
Non gli premeva sapere in confidenza
Che lui e i becchini del santo manganello
Coi loro sporchi pidocchi
Attaccati al cervello
Erano già seppelliti fino agli occhi?
II
Luciana, còccola, scappa, nasconditi.
Hai provato che cosa vuol dire
Star zitta. Poi volevi morire
III
Nessuno avrebbe pagato una palanca
le tue virtù di ieri;
e chi riusciva a immaginare ch'eri
una gattona e di parola giusta?
(ironizzando si scrive parola di puttana).
Oh goffa commendiante per libidine
Nei salotti del casinò!
Eleonora patetica, ti presero
e recitasti da brava. Che bella parte
e che purezza di stile!
L'arte avvince i cuori.
Ma quando l'alba nasceva
e il giallo strombettare nel cortile
interrompevi la scena; e inginocchiata
«Ave Maria, gratia plena»,
dicevi nel fumo dei toscani
davanti ai ceffi dei barabbe.
Sembravi la santa che scrive:
«L'anima mia gode ed esulta
perrochè tra le spine
sente la rosa che è per fiorire
sente la rosa che è per fiorire»
e invece, se aspetti otto giorni
vedrai quante forche, e come finisce, cara,
coi servi degli orchi.
«Adesso abbiamo raccontato la nostra storia – mi hanno detto Wally e Adriana
Pianegonda, al termine dell’intervista, in un unico racconto a due voci – ma è difficile comunicare quello che noi abbiamo sofferto… entrare nel campo di concentramento di Bolzano ha significato la liberazione, la liberazione da un incubo…
eppure mi sentivo sola, completamente sola e costretta a diventare adulta tutto in
un momento… avrei voluto essere io l’artefice della mia vita… invece mi sono trovata in balia di esseri mostruosi. Eppure… se dovessi tornare indietro la mia esperienza non la venderei a nessuno… avevo un ideale che mi sosteneva… ho pagato a
43
N. POZZA, La prigione e altri versi, Vicenza, Neri Pozza, 1969, pp. 73-75.
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caro prezzo la fede in un ideale giovanile, ma alla fine mi sono sentita ricca dentro… la libertà che abbiamo conquistato per noi, per le generazioni che sarebbero
venute ci ha ripagato di tutta la nostra sofferenza».
3. Partigiane, ausiliarie e il modello passivo della “Mater dolorosa”.
In molte memorie delle donne la data del 25 luglio è accantonata, tutt’al più ricordata come una festa paesana, mentre l’inizio della guerra
viene collocato con l’8 settembre 1943: a volte è un lapsus, altre una
convinzione basata sulla propria storia personale. È un meccanismo che
trova spiegazione non solo nel fatto che nei primi anni la guerra affrontata dagli uomini è lontana, in paesi solamente immaginati e città dai
nomi impronunciabili, ma nell’essere una data che inaugura una nuova
fase della loro vita: per alcune coincide con la presa di coscienza, per altre con l’autoaffermazione attraverso le nuove offerte del mercato del lavoro, per tante significa l’annullamento con la sofferenza della violenza.
La guerra ha inizio, nella memoria, quando viene a cadere la distinzione
tra fronte interno e fronte esterno, quando, anche per le donne, cambia
la prospettiva della morte: all’inizio appartiene agli altri, anche se è un
congiunto è sempre altro da sé, ed è una morte lontana che stranamente
ha dei legami con il destino dell’uomo o con il volere di Dio. La guerra
civile pone il proprio io all’interno della morte e ai suoi effetti. La casa, il
focolare domestico, rifugio sicuro degli affetti, luogo femminile per eccellenza, diventa pubblico o può diventarlo da un momento all’altro, “il
pubblico entra nel privato e lo distrugge ed è difficile articolare una separazione tra la domesticità della casa e la pubblicità della guerra. Non
44
esiste più un “dentro” e un “fuori” .
Le donne assunsero in modo collettivo un ruolo assolutamente centrale nella vicenda dell’8 settembre quando il nostro esercito trovò soccorso nelle peculiarità della personalità femminile a cui storicamente
viene fatto risalire l’origine dell’istinto materno: affidabilità, istinto protettivo, la capacità di accogliere l’altro, di prendersene cura. Il fenomeno
è stato definito, e interpretato in modo splendido, da Anna Bravo come
45
maternage di massa . In modo soggettivo le donne entrarono nella
44
GAGLIANI, La guerra totale e civile…, cit., p. 36.
«Di fronte a centinaia di migliaia di soldati allo sbando e a rischio di cattura, prende
forma immediatamente una operazione spontanea di salvataggio su larga scala in cui
primeggiano le donne, e si tratta davvero di donne molto diverse fra loro», in A. BRAVO e
45
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 103
scena della storia quando una parte di esse operarono una scelta: alcune
aderirono all’esercito della resistenza, e altre, sul fronte opposto, diventarono ausiliarie di Salò, un corpo di volontarie militarizzate che non
portavano armi.
Durante il secondo conflitto mondiale le donne in guerra furono rappresentate in modo tradizionale, tipicamente maschile, riassunto nell’emblema della Mater dolorosa, il cui dolore è per lo più «passivo, contemplativo, né potrebbe essere diversamente», per usare le parole sempre di
Anna Bravo. Una rappresentazione molto lontana da quella raccontata
da Renata Viganò nel suo romanzo, uscito nel 1949, L’Agnese va a morire, che divenne in seguito il simbolo della resistenza femminile e nel
quale il tema centrale è l’assunzione di responsabilità femminile. Le
donne della Viganò, infatti, sono soggetti capaci di operare scelte e pagarne le conseguenze. Lo stereotipo della passività femminile, chiusa nel
dolore, si frantuma nella narrazione speculare della scelta opposta compiuta dalle donne di fronte agli eventi di quei mesi. Una scelta che si
confronta nel registro del quotidiano, lontana dalla dimensione eroica
della lotta armata, attraverso le decisioni di segno contrario che queste
donne assumono:
«Avevano paura. La Minghina e le figlie per se stesse, l’Agnese per i compagni. Se ne
servivano dandosi a vicenda le notizie che facevano dispiacere, che rammentavano a
ciascuna di essere in potere dell’altra. Dietro la Minghina c’erano i fascisti, dietro
l’Agnese i partigiani: tiravano ognuna dalla sua parte la corda tesa della minaccia»46.
È una contrapposizione trascinata fino all’estrema conseguenza, la
morte, che costituisce apparentemente l’unico momento in cui il destino
di Agnese e di Minghina e delle sue figlie si accomuna, marcata dalla
stessa mano: sono i tedeschi che ammazzano Agnese proprio nella pagina conclusiva del romanzo, sono sempre i tedeschi a trucidare Minghina
e le sue figlie nella rappresaglia cruenta che rappresenta uno dei momenti più drammatici della narrazione. Entrambe le uccisioni hanno il
segno della fragilità del vivere in tempo di guerra, ma sono differenziate
dalla qualità delle decisioni prese. Agnese ha scelto spinta dal dolore
immenso per la morte di Palita, un dolore molto lontano dal modello
passivo della Mater dolorosa, e con la sua decisione ha messo in gioco la
A.M. BRUZZONE, In guerra senza armi. Storie di donne. 1940-1945, Roma-Bari, Laterza,
1995, p. 67.
46
R. VIGANÒ, L’Agnese va a morire, Einaudi, Torino 1994, p. 50.
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sua stessa vita in nome di un ideale, che nella sua interezza comprenderà
anche gli “imbecilli”, come li chiama la Viganò, ossia gli assertori del
quieto vivere, o meglio del benessere e comodità personali, dediti solo al
proprio tornaconto. La morte di Agnese spegne una vita generosa, quella
della Minghina e delle sue figlie una vita improntata all’egoismo più
gretto, velato dal sospetto della delazione.
La rappresentazione maschile della donna fu un modello che coinvolse le donne non meno degli uomini, inducendone molte ad inserire nel
codice materno l’«imbarazzante trasgressione» operata con la scelta di
entrare nella resistenza: secondo questa visione «si è trattato di madri,
mogli, sorelle, figlie che combattevano per aiutare e proteggere la vita
dei propri uomini». Come se per la donna fosse estraneo l’amore per la
giustizia e per l’umanità in quanto portata per sua natura all’amore per i
singoli uomini e donne. Questo, se ha fornito una legittimazione e un valore alla loro azione altrimenti trasgressiva, la ha sminuita rispetto
all’analogo comportamento maschile, “evidentemente” più valido perché
47
motivato da criteri impersonali di giustizia .
Tale meccanismo ha consentito anche alle ausiliarie di Salò di riproporre come “naturale” il modello materno dell’eterno conflitto delle donne con la guerra. Così spiega la sua partecipazione al rastrellamento del
Grappa Busolini Ero, «semplice impiegata» presso la Federazione di Vicenza:
«Stando in federazione sentii dire che partivano per un rastrellamento in Bassano i
brigatisti, compreso mio padre. Allora per essere vicina a papà volli partire anch’io, di
mia iniziativa. E andai quale dispensiera vivandiera addetta al comando [che aveva
sede in Crespano del Grappa] ».
L’ausiliaria specifica di non essersi mossa dal comando, di non aver
partecipato all’azione e che due giorni prima che avvenissero le impiccagioni in Bassano, il federale Passuello rimandò a Vicenza tutte le ragaz48
ze .
Storicamente la separazione tra guerra e femminilità non è mai stata
netta. Le donne hanno lavorato sostenendo la guerra, ne hanno tollerato
la violenza per rassegnazione, ma anche per convinzione, e hanno sempre offerto sostegno materiale e morale a figli, mariti, fratelli, compagni.
