Diapositiva 1 - Arcipelago itaca

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Diapositiva 1 - Arcipelago itaca
letterature, visioni ed altri percorsi
ideatore e curatore: Danilo Mandolini
AVVERTENZA.
“Arcipelago itaca” blo-mag è un’iniziativa resa disponibile nel solo formato digitale e
distribuita via e-mail e tramite internet (www.arcipelagoitaca.it), a circa 1.000 tra
associazioni ed operatori culturali, riviste di letteratura e non, critici, scrittori ed
estimatori.
“Arcipelago itaca” blo-mag non è da considerarsi una testata giornalistica in quanto non
ha periodicità e non può pertanto essere ritenuta un prodotto editoriale ai sensi della
legge n. 62 del 07.03.2001.
Testi ed immagini contenuti in “Arcipelago itaca” blo-mag sono riprodotti, quando
possibile e per lo più, previo espresso consenso dei relativi autori (sono sempre e in ogni
caso citati gli autori e/o le fonti di reperimento).
Arcipelago itaca è un marchio registrato.
[…]
Ma ei non brama che veder dai tetti
sbalzar della sua dolce Itaca il fumo,
e poi chiuder per sempre al giorno i lumi.
Omero, Odissea - Libro I
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Nei giorni in cui è iniziata la lavorazione di questa 17° apparizione di “Arcipelago itaca” blo-mag ricorreva preceduto di poco più di un mese dagli ormai tradizionali ed annuali festeggiamenti dell’8 marzo il settantesimo della liberazione dell’Italia dal giogo nazi-fascista.
Le immagini, corredate dai link ai relativi articoli on-line che le contengono,
che commentano questo nuovo numero di “Arcipelago itaca” blo-mag,
sono un omaggio al contributo dato dalle donne, spesso sconosciuto ai più, alla lotta di liberazione partigiana
svolta in territorio italiano durante la seconda guerra mondiale.
Il “titolo” dato a questo piccolo contributo è:
CIAO BELLE!
Quattordici immagini raccolte sotto il titolo di CIAO BELLE!
e che ritraggono partigiane italiane rimandando, con i relativi link, ad altrettanti articoli presenti sul web
commentano questa diciassettesima apparizione di
“Arcipelago itaca” blo-mag
In copertina
Combattenti curde
(http://www.lintraprendente.it/2015/03/il-nostro-otto-marzo/)
Echi
Echi
Anteprima Arcipelago itaca Edizioni
Anteprima Arcipelago itaca Edizioni
Sei nessuno anche tu? - Emily Dickinson / Mario Giacomelli.
Versioni di Renata Morresi
Lea Ferranti: una vita per la poesia, una poesia per la vita
di Alessio Alessandrini.
Versi da La luna sul balcone - Poesie dal 1973 al 2001
RILETTURE
Versi da Corpo di scena di Gianfranco Palmery
Voci
1-6
Sei nessuno anche tu?, Emily Dickinson - Mario Giacomelli.
Versioni di Renata Morresi
7 - 57
Lea Ferranti: una vita per la poesia, una poesia per la vita
di Alessio Alessandrini.
Versi da La luna sul balcone - Poesie dal 1973 al 2001
58 - 65
RILETTURE
Versi da Corpo di scena di Gianfranco Palmery
Voci
Vetrina Arcipelago itaca Edizioni
Vetrina Arcipelago itaca Edizioni
Dire casa - Francesca Perlini
66 - 73
Dire casa, Francesca Perlini
VETRINA
Jucci di Franco Buffoni - Nota di lettura di Danilo Mandolini
74 - 84
VETRINA
Jucci di Franco Buffoni - Nota di lettura di Danilo Mandolini
SOLO INEDITI
SOLO INEDITI
Da Abitiamo il corpo del vento di Leandro Di Donato
Testi di Nicola Romano
85 - 92
93 - 99
Antologia dell’opera e della critica di e su:
Antologia dell’opera e della critica di e su:
Maurizio Landini
100 - 145
146 - 163
Collage Maurice Maeterlinck
164 - 165
Giovanni Commare
Da Abitiamo il corpo del vento di Leandro Di Donato
Testi di Nicola Romano
Giovanni Commare
Maurizio Landini
Collage Maurice Maeterlinck
Diciassettesima apparizione
http://www.archiviocaltari.it/2010/04/25/partigiane-la-resistenza-taciuta/
echi
https://www.tumblr.com/search/partigiane
Anteprima Arcipelago itaca Edizioni
Il volume sarà composto da sedici testi di Emily Dickinson nell'inedita
selezione e traduzione di Renata Morresi (che ha curato anche
l'introduzione) e da altrettante immagini di Mario Giacomelli tratte dalla
serie intitolata Io sono nessuno e realizzata dal grande fotografo senigalliese
ispirandosi proprio ad una tra le più note poesie dell’autrice statunitense.
Il libro sarà in formato 24 (base) x 17 cm (sviluppo orizzontale), consterà
di 60 pagine in carta Patinata opaca g/m2 200 e di una copertina stampata
in 4 colori su carta Gmund Chamois Texture g/m2 275.
A seguire (oltre alle bio-biblio di Dickinson, Giacomelli e Morresi): tre
testi originali e le relative - formidabili e modernissime - traduzioni di
Renata Morresi e tre scatti di Mario Giacomelli.
Questo, il link relativo alla scheda di dettaglio del volume:
http://www.arcipelagoitaca.it/wp-content/uploads/2015/07/scheda-seinessuno-anche-tu.pdf
La scelta dei testi di Emily Dickinson, delle relative versioni in italiano a cura di Renata Morresi
e delle immagini di Mario Giacomelli dalla serie Io sono nessuno è stata curata da Danilo Mandolini
ed è tratta da Sei nessuno anche tu? / Emily Dickinson - Mario Giacomelli
(Versioni e introduzione di Renata Morresi, Arcipelago itaca Edizioni, Osimo - AN, 2015).
Un ringraziamento particolare va a Simone Giacomelli, Direttore del Centro Ricerche Mario Giacomelli - Foto&Repertorio,
per aver concesso l’utilizzo delle immagini di Mario Giacomelli.
Emily Dickinson
La vita
e le opere
1
Nasce ad Amherst, Massachusetts, il 10 dicembre del 1830 e nella stessa
cittadina muore il 15 maggio del 1886.
Pur distinguendosi per il sostegno fornito alle istituzioni scolastiche del suo
paese, compie studi irregolari rivelando presto un temperamento tendente
al ribelle.
Fatta eccezione per un viaggio a Washington e per brevi soggiorni a
Philadelphia, Boston e Cambridge, trascorre gran parte della sua esistenza
nell'isolamento - volontario a partire all'incirca dalla soglia dei suoi
quarant'anni - della casa paterna coltivando relazioni, per lo più epistolari,
che ancora oggi rappresentano la principale fonte d'interpretazione della
sua poetica.
Vive gli ultimi anni della sua vita in una dimensione di sofferenza che la
vede patire gravi lutti e una continua tensione fra ansia creativa e angoscia
dell'incapacità di esprimersi.
È considerata tra i maggiori poeti moderni.
Nei suoi versi si riflette - espresso in forme di limpida consapevolezza - il
dramma intellettuale e morale dell'America del suo tempo, sospeso, sullo
sfondo della guerra di secessione, tra un forte individualismo esistenziale e
la tradizione puritana del New England. Nella sua poesia dimorano i grandi
temi dell'amore, della morte, della natura prodigiosa e distruttrice e della
ricerca dell'incontro con la divinità assente.
Dei quasi duemila testi in versi prodotti - per lo più scritti con numerose
annotazioni e successive integrazioni su foglietti ripiegati e cuciti con ago e
filo - solo sette sono pubblicati durante la sua vita.
La prima edizione completa delle sue poesie esce soltanto nel 1955.
http://www.emilydickinson.org/
https://www.emilydickinsonmuseum.org/
http://www.edickinson.org/
http://www.emilydickinsoninternationalsociety.org/
http://www.emilydickinson.it/
Mario Giacomelli
La vita
e le opere
2
Nasce a Senigallia (AN) il 1° agosto del 1925 e sempre a Senigallia muore il
25 novembre del 2000.
È il maggiore di tre fratelli di una famiglia di umili origini. Dopo la perdita
del padre, avvenuta quando aveva solo nove anni, comincia a dipingere e a
scrivere versi e rapito dalla "magia" della stampa è, poco tempo dopo,
garzone in una tipografia. All'età di venticinque anni, poi, diviene, proprio
di una tipografia, il titolare. Nel 1953 acquista la sua prima macchina
fotografica.
È autore di serie di scatti, tutti in bianco e nero, spesso inspirate dalla lettura
di testi di poeti famosi e non e ospitate in occasione delle più importanti
esposizioni fotografiche nazionali e internazionali quali, ad esempio,
Photokina di Colonia (nel 1963), MoMA e Metropolitan di New York (nel
1964 e nel 1967), Bibliothèque Nationale di Parigi (nel 1972), Victoria &
Albert Museum di Londra (nel 1975) e Visual Studies Workshop di
Rochester (nel 1979).
Tra i suoi lavori più famosi si ricordano soprattutto la serie intitolata Non ho
mani che mi accarezzino il volto, dai versi di David Maria Turoldo e nota
anche come I pretini, e Scanno.
Appartiene proprio alla sequenza di scatti che porta il nome della cittadina
abruzzese quello che è unanimemente riconosciuto come il suo capolavoro:
Il ragazzo di Scanno, acquisito nel 1963, insieme ad altre immagini dalla
stessa serie, dal MoMA di New York.
Considerato uno dei padri della fotografia moderna italiana ebbe occasione
di dire, a proposito della sua opera: «(...) A me interessano i segni che fa l’uomo
senza saperlo ... Solo allora hanno un significato per me, diventano emozione. In
fondo fotografare è come scrivere ... (...)».
http://www.mariogiacomelli.it/
Da Sei nessuno anche tu?
Emily
Dickinson
Mario
Giacomelli
*
I'm Nobody! Who are you?
Are you - Nobody - too?
Then there's a pair of us!
Don't tell! they'd advertise - you know!
How dreary - to be - Somebody!
How public - like a Frog To tell one's name - the livelong June To an admiring Bog!
(J288)
3
*
Io sono nessuno! Chi sei tu?
Sei nessuno anche tu?
Allora ce n'è un paio!
Non dirlo! O sai quanto sparlare!
Che orrore essere uno, una,
essere pubblici, come una rana,
ripetere il tuo nome tutto giugno
a una palude in visibilio.
MARIO GIACOMELLI
Dalla serie Io sono nessuno
*
Emily
Dickinson
Mario
Giacomelli
Have any like Myself
Investigating March,
New Houses on the Hill descried And possibly a Church That were not, We are sure As lately as the Snow And are Today - if We exist Though how may this be so?
Have any like Myself
Conjectured Who may be
The Occupants of the Adobes So easy to the Sky 'Twould seem that God should be
The nearest Neighbor to And Heaven - a convenient Grace
For Show, or Company?
Have any like Myself
Preserved the Charm secure
By shunning carefully the Place
All Seasons of the Year,
4
Excepting March - 'Tis then
My Villages be seen And possibly a Steeple Not afterward - by Men (J736)
*
C'è mai stato qualcuno come me
che, sondando Marzo,
ha scorto nuove case sull'altura
e magari anche una chiesa,
che non c'erano - ne siamo certi fino a poco prima, con la neve,
ed oggi sono lì, se è vero che esistiamo anche se questo, come può spiegarsi?
C'è mai stato qualcuno come me
che ha fatto congetture su chi sono
gli inquilini nelle residenze
a un passo dal cielo?
Si direbbe che Dio sia
il vicino lì accanto,
e il paradiso, una grazia a portata di mano,
da passare a salutare, per avere compagnia.
C'è mai stato qualcuno come me
che ha tenuto l'incanto al sicuro
evitando con metodo il luogo
per tutti i periodi dell'anno,
eccetto Marzo - è quando
i miei paesi si vedono apparire,
e forse un campanile,
non dopo, dagli umani.
MARIO GIACOMELLI
Dalla serie Io sono nessuno
*
Emily
Dickinson
Mario
Giacomelli
By my Window have I for Scenery
Just a Sea - with a Stem If the Bird and the Farmer - deem it a "Pine" The Opinion will do - for them It has no Port, nor a "Line" - but the Jays That split their route to the Sky Or a Squirrel, whose giddy Peninsula
May be easier reached - this way -
For Inlands - the Earth is the under side And the upper side - is the Sun And it's Commerce - if Commerce it have Of Spice - I infer from the Odors borne Of it's Voice - to affirm - when the Wind is within Can the Dumb - define the Divine?
The Definition of Melody - is That Definition is none It - suggests to our Faith They - suggest to our Sight When the latter - is put away
I shall meet with Conviction I somewhere met
That Immortality -
5
Was the Pine at my Window a "Fellow
Of the Royal" Infinity?
Apprehensions - are God's introductions To be hallowed - accordingly (J797)
*
Scena che vedo dalla mia finestra:
un oceano su uno stelo chiamato da uccello e contadino “pino” buon per loro.
Non ha porto, non ha “linea”, ha la ghiandaia
che vi sospende per un poco il volo,
o lo scoiattolo, la cui ripida penisola
da lì raggiunge con più agio.
Per terraferma, la terra che è sotto,
e al lato opposto, il sole.
Il suo commercio - se ne avesse le spezie, lo deduco dall'odore.
Della sua voce cosa dire, quando l'attraversa il vento?
Può una stupida parlare del divino?
Definizione di canto è
definizione mancante.
L’una suggerisce al credere,
Gli altri suggeriscono alla vista,
e quando questa se ne sarà andata
mi vedrò col déjà vu di averla già incontrata,
l'immortalità.
Fu il pino alla finestra un “regio
funzionario” dell'infinità?
Percezioni: sono i convenevoli di Dio,
da onorare come tali.
Renata Morresi
6
È nata nel 1972.
Insegna lingua e traduzione inglese presso l’Università degli studi di Macerata e inglese nei licei, traduce e
fa ricerca, si occupa di critica culturale e poesia.
Nel 2007 ha pubblicato la sua prima monografia critica sull’autrice e attivista inglese Nancy Cunard. Ha
curato le prime traduzioni in italiano della poeta americana Rachel Blau DuPlessis, ora in Dieci bozze (con
un suo saggio introduttivo dal titolo Sulle tracce delle bozze, Vydia Editore, Montecassiano - MC, 2012), Bozza
111: Arte povera (a cura di G. Bortolotti e M. Zaffarano, Arcipelago Edizioni, Trezzano sul Naviglio - MI,
2013), EX.IT - Materiali fuori contesto (a cura di M. Giovenale, M. Guatteri, G. Marzaioli e M. Zaffarano, La
Colornese, Colorno - PR, 2013).
Sue poesie sono incluse in varie antologie e riviste. Tra le antologie si ricordano: Nodo sottile 4, a cura di V.
Biagini e A. Sirotti (Crocetti, Milano, 2004), L’opera continua, a cura di G. Vincenzi (Giulio Perrone Editore,
Roma, 2005), Registro di poesia #2, a cura di G. Frasca (d’if, Napoli, 2009), Calpestare l’oblio, a cura di D. Nota e
F. Orecchini (La Gru, Ascoli Piceno, 2010) e Registro di poesia #4, a cura di G. Alfano (d’if, Napoli, 2011); tra le
riviste: “il caffè illustrato”, “Alfabeta2”, “Trivio” e “Nostro lunedì”.
È nella redazione dei blog letterari “Nazione Indiana” e “° punto critico”.
Dal 2001 collabora alla realizzazione della rassegna di poesia “Licenze Poetiche”, insieme all’omonima
associazione culturale. È senatrice dell’Accademia Delle Arti di Macerata.
Cuore comune (peQuod, Ancona, 2010) è la sua opera prima in versi (finalista al Premio Metauro 2011),
mentre Bagnanti è la silloge di liriche uscita nel settembre del 2013 per Giulio Perrone Editore di Roma. È
ancora del 2013 la plaquette La signora W (La camera verde, Roma).
Nel 2014 le è stato assegnato - dal Ministero dei Beni Culturali e per la sua attività di traduttrice di autori
angloamericani, modernisti e postmoderni - il Premio nazionale per la traduzione.
Vive a Macerata con suo figlio.
http://www.scillafinetti.it/
In un tardo pomeriggio dello scorso mese di dicembre l’amico Alessio Alessandrini mi consegnò, a Macerata, un
corposissimo volume di poesie. Non spese molte parole. Dopo la telefonata che precedette il nostro incontro, mi
diede il “tomo” e si limitò a dirmi: «Potrebbe interessarti. Fammi sapere.». Il libro recapitatomi in quel di Macerata si
intitola La luna sul balcone - Poesie dal 1973 al 2001 e l’edizione, uscita per la Bastogi Editrice Italiana di Foggia, risale al
maggio del 2004. L’autrice: Lea Ferranti.
La lettura della raccolta antologica in questione (di questo si tratta) è stata una scoperta; una vera e propria
sorpresa. Sorpresa perché, soprattutto e in assoluto, non conoscevo l’autrice (pressoché dimenticata oggi) che, tra
l’altro, visse gran parte della sua vita ad Ascoli Piceno, e grande fu anche lo stupore, poi, quando scoprii l’alto valore
del lavoro e, insieme, la vicinanza di questa poeta ad un’altra scrittrice da me conosciuta e da tempo apprezzata:
Maria Grazia Lenisa (sua l’introduzione al sostanzioso volume di cui appena in precedenza e, ricordiamo, proprio a
lei e alla sua opera è stato dedicato lo speciale pubblicato nella precedente 13a apparizione di “Arcipelago itaca” blomag).
La “prossimità” tra le due autrici si è anzitutto manifestata attraverso una profonda e sincera amicizia (fatto,
questo, tutt’altro che scontato tra gli artisti). Sul “fronte” della produzione in versi, poi, Lea Ferranti e Maria Grazia
Lenisa - come si accennava in precedenza - appaiono straordinariamente vicine in relazione a molti aspetti. Le
accomuna una produzione vastissima; un’opera, diremmo, al limite dello sterminato perché soprattutto alimentata da
molteplici percorsi di ricerca (sia per quello che riguarda le tematiche affrontate, che inerentemente alle fonti
d’ispirazione) e, quindi, ricchissima di modalità di manifestazione della pronuncia (tonalità incredibilmente variegate
che non hanno disdegnato incursioni in e fusioni tra generi letterari molto diversi tra loro risultando spesso, e a tutti
gli effetti, originalmente sperimentali).
Lea Ferranti
Lea Ferranti
Impossibile, dunque, dare conto in maniera esaustiva dell’attività in versi di Lea Ferranti; della sua “seducente”
poesia che - immaginiamo - sarà stata da molti liquidata, negli anni passati, un po’ frettolosamente, come femminile.
Offriremo un saggio del lavoro della poeta ascolana di adozione, concentrandoci soprattutto su alcune delle
raccolte toccate dall’ampio e puntuale lavoro critico di Alessio Alessandrini che introduce la scelta delle liriche.
Vale qui la pena di annotare - non senza curiosità a riguardo dell’estrema prolificità della nostra - che il già citato
contributo critico di Alessio Alessandrini (Lea Ferranti: una vita per la poesia, una poesia per la vita; titolo nella
fattispecie azzeccatissimo) risulta ad oggi incompleto, in quanto la stessa Ferranti diede alle stampe diverse altre
sillogi poetiche dopo l’interessamento dello studioso.
La scelta dei testi di Lea Ferranti che segue è stata curata da Danilo Mandolini ed è tratta da La luna sul balcone Poesie dal 1973 al 2001 (a cura di Luciano Roncalli Benedetti - Introduzione di Maria Grazia Lenisa - Prefazione di
Antonio D’Isidoro - Notizie biografiche a cura di Maria Pia Beani - Bastogi, Foggia, 2004).
Anche le immagini che ritraggono Lea Ferranti in varie fasi della sua vita (nelle pagine di apertura di questo speciale)
sono tratte dal volume di cui appena sopra.
Danilo Mandolini
Lea Ferranti
La vita
7
Nasce a Roma nel 1919 da una coppia di artisti (il padre Arcadio, scultore e pittore; la madre Adelaide, musicista).
Dopo la sua nascita, la famiglia soggiorna presso una zia materna titolare di proprietà tra Firenze e Certaldo.
Trascorre l’infanzia in Toscana, cominciando a scrivere intorno all’età di 8 anni. Già nel periodo preadolescenziale manifesta il desiderio di divenire scrittrice e giornalista.
Nel 1929 la sua famiglia si trasferisce definitivamente dalla Toscana ad Ascoli Piceno. È qui e nei dintorni di
questa stessa città che studierà (frequenta il Liceo classico “Francesco Stabili” appassionandosi al mondo classico
in generale e a quello greco, in particolare) e vivrà tutta la vita senza mai unirsi in matrimonio.
Per più di venti anni scrive poesia e prosa senza mai pubblicare. Solo negli anni ‘50
cominciano ad uscire alcune sue poesie su riviste di letteratura, anche straniere. Tra
queste si ricordano: “Fiera Letteraria”, “Adige Panorama”, “Ausonia”, “Cenobio”,
“L’amitié par la plume”, “La toison d’or” e “Neuropa”. Contestualmente arrivano i
primi di una lunga serie di riconoscimenti nell’ambito dei premi letterari nazionali.
Alla fine degli anni ‘60 comincia a pubblicare le sue prime raccolte. Sarà l’inizio di
una produzione in versi straordinariamente prolifica che la vedrà collaborare anche
con stamperie e piccole case editrici. In ogni caso, e per sua personale scelta, i suoi
lavori non saranno mai commercializzati.
Molte sono le collaborazioni con testate giornalistiche di carattere nazionale che
negli anni annovera (tra queste: “Il Messaggero”, “Il Resto del Carlino”, “Rinascita
Artistica”, “Il Letterato” e “L’eco di Parnaso”), così come numerosi sono i carteggi
che intrattiene (con, tra gli altri, il pittore Salvatore Fiume, Aldo Capasso, Giorgio
Barberi Squarotti, Gesualdo Bufalino, Geno Pampaloni, Febo Delfi, Paul Courget e
xx
Maria Grazia Lenisa, con la quale sarà legata da profondissima e duratura amicizia).
Dopo una lunga serie di lutti iniziata con la scomparsa, nel 1959, della madre e seguita, nel biennio 1982 / 83, dalla
morte del padre e dalle dolorose perdite della sorella Elena e del fratello Ettore, vive gli ultimi anni della sua vita pur continuando a scrivere intensamente - alternando solitudine ed incontri con giovani poeti.
Nell’aprile del 2001, in occasione della stampa di quello che sarà il suo ultimo lavoro in vita (Un pugno d’erba),
partecipa all’omaggio che la città di Ascoli Piceno le tributa.
Colpita da grave malattia si spegne il 2 gennaio del 2003.
Nel 2004, per le Edizioni Bastogi di Foggia, esce La luna sul balcone (a cura di Luciano Roncalli Benedetti,
introduzione di Maria Grazia Lenisa, prefazione di Antonio D’Isidoro e notizie biografiche a cura di Maria Pia
Beani) che raccoglie un’ampissima selezione dalla sua opera in versi.
Lea Ferranti
Le opere
8
• Donna di mais (Centro studi “Proposta”, Taranto, 1969)
• Stagioni del mio tempo (Il Gerione, Abano Terme - PD, 1973)
• Canto incompiuto (Il Gerione, Abano Terme, 1974)
• Spoon river partigiano (Tipografia artigiana, Falconara Marittima - AN,
1975)
• Nelle radici contorte dell’ulivo (Edizioni Gugnali, Modica - RG, 1979)
• Noi enigmi (Edinord, Abano Terme - PD, 1982)
• Egloga moderna (Bastogi, Foggia, 1984)
• Canto a due voci (con Guido Angelini, Cesari, Ascoli Piceno, 1984)
• La stagione degli aceri in fiamme (D’Auria, Ascoli Piceno, 1985)
• Parole come pietre (Forum Quinta Generazione, Forlì, 1985)
• All’ombra dei melograni in fiore (La Quercia, Abano Terme - PD, 1985)
• A volo radente (D’Auria, Ascoli Piceno, 1987)
• A mare aperto (Forum Quinta Generazione, Forlì, 1988)
• La maschera adatta (D’Auria, Ascoli Piceno, 1988)
• Il castello di Madama Doré (Mistral, Treviso, 1989)
• Per un amore (D’Auria, Ascoli Piceno, 1989)
• Sotto il segno dell’acquario (Forum Quinta Generazione, Forlì, 1989)
• A filo di risacca (“Porto franco”, n. 3, La Tecnografica, Massafra - TA,
1990)
• Lunare (Studio d’arte Marconi, Ascoli Piceno, 1990)
• Trucial Coast (All’Antico Mercato Saraceno, Treviso, 1990)
Le opere
9
• Concerto per te (D’Auria, Ascoli Piceno, 1991)
• Grecale (Grafiche Martintype, Colonnella - TE, 1991)
• Parfums (L’Idioma, Ascoli Piceno, 1991)
• La Marchesana (D’Auria, Ascoli Piceno, 1992)
• Omaggio a Castel Trosino (Cesari, Ascoli Piceno, 1992)
• Dolcissimo autunno (D’Auria, Ascoli Piceno, 1993)
• Euridice (Cesari, Ascoli Piceno, 1993)
• L’Angelo (Helios, Centobuchi - AP, 1993)
• Oltre la siepe (50 & Più, Roma, 1993)
• Memoria di noi (Cesari, Ascoli Piceno, 1994)
• La casa sul Poggio (Cesari, Ascoli Piceno, 1996)
• La scala a chiocciola (Bastogi, Foggia, 1997)
• Qualche segno di me (Grafiche Angelini, Ascoli Piceno, 1998)
• Il colibrì d’argento (Lineagrafica, Ascoli Piceno, 1998)
• Spazi di vento (Grafiche Angelini, Ascoli Piceno, 1998)
• Globi di lampare (Falco, Ascoli Piceno, 1999)
• Il tarabuso (Scuola Media, Pedaso - AP, 1999)
• Giuochi d’ombre (Librati, Ascoli Piceno, 2000)
• Segmenti (Falco, Ascoli Piceno, 2001)
• Un pugno d’erba (Nuove Grafiche Cesari, Ascoli Piceno, 2001)
• La luna sul balcone - Poesie dal 1973 al 2001 (A cura di Luciano Roncalli
Benedetti - Introduzione di Maria Grazia Lenisa - Prefazione di Antonio
D’Isidoro - Notizie biografiche a cura di Maria Pia Beani - Bastogi, Foggia,
2004)
Lea Ferranti: una vita per la poesia, una poesia per la vita
Di Alessio Alessandrini
[…]
3.1 Introduzione alla poesia di Lea Ferranti. Cenni generali
È innegabile che, ad un primo approccio, i testi di Lea Ferranti suscitino un duplice, contrastante
sentimento: stupore e spaesamento. Stupore perché la sua poesia è dolcissima di suoni, vivissima di colori
e sensazioni; spaesamento, non tanto per la sua iper-produzione, (più di 20 raccolte edite in 20 anni),
quanto per la pluralità di forme, stilemi, ricerche. Una poesia polimorfa, dunque, sfuggente come l'acqua
[1], il simbolo che ossessivamente ricorre in tutte le sue opere, capace di sapersi innovare e rinnovare senza
perdere slancio, ben radicata e integrata nel tempo a mezzo di rimandi, sottili e segrete certezze, verità,
emozioni. Nel dettato poetico di Lea Ferranti c’è, infatti, un po’ di tutto: l’elemento autobiografico, il
significato dell'essere donna, in particolare donna del XX° secolo, così come l’universalità, l’uomo
accomunato agli altri uomini da medesimi destini e vicende, la storia e il tempo, la memoria, il mito e il
logos (parola e riflessione sulla parola). C’è la fiaba, l’epica classica, moderna e contemporanea, la natura e,
soprattutto, tanta letteratura. Elementi apparentemente inconciliabili eppure così perfettamente legati, sia
nei versi più affabulatori e dilatati della poesia degli esordi [2], sia negli agili e più incisivi componimenti
delle raccolte di haiku e tanka [3], e di quelle più recenti [4], sia nei testi di certo sperimentalismo [5], e,
infine, nel lungo e disteso verseggiare del poemetto Memoria di noi [6].
In ogni caso, ciò che innanzitutto colpisce è la consapevolezza che …essere donna è difficile quasi quanto morire
[7], e che:
10
Il mio è un dolore acuto / come di arterie cui non arrivi più / una goccia di sangue. [8]
È la pena che nasce da una seducente ricerca del desiderio, troppo spesso e irrimediabilmente, deluso:
[1] Si veda L'intervista a Lea Ferranti (5.6); [2] Si pensi a testi quali Canto incompiuto, Nelle radici contorte dell'ulivo, Noi Enigmi, Egloga
moderna e Parole come pietre; [3] Si pensi a A Volo radente e Lunare; [4] Si pensi a testi quali Concerto per te, La casa sul poggio, La scala a
chiocciola e Il colibrì d'argento; [5] Si pensi a Troucial Coast, Parfums e La Marchesana; [6] L. Ferranti, Memoria di noi, AP, Cesari, 1994;
[7] L. Ferranti, Canto incompiuto, Abano Terme (PD), Ed. il Gerione, 1974 - Canto incompiuto - Pag. 49; [8] L. Ferranti, Noi Enigmi,
Abano Terme (PD), Edinord, 1982 - Pag. 16;
X
«Noi siamo al di qua sempre in cerca di una serenità, che non consente rimpianti, nostalgie. Ricerca vana,
perché se la felicità esiste, noi normali non lo sapremo mai.» [9]
Male di vivere montaliano, tutto novecentesco, di colei che sa riconoscere le dolorose verità della vita: la
morte incombente,
Ora so con certezza (gli anni passano presto) / che appena onda alla luce / sarò già morta / spazio guadagnato alla fuga
/ nel ricordo. [10]
il gioco dell'illusione:
Mi ferisce il tempo / e più non ricordo che abbia pianto. / Se mi fermo é solo / per illudermi / d’essere ancora al vertice /
in pieno sole. [11]
la perdita dell’infanzia:
C’è sempre la fine del bambino innocente / che strappa le zampe alla rana e ne osserva / la lenta agonia il collo gonfio il
cuore che / scoppia. Se il palloncino rosso-giallo si lacera / nel cielo è pianto improvviso (trappola-inganno) / dell’età
incosciente che si perde salendo nella / crescita. [12]
l’inganno dell'amore:
Quel dolce tranello che / chiamiamo “amore” / paura di miele che ci attira. [13]
Certezze che non piegano, non spezzano l’anima della poetessa, riluttante a cedere alle lusinghe del
silenzio, del dissenso-assenso. Anzi, quelle inquietudini alimentano la fiamma della parola perché:
11
«Il dolore lo domina, lo osserva da molto vicino, senza gemiti e lamenti, riesce persino ad amarlo e farlo
amare a chi legge i suoi versi... È capace di guardare giù sorridendo senza gioia, sfiorare con tenerezza tagli,
morsi, ferite come fossero figli e come madre forte, tra garze e punti di sutura, intercetta l’odore della terra
respira la luce del cielo.» [14]
x
[9] L. Ferranti, Oltre la siepe, RM, 50 & PIU’, 1993 - Prefazione; [10] L. Ferranti, La stagione degli aceri in fiamme, AP, D'Auria, 1985 - È
tempo - Pag. 39; [11] L.Ferranti, Concerto per te, AP, D'Auria, 1991 - Berlioz - Pag 25; [12] L. Ferranti, Sotto il segno dell'acquario,
Castelbolognese, Forum/Quinta Generazione, 1989 - Pag 33; [13] L. Ferranti, Per un amore, AP, D'Auria, 1989; [14] L. Ferranti,
Qualche segno di me, AP, Grafiche Angelini, 1998 - Presentazione di G. Scuciamarra;
I suoi versi si nutrono della vita stessa, perché «tra vivere o scrivere la vita, Lea Ferranti sceglie di scriverla
vivendo» [15]. Nel suo “Osservatorio Palomar” [16], nel suo umile e nascosto nido che è la Casa sul poggio:
Neanche un monolocale la / porta di legno senza campanello. / [...] Una boccia di acetilene a / farmi luce e una pelle di
lepre / per il freddo. [17]
lei elabora il suo canto-pensiero, lo genera, appunto, come “una madre”, nella umiltà e nella sofferenza di
chi è consapevole che la vera poesia, non vive di ricompense, né si muove su facili strade:
...Io ho solo / una strada deserta molto antica inventata. / [...] Una enorme / giacca sfondata e una panchina da barbona
/ dove siedo sovente in dolce far niente. Amici / tanti: gatti piccioni cani randagi e giornali. / E tu Angelo dei miei
Sogni vieni con la / chioma ondulata le ali d’ermellino e / sussurri all'orecchio: / “Magna virtus Poesia sine pecunia”.
[18]
La scelta di non vendere la poesia, soprattutto in quest’epoca in cui il consumismo e la reificazione della
parola hanno prodotto non pochi libri-merce, libri-oggetto [19], seppur limitando l’integrazione all’istituto
letterario nazionale e rendendo la poesia della Ferranti “marginale”, è sicuramente il suo primo merito.
Così come motivo di apprezzamento è che la vicenda poetica privata, l’esperienza esistenziale, si elevi a
canto universale. Le liriche di Lea Ferranti, anche le più intime, quelle legate a circostanze e volti familiari,
riescono, infatti, ad assurgere, nella loro coralità, (canto che è di lei e di noi), a esperienza umana collettiva:
«…l’esperienza personale non appartiene più al novero della cronaca e del privato ma assurge a tratto
universale» [20] ha detto di lei G. Santori, in occasione della prefazione alla raccolta Per un amore. Peculiarità
ancora più lodevole se si relaziona la figura dello “scriba” al contesto culturale e letterario in cui si muove,
cioè quello ascolano, apparentemente chiuso, nella minimalità del quotidiano; mondo discreto, ovattato,
della mediocrità, del quieto vivere. Leopardianamente parlando, le parole di Lea Ferranti saltano, invece,
la siepe e oltrepassano l’immaginaria conca ascolana fino a farsi voce di una globalità, di una esistenza e di
una sofferenza:
12
«Sembra cioè che Lea Ferranti si sia costruita una galleria di quadri del silenzio; nomi ignoti, perché gli
estranei non profanino un mondo sacro privato, corrono nelle stanze della casa a riempirla di voci che lei sa
felicemente e intensamente recuperare e trasmettere, ma con quel tanto di pudore per non cadere nel vieto
e sgradevole autobiografismo .» [21]
[15] A. D'Isidoro, in L. Ferranti, La scala a chiocciola, Foggia, Bastogi, 1997 - Prefazione - Pag. 7; [16] A. D'Isidoro, in L.Ferranti, La
casa sul poggio, AP, Cesari, 1996 - Prefazione - Pag. 11 ; [17] L. Ferranti, Dolcissimo autunno, AP, D'Auria, 1992 - Pag. 25; [18] L.
Ferranti, L‘Angelo, Centobuchi (AP), Helios, 1993 - Pag. 13; [19] In merito si veda il testo di G.Ferroni, Dopo la fine, TO, 1995; [20] G.
Santori, in L. Ferranti, Per un amore, op. cit. - Prefazione; [21] R. Berti Sabbieti, in L. Ferranti, Noi Enigmi, op. cit. - Prefazione - Pag. 5;
La sua vita è anche la vita di noi (Noi enigmi, Memoria di noi). Simultaneamente si scopre sé stessa e diversa,
trasfigurata in tanti volti, femminili [22], e maschili, che hanno un unico punto di contatto: il dover vivere da
uomini nella terrena dimensione di spazio-tempo. Su questi volti pone le fondamenta della sua storia, ed è
allora che la poesia si fa sonda e naviga alla ricerca delle briciole della sapienza disseminate in ogni luogo e
in ogni tempo, dalla preistoria all’epos virtuale, perché, e lo si osserverà oltre, la sua poesia se è ben radicata
al presente, è anche, inevitabilmente, legata al passato, (alla memoria e al mito), e al futuro, come un
pendolo che oscilla tra cadute abissali e vette inaccessibili [23].
3.2 “Un angelo di creta”: tra cadute abissali e vette inaccessibili. La poesia degli “enigmi”
Supina sull’umida rena / ho scoperto il cielo congiunto / alle radici degli abissi / da un misterioso Klee del tempo. / Poi
/ ho relegato l’anima al / canto del mare per / la nostalgia notturna / degli uccelli marini. [24]
Suona così una delle liriche della raccolta A mare aperto. Un componimento che nella sua brevità racchiude
diversi aspetti fondamentali della poetica di Lea Ferranti. Lo sfondo paesaggistico marino rivela, infatti,
innanzitutto le sue dinamiche dialettiche: il legame tra l’anima e l’elemento acqua, tra il cielo e gli abissi.
Ancora più interessante è il riferimento al mondo della pittura [25], nella fattispecie a Klee che richiama alla
mente una delle pagine più memorabili dell’ Angelus novus di W.Benjamin:
13
«C’è un quadro di Klee che si intitola l’Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di
allontanarsi da qualcosa da cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese.
L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di
eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi.
Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti, comporre l'infinito. Ma una tempesta spira dal Paradiso, che si
è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge
irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui nel cielo.
Ciò che chiamiamo il progresso è questa tempesta.» [26]
Essa può ben inquadrare la poesia di chi, come Lea Ferranti, si sente un angelo di creta [27]. Come l’angelo
della storia (che, in questo caso, rappresenta l’angelo dalla poesia), la penna del poeta si muove in bilico su
di una corda sottesa, nel dramma delle resistenze, fra dinamiche ascensionali e discensionali. La donnaxxxx
[22] Si pensi alla galleria di ritratti femminili di All'ombra dei melograni in fiore; [23] L. Ferranti, Memoria di noi, op. cit. - Versi 31-32;
[24] L. Ferranti, A mare aperto, Forlì, Forum/Quinta Generazione, 1988 - Pag. 41; [25] Un rapporto privilegiato lega la poesia di Lea
Ferranti alle arti visive e sonore. Il padre Arcadio, infatti, fu stimato pittore dell'accademia romana, mentre la madre Adelaide fu
pianista; [26] W. Benjamin, Angelus Novus, Saggi e frammenti, TO, 1962; [27] L. Ferranti, Noi enigmi, op. cit. - Pag. 15;
poeta vive la sua esistenza in equilibrio tra passato e futuro, tra storia e progresso, tra memoria, mito e
oblio, tra terra e cielo. Una precaria condizione che è proprio dell’uomo, non solo personale esperienza :
E noi / in-consci funamboli ci giochiamo la / vita su una corda sola / sottilissimi nodi (sangue arterie vene). [28]
Di qui una gnosologia dell’umanità che si attua nel tentativo di sciogliere i sottilissimi nodi, i numerosissimi
enigmi che la vita ci riserva: il valore del tempo, il significato della storia, le potenziali facoltà cognitive
della memoria e del mito, la morte, l’amore, la società, il progresso. Un ambito di ricerca vastissimo che
abbraccia tutta l’opera della Ferranti, una meditazione sempre aggiornata che è partita da Canto incompiuto
[29] ed è culminata nell’opera Memoria di noi [30].
