di Gabriella Piccinni Il pontifi - Istituto Superiore di Studi Medievali
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di Gabriella Piccinni Il pontifi - Istituto Superiore di Studi Medievali
1 Sede pontificia contro Bonsignori di Siena. Inchiesta intorno ad un fallimento bancario (1344) di Gabriella Piccinni Il pontificato di Clemente VI si aprì, nel 1342, su una serie di fallimenti bancari, quelli della compagnia dei Bonaccorsi e di una serie di medie compagnie fiorentine, cui seguirono presto quelli dei Peruzzi e degli Acciaioli (1343), tutte variamente interessate ad affari con Santa Romana Chiesa. Il 9 ottobre del 1343 il papa avviò una prima azione contro gli Acciaioli per rientrare dei suoi crediti e nel maggio dell’anno seguente procedette nei confronti dei Bonaccorsi, incaricandone Pietro Vitali, primicerio di Lucca, nunzio apostolico e delegato in Tuscia. Pochi mesi dopo, nell’estate 1344, lo stesso Vitali, insieme questa volta a Francesco dei Marzi, minorita senese e cappellano papale, si insediò nel monastero camaldolese di San Vigilio in Siena e aprì un’inchiesta da condurre con riservatezza, “simpliciter, de plano et sine strepitu et figura iudicii” nei confronti degli eredi di soci della compagnia senese dei Bonsignori, che aveva dichiarato fallimento trentacinque anni prima. Oggetto del contendere era perciò, questa volta, un credito ben più antico degli altri rivendicati dalla Camera apostolica. L’inchiesta, a detta della bolla papale di delega, originava da 80.000 fiorini che la Camera avrebbe consegnato alla compagnia durante il breve pontificato di papa Niccolò IV (1288-1292), parte a titolo di deposito e parte ad altro titolo non specificato. Un anno dopo gli eredi dei soci vennero condannati a pagare. Il processo non è ignoto agli storici e tra coloro che se ne sono occupati sono da ricordare almeno Gino Arias e Eduard Jordan nei primi decenni del Novecento, poi Mario Chiaudano e Yves Renouard negli anni Trenta e Quaranta, infine Edward English negli Ottanta, Giuliano Catoni, Vivien Jonckheere e Paolo Nardi tra gli anni Novanta e i primi del nuovo millennio. Su questo episodio conosciuto, ma non per questo pienamente valutato, vale tuttavia la pena di soffermare l’attenzione in un convegno dedicato ai grandi processi del Trecento. Vediamo prima di tutto, brevemente, il contesto locale. Com’è noto, la parabola delle compagnie senesi di mercatura e banca era stata segnata, nei primi anni del XIV secolo, dal rientro in patria di gran parte degli affari e dei molti denari di quanti, soci di imprese guidate in prevalenza da esponenti del ceto magnatizio, avevano raccolto e prestato denaro in giro per l’Europa, impegnandosi nel credito ai privati e in importanti operazioni finanziarie con la Curia pontificia e con vari sovrani europei, nei circuiti finanziari e mercantili di Italia, Champagne, Inghilterra, Linguadoca, Fiandre e Germania occidentale. Dopo essere state al primo posto nelle preferenze della Camera apostolica fino al 1270, le compagnie senesi si erano trovate da quella data a condividere sempre più con piacentini, fiorentini, lucchesi e pistoiesi gli spazi economici offerti dalle attività della Chiesa e dalla lucrosa riscossione delle decime. Nel giro del paio di anni successivi, tra il 1272 e il 1273, la società dei figli di Bonsignore, che aveva le sue più importanti succursali a Roma, Genova, Parigi, Londra, Marsiglia e nella Champagne, aveva 2 anche perduto la guida audace di Orlando, già rimasto solo alla testa della compagnia dopo la morte del fratello Bonifazio. Nel 1289 essa aveva subito una sorta di rifondazione, era stata ricapitalizzata e aveva visto un cambiamento importante dell’assetto societario: vicino a sei membri della famiglia – cinque figli di Orlando e un figlio di Bonifazio - vi erano entrati diciassette associati esterni, quattordici dei quali avevano apportato nuovo capitale, per un totale di 40.850 lire. La società aveva preso il nome di Gran Tavola. La stagione della sua crisi si era aperta con clamore nel 1298, e in tre anni la situazione era precipitata. Il 20 dicembre 1301 alcune tra le più importanti banche fiorentine - Cerchi, Mozzi, Acciaioli e Bardi - avevano chiesto e ottenuto il sequestro dei beni dei soci della Gran Tavola. Anche la Chiesa si era mossa. Tre testimoni al processo del 1344 (Mino di Guido dei Tolomei, Cecco Ghini e Conte Iacobi), avrebbero riferito una vecchia storia di ipoteche: il cardinale Riccardo Petroni - una famiglia senese appartenente al ceto di governo di orientamento guelfo che chiamiamo novesco - vicecancelliere di Santa Romana Chiesa, in una data collocabile con verosimiglianza tra il 1298 e il 1305, avrebbe scritto a Siena, raccomandando a chi era impegnato in suo nome in acquisti di terre per fondare e dotare una certosa di guardarsi bene da comprare alcunché dai soci della Gran Tavola perché i loro beni erano tutti obbligati alla Chiesa romana. Conte Iacobi, in particolare, raccontò che la Curia aveva fatto trapelare che, se anche per il momento non insisteva per riavere il suo, fossero pur certi che quando si fosse messa in moto avrebbe voluto recuperarlo interamente. Il racconto è confermato da fonti coeve agli eventi, perché nel 1307 il papa e il re di Francia avevano lanciato l’offensiva per rientrare delle somme. Nel luglio Filippo il Bello aveva denunciato al comune di Siena la malafede della Gran Tavola in merito ad un debito, a suo dire provato, e, non avendo ricevuto soddisfazione, in agosto aveva esercitato rappresaglia contro gli altri senesi in Francia: Squarcialupi, Malavolti, Tolomei e Forteguerri ne avevano pagato, in nome della Gran Tavola, più di un terzo del dovuto, allungando la lista dei suoi creditori. Nell’agosto dello stesso anno papa Clemente V aveva chiesto il sequestro dei beni e crediti di Bonsignori in Inghilterra e il loro deposito, insieme a quelli della compagnia dei Ricciardi di Lucca, presso probi viri, incaricando propri inviati di ingiungere loro, sotto minaccia di sanzione ecclesiastica, di consegnare direttamente alla Camera apostolica le decime non corrisposte (cioè quelle di Anglia, Spagna, Scozia, Gallia e altre terre) insieme ai libri, le lettere e gli strumenti di obbligazione, che avrebbero dovuto essere ricercati da alcuni delegati. Il tracollo delle compagnie coinvolte era avvenuto poco prima di questa data, si legge infatti che esse “nunc sunt collapse”. Nel settembre 1307 i soci Bonsignori erano stati banditi da Siena, confermando Niccolò di Bonifazio, che era sempre stato di chiara fedeltà ghibellina, nel ruolo di uno dei più accesi sostenitori dell’Imperatore Enrico VII di Lussemburgo. Dal febbraio 1309 la liquidazione della compagnia era stata affidata in maniera definitiva alla Mercanzia di Siena. Il 1309 è considerato data di apertura ufficiale della procedura fallimentare. 