47
D. TROMBONI, L’idea femminile della libertà 45 donne raccontano la “loro” resistenza, in Con animo di donna. L’esperienza della guerra e della resistenza. Narrazione e
memoria, a cura di D. Tramboni e L. Zagagnoni, Ferrara, s.n., 1998, pp. 19-21.
48
A.S.VI., C.A.S., b. 19, fasc. 1176.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 105
Tra le sofferenze della violenza della guerra, caduta la distinzione assoluta tra guerra e vita civile tipica della società borghese, le donne possono trovarsi, per scelta, necessità o caso, a trasportare cibo, informazioni e mitragliatori, ma anche a guidare un’azione armata, salvare e uccidere, torturare e proteggere e a dare esempio con il proprio agire ad
altre meno intraprendenti, dando corpo alle fantasie aggressive o eroicoromantiche, vissute abitualmente attraverso l’uomo. «A dispetto di recenti speranze e di antiche retoriche, nessun dono di nascita e nessuna eredità storica hanno finora immunizzato le donne dall’orgoglio di condividere esperienze fondate su categorie da cui nella normalità sono state
escluse, per esempio gloria, onore, virtù civile, come non hanno loro im49
pedito di combattere con vecchie e nuove armi» .
«Sono una studentessa cresciuta all’ombra dei gagliardetti – scrive Amalia Marcolini in “Folgore”, il giornale dei combattenti repubblicani – che ha imparato ad
amare la Patria ed a tendere verso i più alti ideali. Il mio sogno sarebbe di poter
volare, ma per il momento è impossibile, credo. Ma come in Spagna vi fu la legionaria perché non ci potrebbe essere anche in Italia? Il nemico è lo stesso! Così si
potrebbe dare anche una bella lezione ai figli di papà, non vi pare? Quando ho detto alla mamma ridendo: “Mamma, vado soldato!”, credeva che scherzassi; visto
che si trattava di una cosa seria tacque, poi mi disse: “Va pure”. Potete immaginarvi la mia gioia; se c’era un ostacolo era quello almeno a me sembra. Se fossi
nato uomo a quest’ora sarei in linea, ma essendo donna la faccenda è diversa,
benché non siano da oggi le amazzoni. [...] Non dubitate sulle mie qualità fisiche e
vi dirò non per vantarmi ma per convincervi che mi sono cimentata sempre in ottimo dello sci, con i ragazzi di più fegato e mi sono buttata per discese difficili e ripide, che molti ragazzi non s’azzardavano a fare. Non sono cresciuta fra le piume
50
e conosco cosa voglia dire sacrificio e giovinezza aspra» .
All’indomani della liberazione, nel vicentino, partigiane, staffette e patriote della brigata “Stella” furono inquadrate nel battaglione “Amelia”,
dal nome di battaglia di Cornelia Lovato, caduta il 28 aprile 1945.
Flora Cocco “Lea” e Wilma Marchi “Nadia”, entrambe picchiate e torturate dalla B.N. di Valdagno e detenute in carcere per alcuni mesi, furono nominate rispettivamente comandante e commissario politico. Se
la nomina fu sulla carta e a posteriori, essa rispecchiava comunque una
realtà di fatto, in quanto un consistente numero di donne aveva aderito
alla resistenza in tutta la valle dell’Agno. Divise in gruppi,
49
BRAVO e BRUZZONE, In guerra senza armi…, cit., p. 10.
“Folgore. Giornale dei combattenti repubblicani”, a. I, n. 13-14, 10-20 febbraio 1944,
p. 8.
50
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 106
«ogni garibaldina – sono parole scritte nel suo diario da Wilma Marchi – ha il proprio compito da svolgere. Alcune confezionano calze, altre raccolgono lana e indumenti vari, medicinali, viveri ecc. ecc.; altre fanno la spola dal paese alle più alte contrade di montagna con sacchi di pane; altre ancora fanno le staffette da un
distaccamento all’altro».
Wilma scrive che il giornale “Noi Donne” era letto con entusiasmo e
passato con cura di gruppo in gruppo e che alle riunioni, che si tenevano
ora nei boschi, ora nei fienili o nelle alte contrade, oltre 40 garibaldine
accorrevano volentieri, a volte portando ai compagni qualche sorpresa
(un dolce, una bottiglia di vino, un pacchetto di sigarette, etc.). Fra le
donne che avevano aderito alla resistenza un certo numero viveva presso
i comandi di brigata. Emilia Bertinato, staffetta della brigata Stella, mi
ha raccontato nell’intervista che:
«C’erano tre-quattro donne partigiane fisse, la sorella di Giglio, Anita, per me una
grande amica, aveva il mitra in spalla, [ma poi c’erano] la Serena, la Maria,
l’Agata, fisse là. Anche la Liliana stava fissa. Dormivano sulla tezza, là c’era il fieno. Portavano i pantaloni e il giubbetto rosso fatto dalle sarte, chissà a loro cosa
sembrava, di andare chissà dove. Ce n’erano tante, non solo loro, molte da Montecchio».
Qualcuna di loro era innamorata ed era salita in montagna per vivere
la sua stagione d’amore, ma Emilia ci tiene a sottolineare che erano poche, per lo più «C’era l’ambizione, il coraggio di un’idea...».
Per immaginarci come dovevano essere queste donne mi piace rievocare la scena con le parole di Fenoglio:
«Come Johnny notò fin dal suo arrivo nei paraggi del quartier generale, le donne
non erano piuttosto scarse nelle file azzurre, con ciò aumentando quella generale
impressione di anacronismo che quei ranghi inspiravano, un’abbondanza femminile concepibile soltanto in un esercito del tardo seicento, ancora fuori della scopa
di Cromwell. Il latente anelito di Johnny al puritanesimo militare, appunto, gli fece scuoter la testa a quella vista, ma in effetti, sul momento appunto, le donne stavano lavorando sodo, facendo pulizia, bucato, una dattilografando ... Il solo fatto
che portassero un nome di battaglia, come gli uomini, poteva suggerire a un povero malizioso un’associazione con altre donne portanti uno pseudonimo. Esse in effetti praticavano il libero amore, ma erano giovani donne, nella loro esatta stagione d’amore coincidente con una stagione di morte, amavano uomini doomed e
l’amore fu molto spesso il penultimo gesto della loro destinata esistenza. Si resero
utili, combatterono, fuggirono per la loro vita, conobbero strazi e orrori e terrori
sopportandoli quanto gli uomini. Qualcuna cadde, e il suo corpo disteso “worked
up the men to salute them militarily”. E quando furono catturate e scamparono,
tornarono infallibilmente, fedelmente alla base, al rinnovato rischio, alle note sof-
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 107
ferte conseguenze, dopo aver visto e subito cose per cui altri od altre si sarebbero
51
sepolti in un convento» .
Certo, la promiscuità dei sessi comportava alcuni problemi per i responsabili dei distaccamenti. E infatti si legge nell’ordine del giorno di
Iura, comandante della Stella, datato 23 agosto 1944 che
«Si è convenuto per eliminare certi scontenti verificatisi tra i vari distaccamenti,
che, da oggi, tutte le garibaldine dovranno restare riunite in sede separata e svolgere quei compiti che verranno loro affidati. Oltre al lavare, cucinare e servizio di
staffetta, all’arrivo del medico diverranno anche crocerossine. Con l’affluire
dell’elemento donna si faranno delle vere e proprie pattuglie. Esse dovranno montare la guardia diurna, mentre verrà ad esse concessa un’ora al giorno di piena
libertà, affinché possano recar visita all’uno o all’altro distaccamento. Non sarà
permesso alcun contatto tra garibaldini e garibaldine durante le ore di servizio. Ai
trasgressori verrà applicata quella punizione che si meritano. Il comandante di
52
brigata, Iura» .
Alcune delle donne partigiane presenti nei distaccamenti possedevano un’arma e la usavano. La partigiana Tamara nel settembre 1944 deve
nascondersi in un campo di granoturco durante il rastrellamento della
Piana di Valdagno e deve sorvegliare Maria Boschetti che nonostante la
sua conversione è sospettata di voler fuggire, è armata di pistola ed è decisa ad usarla: «la Tamara ...» mi dice Emilia «se c’era un partigiano
bravo, quello era proprio lei». La più combattiva è comunque Camerra
Luigina, “Anita”, sorella di quattro fratelli partigiani. «Mia sorella» mi
ha detto nell’intervista il fratello Giglio «era come un uomo con il suo
mitra per traverso. Mia sorella sparava e ne ha anche colpiti. Ha partecipato anche lei armata al disarmo della Marina». Secondo le carte
processuali della CAS due coniugi furono processati come spie da un tribunale partigiano e poi giustiziati: la donna da “Anita” con la pistola e
l’uomo da “Gastone” da Montecchio. Durante il rastrellamento della
Piana, il 9 settembre 1944, fu catturata dal battaglione russo di Marano,
assieme a Ombretta (Faccin Maddalena), altra partigiana “fissa” al distaccamento. Furono portate a Thiene alle carceri e sottoposte a diversi
interrogatori, poi trasferite a San Biagio. Furono liberate verso i primi di
51
B. FENOGLIO, Il partigiano Johnny, Roma, Gruppo edit. L’Espresso, 2003, p. 153 [1a
ediz. Torino, Einaudi, 1968].
52
Resistenza sui Lessini: Brigata “Stella” del Gruppo di Brigate garibaldine “A. Garemi”. Archivio Storico 24 maggio-17 settembre 1944, a cura di Giancarlo Zorzanello, Valdagno, Biblioteca Civica, 1980, p. 220.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 108
53
novembre 1944 e dovettero nascondersi fino alla Liberazione , ma nei
documenti ritroviamo Anita il 28 aprile 1945, a Tezze di Arzignano,
quando con il fratello Inferno va armata a “rinforzare le file” del btg.