La raccolta del 1974, con cui Lea Ferranti vince il premio “San Valentino”, se risente ancora di un certo
autobiografismo [31], ha in nuoce alcuni degli aspetti e dei segni caratteristici delle raccolte successive. In
essa, (si noti il titolo-soglia che riporta alla mente G. Leopardi), il verso, colmo di immagini simboliche,
affollato di correlativi oggettivi, oscilla tra effrazioni, lamentevoli lacerazioni e squarci di speranza, tra
miracolo e disinganno:
Mi nutrono il tempo e lo spazio pure sono sempre me stessa / creatura pulsante mi muovo a lunghi passi / con le cose
nate e non nate. / La musica il tuono il grido dell’uccello / il balbettio del bimbo appena nato / è vita che diventa pena e
gioia / parla per un sogno / sotto cui l'acqua del ponte / che da secoli fatica sul filo di una cellula / compone pesci un
minimo di vita. [32]
L’elegia che si innalza è quella di una donna che nella sua fragilità si sente vittima sacrificale: Hanno
preparato l’alta pila / per adagiare il mio corpo lieve di petalo [33]. Vittima del tempo che transita, lavora, leviga,
cancella, s’aggroviglia nella mente / sgretola la bellezza dei frutti [34], pesa nelle vene e nelle tempie dell’uomo e
ciclicamente ritorna, sempre latente ed enigmatico, a tessere la parabola antica che sempre comincia e si compie /
in ogni essere vivente [35], a percorrere il ciclo biologico della vita-morte:
14
Non si distrugge nulla al di fuori di noi stessi / anche se la disperazione è senza fede / e rimane il nostro sguardo
inquieto che non deve / fermarsi / anche se non si possono spiegare «i perché» «il / tutto» / inventare parole per un
linguaggio ogni giorno / scoperto alla / natura. [36]
[28] L. Ferranti, Memoria di noi, op. cit. - Vs. 339-342; [29] L. Ferranti, Canto incompiuto, Abano Terme (PD), il Gerione, 1974; [30] L.
Ferranti, Memoria di noi, AP, Cesari, 1994; [31] L. Ferranti, Canto incompiuto, op. cit., Un brano di Mozart - Pag. 13; [32] Ibidem, Mi
nutrono il tempo e lo spazio - Pag. 26; [33] Ibidem, Hanno preparato - Pag. 39; [34] Ibidem, Tema musicale - Pag. 35; [35] Ibidem, La strada
- Pag. 33; [36] Ibidem, Siamo troppo distanti - Pag. 29;
Nonostante la consapevolezza della precarietà umana, dei limiti della conoscenza, dell’immutabilità di
certi retaggi dell’umanità, (non credo io possa ancora vedere l'umanità / con occhi diversi [37]), la poesia, tuttavia,
non resta nella impasse del silenzio e sembra trovare giusto spazio di lavoro nel canto delle piccole cose, dei
minimi istanti-miracolo che si impigliano nella tela di ragno del tempo:
Ogni istante che passo è un miracolo / e io guardo all’amore che va per la terra / giorno e notte. / Alla tela del ragno che
nella trama impalpabile / Mi raccoglie le briciole perdute della luce / mentre il tempo vi rimane impigliato. [38]
L’identità di un uomo non è solo nel suo sangue / ma nel vario nutrirsi delle piccole cose. [39]
Dunque, Lea Ferranti non si arrende, ma continua la sua ricerca con instancabile lena a tracciare e
rintracciare le verità, benché minime o negative, dell’umanità. Dopo qualche anno, ecco infatti uscire Nelle
radici contorte dell’ulivo [40], un’opera che se non brilla per preziosità e fluidità stilistica, riveste comunque
una straordinaria importanza [41]. Si tratta, infatti, di un vero e proprio documento di denuncia delle
degradate condizioni della società contemporanea. Con sapiente lungimiranza vengono preconizzati i mali
e le storture di una civiltà mal organizzata [42]. Ne viene fuori un quadro allarmante di un’umanità in cui
dietro le facili lusinghe di abbaglianti suoni e luci da talk-show, dietro le formule rassicuranti di una falsa
felicità, e il gioco virtuale delle apparenze:
Con questo fine assemblage di immagini / lo show-man trionfa / alla TV a colori. / Signori: / «les jeux sont faits» / dice
il croupier per l’ennesima volta. / E tutto è a posto. [43]
si celano numerosissime le piaghe infette e tumorali della moderna civiltà: la droga [44], la minaccia
nucleare [45], l’inquinamento ambientale [46], lo sfruttamento negli ambienti di lavoro [47], la violenza e la
sopraffazione [48]. Sconcertante è, soprattutto, il fatto che l’uomo del progresso si illuda di poter trovare la
soluzione a tutto questo e non si accorga che intorno a lui si muore con inesorabile facilità:
15
...Ci illudiamo di combattere gli idrocarburi / il cemento - la droga - la violenza / e indifferenti continuiamo a giocare /
al «do ut des» / mentre la natura muore nelle sementi gonfie / di combinazioni chimiche. [49]
Un uomo privato della propria personalità, degradato a merce da una dinamica economica: quella del
xxxxx
[37] Ibidem; Nel tempo di una vita - Pag. 17; [38] Ibidem, Hanno preparato - Pag. 39; [39] Ibidem, Un gesto di rivolta - Pag. 41; [40] L.
Ferranti, Nelle radici contorte dell'ulivo, Modica, Ed Gugnali, 1979; [41] Si veda l'intervista a Lea Ferranti (5.6); [42] L. Ferranti, Nelle
radici contorte dell'ulivo, op. cit., Lazzaro - Pag. 21; [43] Ibidem, E tutto è a posto - Pag. 15; [44] Ibidem, Niente romanticismo - Pag. 9; [45]
Ibidem, Il Tronto - Pag.12; [46] Ibidem; [47] e [49] Ibidem, Dialogo - Pag. 28; [48] Ibidem, Motivi tradizionali - Pag. 18;
capitalismo, del consumismo, che lo riduce a oggetto da commercializzare, da pubblicizzare:
L’uomo oggi non ha prezzo / manichino senza sconto / è messo in vendita al maggior acquirente. [50]
o che, fagocitato dai processi di omologazione e reificazione, si illude di vivere uno stato “edenico”, in
verità, solo virtuale, artificiale :
La competizione col tempo / voliamo su jets internazionali / per poi ritrovarci in case prefabbricate / razionali simili a
alveari. / In serre artificiali ci attendono / fiori esotici cresciuti in una notte. / Così abbiamo l’illusione del verde / che
non ci è mai appartenuto / e ora è leggenda... [51]
Sono immagini di un mondo in decadimento, quasi in decomposizione, ormai prossimo alla morte,
separato dalla natura, abbandonato da Dio: ...perché hai abdicato senza il nostro consenso [52].
Come l’umanità, allora, si chiede Lea Ferranti, può essere risanata? L’unica soluzione, a suo avviso, appare
essere quella di prendere atto dello stato terminale della società per rinnovarla alla radice, rifuggendo dalle
mezze soluzioni, illusorie e troppo banali, «del riciclaggio o della decostruzione del già dato» [53], e
adoperarsi per portare a termine una rivoluzione copernicana che consenta all’uomo di riappropriarsi della
storia :
Tanto non serve a nulla / imbalsamare realtà morente / bisogna solo sfruttare questo momento / di transizione /
determinare la metamorfosi dell'uomo / sottratto agli alti e bassi della storia / ai meccanismi dell'automazione in
disfacimento. / Affrettare la fine ricominciare da capo / è un rischio da affrontare. [54]
Credimi / per arrivare sino in fondo / ci vuole coraggio - rovesciare i punti cardinali / ripetere la storia / e crederla
ancora nostra. [55]
16
Guardare la storia con lo “sguardo del dopo”, direbbe oggi G. Ferroni, quale unica risposta concreta
dell’arte al processo di decostruzione apocalittica della realtà:
«La sola risposta possibile è, appunto, quella “postuma”..., una fedeltà alle esperienze datesi nel passato,
nella piena coscienza che non possono “rinascere”, ma devono “sopravvivere” mantenendo la loro forza
xxx
[50] Ibidem, Motivi tradizionali - Pag. 14; [51] Ibidem, Illusione - Pag. 14; [52] Ibidem, Senza alternativa - Pag. 34; [53] G. Ferroni, op.
cit. - Pag. 124; [54] L. Ferranti, Nelle radici contorte dell'ulivo, op. cit., Lazzaro - Pag. 21; [55] Ibidem, Senza alternative - Pag. 34;
vitale nello stesso atto in cui avvertono di essere alla fine. Un’assunzione totale del loro essere “dopo”, un
continuo, inesauribile confronto, lontano da ogni incongrua illusione…» [56]
Se è vero che lo stato malarico dell'umanità, accelerato dal falso mito del progresso, e la condizione
disgregata della civiltà hanno raggiunto livelli preoccupanti, L. Ferranti è pur convinta che «la storia non è
finita e non può finire se non con l’estinzione del tempo e l’estinzione dell’umanità» [57]. Un processo di
risanamento può e deve essere intrapreso, magari continuando a recuperare quelle verginali verità che
esistono fin dalle origini del tempo e dell’uomo, quelle verità di cui è portatore il mito, che, nella moderna
civiltà, sembra aver perduto il proprio spazio:
La caduta dei massi nell'antro della grotta / ha spento anche il mito / della Sibilla picena sul Vettore. [58]
È nel tentativo di perseguire questo progetto di recupero, che si impongono i successivi: Noi enigmi [59],
Egloga moderna [60] e Parole come pietre [61]. Fondamentali nuclei di meditazione sul valore dell'uomo, della
storia e del tempo. Poesia a mezzo tra «effusione lirica e coscienza civile» [62], Noi enigmi, nel ripresentare
gran parte degli aspetti già espressi in Canto incompiuto, approfondisce i rapporti che congiungono l’uomo
al tempo, alla storia, alla memoria. Ancora una volta il poeta si scopre donna dolente, figlia inquieta di una
epoca malata e sofferente [63]. In lei sembra esacerbarsi l’accento esistenzialista, il timore di ritrovarsi troppo
presto impigliata nelle maglie della morte, sempre in agguato:
Io sto come un cervo sempre in difesa / per tema che un cacciatore più scaltro mi tenda il laccio. [64]
Siamo mosche nelle mani del ragno / e diventiamo MORTE nello stupore di un giorno / troppo breve.
[65]
17
Se è certo che restano inaccessibili le soluzioni ai grandi misteri dell’esistenza e che enormi sono i limiti
della conoscenza; se è certo che noi siamo gli enigmi dal volto etrusco [66] e che il resto della nostra storia è
sempre un enigma [67], è altrettanto certo che non possiamo dimenticare che la saggezza è nelle tenebre [68].
[56] G. Ferroni, op. cit. - Pag. 149; [57] Ibidem - Pag. 144; [58] L. Ferranti, Nelle radici contorte dell'ulivo, op. cit., Niente romanticismo Pag. 9; [59] L. Ferranti, Noi enigmi, Abano Terme (PD), Edinord, 1982; [60] L. Ferranti, Egloga moderna, Foggia, Bastogi, 1984; [61] L.
Ferranti, Parole come pietre, Forlì, Forum/Quinta Generazione, 1985; [62] L. Roncalli in L. Ferranti, All'ombra dei melograni in fiore,
Abano Terme (PD), La Quercia, 1985; [63] L. Ferranti, Noi enigmi, op. cit. - Pag.16; [64] Ibidem - Pag. 18; [65] Ibidem - Pag. 29; [66]
Ibidem - Pag. 18; [67] Ibidem - Pag. 24; [68] Ibidem - Pag. 16;
Perciò, nell’incunabolo del dolore, nel buio-enigma dell’angoscia esistenziale, la poesia della Ferranti riesce
a:
«...dare alla vita [...] alcune parole di verità [...] che sono la morte dei propri cari, il volto nascosto di un Dio,
magari scomodo più che paterno, il sedimento da riscoprire proprio della storia, quella di ieri, trasmessa
dalla voce dei poeti o, magari, dalle pietre dei monumenti antichi, forse più antichi, forse più ancora, per
questo poeta la verità si vive accanto alla natura, tanto viva nei poeti marchigiani da essere però dissepolta,
appunto, dalle tenebre in cui l’ha cacciata il consumismo, l’inquinamento, lo sfruttamento, il mancato
amore dei figli.» [69]
In Noi enigmi, poi, continuo è il richiamo alla natura, una natura contaminata che ha perso il suo aspetto di
giardino (la vallata del Tronto era un giardino [70]). In quel bellissimo dialogo con Luciano Roncalli che è la
lirica L’angoscia del pesce rondine [71], il paesaggio ascolano diviene testimonianza eloquente di uno stato di
natura alterato e malato:
Noi Luciano abbiamo il travertino poroso che i secoli hanno annerito / il Colle San Marco ha crepe divorate dalla
dinamite / il Tronto scorre lento, inquinato dai rifiuti / e i pesci muoiono il ventre gonfio / le rane non gracidano più tra
i canneti, rifugio / di tortore in amore. / Chissà se il «Pesce Rondine» le ali incatramate avrebbe / ancora volato o
sarebbe al primo ramo di betulla. [72]
Anche la natura sente il peso della continua evoluzione ciclica del tempo e paga le conseguenze del
dissennato intervento di un uomo sempre più indifferente, artefice di un processo di autodistruzione e
alienazione:
La società dei consumi è indifferente / al bruco divorato da innocenti formiche / alla siringa di plastica / abbandonata
sulla via. [73]
18
Lo stato di simbiosi uomo-natura, è profondamente minato, come quello tra uomo e storia: Chi avrebbe
immaginato l’eccidio di un popolo / camere a gas migliaia di scarpe e bambole [74]. Dunque, va sempre più
attuandosi una dinamica regressiva; il progresso, paradossalmente, rivela la condizione d’un uomo
smarrito entro il flusso magmatico del tempo, lontano da una benché minima possibilità di integrazione. Di
x
[69] Ibidem; R. Berti Sabbieti - Prefazione; [70] Ibidem - Pag. 24; [71] Ibidem. C'è un esplicito riferimento ad Ascoli. La città
marchigiana è presente in tutta la raccolta come nota, nella prefazione, R. Berti Sabbieti: «...più volte questa bella sua città si
presenta nelle pagine del poeta con lusinghe oblique o aperture patetiche, nel filtro della memoria, senza cadere nel languido
abbandono»; [72] Ibidem; [73] Ibidem - Pag. 31; [74] Ibidem - Pag. 24;
fronte a questo senso di deriva spazio-temporale, in questa atmosfera di morte incombente, l’unica àncora
di salvezza appare quella di recuperare le verità legate alla memoria, al mito, alla storia, poiché:
In fondo anche noi siamo stati luce / e oggi facciamo parte del presente / tra cronaca e leggenda. [75]
Occorre discendere nell’abisso degli inferi per recuperare le piccole fiamme del Paradiso. A poco meno di
due anni di distanza esce per Bastogi Egloga moderna. Il titolo ossimorico (l’egloga è l’antico carme pastorale
greco) e l’epigrafe, (Non è il luminoso Dio Apollo / ma il Drago che si morde la coda / a rompere le immobilità sepolte
[76]), che apre la raccolta pongono subito in evidenza il carattere ambivalente della ricerca poetica. Punto di
partenza e filo conduttore è il concetto che il presente può procedere solo se riesce a recuperare una
dimensione prospettica col passato:
Rinnoviamo il passato o il passato / rinnova noi? / Eppure dall’eternità proviene un filo / che ci salda alle fondamenta
terrene / alla lava del tempo - / limo annegato nel mare d’argilla della roccia. [77]
Fondare una nuova tradizione moderna guardando a quella più antica è compito difficile, ma attuabile se ci
si rende conto che:
L’uomo sempre con ugual gioia / costruisce e distrugge / il segreto di una moderna / e antica favola. [78]
Corollario di questa tesi è, da una parte, la consapevolezza della ciclicità biologica del tempo che fu, che è e
sempre sarà, e con esso della storia dell’uomo:
È il ciclo del divenire - essere - morire / e gli etruschi (antichi padri) / ma sempre presenti - amavano il sesso /
dipingendolo in scene molto esplicite. [79]
Intanto / continuiamo a muoverci come la ruota - / salire e scendere da scale mobili / tra amori e bugie / falsità e
ambiguità. [80]
19
dall’altra parte, la possibilità di recuperare, riappropriarsi e attualizzare quelle certezze sedimentate nel
tempo e custodite dal mito che è:
«…ricerca dell’archè che si annida nel quotidiano, lo strumento per interrogarci sui significati originari ed
xxx
[75] Ibidem - Pag. 33; [76] L. Ferranti, Egloga moderna, op. cit.; [77] Ibidem - Pag. 26; [78] Ibidem - Pag. 28; [79] Ibidem - Pag. 15 [80]
Ibidem - Pag. 11;
eterni della vita ed entrare in contatto con la nostra esperienza di esseri vivi, di esseri che amano, cedono,
sperano, soffrono.» [81]
Di qui il bellissimo simbolo del drago che si morde la coda, immagine parallela a quella dell'angelo di
Benjamin. L’esistenza quotidiana dell’uomo scorre nell'inesauribile spirale del tempo e della storia che, pur
avanzando, resta impigliata alle origini, al passato. L’autrice è cosciente che, per sopravvivere alla forza
disgregatrice del mare-tempo l'uomo deve capire / che tutto può sparire molto in fretta / i frutti - il patto - la donna
/ ...perché ogni cosa poggia / sui fondamenti di sabbia [82] e che il solo appiglio che resta per opporsi al silenzio
della morte è dato dal ricordo:
Ho gettato un ponte / sull’abisso eterno della morte / perché continui la gioia del ricordo / di chi ora / ha solo rose
selvatiche sul cuore. [83]
Detto questo si comprende quale siano le cifre portanti della raccolta: l’ossessivo ricorso a personaggi del
mito classico e della storia: Crise, Cerere, Priamo, Tisbe, Nausica, Alcinoo, Andromeda, Iside, Minerva,
Didone, Diana, Afrodite e tanti altri; l'onirico colloquio con le familiari anime dei morti: il ricordo della
nonna e del fratello. In conclusione, Egloga moderna si presenta come una vera e propria opera di filologia
del pensiero, progetto di vivificazione della memoria e di «rinvenimento archeologico» [84] che trova
continuità nella quasi contemporanea raccolta Parole come pietre. Vi emerge, infatti, qui:
«Una poesia del rinvenimento archeologico vale a dire l’adesione totale, per quanto è possibile, al mondo
della classicità... Il rinnovamento è anche qui una vivificazione della memoria, se si vuole, un arretramento
temporale in grado di permettere una significativa unione con una mitologia il cui valore numinoso s’è
andato perdendo con il trascorrere dei giorni.» [85]
20
Parole come pietre rielabora, perciò, i temi chiave della poesia ferrantiana: il tempo quale fluido sfuggente che
sovrasta l’uomo lasciandolo solo nella disperata illusione di sopravvivere alla sua morsa [86], il richiamo al
mito, l’affidarsi alla memoria per sfuggire al completo naufragio. Soprattutto c’è, ed è questa sicuramente la
cifra innovativa, la parola che sottrattasi al processo di consunzione temporale, può registrare le tappe
fondamentali del viaggio e segnalare, quasi come boa sul mare, una via alla ricerca cognitiva, che non vada
a perdersi nella deriva e negli abissi:
«In questa mitografia mediterranea, ricca anche di citazioni ruotanti intorno al fulcro della fabula
xxxxxxxxxx
[81] A. D'Isidoro, in L. Ferranti, La casa sul poggio, op. cit. - Prefazione; [82] L. Ferranti, Egloga moderna, op. cit. - Pag. 34; [83] Ibidem
- Pag. 44; [84] G. Garufi, in L. Ferranti, Parole come pietre, op. cit., introduzione; [85] Ibidem; [86] Ibidem, Evoluzione - Pag. 16;
(da ricordare e che non ci illuse) si muove il testo di Lea Ferranti alla ricerca non tanto della determinazione
finale, ma all’interno della visionarietà memoriale del viaggio, nell’attraversamento di una lucidissima e
vitale archeologia, la parola della pietra comincia ad emettere qualche segnale, inizia una sua lingua.» [87]
Si leggano a conferma i seguenti versi:
[...] L’inizio è impresso a fuoco / nel mito dei felici / il canto di un’allodola / le parole come pietre. [88]
Con la trilogia Noi enigmi, Egloga moderna e Parole come pietre il progetto di ricerca della Ferranti sembra
ormai giunto a conclusione. Le successive raccolte, infatti, a mezzo tra poesia sperimentale e poesia di
immagini, si distanziano, ma solo in parte, dalla produzione anteriore, perdono quell’anelito di ampia
speculazione, per implodere in una lirica delle minime certezze, poesia di simboli e parole dalle forti
potenzialità evocative. Ma proprio quando l’urgenza e l’esigenza meditativa sembrano essere quasi del
tutto archiviate da Lea Ferranti, ecco uscire, a dieci anni di distanza il poemetto Memoria di noi [89], dove la
poetessa rielabora e riorganizza tutti gli elementi fondanti del proprio pensiero. L’opera si presenta, infatti,
come uno scrupoloso bilancio che la memoria [90] compie intorno al cammino della storia per riesumare
nelle odissee lunghissime [91] del tempo un qualche porto-scoglio [92]:
Memoria di noi vuole essere un ritorno, alla nostra storia umana, per sommi capi. Ho trattato, umilmente, gli
avvenimenti che, a mio avviso, hanno inciso e incideranno sul nostro futuro. [93]
È il viaggio catartico della conoscenza tra memoria e mito, tra dolore e desiderio:
Davanti / alle grandi cattedrali ho cercato di capire / tenendoti per mano / seguendo il volo degli uccelli ho cercato di /
capire tenendoti per mano / Ho tentato di capire il fondamento mitico / che rende le storie possibili ho tentato / tra la
neutralità della terra e il cielo. [94]
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...Ho cercato di capire le vene / che si annidano sotto la pelle la solitudine / che non è mai totale come si crede. / Il
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[87] G. Garufi, in L. Ferranti, Parole come pietre, op. cit. - Introduzione; [88] L. Ferranti, Parole come pietre, op. cit., L'Aleph - Pag. 7;
[89] L. Ferranti, Memoria di noi, op. cit.; [90] A.Cettoli, in L. Ferranti, Memoria di noi, op. cit., nell'introduzione dice: «La "memoria"
scaturente in modi diversi dell'iterato richiamo paleontologico, poeticamente nutrito di balenanti reminiscenze, compresse
nell'affettuoso nodo della connessione interiore, dalle precise e talora crude immagini suggerite dalla oggettualità scientifica,
consente di dischiudere la vita, ormai fossile, delle ere lontane - odore di aria remota alla foce dei giorni - ai misteriosi esiti di una
vicenda cosmica della quale noi siamo parte consapevole.» - Pag. 9; [91] L. Ferranti, Memoria di noi, op. cit. - Verso 25; [92] Ibidem Verso 24; [93] Ibidem, L. Ferranti - Presentazione; [94] Ibidem - Versi 162-169;
frutto più goloso è quello che sa / d’amaro sensazione di gusto che è delirio febbre / aridità di labbra. / Sete. [95]
Esso si svolge in una doppia dimensione del tempo: diacronica e sincronica, attraverso un movimento che è
simultaneamente ascensionale, verso le vette inaccessibili della conoscenza, e discensionale, verso gli abissi
della storia fino quasi a lambire le ere del triassico. La penna di Lea Ferranti, come l’ala dell’angelus novus,
scivola in bilico su di una corda sola:
Angelo demone che cammina ali in tasca / con ciò che rimane in frazione di attimi / e ancora perduti... [96]
…Angelo ribelle mi arrocco / (non vista) alla cima di torri medievali. [97]
Tra le fossilizzate impronte delle ere antiche e il turbinio del futuro che preme alle spalle:
Solo la foglia incisa sulla ruvida scheggia - / travertino è nostra reliquia. Omaggio / di una goccia in millenni di
pioggia. / Alle spalle si addensa il turbinio / degli astri che premono per un aggiornata / Genesi sorriso - enigma
tatuato sulla roccia / purissima / friabile di lava. [98]
Tra cielo e terra, tra tenebre e luce [99], nel tentativo di costruire una nuova cosmologia, sciogliere i nodi
enigmatici che si annidano nell’esistenza umana. Ciò che emerge è l’uomo nella sua nudità, privato
dell’innocenza, attanagliato dalle ansie (La vita è piena di paure manifeste / viltà taciute al tempo di giovinezza /
quando memori si gioca coi furori / golose bocche stupite / nudità innocenti [100]), dal dolore che è quello tutto
esistenziale del risveglio (Il risveglio, Carlo, è sempre dolore / acuta ferita che gemica sotto la sciatica / lacerandosi ai
punti di sutura [101]), dalla consapevolezza che tutto è finzione, anche l’amore il cui esito è zero nello sbagliato
calcolo / algebrico di questo sentimento che / s’apriva immenso e docile [102]. Un uomo solo nunc et semper esiliato
[103], in particolare modo, nella allucinata società contemporanea dove appare naufrago senza punti di
riferimento:
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Novembre è il mese che inchioda i / passanti a una voglia di cielo. / Impermeabili riflessi nelle vetrine / dei cinema
altalena di vie che ci / calano dentro opachi giorni inutili / parole. La città vive con le insegne al / neon il video colorato
la folla in corsa la / metropolitana facciate di bugnato nella / penombra liquida. [104]
[95] Ibidem - Versi 203-209; [96] Ibidem - Versi 71-73; [97] Ibidem - Versi 139-140; [98] Ibidem - Versi 14-21; [99] Ibidem - Versi 313315; [100] Ibidem - Versi 56-60; [101] Ibidem - Versi 80-82; [102] Ibidem - Versi 242-243; [103] Ibidem - Verso 103; [104] Ibidem Versi 256-264;
Di fronte a questo processo di smarrimento Lea Ferranti trova la soluzione salvifica nel costante riferimento
al passato, (anche quello delle origini), per recuperare, così, il senso perduto della vita, iniziando un’opera
di ricostruzione, una aggiornata genesi [105], senza languide nostalgie o inutili anacronismi:
[...] È allora che ho voglia / di studiare i monoliti dell'Isola di Pasqua / l’accoppiamento degli albatros nelle lontane /
Falklande i bassi fondi della Agulhas dove si / forma l’onda anomala dei cent’anni. / Senza distogliere gli occhi dalla
nebbia / il caos cittadino respiro aghi di smog tra / costruzioni in cemento palafitte d’acciaio. / Il domani ci sta alle
spalle / avvoltoio incognita / fiato di scorie / coagulato mare. [106]
La poetessa rifiuta il troppo spesso evocato «destino della dispersione e dell’annullamento» [107], anzi esorta
l'uomo contemporaneo, quello della meccanica e dell’automatismo, a non frantumare i motivi dell'Esseredivenire / scavare solchi impietosi aridi sogni fantasia [108]. Non ci si può fermare davanti alla facile illusione di
una scienza positivista né, tanto meno, cedere alla presunta fine della storia.
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È ancora lungo il cammino da percorrere: molto l'uomo deve fare; non è che al primo gradino della conoscenza
[109]. Se è vero che la morte sarà sempre biologica [110], è altrettanto vero che: Ci sono ancora pagine bianche da
riempire / ossa antiche padri da scoprire... [111], poiché la parola resta strumento di resistenza all’edace lavorio
del tempo; come la pietra, documento immortale della storia dell'uomo. L’uomo costruisce la storia, la
poesia, che è memoria e mito, la sottrae a qualunque processo di consunzione. In Memoria di noi il verso è
gremito di figure reali e irreali: poeti e scrittori (Pavese, Esenin, Achamatova, La Fargue, Dickinson),
scienziati, intellettuali (R. Admudsen, A. Piccard, Geddes, E. Herz, Pugacev), personaggi appartenenti al
mondo letterario (Beatrice, Jacopo Ortis), eroi della mitologia pagana e biblica (Edipo, Priscilla, Rebecca,
Sara). Con alcuni Lea Ferranti sembra voler instaurare un vero e proprio colloquio, un dialogo onirico,
ultraspaziale, mentre altri sono chiamati a testimoniare le verità rivelate, quasi a voler creare una
suggestiva atmosfera da cenacolo, o meglio, da aula di tribunale in cui si dibatte l’oscura causa dell’uomo e
della storia. Il pregio, comunque, della poesia è quello di essere riuscita nella, non facile, impresa di dare
una forma stilistica adeguata a questa “speciale istruttoria” senza cadute di tono o pause espressive. Merito,
anche, del ritmo cumulativo delle immagini e della parola, che, se non lascia respiro al lettore, ha la
preziosa capacità di dare continuità al discorso poetico:
«Quasi sempre l’incalzante ispirazione tematica trova naturale esplicitazione in tecniche congruenti, come
l’assenza quasi costante delle pause intermedie a sottolineare la continuità del discorso con le insistenti
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[105] Ibidem - Versi 18-19; [106] Ibidem - Versi 264-275; [107] Ibidem, A. Cettoli - Prefazione; [108] Ibidem - Versi 427-429; [109]
Ibidem, L. Ferranti - Presentazione; [110] Ibidem - Verso 397; [111] Ibidem - Versi 430-431;
tonalità fonetiche degli omoteleuti, delle rime assonanze al mezzo o in versi contigui o alternati, i climax
lessicali, gli echi diretti e circostanziati di letture quali fonti dichiarate di una suggestione interiore che
comunica immediate evocazioni liriche.» [112]
Una poesia alta, dunque, e per questo meritevole di attenzione.
3.3 Poesia a misura d'uomo: Spoon River partigiano, All'ombra dei melograni in fiore, Oltre la siepe
La poesia di Lea Ferranti si muove entro una dimensione spazio-temporale il cui baricentro è l'uomo.
Conferma L. Fiumi che il vero scopo del verso della Ferranti è quello di: «ritrovare l'uomo, il sapore,
ripercorrendo il suo viaggio evolutivo dalla preistoria a oggi (...affondando addirittura nella filogenesi) in
una dimensione reale e irreale di spazio-tempo» [113]. Il canto si fonda in una «coscienza civile offesa dal
male di vivere inteso come torto, ingiustizia e sopraffazione che l'uomo compie su un altro uomo» [114],
configurandosi come esperienza intima, interna, e, nello stesso tempo, generale, esterna. In questa direzione
si muovono tre testi che riescono a penetrare nello spazio civile e storico della società moderna: dalla
violenza della guerra in Spoon River partigiano [115], all’influenza del progresso e la dimensione della donna
nel XX secolo in All’ombra dei melograni in fiore [116] e, infine, all'alienato mondo della malattia mentale in
Oltre la siepe [117]. In tutti e tre i testi il poeta si spoglia completamente degli orpelli di certo autobiografismo
per vestire i panni dei singoli protagonisti. Come in un processo di immedesimazione si cala in queste
figure, fino a introiettarle nell’anima, fino a dare voce, a volti che «riesce a salvare dal naufragio e
dall'annientamento per il semplice fatto di dar loro vita nei suoi versi» [118].
Spoon River partigiano nasce da un contesto ben preciso: il trentennale della liberazione. Ci si colloca negli
anni settanta, ma il ricordo dei massacri e delle battaglie è ancora vivo negli occhi dei sopravvissuti e nelle
voci della memoria. Lo scopo è quello di ricordare i numerosi partigiani, i santi inutili [119] caduti innocenti
sulle colline dell’ascolano (Colle San Marco [120]):
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Cademmo / colombe prese a tradimento / precipitando veloci per un rigo di sangue / sotto l’ala. [121]
[112] Ibidem, A. Cettoli - Prefazione; [113] L. Ferranti, A volo radente, AP, D'Auria, 1987; [114] L. Roncalli, in L. Ferranti, All'ombra
dei melograni in fiore, op. cit.; [115] L. Ferranti, Sponn River partigiano, Falconara (AN), Tipografia artigiana, 1975; [116] L. Ferranti,
All'ombra dei melograni in fiore, Abano Terme (PD), La Quercia, 1985; [117] L. Ferranti, Oltre la siepe, RM, 50&PIU', 1993; [118] L.
Roncalli, in L. Ferranti, All'ombra dei melograni in fiore, op. cit. - Prefazione; [119] L. Ferranti, Spoon river partigiano, op. cit., Ballata del
partigiano ignoto - Pag.12; [120] Ibidem, Colle San Marco - Pag. 7; [121] Ibidem, Canto delle ragazze fucilate per rappresaglia - Pag. 13;
Si tratta di vere e proprie epigrafi, ipogrammi dell’Antologia di Spoon River, da cui il titolo Spoon River
partigiano. Sono morti che parlano di morti, in un verso che, come in un canto corale, tra elegia e sogno, tra
gratitudine e pietà, tra squarci insanguinati e dolcissime evocazioni, ripercorre liricamente quel sospiro di
vita / tenero e spietato [122] che è la guerra. Intorno a immagini fortemente simboliche, quasi surreali (La mia
bocca è un fiore di campo [123]), si svolgono le vicende del partigiano Giovanni crocifisso alla porta / come un cane
bastardo [124], o di Mario il pilota le cui ossa sono sassi bianchi di luna mentre riposano per sempre nel settembre
adriatico [125], di Toni, lo scugnizzo di porta Capuana il cui profilo gocciola di sangue / automaticamente [126], o, per
concludere, delle ragazze fucilate per rappresaglia [127].
Quadri di struggente lirismo, (si pensi alla bellissima Ballata del partigiano ignoto, richiamo alla Ballata
dell'impiccato di F. Villon), atti a santificare, nella pagina bianca, questi innominati Cristi immolati per la
comune libertà:
[...] Fra le mie mani in croce / l’erba segna i mesi gli anni e le stagioni. / La mia bocca è un fiore di campo. / Un giorno
mi ritroveranno come Santo inutile / caduto dalla sua nicchia di travertino. [128]
Un omaggio preziosissimo, privo di retorica, un documento, nella sua brevità, di irrinunciabile
testimonianza intorno a un’epoca della storia da non dimenticare. Voci riesumate dall'oltretomba per
ricordare che: La morte è più prossima alla terra / del grano che marcisce [129].
All’ombra dei melograni in fiore, edito nel 1985, resta una delle opere più affascinanti. La preziosità della
raccolta veniva già dichiarata nella prefazione da L .Roncalli a cui non sfuggivano le qualità di una poesia,
forse meno sostenuta rispetto ad altre, ma certamente straordinaria per vivezza e fedeltà di parola nel
descrivere quel particolare mondo femminile uscito fuori dalla magia della terra picena:
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«...queste “storie di donne”, a parte il costituire una galleria esemplare e indimenticabile, rappresentano
certo l’opera piena e matura della Ferranti e in essa l’autrice profonde tutte le sue grandi doti di mestiere e
sensibilità realizzando un perfetto equilibrio tra lirismo di fondo e coscienza inquieta. Da un verso libero,
spigoloso, tenuto su un registro volutamente basso e dalla magia della terra picena balzano queste
straordinarie figure di donna…» [130]
Compare, in queste liriche, una serie di ritratti femminili, di storie di donne vissute nell’ascolano e
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[122] Ibidem, Nel tronco dell'antico platano - Pag. 9; [123] Ibidem, Ballata del partigiano ignoto - Pag. 12; [124] Ibidem, Hanno crocifisso
Giovanni - Pag. 10; [125] Ibidem, A Mario pilota - Pag. 10; [126] Ibidem, Hanno sparato a Toni - Pag. 11; [127] Ibidem, Canto delle
ragazze fucilate per rappresaglia - Pag. 13; [128] Ibidem, Ballata del partigiano ignoto - Pag. 12; [129] Ibidem, Hanno crocifisso Giovanni Pag. 5; [130] L. Ferranti, All'ombra dei melograni in fiore, op. cit. - Prefazione;
conosciute dalla Ferranti. Una poesia-documento sulle dinamiche del progresso che assume come punto di
vista, quello particolare della donna. Essa diviene protagonista di queste pagine, legata, com’è, ancora ad
ataviche tradizioni, ad ancestrali riti, propri di una:
…società contadina eretta su / stratificazioni della storia tessuto connettivo / tra miti e origini... [131]
Riti come quelli della magia (Gocce di olio (tre) fatte cadere nel piatto / e formule magiche segretissime (di sua
nonna) / mormorate in un soffio... [132], della superstizione (E la placenta dove il figlio ha dormito / nove mesi / te
l’hanno sotterrata con tante pietre sopra // Porta male se viene divorata dai cani / il neonato muore… [133]),
dell’utilizzo de “lu brève” (Confezioni brevi col nastrino rosso al collo / perché l’amante non tradisca / le streghe
non si fermino / alla porta del cascinale dove i bambini / dormono stretti l'uno all'altro… [134]), delle fatture (Tu / hai
piantato una spina di rovo / nel cuore di Sigfrido / il figlio del farmacista [135]), delle credenze religiose (Teresa mi
dici: fare i figli non è peccato mortale / Peccato è andare con un altro che non sia / il tuo uomo [136]).