3 Gli eventi che portarono alla liquidazione dell’ultimo, ma quanto potente e tenace!, creditore della Gran Tavola, possono essere ripercorsi attraverso la documentazione senese e quella pontificia, in particolare attraverso le carte dell’inchiesta del 1344 che previde l’escussione di una trentina di testimoni e una lunga perquisizione nel convento senese di San Domenico alla ricerca, coronata da successo, dell’archivio della società, che vi aveva trovato sede legale almeno dal 1289. In ballo c’era la bella somma di 80.000 fiorini: il doppio, per fare qualche esempio, di quanto versava ogni anno il re di Sicilia alla Sede pontificia, dieci volte quanto il re d’Aragona, venti volte quanto il re d’Inghilterra versò fino al 1333. Con essa nel 1344 si sarebbero potute comprare 80.000 moggia di grano, quanto più o meno occorreva per sfamare per un intero anno 160.000 persone, l’intera città di Milano. Con 80.000 fiorini esatti il 10 luglio 1348 il papa comprò dalla regina Giovanna la città di Avignone con le sue pertinenze. Il debito contestato al processo risale alla fase d’attività della società ricapitalizzata nel 1289. Dagli incartamenti del processo e da antiche lettere delle quali fu fatta copia durante l’istruttoria ne risulta qualche traccia dall’autunno del 1291 e segnali più chiari, pur fra molte contestazioni, dal 9 maggio 1292. Vediamo due di queste importanti lettere. Nella prima alcuni rappresentanti della Gran Tavola agenti presso la corte pontificia, tra i quali personalmente Niccolò figlio di Bonifazio Bonsignori, avevano scritto ai “principales et capitae[i]” in Siena - tra i quali suo cugino messer Fazio figlio di Orlando Bonsignori e Bonaventura Bernardini - per registrare i conti. Era il 12 settembre 1291 e San Giovanni d’Acri era caduta da appena tre mesi, segnando la fine del Regno Latino di Gerusalemme. E’ in quest’occasione che incontriamo il primo riconoscimento di un debito dei soci nei confronti della Sede apostolica, relativa alla decima d’Inghilterra riscossa ma non ancora interamente versata. Una parte almeno di questo primo debito non è, però, quello contestato ai Bonsignori nel nostro processo perché risale agli anni precedenti il pontificato di Nicola IV. E’ fatto noto come la Chiesa romana largamente avesse utilizzato, come mezzo di pressione e di gratificazione, la cessione ai vari sovrani europei di parte della decima, e ciò era certamente avvenuto negli anni d’attività in Curia del cardinale Benedetto Caetani, poi asceso al soglio pontificio come Bonifacio VIII, che era stato uno dei grandi protagonisti anche della vicenda della quale trattiamo. Così, quei limpidi riconoscimenti di debito del settembre 1291 si erano complicati, appena otto mesi dopo, per i conti molto meno chiari del versamento delle riscossioni di Francia e Scozia. Da una seconda lettera allegata in copia all’istruttoria del nostro processo risulta che il 9 maggio 1292, in vacanza di papa, i compagni in Curia avevano relazionato a Fazio e ai soci senesi su una riunione che si era tenuta tre giorni prima: tra i presenti, accanto ai rappresentanti della Gran Tavola e a quelli delle compagnie dei Ricciardi di Lucca, di Mozzi, Frescobaldi e Pulci di Firenze, anche i cardinali che si occupavano delle 4 decime. I senesi avevano riferito di un forte disaccordo generale (“grandissimi dibacti”) con il camarlengo pontificio che “mecte adosso molte cose che non vi debbono essere” e di una difficoltà di tutti a chiarire le posizioni finanziarie perché “né noi né li altri none li potemo chiarire chome ne bisognerebbe”. La Camera apostolica aveva rivendicato un credito verso la Gran Tavola per la decima di Francia non ancora versata, e Niccolò aveva spiegato ai soci senesi di non aver in mano, per contestarne i conti, le quietanze del primo anno e mezzo di decime (dunque dal gennaio 1291) che rivendicava però di aver regolarmente versato nelle casse del re di Francia. Altre fonti ci dicono che quel versamento era stato ordinato proprio dal Caetani, che aveva raggiunto il culmine della sua carriera di cardinale con la legazione francese del 1290-91 durante la quale, tra le altre cose, aveva cercato sostegni per la crociata progettata da Nicola IV. I soci della Gran Tavola in terra francese non le avevano mandate, quelle quietanze, né a Roma né a Siena, forse perché erano ancora chiusi nelle prigioni di Filippo il Bello, dove erano finiti nel maggio del 1291; o forse perché, fino a quel momento, c’era sempre stato accordo nell’attribuire alle scritture di banco anche da sole efficacia probatoria sufficiente a rendere superfluo l’atto di quietanza. Alla mancanza di quell’atto, invece, si erano attaccati i cardinali. Oltre alla decima di Francia, la Camera aveva addebitato alla Gran Tavola anche 2822 marchi sterlini (=15.972 fiorini) per la decima di Scozia, e nemmeno di relativo versamento, che pure reclamava di aver regolarmente fatto, la società aveva in mano le quietanze né i compagni avevano ottenuto la restituzione delle obbligazioni più vecchie per l’annullamento. Non solo: abbiamo mostrato ai cardinali, dicevano, “chome questo fue errore” ma “non ci danno fede se altro non vegono”. I due gruppi non si erano intesi nemmeno sul cambio delle monete sul quale “s’à molti dibacti da noi alloro”. I cardinali non avevano creduto né a loro né alla scarna documentazione che avevano prodotto e avevano chiesto altre prove, che non c’erano. Infine “molto corrucciati”, con la consulenza del camarlengo e di due mercanti, avevano messo per scritto la loro ipotesi di saldo che tutte le compagnie - tranne i Frescobaldi - avevano contestato, arrivando quasi a dimezzarlo. Vediamo l’esame in contraddittorio dei dati: il debito dei Ricciardi, di 17600 marchi (=99.616 fiorini) secondo i cardinali, avrebbe dovuto scendere a 15200 marchi (= 86032 fiorini) secondo la compagnia; il debito dei Mozzi di 27000 marchi (=152.820 fiorini) poi sceso a 21.000 (118.860 fiorini) secondo i cardinali, avrebbe dovuto scendere a soli 10.000 marchi (= 56.600 fiorini) secondo la compagnia che specificava che il camarlengo non aveva scontato loro la decima di Francia del primo anno e mezzo, tutta versata al re; il debito dei Pulci, di 8200 marchi (=46.412 fiorini) secondo i cardinali, avrebbe dovuto scendere a 6600 marchi (= 37.356 fiorini) secondo la compagnia; il debito dei Bonsignori, 17.300 marchi (= 97.918 fiorini) secondo i cardinali, avrebbe dovuto scendere ai 12800 marchi (= 72.448 fiorini) secondo la compagnia. 