54
Brill” . Ombretta invece prese parte all’occupazione di Valdagno.
Per le donne che avevano compiuto una scelta di campo si presentò il
secolare dilemma fra la rivendicazione dell’eguaglianza con l’uomo e
l’affermazione della diversità, che sembrò doversi riassumere, nell’emergenza della lotta armata, nella scelta fra usare e non usare le armi. Lo
sparare sui nemici era visto talvolta come una sfida vinta anche nei confronti dei propri compagni, ma spesso si trattava di una decisione consapevole. Vi erano per contro donne che si rifiutavano di sparare e di uccidere per propria e convinta scelta. Le testimonianze in questo senso
sono numerose. Curavano i feriti, portavano ai combattenti armi, plastico e munizioni, ma non sparavano mai. Queste donne erano probabilmente convinte del valore assoluto della vita, ma si rifiutavano di sopprimere di propria mano quella altrui. Esse, che pure avevano compiuto
una netta scelta di campo, alle ragioni della lotta politica e armata non
hanno sacrificato quelle della pietà.
Luigina Castagna, partigiana del btg. Romeo, mi racconta che un giorno i partigiani le dissero:
«Questa pistola te la regaliamo per ricordo». «Io invece dopo l’ ho regalata a un
partigiano che era senza armi, non ho mai pensato di tenerla per difendermi perché odio le armi. Non ho mai sparato un colpo in vita mia. A Campo Davanti i partigiani volevano insegnarmi a sparare ora che avevo anch’io la mia pistola, ma io
fui decisa nonostante le loro insistenze. No, le armi mai, sparare mai. Penso che
per un uomo fosse più semplice essendo stato abituato già sotto le armi, infatti
penso che adesso sia più semplice per una donna prendere in mano una pistola,
troviamo le donne poliziotto, soldato… forse hanno più dimestichezza di una volta».
Alle volontarie fasciste appartenenti alle ausiliarie del SAF o della Decima Mas, non era consentito dal regolamento usare cosmetici, fumare e
anche portare armi, all’uso delle quali dovevano addestrarsi solo per legittima difesa: una serie di divieti che evidenzia le contraddizioni del fascismo repubblicano di fronte all’obiettivo di militarizzare le “spose e
madri esemplari”.
53
Resistenza sui Lessini…, cit., pp. 132, 182, 241.
Divisione “Stella”. Documenti della liberazione, a cura di M. Faggion e G. Ghirardini,
in “Quaderni Garemi. Garibaldini dal Garda al Brenta, da Montagnana a Bolzano”, n. 2,
Schio, 1990, p. 61.
54
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 109
Le ausiliarie appartenenti invece alle Brigate Nere erano armate. Una
denuncia del 9 luglio 1945 presentata alla Questura di Vicenza sosteneva
di aver visto «Verso la fine di luglio e i primi di agosto 1944 […] transitare per i SS. Apostoli presso la propria abitazione la Sig.na Alberti Adelina unitamente alla sorella Alberti Anna Maria e transitare in divisa da
55
ausiliaria, armata di pistola» . Ausiliarie armate parteciparono pure ad
azioni di guerra ed altre, soprattutto della Decima Mas, ottennero dietro
loro richiesta di raggiungere reparti armati nella zona di combattimen56
to . Sulla stampa del tempo non è raro trovare il topos arcaico della
donna travestita da uomo. Nelle storie agiografiche dei santi, fin dal
Medioevo le donne si travestivano da uomini per poter condurre una vita esemplare da eremita. Nel corso della guerra ‘43-’45 ricompare la ragazza che indossa abiti maschili, scambia quindi la sua identità per poter
combattere come e con gli uomini:
«Un sedicenne volontario si è presentato in questi giorni ad un Comando italiano,
chiedendo di essere arruolato ed inviato al più presto al combattimento. Solo una
comunicazione alla famiglia permetteva si scoprisse trattarsi di una fanciulla, che
voleva assolutamente partire per il fronte. Questa intrepida fanciulla ci dimostra
quale fervore vi sia nella parte sana della gioventù italica, desiderosa solo di partecipare alla lotta di liberazione della patria. L’episodio della giovane suona moni57
to» .
Il problema di sparare o non sparare era comunque presente anche
fra le volontarie della Repubblica sociale. Un’ausiliaria, poco prima della
sua fucilazione a Torino il 30 aprile 1945, scrive nella sua ultima lettera
datata ancora con l’era fascista: «So di non aver sparso sangue: questo
mi tranquillizza in questi ultimi istanti».
Non possiamo in ogni modo affermare, come sottolinea Jean Bethke
Elshtein, che le donne possiedano alcuna innata inibizione circa il combattimento e lo spargimento di sangue, in quanto le donne combattenti
emergono durante tutta la nostra storia, talora come esempio di trasgressione, talaltra sotto le vesti dell’eroina, entrambe lontane comunque dal modello tradizionale che in questo modo non viene intaccato.
Eppure le rivoluzioni e le insurrezioni, in genere la guerriglia, hanno ripetutamente impiegato le donne in ruoli di combattimento, in quanto
sono conflitti atipici o forse perché le forze rivoluzionarie sono per defi55
A.S.VI., C.A.S., b.25, fasc.1574, c.n.n.
C. CANEPARI, Le donne in divisa della Repubblica di Salò, “Quaderno di storia contemporanea”, 2003, p. 127.
57
“Il Popolo vicentino”, 11 marzo 1944.
56
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 110
nizione meno formali e meno condizionate dalla tradizione che non gli
58
eserciti degli stati nazionali . E non mancano tra le donne esempi di
violenza per niente nobili anche se la donna sanguinaria è figura inconsueta, volutamente dimenticata nella misura in cui difficilmente può essere costretta nei limiti del suo ruolo di sposa e di madre, ma soprattutto
perché evoca paure ancestrali. All’idea femminile, infatti, è sempre legata quella della maternità, come se la capacità naturale di concepire una
vita escludesse il suo opposto, quello di sopprimere la vita altrui.
Nel Polesine nell’estate del 1944 operò la IIa Compagnia, detta O.P.
(ordine pubblico) della G.N.R., comandata dal cap. Giorgio Zamboni di
Bologna e composta da circa 150 di individui chiamati “pisani” perché
provenienti quasi tutti dalle varie città della Toscana. Fra i componenti
vi era anche Anna Maria Cattani, in arte Donna Paola, la cui ferocia emersa dalle carte processuali reca turbamento alle coscienze. Il 12 aprile
1946 Regina Costa dichiarò al P.M. della Corte d’Assise straordinaria di
Rovigo di essere stata torturata da Donna Paola:
«Le torture consistettero in schiaffi, contemporaneamente trafittura con aghi sulle
unghie di tutte e due le mani, strappo dei capelli e infine mi appoggiò il mitra al petto intimandomi di parlare altrimenti avrebbe sparato. I due militi Grieco e Zani mi
tenevano ferma per le braccia: caddi svenuta ...».
Peruzzi Plinio depose in tribunale il 4 aprile 1946 di aver assistito alla
morte di Espero Boccato della Brigata garibaldina “M. Martello”:
«Vidi nettamente quando Donna Paola infisse il pugnale nel petto del Boccato. Preciso: io ero distante circa 100 metri dal posto in cui si trovava il Boccato e mi recavo
verso quel posto, accompagnato da un milite, quando sentii una prima scarica di
moschetteria; continuai a camminare e alla distanza di circa 30 metri sentii un altro
solo colpo d’arma da fuoco. Quando giunsi in vista del Boccato steso a terra, vidi che
egli faceva qualche movimento ancora con la testa ed era tutto sanguinante. Vicino
al Boccato c’era Donna Paola e il Doni; gli altri militi con il Visentin erano pure di
presso, ma a pochi metri. Fu allora che Donna Paola conficcò il pugnale sul petto del
Boccato e notai come ella roteò il pugnale nel petto. Poi lo trasse fuori e giocherellò
con esso. Aveva tutto il braccio sanguinante ...».
Subito dopo la Cattani entrò in casa di una donna della corte Peruzzi,
Giovanna Bianchi, che al processo riferì:
«Si presentò alla porta una giovane donna, da me non conosciuta e vestita con blusa
bianca, sottana grigia, con una cintura alla vita. Portava tra le mani un pugnale
sporco di sangue, come pure aveva sporche le mani. Mi chiese un bicchiere d’acqua
58
BETHKE ELSHTAIN, Donne e guerra…, cit., p. 238. TROMBONI, L’idea femminile…, cit.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 111
che io diedi. Ricevuta l’acqua se ne andò senza nulla dire, come nulla io ebbi il coraggio di chiederle. Prima di bere l’acqua, la giovane in parola ebbe cura di porre il
59
pugnale fra la cintura e la vita...» .
E le donne non furono più immuni degli uomini da quelle orge di
vendetta che si manifestarono, soprattutto in Francia, ma anche in Italia, subito dopo la liberazione. Marguerite Duras descrive il brutale interrogatorio di un informatore ad opera della stessa autrice – che nel
racconto prende il nome di Thérèse – e di molti suoi compagni di resistenza.
L’uomo che era in loro balia venne denudato, insultato e poi picchiato
a sangue, ma è Thérèse che conduce l’interrogatorio:
«Ci danno dentro sempre più forte. Non c’è problema. Sono infaticabili. Picchiano
sempre meglio, con più calma. Più pestano, più lui sanguina, più è chiaro che bisogna picchiare, che è vero, che è giusto. Dai colpi sorgono le immagini. Thérèse è
trasparente, magicamente attraversata da immagini. Un uomo contro un muro cade. Un altro ancora. Ne cadono a non finire».