Ma è anche la donna che si ritrova a vivere da protagonista le nuove fasi di un roboante progresso, in quel evo
moderno [137] che è il mondo della città, tanto lontano dall’universo contadino «impietoso e povero ma pur
sempre in sintonia con la natura, il mutare delle stagioni, il variare della direzione dei venti» [138]. Un
processo di industrializzazione che, anzi, a poco a poco sconvolge questa cultura traumatizzando coloro
che hanno vissuto di essa:
«Certo la magia nasce, nasceva, sul terreno di una civiltà e di una cultura contadine, civiltà e cultura
spazzate via da un’industrializzazione selvaggia con tutti gli immaginabili e traumatici sradicamenti e
disadattamenti sulle persone che l’hanno subita. E tra le persone coinvolte e travolte da questo processo
l’autrice sceglie le donne: su di esse si appunta la sua pietà, e la sua rabbia e dai versi promana
l’irrimediabile tristezza delle cose che mai più saranno.» [139]
Si pensi ai bellissimi ritratti di Caterina (anglicizzato in Kate):
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Ora sei cittadina capelli cortissimi, tacchi alti / rossetto sulle labbra a cuore. / Hai ballato nelle balere discoteche / una
volta la pista era l’aia con il saltarello. / Partita al Nord non sapevi nemmeno / come nascevano i bambini e prima di
dormire / Ti segnavi [..] / Il Nord ti aspetta / più vuota e spaventata, non più Caterina / ma Kate / sotto un cielo di
smog e nebbia. [140]
[131] Ibidem, La vita è rappresentazione - Pag. 13; [132] Ibidem, Olivia - Pag. 15; [133] Ibidem, Rita - Pag. 19; [134] Ibidem, Giovanna Pag. 23; [135] Ibidem, Vanessa - Pag. 49; [136] Ibidem, Teresa - Pag. 27; [137] Ibidem, Nel canto dei maggesi - Pag. 11; [138] Ibidem, L.
Roncalli - Prefazione; [139] Ibidem, L. Roncalli - Prefazione; [140] Ibidem, Caterina - Pag. 39;
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di Martina, emigrata, come tanti da queste parti, in Germania e ritornata alla sua terra:
Una donna qualunque sbiadita / anni di emigrante in Germania. / Ma gli occhi vivissimi duri tra le / ciglia scure. La
nostalgia l’ha riportata / alla sua terra, per assaporarne il profumo. [141]
o di Vanessa, la cittadina:
Colta, bella ha studiato in collegio / ritorna l’estate. Diversa? / Lei dice di no. È sempre quella / che tra le crepe della
chiesa abbandonata / rincorreva ramarri e granchi d’acqua dolce / lungo il fiume. / Il nome l’ha fatta cittadina e le
amiche / la guardano con rispetto una punta di invidia. [142]
Sono figure che richiamano alla mente le varie Gella, Deola, Dina di Pavese in Lavorare stanca, tutte in cerca
di una dimensione giusta [143] tra nostalgia per un mondo, che è quello della terra, della fatica, - ma anche
quello di una poesia popolare che non subisce inflessioni / modifiche nel tempo… [144] -, e il desiderio di
emancipazione:
Solo nella città (Evo Moderno il nostro) / non sempre trova la dimensione giusta. / Ma si emancipa. Non più oggettosoggetto dell'uomo / curva a raccogliere olive tra i solchi / i ricci delle castagne che pungono come aculei le mani. / Ha
smalto alle unghie. / Solo il canto si è spento dei maggesi... [145]
Oltre alle dicotomie città-compagna, progresso-tradizione, tuttavia, All’ombra dei melograni in fiore resta un
omaggio bellissimo alla donna ritratta in tutta la sua orgogliosa e caparbia fragilità: madre-lupa (Allatta i
figli li alleva come lupa / gelosa - il capezzolo turgido di latte [146]), strega, amante. Donna tradita (Nicoletta la
sposa vergine / lasciata la prima notte di nozze [147]), donna vedova, donna sola, innamorata, sofferente,
caparbia nell’amore e nel dolore.
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Anche in Oltre la siepe la protagonista è donna. Figura sofferente, sola, abbandonata alla sua pazzia è
Evelina, la numero quattro [148], anziana signora internata in una clinica psichiatrica. Con pregevolezza, la
poetessa è, per l’ennesima volta, capace di appropriarsi della dolorosa esperienza altrui, di introiettarla, di
dare voce alla sofferenza, di dare dignità all’anima alienata che impersona. Ne viene fuori un bellissimo
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[141] Ibidem, Martina - Pag. 33; [142] Ibidem, Vanessa - Pag. 49; [143] Ibidem, Nel canto dei maggesi - Pag. 11; [144] Ibidem, Martina Pag. 33; [145] Ibidem, Nel canto dei maggesi - Pag. 11; [146] Ibidem; [147] Ibidem, Nicoletta; [148] L. Ferranti, Oltre la siepe, op. cit.,
Brividi di spuma - Pag. 17.;
“diario di una pazza”, (per riprendere un’espressione della poetessa A. Merini che ha fatto della propria
schizofrenia la fonte della poesia), dove Lea-Evelina stila una quotidiana relazione di sensazioni,
sentimenti, desideri, rimpianti, nostalgie che si affollano ogni giorno nell’emarginato vivere in un mondo
senza via d’uscita:
Sono come la vespa che sbatte le / ali contro la vetrata / assetata di libertà. // Il suo volo è come il mio: / senza via
d'uscita. [149]
La stessa poetessa nella prefazione scrive:
La pazzia è dei pochi. Porta a vedere con altri occhi, a percepire il fluire del sangue, il battito d’un ala una goccia di
pioggia. [150]
E con la medesima sensibilità, con quegli stessi occhi troppo spesso venati di pianto (Ma io ho sempre gli occhi
arrossati / dal pianto [151]), la Ferranti guarda a questa esperienza di alienazione e di abbandono:
Qui nessuno mi cerca e io non / cerco nessuno. / Sono una cavia malinconica... [152]
Percepisce e documenta le miserie, le paure o le delusioni di tante:
...larve stese / colte il più delle volte da / una spasmodica agitazione. / Urla e liti. [153]
Larve che pure tra i circuiti sgretolati della mente [154] sentono con la medesima intensità il senso della pena e
della felicità negate:
Ma sentiamo ugualmente le ore / i giorni la nostalgia degli / abbandoni. / Anche se ora siamo un / ammasso di Sali /
proteine / pigmenti. [155]
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Tra sogni allucinati [156], sbiaditi tentativi della memoria [157], istanti di estatico spaesamento [158], furtive fughe [159]
Evelina ripercorre il suo cammino a filo sul greto della morte: Ed è bello inseguire la morte a / ogni giro di sole e
/ di follia [160]. In attesa di assaporare il tremito dell’ultimo atto:
[149] Ibidem, La vita è una tagliola - Pag. 12; [150] Ibidem, L. Ferranti - Prefazione; [151] Ibidem, Sono stanca di me - Pag. 23; [152]
Ibidem; [153] Ibidem, Sono un insetto con gli occhiali - Pag. 19; [154] Ibidem; [155] Ibidem, Io sono delusa - Pag. 20; [156] Ibidem, Il
sogno aumenta di volume - Pag. 26; [157] Ibidem, Io e la Noemi - Pag. 13; [158] Ibidem, Sono rimasta la stessa - Pag. 22; [159] Ibidem,
Sono uscita di nascosto - Pag. 29; [160] Ibidem, La numero 6 morirà - Pag. 11;
Non torno indietro anche se mi chiamano… / In me c’è il silenzio del ragno / sotto la pietra che batte la testa /
nello specchio della luna. / Il mio cuore trema / nell'ultimo atto. [161]
Quel momento magico in cui ogni essere umano va oltre la siepe, per ritrovarsi solo con se stesso e il proprio destino.
[162]
In Oltre la siepe il merito dell’autrice è quello di affrontare una poesia ardua affrancandola dal grave fardello
della tragedia, facendo ricorso a un verso che nella sua liricità riesce a produrre, con maestria, una
atmosfera trasognata, straniata, propria di chi vive, come Evelina, in una dimensione altra, fuori dal tempo
e dal mondo:
Ho dimenticato nel secchio / il volto della luna capovolto. / L’Evelina dei diciassette anni. / Non sono più vecchia di
quando nacqui. [163]
Così facendo la poesia della Ferranti riesce a dimostrare, pienamente, il proprio carattere di compartecipazione
e grande umanità. [164]
3.4 Poesia sperimentale, poesia storica, poesia della parola
Si è cercato fin qui di esaminare soprattutto quelle proposte poetiche di Lea Ferranti più legate a un
impegno civile e/o sociale, testi in cui è predominante la riflessione esistenziale, il richiamo a una
prospettiva di poesia corale: poesia dell’uomo e per l'uomo. Tuttavia, la sua produzione è costellata di
molteplici altre raccolte tutte mosse da quell'esigenza, profonda, di significare la vita, «di dire e dirsi», di
cercare un nuovo linguaggio, una parola nuova che emerga dall’abisso del tempo per farsi «cifra dell'essere
e specchio dell’intimità assoluta» [165]. Scrive in una pregevole lirica di Casa sul poggio:
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...Rifiuto il sonno fino alle / lacrime e resto a cercare parole nuove / finché l’ultimo sole in fronte / mi muore. [166]
Dichiarazione di umiltà poetica di chi è consapevole della sofferenza che comporta la battaglia con la
pagina bianca. Da questo drammatico duello contro il silenzio, da questa ricerca quasi spasmodica della
xxxx
[161] Ibidem, Nel fondo del tempo - Pag. 33; [162] Ibidem, L. Ferranti - Prefazione; [163] Ibidem, Il destino che attende l'uomo - Pag. 21;
[164] Ibidem, F. Ulivi, in un giudizio riportato nell'incipit della raccolta; [165] A. D'Isidoro, in L.Ferranti, La casa sul poggio, op. cit. Prefazione; [166] L. Ferranti, La casa sul poggio, op. cit. - Pag. 41;
parola che vada oltre il tempo, nascono le successive raccolte della Ferranti. Sembra quasi che la poetessa
ascolana abbia voluto attuare quel progetto che si era venuto evolvendo nella precedente produzione e dare
voce e forma, così, al ricordo, al mito, alla storia, alla parola, a quegli elementi, insomma, di cui aveva
scoperto le potenzialità salvifiche.
In questa prospettiva, dunque, vanno considerate le numerose sillogi edite a cavallo degli anni 80/90 nelle
quali prendono forma poesia sperimentale, poesia della storia, poesia amorosa, poesia della poesia [167]. In
seno a quella che si potrebbe definire poesia sperimentale, si segnalano le raccolte (entrambe nate da un
pretesto tutto personale [170]) La maschera adatta [168] e Parfums [169].
Esse si muovono verso un lirismo informe caratterizzato da accumulazioni visivo-aggettivali, elencazioni,
ripetizioni, richiami a personaggi, storici e letterari, riferimenti a leggende, mitologie, in un linguaggio vivo
e polimorfo che sfiora il pastiche (in Parfums). La maschera adatta è una pièce a due voci intorno alla
pirandelliana constatazione che la vita è rappresentazione [171], che l’uomo non è altro che un attore, un
clown, una marionetta, pronto a qualunque metamorfosi, a indossare la:
Maschera adatta / contraffatta vera / di velluto nera. / I cerchi bianchi agli occhi / ogni sera è una festa / che si presta
alla beffa. [172]
La maschera di legno, d’oro, di carta, di sangue, ma anche maschera dell’amore e della morte… In La
maschera adatta il verso oscilla tra ironia e sarcasmo fino a sfiorare l’assurdo:
«Poesia che si svolge con accento ironico-sarcastico (ironia attraverso il giuoco, lo scherzo amaro), lasciando
intatta la struttura, con immissioni di immagini grottesche, leggende. Sono presenti animali, personaggi
storici, fiori, cose. La fantasia giuoca un ruolo ben determinato, essenziale, tutto in chiave simbolica, che
rasenta l'assurdo…» [173]
La fantasia è anche l’artefice di Parfums dove il profumo, che è profumo-ricordo, diviene simbololinguaggio dell’amore, della passione, perché, suggerisce Lea Ferranti:
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[167] È difficile ripercorrere con chiarezza le tappe di questa magmatica produzione. Una suddivisione cronologica deve
sicuramente intrecciarsi con una distinzione di resa stilistico/espressiva. Per rendere il discorso più omogeneo si è pensato,
cercando di far attenzione alle date, a una differenziazione per argomenti, raccogliendo quei testi che per formule tematiche o cifre
lessicali sono congruenti; [168] Lea Ferranti, La Maschera adatta, AP, D'Auria, 1988; [169] Lea Ferranti, Parfums, AP, L'idioma, 1991;
[170] La prima raccolta prende spunto da una mostra visitata dalla Ferranti sulla lavorazione artigianale delle maschere; la
seconda,dal ricordo di una bisnonna che si riprendeva dai frequenti svenimenti odorando una profumatissima acqua parigina;
[171] Lea Ferranti, All'ombra dei melograni in fiore, op. cit. - Pag. 13; [172] L. Ferranti, La maschera adatta, op. cit. - Pag. 1; [173] Ibidem
- Postfazione;
I profumi hanno un linguaggio universale. Parlano esperanto. Anche se rimangono nell’aria, sulla pelle per pochi
attimi. Raramente una donna torna ad un amore finito, come non ritorna ad un profumo-ricordo, ormai svanito.
All’inizio è “dolce”, quando finisce è violento, amaro. [174]
In Parfums, il verso è gremito di personaggi, richiamati alla memoria, tra leggenda e storia: G. Bonaparte,
Lady Beltham, Lucrezia Borgia, Anna Maria la Nerola, Lord Seymour, Garçia Lorca, Mademoiselle
Verginie…; peculiarità che si ritrova anche nel successivo testo Trucial Coast (la costa dei pirati), dove la
poetessa compie una vera e propria opera di recupero storico immergendosi nel mondo epico-cavalleresco
degli amori cortesi, delle giostre medievali, (come la quintana). Si tratta di un’operetta, sfaccettata ed
elusiva, di difficile classificazione perché «se pensiamo si tratti di epigrammi, non sono; se pensiamo a una
goliardica parodia della poesia cavalleresca, ci accorgiamo, più da vicino, che di questo non si tratta» [175].
Una poesia fatta di ironici ammiccamenti con l’espressa volontà di attingere, dalla storia, le più
emblematiche e disparate figure:
«In questo girotondo divertito di bambina ove gioco e penitenza si coagulano nel tramonto incandescente
che impone rientri e interruzioni, il rimpianto rappresenta l’unica risorsa contro le manovre dell'oblio [...]. Il
tempo, annullando calendari e nostalgie, rischiara le incustodite porte del sogno e dal segreto nascondiglio
ingenuamente emergono e volano gli appassionati bagliori di recinti e ponti, l’eco di giostre accaldate e
incruente, il calore che svanisce in un sospiro, in una goccia tenera e impaziente.» [176]
Peculiare diversità, dunque, di un opera che va segnalata per la grande maturità:
«…maturità linguistica che si rivela attraverso la padronanza totale della parola e la sapienza dei versi nel
gioco apparentemente svagato ma perfetto delle rime e delle allitterazioni; maturità esistenziale per un
modo, sofferentemente raggiunto, di guardare alle cose del mondo con sereno distacco ma senza negarsi al
rimpianto della tenerezza.» [177]
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Sulla medesima via di ricerca si pongono le raccolte La marchesana [178] e Omaggio a Castel Trosino [179] in cui,
accanto al rinvenimento di una storiografia medievale tutta ascolana, (si pensi ai riferimenti a Giovanna di
Melantino e alla dolce Maria amata da Idelguiso del Tufo), il poeta ricorre a: «un impasto linguistico che
riecheggia la poesia giullaresca ed offre echi, mai ampollosi, di una tradizione letteraria che attinge al
xxxxxx
[174] L. Ferranti, Parfums, op. cit. - Prefazione; [175] L. Roncalli, recensione a Troucial coast, in “Resine” n. 45 (1990), Genova - Pagg.
77-78; [176] C. Rao, in L.Ferranti, Troucial coast, TV, All'antico mercato saraceno, 1990 - Pretext - Pag. 5; [177] L. Roncalli, in
“Resine”, op. cit.; [178] L. Ferranti, La Marchesana, AP, D'Auria, 1992; [179] L. Ferranti, Omaggio a Castel Trosino, AP, Cesari, 1992;
Medio Evo per estendersi al romanticismo ed oltre» [180]. La profonda conoscenza e coscienza storica [181]
della Ferranti creano una lirica suggestiva, a mezzo tra sogno e magia, il cui pregio è, ancora una volta,
quello di non peccare di anacronismo, di manierismo, ma di saper cogliere nel passato, senza retorica, gli
elementi che più si adattano alla realtà:
«L’impressione che cattura il lettore è di immediatezza e concretezza. Potrà sembrare contraddittorio usare
il termine concreto per versi che si muovono nell'atmosfera impalpabile del sogno, che caratterizza la
maggior parte dei testi, ma l’ossimoro si giustifica perché se l’atmosfera è quella da sogno essa nasce da una
chiara e spesso amara percezione della realtà, che ricorre alla fantasia per sussurrare la sua crudezza.» [182]
Del tutto singolari e lontane dalle precedenti ricerche sono, poi, le poesie scarne e incisive di A volo radente
[183] (1987) e di Lunare [184] (1990), che ripercorrono le vie dell'antica poesia del 600 giapponese, haiku e
tanka, tra simbolismo e teoria Zen :
Poesia-immagine, aderente ad un modo di essere a “volo radente” che scava in profondità, anche e soprattutto, nei
particolari più semplici, che possono sfuggire, tanto paiono lievi, ma che sono parte integrante del nostro vivere
quotidiano. [185]
In esse la parola assume un ruolo fondamentale attraverso la potenzialità evocativa e la capacità di imporsi:
Protagonista è la parola, che diviene forma compiuta, definita; sintesi tra materia e spirito, monologo da cui si dipana
la vicenda umana, rapido susseguirsi di domande e risposte agli infiniti “perché” di sempre. [186]
Liriche che nella loro brevità portano in seno possibilità cognitive atte a proseguire il dibattito aperto
sull'enigmatico universo dell'uomo e delle cose:
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Se il mistero cosmico e l’angoscia sacra circondano e circonderanno sempre l’uomo, la poesia haiku è un tentativo
anche di lasciare il discorso, non risolto completamente, ma aperto a qualsiasi affermazione, l’IO e il TUTTO nel loro
affascinante trascorrere del TEMPO. [187]
Si capisce allora come in questi versi, agili ma efficacissimi, possano trovare spazio argomenti quali la
morte, l’uomo, il tempo, l'amore:
[180] Ibidem, R.Isopi-G.Vallesi - Prefazione; [181] Nel produrre queste raccolte L. Ferranti confessa di essersi documentata negli
archivi di storia della biblioteca comunale di Ascoli, con l'aiuto del compianto direttore E. Vittori; [182] R. Isopi - G. Vallesi, in L.
Ferranti, Omaggio a Castel Trosino, op. cit. - Prefazione; [183] L. Ferranti, A volo radente, AP, D'Auria, 1987; [184] L. Ferranti, Lunare,
AP, Studio d'arte Marconi, 1990; [185] L. Ferranti, A volo radente, op. cit. - Presentazione dell'autrice; [186] Ibidem; [187] Ibidem;
L’amore è come bruciarsi in due / nello stesso tronco. Onda di luce / che piano respira e si fa autunno. [188]
L’amore è uno dei temi più ricorrenti nella poesia ferrantiana. Numerosi sono i versi dedicati a questo
sentimento che si muove simultaneamente sul doppio binario della gioia e del dolore. L’amore che è il
catulliano “odi et amo”, passione e pianto, desiderio e rabbia, speranza e delusione. L’amore che è uomo e
donna, esperienza privata e universale. Tutta la poesia di Lea Ferranti può definirsi come un lunghissimo
canto d’amore per le cose, per la natura, per l’umanità, per la poesia. Non mancano, però, veri e propri
canzonieri come: La stagione degli aceri in fiamme [189] (1985), Per un amore [190] (1989), Dolcissimo autunno [191]
(1993), Euridice [192] (1993), raccolte dove:
«…si intrecciano armoniosamente lo stupore dell’innocenza e il fervore della passione, il trasognato
vagheggiamento e una struttura linguistica aerea e snella, tutta tesa ad una essenziale e raccolta forma di
dialogo.» [193]
Poesia allo stesso modo panica ed esistenziale, che non cede al languore della parola sdolcinata ma che,
invece, tende al recupero d’un verso appassionato e sincero, di un tono colloquiale che non disdegna il
richiamo al mito (Euridice), per rivelare le complesse implicazioni di un sentimento tutt’altro che banale. Un
simbolo che ritorna ossessivo in tutta la lirica della Ferranti è l’acqua:
Celeste acqua abissale / acqua di temporale che ti / solca e ti lava. Acqua lustrale. / Battesimale. / Vortice risucchio /
mulinello gorghi e cascate di / infinitesime gocce. / Litosferica acqua / dolce amara / nella conca di rame. [194]
Quale «sorgente di vita e d’amore, mezzo di purificazione e rigenerazione» [195] essa diviene simbolo
positivo della “concezione” materna, ma anche correlativo oggettivo del tempo che logora, divora,
aggiorna e nello stesso tempo, della memoria, del ricordo. L’acqua è elemento costitutivo della «creatura
marina» [196] Lea Ferranti, essa è prima di tutto il mare, metafora dell’assoluto, dell’infinito:
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Eppure è da sempre che / ho questa voglia di mare / onde alghe / gabbiani. / Quest’amore che / mi porterà fino alla
morte. / E oltre. [197]
[188] L. Ferranti, Lunare, op. cit.; [189] L. Ferranti, La stagione degli aceri in fiamme, AP, D'Auria, 1985; [190] L. Ferranti, Per un amore,
AP, D'Auria, 1989; [191] L. Ferranti, Dolcissimo autunno, AP, D'Auria, 1993; [192] L. Ferranti, Euridice, AP, Grafiche Cesari, 1993;
[193] G. Sartori, in L. Ferranti, Per un amore, op. cit. - Prefazione; [194] L. Ferranti, La casa sul poggio, op. cit. - Pag. 46; [195] Ibidem,
A. D'Isidoro - Presentazione; [196] M. G. Lenisa, in L. Ferranti, A mare aperto, op. cit. - Prefazione; [197] L. Ferranti, A filo di risacca,
suppl. a “Porto Franco” n° 3 (gen-mar 1990), Massafra (TA);
Ma anche simbolo, tutto romantico, del viaggio, dell’avventura, del desiderio di evasione e libertà:
L’onda mi tenta nel richiamo / per l’insonne miraggio / dell’altura. / Ma si annulla in un mare di / vortici / senza
quiete / avventura. [198]
Il mare di A mare aperto [199], Grecale [200] e A filo di risacca [201], ovvero quello Adriatico (Ho il vento
dell’adriatico ramificato / tra i capelli odore di scoglio sulla / pelle rosa [202]): «...sempre primigenio, ineffabile
specchio dei sentimenti, delle passioni, delle aspirazioni e disperazioni dell'uomo» [203] a cui Lea dà «la sua
voce rinunciando a descriverlo, rendendosi strumento e interprete di ciò che il mare dice» [204]:
Una notte il significato / maturò improvviso. / Finalmente ero / a colloquio col mare / in un’angoscia quasi suicida. /
Nell’onda panica / silenziosa / finiva il mondo. // I pesci parlavano da / mare a mare. [205]
Stessa atmosfera panica contraddistingue la raccolta Sotto il segno dell’acquario [206], in cui, però, «è l’acqua
dolce il motivo fondamentale (fiume, pioggia, sorgenti, nevi)» [207].
È l’acqua del fiume Tronto che scorre sotto gli alti ponti / romani [208] e in cui si affaccia e si specchia Ascoli
con le sue rue, i suoi palazzi di travertino, dove fluiscono e rifluiscono «dalla sorgente alla foce in un
continuo alternarsi di luci ed ombre all'infinito» [209] le immagini di una «mitologia familiare» [210] creando
una poesia di echi, rimandi, fotogrammi che riemergono dal «fondo magmatico» [211] del tempo:
Più la serro nel pugno più mi / sfugge tra le sponde di sambuchi e bisce. / Mi commuove il colloquio che filtra da /
bifora a bifora i palazzi gentilizi dagli / immensi soffitti dove angeli-putti / scandiscono i minuti con flauti d’oro, /
danzando tra corone di campanili e gigli. / E parlano ancora latino. [212]
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A conclusione di questa, seppur minima, rassegna, va citata una silloge particolarmente suggestiva sia nella
forma (anche grafica), sia nella resa contenutistica, ovvero L’angelo [213]. Si tratta di un immaginario
colloquio intrapreso dalla poetessa con l’angelo, simbolo della poesia quale arte cangiante, impalpabile [214],
nella sua natura divina. Dialogo-monologo a mezzo tra realtà e sogno alla ricerca del significato della
parola, dinanzi alla dolente prospettiva di un tempo aperto al pianto e alla sofferenza :
[198] L. Ferranti, Grecale, Colonnella (TE), Grafiche Martintype, 1991- Pag. 49; [199] L. Ferranti, A Mare aperto, Forlì, Forum/Quinta
Generazione, 1988; [200] L. Ferranti, Grecale, op. cit.; [201] L. Ferranti, A filo di risacca, op. cit.; [202] L. Ferranti, Grecale, op. cit. - Pag.
55; [203] Ibidem, M, Mandrelli - Presentazione; [204] Ibidem; [205] L. Ferranti, A mare aperto, op. cit. - Pag. 21; [206] L. Ferranti, Sotto
il segno dell'acquario, Forlì, Forum/Quinta Generazione, 1989; [207] Ibidem; L. Roberts - Prefazione - Pag. 5; [208] Ibidem - Pag. 23;
[209] Ibidem; L. Roberts - Prefazione - Pag. 5; [210] Ibidem; [211] Ibidem; [212] Ibidem - Pag. 23; [213] L. Ferranti, L'Angelo,
Centobuchi (AP), Helios, 1993; [214] L'angelo, difatti, ora è bruno, ora biondo, fanciullo, sonnambulo, luminoso, serale, rosato,
pellegrino, di nebbia, dolce, verde, azzurro;
Un’altra apocalisse fiabe utopie / il viaggio è solo all’inizio e il TEMPO / volge in elegia. [215]
Lea Ferranti si domanda (o meglio lo chiede alla poesia stessa) perché sia venuta a cercare sulla terra la Poesia e
se questa non sia solo un finto miraggio [216]. Nel tentativo di trovare risposte invoca l’angelo, trascendente
animo della poesia, appunto, e da esso riceve le verità che sono alla base di ogni impresa poetica, l’umiltà
dell’atto poetico, il travaglio e la sofferenza che lo precedono:
E tu Angelo dei miei sogni vieni con la / chioma ondulata le ali di ermellino e / mi sussurri all'orecchio: / “Magna
virtus Poesia sine pecunia”. [217]
...ti cerco assurdamente / Fanciullo Angelo e mi abbandono sul parapetto / del ponte romano sino a tarda notte. / Cedo
al buio e faccio di legni croci e / pampini intreccio all’edera-corona per / il rapsodo cieco che guidi per mano. / Angelo
Sonnambulo in cima ai cornicioni / ti vedo passare più in alto dei cedri del / Libano mentre inciampi nelle pietre aguzze
/ e scivoli sulla neve ghiacciata. [218]
Un corpo piagato, quello della poesia, che però nasconde sempre il meraviglioso risvolto della gioia, della
consolazione, seme che muore per rendere vita al fiore:
“Il cuore serve a battere inventare”. / E mi indicò un leggio dove era scritto a lettere / d’oro sopra un foglio ingiallito
questo monito / “Odorose di gemma sono le piaghe sue” / Tu continua al cammino tra scure e catene / e segui lo
stambecco alla montagna in / vetta al baratro raggiungi le pernici / e il fuoco accendi per il grande inverno. [219]
In L’angelo, dunque, la Ferranti «rivive la solitudine del poeta» [220], per riscoprire il significato personale
della vocazione poetica, del vivere di e per la poesia. Come un angelo, la poetessa vive in equilibrio tra
assoluto e abisso, tra illusione e realtà, e nella sua sofferente solitudine si innalza in volo per tessere e
ricamare parole di verità e certezza, parole d’amore e di vita, parole di conforto.
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3.5 L’ultima produzione poetica di Lea Ferranti: Qualche segno di me, Il colibrì d’argento, La scala a
chiocciola.
A cavallo tra il dicembre 1997 e il gennaio 1998, a testimonianza, se ce ne fosse bisogno, dell’ancora fervida
xx
[215] L. Ferranti, L'angelo, op. cit. - Pag. 37; [216] Ibidem - Pag. 7; [217] Ibidem - Pag. 13; [218] Ibidem - Pag. 19; [219] Ibidem - Pag.
25; [220] Ibidem, G. Castelli - Prefazione - Pag. 4;
ispirazione poetica della poetessa ascolana e del suo desiderio di scrivere (Voglio scrivere non mi manchi il /
tempo [221]), di dichiarare la propria presenza, vengono edite tre sillogi: Qualche segno di me [222], asciutto
opuscolo stampato in poche copie, Il colibrì d’argento [223] e La scala a chiocciola [224].
Lea Ferranti dichiara, ancora una volta, di essere pronta a lottare con la pagina bianca, a sfidare il vuotoabisso del silenzio per recuperare parole di verità:
Io ci sarò per il nostro duello / ad armi bianche. / Ci sfideremo. / Il poeta è di parola (tienilo in mente). / Gridare al
fuoco al lupo / non ti serve. / Meglio scoprirsi a morsi il / sangue nelle carni e / guardarsi negli occhi. [225]
Una volontà di fare poesia con la freddezza e la sofferta nudità di chi conosce, prima di tutto, la propria
fragilità: Una cintura d’ombra già mi taglia / nella brevità di un soffio d’aria [226], e ciononostante vuole
immergersi, ancora una volta, nell’aperta ferita dell'esistenza per ricercare, vittima pronta al sacrificio, le vie
dolenti che conducono alla santificazione della parola. Una parola nata da un soffio, parola-attimo: scarna
ma incisiva, come si svela in Il colibrì d’argento, in quei versi di caproniana memoria sia per vocazione
speculativa, che per capacità cognitiva. Introducendo questa raccolta l’autrice afferma:
Colibrì, uccello passeraceo esotico, piccolissimo, si può stringere in un pugno, come una foglia viva, uno spillo di cuore,
un granello di sabbia. Si perde dinanzi l’immensità del cosmo, anche se è parte integrante del tutto. [...] Un nulla di
soffio. Ma è anche realtà che spesso nascondiamo nelle zone in ombra della vita, nel perseguire il sogno d’armonia, che
leghi l’uomo alla terra. [227]
Poesia delle piccole cose, delle minute certezze negative o positive, poesia della parola che si staglia nel
silenzio, nell’abisso ma che, nella sua pochezza e labilità, si fa vita, voce dell’assoluto:
L’uomo contemporaneo / ha solo l’infinito / contro la solitudine. / Il colibrì azzurro che / sfuma sul mare. [228]
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In questa prospettiva, è inevitabile il riferimento a certo lirismo alla Ungaretti, evocato tra l'altro da alcune
immagini, da alcune atmosfere non lontane dai versi di Porto Sepolto:
La mia inutilità nel giro / dei pianeti / i deserti le dune / il sole a picco. [229]
Anche in Lea Ferranti la parola si materializza, si fa miracolo, pronta a riemergere dal naufragio del tempo,
x
[221] L. Ferranti, Qualche segno di me, op. cit. - Pag. 17; [222] Ibidem; [223] L. Ferranti, Il colibrì d'argento, AP, Lineagrafica, 1998; [224]
L. Ferranti, La scala a chiocciola, Foggia, Bastogi, 1997; [225] L. Ferranti, Qualche segno di me, op. cit. - Pag. 19; [226] Ibidem - Pag. 9;
[227] L. Ferranti, Il colibrì d'argento, op. cit. - Pag. 4; [228] Ibidem - Pag. 37; [229] Ibidem - Pag. 7;
a sedimentare come un piccolissimo atollo e riportare, così, a galla le certezze-incertezze di un'esistenza
negata, inconsistente, ma quanto mai preziosa:
L’essere è il più / nudo dei / misteri. / Non ha che un soffio e / un astro / fra le mani. [230]
Un’atmosfera sospesa fra agguato, delitto incombente, annullamento, si respira in tutta la raccolta quasi a
ricordare, con ossessione, la precarietà della vita umana:
La barra fra le mani / del timone spezzato e il pescatore / che tenta col filo teso / la mia gola aperta. / L’agguato dello
squalo. / Il molo che si abbuia. / La preda. [231]
L’esca è lusinga / amara / per un delitto muto. / Perfetto. [232]
Precarietà che ha origine nel gioco delle illusioni-delusioni che costantemente incantano e ingannano
l'uomo; lusinga del piacere che ricade nella morte:
Il ragno tenta velocemente di / riparare la tela nel verdeggiante / gazebo. Lo distrae la gentile / signora sognante / nel
profumo di roseti e / gelsomini. / Ha poche chances di / sopravvivenza nel dorato / tramonto. / Il gioco crudele del
vento. [233]
Perché da sempre, (Ma / l'avvoltoio non sospese / le condanne... [234]) il destino dell’essere è un destino
ineluttabile di morte (Nel gregge la vittima è / predestinata... [235]), che il punto è già segnato [236], che il tanto
agognato Dio è un ombra... / che sempre più / s’allunga [237], la vita un viaggio-miraggio dal dolore al dolore,
(Assetati d'acqua / corriamo da una duna / all'altra [238]), infine, che l’antica angoscia fin / dalla culla [...] non / si
annulla col crescere // Ma si addensa alla polvere / galattica... [239]. Di fronte a questo processo di imminente
smaterializzazione cosmica, la poetessa non cede ma, ancora una volta, si affida alla parola, alla poesia, le
uniche capaci di rintracciare il significato autentico dell'uomo, della vita, del dolore:
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Nell’ultima camera del / sonno inseguirò il / colibrì d’argento. / E ti dirò perché / con te / non fui felice. [240]
Orazio concludeva, con orgoglio, i suoi Carmina affermando “Exegi monumentum” più duraturo del
bronzo e delle moli delle piramidi, capace di resistere alle intemperie e alle “innumerabilis / et annorum
xxxx
x
[230] Ibidem - Pag. 12; [231] Ibidem - Pag. 15; [232] Ibidem - Pag. 34; [233] Ibidem - Pag. 21; [234] Ibidem - Pag. 28; [235] Ibidem Pag. 32; [236] Ibidem - Pag. 32; [237] Ibidem - Pag. 26; [238] Ibidem - Pag. 29; [239] Ibidem - Pag. 17; [240] Ibidem - Pag. 38;
series et fuga temporum” [241], così, anche Lea Ferranti, ma con meno ostentazione, sa di poter confidare
nella parola quale strumento assoluto di sopravvivenza.
Ultimo “monumento” (almeno per ora) della sua poesia è La scala a chiocciola [242]. Si tratta di un ulteriore
viaggio intrapreso dalla penna verso gli arcani luoghi della conoscenza; la scala è il semantema, il simbolo,
(come era stato in precedenza l'angelo), la guida in questo percorso che si presenta nel duplice moto
ascensionale e discensionale, periglioso e tortuoso (la scala è a chiocciola). Per comprendere il significato e il
punto di partenza di questa raccolta basterebbe soffermarsi sull'introduttiva epigrafe montaliana:
“Eppure resta / che qualcosa è accaduto, forse un niente / che è tutto.” [243]
Sono versi tratti da Satura e precisamente dalla tredicesima Xenia II, in quello splendido canzoniere scritto
in ricordo della defunta moglie, in cui, tra l’altro il poeta genovese afferma di aver appeso nella stanza il
“dagherrotipo” del suocero coll’intento, vano, di ricostruire “il pedigree” [244] della amata e recuperare un
pur minimo significato dell’esistenza. Anche questa raccolta si presenta come un lungo dagherrotipo, come
una serie di fotogrammi, squarci fotografici che la Ferranti recupera nel mare inconsistente del tempo per
dare senso alla propria storia e a quella dell’uomo. Perché queste numerose scale, è lei stessa a confermarlo,
sono tutte vere, esistite, sono le scalinate che il poeta ha dovuto percorrere nel corso della sua esistenza.