5 E’ sbalorditivo notare che, al tempo di Clemente VI, solo con i 144.393 fiorini che costituiscono la differenza tra il debito riconosciuto dalle compagnie toscane nel 1292 nei confronti della Chiesa e quello invece preteso dalla Camera apostolica, si sarebbe ancora potuto comprare grano per sfamare per un anno 288.786 persone, cioè un po’ più della popolazione di Milano e Venezia insieme. Tutto questo dà la misura delle consistenti masse monetarie che si erano mosse nell’Europa, passando e sostando nelle mani dei nostri banchieri. E’ probabile che i dissensi interni che accompagnarono - se pure non ne furono una delle cause - la crisi della Gran Tavola si fossero manifestati già in questa fase. Il 12 settembre 1292, dopo laboriose trattative, la società era stata nuovamente rifondata, ma non ricapitalizzata, dissenzienti alcuni soci della famiglia Bonsignori, sulla base di regole nuove per quanto atteneva la direzione: da quel momento, e per tre anni, le decisioni sarebbero state prese a maggioranza e non sarebbero state ammesse modifiche nei capitali apportati. E’ assai probabile che all’origine del conflitto ci fosse proprio la sproporzione che si era determinata tra gli interessi e i capitali molto diversi che i soci avevano nella compagnia a fronte di un potere decisionale espresso, invece, per testa. Il 21 giugno 1295, nella situazione di generale incertezza che in cui le minacce di guerra avevano gettato la finanza internazionale, la Gran Tavola aveva riconosciuto di essere obbligata “magnis debitis” nei confronti della Chiesa romana e chiesto ed ottenuto dal nuovo pontefice Bonifacio VIII la dilazione di un triennio nei pagamenti. E’ probabile che, per concordare con i cardinali tale scadenza, i soci avessero mostrato loro il proprio portafoglio, con le previsioni ragionevoli di riscossione delle decime e di rimborso dei crediti. Tuttavia, nei tre anni di dilazione le discordie interne, manifestatesi soprattutto tra i soci membri della famiglia e gli altri soci ad essa estranei, non dovevano essersi appianate. A questa fase appartiene un tentativo di mediazione messo in atto direttamente da Bonifacio VIII, in una data seguente il gennaio 1295 e precedente l’agosto 1298. Ce ne danno notizia, nel 1344, i verbali degli interrogatori di frate Ambrogio da Colle e di frate Iacomo da Montececerone, due tra i più anziani domenicani ascoltati, che raccontarono, uno per essere stato presente, l’altro per averlo sentito dire, che il papa in persona aveva cercato di metter termine agli scontri interni alla società, per fare in modo che essa continuasse a garantire alla Camera apostolica i molti servizi (multa comoda) erogati fin quando era pacificata e per salvaguardare gli interessi dei prelati che, avendo depositato denaro in gran quantità presso il loro banco, volevano che ci fossero le condizioni per ritirarlo. Si era trattato, come vedremo, di una somma superiore a 200.000 fiorini, probabilmente di molto superiore. Bonifacio aveva convocato i soci a Castel della Pieve e li aveva invitati ad appianare i contrasti. Ma le discordie non erano state risolte nemmeno dall’autorevole intervento. Da alcune lettere trovate durante la perquisizione emerse che, in un momento non precisato, papa Bonifacio aveva proibito ai soci e fattori delle Gran Tavola di allontanarsi dalla Curia, facendoli anche arrestare. Soprattutto non si era risolta la crisi di liquidità che di lì a qualche anno avrebbe 6 portato al fallimento della compagnia. Verosimilmente in questa fase qualcosa, nel piano di rientro delle somme, le era sfuggito di mano. Così, proprio mentre Bonifacio VIII trattava con Filippo il Bello il finanziamento dei suoi progetti militari, i Bonsignori non erano riusciti a mantenere il loro ruolo nello scacchiere internazionale. Roma li aveva fatti fuori. E infatti, nel 1298, alla scadenza del termine della dilazione concessa dal papa, l’improvviso ritiro di depositi da parte di clienti appartenenti alla Curia romana - probabilmente gli stessi prelati che dal 1295 aveva iniziato a scalpitare per riavere i loro molti denari - aveva confermato la drammaticità della crisi e l’eccessivo ricorso della Gran Tavola ai depositi, cosa che l’aveva portata a muovere troppo denaro non suo senza copertura adeguata, cadendo in balia delle volontà e delle scelte dei depositanti. Il 9 agosto 1298 la richiesta avanzata dai soci estranei alla famiglia al comune di Siena di inviare al papa un’ambasceria per bloccare il ritiro dei depositi da parte dei clienti romani, evitando che i creditori “qui sunt in Curia quod in petendo non gravent socios”, fa pensare che il processo di prelievo dei capitali che portò al fallimento della Gran Tavola fosse partito proprio da Roma e dalla Curia. Le società in nome collettivo funzionano finché c’è la fiducia e in questo frangente sembra proprio che fosse stata questa a venir meno. I soci estranei alla famiglia avevano chiesto in quell’occasione al comune di Siena, in deroga alle norme vigenti nella città, di poter rispondere alle richieste di rimborso dei depositi secondo un principio di responsabilità limitata, anziché illimitata. Ne avevano ottenuto un secco rifiuto: evidentemente si trattava, all’epoca, di una richiesta che non era concepibile e che venne, infatti, rigettata. In quell’occasione i soci avevano dichiarato che in ogni caso la compagnia, dal giorno in cui si era manifestati i dissensi tra i soci, aveva già soddisfatto a domande di rimborso di depositi e pagato interessi per 200.000 fiorini e che in giro per il mondo vantava crediti tali da assolvere interamente i rimanenti debiti. Essi avevano anche chiesto l’aiuto pubblico contro chi propagasse il panico ad arte e avevano spiegato che, quando tutti i creditori “una hora et uno tempore confugerent”, una società non era in grado di far fronte (“nulla est sotietas in mundo quod non falletur si omnes eorum creditores concurrentur”) non per problemi di ricchezza (“deficetur in rispondendo non ratione impotentie”) ma di liquidità momentanea dal momento che non aveva modo, a sua volta, di “recuperare una hora” i propri crediti