«Thérèse sono io», scrisse quarant’anni anni più tardi Marguerite
Duras: «Quella che tortura l’informatore sono io… Vi do colei che tortu60
ra insieme agli altri testi. Imparate a leggere: sono testi sacri» . E Thérèse è la giustizia: la rapida giustizia dell’occhio per occhio, della tortura
e della «liquidazione».
Maria Boschetti catturata dagli uomini della brigata Stella in quanto
delatrice, fu assolta da un tribunale partigiano. Prendendo il nome di
battaglia di “Katia”, abbracciò la causa partigiana “anima e corpo”, fornendo una serie di “prove” della sua radicale conversione: procurò una
lista di diversi nomi di spie fasciste e fu la «più energica accusatrice» nel
processo partigiano contro un delatore del suo paese, ma soprattutto
contro il fratello che fu giustiziato. Ma fra le “prove” di vera partigiana
colpiscono la sua offerta spontanea di schiaffeggiare una spia per indurla a parlare e il fatto che lei stessa con un’altra garibaldina «prese
dall’odio contro i fascisti, sfogavano ingiustamente la loro ira» contro un
giovane che aveva l’unica colpa di essere il cognato di un milite PAI, giovane che venne poi curato dai partigiani stessi. Dopo alcuni mesi, stanca
dell’avventura partigiana, riuscì a comunicare ai fratelli dove si trovava e
passò nuovamente tra le file della brigata nera, fornendo nomi e luoghi,
T.RO., C.A.S., fasc. Cattani, p.61, citato in G. SPARAPAN, Adria partigiana, Rovigo, Minelliana, 1994, p. 108.
60 M. DURAS, Il dolore, Milano, Feltrinelli, 2004 [ristampa], rispettivamente p. 113 e p.
99.
59
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 112
riconoscendo le persone inserite nella rete della Resistenza. Fece arrestare un numero incredibile di uomini e donne e spesso contribuiva ai
pestaggi e alle torture. Wilma Marchi fu pesantemente picchiata dalla
B.N. Turcato di Valdagno e nella relazione-diario scrive che la Katia stessa la percosse con gli altri fascisti e che fu lei a gettarla fuori a calci dalla
stanza, lamentandosi perché faceva fatica essendo Wilma troppo grande
61
per lei . Ma la troviamo anche nell’ufficio dell’UPI di Vicenza a girare la
macchinetta della corrente elettrica i cui fili erano applicati uno al polso
e uno all’orecchio del partigiano Vincenzo D’Alessandro. Mentre lei girava,
Schenale e Bianco si alternavano a percuotere il prigioniero con i pu62
gni .
Le perplessità, le oscillazioni e le contraddizioni maschili di fronte alle donne in armi o comunque in divisa sono numerose in quanto si tratta
di donne che hanno deciso di combattere per una causa e non di seguire
semplicemente l’uomo che amano. La reazione sociale, in ogni modo, è
di condanna fino alla volgarità sia nei confronti delle partigiane che delle
soldatesse in grigio verde. Un’ausiliaria scrive sul giornale della Federazione vicentina, “Avanguardia”:
«Purtroppo c’é chi ci odia, chi non ci può vedere; c’é chi al nostro passare impreca, maledice mentre fra se, pensa che il nostro Corpo è stato istituito per potere
sfruttare o meglio “succhiare” il sangue alla povera gente, che le ausiliarie sono
tutte ragazze di strada arruolatesi per essere più libere di fare i loro “comodacci” e
63
così via. Ma perché tutto questo odio, tutto questo rancore?» .
Finita la guerra, nel momento della discesa dalle montagne alle piazze e delle sfilate per le strade cittadine, le staffette partigiane e le donne
in genere vengono messe in coda o non sfilano affatto o le circondano
l’imbarazzo e l’ironia dell’Italia “tradizionalista e bacchettona”, che non
sono esclusivamente di parte politica conservatrice:
61
ISTREVI, Archivio D’Ambros, c.n.n. Dalla relazione-diario di Wilma Marchi: «Uno dei
carnefici dice: “Dai Katia, batti fisso”. Katia continuando a calci: “Faccio fatica perché è
troppo grande!”». Vedi anche A.Tr.VI., C.A.S., fasc. 83/46, 3/46 contro Boschetti Maria,
c.17, denuncia di Wilma Marchi del 17 luglio 1945: «Mentre io insistevo a negare ogni
accusa la Katia continuava ad assicurare ai carnefici che ero l’organizzatrice dei Gruppi
Femminili delle formazioni partigiane e fino allora avevo 42 ragazze alle mie dipendenze. […] La Katia stessa mi percosse assieme agli altri fascisti e fu lei che mi gettò fuori
dalla stanza».
62
A.Tr. VI., C.A.S., fasc. 68/45, 68/45 contro Licini Giuliano, denuncia di Vincenzo D’Alessandro del 23 febbraio 1945 a carico dei componenti dell’U.P.I. di Vicenza.
63
“Avanguardia vicentina”, n. 20, 15 novembre 1944, p. 4.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 113
«Io non ho potuto partecipare alla sfilata, però. I compagni non mi hanno lasciato
andare. Nessuna partigiana garibaldina ha sfilato. Mi ricordo che strillavo: “Io vengo a ficcarmi in mezzo a voi, nel bello della manifestazione! Voglio vedere proprio se
mi sbattete fuori”. “Tu non vieni, se no ti pigliamo a calci in culo! La gente non sa
cos’hai fatto in mezzo a noi, e noi dobbiamo qualificarci con estrema serietà”. Così
alla sfilata ero fuori, in mezzo alla gente, ad applaudire. Ho visto passare il mio comandante, poi ho visto il comandante Mauri con i suoi distaccamenti autonomi e le
donne che avevano combattuto. Loro sì, che c’erano. Mamma mia, per fortuna non
64
ero andata anch’io! La gente diceva che erano delle puttane» .
Il racconto è di Trottolina, e si riferisce al 1° maggio di Torino. Ma
non mancano testimonianze simili dalle città emiliane: si verificò già
all’indomani del conflitto una pronta espulsione delle donne dal movimento della Resistenza sia materiale che mentale, «magari solo a titolo
precauzionale e con motivazioni tattiche», ma più spesso per una radicata convinzione. Le partigiane da attrici, anzi artefici della liberazione, diventano spettatrici, tra il pubblico che applaude, scruta e mugugna, dei
liberatori che si esibiscono festanti sulle strade. Dalla visibilità del con65
flitto le donne tornano a scomparire tra l’anonimato della folla .
64 M. MAFAI, Pane nero. Donne e vita quotidiana nella seconda guerra mondiale, Milano, Mondadori, 1987, p. 262. Nell’intervista la partigiana Alberta Cavaggion mi ha riferito: «Dirò che finita la guerra noi donne siamo state tanto offese. Io sono stata fortunata
che ho trovato un marito meraviglioso, con il quale non ci sono stati problemi. Ma io dovevo essere l’amante di questo, l’amante di quello. Ho dovuto lasciare... tanti non lo sanno, ma per me era un’offesa da chiarire, per me non era normale…».
65 M. ISNENGHI, L’Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai giorni nostri,
Milano, Mondadori, 1994, pp. 358-359.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 114
La guerra senza limiti: soldati
e popolazione nel vicentino
di Alessandro Massignani
Il titolo di questo intervento è segnato dalle suggestioni dei fatti più recenti della storia, e dall’ineluttabile bisogno di porsi delle domande che
pongono in discussione i rigidi limiti temporali della periodizzazione che
spesso porta a delle chiusure interpretative su fenomeni che, invece, si collocano nei processi di lunga durata.
Il riferimento che qui si fa è al discusso volume dei due colonnelli cinesi
Qiao e Wang, La guerra senza limiti, pubblicato qualche anno fa dalla Editrice Goriziana e che nel titolo riecheggia la “guerra totale”, spesso citata
ma perlopiù con significati applicati ad altri contesti1 . È sufficiente, infatti,
fare una ricerca in Internet per scoprire che il suo uso dagli anni ‘30,
quando lo coniò come titolo di un suo libro Erich Ludendorff, ha incontrato
vasta fortuna2 . Nella sua essenza i concetti per quel che ci interessa sono
abbastanza simili: la guerra totale coinvolge ogni parte della nazione organizzata per la guerra, dato che sono le risorse umane e materiali nel loro
insieme ad essere mobilitate; già avvenuto nella Grande Guerra, questo
fenomeno divenne fondamentale nella lunga durata della guerra “industriale” tra il 1939 e il 19453 . Già si trattava di una guerra senza limiti di
coinvolgimento, ma comunque con delle limitazioni di diritto più o meno
efficaci dato che i fatti avevano largamente superato le intenzioni dei legislatori.
Nella guerra senza limiti, i colonnelli cinesi prendono atto (con presumibile orrore del lettore che non parte dagli stessi concetti di studio e
di riflessione dei due intellettuali militari) del fatto che la lotta attuale
tra grandi potenze ed entità economiche è una guerra di bassa intensità,
ma pur sempre una guerra, laddove il civile che lavora con un PC può essere un “guerriero” da colpire senza riguardi.
3
4
5
1
L. QIAO e X. WANG, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, Gorizia, Editrice Goriziana, 2001.
2
E. LUDENDORFF, Der Totale Krieg, München, Ludendorff Verlag, 1936.
3
R. CHICKERING e S. FOSTER, Great War, Total War. Combat and Mobilization on the
Western Front, 1914-1918, Washington, DC, Cambridge University Press, 2000.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 115
La fine della guerra fredda ha portato dei cambiamenti fondamentali
alla natura dei conflitti interni, nel senso di diminuzione dei conflitti tra
stati e aumento di quelli interni o tra entità non statali non riconducibili a
parti esterne se non a interessi economici. Conflitti concentrati in aree di
medio-basso sviluppo economico e condotti da entità non più ideologiche
bensì religiose o etniche.