L’immagine della scala catalizza lo scatto della memoria, poiché essa è prima di tutto la scala dei ricordi,
preziosissima anche se dissestata, da attraversare con leggerezza quasi furtiva, tanto è pronta a scricchiolare
ad ogni gradino :
La scala a pioli che porta / in soffitta scricchiola al / minimo passo. / Lo scricciolo chiuso nella / siepe di bossolo /
imperla i rami e lucida / il bosco. [245]
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Come, dunque, il piccolissimo scricciolo (che richiama l’immagine del colibrì), ricama col canto la ricercata
siepe di bossolo così la parola, tutta presente nel gioco onomatopeico “scricchiola/scricciolo”, suscitata dalla
memoria va ad imperlare i versi della poesia [246]. Una poesia, questa di La scala a chiocciola, come afferma
in una recente analisi F. Cipollini, fatta di «esplosioni latenti» [247], (ancora una volta Ungaretti), che
squarciano silenziose la pagina bianca. Nel verso, infatti, si stagliano come lacerti le scale dei ricordi, ad una
x
[241] Orazio, Tutte le opere, Salerno editrice, RM, 1993 - Trad. L. Paolicchi - Pag. 337; [242] L. Ferranti, La scala a chiocciola, Foggia,
Bastogi, 1997; [243] Ibidem - Pag. 9; [244] E. Montale, Tutte le poesie, MI, Oscar mondadori (I grandi classici), 1995(6) - Pag. 317; [245]
L. Ferranti, La scala a chiocciola, op. cit. - Pag. 19; [246] Il gioco onomatopeico "scricchiola" (v 2) - “scricciolo" (v 4) apre una più
ampia similitudine tra “la scala a pioli" (v 1) e la “siepe di bossolo" (di montaliana memoria, v 6). Donde il suono sinistro dello
scricchiolio del gradino diviene gradevole come il suono gutturale dell'uccello che si annida sul bossolo. Anche la scala, quindi,
come il bosco, è oggetto prezioso e ricercato, e lo scricchiolio del ricordo la "imperla" (v 7) e “lucida" (v 7); [247] F. Cipollini , Io sono
quella che fui, art. in : “Il caffè Meletti”, n° 1 (mag. 1999 ), AP, Angelini;
ad una, scale praticabili e impraticabili, scale di antenne, scale di nylon, di corda, di legno, scale di marmo,
scale d’acciaio, maestose e salde; ma anche sottili, di canapa, scale illusorie fatte di nebbia, di fumo, di
friabile brina. Non mancano le scale ascolane, quelle di travertino che portano alle torri, ci sono, poi, le
metaforiche scale: quella dell’amore, la preziosa scala di seta del volto amato, dell’ironia, fatta di tulipani
neri, e, infine, della morte, quella di nenfro:
La tomba etrusca nel buio / del muschio odoroso / la piccola innocua biscia / che fugge sulla scala di nenfro. / La tua
mano che non mi dà / calore / tra sconosciuti fiori viola. [248]
Sono scale dove si affacciano i volti familiari del passato e dove si compie il viaggio guidato della nostalgia
tra le tappe di un tempo che fu infanzia e disincanto:
Dietro l’ombra degli oleandri / (non toccarli sono velenosi) / scorgevo la mano di mia / madre e io bambina... [249]
…Io ragazza inutilmente / immobile e vera richiudevo nel / palmo della mano / una conchiglia fossile / raccolta sotto
un pino marino. [250]
Piansi la prima volta all'alba. / Era un niente la morte del / primo amore... [251]
Viaggio che si muove in direzione verticale, duplice moto, verso il basso per giungere al centro della terra
dove c'è tanto fuoco [252], e verso l’alto, ovvero verso gli enigmatici spazi metafisici, i misteriosi emisferi
cosmici:
La scala a chiocciola m'è necessaria / per vedere a occhi nudi Altair / un posto dove mai non sono stato. [253]
Un sentiero di conoscenza che si segnala, dunque, per la sua purezza di intenti e per l’alta aspirazione. Un
simbolo ritorna in più occasioni, è il fuoco, che, polisemicamente, rappresenta la metafora della vita e,
conseguentemente, la parola:
39
La scala appoggiata al fienile / ci invita al caldo / al riparo del primo temporale. / Frammenti di parole / in attesa del
ceppo da bruciare. / La nostra vita è un fuoco di / tizzoni con molta cenere e / pochi steli verdi. [254]
Ma, in una prospettiva rovesciata, diventa anche correlativo segnico della consunzione e della morte:
x
[248] L. Ferranti, La scala a chiocciola, op. cit. - Pag. 40; [249] Ibidem - Pag. 36; [250] Ibidem - Pag. 37; [251] Ibidem - Pag. 39; [252]
Ibidem - Pag. 32; [253] Ibidem - Pag. 11; [254] Ibidem - Pag. 21;
Nella gola del tuono s'incendia / la scala dei ricordi che / sale rapida oltre le / tegole rosse di San Martino. [255]
Quando anche la scala dei ricordi diviene inaccessibile cosa resta? Resta la poesia, preziosissima e
immortale, a rendere testimonianza delle cose passate. Resta la poesia, quella di Lea Ferranti, pervasa di
metafore, di emblemi, di ossimoriche immagini. Poesia raffinata, i cui rimandi, interni ed esterni, evitando
la ridondanza, rendono il verso leggero, quasi inconsistente:
…Le statue che respirano la / colomba che cade a vite / e si fa cirro. [256]
…Il tocco dell’alba sui vetri / il tuo volto dipinto su / scale di seta. [257]
Ma, al tempo stesso, tanto forte da «segnarci nel profondo ed esprimere lo strazio che sta dentro la vita»
[258]. Perché in Lea Ferranti la parola pulsa, muore e rifiorisce tutta intorno alla vita che se è solo una marina
all’alba / con poco sole e fredde lune [259], non può negare a nessuno la testarda illusione [260] di poter credere di
esserci, di poter dire, con E. Montale, che: «...qualcosa è accaduto, forse un niente / che è tutto».
[…]
[255] Ibidem - Pag. 40; [256] Ibidem - Pag. 11; [257] Ibidem - Pag. 20; [258] Ibidem, A. D'Isidoro - Prefazione - Pag. 7; [259] Ibidem Pag. 25; [260] Ibidem - Pag. 36.
40
Quello riprodotto dalla pagina 10 alla presente 40
è il 3° capitolo della tesi di laurea in Letteratura italiana contemporanea
(Università degli studi di Macerata; relatore: Prof. Alfredo Luzi) di Alessio Alessandrini.
Il lavoro in questione è tuttora inedito e si intitola La doppia frontiera. La poesia ascolana del Novecento.
Da La luna sul balcone
Lea
Ferranti
41
Da CANTO INCOMPIUTO
NEL TEMPO DI UNA VITA
Sono la goccia che incide sul travertino
la fine del giorno
fragile radice cresco tra rocce e anfratti.
Mi sono chiesta
se anche Dio sbaglia e abbia mosso i primi peccati
piangendo nel vento di primavera.
Il Paradiso non basta in un giorno di smemoratezza
e stupisco della terra che stringe tra le mani
il cielo.
Dopo aver visto guerre sole piogge e mare
chi se n’è andato come talpa
morta nella tana
non credo che io possa ancora vedere l’umanità
con occhi diversi.
Sono certa:
mi addormenterò
col succo dei papaveri spremuto
sulla bocca.
E sarà tutto ciò che io donna
potrò compiere nell’arco di una vita.
HANNO PREPARATO
Hanno preparato l’alta pila
per adagiare il mio corpo lieve di petalo.
Angeli filtrate le vostre preghiere
le litanie si perdono nel tempo.
Ora scendo sola a valle la sera si spegne
e il pesco non sa com’è triste fiorire lontani.
Sono vissuta come il gelo abbraccia l’erba della notte
il vento che addenta sempre la stessa baia.
Ogni istante che passo è un miracolo
e io guardo solo all’amore che va per la terra
giorno e notte.
Alla tela del ragno che nella trama impalpabile
raccoglie le briciole perdute della luce
mentre il tempo vi rimane impigliato.
Da SPOON RIVER PARTIGIANO
CANTO DELLE
RAPPRESAGLIA
Lea
Ferranti
HANNO CROCIFISSO GIOVANNI
Hanno crocifisso Giovanni
alla porta
come un cane bastardo.
In posizione verticale
è la vita l’albero
il pagliaio la casa.
La morte è più prossima alla terra
del grano che marcisce.
42
RAGAZZE
FUCILATE
PER
Genziane sbocciano dai nostri occhi
dolcemente
per noi la luna secca nel canneto.
Quella sera tenendoci per mano
pensavamo al nostro amore
in fuga sopra un camion.
Al melo fiorito
sotto cui eravamo state baciate
e le nostre trecce sapevano di menta e di viole.
Ora
abbiamo i piedi impigliati alle radici dell’ulivo
le mani bacche di ginepro.
Vorremmo una bara tutta bianca un vestito azzurro
e sul cuore
il fiore rosso del geranio.
Cademmo
colombe prese a tradimento
precipitando veloci per un rigo di sangue
sotto l’ala.
Solo ricordo: il tempo dolcissimo dell’alba
i pioppi oltre l’orizzonte.
Poi più nulla.
Non la casa il buio delle stanze
il primo amore.
Qui cademmo ed era primavera.
Da NOI ENIGMI
Lea
Ferranti
*
Il mio è un dolore acuto
come di arterie cui non arrivi più
una goccia di sangue.
La vita mi lavora dentro giorno per giorno
silenziosa cauta mi attende a ogni fase di luna.
Lepre presa al laccio
cadrò tra il fogliame il pietrisco
in un’ora qualsiasi
impietosa.
La saggezza è nelle tenebre:
lo so.
43
Da EGLOGA MODERNA
A Luciano
Lea
Ferranti
?PERCHÈ I DINOSAURI SUBIRONO QUELLA
COSÌ TOTALE REPENTINA DISFATTA? [*]
*
Mi rifiuto di accettare il destino circoscritto.
Il tempo senza privilegi
che gioca d’azzardo su plaghe gelide e remote.
Gli Dei che continuano a parlare
estranei a noi erbe sradicate gettate in acqua senza sole.
Intanto
continuiamo a muoverci come la ruota salire e scendere da scale mobili
tra amori e bugie
falsità e ambiguità.
Polifemo maledice il suo antro
goffo e indifeso Orfeo continua ancora a cantare
la bella bocca aperta
sull’erba che lo vide felice.
44
Anche i “Satiri” di Blanchet Thomas [*1]
barba caprina e zampe vellose
sarebbero scomparsi prima o poi per le frecce
avvelenate d’un ubanghi.
È il ciclo del divenire-essere-moriree gli Etruschi (antichi padri)
ma sempre presenti - amavano il sesso
dipingendolo in scene molto esplicite.
Seppellivano i morti al suono di liuti e flauti
richiudendoli in un eterno-presente
con vino, vivande e un leopardo per compagnia
sotto i cipressi.
“Solo i poveri conoscono il significato della vita,
chi ha soldi e sicurezza può soltanto
tirare a indovinare.” [*2]
Io lo faccio con meno sicurezza.
Sono l’ombra di Andromeda legata allo scoglio
che un mostro marino vuole divorare
salvata in tempo limite da Bellerofonte.
Solo che io non ho il velocissimo Pegaso.
[*] Dal turbine sotterra di Luciano Roncalli- Benedetti.
[*1] B. Thomas (pittore francese).
[*2] Charles Bukowski, da Storie di ordinaria follia.
Da ALL’OMBRA DEI MELOGRANI IN FIORE
NEL CANTO DEI MAGGESI
Lea
Ferranti
45
Tantissimi figli il letto troppo piccolo
il saccone di foglie di granoturco
il fuso per filare il pettine per cardare.
Dall’adolescenza alla maturità la donna
lavora in casa e nei campi
tra albe e tramonti.
Allatta i figli li alleva come la lupa
gelosa - il capezzolo turgido di latte.
Solo nelle città (Evo Moderno il nostro)
non sempre trova la dimensione giusta.
Ma si emancipa. Non più oggetto-soggetto dell’uomo
curva a raccogliere olive tra i solchi
i ricci delle castagne che pungono come aculei le
[mani.
Ha lo smalto alle unghie.
Solo il canto si è spento dei maggesi.
«Allora solo ti lascio, amore perfetto
quando saremo su quel bianco letto.»
RITA
Rita, i tuoi figli sono nati in casa
niente Ospedale anche se il latte bastava appena.
Zuppa calda di cipolle e pane cotto con prezzemolo
tagliatelle all’uovo di tua suocera.
E la placenta dove il figlio ha dormito
nove mesi
te l’hanno sotterrata con tante pietre sopra.
Porta male se viene divorata dai cani
il neonato muore.
Come al tronco della conifera
è connaturata la resina
alla capra il vello di lana
per te, essere madre, è il momento di carne
che ti aspetta nella scioltezza di un corpo
di ragazza.
Da A MARE APERTO
Lea
Ferranti
*
Una notte il significato
maturò improvviso.
Finalmente ero
a colloquio col mare
in una angoscia quasi suicida.
Nell’onda panica
silenziosa
finiva il mondo.
I pesci parlavano da
mare a mare.
*
46
Un uccello marino
mi chiama da dietro
l’ultima boa.
L’onda batte ostinata
lo scoglio
e l’amo insidia la bocca
dell’anguilla.
Morirò è certo
nel risucchio
più forte.
Da LA MASCHERA ADATTA
*
Lea
Ferranti
Maschera Io Tu
rifinita scorza frassino ulivo
falso muschio consunto scalino
travertino.
Radice contorta che ride sorride
corrosa entro il mio occhio marino
chele di granchio incastrata nel fango.
Arco romano di Cecco
capelvenere bacche di ginepro
sul cipresso
neve.
Ghigno di cartapesta Lucifero
fuggito dal forte Malatesta
una notte di tempesta .
Sulla scena ci tolgono il cappuccio.
Si giuoca a mosca cieca si modella
la cera. La lumaca tira fuori le
antenne si compra un accenno di
foglia si toglie la voglia di
mettersi in maschera.
AMORE
rima in D O L O R E
gramigna filo verde
sasso
masso
Asso di cuori. Picche.
MASCHERA adatta
contraffatta vera
di velluto nera.
I cerchi bianchi agli occhi
ogni sera è una festa
che si presta alla beffa.
47
…animiamo la storia con invenzioni improbabili perché sappiamo troppo poco dei
personaggi ai quali attribuiamo ire e tenerezze con secoli di ritardo…
Shakespeare (Riccardo III)
Lea
Ferranti
Da SOTTO IL SEGNO
DELL’ACQUARIO
*
C’è un antico castello in riva
al lago dove dorme da tempo un
ragazzo piceno tra due conche
di rame un melo d’oro.
Dolcezza d’acqua mi circonda una
infanzia stregata serrata da troppa
creta vergine alla bocca.
Appena percettibile il respiro di
questa città che non ha tempo il
fiume pigro sotto gli alti ponti
romani l’amore segreto della timida
lepre tra i canneti.
48
più la serro nel pugno più mi
Sfugge tra sponde di sambuchi e bisce.
Mi commuove il colloquio che filtra da
bifora a bifora i palazzi gentilizzi dagli
immensi soffitti dove angeli-putti
scandiscono i minuti coi flauti d’oro
danzando tra corone campanule e gigli.
E parlano ancora latino.
Da PER UN AMORE
*
Quel dolce tranello che
chiamiamo “amore”
paura di miele che ci attira.
La rosa al seme la Terra bruciata
al sole.
Un bacio non può vivere
fuori dalle labbra.
I nostri corpi non pesano
più all’alba.
Da GRECALE
Lea
Ferranti
*
Si ferma una biscia
al fischio del treno
Da LUNARE
un aereo.
sulla tastiera di sabbia
incantata.
*
L’amore è come bruciarsi in due
nello stesso tronco. Onda di luce
che piano respira e si fa autunno.
49
Risparmia i miei filari
d’uva spina Sileno giusto.
In autunno offrirò vino di
mosto ai nuovi amici
amori.
Prima che il freddo mi tramuti
in brina
manto di neve.
L’onda mi tenta nel richiamo
per l’insonne miraggio
dell’altura.
Ma si annulla in un mare di
vortici
senza quiete
avventura
Da L’ANGELO
*
Lea
Ferranti
50
Mi consolo Angelo Bruno di non essere
nata lo stesso tuo giorno e anno. Tu elegante
vestito di scuro (papillon di seta) e ali di
costoso velluto. Ma se un giorno dura la giovinezza,
cosa serve nascere poco prima o dopo? Io ho solo
una strada deserta molto antica inventata.
Tu hai in serbo per me una maschera colorata
ricci belletto e un po’ d’ombretto. Una enorme
giacca sformata e una panchina di barbona
dove siedo sovente in dolce far niente. Amici
tanti:gatti piccioni cani randagi e giornali.
E tu Angelo dei miei Sogni viani con la
chioma ondulata le ali d’ermellino e
mi sussurri all’orecchio:
“Magna virtus Poesia sine pecunia”.
*
Angelo Fanciullo mi colori il sorriso
disegnato nel liquido ombreggiare dei tuoi
occhi. Mi fai sereni i sensi e la finestra
schiudi alla magia dei sogni. L’ala batte
insistente ai vetri del balcone con tintinnio
di cristalli infranti. Ti cerco assurdamente
Fanciullo Angelo e m’abbandono sul parapetto
del Ponte romano sino a tarda notte.
Cedo al buio e faccio di legni croci e
pampini intreccio all’edera – corona per
il rapsodo cieco che guidi per mano.
Angelo Sonnambulo in cima ai cornicioni
ti vedo passare più alto dei cedri del
Libano mentre inciampi nella pietra aguzza
e scivoli sulla neve ghiacciata.
Da OLTRE LA SIEPE
*
Lea
Ferranti
La vita è una tagliola quotidiana.
La serpe si appiatta
per non essere tagliata in due.
Anch’io
ho il mio senso di colpa
e invecchiando
non vedo più l’argine tra il bene e
il male.
Sono come la vespa che batte le
ali contro la vetrata
assetata di libertà.
Il suo volo è come il mio:
senza via d’uscita.
51
*
Sono un insetto con gli occhiali.
Radi capelli ghiandole lacrimali
che obbediscono a ogni circostanza.
Linee geometriche di alveari io vedo e
letti.
Tutte larve stese
colte il più delle volte da
una spasmodica agitazione.
Urla e liti.
Finché Suor Anna arriva e
placa quest’aria che si insinua
impietosa
tra i circuiti sregolati della mente.
*
Lea
Ferranti
Io nono sono delusa come le altre di
questa Casa che non ha sbarre.
Qui si vive tra partite a carte
racconti immaginari
favole di vecchie ragazze un po’ svampite
per l’età e l’arteriosclerosi.
Ci dicono “matte” per i nostri
amori sbiaditi anonimi.
Fummo belle.
Solo la cartella clinica
descrive l’assenza dell’amore.
Ma sentiamo ugualmente le ore
i giorni la nostalgia degli
abbandoni.
Anche se ora siamo un
ammasso di Sali
proteine
pigmenti.
52
*
Sono rimasta la stessa
monomaniaca solitaria.
Quando lo dico le altre tacciono
spaventate perché pensano cosa
possa passarmi per la testa.
Sono nobildonna io.
Contessa marchesa duchessa.
Ho vesti di seta e broccato.
Galleggio nuda ignorata da
tutti invisibile
lontana.
Dio un cirro che appena
m’ha sfiorata.
Da DOLCISSIMO AUTUNNO
Lea
Ferranti
*
Neanche un monolocale la
porta di legno senza campanello.
E un caffè al mattino amaro se
non c’è lo zucchero. Trecento prefiche
coi capelli spunduti - i piedi asinini
sulle scale.
Una boccia di acetilene a
Farmi luce e una pelle di lepre
per il freddo.
Da LA CASA SUL POGGIO
*
53
Strade tagliano campi di
grano
colline spinate di verde.
Le case una linea che accieca.
Io guardo lontano il Vettore
innevato nel basso azzurro
del cielo.
Rifiuto il sonno fino alle
lacrime e resto a cercare parole nuove
finché l’ultimo sole in fronte
mi muore.
Da LA SCALA A CHIOCCIOLA
Lea
Ferranti
*
La scala a chiocciola m’è necessaria
per vedere a occhi nudi Altair
un posto dove mai sono stata.
Le statue che respirano la
colomba che cade a vite
e si fa cirro.
*
54
La scala a pioli che porta
in soffitta scricchiola al
minimo passo.
Lo scricchiolo chiuso nella
siepe di bossolo
imperla i rami e lucida
il bosco.
*
Lea
Ferranti
Il taglio del bosco scopriva
cielo e nuvole e i “segantini”
ricoperti di polvere di
tronchi (quasi bianchi).
Scale di nebbia salivano a
spirale e S. Gimignano già rideva
nel sole. Io ragazza inutilmente
immobile e vera racchiudevo nel
palmo della mano
una conchiglia fossile.
Raccolta sotto un pino marino.
*
Fuga di strade bagnate e
vetri rigati dalla pioggia.
L’inverno è uno spicchio di
luna ghiacciata.
Nella gola del tuono s’incendia
la scala dei ricordi che
sale rapida oltre le
tegole rosse di S. Martino.
55
La tomba etrusca nel buio
del muschio odoroso
la piccola innocua biscia
che fugge sulla scala di nenfro.
La tua mano che non mi dà
calore
tra sconosciuti fiori viola.
Da QUALCHE SEGNO DI ME
*
Lea
Ferranti
Lentamente le tue mani
riaprono ferite antiche e rubano
la mia intimità.
Non riuscirò più a indossare
l’abito di pizzo o
di lamé.
Una cintura d’ombra già mi taglia
nella brevità di un soffio d’aria.
*
56
Voglio scrivere (non mi manchi il
tempo) con crudele ironia lucido
distacco per stare al gioco dell’avversario
giocando sul piano del
linguaggio astuto e fine.
E la bottiglia non naufraghi tra
alghe sugheri o
montaliane seppie.
Se Dio fa tempesta
ogni altro dire.
Alessio Alessandrini
È nato ad Ascoli Piceno nel 1974. È insegnante di scuola media.
Ha frequentato, presso l'Università degli Studi di Siena, il master "L'arte di scrivere”. Da quella esperienza
ha visto la luce il testo teatrale AmareA, inedito, così come mai pubblicate sono la raccolta di haiku Azzimi
dal becco (2013) e le sillogi La necessità del corpo (2005) e Il giardiniere (2014).
La sua prima raccolta, La Vasca (Lietocolle, Faloppio - CO, 2008), è risultata vincitrice della XXIIa edizione
del Premio Letterario ”Camaiore”, nella sezione “Proposte Opera Prima”.
È uscita nel 2014, per Italic-Pequod di Ancona, la sua seconda opera in versi intitolata Somiglia più all'urlo di
un animale.
Sue poesie possono essere lette in raccolte antologiche o sul web e sono state segnalate in diversi premi
letterari, tra i quali: Premio “Città di Corciano”, Premio “Ossi di Seppia” e Premio “Lorenzo Montano”.
57
http://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/percorso/102/la-resistenza-in-italia
Patrizia Cavalli
Riletture
Corpo di scena (Passigli, Bagno a Ripoli - FI, 2013) è l’ultima, altissima prova in versi pubblicata da Gianfranco Palmery.
Il suddetto libro veniva stampato nel marzo del 2013 e di lì a pochi mesi - a fine luglio dello stesso anno - l’autore di questo
lavoro ci lasciava dopo una lunga malattia.
Ciò accadeva in silenzio; in quel silenzio che spesso accompagna, in questi ultimi anni, i versi e la scomparsa dei poeti; in
quel silenzio che, per Gianfranco Palmery, è stato, anche e soprattutto, una scelta consona al proprio temperamento.
Con il breve spazio che segue intendiamo omaggiare la figura ed il lavoro di un poeta e saggista appassionato che, sia
in vita che oggi, a due anni dalla sua morte, meriterebbe una attenzione maggiore da parte della critica e del pubblico
della poesia.
Danilo Mandolini
La scelta dei testi di Gianfranco Palmery che segue è tratta da Corpo di scena (Passigli, Bagno a Ripoli - FI, 2013) ed è
stata curata da Danilo Mandolini.
Gianfranco Palmery
Corpo di scena
Corpo di scena
Gianfranco Palmery
La vita
e le opere
È nato e vissuto a Roma.
È stato poeta e saggista
Ha pubblicato sedici libri di versi (tra i quali: L’opera della vita, Il
versipelle, Medusa, L’io non esiste; fino ai più recenti Compassioni della
mente, Amarezze - Madrigali e altre maniere amare e Corpo di scena) e
numerose prose sparse in quotidiani e riviste e solo parzialmente
raccolte in quattro volumi.
Tra gli scritti critici si ricordano Il poeta in 100 pezzi, Divagazioni sulla
diversità, Italia, Italia e Morsi di morte e altre tanatologie.
Per alcuni anni è stato critico letterario de “Il Messaggero”.
Ha fondato e diretto la rivista di letteratura “Arsenale”.
Ha tradotto prosa e poesia dall’inglese (Keats, Shelley, Berryman) e dal
francese (Corbière, Laforgue, De Sponde, Stéfan).
58
Da Corpo di scena
Gianfranco
Palmery
Da FUROR VACUI
Alla fine
Ancora lentamente o sul finale
correndo alla fine mi raggiungerò:
in pace e pari vecchio e adolescente
l’un l’altro nell’unico - morente:
così la luna fa la notte e l’alba
fulgente nel suo ufficio e infine pallida
tradita dall’azzurro che rischiara
lascia a servizio la stella vicaria.
A sogni corti
O giorni muti, immutabili e morti
giorni che siete le mie eterne notti
il mio sonno da sveglio - a sogni corti!
repertorio esaurito - resta il letto dio dei sogni nei tuoi orti notturni
fai fiorire il nono finito, il non detto
59
e per il mio capitale di pena
nessun ammortamento: pura perdita perdita pura d’opera e di lena
Da 1940
Gianfranco
Palmery
Madrigali dell’alba
faccio tomba del giorno - morte in vita:
la notte viene quando è già sparita
I
Ecco le puntuali, azzurro-pallide
cinque del mattino, la luce
delle cinque del mattino che passeri
e merli traducono nei soliti
solfeggi uccelleschi, gridando
la loro disperazione per l’arrivo
d’un altro giorno, o forse fanno
solo gl’ingenui araldi della vita:
tu abbassa la serranda, tira le tende
e che venga la notte finalmente!
60
II
È la luce che annuncia la mia notte
con i noti cantori che orchestrano
tutte le sante cinque del mattino
ciù-ciù, cra-cra il loro concertino:
questo strenuo teatro di finestra
l’intermezzo obbligato che vorrei
saltare - da buio
a buio scivolando alle sei
calate le serrande contro il mondo
per trovare, forzato notturno,
finalmente il mio sonno - e che fuori
passeri e merli aprano pure il turno
dei forzati di giorno!
Gianfranco
Palmery
Parodia
io sono il solitario, il desolato,
il superfluo, il depennato
e reso inesistente:
sono il morto vivente
sono l’ostacolato, l’impedito,
quello per cui non si muove un dito
oppure se ne muovono dieci
per stroncarlo e fare le sue veci
sono il morto ammazzato e il ritornato
quello che non doveva essere nato,
della specie che il mondo chiama
«reietto ostinato» e l’affama
variamente: di pane di rispetto
di amore - finché il maledetto
non muore - e quando è salma e storia
allora lo riuccide con la gloria
61
Corpo di scena
La mia uscita di scena è già scritta,
è scritta sul mio corpo, il noto dramma
steso nel millenovecentoquaranta,
una prima stesura poi rivista
aggiustata ritoccata negli anni:
il corpo è il testo e il teatro e gli attori
hanno messo in azione fami e affanni:
un brulichio vorace tra due fori,
veleni in vene e arterie - al gran finale
farò da spettatore: gli assassini
sono da tempo all’opera: il mio male
troverà la sua fine, e niente fini
edificanti, catarsi, agnizione ciò che è stato sarà: divorazione
Da LA GLORIA FERITA
Ode per John Keats
Gianfranco
Palmery
«Se dovessi morire - rifletteva
nella lettera a Fanny - non avrei
lasciato nessuna opera immortale
dietro di me… se avessi avuto tempo
sarei riuscito a farmi ricordare».
Eppure l’anno prima aveva scritto
a George «penso che sarò tra i poeti
inglesi dopo la mia morte». Ecco
cos’è disperare e sapere: un conflitto
tra umore e giudizio, un perenne allarme
e altalenare dell’idea di sé:
meritare memoria e dubitarne se la mente è ormai lesa, poiché
il silenzio e i veleni del mondo
corrompono l’umore e sanno come
alterare il giudizio, come spegnere
sete d’amore e fama con la feccia
dell’odio. «Qui giace uno il cui nome
62
è scritto nell’acqua» - tutto secondo
il fatale copione Morte in vita -,
e quanto duole l’implacata epigrafe
- ah la buia sconfitta, il fallimento! da una voce indelebile smentita
col suo disincarnato incanto nei secoli.
Quella fragile stele al Campo Cestio
che ancora dice la tua pena e intreccia
durata e sparizione è un monumento
ma così in vano alla Gloria Ferita.
Gianfranco
Palmery
Clinica
colpito nel respiro e nello spirito
perduta la destrezza: testa e petto
leso il cervello a destra nel bel mezzo
del destro emisfero - aperto un buco nero
che fa balzare il cuore arresta il pensiero
e accanto a tanto danno
il destro polmone in affanno:
ora il suo spirito, il soffio vitale
messo alle strette in una gabbia d’ossa
è solo fiato che manca e gli soffia
la vita, sequestrata dal suo male
63
Soprasotto
Faccio il dèmone allo specchio, piango
rido, sono giovane e vecchio, sono
un apparecchio della morte, un osso
d’inferno, l’infernale paradosso
che mi fa lemure larva lamia la mia carcassa bella spolpata
di ronzino all’ultima galoppata.
Faccio il diavolo a quattro, a sei, a otto,
sono giovane, vecchio, vivo e morto,
sapiente, appassionato, oppure a corto
di cervello e di cuore, crudo e cotto,
mi liscio e insulto, a ragione o a torto,
da queste parti è tutto soprasotto,
allo specchio piango e rido a dirotto:
per dire a che cosa sono ridotto
Da PEZZE DA CAMERA
Gianfranco
Palmery
Sonetto suite
Lapidario dei giorni: giorni loculi
con le loro iscrizioni funerarie:
le gocce le compresse in dosi orarie…
Santa scrittura che non lasci incolumi
vuoto imbuto di tenebra tu illuminami
e voi venite nuvole e grondate
tutta la mia pena in violente acquate:
presto aggrondate di grigio e di nero
l’insopportabile azzurro del cielo…
Mi leggo, mi rileggo, solo resto
in compagnia di un morto me stesso
o un vivo - ha una sua voce - estraneo o mio
ex io: che gioco scaduto e perverso
c’è chi dirà: è così, lo dico anch’io
ma intanto sono uno che si è perso
64
Aria del Pindo
o Finale
La linea con il Pindo è disturbata
da sibili, fruscii… la voce arriva
a fatica o per niente - alla chiamata
a volte non risponde anima viva
Non c’e più linea con il Pindo: è stata
oh quanti anni notte e giorno attiva in questi cavi fa la sua avanzata
ora il silenzio: presenza annunciata
dall’eco della voce che moriva
Da PEZZI DI FINE SECOLO
Versi ritrovati 1998
Gianfranco
Palmery
Appesi a un filo
eccoci, svolanti moscerini
in un pulviscolo di luce, una scia
d’oro, o d’orina che c’inebria - odori e
luce:
godiamoci i dolci tepori
della vita i suoi caldi fetori
*
richiàmateli accanto i tuoi secolari
sodali e doppi perduti a turno
nella vanità degli anni: Amleto,
Vathek, Don Giovanni - maschere
della derelizione e del segreto
trionfo notturno
*
65
mi sputo in bocca, mi mordo la lingua il secolo si chiude: addio, addio
e tutto si perda, si spenga, si estingua
[…]
http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_delle_donne_nella_Resistenza_italiana
voci
http://www.cinquecosebelle.it/cinque-famosi-comandanti-partigiani/
Vetrina Arcipelago itaca Edizioni
Il volume è composto da cinquantuno testi di Francesca
Perlini (la cui poesia aveva già trovato spazio nella 15a
apparizione di "Arcipelago itaca" blo-mag) organizzati in due
sequenze (Gonne e L’amore non s’immagina, si abbandona).
La nota di prefazione («L’esistenza entra nella vita» per divenire
casa) è di Danilo Mandolini.
Il libro è in formato 12 (base) x 19 cm, consta di 72 pagine in
carta Sahara avorio g/m2 120 e di una copertina stampata in 4
colori su carta Gmund Chamois Texture g/m2 275.
A seguire (oltre alla bio-biblio dell’autrice): un estratto dalla
prefazione ed alcune liriche; un “assaggio”, insomma, di questa
scrittura "altra" perché piana e diretta e, al contempo, capace di
visioni (brevi scintille, diremmo) straordinariamente inaspettate.
Questi, i link relativi alla scheda di dettaglio del volume e alle
modalità di acquisto dello stesso:
http://www.arcipelagoitaca.it/wpcontent/uploads/2015/07/scheda-dire-casa.pdf
http://www.arcipelagoitaca.it/acquista/
La scelta dei testi di Francesca Perlini e del brano dalla prefazione (‹‹L’esistenza entra nella vita›› per divenire casa) che segue
è stata curata da Danilo Mandolini
ed è tratta da Dire casa (Prefazione di Danilo Mandolini, Arcipelago itaca Edizioni, Osimo - AN, 2015).
Francesca Perlini
Vive a San Costanzo (PU).
Prima di partire (Sigismundus, Ascoli Piceno, 2013) è la sua raccolta di versi d'esordio.
Suoi componimenti sono stati selezionati tra i finalisti in occasione della 16a e della 17a edizione del Premio
"Poesia di strada" (Macerata, 2013 e 2014). Ad una sua lirica è stato conferito il Premio “Ritratti di
poesia.140” (Roma, 2014). Suoi versi compaiono - essendo risultata finalista - nell'Antologia del Premio
”Ambrosia - EXPO 2015” (La Vita Felice, Milano, 2015).
Presta il corpo ai propri versi nelle performance e nelle azioni poetiche che rappresenta.
Questi sono i suoi blog:
http://civico47.blogspot.it/
http://lalettriceatupertu.blogspot.it
66
Da ‹‹L’esistenza entra nella vita›› per divenire casa
Francesca
Perlini
67
Di Danilo Mandolini
[…]
Salta innanzitutto all’occhio, in Gonne (la prima e, come si diceva poc’anzi, più corposa delle due parti che
fanno il lavoro), la misura breve data alla quasi totalità delle liriche. Qui il bosco è ancora presente ma si
offre come frammento, quasi lembo, di una natura più silenziosa (forse più spettatrice), una natura che i
versi di questa specifica prova - calibratissimi anche quando sono di più ampio respiro e per questo sempre
incisivi - cercano come di umanizzare («pendono appesi come rami i rami / -gonne al vento-»; «vestiremo
nebbie come gonne ad agosto. / ogni goccia scivolerà madre / e vedremo di che corpo siamo fatti.»); meglio:
tentano come di “femminizzare”. L’indumento femminile per eccellenza - la gonna, appunto, che nel testo
in questione è preminentemente espresso al plurale - è infatti il vero attore principale di queste poesie (le
parole gonna e gonne sono incluse in tutti i componimenti di questa parte). Non si può non notare, inoltre,
come vicino ad un “tu” - che compare a dire il vero non di frequente - sembra spesso prevalere l’idea di un
“noi” che quando è più intimo viene soprattutto rivendicato al femminile. Ed è perciò indubbia e crescente
- nonché inevitabile, avanzando nella lettura di Gonne - la percezione di trovarsi di fronte ad una vera e
propria testimonianza dell’essere al mondo nella versione, se così si può affermare, la più femminile
possibile. Una visione, un punto di vista sulla vita e sul vivere, un esempio di umanità alto e profondo al
contempo che pare essere, esattamente, prima di donna e poi di poeta. Nel contesto evidenziato si rivela
davvero grande la capacità della Perlini di esprimere, anche grazie ad una pronuncia straordinariamente
votata alla sospensione, i molti e differenti modi di manifestarsi del sentire femminile e, tra questi, l’istinto
che porta a continuare a credere, sempre, nell’esistere ad ogni costo. Questa specifica indole è
sorprendentemente descritta, in qualche modo proprio sancita, nel penultimo componimento di Gonne,
quello in cui si parla del babbo della dedica del volume e nel quale si prepara «…il viaggio che ci ha visti
padre e figlia».
In realtà, nel suddetto testo, e attraverso questo stesso, l’autrice sembra piuttosto preparare (meglio
diremmo allestire) la rappresentazione futura e sconosciuta di quel viaggio che fino ad oggi ha visto lei
essere figlia di un padre che ora, però, non c’è più. Questa mancanza pare compiersi e consumarsi,
risultandone esaltata all’ennesima potenza, esclusivamente nella dimensione dell’essere figlia; una
dimensione ancora di donna che, come per incanto, solo a questo punto rende possibile la trasformazione
di quel “noi” tutto al femminile di cui in precedenza in un “io e te” (un altro “noi”), dove il “tu” è
Francesca
Perlini
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è l’irrinunciabile assenza del padre.
La chiave d’accesso alla seconda parte-sequenza di questa nuova silloge di Francesca Perlini crediamo sia
contenuta nel lungo titolo e sottotitolo (L’amore non s’immagina, si abbandona - Sposalizio tra l’umano e la
natura, più semplicemente tra me e il Bosco) di quello che, di fatto, è un piccolo libro nel libro. Sono proprio
l’azione dell’abbandonarsi della protagonista/autrice e l’amore di cui questa è capace a palesarsi, qui, come
le misure fondanti di quel cerchio “a tutto tondo” al quale si è accennato in apertura e che infine si chiude.
Nel testo in questione la poeta cede infatti, diremmo inevitabilmente e coerentemente, al desiderio,
all’impulso che la vuole stretta nell’abbraccio del bosco per celebrare (lei che è qui chiamata anche «…colei
che cuce gonne») l’unione indissolubile tra sé e la natura, tra l’intero genere umano e quella grande forza
generatrice e materna (la maternità: ancora un’esperienza esclusiva dell’essere donna) che nel quotidiano ci
contiene alimentando il nostro stesso essere. Forse questa è una via, forse questa è la via, la visione concreta
che potrà un giorno salvarci dalle fauci della solitudine. Nella cornice di un matrimonio che coinvolge chi
scrive in prima persona e che assurge a simbolo dell’umano agire, L’amore non s’immagina, si abbandona si fa
anche dialogo teso, profonda riflessione in versi sull’esistere tutto che ingloba anche le meditazioni
derivanti dall’incontro con la raccolta di esordio e con la prima parte di questo nuovo lavoro di Francesca
Perlini.
Il cerchio non può che chiudersi, dunque, «Da foglia a legno / da seme a sentiero»... È così che il percorso
che si compie, anche in versi, nella ricerca di una comprensione - di fatto irraggiungibile - dell’esistere
diviene esso stesso esistere! È così che «L’esistenza entra nella vita»! È soltanto in questo “lampo” che si può
tentare di raccontare il sogno in cui si sogna una nuova casa per sé e per gli altri; è soltanto nel mistero di
un istante di abbandono estremo che si può provare a dire, a spiegare quella che si vorrebbe come casa da
abitare un domani.
Da Dire casa
Francesca
Perlini
Da Gonne
*
cammineremo dentro gonne ampie
con gambe di foglie. mani d’ali
seguiranno vie lasciate aperte
da chi cucì le trame dei sentieri.
*
A Nadia Agustoni
stringeremo aria fra di noi
scenderanno vallate, nelle pieghe delle gonne in festa.
lasceranno scivolare gli appena nati
ampie madri dell’umano che
atterrerà tra l’orlo e la pianura.
69
*
e non resta che una solitudine avvizzita, tremenda.
nei giorni in cui il ritorno prende forza dal natale
non c’è un luogo -non c’è mai statodove casa chiuda la porta dietro di me,
con il freddo fuori dalla gonna nera.
Francesca
Perlini
*
non torneremo per essere fabbriche questi bottoni senza asole
colline senza pianura
gusci vuoti.
saremo umidissimi, garze per gonne
stese sopra ferite
di cui avremo perso la strada.
*
vestìti del silenzio della lettura. gonne di seta
nei corridoi sgombri, dove,
senti? si è posata la polvere.
70
*
dello straniero avremo la lingua
tra palato e voce.
dalla gola saliranno i suoni
che Dio comprenderà dalle nostre bocche,
vestito di gonne che gli abbiamo detto.
Francesca
Perlini
71
*
se non fosse stato per la magia
la nostalgia non avrebbe trovato pieghe
in cui cucirsi stracci. non sono forse gonne lucenti
i nostri incontri? imperfetti e giusti
nel loro cadere sui fianchi.