sparsi “in diversis partibus mundi” cosa, del resto, che era nota ai clienti (“dicta sotietas non abscondebat quod ab hominibus recipiebat sed aliis hominibus mutuabat et sic facit omnis sotietas”). Dopo il fallimento del 1309, la Mercanzia si era preoccupata di salvaguardare i patrimoni dei soci riconoscendone una parte come dotali di mogli e nuore dei soci, e di quest’antico episodio, come di cosa nota, avrebbe testimoniato al processo del 1344 messer Mino di Cino Cinughi, rettore dell’ospedale di Santa Maria della Scala, rispondendo al giudice che gli chiedeva se, a suo avviso, gli eredi dessero garanzie di solvibilità. Messer Mino se ne intendeva, per vari motivi e interessi. Si trattava di una personalità di primo piano nella vita 7 politica di quegli anni, era figlio di un banchiere di una certa importanza, era cognato di un socio della Gran Tavola, Meo di Orlando Malavolti, del quale aveva sposato la sorella Meuccia, aveva occupato numerosi incarichi di governo fino a quando il ruolo di rettore, ricoperto dal 1340, lo aveva messo ulteriormente al centro della rete cittadina di affari e interessi che faceva capo all’ospedale. E dunque era molto attendibile quando spiegò che “ipsa bona defensita fuerunt pro dotibus mulierum dictorum sociorum". Erano passati gli anni e la Chiesa non aveva ottenuto soddisfazione e nemmeno messo le mani sull’agognato archivio della Gran Tavola, difeso strenuamente dal comune di Siena insieme alla documentazione pubblica che attestava lo stato patrimoniale dei soci - che per legge rispondevano dei debiti societari, come si ricorderà, in modo illimitato - e dei loro eredi. Così, nel febbraio 1312, in concomitanza con l’arrivo in Italia dell’imperatore Enrico VII diretto verso la sua turbolenta incoronazione, Clemente V aveva di nuovo attaccato personalmente Nicola Bonsignori, reclamando - senza esito - dal comune di Cambrai la rendita vitalizia annua di 800 lire tornesi che già da due anni egli riceveva in cambio di un non meglio quantificato prestito che gli aveva erogato. Nel 1313 a Nicola venne annunciata la scomunica papale. Era poi toccato a Giovanni XXII, appena salito al soglio pontificio, riaffermare il 23 novembre 1316 gli impegni della Gran Tavola e sostenere ancora i diritti della Santa Sede contro i fiamminghi. La crisi dei Bonsignori non aveva rappresentato un evento solitario. Se alcune compagnie senesi, come quelle intestate alle famiglie Piccolomini (scomparsa dalla scena internazionale dalla fine del Duecento) e Salimbeni (già sciolta nel 1293), avevano evitato la bancarotta riconvertendo precocemente l’attività in una dimensione locale, altre, come quelle di Forteguerri, Malavolti, Gallerani, Tolomei, erano state contagiate nei primi decenni del Trecento dal fallimento della Gran Tavola. Il potente processo di de-internazionalizzazione della banca senese era stato accompagnato da una trasformazione importante nell’assetto economico della città e dall’alternarsi di tentativi di ripresa e nuovi fallimenti societari, fino al 1338, quando una nuova crisi bancaria si era manifestata in Siena in coincidenza con l’avvio della guerra dei Cent’anni, e al 1339 quando Benedetto XI aveva dato per l’ultima volta ad una compagnia senese, quella dei Nicolucci, il potere di riscuotere fondi apostolici in Italia, Ungheria, Polonia e Romania. Intanto, come già accennato, nella prima metà del Trecento, avevano chiuso l’attività anche varie compagnie di altre città toscane: Franzesi, Ammannati, Frescobaldi, Pulci e Rimbertini, Chiarenti, Mozzi, Cerchi, Scali, infine, in una coincidenza con la data della nostra inchiesta che è difficile ritenere accidentale, Bonaccorsi, Acciaioli, e Peruzzi. Poco più tardi sarebbe stato il turno dei Bardi. Lo scenario sul quale si muovono i nostri attori è quello di una fase frenetica di riconversione, diversificazione degli investimenti, tesaurizzazione, normazione. Torniamo adesso all’attività dei nostri due giudici, “pro tribunali sedentes” nel 1344 nel monastero di S. Vigilio in Siena, l’esperto Vitali che si specializzava nel recupero dei crediti 8 della Chiesa romana e Francesco dei Marzi, appartenente ad una famiglia senese novesca e interessata dalla restituzione del debito in quanto alcuni suoi membri erano eredi importanti di soci della Gran Tavola. Come si ricorderà, i due dovevano condurre l’inchiesta “sine strepitu” con lo scopo principale di trovare le scritture attestanti il debito e accertare la solvibilità degli eredi. Essi svolsero gli interrogatori su otto articoli che così riassumo: 1-Ricorda qualcosa del pontificato di Nicola IV? 2- Sa o ha sentito dire che i soci a quel tempo avessero ricevuto in deposito denaro in nome della Chiesa romana e della Camera apostolica? 3- Ne conosce o ha sentito dire la consistenza? 4- Sa o ha sentito dire quando sarebbe avvenuto il deposito? 5- Sa o ha sentito dire dove sono “libri, instrumenta vel scripture” della società? 6- Conosce eredi dei soci? 7- Sa o ha sentito dire se essi hanno beni mobili o immobili e dove sono posti e chi li tiene? 8- Infine, di tutto ciò è o no pubblica fama? L’audizione dei trenta testi si svolse lungo dieci giorni e sei sedute. In una prima fase, dall’8 al 10 luglio, furono ascoltati nove religiosi: sette frati domenicani (cioè per primi il priore frate Silvestro da Siena, e i due noti teologi Gerardo domini Luti da Siena e frate Enea [Tolomei] da Siena, poi i frati Cristoforo Tolomei e Gerino di Guccio Montanini e che, insieme a frate Enea, si confessarono protagonisti dell’occultamento dell’archivio della Gran Tavola, e i due frati anziani, frate Ambrogio da Colle e Iacopo da Montececerone); il canonico Guido di Buondelmonte che aveva risieduto in Curia al tempo di Bonifacio VIII; il priore della certosa di Maggiano fondata dal cardinale Petroni, Francesco di Tura Montanini, figlio e nipote di soci della Gran Tavola. Tra il 13 e il 14 luglio fu il turno di tredici laici: il rettore dell’ospedale di Santa Maria della Scala, Mino di Cino Cinughi, membro come abbiamo visto di un’importante famiglia di mercanti noveschi; il giurisperito messer Nicola di Conte; due mercanti che avevano operato per lungo tempo all’estero (Neri di Bruno che era stato in passato e sarebbe stato di nuovo dopo qualche mese membro del collegio di governo, e messer Gualtieri di messer Geri); due altri membri del ceto di governo, Berignone Chiavelli e Cecco Ghini; altri variamente interessati, messer Nicola di messer Bandino, messer Angelo