Ma quello che qui interessa è naturalmente cercare di comprendere
perché delle lotte civili all’interno di stati che portano a fenomeni di guerriglia o terrorismo e entrambi. I giudizi emessi in questo ambito sono perlopiù valutazioni politiche e non tecniche; come infatti ha giustamente
notato Franzina il giudizio politico sul resistente di adesso in svariate parti del globo tende ad essere ricondotto in Italia nel tempo fino alla Resistenza per qualificare come terrorista anche quel combattente, come del
resto era allora nelle valutazioni dei repressori.
In questo senso non mancherà di stupire che vi siano stati dei giudizi
estremi anche al di fuori e prima della cosiddetta “guerra al terrorismo”,
quando economisti come Collier affermano che «all’interno di tali insurrezioni gli insorti non sono distinguibili da banditi o pirati» e che «le ribellioni non sono il definitivo movimento di protesta bensì la manifestazione definitiva del crimine organizzato».
Ma torniamo alla seconda guerra mondiale che ci ha lasciato un’immagine di guerra segnata dagli eccessi di barbarizzazione, presenti in varia
misura sia nei teatri di guerra sia all’interno degli stati in conflitto, conferendo così un carattere relativamente “pulito” al primo conflitto mondiale
nonché agli altri conflitti in generale.
Soprattutto la Grande Guerra aveva almeno all’apparenza più i caratteri della guerra di potenza della seconda, nella quale in maniera palese i
caratteri ideologici sono emersi come elementi che hanno potenziato la
violenza dello scontro tra visioni del mondo. Tutto ciò però non cela il fatto che anche gli obiettivi di questo ultimo grande conflitto erano i consueti di quelli tra le grandi potenze: ricerca di mercati e controllo sulle materie prime, egemonia economica e politica.
Il primo dato che appare rilevante valutando il numero delle vittime
civili e militari nel corso del ‘900 è che nella seconda guerra mondiale
(con un numero di morti largamente superiore ad altri periodi) è che le
vittime civili iniziano a prevalere su quelle militari. In realtà le differenze
sono nel carattere mondiale del conflitto che quindi coinvolse altre masse
di combattenti e di civili senza una distinzione ben chiara tra le due categorie. I mezzi per realizzare i massacri erano già noti e funzionanti nella
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 116
Grande Guerra, ma erano ben più primitivi, dal bombardamento aereo ai
consueti mezzi di sterminio di popolazioni, persino come camere a gas
4
improvvisate .
Ma restringendo la nostra prospettiva all’Italia e alla provincia di Vicenza in particolare, osserviamo che i morti della seconda guerra mondiale in Italia sono relativamente pochi, si tratta secondo cifre provvisorie risultanti da una minuziosa ricerca di Rochat di un totale di 444.523 morti
militari e civili, dal 1940 al 1945; di questi oltre la metà sono riferiti al periodo 1940-1943 e sono perlopiù militari, mentre nel periodo 1943-1945 i
termini si invertono poiché la popolazione civile entra a diretto contatto
con la guerra e ne subisce le conseguenze.
Naturalmente qui ci interessa maggiormente la cifra relativa al dopo
armistizio, benché le ricerche in questo campo non abbiano fornito dati
conclusivi. Sappiamo però che la cifra generalmente indicata per i caduti
della resistenza è di 40.000, quelli delle rappresaglie almeno 10.000,
mentre il totale dei morti nella provincia di Vicenza nel periodo considerato è di 3.770 su un totale di 21.914 nel Veneto.
Le vittime dei bombardamenti aerei sono invece circa 19.000 prima
dell’armistizio e ben 41.000 nel periodo successivo, e di queste la provin5
cia patì complessivamente 1.050 morti e 1.758 feriti .
I danni materiali poi furono ingenti: ben il 60% delle motrici e 50% dei
vagoni ferroviari, il 90% degli autocarri, il 30% degli autobus, il 50% dei
motocarri. I ponti distrutti furono 5.000 e la produzione agricola crollò al
60%, portando cioè il paese al livello di vita del 1860. La produzione industriale invece, grazie alla piena collaborazione tra l’industria e gli occupanti, perse “soltanto” l’8%.
Riguardo alle vittime degli occupanti possiamo considerare in un panorama assai arido di ricerche sistematiche un rapporto dei Regi carabi6
nieri del febbraio 1946 che era stato compilato sulla scorta di un’opera di
monitoraggio messa in atto dall’ufficio propaganda dello Stato maggiore
esercito già da un mese dopo l’armistizio, e senza dubbio sulla scorta degli
4
A. HILLGRUBER, Il luogo storico della prima guerra mondiale, in ID., La distruzione
dell’Europa. La Germania e l’epoca delle guerre mondiali (1914-1945), Bologna, Il Mulino, 1991, p.120.
5
G. ROCHAT, Una ricerca impossibile. Le perdite italiane nella seconda guerra mondiale, in Ufficiali e soldati. L’esercito italiano dalla prima alla seconda guerra mondiale, Udine, Gaspari, 2000, pp. 199-217.
6
Archivio ufficio storico SME (Aussme), “diari 2. guerra mondiale”, busta 2131, fasc.
131A, Legione territoriale dei CCRR di Verona, n. 12/37-1945 di prot. del 23 febbraio
1946, «Violenze commesse da tedeschi e fascisti durante la loro dominazione».
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avvenimenti dell’8 settembre, al fine di raccogliere elementi utili a «far
risaltare come la responsabilità della nostra avversione a tale loro comportamento» [gli atti di barbarie dell’ex alleato tedesco] e produrre con
ampia diffusione in Italia e all’estero un’immagine consona a queste pre7
messe .
Naturalmente questo era anche funzionale al cambio di alleanze compiuto, e perfezionato nell’ottobre con la dichiarazione di guerra alla Germania, ma l’esercito non mancherà successivamente e senza clamore di
attivare un monitoraggio analogo sull’operato degli Alleati.
Il rapporto, anche se incompleto nei dettagli, è un primo inventario di
violenze senza fornire le circostanze dettagliate per fare luce sull’evento:
si tratta in genere di violenze, 75 incendi di case, due violenze carnali (tipicamente di militi fascisti), 126 uccisi per rappresaglia, 102 partigiani o
sospetti tali uccisi in combattimento o fucilati. Accanto poi a casi di saccheggio e rapina (4) vi sono violenze come bastonature e sevizie oppure
arresti per sospetta assistenza alla Resistenza; ma soprattutto una serie di
casi non chiari (23) di feriti o uccisi senza apparente motivo, per esempio
nei giorni di guerra, nel corso della ritirata, oppure «nel corso di rastrellamento» e almeno sei casi incidentali che oggi sarebbero definiti «danni
collaterali» (donne e bambini colpiti in casa da pallottole esplose durante
i combattimenti).
Il rapporto è piuttosto impreciso, soprattutto considerando che i compilatori erano operatori di polizia militare e che quindi avrebbero dovuto
essere in grado di distinguere tra i vari tipi di reati in tempo di guerra; inoltre le circostanze indicate sono spesso poco chiare. Ciò nonostante, si
tratta pur sempre di una elencazione utile alla ricerca sulle violenze ai civili, che tra l’altro non sempre erano esiziali, ma talvolta benché non frequentemente erano violenze, bastonature e furti, oltre all’incendio delle
case che era il primo gradino della rappresaglia. La quale appare la maggior causa di uccisioni, perché mentre l’esecuzione dei partigiani come
franc-tireurs poteva appellarsi alle convenzioni internazionali, la fucilazione degli ostaggi è una materia assai più delicata che nel 1944 tracimò
rapidamente le cautele e le limitazioni dettate dalle leggi di guerra. Quando non si trattò, come hanno osservati studi recenti, di autentiche intimi8
dazioni nei confronti della popolazione . Difficilmente spiegabili nella lo7
Aussme, “diari 2. guerra mondiale”, busta 2131, fasc. 131A, «Raccolta di documentazione di atti di barbarie dei tedeschi» prot. N. 163 del 7 ottobre 1943.
8
S. PELI, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Torino, Einaudi, 2004, p. 246.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 118
gica militare poi le stragi dell’ultima ora, se non nella psicologia del topo
in trappola che cerca con ogni mezzo di abbandonare la nave che sta rapidamente affondando.
La domanda che viene spontaneo porsi è perché questa violenza essenzialmente sui civili, e se questa discende da precise decisioni, come del resto avviene tutt’oggi su una base di logiche belliche che si possono consi9
derare criminali ? Non ci è possibile dare in questa sede una risposta, ma
l’argomento è troppo rilevante e troppo attuale perché lo si possa ignorare,
tenendo conto dell’andamento dei conflitti nel corso del secolo e soprattutto dalla seconda guerra mondiale in poi. Le guerre quindi sono sempre
più “sporche”, se mai una guerra può essere considerata veramente “pulita” al di là delle suggestioni mediatiche: è la natura stessa della guerra ad
avere logiche disumane, e varrebbe la pena di sottolineare il contrasto tra
la guerra come viene immaginata e come invece la si combatteva e la si
combatte. Si veda a questo proposito il film di Steven Spielberg, Salvate il
soldato Ryan, che costituisce un esempio calzante di questa divaricazione, trasmettendo il messaggio della diversità tra la guerra presentata come una gloriosa epopea (la rappresentazione della propaganda) e la sua
orrenda realtà (come si combatte realmente, con pochi spazi per
l’umanità dei combattenti). Il contrasto è quindi tra l’immaginario collettivo e la realtà, tra il messaggio mediatico e la cruda realtà dei fatti.