*
te lo dico ancora, vieni
vieni qui. accanto al limitare del mio volerti
dove svolta l’angolo in piega che hanno preso le cose.
guarda come rivolto la gonna aperta
sul punto del tuo arrivo.
Da L’amore non s’immagina, si abbandona
Francesca
Perlini
72
Sposa
Entro il bosco in un abito bianco
apre i rami il mio sposo
questo radicare l’attesa
sul punto della mia impronta.
Attendere il momento
nel seme e nel solco
del nostro volerci innestare futuro.
Pensàti sin dal principio
quando lasciare Casa
fu la certezza di averla persa
per sempre.
La punta del mio piede
precipita, dimentico la provenienza
questo perdere la strada
per trovare il sentiero
dove il fruscio ricorda
che siamo nati
per ritrovarci nel corpo.
L’amore non s’immagina,
si abbandona.
Sposo
Meglio sapere da dove si parte
per non confondere questo viaggio
con la sua destinazione.
L’esistenza entra nella vita
come una gelata ad aprile
e più ancora,
come beffa sul tavolo da gioco
dove i giocatori non vedono
che è solo un gioco.
Togli il velo! Questo filtrare la luce
come vetro sporco e polvere sulle cose.
Nell’avvicinarci, la terra è sopra il vuoto
sostiene e protegge senza limiti
la nostra intenzione, la sua natura
accoglie ciò che ci si appoggia.
Sposa
Francesca
Perlini
Il corpo della parola
è il mio corpo, coincide suoni.
Ti riconosco nella pronuncia
sul punto dove lingua batte
palato e voce (aria), sporgere labbra
dal precipizio del mio viso
TU.
Ora sono acqua
penetro precisamente te
le tue crepe sono il mio piacere
bagno la tua durezza d’argilla,
fango che cambia forma in estasi.
Spense la luce
chi sapeva che solo dal buio
saremmo partiti anime dimezzate
guidate dalla mancanza.
Può perdere il destino, chi è condotto
dalla precisione dell’assenza?
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Sposo
Qualcosa manca sempre, dopotutto.
Si aggiunge una preghiera,
litania dei mendicanti,
quando basterebbe cantare per uscire di
[prigione,
da quell’orlo di solitudine avvizzita,
necessaria però
come la luce che entra dalla finestra e
un tempo che cancelli il tempo,
non misurato come la neve che cade.
Ciò che resta è la sorpresa
la sorpresa che oltrepassa ciò che manca,
un atto che ne custodisca il vuoto.
Questo mio essere bosco
è il pensiero con cui mi hai vestito,
per abitarmi, malgrado tutto.
https://anpisezionezona1.wordpress.com/2013/02/23/mercoledi-27-febbraio-luoghi-immagini-eparole-della-memoria-la-resistenza-nelle-nostre-strade/
Vetrina
Jucci
«Forse il tempo tiene lì la poesia». Su Jucci di Franco Buffoni.
Di Danilo Mandolini
Di
Franco
Buffoni
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In anni - questi che stiamo vivendo - in cui si assiste alla quotidiana celebrazione della logica dell’“esserci
prima di tutto” (logica che è strettamente imparentata con quella che impazza e che diremmo del “profitto
prima di tutto”), Jucci (Mondadori, Milano, 2014), uno tra i più recenti lavori in versi di Franco Buffoni, ha
l’indubbio pregio di recuperare, a partire dai contenuti, quel filo con il passato che tanta poesia di oggi - più
propriamente: tanto palesarsi della poesia di oggi - pare aver smarrito.
Una digressione a supporto dell’esternazione testé prodotta è, a questo punto, evidentemente necessaria.
Suggerirei di soffermarci su di un fenomeno in costante espansione e cioè sui molti eventi (rassegne o
festival che propongono reading, slam e performance varie) che affollano la bella stagione italiana e che
sembrano avere proprio la poesia come protagonista. Ecco: secondo chi scrive queste poche righe, al centro
di molte delle “proposte poetiche” che affollano le nostre estati - e le altre, più o meno calde e belle, stagioni
nostrane - ci sono i poeti (a volte solo presunti tali) piuttosto che la poesia. Ciò che è stato appena affermato
potrebbe apparire come una contraddizione in termini, certo, o, peggio, come una provocazione che
prelude ad una questione, come si suol dire, di lana caprina. È un dato di fatto (certamente anche un
“effetto collaterale” di un insieme di dinamiche più complesso) - e proprio su questo varrebbe comunque la
pena di riflettere - che nei tanti “spettacoli poetici” organizzati in lungo e in largo per l’italico stivale lo
spazio - potenzialmente prezioso e irrinunciabile - riservato alla poesia degli autori scomparsi è, quando c’è,
spesso pressoché nullo. È così: il “movimento poetico” che annovera tra i “soci fondatori” letterati la cui
grandezza non è da alcuno, nel mondo intero, messa in discussione e i cui nomi non possiamo permetterci,
qui, anche solo di menzionare per ragioni di spazio, pare sempre più manifestarsi nel radicamento
dell’esprimersi nello “spazio sospeso” dell’avvenimento pubblico, della presenza in ciò che è soprattutto
visibile e, in altri termini, immediatamente spendibile, in ciò che è anzitutto, appunto e purtroppo (perché
distante anni luce da quel dialogo intimo e sussurrato con se stessi che è l’“innesco” della poesia), quello
che potremmo chiamare come il tempo “ultra-presente” dello show. Il pericolo che questo contesto
nasconde è che, in virtù della legittima aspirazione ad una maggiore diffusione dell’arte poetica, si finisca
per assoggettare questa alle dinamiche proprie ed esclusive del mondo dello spettacolo e,
conseguentemente, a non saper più distinguere tra bisogno di poesia e bisogno di qualche cosa che è
sicuramente altro. Il rischio è che si arrivi a snaturare le istanze proprie dell’“urgenza” della poesia;
Jucci
Di
Franco
Buffoni
[1] Il profilo del rosa
(Mondadori,
Milano, 2000)
75
l’azzardo - perché di azzardo si potrebbe alla lunga trattare - è che si giunga a configurare la poesia come
circostanza di comunicazione consumabile in particolar modo nel tempo presente, in un tempo che
definiremmo bastardo e che - come accade per molte merci di successo o prodotti di cassetta del cosiddetto
show-business - vive e si esaurisce, dimenticando di esigere sia il futuro che il passato, nell’atto dell’uso o
della rappresentazione.
Ma torniamo - prima che la divagazione appena formulata (e che necessiterebbe di maggiore spazio per
essere approfondita) diventi una vera e propria escursione fuori tema - alla poesia di Franco Buffoni e al
suo, meglio, alla sua Jucci.
L’opera che ha per titolo il particolare nome della ragazza amata in gioventù dall’autore è già stata
presentata, in altre occasioni, come un canzoniere e, anche, come un esempio più che riuscito di romanzo in
versi. Afferma bene il breve testo riportato nel primo risvolto di copertina e che parla di questo lavoro come
di «un romanzo che, insieme, potrebbe essere definito romanzo di formazione, romanzo romantico,
romanzo del rimpianto.». Sì! I versi di Jucci raccontano una storia precisa, una storia che, diremmo, si
sviluppa, appunto, attraverso una vera e propria trama. L’amore, platonico e possibile al contempo, gioioso
e tormentato - perché maturato contestualmente alle prime pulsioni di una condizione omosessuale vissuta
con sofferenza dallo scrittore in anni e in ambiti che la censuravano («…Ti saprei dare tanto amore semplice, /
Invece del consueto complice armistizio:…», Anatomia in cera, pag. 44) - e, come lo definisce lo stesso Buffoni,
stilizzato per una donna sensibile e colta e più matura dell’allora giovane poeta, è senza dubbio il
protagonista centrale dell’ultimo specchio mondadoriano del nostro. Va altresì sottolineato che la storia
attorno alla quale prende corpo il volume vive straordinariamente - perché comunque ancorata alla
dimensione di un quotidiano che fonda le proprie radici in una realtà che definiremmo “davvero reale” e
per questo senza tempo (si veda, a questo proposito, i testi delle pagine 43 e 45, In tangenziale e Rimasto
senza l’inverno, dove si tratta del problema della ricerca del lavoro) - del e nel racconto di minime occasioni e
piccoli accadimenti che portano, insieme alle molte raffigurazioni dei luoghi della terra lombarda (che è poi
la stessa, dalle Alpi al lago Maggiore, che fa da sfondo a Il profilo del rosa [1]) e a versi sempre tesi ed alti
anche quando più appassionati, al tragico epilogo rappresentato dalla durissima malattia e dalla successiva
scomparsa di Jucci (vissuta dal poeta, questa perdita, quasi fosse un sacrificio “organizzato” dalla donna
per salvarlo: «Perché la tua morte non mi ha insegnato a vivere / Mi ha solo permesso di continuare a vivere. / Senza
la tua morte / Sarei già morto / Invece sono vivo e lo scrivo. / Sei morta per costringermi / Al referto in carta velina, /
Per mandarmi in tempo alla tac / E farmi operare / Prima.», Dall’altro mondo, pag. 95).
Il lettore attento, però, non durerà fatica a scoprire che la vera, e in alcuni frangenti dirompente, forza del
libro di cui si sta qui dissertando è determinata dal fatto che il testo in questione è, soprattutto, un
sorprendente esempio di romanzo in versi del ricordo e del ricordare. Se si affrontano le liriche di questo
volume avendo cura di rammentare l’indicazione appena fornita ci si accorgerà, infatti, che ogni singolo
componimento di quest’opera si attiva per ricercare e riprodurre, in ogni caso attualizzandoli alle
Jucci
Di
Franco
Buffoni
76
percezioni di oggi, lo sguardo e il sentire del tempo trascorso dall’autore con Jucci, negli anni di un passato
ancora vivo e vivido nella mente (Buffoni stesso dichiara, nella nota autografa di chiusura: «…mi trovo a
rivivere giorno per giorno quel decennio, ma nella prospettiva esplicita dell’indignazione, dello sgomento e della
pietà.»). Diremmo certamente meglio se affermassimo che ogni specifica poesia di Jucci scava come un solco
profondissimo - che diviene, poi, canyon dal fondo irraggiungibile ad occhio nudo - proprio con l’intento di
riscoprire e rivivere nel tempo di oggi tutte le sfumature di un sentimento lontano e, ancora, sia doloroso
che felice (attingendo di nuovo dalle annotazioni conclusive dell’autore, comprendiamo di quale grande
felicità si stia parlando: «…con lei studiai le lingue e le letterature, con lei divenni poeta e traduttore.»). E gli esiti
di questo minuzioso e sistematico percorso di ricerca in versi negli anfratti della memoria e del tempo che
scorre, di questo vero e proprio esperimento della rievocazione che esalta tutto il desiderio di non smarrire
neanche un istante della vita vissuta assieme a Jucci, sono a dir poco singolari. Pare, infatti, di poter arrivare
ad udire come un coro di singole risonanze che, con il progressivo volgere delle pagine, si tramuta in
un’unica e formidabile eco in grado di ritornarci, nell’“ampiezza” tutto sommato limitata della lettura di un
libro di poesie e insieme alla forza delle visioni e dei dialoghi di allora («Non è forse il tempo una morena /
Capace di attrarre altrove i luoghi, / Di spostarli?» sostiene Jucci in Una donna in grembiule nero, pag. 103),
tutta la distanza e l’assenza di un rapporto umano (amore o altro, adesso non importa) che il molto spazio
dal tempo percorso - che in qualche modo sembra infine annullarsi - ha sedimentato in una mancanza ora
impossibile da sopportare e dire senza l’aiuto della poesia.
È soltanto acquisendo la consapevolezza dell’esistenza dello “scarto” appena evidenziato che
l’appassionato di poesia potrà godere appieno, incontrando Jucci, della certezza di trovarsi di fronte ad
un’opera in versi davvero potente.
E la potenza in questione è, forse, la potenza stessa della poesia.
«Forse il tempo tiene lì la poesia.» dice il verso di chiusura di uno dei primi testi del volume (Solo licheni e
tundra, pag. 15)… A questo pare rispondere, in prossimità dell’epilogo e nel corsivo che l’autore sceglie per
evidenziare la voce e le parole di Jucci: «Ho provato a pensarti dal futuro / Da quando e dove / Ferma nel
tempo io / Ti vedrò salire / Sempre più vicino / All’età mia. / Giusto un attimo prima fermerò il pensiero /
Per festeggiare il nostro compleanno alla pari / Col mio safari nella tua sorpresa.» (Come un eternit, pag. 93).
A leggere bene, dunque, sembra essere la poesia che tiene lì il tempo, che riesce in qualche modo a
governarlo, a dislocarlo, come magicamente ad abrogarlo, ad unirlo. È forse la poesia - più di ogni altra
forma di espressione artistica - ad esigere ancora, oggi, il nostro futuro ed il nostro passato; il futuro ed il
passato di chi scrive e di chi legge.
La scelta dei testi di Franco Buffoni che segue è tratta da Jucci (Mondadori, Milano, 2014)
ed è stata curata da Danilo Mandolini.
Jucci
Di
Franco
Buffoni
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Da Jucci
Franco
Buffoni
Da I. DIETRO UN MURETTO
Dietro un muretto
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In una poesia dei sedicianni
Scrivendo come se io e il mio ipotetico lettore
Fossimo etero, sillabavo:
“Dietro un muretto, due invertiti smaniano”.
Poi - e già ti conoscevo - da proustiano
Divenni gidiano
E scrissi “Culo”
Pubblicata trent’anni dopo senza titolo
- Ancora mi seccava Nel Profilo del Rosa:
“Il mio vero nome è così conosciuto
In Lombardia lo si sente dire
Ad ogni fermata di scuola
Talvolta tronco con la u francese
Nelle fonderie,
Comunque sempre a designare me
E tutti quelli che hanno la faccia così
E se lo sentono dire, da principio
Senza ben capire
Forse perché più gentili
O per quel primo bottone allacciato sottogola,
E poi per sempre
Pallone o non pallone
Con o senza le donne da portare
Ed è assolutamente sempre vero,
Lo si ha scritto in faccia
E nell’amore dentro il bosco
E al finestrino dello scalo”.
Questo per dire che
Consapevole lo ero,
In un clima che cercava ragioni
Alla mia “malattia”.
Solo dopo la tua morte imparai
Che non ci sono ragioni,
Non si nasce né si diventa:
Si è. Con la verità infilata dentro
Come un orecchino.
Da II. SOLO LICHENI E TUNDRA
Solo licheni e tundra
Franco
Buffoni
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Tu intervenisti lì
All’imbocco della valletta
Dove ad un tratto muta la vegetazione:
Solo licheni e tundra
Per qualche ettaro,
Forse la lingua di ghiaccio profonda
Che formò il lago
Lì sotto non si è sciolta,
Resiste tra i detriti coi resti dei mammut.
Forse il tempo tiene lì la poesia.
Tu legno e io
Come una preghiera per non violenti giorni
Dal lago si estendeva ai colli circostanti,
Sommergeva persino i già bisbigli
Emessi dai risvegli,
Era il cielo con due nuvole
L’emissione della voce
E a forma di labbra la pronuncia:
Tu legno e io poliuretano espanso.
Quando si dice i materiali antichi
Destinati a durare
E quelli innovativi…
Cercavamo il sesso della morte
Nelle pitture alpine. È maschio è maschio
Ricordo che scoprivo.
Da IV. LE MANICHE DISTANTI
Le maniche distanti
Franco
Buffoni
80
A trascinarsi con l’anziana notte
Verso il primo chiaro sul Ticino
Non sono oggi come allora due figure
Legate. Le maniche distanti
Ciondolanti raccontano lo iato che c’è stato,
Il fiato perso nelle spiegazioni di una notte
A dilaniare l’esserino terzo,
L’entità.
E chi avesse assistito stamattina
Al mio saluto a te prima del viaggio
Avrebbe creduto all’illusione tua
Di labbra e mento rivolti al sole-nebbia.
Col mio rifiuto tutto chiuso dentro.
Anatomia in cera
Massì, massì, sono convinto anch’io
Che se non fossi la strega lesbica che sono,
Qui dove un tempo gorgogliavano balene
E oggi cerco le conchiglie fossili,
Sigillandoti le orecchie col mio silenzio bianco
Ti saprei dare tanto amore semplice,
Invece del consueto complice armistizio:
Con potenziamento della muscolatura
E maggior turgore delle vene.
Per diventare il mio scorticato in bronzo?
No, il tuo spellato in legno, anatomia in cera.
Da V. COLLINE DI TULLE NERO
All'àncora da ieri
Franco
Buffoni
81
Le scarpe si sono stancate di portarla
In giro a tutti costi, i tacchi
Perforano l’asfalto…
Le piaceva l’odore di lago di laguna
Di erba tagliata di fieno
Il profumo di miele del fieno
Quando “farà temporale da qualche parte
Qui non lo fa mai”.
All’àncora da ieri invece per gli eventi
Da lei ormai io posso avere
Solo lati di piccole
Parole fiere.
Il capriolo sulla neve
Dal capriolo morto sulla neve
Scendevano tre zampe abbandonate
Mentre mirava verso l’alto il muso
Simmetrico alla zampa ripiegata.
Dal tuo male intabarrato nel lenzuolo
Brandelli di supplizio verso dove
La pelle cicatrizza.
Poi come un fungo all’improvviso
Svergato viscido dal ventre del castagno,
La tua nudità post mortem
Dal monatto sollevata.
Da VII. COME UN ETERNIT
Franco
Buffoni
La lunga nota medievale
82
Ma voglio quegli anni o gli anni nuovi,
Mi sorprendo a chiedermi: un
Tuffo nell’ignoto o la strategia del noto?
Da capo rivivendo quel nostro decennio
Con la testa di oggi,
O ritrovandomelo intatto da stordire?
Si ripresenta la fuga dal padre
Perdutasi nel nulla verso oriente
Dopo che conventi e osterie
Bordelli e sacrestie
Mi ebbero accolto e scacciato
Nutrito e denunciato.
Poi apparisti tu, Jucci, e io…
Fammi almeno risentire
La tua lunga nota medievale,
Con quella in mente
Voglio trasmigrare.
Poi che non ci sono il giorno e la notte
Franco
Buffoni
Poi che non ci sono il giorno e la notte
Ma i pianeti e le orbite,
Non ci sono neppure le tue vecchie bugie
Consigliate dalla notte,
E posso pensare libera a quando ti accendevi
Per una scoperta
Marsilio da Padova o Lorenzo Valla…
Vederti crescere, sentirti trasalire.
Non che a me piacesse
Quel tuo compiacimento alla mia crescita.
Mi sentivo un animale nel serraglio,
Prevedevi ogni futura mossa,
Ne intuivi la portata favorendola.
L’anima si curva per via del selciato
O della volta celeste.
Meglio la seconda, non credi?
Per il perfetto compimento della tua
Vita-in morte da me data?
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No, non da te data,
Da me scelta una notte
Sognando cavalli morti…
Mi sarei dovuta sposare di lì a poco
Quando conobbi te al primo incontro
Mi parlavi di von Aschenbach…
Fosti la cosa bella, malgrado tutto
Non sei riuscito a diventare
L’immagine di cera di te stesso.
Qualcosa in fondo ti è rimasto
Di allora. E io a quel qualcosa mi aggrappo
Anche ora. Anche ora mi dà vita.
Alla fine non è stato difficile
Avviare l’eternità: mi è bastato
Sentirmi
Una cosa sola con il vuoto…
Vento, vento, taci, smettila di sfiorarlo
È tutto mio e dorme,
In pace devi lasciarlo.
Il vento ti farà ammalare
Vuole la tua trachea e i tuoi bronchi.
Continuerà a provarci ed alla fine
Vincerà lui.
Franco Buffoni
È nato a Gallarate nel 1948. Vive a Roma.
Saggista (L’ipotesi di Malin, Marcos y Marcos, 2007) e traduttore (Poeti romantici inglesi, Mondadori, 2005), ha
insegnato per trent’anni letteratura inglese e letterature comparate.
Nel 1989 ha fondato e tuttora dirige “Testo a fronte”.
Tra i suoi libri di narrativa: Più luce, padre (Sossella, 2006), Zamel (Marco y Marcos, 2009), Il servo di Byron
(Fazi, 2012) e La casa di via Palestro (Marcos y Marcos, 2014).
Il suo esordio in poesia risale al 1978 ed avvenne, con presentazione di Giovanni Raboni, su “Paragone”.
Sono seguiti: Nell’acqua degli occhi (Guanda, 1979), I tre desideri (San Marco dei Giustiniani, 1984), Quaranta a
quindici (Crocetti, 1987), Scuola di Atene (L’Arzanà, 1991), Suora carmelitana (Guanda, 1997), Il profilo del Rosa
(Mondadori, 2000), Guerra (Mondadori, 2005), Noi e loro (Donzelli, 2008), Roma (Guanda, 2009), Jucci
(Mondadori, 2014) e il recentissimo O Germania (Interlinea, 2015)
Il suo lavoro in versi è stato raccolto in Poesie 1975-2012 (Mondadori, 2012).
www.francobuffoni.it
84
http://www.anpibrescia.it/public/wp/storia/la-resistenza-delle-donne-bresciane/
Solo inediti
Da
Abitiamo
il corpo del
vento
Di
Leandro
Di Donato
*
Abitiamo il corpo del vento.
Il tempo è soltanto
il soffio che unisce
e poi slega.
*
85
Trovale tu,
questa mattina, le parole
da piantare sul davanzale della finestra;
a me non s’apre il giorno
e il saluto della notte
rimane fermo e incompiuto,
come una bandiera senza vento.
Migranti
Da
Abitiamo
il corpo del
vento
Di
Leandro
Di Donato
Non è più mio il canto del vento.
I racconti dei salici
e dei giunchi nei giochi di fiume
li ho persi nell’attraversare la terra e il tempo.
Ora si sono spezzate le labbra.
Parole gelate hanno fermato per sempre
il volo di aquiloni senza nido.
Giorno quieto
86
Giorno quieto
si adagia sulle spalle delle ore,
scivola lento nelle vie degli occhi,
danza lieve nei soffi delle parole,
si distende infine nei rami degli sguardi,
verso la chioma della sera.
*
Da
Abitiamo
il corpo del
vento
Di
Leandro
Di Donato
L’ombra e la luce
drappeggiano il tuo volto,
disegnando il mio mondo nuovo.
Sfumano gli echi delle parole,
le carezze s’affondano
nella terra conquistata dai nostri corpi
e difesa da petali di vento.
*
Matura il dolore,
sole impietoso,
frutti amari
senza semi da offrire
ai raccolti di altri domani.
87
Parole lanciate come dadi
rotolano a terra senza girarsi.
La scommessa
non trova i suoi numeri.
*
Da
Abitiamo
il corpo del
vento
Di
Leandro
Di Donato
La finestra socchiusa
aspira il vento tiepido
di fine estate,
portando nel piccolo oceano
delle mie carte disperse
un intruso,
presago, odore di arance.
Il sole spento
88
Il viaggio è concluso, la parabola
si congiunge con la sua meta.
La luce ristagna attonita
sulle punte delle scarpe, ferma.
Nella pozza piccola
brilla stanca la stella fredda
del mattino,
il mio sole spento.
Da
Abitiamo
il corpo del
vento
Di
Leandro
Di Donato
89
*
Amore di un soffio,
di un refolo azzurro di mattino
di un sospiro,
amore di foglia e di ruscello,
di un sorriso e di cento paure
di promesse e cautele,
amore filo di stella
lontano come l’eco
vicino come un dolore.
Amore malia di un fiore
di cadute e di corse,
di abbracci e sorprese,
amore infinito nella danza delle mani,
amore sconfitto da uno sguardo che si è chiuso.
Dopo , finalmente dopo
Da
Abitiamo
il corpo del
vento
Di
Leandro
Di Donato
90
Mani nascoste dentro protesi d’artigli
hanno intagliato sui corpi
il calendario dei giorni stinti,
colati via dai visi
come tramonti senza luce.
Dopo, finalmente dopo,
arriva il giorno di un altro colore,
l’asfalto sdrucito delle notti dei fuochi opachi
si stacca di dosso e apre alle ferite
l’estuario delle domande e delle risposte.
Dopo, finalmente dopo,
il cielo custodito come l’estremo segreto
in fondo agli occhi
conquista lo spazio degli abbracci:
il filo dei giorni liberati
ricuce le ali spezzate dei sogni.
Dopo, finalmente dopo,
scavando fra le paure nuove dei sorrisi e del pianto
si ritroverà il senso delle nuvole e dei cassetti
di una corsa in bicicletta e della sfida dei passi.
Scritta per il decennale dell’Associazione “On the Road”, che si batte
contro la tratta di esseri umani e che è riuscita a strappare dalla strada
della prostituzione molte donne, restituendo loro nuova vita e nuove
possibilità. La poesia è dedicata a queste donne liberate.
Da
Abitiamo
il corpo del
vento
Di
Leandro
Di Donato
91
Dove ci conducono ora
Dove ci conducono ora
i vecchi sentieri degli ulivi
nel silenzio improvviso del vento?
Chi rimane a guardia degli ultimi varchi della memoria
aperti sui solchi delle cortecce e dei ricordi?
Chi raccoglie ora
le parole offerte dalla vecchia fontana
coperta di muschio e graffiti?
Chi si prende cura dei piccoli fiori rossi
che legano l’uscio di pietra
all’edera e alla vite?
Nel tiepido, lento imbrunire
le vampe del giorno
dileguano le ultime domande.
Continueranno a danzare
nelle ombre
alla ricerca di una risposta
o di una via d’uscita.
Leandro Di Donato
92
È nato a Teramo e vive a Nereto (TE).
Ha pubblicato, nel 1978, la raccolta Parole dei miei giorni (Edizioni Pan Arte, Firenze). Nel 1987 è stato
inserito nell’antologia Voci nuove del parnaso abruzzese, curata dal professor Vittoriano Esposito (Centro di
Ricerche Letterarie Abruzzesi “Vincenzo De Bartholomeis” dell’Università dell’Aquila - Edizioni dell’Urbe,
Roma). È presente nell’antologia 4 Poeti abruzzesi, pubblicata nel 2004 dalle Edizioni Orizzonti Meridionali
di Cosenza e ne L’Orma lieve, uscita nel 2011 per Dot.com Press/Le Voci della Luna .
Nel 2006 ha pubblicato, con prefazione di Renato Minore, la raccolta Le strade bianche (Edizioni del Leone,
Spinea - VE). La poesia Uno sguardo, tratta da quest’ultimo volume, è stata pubblicata, nel marzo del 2003,
come vincitrice della settimana de Lo Specchio della Stampa, nella rubrica Scuola di poesia curata da Maurizio
Cucchi.
Nel 2012 ha partecipato con un suo scritto al volume collettivo L'odore della stampa - Il respiro dei libri, edito
da Marte Editrice (Colonnella - TE)
Nel 1977 si è classificato secondo al Premio “Città di Firenze” e nel 1995 ha ricevuto una segnalazione al
Premio “Città di Recanati”.
È componente della Giuria - Sezione Poesia Edita - del Premio Nazionale di Poesia “Oreste Pelagatti” di
Civitella del Tronto, dove cura anche i due cicli di incontri di Alle cinque della sera. Salotto di scrittori e
scritture e Discorrendo sul far della sera, organizzati dall’Associazione Culturale “Le Lunarie” di cui è
direttore artistico.
È Presidente della Sezione Italiana dell’Istituto Internazionale del Teatro del Mediterraneo e Direttore
artistico della rassegna Emergenze Mediterranee.
http://anpi-lissone.over-blog.com/article-la-resistenza-delle-donne-1943-1945-110136078.html
Solo inediti
Di
Nicola
Romano
UNA POESIA SOLTANTO
93
Bastava
solamente una poesia
quella
la prima
del poeta primo
ma ognuno volle
aggiungere qualcosa
nel presumere il vuoto
del non detto
e quindi giù
metafore e terzine
poemi novenari e isotopìe
rime dal mezzo
anafore e dialefe
per ricondurre
il moto e l’avventura
al nodo inquieto
del poeta primo
HAPPY HOUR
Inediti
Di
Nicola
Romano
94
Che si diranno
i ragazzi aggomitati
sulle panche del bar
quando fa sera
addentando penombra
e mesticanze
con un brusio
di gesti chiacchierini
che sembrano diatribe
ad un affare?
Stretti in un girotondo
di calici e di voci colorate
quali verdi questioni
scioglieranno
coi toni che s’innalzano
tra un afrore di note
e di olio fritto?
E nel fluire gaio delle ore
si passano
la luna nei bicchieri
poi scrollano dai baveri
briciole di risate
finché ogni baldanza
ritorna alle fessure
della notte
CAROSELLO URBANO
Inediti
Di
Nicola
Romano
95
La prima mossa scaglia
dentro un mattino lindo e pettinato
con le strade che sanno di cambusa
dove stipano andazzi e storie strambe
verso uffici che aprono alle nove
risalire col flusso dei gitanti
e sentirsi un po’ nuovo arrivato
snobbando i souvenir lungo la via
*
Coi primi passi frulla nella testa
l’assetto per il volo di giornata
sperando di tranciare spese e fronzoli
mentre si para innanzi
un lercio cappellino capovolto
che sottovoce chiede “per mangiare”
*
Il perditempo
regge la cantoniera con la mano
e quatto poi s’appressa all’ambulante
per qualche carabattola di turno
testeggia a voce alta e graffia l’aria lui
padrone della piazza e della sera
*
Tutto il mondo è paese
ma si palesa povero il paese
che ha ciuffi di gramigna sulle porte
mentre qualcuno canta
come se oggi fosse il paradiso
*
Tranquillo volge
il calpestio del corso
che sfiora un luccicore di vetrine
coi manichini calvi e bluse fini
Ma sobbalzano platani e scaffali
per il continuo strepito
di allarmi e di sirene
*
Si trascinano trolley di mattina presto
due cani che baruffano al guinzaglio
sbadiglia un filippino alla fermata
un vecchio è col barattolo d’urina
ed un podista sgamba sull’aurora:
il sole è basso
ma il giorno già s’è acceso
*
Scendere per il porto
*
Sembra che la città cambi ogni giorno
calcomanie grattate un po’ alla volta
pezzi di storie duri da narrare
con l’inutile sapienza dei ricordi
Ma già qualcuno disse panta rei
senza la musica
che usciva dai drug store
IN SOTTRAZIONE
Inediti
Di
Nicola
Romano
Ho fatto caso
e non è percezione
che il tuo parlare
è spesso in sottrazione
(togli quella camicia dalla sedia)
minimi inviti
da tenere in conto
(leva l’accappatoio da sopra il letto)
e nel ristagno
d’una vicinanza
(dovresti dimezzare le porzioni)
segue di getto
un monito alle spalle
(ed elimina qualche sigaretta)
Non discuto
gli appunti repentini
che mirano a perfette soluzioni
ma grido solamente
che già carente è l’orbita che passa
e che bada a tenerci fra le spine
se del tanto che era
rimane solo l’angolo con l’osso
96
quindi
non punzecchiamo più
col segno meno
questa vita
già smunta e dimidiata
LA VITA È UN SOGNO?
Inediti
Di
Nicola
Romano
Se la vita è sogno
nell’arco d’un viaggio
che conduce
da una culla incantata
fino a un letto
di piume e di comete
e se es sueño la vida
che in mezzo
a tante estasi e astrazioni
si evolve
col suo moto irreale
perché poi ritroviamo
nel fiato e sulla pelle
lividi e contusioni
che giungono da giorni
violenti e caricati
de tantas rocas
y de peñas tantas?
97
Si tratterà
d’un sogno mal sognato
o di un inganno
per zittire il cuore
se testimone è
un’alba seviziata
e un sole rosso
en su sangre tinto
LE FRASI MORTE
Inediti
Di
Nicola
Romano
98
Non ti ho aspettata
all’angolo del corso
e nemmeno
tra i tavoli del bar
ma nei foschi
paraggi della sera
stordita dai rientri
nelle case
Ho atteso l’onda lunga
dei tuoi passi
ed il dolce frangente
dei tuoi occhi
mentre il sangue
accendeva piano piano
come l’acetilene
dei lampioni
Radunavo nell’ombra
le parole
per dirti come stai
e poi tacere
per non svelare
quelle frasi morte
che cercavano dentro
un’altra vita
MEMORIA
Memoria che ti smemori
e ritorni
coi volti antichi
e le svanite scene
mi tieni come zattera
che oscilla
tra sparse pene
e risa tramontate
turbante miscellanea
che si rinnova
adesso nei sospiri
Mi sai rendere
porto silenzioso
che sa accogliere
barche da ogni dove
dal tempo andato
e dalle spiagge spente
pur se la corda
al collo d’una bitta
rimemora il viaggio
e la sua fine
Nicola Romano
99
Risiede a Palermo, dove è nato nel 1946.
Giornalista pubblicista, dal 1987 al 1996 è stato condirettore del periodico “insieme nell’arte”. Attualmente
collabora a quotidiani e periodici con articoli d’interesse sociale e culturale.
Con opere edite ed inedite é risultato vincitore di diversi premi nazionali di poesia, tra cui il “Rhegium
Julii”, il “Città di Como”, il “Giorgio La Pira”, “Sìlarus”, “Poesia in Aspromonte”, “Erice - Anteka”, “Emilio
Greco” e “La Recherche 2015”.
Alcuni suoi testi sono stati tradotti su riviste spagnole, irlandesi e romene.
Nel 1997 ha partecipato, su invito, ad incontri di poesia in Irlanda insieme all’attrice Mariella Lo Giudice e
ai poeti Maria Attanasio e Carmelo Zaffora, con lettura di testi a Dublino, Belfast, Letterkenny e
Londonderry. Nel 1984 l’Unicef ha adottato un suo testo come poesia ufficiale per una manifestazione
sull’infanzia nel mondo svoltasi a Limone Piemonte.
Tra le sue ricerche, particolare attenzione ha prestato ai poeti Vittorio Bodini, Raffaele Carrieri, Leonardo
Sinisgalli, Giorgio Caproni, Alfonso Gatto e allo scrittore Antonio Russello.
Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: I faraglioni della mente (Ed. Vittorietti, 1983); Amori con la luna
(Ed. La bottega di Hefesto, 1985), con prefazione di Bent Parodi; Tonfi (Ed. Il Vertice, 1986); Visibilità discreta
(Ed. del Leone, 1989), con prefazione di Lucio Zinna; Estremo niente (Ed. Il Messaggio, 1992), con una nota
di Melo Freni; Fescennino per Palermo (Ed. Ila Palma, 1993); Questioni d’anima (Ed. Bastogi, 1995), con
prefazione di Aldo Gerbino; Elogio de los labios (Ed. C.Vitale, Barcelona, 1995); Malva e Linosa - Haiku (Ed. La
Centona, 1996), con prefazione di Dante Maffìa; Bagagli smarriti (Ed. Scettro del Re, 2000), con prefazione di
Fabio Scotto; Tocchi e rintocchi (Ed. Quaderni di Arenaria, 2003), con prefazione di Sebastiano Saglimbeni;
Gobba a levante (Ed. Pungitopo, 2011), con prefazione di Paolo Ruffilli.
http://www.femaleworld.it/il-25-aprile-e-donna-resistenza-taciuta-ieri-e-oggi/
Giovanni Commare
Siciliano (è nato nel 1948 a Campobello di Mazara - TP), vive a Firenze.
Ha pubblicato: Presenti e invisibili. Storie e dibattiti degli emigranti di Campobello, Feltrinelli, Milano, 1978, in
collaborazione con Chiara Sommavilla; L’azione distratta, con postfazione di G. Ciabatti, Cesati, Firenze,
1990 (segnalata al Premio Montale 1991); La distrazione, opera aperta, Firenze, 1998-1999; il poemetto
Aspettando l’imbarco, in La clessidra, Novi Ligure, novembre 2002; La distrazione (Immagini - Per un processo
d’identificazione), Poetry Wave, Napoli 2004; La lingua batte, con prefazione di M. Biondi e una nota di D.
Sparti, Passigli Editori, Firenze, 2006.
È autore del saggio Il sonetto italiano del Novecento presentato al convegno Le sonnet au risque du sonnet
(Université de Franche-Comté, Besançon, 8-10 dicembre 2004) e successivamente pubblicato in “Nuova
Antologia” (n. 2240, ottobre-dicembre 2006).
Suoi racconti e articoli sono usciti sulle riviste “Linea d’ombra”, “Paragone”, “NumerO”, “Il ponte”,
“Allegoria”, “La clessidra”, “Lo straniero” e “Il grandevetro” di cui è redattore e vicepresidente.
100
La scelta dei testi che segue è stata curata da Danilo Mandolini
ed è tratta dalle opere qui evidenziate in grassetto.
Da L’azione distratta
Giovanni
Commare
101
Da ISOLA - L’estate (1982, 1989)
[…]
Al mare ci fermavamo fino all’inizio di settembre, quando dovevamo tornare in paese per la vendemmia.
La nostra casa era un magazzino che mio padre aveva costruito, insieme a suo cugino muratore, per tenere
al riparo gli attrezzi agricoli e le canne che servivano a fabbricare gli zarbi, le barriere che frenavano
d’inverno la furia dello scirocco e proteggevano le viti. Attorno alla casa, che guardava il mare al di là delle
dune tutte gigli marini e barbe di monaco, c’era infatti un verdissimo vigneto impiantato sulla sabbia, sotto
la cui superficie arida si celavano vene d’acqua; ad esse le piante si abbeveravano con le loro radici. Per il
nostro uso mio padre aveva scavato un pozzo; sotto lo strato di sabbia aveva raggiunto le vene d’acqua e la
roccia su cui aveva appoggiato la cerchiatura di sassi che manteneva limpida l’acqua del pozzo impedendo
alla sabbia di filtrare.
Il pozzo era al centro del vigneto e, accanto ad esso, prima di costruire il magazzino, mio padre
fabbricava ogni estate la loggia di canne che ci avrebbe ospitato durante le vacanze. Altri parenti
costruivano la loro loggia accanto alla nostra così che si formava un villaggio che durava quanto l’estate. Da
quando avevamo la casa i parenti fabbricavano le loro logge utilizzando per un lato i muri in modo di
proteggersi dal vento e di risparmiare tempo nella costruzione. Sul muro erano piantati i chiodi per
appendere pentole e padelle e, quando le logge erano abbattute, restavano i chiodi ad arrugginire in attesa
di un’altra estate.