Granelli dei Tolomei, Mino di Guido dei Tolomei, Naddino di Guccio, Poppo di Naldo, Cecco di messer Goro, Marsilio Scotti, alcuni dei quali dichiararono di aver frequentato la Curia romana. Il 15 luglio vennero interrogati ancora tre laici (Simone di ser Iacopo, Angelo di Federico, Conte Iacobi) e cinque, poco loquaci, minoriti (i frati Naldo Iacobi, Giovanni di San Giorgio, Iacopo di Tosa, Iacopo dei Marzi, Manno Guiduccini). Infine il 17 luglio i delegati cercarono di raccogliere notizie da messer Bindo di Bindo di Falcone, protonotario del papa, che era stato familiare del cardinale Riccardo e che allora 9 viveva nella certosa di Pontignano, a pochi chilometri da Siena, dove si recarono per ragionare con lui a lungo, ma senza verbalizzare il colloquio. Come si vede, i domenicani costituiscono il gruppo più definito e cospicuo di testimoni, indice che una serie di legami con il mondo della finanza si affiancavano, probabilmente, a quelli consolidati con il comune di Siena del quale il convento di San Domenico conservava anche l’archivio. Dal 1316 fino al 1344 non trovo altra traccia, nella documentazione pontificia, di una rivendicazione del credito verso i Bonsignori. Al processo veniamo a conoscenza, però, che non erano mancati, negli anni, tentativi di accordi personali messi in atto da singoli soci. In particolare, in una data imprecisata, i Montanini avevano sondato se fosse possibile concordare separatamente il proprio debito pro quota con la Chiesa romana. Secondo quanto depose al processo frate Francesco di Tura Montanini, priore della certosa di Maggiano, c’erano state buone basi per tale accordo separato, come aveva sentito raccontare da un non meglio identificato ma informato ser Pietro Alberti da Siena. Suo cugino, il frate domenicano Gerino di Guccio Montanini, confermò: ricordò, infatti, un indaffararsi del padre Guccio e dello zio Montanino presso il cardinale Giangaetano Orsini perché intercedesse per ottenere dal papa la remissione della quota di debito che toccava loro in nome del nonno Geri. Ricordò anche, frate Gerino, di aver scritto di suo pugno alcune lettere al legato e al priore gerosolimitano in Pisa, sempre in vista della grazia della remissione nella quale, verosimilmente, si era individuato l’unico modo legale per tentare di aggirare il principio giuridico della responsabilità illimitata dei soci. La grazia non era arrivata, non era stata riconosciuta come strumento finanziario. Nonostante che il vecchio Geri, nel suo testamento, avesse disposto il pagamento integrale dei debiti in ragione della sua quota attestata dai libri della società e, dunque, avesse riconosciuto di essere debitore, i registri di amministrazione della Gran Tavola erano stati fatti sparire proprio con il concorso di alcuni suoi eredi, e forse non a caso se si considera che i Montanini risulteranno, a conti fatti, particolarmente colpiti dalla vicenda della restituzione del debito. Domande centrali degli interrogatori appaiono quelle che concernono l’esistenza del debito, la sua natura e consistenza: nel ‘sentito dire’ dei testi essa variava da 60.000 a 100.000 fiorini, solo Marsilio Scotti sostenne che la Chiesa romana aveva più debiti con la Gran Tavola di quanto quest’ultima a sua volta le dovesse, ma questa considerazione non sembrò interessare molto i nostri delegati. Il dato più interessante è che nessuno dei testimoni individuava l’origine del debito in decime levate al tempo di papa Niccolò IV e non versate alla Camera, mentre alcuni di essi ritenevano, invece, che esso originasse da consistenti depositi fatti personalmente da prelati della Curia in un momento successivo, cioè al tempo di papa Bonifacio VIII. In particolare l’anziano domenicano frate Ambrogio da Colle, che aveva frequentato la Curia romana al tempo di Bonifacio, riferì di un meccanismo finanziario di tutto interesse. Narrò che i nuovi prelati creati dal papa, evidentemente in difficoltà a far fronte agli oneri connessi alla loro nomina, per farsi anticipare le somme necessarie si rivolgevano ai Bonsignori che, registrandole 10 come fossero un deposito effettuato in conto alla camera apostolica, ne divenivano automaticamente debitori, senza un reale trasferimento di fondi. I prelati erano obbligati verso i Bonsignori, i Bonsignori verso la Camera. L’operazione non è del tutto limpida, trattandosi di un movimento di denaro inesistente: infatti è abbastanza chiaro che quello che viene chiamato deposito dei prelati e diviene deposito della Camera presso la Gran Tavola, era in realtà una anticipazione di denaro a nome dei primi, a fronte di una obbligazione. Poco prima dell’apertura dell’inchiesta, nel marzo e aprile 1344, il comune di Siena si era di nuovo rifiutato di consegnare alla camera i documenti della società in un sacco sigillato. Adesso, dalle deposizioni dei testimoni, i delegati ottenevano almeno lunghi elenchi di nomi degli eredi dei soci e più scarni elenchi di beni immobili, e risultati, questi sì davvero interessanti, sulla fine dell’archivio della Gran Tavola. Molti testimoni, a partire dalla deposizione del priore domenicano frate Salvestro, raccontarono, infatti, che l’ingente documentazione prodotta dalla compagnia stava marcendo, insieme a quella della società dei Tolomei, nelle cantine del convento di S. Domenico, dove la prima era stata portata intorno al 1304, nel pieno della crisi, da un oblato dell’ospedale, frate Pepo Tolomei - come depose al processo suo fratello, il dotto domenicano frate Enea- mentre un altro Tolomei, frate Cristoforo, raccontò ai giudici di essere stato lui a riporre in luogo sicuro lettere apostoliche e altra documentazione della Gran Tavola su richiesta del nipote di un socio esterno della società, frate Gerino di Guccio Montanini, anch’egli domenicano e interrogato due giorni dopo. Tolomei e Montanini, dunque, furono protagonisti di questo ingente trasferimento di carte. La documentazione potrebbe essere stata depositata presso i domenicani per essere a disposizione della Mercanzia che curò i fallimenti (e non a caso nelle cantine umide risultava conservata anche la documentazione dei Tolomei), ma il fatto che, in locali ben asciutti del convento, si conservasse benissimo da decenni gran parte dell’archivio del comune la dice lunga sul ruolo che i domenicani potrebbero aver avuto nell’occultare, successivamente, la documentazione più compromettente, dal momento che è da escludere che essi avessero sottovalutato l’importanza dell’attività della