La propaganda ha avuto un grande sviluppo nelle moderne guerre “industriali”, quando si sono combinati alcuni fattori concomitanti: la diffusione dei media e dell’alfabetismo, la leva di massa al posto dell’antico esercito di mestiere e la necessità, con il protrarsi delle guerre nel tempo,
di convincere il cittadino-soldato che è giusto combattere l’avversario anche quanto gli entusiasmi suscitati dalle prime parole d’ordine si sono
dissolti.
Inoltre è necessario convincere anche la popolazione, quello che è stato
chiamato il fronte interno, che è diventato importante con la “industrializzazione” della guerra, dato che è sottoposto direttamente ai rigori del
9
Per crimine di guerra intendiamo una violazione al diritto internazionale bellico, ora
anche internazionale umanitario, che comportano una responsabilità penale individuale. Occorre distinguere tra crimine di guerra e atto illecito, ovvero una violazione in genere minore con responsabilità dello stato anziché individuale. All’incirca, diciamo, perché in questo ambito i pareri sono contrastanti e gli Stati Uniti per esempio sostengono
che tutte le violazioni sono “crimini di guerra”. R. GUTMAN e D. RIEFF (a cura di), Crimini di guerra. Quello che tutti dovrebbero sapere, Roma, Contrasto Internazionale,
1999 [e aggiornamento 2003].
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 119
conflitto (bombardamenti terroristici, blocco alimentare, mobilitazione
industriale, occupazione militare).
Occorre ricordare che in ogni caso, benché nella prima guerra mondiale le crudeltà non siano state oggetto di particolare scandalo, nondimeno
ve ne sono state soprattutto nei Balcani e sul fronte russo. La spiegazione
non è da cercarsi nel solito giudizio sommario secondo il quale nei Balcani i combattenti “sono bestie”, bensì nella stessa evoluzione del modo di
combattere dei popoli.
Mentre l’evoluzione del diritto bellico appartiene in buona parte al
mondo occidentale cristiano, anche le guerre condotte da stati europei al
di fuori della comunità cristiana erano fatte senza riguardo a queste regole, e questo spiega almeno in parte a livello più generale perché altri popoli combattessero diversamente: e quindi il massacro degli Armeni ad
opera dei turchi (e non solo), il massacro dei serbi da parte bulgara attuato con le camere a gas, le guerre nei Balcani in genere, molto di quello che
capitava sul fronte russo.
È necessario, quindi, accennare all’introduzione del diritto umanitario
nelle guerre. Le convenzioni stipulate sono una evoluzione relativamente
vicina a noi: la data fondamentale è quella del 1907, l’entrata in vigore
della Convenzione dell’Aia. Precedentemente, la guerra era regolata da usi
che andavano via via rendendo meno crudele la guerra, soprattutto a seguito della formazione degli stati nazionali, per i quali la guerra cominciò
a non essere più interessante come spoliazione ed eliminazione del popolo nemico vinto, ma come annessione di territori, popolazioni, ecc.
La convenzione dell’Aia è quindi relativamente vicina alla prima guerra mondiale, ma è anche il sunto di usi ormai entrati nella pratica comune
europea, nonostante periodi involutivi come quello napoleonico, nel quale la protezione delle popolazioni inermi raggiunge un punto assai basso.
Ma nel corso del 1800 avviene la sottoscrizione di convenzioni per
l’assistenza ai feriti prima di tutto, poi anche di protezione degli inermi,
compresi i prigionieri, le popolazioni civili e i monumenti. Con l’inizio del
muovo secolo, in Europa occidentale ci si avvia ad una regolamentazione
della guerra. Di fatto, le guerre del XX secolo vengono combattute secondo (o contro) la Convenzione dell’Aja del 1907 e dei suoi successivi protocolli aggiuntivi.
Davanti alla grandezza del disastro sofferto e delle perdite umane, già
alla fine della prima guerra mondiale, ed a pace stipulata, vengono introdotti per la prima volta concetti come “aggressione” e “responsabilità”
della guerra, mentre fino allora a nessuno stato sovrano era stato messo
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 120
in dubbio il diritto di muovere guerra che era notoriamente definita anche
l’ultimo “argomento dei re”. Se nella prima guerra mondiale, le maggiori
violazioni furono i bombardamenti di città e l’uso di gas asfissianti, utilizzati da tutti i principali belligeranti, alla fine della seconda guerra mondiale la dimensione delle atrocità e del disastro portarono ad un nuovo e
importante passo avanti nel diritto internazionale, con l’elaborazione di
categorie come il “crimine contro l’umanità” e il “genocidio”.
Nel contesto di questo intervento, lasciare in ombra la forma di guerra
ai civili costituita dal bombardamento terroristico delle città significa non
10
farsi “domande scomode” sui circa 41.000 morti per bombardamento
dopo l’8 settembre 1943, una cifra non trascurabile che indica quantomeno come le priorità belliche fossero assai superiori a quelle umanitarie o
di diritto; la necessità di colpire industrie, reti ferroviarie e viabilità non
può avere “effetti collaterali” di così grandi dimensioni; se non in Italia, in
Germania e Giappone l’area bombing era una maniera di dar corpo a teorizzazioni prive di scrupoli, peraltro già enunciate in Italia da Giulio Douhet proprio mentre si recepivano le normative internazionali umanita11
rie! .
Poiché il bombardamento aereo delle città è diventato un evento di
grande rilevanza nella seconda guerra mondiale, conviene rilevare che nel
caso dei bombardamenti di città, ufficialmente questo doveva avvenire
per colpire obiettivi militari, ma sappiamo che in realtà queste azioni erano spesso consciamente punitive già nella prima guerra mondiale, benché
i loro effetti fossero relativi. Nella seconda guerra mondiale, i bombardamenti delle città furono decisi dai politici in spregio al diritto internazionale e soltanto in parte sostenuti dai militari. Overy rileva come queste
decisioni siano state promosse utilizzando argomenti speciosi per arrivare
ai bombardamenti terroristici che hanno avuto effetti limitati sullo sforzo
12
bellico .
Come abbiamo detto, poiché è importante valutare la “guerra ai civili”
nel lungo periodo, è interessante osservare l’andamento di questo tipo di
strumento bellico nei sessanta anni successivi alla fine della seconda
10
Riprendendo l’espressione di PELI, La Resistenza in Italia…, cit., p. 247.
A. MARCEGGIANO, Il diritto umanitario e la sua introduzione nella regolamentazione
dell’esercito italiano, 2 voll. in 3 tomi, Roma, Ussme, 1990. Giulio Douhet è con Machiavelli l’unico pensatore strategico italiano ad avere fama a livello internazionale.
12
Citato da P. FERRARI, L’arma versatile. I bombardamenti strategici angloamericani
e l’industria italiana, in L’Aeronautica italiana. Una storia del Novecento, a cura di P.
Ferrari, Milano, Angeli, 2004, pp. 391-431.
11
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 121
guerra mondiale: soltanto in un protocollo aggiuntivo del 1977 il bombardamento a tappeto, ovvero l’uccisione premeditata di migliaia di civili, è
stata definitivamente bandita, ma con effetti pratici limitati ovviamente a
quella particolare situazione, poiché il bombardamento di obiettivi civili
non è mai cessato e, d’altronde, è un metodologia che appare quasi “pulita”, al punto da essere talora definita “chirurgica”, benché di fatto le vittime civili aumentino esponenzialmente; al punto che può essere utilizzato come forma meno barbara di rappresaglia.
Nel caso della provincia di Vicenza, abbiamo visto che le perdite civili
sono state ingenti e sicuramente superiori a quelle militari; una tendenza,
quindi, del tutto in linea con il resto del territorio nazionale in guerra a
nord della linea del fronte. Non possediamo però dati allo stato attuale sulle perdite tedesche, a conferma dell’arretratezza di questa area di ricerca.
Le decisioni dei politici, ma anche dei militari, di fare la guerra alla
popolazione inerme ha avuto scarsi risultati sia sul piano bellico sia su
quello dell’efficacia morale. In realtà, i bombardamenti sull’Italia prima
del 25 luglio possono avere influito sulla caduta del regime, più che su
una produzione bellica ormai miserabile, mentre quelli successivi hanno
fatto ben poco se non causando molti più morti rispetto alla fase precedente. Analogamente si può dire per la Germania, e perfino per il Giappone, nel quale le bombe atomiche ebbero soltanto l’effetto di accelerare
la resa e non di provocarla.
A sua volta, la guerra contro la popolazione con l’obiettivo di contrastare la guerriglia ha avuto altri effetti, diversi a seconda della situazione,
ma certamente – aumentando il grado di brutalità – quello di alienare
non l’appoggio della popolazione, che mai vi fu se non in casi limitati,
quanto la tendenza di essa a restare indifferente rispetto a scelte difficili,
fino a collaborare con la Resistenza o addirittura ad impugnare le armi
con essa. Effetti quindi che gli studi hanno ritenuto insoddisfacenti sotto
il profilo militare, eppure le metodologie della guerra ai civili sono state
rese soltanto più efficienti ma non appare alcuna rinuncia ad essa nelle
esperienze più recenti.
L’effetto eclatante è che le guerre del dopoguerra, e a maggior ragione
quelle attuali, sono contraddistinte da una scarsa incidenza di morti militari rispetto a quelli civili: come rileva una acuta scrittrice, Mary Kaldor,
«quelli che nelle guerre del passato venivano considerati effetti collatera-
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 122
li indesiderati e illegittimi sono diventati elementi centrali del modo di
13
combattere le nuove guerre» .