La casa era isolata e non c’era la strada, si poteva raggiungerla solo dalla spiaggia la cui battigia di sabbia
umida reggeva il passaggio dei carri, delle biciclette e delle moto. Poche case sparse erano lontane dalla
nostra e il borgo di mare, che dava nome al luogo, era a più di un chilometro. La sera la mamma e io
scendevamo sulla spiaggia ad aspettare mio padre che tornava dal lavoro in campagna. Mentre il sole
tramontava e il mare si faceva sempre più scuro, guardavamo a occidente verso il borgo se una delle luci
che scendevano sulla spiaggia era quella che noi aspettavamo. A volte passavano ore e arrivava la notte. Il
buio trasformava la nostra apprensione in paura. La spiaggia sulla quale avevo giocato tutto il giorno si
animava di ombre mostruose, lo stesso profumo dei gigli che si aprivano al buio incensava un rito in cui la
natura tesseva per gli uomini un destino minaccioso; il mare non era più un amico. Vedevamo una luce
correre lungo la lucida battigia e, se ci arrivava il rumore d’una moto , cercavamo d’indovinare se era quello
Giovanni
Commare
conosciuto. Spesso, per la distanza, anche le fioche luci delle biciclette ci traevano in inganno. Ogni nostra
intuizione sbagliata si tramutava in delusione e la mamma imprecava contro la campagna e i suoi disagi,
che lei, figlia di mastri cordai, aveva sempre odiato e dei quali si trovava ora a soffrire. Finalmente una luce
che si avvicinava ci portava il rumore che volevamo sentire. Mio padre aveva sempre un motivo per aver
fatto tardi ed era spesso un motivo che lo faceva essere taciturno e arrabbiato. La mamma non ripeteva le
domande. Mio padre sgroppava di sella, lasciando la marcia ingranata e il motore acceso. Tutti insieme si
spingeva la moto su per il sentiero tracciato nella sabbia in cui le ruote affondavano, finché, superate le
dune, bastava il motore a spingerla sino a casa. La quarara sul fuoco bolliva da ore.
Certe sere la luna sorgeva dai monti, che ad est chiudono il golfo, rossa come la bocca di un forno e poi,
salendo nel cielo, impallidiva e sbiancava la terra e il mare. I ragazzi uscivano dalle logge di canne, dopo
aver mangiato in fretta la pasta con la salsa di pomodoro, allacciandosi al collo i maglioni che li avrebbero
protetti dall’umido della notte. Raggiungevano le ragazze in una conca fra le dune, priva di vegetazione e
bianca come una vasca di latte. Quelli che avevano sorelle erano avvantaggiati nei rapporti con le ragazze,
perché portare nella compagnia donne di famiglia creava le condizioni per entrare in confidenza. Io,
essendo solo, mi univo ai miei cugini, alcuni dei quali avevano sorelle.
Parlavamo di noi, raccontavamo storie o stavamo in silenzio supini sulla sabbia fresca a guardare le
figure della luna. Cercavo di avere vicino Anna perché ero incantato dal tepore del suo corpo. Quando
eravamo distesi le nostre braccia si incontravano e ci prendevamo la mano, sotto la sabbia perché gli altri
non vedessero. Era più grande di me e quando parlavamo era sempre lei a fare domande. Cercavo i suoi
occhi che ridevano e non capivo se mi amava o se voleva divertirsi a scoprire i miei sentimenti. Non mi
importava. Aspettavo la sera per incontrare nella sabbia la sua mano.
[…]
102
Da L’azione distratta
Giovanni
Commare
Da ISOLA - Isola (1964, 1967, 1989)
*
Nel cortile d’alti muri e finestre
aspetto il tuo arrivo un mattino
veloci corrono le nubi
nel mio tratto di cielo.
La terra è una crosta di sale
che il vento secca e disperde.
*
Questo tempo è sospeso alla tramuta:
arde la fucina, il sole è fermo
103
pendono i tini dalla vecchia trave
la madre cuoce il mosto su in cucina.
Dell’azzurro si tendono i confini:
non volgergli le spalle, il tempo è ora!
Da ISOLA - Per mare (1968, 1979)
Giovanni
Commare
Veliero
*
Bianco di mare bianco quasi di mare
quasi vela quasi terra nel mare
nel gelo degli astri un canto di mare
tesse la rete Afrodite la nera.
Nostra è la sera che la nave incanta
distacco grave di mare con luna.
104
Nei marosi di frumento a maggio
nel vento che rosseggia
il verde dei viticci alle colline
bianche di schiuma pietre
in cui s’incarna l’anima del mare
nella tua vena calda di fumo
e di minestra naviga
il veliero.
L’estate mi guida arcano sogno
nei campi arsi di stoppie e di cotone
nuvola dai piedi leggeri
in un cielo di tracine e capodogli
terra e acqua in balìa dei venti.
corre la nave di fuoco
per i pascoli ardenti del tuo cuore.
so cosa pori di nero,
veliero.
Da L’AZIONE DISTRATTA - I lunghi giorni (1968, 1978)
Giovanni
Commare
I lunghi giorni
Crescono i lunghi giorni
dimensione di vero
altro tempo non certo.
Gina nel vento ritorni
lontana parlando nel vetro
d’un tempo che si chiude
e lascia sul tuo viso lo sconcerto.
Crescono i lunghi giorni
nonsenso preciso
altra strada o finestra
o forse cruda minestra
crescono i lunghi giorni
a chi resta.
105
Mattino
Nel sonno sognando attraversa
la carne e la notte
l’alba negli occhi dei gatti
l’agitarsi nel bisogno
senza il velo del sogno senza mestieri
vuota la casa di finestre e sole
incontro alle vie del mondo
da ogni cellula s’avvia
dal fondo dei pensieri.
Da L’AZIONE DISTRATTA - Il villaggio (1979)
*
Giovanni
Commare
Tendo le reti al mattino dei sogni
sogno al mattino
ma se il mezzogiorno inchioda le radici
cieca è la mia strada
Accendo quattro fuochi all’orizzonte
dei cipressi
segno la via del nuovo cammino
non è ancora il giorno dei saggi
il tempo è maturo per i vecchi
ma gli anni che mi vedete addosso
non sono tutti miei
presto imparerò l’amore e l’odio
106
Non edificate monumenti
o torri di Babele
io le smonterei per farne alloggi
o tracce di sentieri
presto vi dirò l’amore e l’odio
vorrei che foste amanti miei
di me dei miei sogni
impigliati alle reti del mattino
vorrei mordervi i garretti
essere l’acqua dei nuovi germogli
lo sciacquapiatti dei vostri pensieri
Oggi i cipressi avvicinano l’azzurro
cullato alle liane tropicali oggi
sono una quercia senza radici
Da L’AZIONE DISTRATTA - Automobile (1979, 1980)
Giovanni
Commare
107
*
Ti pàgano il passato e il presente
i delfini che grignano sornioni
nel cielo plastica dei tuoi mattini
alla festa degli atomi in crociera.
Invano, Europa, cerchi la frontiera:
le tue capitali sono ammuffite
per il contagio delle mummie egizie.
Nessuna delle tue malizie ora
ripiana le grinze della storia
che si chiude e divora il tuo futuro
nell’inerte scenario terra mare.
Già ti sento dilatare il tempo
stella cometa fra i coriandoli
del tuo carnevale di morte.
Sei già sopravvissuta al mio tempo.
*
Il seno madre gli anni le pieghe
dello zigrino universale e il segno
del baleno sulla pelle sugli occhi
sul nostro amore occhi di gatto
l’ombra rugosa e ancora giovinezza
scatena tutta la mitraglia
di melograno sul sole disfatto
Sfascia la catena dei pianeti
il melograno e il gelo sull’asfalto
delle galassie è nuovo cielo luce
e pane e paglia e carne rossa
nutricazione dell’onda universale
nel buco nero di spazio e tempo
l’innesco il vuoto e il principio.
Da L’AZIONE DISTRATTA - Dare/Avere (1979, 1989)
Giovanni
Commare
1
Queste nubi non spazza via maggio;
l’inverno resiste alla nuova stagione
quando già s’è mosso il faggio
e un geranio fiorisce sul balcone.
Riapre il conto al mio cuore saggio
la tramontana dell’Alpe e il gelo
inchioda i giorni ancora, selvaggio;
la pelle ancora ghiaccia sotto il velo.
Ma improvvisa esploderà l’estate
e il suo vento umido di mare
coverà nuove voglie incantate.
Accolgo l’inverno che riappare
con il corteo dell’età passate:
tempo è di fermarsi e d’aspettare.
108
[…]
Da L’AZIONE DISTRATTA - Dare/Avere (1979, 1989)
2
Giovanni
Commare
[…]
Gli ottant’anni di Bilenchi
109
Il diospero dell’orto ha i frutti
maturi soli che infiammano i rami
scuri per l’umido i muri della casa,
vedessi come il becco inzuppa
nella polpa il passero che salta
di ramo in ramo. Pure il dentista
che tortura la mia bocca s’addolcisce.
A fin di bene, si capisce, oggi
sono in molti a prendersi cura
di noi perché stiamo zitti, perché
siamo sconfitti nella lotta di classe.
Certo è stata più seria la tua guerra
i tuoi morti puliti alcuni eroi
un monumento in un comune rosso,
morti male i nostri nell’ambiguità
su asfalti polverosi e viscidi
con la mente confusa già sconfitti.
«Quanti morti hai avuto?» Domande
m’insegnasti a fare alle domande
della storia. «Ma perché sempre
debbono esserci dei morti?»
Alto e biondo quel giovane lo vedi
ancora sulla piazza di Pechino è lui
che perde il timone della propria vita
sotto il muro di Berlino l’austriaco
che ci lasciò l’orma della contraddizione
con quel bottone dalla stella rossa.
Tremano le ossa di speranza e paura
se negli occhi guardiamo i vincitori.
Conquistata la fabbrica dell’ideologia
avanzano contro l’utopia e vogliono
l’idea della nostra libertà e la giustizia.
L’età delle passioni la saggezza
del capitàno agitano i sogni
mentre la brezza cala sulla vela
che invade la nuova linea d’ombra.
Tu, Romano, conosci il triste errore
il dolore d’aver sbagliato parte
l’amicizia che fa salvo l’uomo e le ragioni
dei giusti che aspirano al riscatto.
È frutto di sconfitta il tuo silenzio?
Ma chi ha vinto? Se tu sei lo sconfitto
c’è da essere contenti di non aver vinto
con questi vincitori. Meglio soli.
Novembre non ti vieta di godere
il mite sole nell’orto del diospero.
La malattia sì, ed io vorrei
fossi tu quel vagabondo passero
che salta sulla polpa più gialla
e il becco inzuppa felice
di esserci.
Su L’azione distratta
Giovanni
Commare
L'azione distratta si dice la parte centrale di questo libro: fra un incipit, Isola, e una clausola, L'isola ancòra.
Due confini limitano dunque l'azione (distratta). E i due confini hanno uno stesso nome: l'isola.
Così che viene da chiedersi se L'azione distratta avesse il diritto di uscire dai suoi confini per nominare l'intero volume.
Ma ecco che l'interrogativo riguardante l'architettura del libro si converte, per così dire, nel suo reciproco riguardante il
sentimento che vi domina: se il nome del libro non sia lo stesso che quello di un lamento e di un grido. E questo apre altre
domande.
Voleva l'azione distrarsi dai suoi limiti, o al contrario resistere alla violenza della distrazione? E ancora: nel primo caso, fu
delusa o andò a segno l'intenzione? nel secondo, subita o respinta la violenza?
E il movimento della scissa domanda, generatore in progressione geometrica di possibili nuove scissioni, si risolve poi
nell'ultima definitiva: se l'azione abbia lasciato l'isola o sia rimasta. (Poiché infatti tale è la mia lettura semantica della dis/trazione).
Il sintagma del titolo non ci conforta. La risposta non esiste. L'assenza di risposta è la poesia di questo libro. Tutte le
corrispondenze divaricazioni lacerazioni si mantengono: poeta/uomo, architettura/natura, intenzionalità/spontaneità,
pensiero/istinto, movimento/stasi, rifiuto/accettazione, e si potrebbe continuare... azione/isola.
Per quanto lo si dichiari, non si sa se l'azione sia stata distratta dall'isola. Il poeta non sa se abbia lasciato l'isola. O se, avendola
lasciata, lo abbia voluto o invece vi sia stato costretto. Né in quale di queste alternative possa riposare il desiderio. Rimane nel
conflitto (nonostante la conclusione «esposta» in fine di libro, come vedremo), al di là della, acutissima, nostalgia. Rimane
nell'azione e nel movimento, al di là del continuamente insorgente desiderio di immobilità e di pace.
110
Ma allora c'è veramente un luogo (l'azione) dove la contraddizione si scioglie, confutando tutte le precedenti illazioni? Non è
così, poiché infine si comprende: l'azione, presumibilmente e nominalmente distratta, non che essere uno dei due termini
confliggenti, è il luogo della incomponibilità del conflitto, dell'impossibilità di scelta. Singolare ambivalenza - in questo battesimo
che Giovanni Commare amministra ai suoi frammenti - del nome: scelta del nome del conflitto fra scelte impossibili.
A questa vite senza fine di contraddizioni deve lo scrittore la sua forma. che, quando così nasce, quando per questo nasce, ha
già conquistato una parte della sua necessità. Poiché, dando nome a questa condizione individuale senza presumere di sanarla, la
forma adombra, nelle lacerazioni del desiderio implacabile, un possibile diverso movimento del mondo.
La realtà a latere, quale è la forma di fronte al mondo, non è altra dal mondo, inaccessibile, ma vuole diventare il mondo.
È straziante questo appello. Noi vogliamo diventare! Che la nostra necessità non sia prigione.
Qui si compie un viaggio, apparentemente di andata e ritorno. Proviamo a seguirne le tappe e gli incidenti.
Isola è il luogo della «divina indifferenza»: la classicità pagana nella quale si quieta il sangue di una primordiale estate - ma
anche, bisogna aggiungere, per Commare, la nostalgia del mito e il mito della totalità. L'eros fanciullo del racconto d'ingresso
(verso il quale gravitano anche i motivi degli affetti familiari e dell'amicizia) diventa nelle poesie che lo seguono compostezza
formale, così forte da trattenere in musica solare anche gli inviti inderogabili e gli eventi terribili: «non volgergli le spalle, il tempo è
ora», «s'agita in grembo un tristo felino», «fumi di guerra», «so cosa porti di nero», «riponete lo zaino della pietà». Tutto pullula di
eventi, qualcosa di nero sempre incombe. Ma in ogni caso «Dioniso dolce sorride al mattino».
Giovanni
Commare
111
L'equilibrio si rompe, gradualmente. Le prime poesie della seconda parte (L'azione distratta) preannunciano la tempesta con un
crescere lento di risacca. Ma l'evento preparato, quando giunge, è sorprendente: un sorridere irto di schiume nella poesia a Chiara.
Lo stupore segna la svolta. Questa bella emozionante lirica fa grazia alla drammaticità del passaggio. Il nuovissimo inatteso
irrompere dell'umano nel divino ruba a questo la vita, come Prometeo agli dèi il fuoco, ma per farne altro uso. Suono, odore, colore
sono qui una cosa sola. E comincia il brulichio botanico. Le piante, i fiori, i frutti sono in questo libro gli angeli: crocus ciclamino
aglio peperoncino; e frumento, oleandri, girasoli, limoni; e querce, pino, lentischio, mimosa; e paglia; e lamponi, carrubo, diospero,
pomodoro; e ulivi, acacie, lecci, eucalipti, pioppo, salici; e gigli, cipolle (come quelli in dignità d'odore), narcisi, maggiorana,
nepitella; e more. E non si finirebbe mai, per Linneo! Che annunciano il ricordo della terra o il suo avvicinarsi, e accompagnano il
viaggiatore.
Ma, subito dopo, un ottone aspro squarcia l'aria, acme della distrazione (come io la intendo): «Lunghe sere d'inverno / se
l'economia di mercato / lascia te sola me confinato... / la fantasia copre la distanza / del vero e del giusto ... ». Qui il viaggiatore
sembra abbandonare le trombe d'oro della solarità e cominciare a prendere sopra di sé tutti i carichi degli accidenti, nel suo andare
«incontro alle vie del mondo».
E invece, improvvisamente, odori, suoni, colori si interpongono con rinnovata veemenza: gli acrostici e i giochi allitterativi e
rimali di Villaggio scagliano contro la sconfitta e il dolore una tumultuante irriducibile pulsazione di vita. Ciò che di straordinario
ha questa sezione è l'effetto psicologico contrastante con i suoi materiali: sonorità trionfante festosa di contro a ricorrente cupezza
di situazioni: «valle cupa aspra petrosa», «occhio che spaura» (con consapevoli echi ... ), «estati di uragano», «il suo cuore nero»,
«rancori di evasi», e, estremo, «se smuovi il sasso ne vedi le ossa»; finché: «Tutti prendono la parola / Tutto diventa possibile». Il
contrasto è parallelo a quello, riconosciuto nei versi di Isola, dove Dioniso sorride contro gl'inferi: ma, in Villaggio, singolarissima è
1'unità degli opposti, celebrata dal triplice grido finale «Agorà». Felicissima sequenza, questa sezione, intermezzata dalla prima, e
ardua, affermazione esplicita, predicata, didattica: «Tendo le reti ... / Non edificate monumenti / o torri / io le smonterei per farne
alloggi...»: soprassalto dell'azione che, distratta, vuole esercitare la sua forza, realizzare il suo desiderio. Ma, poco dopo, lo smacco:
« ... oggi sono una quercia senza radici». È necessario sottolineare sempre questa ciclicità, che impedisce continuamente di posare
sull'uno e sull'altro termine della lizza.
Automobile è tutta nel ferrigno dominio dell'azione. E tuttavia, di nuovo, se ne ritrae: attenti a «Di notte ancora quando ... », dove
il mezzo meccanico e il «dorso di mulo» confliggono e congiurano ad un tempo perché 1'uomo corra verso la montagna. Ritorna,
sempre, la dialettica azione/isola. Di quando in quando, emerge il tentativo di trasgredire l'eternità di questa dialettica intima: con
l'invito, con il suggerimento, con la condanna, qui pronunciata contro l'Europa «sopravvissuta al mio tempo»; mentre intanto è
affidato soprattutto al linguaggio il compito di balenare asprezze che denuncino le asprezze del conato trasgressivo: «scatena ratta
la mitraglia / di melograno sul sole disfatto»: efficace forma nella quale precipita tutto il potenziale delle contraddizioni di cui vive
questo libro - suono della storia (e dell'azione), da una parte; dall'altra, sentimento lacerato fra l'inerzia divina del sole e la prassi.
Il bilancio Dare / Avere prepara la congettura del ritorno (vedremo perché «congettura»). La «sconfitta» (non solo, e
indubbiamente, storica, ma soprattutto impossibilità di riposare su uno dei termini in conflitto, o meglio, di riunirli nella totalità)
passa attraverso una discesa al padre biologico (che non a caso il poeta prende sulle spalle, come Enea Anchise) e poi, quasi subito,
a un padre storico (non solo suo!), Romano Bilenchi: ambedue conferenti alla sconfitta, ciascuno a suo modo, santità e orgoglio. A
questo punto si potrebbe dire «consummatum est», se un atto d'amore proveniente dal regno del sole (che è quello, ricorrente, del
pagano dio della vita) non procedesse alla identificazione desiderata, in corporea salute, del padre storico con il passero che,
sull'albero del diospero, «...salta sulla polpa più gialla / e il becco inzuppa felice / di esserci» (è inderogabile notare quell'«inzuppa»,
per chiunque faccia ricerca di poesia).
Il passero continua il ciclo della vita, ed è intercessore del ritorno o, meglio, della congettura del ritorno. Un viaggio al Sud,
percorso lungo una conclusive prosa lirica di asciutta e densa scansione, è in realtà la ricerca di «un posto per lasciar passare la
notte»: è, questa, la clausola del libro, che riprende le parole di tre versetti prima, ugualmente significatrici di conclusione: «Mi
sento leggero e volo in un cielo che ha per pianeti pomodori. Di essi io mi nutro e digerisco il mio destino». Questo è, come dicevo
x
all'inizio, altra cosa dal restare nell'isola, altra cosa dal lasciarla. Non si va, non si rimane. Ci si accovaccia in una vita indistinta e
personale, orgogliosamente umile (in netto antagonismo con la pubblica e corrente prostituzione del «privato»), che sembra
prender luogo di tutto: in attesa che passi la notte, perché «vivere vale la pena». Ma è, quest'ultimo, uno sguardo di pietà, un
commovente conato d'amore rivolto a se stessi. L'ultimo movimento al quale la volontà, che ha chiamato sé medesima,
stoicamente, “azione distratta”, resta stoicamente appigliata.
Giovanni
Commare
Miglior partito che seguire il viandante non ho saputo trarre: era necessario, per esperire il tentativo di immaginare ciò che
avesse da dire lo scrittore, stante che lo scrittore sia uno che, come asseriva Bilenchi, ha qualcosa da dire.
Resterebbe da parlare più da presso del linguaggio, ma veda ognuno da sé questa «bella d'erbe famiglia e d'animali», nella quale
l'assenza di sperimentalismi metrici e retorici non impedisce l'invenzione. Giovanni Commare conquista una identità di linguaggio
non penalizzata da echi letterari, pur presenti (magnogreci, per esempio, attraverso mediazioni, come a me pare, quasimodiane).
Solo continuando il viaggio; senza andata né ritorno, verso il luogo di un'azione che non sia, per volontà sua o altrui violenza,
distratta, si potranno invenire sempre più stringenti ragioni di necessità per la forma dell'azione.
Gianfranco Ciabatti, Per chi non va né resta, nota di postfazione al volume
***
Giovanni Commare si presenta a noi con la sua storia che è viaggio nel tempo di una generazione: la generazione della rivolta i
cui fasti culminarono in quel lontano Maggio.
Dioniso dolce sorride al mattino
È il verso di adorazione dell’adolescenza che ancora conosce il sogno e l’innocenza, crede che gli dèi esistano e sorridono con
dolcezza e tutto gli appare armonioso e divino, e non sa, purtroppo non può sapere che è vero. Necessita uscire dall’adolescenza e
dunque conoscere, ma conoscere equivale a errare.
Trionfa la verità della ragione
È il verso della rivolta che conduce inesorabilmente alla sconfitta una generazione nobile che commise l’errore perdonabile per la
giovinezza dei suoi eroi di vedere reale ciò che è irreale.
Se tu sei lo sconfitto
c’è da essere contenti di non avere vinto
con questi vincitori
Così dice Giovanni Commare al vecchio Bilenchi e le amare sue parole sono ancora più valide per lui, per il giovane, su cui
ancora bruciano le fresche cicatrici e a cui rimane viva, questa volta consapevole, l’ultima illusione:
112
Colgo sull’asfalto
riflessi d’azzurro e d’utopia.
In un Viaggio a Cuma, la Sibilla restò necessariamente muta di fronte al poeta che scrisse:
Ora comunque non so
la sorte che avrò domani
Ora il poeta sa la sua sorte, perché il viaggio e il tempo gliel’hanno rivelata. Se la Sibilla avesse parlato, avrebbe udito le stesse
parole con cui lui stesso chiude la sua storia:
Dico che vivere vale la pena.
Antonio Basile, La Sibilla, in “Stazione di posta”, n.36-37, ottobre 1990
***
Giovanni
Commare
L'analisi delle strutture linguistiche e fonetiche di un testo è importante per definirne il messaggio, perché esso si costruisce non
solo al livello del senso ma anche al livello del significante che lo porta.
La prima impressione che ho avuto, a una prima lettura di L'azione distratta, è stata di un'opera che si collocava in uno spazio non
consueto rispetto alla poesia che siamo abituati a leggere negli ultimi vent'anni. Il dettato che sottostà a questa scrittura è positivo,
perché Commare, almeno nel primo gruppo di poesie, crede in un senso, in una verità da portare con le parole. C'è il ricordo di
un'infanzia perduta, da recuperare, che ha valori molto positivi.
La prima poesia comincia
Il tempo esplode in festa
e si conclude
Grande la fiera sulla spiaggia
una montagna lucente la pioggia che verrà.
C'è, anche a livello fonetico, un'esplosione. Ciò fa pensare a una struttura classicista del linguaggio. Per classico intendo uno
spazio semanticamente e linguisticamente chiuso, che permette al lettore una comprensione immediata. Classico è anche
raccontare una storia esemplare, sia essa positiva o negativa. Perciò l'organizzazione della materia verbale è correlata a un'idea
positiva della realtà. Roland Barthes parlava di polisemia moderata del testo classico e Bachtin di testo monologico, come qualcosa
di pericoloso perché dice una sola cosa.
Ma la poesia di Commare non è univoca, come può sembrare da questa prima poesia, anzi ha una voce completamente diversa.
Accanto a versi connotati anche foneticamente si trovano versi asignificativi, senza una referenza netta, dove scompaiono le cose, e
che ci fanno pensare che il messaggio non è univoco.
Leggete questo incipit
Ora comunque non so
o il verso finale
a chi resta.
113
Questa costruzione fa pensare al "concetto dell'orlo smussato". La funzione di questi versi, che sono comunque d'appoggio
(incipit, conclusioni), è di creare una sorta di vuoto, per cui dobbiamo pensare che il testo ci vuole dire qualcosa d'altro. Come se
da una parte ci fosse un linguaggio rassicurante, classico, positivo, mentre dall'altra il linguaggio fosse spaesante, areferenziale e
povero.
Una poesia si conclude con questa strofe
Sfascia la catena dei pianeti
il melograno e il gelo sull'asfalto
delle galassie è nuovo cielo luce
e pane e paglia e carne rossa
nutricazione dell'onda universale
nel buco nero di spazio e tempo
l'innesco il vuoto e il principio.
Giovanni
Commare
"L'innesco il vuoto e il principio" è una frase programmatica dentro cui potrebbe stare tutta la poesia di Commare, che è di
innesco, di vuoto e di principio. Se fosse stata solo una poesia di principio, e quindi rassicurante, sarebbe stato un testo - come
diceva Bachtin - monologico. Ma accanto al principio c'è la necessità di scegliere il vuoto, che è contemporaneo e legato al bisogno
di vivere. C'è l'essere calati nella storia, ma c'è anche un residuo d'inattività e di perplessità di fronte alle cose. E questo è
sottolineato dalla catena del linguaggio.
Molto significativa, da questo punto di vista, la sezione DARE/AVERE, che richiama il titolo dell'ultima raccolta di
Quasimodo Dare e avere. Con l'elisione della "e" Commare fa del Dare/Avere un gesto unico. Dare vuol dire nello stesso tempo avere,
dare del nuovo e avere dal passato. Ciò unisce, anche linguisticamente, tutta la poesia di Commare.
La figura del padre è una figura chiave in questo senso, perché essa, che dovrebbe essere il mito per eccellenza e quindi essere
cantata nella lingua classica, in Incontro con il padre è cantata con il linguaggio più scarno possibile.
Non ci sono rime, mentre tanti sono i versi asignificativi. Sono versi foneticamente poveri; mancano i collegamenti che legano il
verso:
Non t'aspettavo, padre, così tardi
e
Ma ora è ancora il tempo dei padri
e
ma il fiato non mi basta nella corsa
e il verso finale, bellissimo
Allunga, allunga il passo nel mattino.
Questa poesia ci fa capire bene l'uso del doppio registro, per cui da una parte c'è il recupero classicista, dall'altra un linguaggio
completamente nuovo.
L'identificazione del padre con il mito ci chiarisce cosa sia il mito per Commare: non una metafora
nessuno faccia del mito una metafora
che in parole vane affoga l'ora
dell'essere.
114
Il mito è qualcosa che abbiamo come una dotazione, un'attrezzatura. Il mito rassicura il nostro esistere, ma deve congiungerci al
nuovo. Questo è il messaggio, questo a livello linguistico riesce perfettamente in L'azione distratta.
L'ultima poesia, Ai lati delle vie fanno ressa, contiene una vera dichiarazione di poetica. In essa al linguaggio classico corrisponde
un contenuto contemporaneo, dilacerato, di dolore
Lasciatemi gli scarti. Tra i rovi
del confine le prime more,
le crepe d'abisso del mio cammino.
Nuovo è il giunco marino sulle dune
dove mi fermo e insemino la terra.
Giovanni
Commare
Nuovo è il giunco sulle dune, ma il gesto d'inseminare la terra è antico, un gesto che si è appreso solo dal linguaggio del padre,
però serve al presente e serve per creare qualcosa di nuovo.
Anche la figura di Romano Bilenchi, il padre putativo, si inserisce perfettamente in quest'idea di vecchio e di nuovo. Bilenchi è un
personaggio che ha senso per Commare proprio per il coraggio nella sconfitta, perché, nonostante sia sconfitto, è comunque dalla
parte della storia. Bilenchi nel 1956 ebbe il coraggio di scrivere: "E se dall'est venissero prove che le cose sono in parte sbagliate,
tutte sbagliate, noi affermeremmo tranquillamente che quell'esempio, quell'esperienze di socialismo non vanno bene, faremmo di
tutto per correggerne gli errori. E se questo fosse ancora infruttuoso, cercheremmo altre vie per creare il socialismo in casa nostra,
non desisteremmo dal crederlo". Credo che in questo ci sia qualcosa di ciò che Commare ci vuole dire: forse abbiamo sbagliato, ma
dobbiamo sempre provare, perché il vecchio si può congiungere col nuovo in qualsiasi momento del nostro cammino.
Alba Donati, L’innesco, il vuoto e il principio - Presentazione pubblica, Firenze - Villa Fabbricotti, 15.12.1990
***
Giovanni Commare è poeta già noto, nonostante una presenza appartata e discreta, ma rinunciare ai clamori paga, come si sa, sul
piano qualitativo. Ne conoscevamo il valore dai testi comparsi in riviste, tra cui “Salvo imprevisti” e “Linea d'ombra”; la sua prima
raccolta,L'azione distratta (Franco Cesati editore, Firenze 1990), è più che una conferma, è anzi una sorpresa, una bellissima prova di
tensione lirica e narrazione, di emozione e memoria.
Commare apre la sua raccolta con una sezione in prosa, L'estate, che costituisce un ritorno ai luoghi d’infanzia sublimati in
un'aura mitica, reali e tuttavia sospesi in una sorta di primordiale e assoluto non tempo. Del resto L’azione distratta, che Gianfranco
Ciabatti definisce nella prefazione «il luogo della incomponibilità del conflitto, dell'impossibilità di scelta», è proprio il clivaggio tra
eternità e tempo, mito e storia, essenza ed esistenza, l'impossibile che la poesia riesce comunque a nominare e a rendere in qualche
modo vivibile.
Isola, che intitola un'altra sezione del libro, è di nuovo una cifra di sospensione, di luogo e non-luogo, di approdo e di esilio,
metafora della scena poetica in cui il desiderio dà vita all'incontro con il perduto e con il lontano, come nei versi di Incontro con il
padre.
Dicevamo del mito, ma occorre sottolineare che Commare è poeta consapevole dei nostri limiti, di una fragilità che ha ormai
trasformato l'eroico «scafo» di Hôlderlin in un silenzioso naufragio: «Sull’onda siamo che piega la nave / leggeri fragili forse più
soli».
Il tempo esplode in festa nella conca
d'aurora che si apre nel mare
una bianca spelonca la classicità
dove bevo e taglio il mio pane.
115
Grande la fiera sulla spiaggia
una montagna lucente la pioggia che verrà.
Roberto Carifi, in “Poesia”, anno V, n.47, gennaio 1992
Da La distrazione
Giovanni
Commare
Da ECLOGHE DEL CORSALE
IL CORSALE: GIORNO D’AFRICA
1
116
La bella precarietà che fa la terra leggera
nel cielo sorprende la sera come un velo
che scende sul lavoro degli uomini, ed è quiete
per lo straniero che giunge alla collina;
nella pianura la città inerte si congiunge
alla radura di sterpi che fu fabbrica,
dove i gatti vanno a caccia di piccioni e serpi
sotto la scritta che stinge sul muro di cinta,
VIVA LA CLASSE OPERAIA; di dolmen e rovine
il passato è un miraggio, per chi siede nell'aia
a viaggio compiuto, senza scorie e rimpianti,
come il pane e formaggio che mangia con gusto,
contento di sé e dell'ora acerba d'incanti;
nell'assenza degli dei e degli eroi, il tempo
si compie, come vuoto ch'avanza, e la mente
s'adagia nella dissipazione della parola,
sola compagna del corpo presente.
2
Giovanni
Commare
117
Dell'universo inermi ai soli indifferenti,
con la verità del corpo e la parola
che s'aggiunge al circolo perverso del dire
e del fare, e fa che noi non siamo di noi,
non siamo solo io; e viene un tempo,
che il corpo si tende verso l'altro
e la mente annusa l'odore di un tu,
altro e uguale, in cui, diversi se stessi,
perdersi e ritrovarsi; oscuro essere al di qua
dell'ombra, al di là il confine dell'indistinto,
e, di là dell'accadere e della forza, la madre
dell'ombra nel cupo cerchio della totalità.
Non siamo di noi oltre la linea dell'occidente
padre dell'io e del sé coscienza e ragione
spaesati in quest'altrove oltre il confine
della specie e di se stessi immemori.
8
Non c'è male, non c'è destino nell'indistinto
confine del mogano che lo sciamano ha inciso,
e in cui ristanno, indifferenti in viso,
la grande madre e il maschio, lucidi per l'uso,
ai riti lustrali, ai baci delle streghe
che lisciano venature, tastano le pieghe
nell'immobilità tiepida del legno, un segno
colgono del tempo che si annuncia, una rinuncia
alla foia dei maschi che l'irrorano di seme,
alla gioia della carne che fu fibra del bosco
e, adesso, geme per l'insana passione;
trasumanare nel regno del corsale,
dove tutto è sacro, tutto profano, anche
l'umano modello d'armonia, cui la specie
è restia, nella feroce astrazione che
della vita è il sale.
Da IL SEGNO DELL’ANGELO - I / genesi
Giovanni
Commare
118
NON È IL MARE
Non è il mare, ma un piccolo torrente,
quello che vedo dalla mia finestra,
ma, pure da quassù, la sua voce si sente,
ora che gonfio s’agita in tempesta;
piove, e la famiglia a cena si raduna,
finalmente, dopo una giornata dura,
e le vicende si racconta, una ad una,
con la gioia che il racconto procura;
Arianna si raccoglie sulla sedia
e dice che a scuola, nel giardino,
quando il tempo s’annulla nell’inedia,
un pensiero la coglie, di divino,
pensa se stessa, e il corpo suo sente
un fremito che schiude la domanda
su ogni cosa viva, sull’esistente,
se tutto ciò che appare in questa landa
d’universo deve proprio esserci,
oppure se la terra, e l’io che pensa,
potrebbe solo essere un’assenza,
e allora chi sarebbe l’io che pensa?
gli occhi chiude, Arianna, dicendo,
ora lo penso e dentro me lo sento,
ma il miracolo non viene, a comando,
e Silvia la soccorre, in sentimento,
perché il mondo e me, io mi domando,
ha fatto dio, se soli poi li lascia
morire, mentre lui, per sé, malvagio,
eterno, esiste senza alcuna ambascia?
ascolto, e mi riconosco a mio bell’agio
nelle figlie che s’aprono alla vita,
tremenda, come la tempesta che le invita.
Giovanni
Commare
119
NELLA MAESTÀ DELLA MADRE
Nella maestà della madre sedendo
il tuo passo sostengo sulle anche scarnite
da deportata di Auschwitz
ma nella gloria gloriante
fra quei letti d’ospedale che odorano
di urina, latte e borotalco
dei buoni umori di giovani donne
non sempre belle ma pulite curate
un po’ spudorate per gioia e dolore
faccio cuscino alla guancia
del ventre donde tu vivi nascendo
nell’afrore di pioggia primaverile;
in qualche modo mi nutro di te
che tanta vita possiedi
perché pura vita sei animale e amore;
e penso la mia vita eventuale
diversa da come è stata
come quella di un bruco fra le fresie
gialle dell’aprile dove si placa
la voglia di partire.
Da IL SEGNO DELL’ANGELO - II / voci
Giovanni
Commare
QUI DOVE SONO
Qui dove sono il corpo
cala l’inerzia,
e la mente scala un pensiero
che svela l’evidenza;
il bello di questa storia
è che si sa,
come va a finire;
dentro e fuori il sole
ognuno danza al suo tempo,
in un frinire di cicale.
LA PORTA
120
Chiude la porta a chiave,
e chiavistello,
per evitare l’incontro, con l’alieno,
che è l’altro,
una parte dell’essere,
quella che manca all’intero,
fosse pure dio.
Da IL SEGNO DEL CORPO
Giovanni
Commare
121
L’ULTIMA CENA DI GIUDA
Attendo, fratelli, il gesto la parola
che spezzi l’oscuro sogno, io sono
del mondo; la divina indifferenza
mangia con me pane immateriale
nell’al di qua ponendomi tra voi
che guardate le morte architetture;
ma voi non potete ove son io venire
per quanto grande sia il desiderio
di portare alla mensa olio e sale,
di là dal muro, la morte la storia
il conviviale esserci non turba,
fratelli,
stranieri,
nel qui e ora degli angeli rugosi
che le finestre serrano sul futuro;
qui la luce oscura la ragione
e la passione diaspro serpentina
si fa sasso e colore; non si turbi
il vostro cuore al patire
della carne; inebria la muffa
la mia anima e si fa vero all’orecchio,
s’apprende la mia voglia di vero
all’evidenza irreparabile dell’esserci;
prima dell’evento, prima della parola,
non cedete al sonno dell’ordine formale,
smemorati senza attesa,
senza speranza di cieli gloriosi
o di giusta paga, senza domani,
fratelli,
assassini,
lasciatevi tentare.
Da IMMAGINI (per un processo d’identificazione)
Giovanni
Commare
5. (dell’io)
3. (del tu)
E con tuo padre (quasi dimenticavi),
nella terra dei corsari e dei sudori
a tracciare sulle zolle rinnovate
(era gennaio, sempre di domenica)
le linee dei nuovi filari
e il sesto dell'ulivo e quello della vite
a ordinare uno spazio certo nel futuro;
le nubi forte correnti sulle schiene
tuo padre e tu nell'arido grigio
quando con le gru volano i pensieri
e il vento si fa leggero
leggero il tempo.