Gran Tavola, il cui fondaco si trovava poco lontano dal convento e alla quale, come si ricorderà, avevano anche prestato nel 1289 la sede legale. Insomma, a Siena la scomparsa degli archivi dei banchi sembra connessa molto più con la gestione dei fallimenti che con la malasorte. Così, acquisita la consapevolezza che dalle deposizioni non potevano ottenere molto di più, il 20 luglio i delegati si recarono in ispezione ufficiale - la fonte parla di “perquisitione” -, garantita dalla presenza di tre testimoni e di un notaio, nei sotterranei del convento di S. Domenico dove, in mezzo all’acqua nonostante si fosse in piena estate, trovarono “unam grossam salmatam et dimidiam” di registri contabili e corrispondenza d’affari dei Bonsignori, insieme ad almeno una parte di quella dei Tolomei. L’archivio era in gran parte imputridito, una parte della documentazione stava in grandi casse e scrigni e teche rotte, con le serrature scassinate, e da essi il materiale era fuoruscito, molto era poggiato direttamente sul suolo umido, 11 talvolta anche sotto le casse. Le ispezioni, nel corso delle quali il materiale fu ripetutamente rivoltato (“post multam revolutionem”), richiesero molti giorni di lavoro “quasi continue”, fino al 18 agosto. In trentasei facciate il notaio copiò i saldi di una serie di “ragioni” relative alla decime e, per esteso, una serie di lettere sullo stesso tema che abbiamo già in parte utilizzato. L’attenzione dei giudici - dei quali le scarne registrazioni del verbale non riescono a celare l’entusiasmo - fu attratta da “multos libros et quaternos in cartis de papiru” con le entrate riscosse in Inghilterra e Scozia, dove erano scritti, riassunse il notaio, molti denari in marchi sterlini d’argento ricevuti in nome della Chiesa e da versare alla Camera e libri e scritture in carta di papiro con le entrate d’Inghilterra, Lombardia, Tuscia, Romagna. Di questa serie furono fatti estratti. Trovarono, inoltre, molte lettere sigillate inviate dai soci in Curia ai “principales et capitaneos” della società in Siena e lettere bollate di Bonifacio VIII, che furono asportate dai delegati, sebbene solo due di esse fossero trascritte integralmente. Perseverando nella ricerca i giudici trovarono sotto tutte le altre una cassa piena di libri e tra questi “quondam librum de cartis pecudinis” di “corio nigro clavato mediocri voluminis” in cui era scritto tutto ciò che i soci avevano incassato a nome della Chiesa, come appariva scritto nella prima pagina. Anche questo libro fu portato via. “Non contenti, volentes ad ulteriora procedere super perquisitione”, i giudici tornarono nei sotterranei con la determinazione di recuperare altri libri mastri (“ut si possent invenire libro illos maiores et principales”) che erano nominati negli altri e, dopo aver di nuovo rivoltato la massa della documentazione, il 19 di agosto trovarono il prezioso libro peloso, un registro con una coperta di cuoio peloso in gran parte rovinata e prossima a disfarsi. Anche questo fu portato via. Di molti documenti venne fatta una trascrizione. Dal verbale della perquisizione possiamo dunque ricostruire che l’archivio della Gran Tavola era composto, tra le altre cose da: “multos libros sive quaternos in cartis de papiru in quibus continebatur recepta et reddita in pecuniis per dictos sotios vel eorum factores in Anglia et Scotia […]; alios qui etiam continebant inter ceteras receptas factas per dictos sotios et eorum factores in dictis partibus Anglie et Scotie […] ; alios libros et scripturas tam in cartis de papiru quam etiam pec[udinis] continentes multas pecuniarum quantitates per dictorum sotios […] factores fuisse et esse receptas tam in partibus Anglie et […] predictis quam in Lombardia, Tuscia, Romandiola, Frigu[…]; multas licteras missas per sotios et eorum factores [commorantes in curia] romana ad principales et capitaneos dicte sotiet[atis] […] civitate Senarum sigillo dicte sotietatis sigillatas […] ; et alie lictere continebant qualiter [Bo]nifatius papa VIII […] etiam bullatam dicti pape [...]; librum de cartis pecudinis cum […] et corio nigro clavato mediocri voluminis in quo aliud erat descriptum nisi solum omnia illa que dicti sotii receperant per ecclesia romana in pecunia[…]; librum de cartis bambacinis sive de papiru cum coperta de carta sive corio piloso exterius […] de quo libro alii superius libri reperti et inventi in locis pluribus faciunt mentione 12 […]; quiquidem liber continebat in se folia sive cartas numero centum XLI sicut per numerum singola carta signata erat, incipiendo a secondo folio segnato pro prima carta, in cuius prime carte sive folii principio et summitate in prima pagina scriptum erar sic videlicet: In nomine domini Amen. In questo libro éne scripto tucto ciò che n’è apo la compagnia de la muneta dela decima et di quello che atiene a la terra sancta recevuti in diversi parti et tucto quello che avemo pagato et prestato per la decta cagione, chom’apare partitamente innançi”. Gli estratti e la trascrizione della documentazione raccolta durante l’istruttoria, fatta in certi casi “de verbo ad verbum”, sono stati parzialmente e malamente editi, e poco studiati. Essi sono invece importanti sia in sé sia anche perché l’atto della perquisizione, con l’esame dei primi registri, più ancora degli interrogatori, ci fa capire che i delegati erano interessati a cercare proprio le prove di decime esatte e non versate: ce lo mostra la scelta della documentazione da copiare o produrre in originale e il fatto che, una volta trovato l’agognato libro peloso, la perquisizione stessa fu considerata immediatamente conclusa. La Chiesa, finalmente, aveva messo le mani sulle carte che aveva chiesto dal 1307 e poteva usare i conti delle decime a conferma di un credito che non sappiamo se, all’origine, ritenesse derivato davvero e del tutto da esse. L’ostinazione dei giudici aveva avuto successo e avrebbe spinto Pietro Vitali, nel 1346, a ripetere l’esperienza andando a cercare nei conventi dei frati minori e delle clarisse di Pistoia i libri e le carte della compagnia degli Ammannati per ricavarne le prove anche del loro debito. La seconda fase della vicenda ha meno interesse per noi. Nonostante la bolla di delega esplicitamente escludesse la prospettiva di un giudizio, dopo una serie di ulteriori tentativi di transazione ai quali non risposero né alcuno degli eredi né il comune di Siena, nel 1345 tre giudici delegati dalla sede apostolica - tra i quali sedette ancora Pietro Vitali - si