La Kaldor osserva anche come le perdite militari agli inizi del XX secolo fossero l’85-90%, e siano invece diventate del 50% circa nella seconda
guerra mondiale: «Oggi circa l’80% di tutte le vittime in guerra sono civi14
li» . Evidentemente si tratta di perdite che non sono casuali, ma in qualche modo devono corrispondere a precise strategie che mirano ad eliminare parti scomode della popolazione di un territorio che desta altri interessi, come ha dimostrato la lotta nella ex Jugoslavia, dove la pulizia etnica era esecrabilmente una tecnica per risolvere questo problema. In maniera analoga, sono aumentati esponenzialmente i rifugiati, ovvero le popolazioni costrette, sotto la minaccia delle violenze della guerra, a spostarsi con esodi dolorosi in altre aree da quelle proprie.
Innanzitutto vi sono piani diversi di azione violenta, quella tra i contendenti veri cioè alleati e tedeschi e poi quelli invece tra italiani. Nel secondo caso, la violenza sui civili – qualunque essi siano – fa parte della
logica della guerra civile: il civile non è neutrale, è parte in causa e questo
porta sia alle uccisioni e violenze durante il periodo considerato sia nel
successivo. Diverse sono le azioni dei belligeranti sulla popolazione, che
evidentemente viene considerata soprattutto nella fase finale della terminazione per utilizzare un concetto dello studioso anglosassone Thompson
che dice che la guerra nel XX secolo tra nazioni industrializzate assume in
maniera esponenziale al passare del tempo un carattere di sterminio.
Questo comprende sia la distruzione di vite umane nei bombardamenti terroristici, sia nello spostamento e pulizia etnica delle popolazioni considerate ostili ai propri progetti bellici. Non è la pulizia del bombardamento che lo differenzia dal massacro organizzato di civili inermi. Questo
non è un relativizzare la rappresaglia, odiosa anche per la sua orrenda ritualità, rispetto ad un’altra azione bellica, bensì una contestualizzazione
rispetto all’evoluzione del modo di fare la guerra. Genocidio e progetto di
sterminio di città con armi atomiche sono facce della stessa realtà, una
guerra prepotentemente volta allo sterminio organizzato di tutto
l’avversario come nemico. Il che ci riporta ai colonnelli cinesi, e alla stringente realistica logica delle loro deduzioni.
13
M. KALDOR, Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale, Roma, Carocci, 1999, p. 117.
14
Ibidem.
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 123
TESTIMONIANZA
L’8 settembre a Vicenza:
i soldati sulle giostre
di Mario Mirri
L’8 settembre, giorno della Natività della B.V. Maria, in molte città d’Italia è giorno festivo; in tutti quei casi, nei quali, e sono frequenti, è stata scelta
Maria, madre di Gesù, come patrona della città, si poteva decidere di onorarla, come è noto, o nel giorno della sua Natività, oppure, anche, il 15 agosto,
giorno della Assunzione della B.V. Maria. A Vicenza, la festa del Santo patrono è l’8 settembre; e, per la Madona dej Oto, si svolgono tutti i tipici festeggiamenti delle feste patronali, che sono, essenzialmente, feste cittadine, anche
se con riferimento religioso ad un santo patrono: feste civiche, di sospensione
dal lavoro, nelle quali la città organizza i più diversi tipi di divertimenti e mercati.
Negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, per tradizione, gli spazi nei
quali venivano concentrate bancarelle, con vendita di dolciumi (ma anche
qualcuna di prodotti di abbigliamento), e poi giostre dei cavallini, baracconi
del tiro a segno, montagne russe, giostre dei seggiolini volanti, tunnel
dell’orrore, piste di autoscontro e così via, erano quelli dei viali del Campo
Marzio: la grande area verde (allora), che si stendeva davanti alla stazione ferroviaria e tagliata da alcuni grandi viali alberati.
Mi trovavo a Vicenza con la mia famiglia dal 1939: famiglia toscana, ma
mio padre, entrato da giovane come tecnico alla Società Montecatini (“prodotti chimici per l’agricoltura”, come si definiva allora) aveva fatto lì tutta la sua
carriera passando, ogni quattro, cinque anni, da uno stabilimento all’altro; e
nel 1939 era stato nominato direttore dello stabilimento di Vicenza. A Vicenza, dopo l’ultimo anno del Ginnasio, avevo frequentato il Liceo classico e,
quell’estate del 1943, avevo conseguito la maturità: senza esami (promossi
tutti coi voti dei professori interni), con gli ultimi mesi molto tesi, per
l’andamento drammaticamente negativo della guerra, e la sensazione, che si
avvertiva anche nei discorsi dei nostri professori (come nei discorsi di tutti i
quaderni Istrevi, n. 1/2006 - pagina 124
“grandi”, a cominciare dai nostri genitori) che, ormai, fosse vicina la resa dei
conti col fascismo.
Fin dal 1940 ero entrato in contatto con il Movimento liberalsocialista; colui che, a Vicenza, teneva le fila di questo Movimento clandestino, mantenendo contatti con Aldo Capitini a Perugia, Tristano Codignola a Firenze e Carlo
Ludovico Ragghianti fra Firenze e Bologna, era Antonio Giuriolo, un giovane
professore, di una famiglia di tradizioni socialiste di Arzignano, laureato a
Padova in Lettere: professore, nel senso che viveva dando lezioni private e insegnando in una piccola scuola privata, ma non poteva insegnare nelle scuole
pubbliche, perché rifiutava di prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista (e, come è noto, erano tempi nei quali senza quella tessera non si poteva
accedere a impieghi pubblici). La prudenza necessaria in un movimento clandestino consigliava di ridurre il più possibile i contatti diretti con Giuriolo, che
era sorvegliato dalla polizia, e chi lo frequentasse veniva sicuramente iscritto
nell’elenco dei “sospetti”; sicché, noi più giovani, studenti del Liceo, avevamo
come punto di riferimento (e come via di collegamento con Giuriolo) uno studente universitario, di qualche anno meno giovane di noi, Licisco Magagnato.
Con il 1942, tutto questo gruppo di antifascisti si trovò assorbito nel Partito
d’Azione, costituito fra la primavera e l’estate di quell’anno per iniziativa di
Ugo La Malfa; a Vicenza, richiamato alle armi Giuriolo, che aveva dovuto raggiungere un reparto al fronte, in Slovenia, aveva assunto la direzione del partito d’Azione Mario Dal Prà, professore di storia e filosofia al Liceo classico.
Il 25 luglio è forse la data più importante nella storia dei rapporti fra
l’Italia e il fascismo; è una data quasi dimenticata (soprattutto da coloro, che
fanno oggi polemica politica su fascismo, antifascismo e Resistenza), eppure è
proprio questa data che segnò la fine irreversibile del fascismo. Alla notizia
dell’arresto di Mussolini tutte le città d’ Italia si riempirono all’improvviso di
masse festanti, con discorsi improvvisati, canti, ed il rito, tipico di tutte le rivoluzioni, dell’abbattimento dei simboli del passato regime: i fascisti erano
improvvisamente spariti, non se ne trovava più uno. Si costituirono immediatamente i primi Comitati unitari delle forze antifasciste, prima a Milano e poi
a Roma; e via via, in ogni altra città, i diversi partiti, da poco ricostituitisi, diedero vita ad altrettanti Comitati unitari: essi lanciarono anche i loro primi
programmi (immediato scioglimento del partito fascista, liberazione di tutti i
detenuti politici, libertà di stampa, riconoscimento legale dei partiti politici) e
presero contatto immediatamente con le autorità (con il governo e le autorità
prefettizie locali), per avviarne l’attuazione. Il governo Badoglio, tuttavia, non
concesse nessuna apertura reale in senso liberale e democratico; sostituì, tuttavia, tutti i direttori dei giornali con personalità neutre e governative, ma non
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più fasciste; né poté impedire che fossero via via liberati dalle carceri gli antifascisti detenuti (anche se, in alcuni casi, muovendosi con gravissimo ritardo).
La liberazione dei detenuti politici (e l’inizio del rientro dall’estero di singoli
fuoriusciti) misero in circolazione un personale politico, di più solida e radicata formazione, che rafforzò notevolmente tutto l’insieme delle forze antifasciste, anche se non erano tuttora ammesse forme pubbliche di organizzazione
politica. Sebbene i Comitati unitari antifascisti riuscissero a far giungere al
governo le loro proposte, e su alcune proposte riuscissero a trattare con rappresentanti di Badoglio, i partiti dovettero rimanere nella posizione, alla quale
il governo li costringeva, di semi-clandestinità, e di riconoscimento di fatto.
Una manifestazione, per fare un esempio del tutto indicativo della situazione
ingarbugliata, che il governo volle gestire, fu la decisione, assunta da Badoglio
fin dal 9 agosto, di commissariare tutte le organizzazioni sindacali fasciste (il
fascismo aveva costituito un sistema di sindacati obbligatori, e fascisti, che inquadravano tutte le forze del lavoro del paese), scegliendo, come commissari
esponenti assai noti dell’antifascismo (in rappresentanza dei nuovi partiti politici, da poco costituitisi: i socialisti Bruno Buozzi e Loreste Lizzadri, il comunista Giovanni Roveda, i democristiani Gioacchino Quarello, Achille Grandi,
Ezio Vanoni, gli azionisti Guido De Ruggiero e Piero Calamandrei), trattando
con il Comitato dei partiti antifascisti sui loro nomi (fu ottenuta la nomina,
nella rosa dei commissari, anche di un comunista!) e sui loro compiti (era il
riconoscimento di fatto, da parte del governo, del ruolo dei partiti antifascisti,
e fu anche una svolta importante, perché preparò la strada alla costituzione,
un anno dopo, in Roma liberata, della nuova organizzazione sindacale unitaria, la CGIL, per l’accordo tra esponenti socialisti, comunisti e democristiani).