122
Non è l’angelo azzurro tra le rocce
del romito che sospende la spada
sul collo di Abele
mentre difendi la porta dei pini
nella più gloriosa partita
stremato sulla terra rossa
ma la festa è memorabile
per la gioia dei compagni fedeli intorno
a esaltare la maglia rossogrigia
a esultare e cantare fin sotto
lo spicchio della luna nascente
nell’ebbrezza del calicanto
che ci accompagna alla primavera;
ed ecco la notte profumata e lieta
dell’affetto fedele che nasce dalla lotta
quando non ferito dal rancore
danzavi intorno ai fuochi delle sarde
in attesa del nuovo mattino
seguendo le tracce della vita eventuale
dove lei non t’aspettava.
Giovanni
Commare
12. (dell’io)
7. (del tu)
Dicono Anchise ma era tuo padre,
che moriva nella verde automobile
lenta sotto il sole immobile
gli occhi alla terribile luce del giugno
che guardavano e più non vedevano
che la mano da te allontanava;
dicono Enea e tu eri il figlio
disamato dagli uomini e lo tenevi
in braccio ed eri tu padre
che stringeva nella morte il non più figlio.
123
Nella memoria no, ancora non fuggire,
grassona come sei lontano non andresti
meglio ti fermi e il ricordo mi presti
cosi dirò il mio ciao al te che eri;
bada che gli occhi ci puoi guadagnare
il corpo della tua gioventù all'imbrunire
quando dalla finestra ti vedevo passare
e ti correvo dietro in bicicletta
senza dirti aspetta;
non ti voltavi tu
che le gambe solo ti lasciavi guardare
lievi come quelle delle gru
sotto il vestito grigio di sartina;
poi gli occhi neri mi offristi sul portone
la bocca che diceva qualche nota
di una musica che ricorda il mare
ora ch'è notte e te ne vuoi andare;
aspetta, ti prego, che di nuovo ci raggiunga
l'alba.
Giovanni
Commare
14. (del tu)
La sorella che ti precedette morendo,
prima che tu nascessi, e già il conto
non torna quando la cerchi nel ricordo
della madre che la disse bella, e tu
ne senti la mancanza, ma pure un debito
di riconoscenza, perché ti apri il varco
verso l'assenza, e tu ci devi credere
ch'è vero ciò che si può narrare,
perché ciò ch'è narrato è vero.
124
L'ALTRO E OLTRE
Giovanni
Commare
" visto in fotografia non è poi cosi brutto,
ha una sua armonia (che contraddice il tutto)
segue distinto un ordine suo per anarchia
contro dell'insieme l'ordine cui appartiene;
chi sa che partenogenesi, soddisfacente istinti
cromosomici balbettii d'indistinti iddii
che reclamano un posto, la loro posizione
nella storia dell'evoluzione della specie sapiens,
salto di qualità verso un'oscura umanità;
né di qua né di là io, assediato da due ordini
ai richiami del senso sordi, l'uno e l'altro
corpo non pensato, innamorato non eletto
ma dato nell'assenza di senso del conflitto
che per convenzione è detto vita e morte;
chi è io chi è altro tiriamolo a sorte,
sai che in fondo io è un gran conservatore
si riconosce in ciò che esiste, nella continuità,
altro è l'impostore, la cosa nuova che cova
ciò che nega l'impotente pretesa di unità;
125
ma non è niente, è uno che gioca a rimpiattino
con quella bieca voglia di dissoluzione,
un capriccioso che di rado ride ... un sapientino
che chiama in lizza te, vecchio ragazzo,
in questa generale genetica precarietà;
e tu non declinare le generalità,
chiedi al corpo tuo ordinario un bel respiro
di parole azzurrine d'orizzonte marino,
chiedi a io di tenersi lucida la mente
mentre cala il sonno del ghiro sulla brulla
frontiera del citoplasma, e la risacca si placa;
lo sguardo assassino, vedi, è piuttosto un bambino
forse frutto d'amore di platano o brughiera,
ancòra una preghiera, a te di essere chiedi
di te stesso abitatore insino al confine
del limpido nulla, e sempre curioso del mattino. "
Su La distrazione
Giovanni
Commare
Queste poesie si pongono a quell’incrocio, in quell’intersezione, tra arte e pensiero: luogo fertile e carico di frutti. Sono i luoghi
della grande narrativa e della grande poesia. Ha ragione Franco Rella quando ci ripete che la Recherche proustiana è anche la
maggiore opera di pensiero del secolo.
Mi è parso di capire che questa poesia si nutre, per un verso, dei grandi classici, in particolare delle donne dei grandi poemi: ho
visto Penelope, ho visto Didone, ho visto Creusa… L’altro verso? Ho sentito la presenza di Montale, che fu il poeta formativo della
mia giovinezza. L’ho sentita subito in quel verso nella rete azzurra della quotidianità e nell’uso del verbo “godere”: gode il prato
solatio… e gode d’un vago piacere… Fino all’esplosione: godi all’ombra del carrubo che richiama come un calco, come un omaggio, il
montaliano: godi se il vento ch’entra nel pomario…
Ottavio Cecchi, da Arte e pensiero. La distrazione di Giovanni Commare - Intervento nell’opera aperta
***
…un libro di notevole valore, di un autore che da tempo, con discrezione, occupa un posto importante nella poesia italiana. Si
intitola La distrazione, autoproduzione editoriale, che Commare definisce un’opera aperta, nel senso che “anche il lettore può
intervenire nel discorso, con tagli e con giunte di testo, in versi e in prosa, o d’immagini, in qualsivoglia materiale”.
L’operazione è interessante, favorisce un dialogo a più voci, un incontro tra esperienze diverse. Io stesso vorrei considerare
questo intervento un modo di “partecipare al convivio”. Nella copia che ho letto vi sono interventi di Ottavio Cecchi e Giuseppe
Panella, una nota del poeta Mauro Raddi e altre presenze che costituiscono parte integrante di un’opera che quindi risulta, per
certi aspetti, realmente corale.
[…] Pare anche a me, come a Cecchi, che vi siano echi montaliani, oltre a un retroterra colto che non appesantisce mai la libertà
del verso. Commare è poeta capace di accendere all’improvviso la quotidianità del discorso, di trascorrere da un linguaggio piano
e volutamente basso a lampi di alta tonalità (Sulla spiaggia ch’è una vampa di sole / lungo la linea di gelo del mare). La distrazione è una
raccolta poetica decisamente riuscita, dove, tra l’altro, ritrovo quella fatica di vivere mai rinunciataria, anzi fortemente agonica, che
da sempre caratterizza la poesia di Giovanni Commare. […]
Roberto Carifi, da Un’opera aperta. La distrazione di Giovanni Commare, in “Poesia”, anno XII, n.130, luglio-agosto 1999
126
***
Conoscevo già L’azione distratta, che avevo esaminato con molto interesse. Ora, di fronte al nuovo testo, La distrazione, mi si è
ripresentata nel cuore, nell’anima e nella mente tutta una serie di riflessioni che mi sento in dovere di esternare. L’azione
distratta e La distrazione sono testi che corrispondono alla personalità e alla natura di Giovanni Commare, che io conosco da 30 anni
(…). L’ho conosciuto come studioso serio di letteratura, come giovane impegnato nella battaglia politica di quegli anni, che non
erano certo facili né per “loro“ giovani né per “noi” che insegnavamo. Sono stati anni che ci hanno comunque cementato, come
generazioni diverse; alcuni insegnanti e alcuni allievi che si sono avviati per una strada giusta (…): quella del misurarsi con ciò che
stava loro davanti. Commare era uno di questi. La tesi che egli discusse con me, Vittorini e Il Politecnico, ci riportava sì agli anni
dell’immediato dopoguerra ma affrontava anche il problema della funzione dell’intellettuale, il rapporto tra l’intellettuale e la
xxxxx
Giovanni
Commare
127
realtà che lo circonda; una visione della realtà e della cultura di quegli anni che credo Commare abbia condiviso.
Proviamo a entrare nella dimensione, nel meccanismo di quest’ultimo libro. L’azione distratta mi aveva colpito per quella
costruzione architettonica - lo dice molto bene Gianfranco Ciabatti nella Postfazione - che chiude tra due parti prosastiche la
dimensione poetica. Quel primo lavoro mi aveva affascinato per il ritmo mitico, ma questo secondo mi ha messo più alla frusta, per
così dire; mi ha costretto a misurarmi di più con quello che l'autore dice e soprattutto con il linguaggio poetico che egli ha
scoperto.
Un punto mi riporta all’inizio degli anni ’70, quando Commare discusse la sua tesi: la volontà di perseguire l’utopia, di far sì che
la propria funzione di uomo e di poeta si realizzasse in una dimensione utopica, che esiste e deve esistere aldilà dello scontro, della
violenza, dell’odio, aldilà degli atti tristi o infami o disperati che la nostra vita, nonostante la distrazione, ci pone di fronte.
Sono … a testimoniare a Giovanni Commare la mia ammirazione non solo per il fatto che è maestro, insegnante e poeta, ma
soprattutto per quello che la sua voce poetica ha saputo esprimere. In questi ultimi anni, raramente ho incontrato un’esperienza
come quella che Commare ci ha presentato, che mi ha messo così alla prova, che mi ha obbligato a rimisurarmi con tante di quelle
che erano le mie aspirazioni, la mia volontà di sopravvivenza e di lotta, nonostante tutto ciò che mi accadeva intorno. La sua
poesia, in particolar modo quella de La distrazione, obbliga a fare i conti con se stessi. La distrazione è la forza che la poesia esercita
sul vivere, sull’azione; però è anche qualche cos’altro. Questo termine, considerato nell’ottica della poesia di Commare - come
aveva già visto Ciabatti nella precedente opera - può essere visto in due sensi. Come liberazione, da un lato, ma anche, dall’altro,
come abbandono di fronte alla violenza: liberazione e abbandono allo stesso tempo.
C’è un filo rosso che lega L’azione distratta a La distrazione, ma in quest’ultima opera Commare tocca un registro espressivo che,
in poesia, oggi, è abbastanza raro incontrare. Non è il ripiegamento sull’io, non è nemmeno la volontà di colloquio tra io e tu: è
qualcosa di più profondo e di più nascosto e che viene emergendo. Lo diceva Ciabatti per L’azione distratta, ma ora andrebbe
riaffermato con più forza: non c’è bisogno di inventare un linguaggio che esprima qualcosa di particolare, di personale, che
avvolga nella stessa spirale mito e violenza, amore e odio, passione e abbandono; non c’è bisogno di sperimentalismo…. Nel primo
libro c’era una certa oscillazione tra mito e ribellione, ne La distrazione, invece, tutto si amalgama in qualcosa che parla con una
lingua propria, una lingua che non ha punti di confronto. Ciabatti, ancora, parlava, per L’azione distratta, di suggestioni
quasimodiane, e ciò può essere vero. Suggestioni che in quest’ultimo libro, però, non ci sono più. E se ci sono, sono state digerite,
sottomesse a una volontà di conquista interiore, personale, alla volontà di realizzare la propria funzione nella società, nel tempo,
con il respiro che la poesia concede, tanto da diventare voce autentica del poeta.
Già ne L’azione distratta si trovavano poesie di straordinaria forza come Gli ottant’anni di Bilenchi: un omaggio straordinario reso
a ciò che Bilenchi ha significato per l’autore (ma anche per me e per altre generazioni), o, anche, l’invettiva all’Europa. In
quest’ultima raccolta il discorso si allarga e la voce di Commare si dilata in uno spazio, in una dimensione più ampia: si
universalizza. C’è, per fare un esempio, la conclusione della poesia che si intitola Non è il mare in cui il discorso va aldilà di ogni di
definizione di parte; una qualche “alchimia” fa in modo che l’utopia diventi significato di vita, che l’utopia s’inveri:
…perché il mondo e me, io mi domando,
ha fatto dio, se soli poi li lascia
morire, mentre lui, per sé, malvagio,
eterno, esiste senza alcuna ambascia?
ascolto, e mi riconosco a mio bell’agio
nelle figlie che s’aprono alla vita,
tremenda, come la tempesta che le invita, […]
Giorgio Luti, da La volontà di perseguire l’utopia. La poesia di Giovanni Commare da L’azione distratta a La distrazione - Presentazione
pubblica, Pistoia, settembre 1999
***
Giovanni
Commare
128
Voglio evitare di cadere nel pregiudizio di certa critica biografica, perché il giudizio di valore spinge in un’altra direzione.
Giovanni Commare va inquadrato almeno da un punto di vista istituzionale. È autore a tutt’oggi di due testi poetici. Li definisco in
questa forma un po’ vaga per le loro specifiche caratteristiche. Essi si configurano come raccolte poetiche, ma sono in realtà due
flussi poematici, nel senso che sia la prima opera, L’azione distratta del 1990, che La distrazione del 1998, non sono puri e semplici
testi poetici, poesie d’occasione, frammenti riorganizzati poi in una raccolta. Si tratta di due testi fortemente strutturati con
scansioni precise e legate a una pratica - direbbe Genet - del paratesto, cioè hanno dei titoli, degli eserghi, un corpo di rimandi
interni che fanno pensare ad un’operazione strutturata e volutamente articolata come un blocco unico. Il fatto che i due testi
abbiano titoli molto simili farebbe pensare a una filiazione diretta, che pure c’è ma non è così stretta, così stringente come i titoli
farebbero pensare. In realtà tra L’azione distratta e La distrazione c’è un salto, c’è una crescita, c’è un campo di differenza nel quale la
poesia si disegna uno spazio diverso, non solo per motivi formali, che pure sono influenti. L’azione distratta era un testo che partiva
in prosa, ovviamente lirica, autobiografica, memoriale, e aveva un andamento deliberatamente prosastico e non solo in senso
tipografico. Il testo poi si trasformava, scivolando verso la poesia, come se questa fosse il suo prolungamento naturale. Alla fine
ritornava prosa, scrittura senza a capo. La distrazione, invece, non solo è un testo interamente poetico, ma esibisce con forza questa
sua natura. È volutamente una raccolta di liriche, il cui meccanismo di rimandi interni individua temi forti e denotati sulla falsariga
di quello che si suole definire, in termini critici, l’“io lirico”. Se nell’Azione distratta c’era il passaggio da un io esistenziale, che
parlava in prosa e raccontava le proprie vicende d’infanzia e di giovinezza, a un io lirico, nella Distrazione lo spazio è tutto aperto al
discorso dell’io lirico. In questo spazio vengono fatti precipitare i temi che nella prima raccolta erano demandati anche alla prosa;
la poesia, insomma, riconquista lo spazio che prima era stato demandato alla prosa, forse perché sentiva il bisogno di appoggiarsi a
una narrazione, a un percorso diegetico. Di un racconto non si sente più il bisogno.
Ne La distrazione l’oggetto specifico del discorso è la ricerca dell’identità. Nella prima opera l’azione è distratta ma è azione,
spesso nella forma dell’elegia come nell’ottimo Gli ottant’anni di Bilenchi. La Distrazione, in cui l’azione è inglobata nel termine che la
designa, non ha più bisogno dell’azione, non ha più bisogno di raccontare. Il passaggio in termini denotativi è dal racconto alla
descrizione. L'azione distratta è il racconto di una storia di formazione, di un soggetto che alla fine approda all’erranza: mettere una
zattera in mare, viaggiare come un novello Ulisse, che è poi il modello di tutti gli isolani i quali per conoscere il mondo non
possono che partire, varcare il mare (all’isola si intitolano due sezioni del libro). Andando via dall’isola l’approdo è la poesia. La
poesia è il continente, la terra nella quale si vivono delle avventure, che sono essenzialmente di carattere formale o comunque sono
leggibili come processi di appaesamento, di addomesticamento di una materia che potrebbe risultare ostica. Infatti, il ritmo
impresso ai testi della prima raccolta è tutto riflesso a livello di significante. La ricerca appare, quindi, concentrata più sulle
possibilità espressive della parola, del significante, del modo in cui la parola viene detta, che al livello di significato, cioè di quello
che si vuole comunicare. La distrazione, che nella descrizione dell’azione individua un percorso più astratto, più concettuale,
abbandona l’insistenza sul significante per condurre l’indagine al livello di significato. Nell’Azione distratta tutta una serie di
processi, di passaggi, acquista tono di canzone popolare, di ballata, c’è una pressione ritmica molto intensa soprattutto nei punti in
cui la parola non è solo espressiva ma vuole farsi mitopoietica. Un ritmo da rullio di tamburi, una cadenza da tam tam:
Porta dell’est
Porta al sole
Porta del colore
Porta il dolore
Porta dell’amore
Porta acqua e frumento
Porta del sole
Porta dell’est.
Giovanni
Commare
129
Una scansione ritmica molto forte in cui il livello del significato è in secondo piano rispetto a quello del significante che assorbe
tutto il campo espressivo. Il significato trova il suo spazio nella dimensione prosastica del testo che chiude l’opera, L’isola ancòra:
Sud, in cui l’erranza, il road movie vincono la supremazia del significante. E con questo rientro nella prosa il cerchio dell’opera si
chiude. Come se la poesia fosse una distrazione dal corpo principale rappresentato dal racconto delle vicende, delle necessità,
dell’io esperienziale.
L’aspirazione alla miticità, a una mitizzazione, è indicativa del percorso sia del primo libro che del secondo. La distrazione è un
testo in cui abbiamo il trionfo del significato: vuole essere pensiero che si articola in versi, in modo da essere più espressivo, più
esemplificativo, più essenziale. Vale il principio enunciato senza scrupoli fin dall’esergo leopardiano: Tutto quello che noi facciamo lo
facciamo in forza di una distrazione (dal nulla verissimo e certissimo delle cose) e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla
ragione. Dalla condizione d’infelicità, secondo Leopardi, ci si può distrarre, si può fuoruscire - non liberarsi - per mezzo della
poesia. La poesia è un procedimento mediante il quale il corpo, con tutte le sue affezioni, con tutte le sue inesauribili aspirazioni, si
contrappone direttamente alla ragione. Con capacità illusoria riusciamo a produrre una forma di mente che non è ragione come
esercizio rigoroso e diretto della razionalità, una forma di ragione che sta quindi in profondità nel corpo, nella volontà, nel
desiderio. Non è irrazionalità, così come non è ragione come principio ordinatore, ma è sintesi tra ragione, desiderio e passione.
Questa enfasi sulla passione, sul desiderio, sul corpo contraddistingue la seconda stagione della poesia di Giovanni Commare,
nell’ottica di un ragionare per versi, che non vuole essere raziocinativo e si abbandona al flusso di coscienza, al ricordo, ma anche
all’invettiva. La vittoria dell’Occidente porta come esergo una frase di F. Braudel: Le civiltà non sono mortali. Distrutte o danneggiate,
rispuntano come la gramigna. L’Occidente, pur con le sue contraddizioni, nella sua “gabbia d’acciaio”, non si può sconfiggere e
rispunta comunque come la gramigna; è qualcosa che lo slancio di una generazione, alla quale lo stesso autore appartiene, non è
stato in grado di sconfiggere e neppure di scalfire. Così in Maledetti i poeti l’invettiva è contro una pratica poetica che sia lamento,
voluptas dolendi, abbandono al rimpianto o al pianto sulla propria vigliaccheria o sulla propria incapacità; è insomma il rifiuto a
essere poeta nei termini tradizionali per cui l’io lirico non è tanto un progetto fondativo di una soggettività più forte, arricchita
dalla capacità di assimilare passioni, sentimenti e desideri, che mi sembra essere il progetto teorico che sta dietro questa poesia,
quanto lamento e compassione di sé.
Il testo si divide, volendo schematizzare, in una pars destruens e in una pars construens. La prima è quella appunto contro una
concezione tradizionale della poesia, ma anche quella dell’invettiva contro la situazione del tempo presente, contro la chiusura del
cerchio per cui l’Occidente ha trionfato sulle aspirazioni al cambiamento. La poesia Gli ottant’anni di Bilenchi alludeva proprio a
questo, al silenzio dei vincitori e alla presa di parola da parte dei vinti contro i vincitori ai quali non si vuole appartenere. Anche la
scelta di essere Dalla parte di Ettore, di uno che ha legato la propria vita al mito, il simbolo della virtù guerriera e del coraggio, che
però è stato sconfitto, indica una scelta di campo ben precisa, che, seppure può essere considerata ideologica, va ad irrorare la
scrittura di Commare e ne fa una sorta di controcanto che permette di preparare una linea forte di resistenza. La pars construens è
rappresentata dalla sezione Immagini (per un processo d’identificazione), che è un dialogo tra io e tu e va nella direzione opposta a
quella dell’io lirico tradizionale, vittima semmai in questo secolo di un processo di disintegrazione, di disidentificazione. Qui c’è
invece un tentativo di costruzione dell’identità che nasce attraverso il dialogo con un tu, che può essere letto in chiave
intersoggettiva, ma io tenderei ad interpretarlo come un dialogo tra "il piccolo me e il grande me", per dirla con Pirandello, cioè tra
due parti diverse che vogliono fondersi o comunque trarre linfa uno dall’altro. Volutamente immagini, quindi non
rappresentazioni poetiche, ma flash, luccicare improvviso di frammenti che vanno a comporre uno specchio, un mosaico, ognuno
rappresentando una sfaccettatura diversa del soggetto. C’è dunque l’aspirazione a ricomporre gli elementi del puzzle in una figura
unica o in una forma definita. In questo processo l’io ritrovandosi si rafforza. Questo è possibile perché la poesia è distrazione.
Sembrerebbe un paradosso. In realtà la distrazione dà parola a quelle pulsioni forti della poesia che permettono di ricostruire un io
superiore o comunque diverso e più forte di quello proposto dalla logica della razionalità. Il quadro si ricompone infatti, dopo le
ultime epifanie dell’io, a conclusione del testo nel ricongiungimento con l’altro. Ricongiungimento già annunciato nella poesia La
xx
porta ed esplicitato in L’altro e oltre, il testo conclusivo. L’accettazione di
Giovanni
Commare
[…]
chi è io chi è altro
tiriamolo a sorte,
sai che in fondo io
è un gran conservatore
si riconosce in ciò che esiste,
nella continuità,
altro è l’impostore,
la cosa nuova che cova
ciò che nega l’impotente
pretesa di unità;
ma non è niente, è uno
che gioca a rimpiattino
con quella bieca voglia
di dissoluzione,
un capriccioso che di rado
ride … un sapientino
che chiama in lizza
te, vecchio ragazzo,
in questa grande generale
genetica precarietà;
[…]
questo riconoscere i diritti dell’altro, questa volontà d’accettarlo rende possibile interagire con esso in modo da ricostituire
un’unità, seppure precaria, in cui io è altro, in cui io e altro giocano a rimpiattino rincorrendosi. Si pone insomma una congettura
d’armonia in cui i diversi aspetti, le pulsioni, l’amore, il sesso, si ricongiungono e si risolvono in una sorta di progetto sinfonico.
La distrazione è tutta costruita al presente, vive nella dimensione del presente; in certa misura azzera la prospettiva: non c’è più il
rimpianto, non c’è più la nostalgia della stagione isolana, della solitudine, di un io che non si è abbracciato a un tu. Direi quindi che
apre una nuova prospettiva, uno slancio successivo che sia mitopoietico e nello stesso tempo permetta di misurarsi con i problemi
e le situazioni del presente; una sorta di metodo mitico, per dirla con Eliot, che mi sembra essere uno dei punti di riferimento di
Commare già in L’azione distratta, che consenta di costruire la miticità all’interno del percorso poetico non più come richiamo al
passato, al legato classico, alla tradizione omerica, ma come mitologia del presente. Una mitologia saldamente radicata in un io
forte che parla di sé non tanto in termini teorici quanto in termini concreti, esistenziali, concrezione di desideri e aspirazioni. Una
prospettiva che ci auguriamo essere non solo di questo poeta, ma anche della futura poesia.
Giuseppe Panella, La congettura d’armonia. La poesia di Giovanni Commare da L’azione distratta a La distrazione - Presentazione
pubblica, Pistoia, 29 settembre 1999
***
130
La citazione da Giacomo Leopardi [Tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione (dal nulla verissimo e certissimo
delle cose) e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione], che Commare pone ad epigrafe della sua ultima opera,
fornisce più di un indizio sulla “traiettoria” ed il “bersaglio” che l’intenso versificare dell’autore intende tracciare e colpire.
Immerso nella precarietà, / che fa la terra leggera nel cielo l’autore scopre e ci fa scoprire che la vera metafisica è l’evidenza dell’evento,
che del solo corpo presente si vive e che l’evidenza irreparabile dell’esserci è unica ed indispensabile condizione a che si possa esistere
coscienti del proprio agire e pensare; unica strategia che ci permette di guardare con lucidità tanto al di qua del perimetro dell’anima,
quanto fin dentro la propria scomparsa (sedotti - comunque - dall’abisso del nulla). Questo scorgersi e sorprendersi in bilico, questo
quasi “sopravvivere forzatamente” alla vita ha una sua particolare modalità di manifestarsi, però: si è, infatti, oltre il confine / della
specie e di se stessi immemori, si soccombe ad una feroce astrazione che / della vita è il sale e si è spaesati in questo altrove, assenti e
presenti allo stesso tempo, attori persi tra sonno e sogno nel tentativo di dar forma al mondo, che gira intorno. Cercando di far
xxxxxxxx
Giovanni
Commare
combaciare i lembi irregolari del “vero” che diviene e dell’”altrove” che si immagina, l’uomo vive, come lontano dalla ragione,
nell’”accadere dell’evento” e in questo luogo si consuma, s’adagia nella dissipazione della parola creando come un vuoto nel quale è
inesorabilmente costretto a persistere. Dispersione, dissipazione e dissoluzione sono “parole chiave”, quindi, vocaboli
irrinunciabili, ma anche termini che possono sottendere ad una interpretazione eccessivamente negativa dell’esistere. Non è così,
però, in Commare; non è così che si vive nell’universo che egli disegna. Là dove l’evento accade riusciamo a trovare la sofferenza
di vivere mai rinunciataria dell’autore, l’amore, il sogno, l’intero genere umano capace di storia … e di memoria, i sentimenti che
giungono in soccorso, la nostalgia, in particolare (…meglio la nostalgia / che avere generato una nuova solitudine), e l’intuizione del
divino. Un divino che vive dove gli istanti giungono a stupirci (come nella domanda della bambina: un fremito che schiude la
domanda / su ogni cosa viva, sull’esistente, / se tutto ciò che appare in questa landa / d’universo deve proprio esserci, / oppure se la terra, e l’io
che pensa, / potrebbe solo essere un’assenza, / e allora chi sarebbe l’io che pensa?), che dell’uomo dovrebbe essere il mirabile
completamento (…una parte dell’essere, / quella che manca all’intero, / fosse pure dio) e che forse, invece, è proprio l’uomo e le sue stesse
sembianze e debolezze (…che dio non basta, neanche a se stesso, / come ogni io al proprio sesso,…).
Nel “processo d’identificazione” che l’autore intraprende a partire dalla sezione IL SEGNO DEL CORPO, nella parte finale del libro, si
vede, evidente, anche un nuovo protagonista muoversi tra i testi che compongono la silloge: il ricordo. Ricordo, qui, inteso come
essenza dell’essere; quasi come “solidificazione” e “cristallizzazione” di quanto in vita si è visto sfumare; come spazio, o meglio
scena, nella quale ospitare contemporaneamente il mito delle ere passate (Abele, Anchise, Enea…) ed il tempo “narrato” di oggi,
che altro non è, poi, che nuovo mito da narrare a noi stessi.
[…]
Danilo Mandolini, da L’evidenza distratta dell’evento, in “Il grandevetro”, Anno XXVI - n° 57 - settembre/novembre 2002
131
Da La Lingua batte
Giovanni
Commare
Da STAGIONE PRIMA
5.
pallottolo passero e ciclamino rosso
destinato a essere cantato
a donne degne di farsi valere,
riguardo alle gambe,
belle, non dare confidenza
a conosciuti con le caramelle,
la volpe fugge tra zolle di neve
e larici e cirmoli la preda non vede,
la preda non sa, forse si crede,
132
acquaio piatto e vento forte,
la forma argine contro la morte,
Giovanni
Commare
10.
stare dentro i fatti è la necessità,
vuoi l’arancia? esco da brutti sogni,
vuoi ti racconti del piede tagliato?
perché mi hai abbandonato?
sentìri picchì c’è séntiri
in questa storia, l’io è un incidente,
sussù yi didipé bé núwo gi
afo sosso do gòmessessé,
edronwó ogní nussessé
nuwòwò núgnagna o popúa?
molti raccontano in modo diretto, infatti,
dove abbiamo lasciato l’articolo?
dove guardi? dove siamo?
133
sentìri picchì c’è séntiri
ascoltate perché c’è da ascoltare
sussù yi didipé bé núwo gi / afo sosso do gòmessessé, /
edronwó ogní nussessé / nuwòwò núgnagna o popúa?
Corre la memoria su cose lontane / il piede
tagliato non è senza significato, / sono sogni una
rete di sensi strani / e di azioni emozioni e
conoscenza?
14.
senza più pensieri passero blu,
puoi entrare quando vuoi,
non sai quante cose di bene ci sono
nel male, quanto bene, tu,
proprio un poeta perverso
perso nel verso,
e sembra ieri,
Giovanni
Commare
26.
dov’è andata la gattina?
la ombrosa la lamentosa
la acquosa la generosa la premurosa
la gattina di rosa la dolce cosa,
ohi, dico, dio, mio dio,
la musica s’estingue se cessa di danzare,
che farò io del silenzio che avanza?
non hai udito nulla?
null’altro abbiamo fatto che parlare
il nulla che dà nome al silenzio,
l’esperienza che passa di bocca in bocca
la fonte cui attinge il narratore,
o gattina premurosa, o dio sognatore,
delizia che di tutto ti gioi,
senza muro è il tuo futuro,
all work and no play makes jack a dull boy,
134
all work and no play makes jack a dull boy
lavorare sempre e divertirsi mai fa diventare
grulli
31.
uno, e uno, ancora uno, sino a coprire il mancante,
tante cose sono scritte,
tante,
felice che crei, magnifico viandante,
mi mancava la tua poesia,
devo ancora mettere le redini alla vita,
un comico ci ha letto il futuro,
diventeremo uguali, ecco il peggiore dei mali,
lasciateci nel male almeno un’avventura,
Da STAGIONE SECONDA
13.
Giovanni
Commare
6.
note immagini e segno visibile
del messaggero invisibile,
l’angelo nato e non nato,
dieser stern paul klee,
solo per mezzo del visibile
l’invisibile si dà, klee,
non siamo che vento, qui,
di qua di là strumento,
ignoto, a chi paul? Paul!
chiave di accesso remoto,
ai morti non morti, diversi,
verso il cuore della creazione,
dieser stern wie er beugen lehrt,
a sottomettersi, dove,
la lingua batte,
la lingua duole,
dove,
135
dieser stern wie er beugen lehrt
questa stella a sottomettersi insegna
hanno di questi cambiamenti,
nel corso del dire affluiscono i frammenti del discorso,
non sanno nulla e nulla manca
ai soldati che devono pregare,
addio, e chiedo ad alta voce la vittoria,
felice di essere qui
dove il sangue profuma di dolce,
madre, ti prego, non cedere ora,
spero poterti scrivere domani
dalla pianura proibita, dall’ignoto luogo
dove rare passano le anime
e il vano appagamento dolce sfugge,
fuecu fuecu ardi lu fuecu
ardi lu fuecu ntra lu tabaccu
fueccu fuecu lu fueco ardi
lu fueco ardi ntra la casa
figghiu mia ntra la via
figghiu mia figghiu mia
fuecu fuecu ardi lu fuecu
fuecu fuecu lu fuecu ardi,
fuecu fuecu ardi lu fuecu / ardi lu fuecu ntra lu tabaccu / fueccu
fuecu lu fueco ardi / lu fueco ardi ntra la casa / figghiu mia ntra la
via / figghiu mia figghiu mia / fuecu fuecu ardi lu fuecu / fuecu fuecu
lu fuecu ardi
fuoco fuoco arde il fuoco / arde il fuoco nel tabacco / fuoco
fuoco il fuoco arde / il fuoco arde nella casa / figlio mio nella
via / figlio mio figlio mio / fuoco fuoco arde il fuoco / fuoco
fuoco il fuoco arde
Giovanni
Commare
25.
il problema del dire è fare,
uno cammina per monti deserti
a fare esercizio di vuoto e disciplina,
Da STAGIONE TERZA
uno fa ciò che dice
e la vita interpreta la parola,
uno dice ciò che fa
e la parola interpreta la vita,
uno si lascia portare dal vento
dove il mare tremenda schiuma,
nessuno è innocente,
3.
apri la finestra, dammi aria,
ascolta il vento che passa
e tieniti sotto vento,
fa che non mi addormenti,
è una strada che mi ricorda te,
un ciottolo sconnesso quando ci passo
un lievissimo inciampo
per miracolosi effetti,
136
a chi giunge il grido che si è perso?
dalla prigione l’attimo
corre come un brivido
per le vie del mondo un infinito verso,
Giovanni
Commare
14.
ciò che muore (non) per sempre è morto,
ad haec quid tu? forma che persiste,
nella sua essenza ogni vita è forma
e se integra la morte si consacra,
21.
form is never more than an extension of content,
ora et labora il vecchio orto del racconto,
prima lavarsi gli occhi con l’oscurità
per poter vedere di queste cose,
ad haec quid tu?
a questo sei arrivato?
form is never more than an extension of content, / ora et labora
La forma non è niente più che un’estensione del contenuto
/ prega e lavora
137
L’eroe non è uno che cambia il corso naturale delle
[cose
Uno se mai che agisce
Cosciente espressione della necessità che le cose
[accadano,
Insieme si va tra compagni perché sia la fiamma
Alimentata da una convivenza sentita e affettuosa
Non solo perché ci si conosce e riconosce gente
Onesta che vuole le stesse cose,
Diciamo la fine dello sfruttamento e una società di
Eguali, e si va tra compagni perché
La forza operaia nelle fabbriche e nella città è stata
Logorata, perché non ha tessuto le proprie
[esperienze
Antagoniste e il potere operaio non circola,
Ma ci sono uomini che fanno le cose come vanno
[fatte
Eppur si muove,
Ancora,
Da STAGIONE QUARTA
20.
Giovanni
Commare
(mezzogiorno)
19.
lontano da dove?
qui giunge a compimento la stagione,
tutto procede e la tua gioia nel poi verrà da sé,
ogni tua occasione,
sotto la cupola d’oro si odono esplosioni
e il fuoco avanza nella città vecchia
e avanzano corpicini pallidi macchiati di sangue
e sanguinano madri gridando i nomi dei figli
e del nome di vivi uomini si vergognano,
non c’è nulla da inventare,
mindenutt ott van,csak itt nincs,
sparano sui bambini in fuga,
la schiena crivellata dai colpi di mitra,
dove siamo è ciò che gli occhi guardano,
gli occhi che guardano siamo,
solo questo di corpo, questo di mondo,
lunga la fila dei profughi,
qualcuno fonderà città,
mindenutt ott van,csak itt nincs
(è) presente ovunque, tranne che qui
138
i carrarmati hanno chiuso ogni via,
cessata la resistenza sono entrati,
(sera)
non domanda più nulla,
riguardo la sua casa, la sua città,
in nessun discorso più s’addentra,
lo sfiora il vento, un nulla,
l’olimpica intangibilità,
incute spavento la sua indifferenza,
Giovanni
Commare
< solstizio >
a hent’annos un’atera,
l’aria è fresca, il dopo dura,
a hent’annos un’atera
Fra cent’anni un’altra
139
Su La lingua batte
Giovanni
Commare
Lingua fatta di lingua, la poesia di Giovanni Commare, di lingua mescidata di lingue, echi, rimandi, detriti, relitti, assilli,
rotazioni, tormentoni di senso che si fanno di nuovo parola, magari anche parola d’amore. È un libro ottimistico, sereno, divertito,
ma c’è un fatto che condiziona l’allegria linguistica, e le imprime un viraggio tragico, ed è la guerra, l’endemica guerra mondiale.