insediarono a Firenze e convocarono gli eredi dei soci. La linea di difesa di questi ultimi fu di evitare esplicitamente di riconoscersi come eredi e si fondò sulla nomina di un procuratore con mandato di rappresentarli ognuno personalmente. Il procuratore inutilmente sollevò l’eccezione di incompetenza del tribunale - e come dargli torto - e chiese copia di tutti i rescritti dai quali esso riteneva di avere giurisdizione contro i suoi rappresentati, la delega di ogni giudice e l’incarico ricevuto dalla Sede apostolica oltre ad un tempo congruo per consultare i propri esperti (sapientes suos) e i propri assistiti. La sentenza, scontata, data il 4 luglio 1345, fu di condanna in contumacia. Tra i colpiti numerosi risultano gli appartenenti al ceto di governo senese. In seguito alla sentenza il comune di Siena, al quale tra settembre e novembre 1345 era stato ripetutamente chiesto di agevolare la Chiesa nella presa di possesso dei beni dei soci della Gran Tavola, inviò scritture, ma apparvero in Curia palesemente false (simulatis et fictis), poi nel novembre si rifiutò di produrre copia dei registri pubblici attestanti lo stato patrimoniale dei condannati, ignorò nel febbraio 1346 una nuova richiesta dei registri contabili della società, infine, dopo che la città era stata colpita dall’interdetto e le autorità cittadine scomunicate, il 3 dicembre 1346 inviò ambasciatori al papa per spiegare candidamente che non aveva ritenuto di produrre copia della documentazione solo perché essa era troppo ampia e per dichiarare la città 13 sempre e comunque disponibile a mostrarla a richiesta, ricordando nel contempo che una costitutio di Bonifacio VIII proibiva di usare l’arma dell’interdetto al fine del recupero crediti (““ne propter aliud debitum pecuniarium civitas vel alia communitas ecclesiastico subiciatur interdicto”). Interdetto che, peraltro, i francescani senesi si erano rifiutati di applicare con la scusa che la loro chiesa si trovava fuori delle mura, ottenendone a loro volta un ordine di comparizione nella Curia romana. Anche il maggiore ospedale cittadino appare coinvolto nell’affare. Non solo il suo rettore, come si è detto, fu un testimone importante al processo del 1344, ma nella documentazione contabile ospedaliera restano tracce di una “inposta fu fatta per l'andata che si fecie a chorte di papa per adoparare che lo interdetto si levasse via”, che era stata “ fatta a' conpagni della chompagnia de' Buonsignori o a chi tiene o avesse de loro beni”. Soprattutto l’ospedale aprì nello stesso periodo un impegnativo registro di conti correnti con il quale offriva sempre più come un rifugio ordinato, robusto, riservato e sicuro, e quanto bastava remunerativo, per una parte consistente della ricchezza senese prodotta nella fase dell’ascesa, scudo nell’attesa di tempi migliori in cui la si potesse impegnare di nuovo. Nel 1351 l’ospedale figurò tra i fideiussori che anticipano le somme dovute dagli eredi condannati a pagare. Gli esempi di quanto, in questa fase di riconversione economica e conflitti di potere all’interno della città, le operazioni finanziarie potessero rivelarsi rischiose, anche sul piano politico, e quanto fosse comunque interesse di tutti individuare un luogo sicuro per proteggere il denaro e i titoli di credito possono essere molti, ma mi piace proporne uno che mostra tutto ciò in modo particolarmente esplicito: si pensi a quanto era accaduto nel 1336 quando i Tolomei, che nel 1317 avevano contratto un debito con il banco di Branca Accarigi, si erano trovati in balia dei loro nemici Salimbeni che avevano acquistato da quel banco i 15 titoli di credito relativi ed erano dunque in grado di chiederne il rimborso in ogni momento. Non a caso il passaggio dei titoli di credito dalle mani dei Salimbeni a quelle del vescovo, quale arbitro e garante, aveva fatto parte degli accordi per la pacificazione che nel 1337, dopo decenni di scontri sanguinosi, fu stretta tra i due casati. La Gran Tavola non fu la sola compagnia toscana a resistere nel braccio di ferro con la Sede pontificia, né solo la città di Siena protesse i suoi banchieri e i loro eredi. Nei grandi tracolli bancari che colpivano le banche tra il 1341 e il 1346, nella violenta crisi di fiducia che travolgeva Peruzzi e Bardi, che non poterono resistere alle ondate di richieste di rimborso, trascinando verso il basso altre imprese, medie e piccole, una cesura profonda segnò la storia dell’alta finanza. Quando, in questo clima allarmato, nel 1343 Clemente VI aveva iniziato a cercare di riscuotere i propri crediti in Toscana, indirizzando la sua iniziativa anche verso gli Acciaioli e i Bonaccorsi, e poi vanamente ripetendo le stesse richieste di documentazione, Bardi, Peruzzi e Bonaccorsi avevano rifiutato, come i Bonsignori, di rimborsare i depositi. Dopo un altro processo il papa aveva pattuito con gli Acciaioli il pagamento di 1000 f. l’anno fino ad estinzione, ma neanche loro avevano pagato. I fiorentini erano stati colpiti dall’interdetto, con il 14 solo risultato che, per rappresaglia contro il papa, avevano liberato un Acciaioli arrestato, mutilato i messi dell’inquisitore e fatto “alia multa orrenda et temeraria”. Gli eredi dei soci della Gran Tavola, invece, alla fine capitolarono alla forza della Chiesa. Dopo anni di trattative, e con l’intervento finale del comune di Siena, essi trovarono un accordo sul debito, ormai vecchio di quasi 60 anni, concorrendo alla restituzione della somma di 16.000 fiorini in rate annuali pagate a messer Andrea da Todi, electo di Rimini e collettore del papa in Toscana. Intanto, il 23 aprile 1348, messer Niccolò Novello del fu Filippo di messer Niccolò Bonsignori, che era stato in gioventù dedito al gioco d’azzardo, aveva fatto testamento in fin di vita disponendo legati sostanziosi per la sua anima e di essere seppellito perso il convento francescano di San Processo sul Monte Amiata; poco dopo, il 4 giugno, Guglielmino di Lando (Orlando) Bonsignori, disponendo di essere seppellito presso gli Umiliati di Siena, aveva lasciato una serie di legati in denaro e un legato universale dei beni immobili all’ospedale di Santa Maria della scala. C’erano volute due e anche tre generazioni, quante ne attraversò la soluzione della crisi dei Bonsignori dal 1292 al 1350, per prendere atto della fine definitiva di un ciclo economico e assorbirne le conseguenze. Per concludere. Sul chiudersi del XIII secolo, al tempo di Bonifacio VIII - che appare un vero protagonista del processo del 