In ogni caso, quello che era chiaro a tutti era che la conseguenza inevitabile
del 25 luglio (con le forze anglo-americane che andavano occupando tutta la
Sicilia e si preparavano a invadere, dal basso, la penisola: forze inglesi e canadesi supereranno lo Stretto di Messina il 3 settembre) sarebbe stata l’uscita
dell’Italia dalla guerra; gli storici hanno discusso il comportamento del governo Badoglio, le incertezze nella contrattazione dell’armistizio e quell’inconcepibile ritardo che permise la rapida discesa in Italia di consistenti forze tedesche le quali poterono assumere, già alla metà di agosto,il controllo di zone
strategiche, dal Piemonte al Veneto, dall’Italia centrale alla zona di Roma, in
aggiunta alle divisioni già dislocate nell’Italia meridionale. Ma, nella coscienza
della maggior parte della popolazione italiana, il fascismo era del tutto liquidato, senza rimpianto, ed ora non c’era che da aspettarsi la fine della guerra:
fra coloro, invece, che erano collegati ai partiti antifascisti, ormai abbastanza
funzionanti anche se semi-clandestini, c’era solo da prepararsi ad affrontare
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la situazione, che si sarebbe presentata all’annunzio dell’armistizio, che ritardava inspiegabilmente.
Fu Licisco Magagnato, che arrivò a casa mia nel tardo pomeriggio dell’8
settembre, tutto trafelato, portandomi la notizia che finalmente, l’armistizio
era stato firmato. Nonostante la gravità della situazione, la Festa dej Oto era
in corso, come ogni anno: in quella giornata festiva, un buon numero di persone, e soprattutto di giovani, era affluito ai viali del campo Marzio; chi non
amava quel chiasso o non lo approvava in quella circostanza, era rimasto, come me, a casa a riposare. Licisco mi portava le indicazioni del Comitato dei
partiti antifascisti: era da presumere che gran parte dei soldati della grande
caserma di Vicenza, in libera uscita, fosse affluita a Campo Marzio, che fosse
sparsa tra giostre, tiri a segno e autoscontro; occorreva raggiungere rapidamente quei viali, annunciando a gran voce l’avvenuta firma dell’armistizio e
invitando i soldati a rientrare rapidamente in caserma. Così facemmo: raggiunta rapidamente Porta Castello, ci avviammo per il viale della stazione, e di
qui per gli altri viali ancora pieni di gente e di chiasso, urlando a squarciagola:
«E’ firmato l’armistizio! Tutti i militari rientrino immediatamente in caserma!». Sebbene il maresciallo Badoglio avesse concluso il suo annuncio invitando a reagire «ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza», con le
caserme vuote e i soldati sulle giostre, nessun altro, a Vicenza, aveva pensato
di prendere una iniziativa analoga. Per parte nostra, noi continuammo per un
po’ a urlare a squarciagola, da un viale all’altro, ed avemmo anche la soddisfazione di vedere qualche soldatino abbandonare il luogo della festa e mettersi a
correre verso l’altra parte della città, dov’era la caserma.
In quei giorni, Antonio Giuriolo era a Vicenza in congedo; e lui si sentì in
dovere di presentarsi subito in caserma, per mettersi a disposizione del comandante. Ma si accorse subito che il comandante e gli altri ufficiali non sapevano che farne di questo capitano degli alpini proveniente da un altro reparto; Giuriolo tentò anche di discutere con loro il da farsi, nel senso di predisporre la difesa contro quegli «eventuali attacchi», ma si ebbe la risposta che
non c’erano disposizioni di sorta, e che nessuno sapeva cosa fare.
Quella sera dell’8 settembre i soldati rientrati in caserma rimasero in piena
agitazione, senza che, da parte degli ufficiali, venisse fatto alcuno sforzo per
mantenere la disciplina e indicare delle prospettive; intanto cominciavano già
ad arrivare voci su nuovi, forti reparti tedeschi in movimento, giù dal Brennero: dal giorno successivo si capirà che, dividendosi dopo Trento, una parte
scendeva per la Valsugana, per andare ad occupare città del Veneto. Senza ordini, impauriti, i soldati, fin dalla mattina del 9 settembre, cominciarono a
premere per abbandonare la caserma e tentare di raggiungere le loro case, ra-
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pidamente; gli ufficiali lasciarono fare, dopo un po’ anch’essi abbandonarono
il campo: cominciò così, anche a Vicenza, il “Tutti a casa!”. Intanto Giuriolo,
deluso, quasi disperato, tentò in un primo momento di partire in bicicletta
verso il Sud, coll’idea di mettersi a disposizione del governo di Bari; ma poi,
vista la difficoltà di una simile impresa, cominciò a cercare collegamenti per
aderire alle prime organizzazioni partigiane, che si andavano raccogliendo
nell’udinese, ad opera degli azionisti Commessati e Solari, nell’alta valle del
Natisone, a immediato contatto con i primi nuclei garibaldini che qui si andavano attestando.
A Vicenza i tedeschi arrivarono l’11 settembre. Pesava sulla città un’atmosfera tesa, lugubre. Ad un certo punto, si sparse la voce che era entrato nella
stazione ferroviaria un treno di carri-bestiame, nei quali i tedeschi avevano
rinchiuso giovani, rastrellati durante i loro movimenti per occupare le città:
giovani, che essi ritenevano disertori e che, comunque, essi si ripromettevano
di inviare in Germania. Rapidamente, un gran numero di donne vicentine,
madri o spose di giovani soldati, si raccolsero all’interno della stazione ferroviaria e circondarono quei carri-bestiame, cercando di parlare ai prigionieri,
con la possibilità che, fra quelli, fosse finito il proprio figlio o il proprio sposo.
La massa delle donne crebbe sempre di più, c’era una enorme confusione, e
urla e pianti; le donne premevano su quei vagoni, i tedeschi non erano vicini, i
ferrovieri italiani non vedevano e non sentivano. Ad un tratto, una qualche
donna urlò «Fớra i tosi!» e, a gran voce, tutte le altre cominciarono anche loro
«Fớra i tosi!». Chissà come andò: chi trovò la tecnica adatta, o chi trovò le
chiavi, certo che ad un certo punto i portelloni dei carri-bestiame cominciarono a scorrere, si aprirono e frotte di giovani si buttarono giù, rapidamente e di
corsa, lungo i binari e via, verso la campagna, si eclissarono.
Rimase impresso, in città, questo gesto: la liberazione, da parte delle donne vicentine, dei soldati presi prigionieri dai tedeschi. Non c’erano i figli e gli
sposi di quelle donne vicentine: erano ragazzi calabresi, pugliesi, siciliani, che
s’avviarono così, anche loro, a tornare a casa a piedi, come tanti altri. Ma furono liberati, con rabbia e con entusiasmo, dalle donne vicentine, perché erano comunque i nostri tosi: a Vicenza, per quelle donne, i nostri tosi erano tutti: piemontesi o pugliesi, marchigiani o siciliani che fossero. Potevano, i governi, fare i più grossi errori e complicare malamente la vita di tutti; ma la patria era sentita vivamente e disperatamente, da tutti, in una solidarietà che
abbracciava, pronta, tutti i nostri tosi, da Trieste a Siracusa. Anche questo fu
uno dei tanti episodi che stanno a dimostrare che la patria non era morta.
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Gli autori
Marco Borghi
Direttore dell’Istituto veneziano per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea, coordinatore dei Servizi culturali dell’Esu di Venezia.
Gianni A. Cisotto
Direttore Istrevi, studioso di storia vicentina e veneta
Maurizio Dal Lago
Studioso di storia locale, componente Direttivo Istrevi
Brunello Mantelli
Professore di Storia Contemporanea alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di
Torino
Alessandro Massignani
Studioso di storia militare, collaboratore Istrevi
Mario Mirri
Già docente di Storia Moderna e di Storia della Storiografia presso l’Università di Pisa
Paolo Pezzino
Professore di Storia Contemporanea alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di
Pisa
Sonia Residori
Studiosa di storia vicentina e veneta, componente Direttivo Istrevi
Luca Valente
Storico della Resistenza vicentina, giornalista, collaboratore Istrevi
Denis Vidale
Dottore di ricerca in Storia Sociale presso l’Università di Venezia, ricercatore Istrevi
ISTITUTO STORICO DELLA RESISTENZA E DELL’ETÀ CONTEMPORANEA
DELLA PROVINCIA DI VICENZA “ETTORE GALLO”
Presidente: Giuseppe Pupillo – Vice-Presidenti: Giorgio Sala e Giulio Vescovi
Direttore: Gianni A. Cisotto – Respons. Comitato Scientifico: Renato Camurri
Consiglio direttivo: Mario Bagnara, Flavio Bonato, Franco Busetto, Onorio Cengarle,
Giuseppe Crosara, Maurizio Dal Lago, Mario Faggion, Mario Falisi, Maria Pia Mainardi,
Antonio Nicolussi, Fernando Offelli, Carla Poncina, Sonia Residori, Nicoletta Rocchetto,
Pio Serafin, Francesco Tessarolo, Giorgio Trivelli, Denis Vidale e Adriano Zanolla
Comitato Scientifico: Mario Faggion, Giovanni Favero, Emilio Franzina, Benito Gramola,
Alba Lazzaretto, Marco Mondini, Mauro Passarin e Giorgio Roverato
quaderni Istrevi
Istituto Storico della Resistenza
e dell’Età Contemporanea
“Ettore Gallo”
Vicenza
n. 1 / ottobre 2006
Redazione
ISTREVI – Viale X Giugno, 115
(c/o Museo del Risorgimento
e della Resistenza)
.
36100 Vicenza
36100 Vicenza
tel. 0444-322998
e-mail: [email protected]
sito internet: www.istrevi.it
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in collaborazione con il
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