1344 - il complesso delle norme che regolavano il credito aveva continuato a definirsi a scala territoriale, mentre l’alta finanza italiana era già divenuta una potenza nuova “non legata esclusivamente a uno stato o a un territorio, distesa con la sua vasta, intricatissima rete su buona parte d’Europa”, “una potenza di cui è difficile valutare l’efficacia politica nell’ampio teatro europeo, ma che dal processo degli avvenimenti contemporanei possiamo ritenere fatta più per servire che per comandare, più capace di sorreggere e di secondare con la sua forza, che di imporre una propria politica finanziaria”. In questo quadro di cambiamenti la sede apostolica aveva cercato per decenni di scalzare le coperture politiche cittadine delle quali avevano continuato a godere i Bonsignori, chiesto pezze d’appoggio ai suoi crediti, e informazioni sulla solvibilità dei soci ed eredi dei falliti che poteva avere solo a livello locale e che proprio a livello locale potevano esserle negate. Gli eredi dei soci della Gran Tavola, per parte loro, erano caduti in balia di un tribunale che rappresentava gli interessi di una sola parte. Sul piano specifico la crescita di complessità e internazionalità delle compagnie era stata accompagnata da quella dell’inadeguatezza sempre più evidente degli strumenti normativi, messa in luce nell’episodio senese da una serie di fatti: il dettato degli statuti senesi (in base ai quali i creditori potevano rifarsi prima di tutto sul patrimonio della società, in subordine su quello particolare dei soci, che erano responsabili in modo illimitato e non proporzionale i capitali messi in società); il ricorso - rigettato dal comune - dei soci esterni alla famiglia proprio per chiedere limiti alla responsabilità dei singoli; l’impossibilità di procedere a transazioni 15 separate che era derivato da tale contesto normativo; le difficoltà a definire e l’efficacia probatoria della documentazione aziendale. Ciò fece esplodere il sistema. Ma sarebbe stato proprio dalla consapevolezza delle contraddizioni e dalle inadeguatezze degli strumenti e delle norme che sarebbe scaturito il processo evolutivo del sistema creditizio stesso. Come si è appena detto, l’evoluzione degli strumenti e delle norme del credito, messi alla prova dalla stagione dei fallimenti, si dovette confrontare - tra le altre cose - con le difficoltà a definire e valutare l’efficacia probatoria della documentazione aziendale. Vediamo ad esempio come la Curia romana non producesse mai la propria documentazione sul debito della Gran Tavola, che pure probabilmente esisteva, limitandosi a enunciare la richiesta secca di 80.000 fiorini, presentata talvolta nella veste di un deposito non rimborsato e talaltra come una decima esatta e non versata, e nemmeno si rese più disponibile per un esame in contraddittorio dei dati, dopo quella antica riunione con i cardinali. Creditori, debitori e curatori fallimentari si trovarono, nel corso del ‘300, di fronte la medesima domanda martellante: quale valore attribuire alle prove fornite dai registri contabili delle società, pur tenuti con scrupolosa esattezza, quale alle quietanze, quale alla corrispondenza attraverso la quale venivano registrate dalla sede centrale le partite riscosse e pagate nelle sedi periferiche? Seppure la fama (il ‘sentito dire’) bastava per avviare un procedimento, tutti sanno che per condannare ci volevano altre prove, e forse tutti comprendevano che tante più ce ne volevano per reclamare somme che potevano sfamare una metropoli per un anno. Nel 1310 il comune di Siena aveva elencato come documenti che un soggetto era autorizzato a produrre in copia a propria difesa, senza apparente gerarchia di valore, carte, lettere, chirografi, libri e scritture attestanti debiti o crediti verso terzi, in particolare contratti a Roma, invitando a convogliare nell’archivio delle compagnie la documentazione che fosse in mano di privati o eredi (lettere, carte pubbliche o private, chirografi, libri). Nel 1312, in occasione del fallimento dei Tolomei, aveva dettato la regola che qualsiasi annotazione nei libri di una compagnia e qualsiasi lettera di cambio poteva essere prodotta come prova dal creditore, mentre il debitore poteva difendersi solo producendo un contratto di annullamento o una quietanza di pagamento. Nel caso specifico le quietanze dei versamenti delle decime - fatte direttamente alla Camera apostolica o, per suo conto, ai sovrani europei - rappresentavano, come si ricorderà, proprio ciò che l’archivio della Gran Tavola non poteva fornire e il papa-creditore sapeva perciò che cercando nella documentazione finanziaria della società non poteva che trovare prove a proprio favore. Dunque la Gran Tavola non aveva avuto altra via di salvezza che nascondere la documentazione, con la complicità di chi, in città, e forse non erano pochi, avesse voluto aiutarla. E questo sia che avesse ragione sia che avesse torto. Lo studio del processo senese sembra dunque testimoniare che è nelle grandi crisi duetrecentesche, nella gestione giudiziaria e politica dei fallimenti, nell’inadeguatezza delle norme a garanzia delle parti, più che nel caso o nell’incuria, che vanno cercati i motivi della scomparsa 16 dei libri di amministrazione delle grandi compagnie bancarie del XIII e primo XIV secolo. Il processo contro i Bonsignori, che si giostrò tra una normativa locale e due potenze - la Chiesa e la Finanza- che agivano a scala internazionale, tenutosi mentre intorno tremava tutto il potente mondo bancario toscano e internazionale ma riferito ad una vicenda vecchia di oltre mezzo secolo, sembra aver rappresentato un modo per “fare giurisprudenza” in campo creditizio, in vista della nuova fase di liquidazione e ristrutturazione bancaria che si stava aprendo e proietta perciò questo caso verso un terreno di validità generale, facendone una finestra spalancata sull’Europa e sull’evoluzione del mondo del credito nel corso del Trecento. Esso mostra, in conclusione, quanto sia stato difficile attingere la prova perfetta in campo finanziario, e quante crisi siano dovute passare perché si potesse apprendere dagli errori, perché si formasse un armamentario giuridico adeguato ad attività creditizie a scala internazionale. E conferma che utilizzare in campo economico le fonti giudiziarie significa integrare in modo mirabile le fondi aziendali, perché i testimoni riescono a spiegare meccanismi e contesti in un modo che nessuno statuto e nessun libro contabile riescono a fare.