Una allegria di naufragi, allora, dentro i vocabolari. Ma non è un gioco linguistico. Né potrebbe esserlo. È solo un’altra strada per
tornare alla casa della lingua, del senso, del sentimento, fors’anche della passione. La sillabata parola è stata sfrattata, non ha più
stilizzata dimora. E di linguaggi sontuosi di tradizione non è più il caso di dire. “Stare dentro i fatti è la necessità” e “molti
raccontano in modo diretto”. Due sintagmi per enunciare la nuova situazione della parola scossa e rinnovata dei nostri giorni. Di
una parola straniata ma rinverdita, esangue ma rinsanguata da potenti dazioni di altro sangue. Un panismo linguistico lo sostiene
nel caos vitale dei linguaggi contemporanei. […]
Marino Biondi, da Allegria del caos, nota di prefazione al volume
***
140
La società multietnica, accomunata dal falso inglese dei provincialismi pubblicitari, pretende la sua espressione letteraria, la sua
manifestazione poetica. La sua lingua, sempre più merce di scambio, dal significato elementare delle necessità esistenziali, è il
compost delle lingue alla deriva approdate in uno spazio-tempo indifferenziato, in uno spazio-tempo senza storia o nel quale la
stratificazione storica non incide su di essa. Ma può la lingua - qualsiasi compost linguistico - sottrarsi all’interrogazione della
poesia? della poesia che continuamente sottopone il dire alla tortura della significazione? Ed è nel tentativo di appropriarsi di
questa “cosa” che ormai è la parola (o sempre è stata?) che si costruisce il nuovo poetico: non, cioè, nell’impossessamento
definitivo di chi poi di quella parola si fa maestro e manipolatore, bensì nella tensione a questo possesso: fatto che deliberatamente - a Giovanni Commare consente l’approssimazione a un senso. Ma dire “parola”, parlare di “parola” (e non
sfugge l’irrisione del gioco verbale, del metadiscorso, per cui “si parla di parola”, c’è “parola sulla parola”, con la possibilità di un
rinvio all’infinito) è improprio, perché suggerisce una tramontata poetica dell’illuminazione del “verbum”, mentre qui ci troviamo
a confrontarci con il “sermo”, con lo sciorinamento del linguaggio che ci è dato. E, dunque, la novità è nel raccogliere,
nell’accogliere questo sermo nel quale abitiamo e innovarlo in questo accoglimento. Non siamo, però, nell’elevazione a poetico
della lingua quotidiana, operazione già cara a Goethe e discepoli, per la quale il magister dell’eloquio sceglie fior da fiore e connota
di senso - del senso: quello alto, ultimo, misterico - la lingua di tutti, così rivelandone il sublime, il sacro, e cristallizzandola in una
soglia tra dicibile e indicibile. Siamo, invece, in una sorta di materno abbraccio, nel conforto che lascia che il sermo-cosa sia come è,
e che quindi esso liberamente aggreghi un significato. Di qui, da questa intenzione programmatica che si traduce in atto, il
mescolamento dei linguaggi genera il continuo arbitrio del significato: si produce, cioè, il fenomeno fisico elementare di
combinazioni di frasi che, senza causalità e senza finalità precostituite, si costituiscono in discorso. Il sermo pubblico e quello
privato frugano l’uno nell’altro, si innestano a vicenda, ramificano in un dire che non conosce soluzione di continuità, tanto che
l’opera non è un canzoniere, una successione di poesie, bensì poema, unità, grammaticalmente tangibile dall’uso della virgola a
conclusione d’ogni sezione. La selva dell’eloquio risuona di echi di parole antiche, trascinate come detriti insolubili da storia a
storia. E in questo martirio della cronaca v’è spossessamento dell’io da parte d’un sermo non suo e contemporaneo
impossessamento dell’io, restituzione dell’io a se stesso nella trasformazione di questo sermo nel proprio dire di sé. L’io, in breve,
xx
Giovanni
Commare
rende testimonianza del flusso di eloquio nel quale ogni cosa è, e tale testimonianza è il poetico di Commare. Commare così
addiviene alla forse unica novità oggi possibile del discorso, quella di chi dice con parole di tutti e di nessuno la sua identità
irrisolvibile ad altro. Questa novità del discorso è novità della poesia nella particolarità del verso, matrice d’una musica del
soggetto che non ha per niente l’intento di nobilitare la materia data, bensì di fluidificarla, di dare ai frammenti dell’ascolto la
continuità della vita. Vale la pena citare: “che povere parole hai trovato / per cantare la terra dove vivi, / ma la musica, la musica la
scrivi?”. Siamo, però, ben distanti dalla pretesa di dare con il “suono”, con la cadenza ritmica - cadenza in questo caso frenata, da
rap contratto in un jazz ascetico - l’essenza del mondo. Citiamo ancora, da strofe a breve distanza dalla precedente: “tutta
l’angoscia della notte stellare / sta in questo insolito vaso / di vana sonorità.”. La consapevolezza poetica qui è al vertice. L’
“insolito vaso” - la parola raccolta dalla poesia e, insieme, l’io che la raccoglie e ne è il prodotto - richiama la vuotaggine che va
dalla “notte” alla “vana”: cavità, insomma, del verso, del nulla in cui danzare, di quel nulla di cui poco oltre è detto “null’altro
abbiamo fatto che parlare / il nulla che dà nome al silenzio”, poiché anche la poesia, come tutti, non fa che “parlare il nulla”, il
luogo-non luogo della “vana sonorità” che consente la danza. Questa consapevolezza del verso nuovo, del poetare “insolito”, è
“tutta l’angoscia della notte stellare”, è il passo di danza vano nella vanità di un tutto-nulla, è la pienezza dello smarrimento nella
cavità notturna, la musica con cui Commare dice un sé che avanza e fugge, un io che prova a ricomporre il nulla del silenzio.
Enzo Filosa, Le parole di tutti, “Il grandevetro”, Anno XXX - n° 182 - ottobre/novembre 2006
***
141
L’idea di una militanza della poesia richiama alla mente altre stagioni, in cui i poeti agivano nella società consapevoli di un ruolo
che non è più loro riconosciuto oggi, quando la poesia è emarginata dal mercato editoriale, spesso ridotta al gusto per il frammento
consolatorio e impressionista, e con difficoltà riesce a far udire la propria voce come intervento sulla realtà e sulla storia. La lingua
batte di Giovanni Commare incarna il paradosso di una poesia che tenta di afferrarsi alla materia del suo tempo, della storia e della
realtà, dibattendosi nel dilemma di una lingua che è la forma della vita ma non più la radice dell’identità, e di un senso del fare
poesia che deve trovare la propria organica essenza non più nell’io, ma nell’esperienza della molteplicità. La lingua batte s’intitola
alla sopportazione del dolore per mezzo della lingua, appunto, che pervade tutte le cose saturando la realtà come un fiume
ininterrotto, un rumore di fondo, un precipitare di parole che restano prese nella rete dei giorni (113-114). La poesia di Commare si
confronta con un presente da cui la lettura, specialmente quella silenziosa e privata, è impedita dal flusso costante della vocalità dei
media e della comunicazione, e che dunque insegue suggestioni musicali provenienti dal plurilinguismo e dall’uso libero del verso
e della sonorità verbale. Ed è un’operazione rischiosa che obbliga il poeta a giocare con il linguaggio attuale, esausto e impoverito e
ancor più sovente ingannevole, abolendo la sintassi e accostando parole della tradizione colta con quelle dell’esautorazione della
lingua e del soggetto. Marca stilistica de La lingua batte è il plurilinguismo talvolta estremo e impervio, fatto di lingue ignote alla
tradizione poetica occidentale, il cui senso è tradotto in nota, ma che nel corpo poetico vogliono essere suono puro e straniante
quanto più possibile. Di qui il paradosso della lingua di Commare, che se da un lato è la forma in cui persiste la vita (75), la radice
viscerale (del dialetto siciliano), dall’altro è la soglia oltre cui s’abbandona l’io e si incontra l’altro, e allora diventa integralmente
straniera, fascino esotico, sortilegio di una vita fatta di soli nomi comuni come un “oscuro disegno celeste” (85). Questa lingua
appartiene a un io “incidentale” (24), stritolato dalla merce, dall’alienazione e dalla guerra, e la raccolta si articola su quattro
stagioni, ideale passaggio dell’io da un parodiato intimismo lessicale blando ed esausto, alla storia e all’attualità della guerra in
Iraq, degli attentati e delle torture, dello scontro fra civiltà che proprio nel pluringuismo manifestano le reciproche frizioni. Il dire
di questa poesia vuole essere un fare (65), come recitano i versi sull’eroe, che non è “uno che cambia il corso naturale delle cose /
Uno se mai che agisce” (87), e nella lingua si incide questo continuo agire incespicante per cui, “fare qualcosa di bello non sempre
riesce, / rassegnarsi alla colpa è già una gioia” (101). La fine del libro coincide con la fine della guerra, con i carri armati che
chiudono ogni via in un avanzare di fuoco e morte apocalittico, dopo il quale però “l’acqua è tornata alla fontana / acqua rigenerata
alle sorgenti / vita rinnovata ad altra vita” (108). La lingua ha combusto e dissolto la storia insieme con l’io, e ha inciso il senso
xxxxx
Giovanni
Commare
poetico nelle tracce di una realtà frammentata, esperita soltanto in suoni e parole. Commare si lascia molto affascinare da un’idea
mistica della lingua come essenza spirituale del mondo, e preferisce l’impressione fugace, il suono prezioso, l’epifania musicale
all’organicità logica: non un disegno di poetica compenetra i testi fra loro, ma le suggestioni sonore e musicali liberamente
distribuite, che tracciano anche un percorso ideale di trascendenza dalla realtà al suo senso nascosto che appunto si cela nella
lingua, e questa natura frammentaria dell’opera rispecchia il presente erosivo senza opporgli una resistenza della forma altrettanto
incisiva, come si legge nei versi “va’ col fiume verso il niente, che ti porti la corrente, / va’ fluisci nelle cose, tutte sante consunte
erose, / tutto passa tutto va, un altro cielo e terra ancora” (49) in cui un’idea epicurea del divenire incontra una sorta di
rassegnazione che l’espugnato “fortino dell’io” (104) non può arginare. Tale mistica della lingua apre all’ospitalità, ma rimane
anche astratta e non minaccia il linguaggio del potere con quello poetico, cosicché l’invito a non trincerarsi nella deificazione
dell’io, ma a trovare, invece, l’allegria nel dolore e nell’insensatezza è per la poesia una scommessa nobile, ma forse non risolutiva
per trarla fuori dal suo isolamento.
Gianluca Cinelli, in “Le reti di Dedalus” (http://www.retididedalus.it/Archivi/2006/autunno/LETTURE/recensione_commare.htm)
***
… l’ultima opera in versi di Giovanni Commare, conduce il fruitore di questa poesia entro i confini di un territorio della mente in
cui le riflessioni e le domande appaiono di colpo come nuove. Appaiono nuove, in particolar modo le domande che il lettore si
pone, nel senso che queste riguardano ambiti che si possono intuire solo a condizione di essere disposti a smarrire una parte di se
stessi; a perdere, tra le pieghe fitte dello spaesamento più spinto, la sensazione del tempo che passa attraverso gli eventi visibili del
quotidiano. ... La ricerca di una maggiore profondità nei testi del più recente dei volumi di Commare ci rivela, infatti, che la parola
è qui pronunciata e, al tempo stesso, osservata nell’atto di essere pronunciata [“il poeta è innanzitutto / uno che avverte come non
sua / la parola che usa” dichiara la citazione da Vicissitudine e forma di Mario Luzi (Milano, Rizzoli, 1974) posta ad apertura del
libro]. Essa è strumento di narrazione, certo; è strumento di narrazione ma anche oggetto da scrutare, suono da ascoltare (molti
sono gli inserti in lingue vive, morte e dialetti ai quali è probabilmente affidato questo compito). Questo “gioco” tra positivo e
negativo (si potrebbe dire anche tra passivo ed attivo) ci mostra l’azione del parlare e del comunicare (le parole, i linguaggi) sia
come campo lunghissimo - per usare una metafora di tipo cinematografico - che come primo piano alla base dello svolgersi delle
pagine. È proprio nel frequente palesarsi (e grazie al frequente palesarsi) di questi frangenti che si ha l’impressione di scorgere, pur
senza toccare, la materia di cui sono fatte le parole (il parlare, i linguaggi). È una materia sospesa, quella di cui si sta disquisendo;
una materia che forse ha una concretezza che risiede soprattutto nella sfera della percezione. Ciò che sembra chiaro, in ogni caso, è
che nell’essenza che presumibilmente forgia le parole l’autore auspica di vedere e riconoscere il divenire ricorrente ed imperfetto di
tanta, caotica umanità. Quando la parola - la voce del poeta - narra, essa narra proprio di umanità... […]
Danilo Mandolini, in “Il fiacre” n° 9, n. 2, aprile/giugno 2007
142
***
Davide Sparti, marcando la sonorità insistita dei testi poetici de La lingua batte, richiama l’attenzione sul “significante”, la “phonè”
e l’oscillante ambigua ricerca del significato e/o senso della vita, o come sembra dire, utilizzando Wittgenstein, un gioco linguistico
stirato sul “doppio registro, fonetico e semantico […] della doppiezza e dell’ambiguità della vita” quando nell’agorà è conflitto e
partita tra il significato d’uso o di scambio dei significati e dei messaggi circolanti della lingua quotidiana, ma anche poetica o di
altri linguaggi. Ma la sonorità presente nei testi de La lingua batte ci sembra risponda meglio a quello che oggi è la reale ibridazione
della lingua d’uso come miscelato (maturale-artificiale e divenire storico); è il reale stesso che ne “rispecchia” la multiculturalità, e
politica complessità di intreccio storico determinato, e di cui il mistilinguismo è il visibile dell’invisibile - “chiave di accesso remoto,
/ ai morti non morti, diversi / verso il cuore della creazione” (p. 50) o “[…] forma che persiste, / nella sua essenza ogni vita è forma /
e se integra la morte di consacra, // form is never more than an extension of content, / ora et labora il vecchio orto del racconto, /
xxx
Giovanni
Commare
prima lavarsi gli occhi con l’oscurità, / per poter vedere di queste cose,” (p. 81) -, più che gioco di “significante”, e “phonè”. È la
sonorità pratico-significante del nostro presente storico, il riccamente ideologico di una parola che il poeta “avverte non sua”,
appunto perché parola di classe sociale multiculturale, e antagonista piuttosto che gioco linguistico individuale e percezione
estetico-allusiva o seducente fenomenologia asettica. Crediamo che la praxis della parola poetica del libro di Commare sia più
rispondente all’intentio dell’opera e dell’autore, oltre che del lettore di estetica “ricezione”, se la paraxis della lingua d’uso
wittgensteiniano si combini con quella del “valore d’uso” (e non del “valore di scambio”), della comunicazione poetica e artistica,
di cui la semiotica di Ferruccio Rossi-Landi (Il linguaggio come lavoro e come mercato, in Semiotica e ideologia, 1979) ha lasciato chiara
testimonianza ... Giovanni Commare non rifiuta di pagare il pedaggio alla storia in termini di una scelta critico-prassica facendo
esplodere l’ideologia della falsa coscienza dell’“innocenza” (nessuno è innocente) e della giustizia che non si è raggiunta anche
quando sono stati uccisi i torturatori e preso il boia. Le condizioni ideologiche e di potere, saltando a piè pari nel circolo delle
determinazioni storiche e con queste nella stessa lingua e negli stessi linguaggi, sono sempre lì, irrevocabili e in divenire; stanno a
testimoniare che il presente non è lo stesso che il passato, che il futuro è ben lungi già dall’essere univocamente prefigurato. … Così
La lingua batte, e solo per restringere il campo, ha un universo del discorso che non è solo mondo-letteratura o autosufficienza
poetica senza nessi logici. L’insieme è strutturato di richiami, chiari o allusi, a una poesia che, insieme con la scelta “etica”, mette in
campo anche i suoi legami con il quotidiano, vissuto personale e sociale, e la storia materiale di questi anni e altro tra il verbale e
innesti non verbali, sonori e risonati altro. … Dopo i campi di concentramento e sterminio di ieri e di oggi, Hiroshima e Nagasaki,
Guantanamo e Abu Ghraib, le guerre umanitarie e infinite, i terrorismi e i genocidi (anche per fame e sete) c’è veramente bisogno,
necessità, obbligo di un pensiero e di un’azione che pensino contro se stessi calcolanti e strumentali; c’è obbligo di una poesia
sovversiva e anarchica come ha detto Hans Magnus Enzensberger (anche Sanguineti). Una poesia che ha il potere della ‘potenza’,
la ‘potenza’ che non riconosce il potere delle idee dominanti che sono sempre quelle della classe dominante, quella cioè che detiene
e amministra il sistema delle forze produttive, dei rapporti sociali e del ciclo di riproduzione in atto: “per il potere, che non può
riconoscere altra arché oltre se stesso, la poesia è anarchica; intollerabile, perché non la può strumentalizzare; sovversiva per il solo
fatto che esiste. … La poesia tramanda il futuro. Di fronte alle realizzazioni del presente, essa ricorda l'evidenza: ciò che non è
ancora stato realizzato”. L’“inutile” della poesia , il suo non essere merce di scambio o valore di mercato è il come se dell’angelo
della storia di Klee e Benjamin, una rottura nel fluire della continuità delle cose e una sosta. È il dare voce a quelle del passato
ancora non realizzate e guardare al futuro come a un a venire dialetticamente aperto tra disperazione e speranza o, se volete, dolori
e amori con passione accompagnati da suoni e ritmi blues. Suoni e i ritmi blues che si esplicitano nella sonorità semantica,
variamente coltivata (rima, rima interna, allitterazioni, consonanze e assonanze, e varietà di accenti), o altro ancora nella
sperimentata mescidanza mistilinguistica, e sonora o, a volte, della non discorsività aforismatica, perché sono un altro varco,
specifico del linguaggio d’uso e ‘messaggio’poetico circolante e temporalizzato storicamente, per stare nel mondo della vita vissuta
e della storia a venire.
Nino Contiliano
143
***
Questa raccolta di Giovanni Commare fa parte di quella ristretta cerchia di libri che valgono non solo come prodotto letterario ma
anche e soprattutto come gesto. Vale a dire: ci sono libri brutti, libri belli, libri persino coinvolgenti ed appassionati, ma sono pochi
i libri che, sia ben inteso al di là di catalogazioni di genere o argomento, valgono come gesto di un poeta per la comunità letteraria e
dei poeti (diamo per scontato che il libro sincero di un poeta sia sempre un gesto per la comunità umana.). Commare ripropone la
vecchia questione della poesia concentrata sul linguaggio, o della lingua fatta di lingua, come dice Marino Biondi in prefazione …
Ma lo fa, meritando approvazione, da un lato con divertimenti quasi alla Palazzeschi (vale a dire sanamente bombaroli), dall'altro
senza filiazioni neoavanguardistiche, vale a dire con l'orecchio teso non alla poetica ma alla resa della poesia.
Sandro Montalto
Inediti. Da La storia d’amore
Giovanni
Commare
1.
Sono contento di essere qui ora
quando declina l’anno alla minima luce
quando sono sospeso nell’attesa
che vita rinnovi nel seme d’amore.
Qui ti ha portata il moto dei pianeti
determinata a prendere quel treno
dentro le orbite della nostra galassia
contenta di essere qui ora a dirmi
come foglia desidero posarmi sul tuo ventre.
E non altro desidero essere che questo,
il ventre su cui ti posi come foglia,
la brulla terra su cui germoglierai.
2.
144
Per chi non vive la vita sempre è un po’ più in là.
Ma noi siamo al di qua dove la vita arde
E ferisce l’amante che fa paura alla sua amata,
Come se troppo amore possa fare male.
Ma questo avviene e il seme del bene
Non dà visibile frutto sulla rosa del deserto.
Sfugge alla tua forma desiderio d’amore
E l’immagine di me in te non lascia orma.
3.
(dell’io)
Giovanni
Commare
Sono così forte nella piccola gioia
Che la volontà si piega all’armonia del corpo
Come le tamerici al vento di scirocco.
Così ritrovo in te un segno d’infinito
Di cui - se mi allontano - mi riconosco orfano.
Umano troppo umano il vecchio io
Dimette i panni eroici e se ne va in vacanza
In riva al mare azzurro. Il bimbo ancora scava
- Un poco più lontano - pozzi nella sabbia.
(del tu)
Tre giorni ancòra lasciami dormire
che ho un sogno da finire.
Questo è ciò che mi spetta,
semplicemente ciò che dalla vita mi è dovuto.
Verrà un’alba in cui non saremo più.
Ma ora siamo qui sul filo d’orizzonte
nel punto d’equilibrio del presente
145
(nell’esaltazione del meriggio appena cede
la furia dei venti celebra la nuova epifania
il danzante Dioniso e ha due frecce all’arco).
Un varco.
Ancòra un varco, ancòra.
E oltre.
http://lombardia.anpi.it/voghera/donneresistenza/donneresistenza.htm
Maurizio Landini
È nato ad Ancona nel 1972.
Laureato in filosofia ad Urbino, vive e lavora tra Bologna e Reggio Emilia.
Nel 2012 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Lo zinco (Edizioni Marco Saya, Milano). L’anno
seguente, sempre per lo stesso editore, è uscita la silloge Dorsale.
Àndito (Transeuropa Edizioni, Massa, 2015) è il suo più recente lavoro in versi.
146
La scelta dei testi che segue è stata curata da Danilo Mandolini
ed è tratta dalle opere qui evidenziate in grassetto.
Da Lo zinco
Maurizio
Landini
[Diseredi]
I padri che vedo sono giovani;
i figli sulle spalle vestono uguali
ai padri:
i parchi dei figli e dei padri
li attraverso con lo sguardo
basso degli scivoli.
[Due di giugno]
Del filare, stanco
di bandiere appese
ai fili della luce
come scarpe,
147
mi siedo in un posto
di vento e mi chiedo
cosa porti domani:
mi hai detto, la grandine.
Maurizio
Landini
[Il tempo bussa casa per casa]
Il tempo
imbianca la casa
dal mio sopracciglio sinistro:
casa per casa io guardo
bussare e cadere
pezzi vissuti d'intonaco.
Da [-sonnia]
I
L'attimo prima
del taglio è il rumore
di carne che cede
l'urlo che taglia il lume degli occhi.
148
Maurizio
Landini
IV
Occhi calcari mi chiamano
all'ordine de la polvere
le penombre
chi amano indietro i mattini.
VII
La manta ombra gli anni
dalla polvere
calcifica il
sonno
149
il solco contro la mano
contro
la dita
una rimasta.
Da Dorsale
Maurizio
Landini
II
Solo primi piani. E volti senza occhi, domani. Campi senza luci.
Case senza occhi. Senza volti distesi. Mani bianche su di noi.
pareti.
E tu, piccola. sempre più piccola.
V
150
È pieno di sangue vuoto. È pieno di sordità. questo senso. questo
binario vertebrale. Vuoto di mani e pollici.
Maurizio
Landini
XIII
Siamo noi Lesione. Umidità dell’attimo. A prenderci tutto e
custodirci. lesi e gelosi. Siamo noi la perdita. di ogni partenza.
la chiodatura salda degli arrivi.
XVIII
Stava ieri
un ricordo placentale.
Ieri, le tue mani sparse
151
polvere di spalle
tornerai, è senso per me
del piombo.
Su Lo zinfo e su Dorsale
Maurizio
Landini
152
[…] La scrittura poetica lo accompagna sin da giovanissimo ma esce dal cassetto, o volendo potremmo dire “nasce” nella sua
forma sociale, solo dopo la morte del padre. Il titolo della sua ultima opera è un esplicito riferimento a questo evento: la raccolta,
edita nel 2012 dall'editore Marco Saya, si intitola infatti Lo zinco, e nella dedica leggiamo subito il perché: dice: «mio padre e la
cenere li separava lo zinco». Come spiega l'autore nel suo blog, «di zinco è realizzato l’involucro che ricopre la bara di mio padre, a
un anno dalla sua morte, durante il trasporto verso il cimitero di San Benedetto del Tronto, dove si trova il forno per la cremazione.
Obbligatorio per legge, esso impedisce una possibile fuoriuscita di sostanze tossiche derivate dalla decomposizione. (...) Lo zinco ci
separa dal marcio, dal miasma ma non può nulla contro il dolore del lutto.».
Lo zinco è dunque il materiale della cassa in cui è trasportato il corpo senza vita del padre, lo zinco è ciò che divide la vita dalla
morte, quello che vediamo da quello che non possiamo vedere, il prima dal dopo, ma che in questo suo potere di separare spazi e
tempi non arriva ad impermeabilizzare il dolore.
La raccolta è allora costruita interamente attorno a questo tentativo di avvicinarsi al dolore col solo strumento possibile: la poesia.
«Si va con la poesia / incontro alla morte», recita infatti il primo testo. Con questo obiettivo di comunicare l'“indicibile”
l'operazione compiuta da Landini si configura innanzitutto come ricerca sul linguaggio.
Particolarmente interessante proprio per l'alto livello di sperimentazione è la seconda sezione della raccolta, intitolata [-sonnia]: [sonnia], spiega ancora l'autore nel suo blog, è «la radice sonnolenta dell'insonnia», è la condizione di attesa del sonno e insieme di
arrendimento al dolore. Una condizione di intorpidimento della razionalità in cui a prevalere è l'aspetto percettivo e sensoriale che
vive di istanti e squarci piuttosto che di condizioni o situazioni: le dimensioni temporali e spaziali, infatti, nelle poesie di Landini
sono pressoché assenti o comunque limitate in stati puntiformi.
Questo tentativo di rappresentare nel testo poetico una sensazione pre-razionale o pre-consapevole rappresenta il fulcro
dell'interesse descrittivo di Landini sia a livello tematico che a livello formale ed è, come vedremo, anche l'aspetto più attuale della
sua scrittura.
Gli anni che stiamo vivendo, infatti, e che sono stati definiti iper-modernità, sono da poco succeduti ad un altro periodo, chiamato
post-modernità, che per tutti gli anni Ottanta e Novanta ha regnato incontrastato nell'Italia di Craxi e del crescente spirito
neoliberista: in anni, cioè, in cui i “padri” erano stati simbolicamente uccisi dalle rivolte sessantottine, le ideologie politiche erano
ormai finite o fallite, e il dialogo col passato sembrava possibile solo in forme parodiche.
Gli psicanalisti ci parlano infatti della società odierna come di una società caratterizzata dall’“eclissi dei padri”, dalla mancanza di
punti di riferimento univoci e solidi. Alla figura del padre si è sostituita quella che provocatoriamente potremmo dire del “papi”,
che è una specie di giovanilistico cugino o fratello maggiore come esemplifica Landini in un suo testo quando scrive: «I padri che
vedo sono giovani; / i figli sulle spalle vestono uguali / ai padri».
L'arrivo dei media, inoltre, ha attivato il processo di virtualizzazione e spettacolarizzazione di ogni evento trasformando anche le
tragedie umane in una sorta di show: basti pensare a tutte le guerre che abbiamo “combattuto” davanti alla tv a cominciare da
quella del Golfo fino all'indimenticabile attentato delle Torri Gemelle, in cui più che all'effettiva devastazione di corpi e di vite
sembrava di assistere ad un film. Dagli anni Ottanta e Novanta la finzionalità ha quindi iniziato a pervadere ogni ambito
dell'esistenza (dai discorsi della politica alla retorica del marketing e della pubblicità) producendo un'ipertrofizzazione del discorso
e la conseguente impressione che nulla si potesse più dire o fare di veramente autentico. La parola stessa appariva esaurita in un
contesto in cui tutto sembrava già stato detto e già stato svuotato di senso. Per dire «ti amo», spiegava Umberto Eco, ormai era
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Maurizio
Landini
153
necessario dire «come direbbe Liala, ti amo disperatamente».
La conseguenza di queste profondissime trasformazioni è stato il generarsi di un forte senso di spaesamento e di attesa molto
simile alla condizione di [-sonnia] descritta da Landini; e alla luce di queste premesse si può quindi ben capire perché la
contemporaneità, o iper-modernità, per uscire da questa fase di empasse e di torpore debba attivare un processo di ricostruzione
che parta dal ridefinire le fondamenta dell'uomo e tra queste, come fa Landini, c'è la ricerca di un nuovo linguaggio.
Per spiegare questo aspetto, che è quello cruciale, mi avvarrò anche della lettura del testo ancora inedito di Landini che uscirà a
novembre sempre per Marco Saya editore col titolo Dorsale. In questa raccolta, ancora più che in [-sonnia], Landini cerca di
solidificare la percezione di spaesamento e lo fa innanzitutto ricercando il primordiale, ricorrendo all'archetipo.
In Dorsale il vuoto diventa piombo o ferro, antico e rugginoso. Ma non solo: si parla di danza, nascita, morte, proprio in una
riscoperta dell'esistenza delle sue componenti più elementari, dalla tavola degli elementi. All'interno di questo processo di
riscrittura delle origini dell'uomo e della poesia si inserisce poi un secondo archetipo che caratterizza la scrittura di Landini e di
molti autori contemporanei, e che è quello dell'oralità: la poesia rinasce per essere letta, percepita dai sensi, performata, il poeta
stesso rinasce a sua volta nella sua funzione pubblica e ridiventa un cantore, proprio come accadeva secoli e secoli fa agli esordi del
genere poetico. Assume allora una grandissima importanza il lavoro prosodico, sui suoni e sui ritmi, attraverso il quale rendere
sperimentabile il senso della mancanza come qualcosa di fisico. Nella realtà di una parola mutilata, ad esempio, si rivive
l'esperienza disorientante di una perdita, del senso di vuoto. Il silenzio della pagina e gli spazi bianchi vanno quindi in misura
sempre maggiore ad insinuarsi all'interno del verso o della parola stessa (con espressioni come «chi amano» invece che chiamano,
«mi-dolgo spinale», «fai come dio, sanguimi» invece che seguimi) producendo un senso di straniamento attraverso il quale dare
forma al sentimento della mancanza. Una mancanza, o distanza, che però non riguarda più solo le persone scomparse ma anche
quelle presenti: si tratta infatti di un'inautenticità dei rapporti, un'impossibilità di incontro umano che è tutta postmoderna e dalla
quale si vuole uscire.
Per concludere, tornando in un certo senso là dove ero partita allora, e cioè dal nesso tra la scrittura di Landini e la perdita del
padre, vale la pena domandarsi all'interno di questa rinascita dell'uomo come si costruisca il rapporto coi padri in senso lato: quali
siano i modelli a cui l'autore si ispira.
Nel corso del periodo postmoderno, come dicevamo, si sono infatti perse delle figure solide di riferimento anche dal punto di vista
storico-letterario. Alla tradizione storiografica desanctisiana si è sostituito un orizzonte polifonico e relativista. Non c'è una sola
scuola, non c'è una sola tradizione in cui inserirsi, ma anche grazie ad internet ciascuno è libero di leggere quello che vuole, di
scegliere i suoi “padri” e costruirsi un percorso personale. È stato infatti significativo che quando io ho chiesto a Landini
poeticamente quali fossero le sue “radici” lui mi ha risposto parlando di “influenze” citando autori presenti, passati, italiani e
stranieri il cui unico punto di contatto era l'interesse di Landini nei loro confronti e quindi, in particolare, nei confronti delle loro
scelte linguistiche. Questo, che in un primo momento può apparire un limite disorientante e difficile per chi volesse tentare di
costruire correnti e criteri di incasellamento degli autori, è però il punto di forza della poesia contemporanea che proprio grazie a
questa libertà nella scelta dei modelli e dei percorsi può fornire solide radici ad ogni tentativo di riscrittura creativa, e sostanziale,
dell'uomo e della società. […]
Martina Daraio, La forma del dolore: sperimentazioni linguistiche nella poesia di Maurizio Landini
intervento già apparso in “Poetarum Silva - the meltin’po(e)t_s” (http://poetarumsilva.com/2013/07/27/la-forma-del-doloresperimentazioni-linguistiche-nella-poesia-di-maurizio-landini-di-martina-daraio/) e in “Arcipelago itaca" blo-mag 11a apparizione
***
Pochi componimenti, copertina scarna, nessuna introduzione: il libro di Maurizio Landini è all’insegna dell’essenzialità, eppure
risulta ricchissimo, esemplificando al meglio ciò che della poesia pensava Bukowski, ovvero che “dice troppo in pochissimo
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Maurizio
Landini
tempo”. I versi di Landini sono asciutti, densi, accadono come un bagliore istantaneo e rivelatore, aprono uno squarcio improvviso
nella coscienza. Lo zinco del titolo si riferisce al materiale di rivestimento della bara che, a un anno dalla morte, trasportava i resti
del padre verso il forno crematorio. Funzionale ad impedire la fuoriuscita di sostanze tossiche derivate dalla decomposizione, lo
zinco assume una valenza “foscoliana” e infatti i versi di Landini si snodano come un cammino che accompagna il tragitto del
defunto con lo stesso sguardo pietoso e amoroso del poeta dei Sepolcri. E lungo la strada la poesia si pone di volta in volta come
arma, come corazza o come fede, dispensando il coraggio necessario per andare incontro alla morte “a giorni, a brani”. Ed è
proprio questo che il poeta intende mostrarci: quei brani, quei giorni in cui la morte fa il suo ingresso nella vita. C’è il ricordo del
padre, vissuto con un dolore al tempo stesso intimo, bruciante e discreto che tocca il culmine nella poesia Diseredi, c’è la morte
improvvisa in un attentato, la lenta estinzione delle passioni che ci fa morire pur lasciandoci tecnicamente vivi, e c’è la morte come
aspirazione al non sentire, che si esprime in un vagheggiato letargo nella neve. Il componimento finale della prima parte scandisce
un dissolvimento della realtà in uno sguardo accecato dal sole ed è il preludio alle sette liriche che, quasi come movimenti musicali,
compongono la seconda sezione del libro: [- sonnia]. L’assonanza con la parola “insonnia” suggerisce l’idea di un sonno laborioso,
che si profila come una forma di sonnambulismo conscio. È un sonno che non può essere completo perché l’occhio ferito non si
chiude più. Memore di Ora serrata retinae di Magrelli, questa seconda parte offre uno sguardo tangibilissimo su un mondo onirico,
buñeliano, da osservare con una vista nuova, quella di chi dorme con gli occhi tagliati.
Francesca Del Moro, in “ILLUSTRATI” (http://www.libri.it/riviste/illustrati/settembre_2013/), n. 17, Logos Edizioni, Modena,
settembre 2013
***
154
Volendo iniziare a farsi un’idea di questo secondo libro di Maurizio Landini scorrendone l’indice, ci si trova davanti ad un elenco
di venti testi: il primo, che dà il nome alla raccolta, si intitola Dorsale, mentre l’ultimo Ogni partenza. Tra questi due riferimenti si
apre poi un elenco numerico da I a XVIII che in un primo momento, certamente condizionata dal titolo, a livello visivo mi ha fatto
pensare ad una successione di costole, ad una spina dorsale.
Il titolo che ho scelto per questa recensione è tratto da un verso dell’ottavo di questi testi. L’ho scelto perché rispecchia esattamente
quello che stavo provando a quel punto della lettura: il peso dell’aria che attraversa la gola nella pronuncia del suono, e con esso,
il peso del significato delle parole che quel suono veicola.
Non si può certo dire che la calviniana leggerezza appartenga alla scrittura di Maurizio Landini. Al contrario, quella che è richiesta
al lettore è una fatica, uno sforzo fisico e intellettivo che parte proprio dall’esigenza di leggere ad alta voce i testi che si hanno
davanti.
Negli anni del boom performativo della poesia, in cui gli autori stessi in varie occasioni più o meno festivaliere propongono al
pubblico le proprie letture, questo bisogno di vocalità potrebbe sembrare qualcosa di non troppo originale. L’originalità, invece,
sta nel fatto che qui è il lettore a dover alzare la voce sentendo la fatica fisica della dizione e accettando le pause che Landini gli
impone attraverso spazi bianchi e punteggiatura.
L’aspetto più interessante di queste poesie sta infatti proprio nel lavoro prosodico che ne ha scandito la costruzione per
raggiungere risultati stranianti e rallentanti.
Le parole, decostruendosi, aprono livelli di significazione inaspettati, costringono alla riflessione sul linguaggio e sul suo rapporto
con la realtà. Tanto più che spesso di tratta di vocaboli estremamente realistici e quindi, apparentemente, denotativi nel modo più
immediato: i soggetti sono mani, vene, volti, occhi, labbri, sangue, pollici, corpo, dorsi,ossi, seme, palmi, cuore, costole, i contesti in cui si
inseriscono campi, pareti, treni,terra, case.
Tutto è solido in questa poesia, tutto è materia pesante, piombo, ferro, chiodi, malta. Ma proprio laddove tutto dovrebbe essere più
concreto e tangibile la costruzione della realtà si stacca dal linguaggio, la logica del discorso complessivo sfugge e apre una
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Maurizio
Landini
lacerazione: i termini più ricorrenti nella raccolta, non a caso, sono proprio quelli che, dolorosamente, “dividono”: ferita, taglio,
faglia, binario, lesione, perdita e infine partenza, che dà il titolo all’ultimo testo.
Anche la precedente raccolta di Maurizio Landini, del resto, si costruiva attorno ad una mancanza, quella del padre, di fronte alla
quale la poesia fungeva da panacea, da unico possibile tentativo di avvicinamento: «Si va con la poesia / incontro alla morte», spiegava
infatti il primo testo.
In Dorsale l’interlocutore è invece una donna, un tu che non viene mai nominato ma che si configura all’insegna di una sfuggente
piccolezza, bianchezza, leggerezza, possibilità di mancanza.
Attraversati tutti i testi della raccolta si torna quindi all’ultima pagina del libro, davanti a quello stesso indice da cui tutto era
cominciato, e si legge nuovamente la parola dorsale. Questa volta però salta alla mente la possibilità che si tratti della dorsale intesa
in senso geografico, come punto di divergenza di placche terrestri, come ennesima separazione.
Poi ci si ricorda della prima intuizione e torna l’idea che quella successione numerica di testi, fondamentali l’uno all’altro, possano
costituire l’unica catena ancora intatta, l’unica speranza, affidata ancora una volta alla poesia, di poter sorreggere tutta la fragilità
dell’esistenza con una spina dorsale fatta di parole.
Martina Daraio, L’aria pesa per la gola, in http://www.labalenabianca.com/2013/12/07/laria-pesa-per-la-gola-recensione-a-dorsale/
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Da Àndito
Maurizio
Landini
Da [ Àndito ]
“L’ombra di un mondo esterno si avvicina
radice che dal ventre e dalla mente cresce
nuda e fraterna lingua
contro l’esperienza del giorno.”
(Cosimo Ortesta)
III
Il dentro ha il suono
opaco del porto; il resto
è un intorno confuso
percosso dalla cinghia
156
spezzata del tempo:
da sola corre la ruota
su banchine d'ombra
senza mai finire in mare.
Maurizio
Landini
VII
Dai vetri ai vetri, il riflesso
di noi su altre figure divise
in scomparti.
Divisa la carne dei binari
fra i mantelli bianchi:
sono Madonne che hanno
chiuso un paio d’occhi con
il candore dei palmi.
XI
Vincono i giorni dai
balconi vuoti, e i vetri
che tramontano al ronzio
delle caldaie o nell'ora
157
dei sacramenti, un rintocco
verde chiaro nel cortile
come una carica lontana e
disperata fino ai tetti:
Da [ Le nostre notti ]
Per Annalisa
“La loro partenza è strana come la notte”
(Yves Bonnefoy)
Maurizio
Landini
XIII
Nella tua gola aperta
passarono i venti alisei
da orecchio a orecchio
risuonando in un calice
sottile come una voce
in sogno: ero io che
cantavo per te il mio
pianto di nascita.
XVI
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Ho parlato alle tue dita
di betulla pregando per
un esilio del freddo.
Ho parlato al tramonto
lanoso dei cantieri, alla
notte d'organza: inciderò
queste parole nel ferro
molle del giorno come
il sole accende i gioielli
nei vagoni al mattino.
XVIII
È la passione che
mi fa vendere gli occhi
fra queste gettate celesti
e l’accidia dei campanili
È lo spirito a un passo
da terra, a un palmo dalle
tue mani, a un soffio
dal soffio di Dio.
Da [ Un padre ]
“Quando torni dalla morte
Forse allora puoi essere me?”
(Jan Fabre)
Maurizio
Landini
XXV
e ripartivo, chiuso nella notte
come uno che tema all’alba
il dramma di un risveglio
primaverile, dove l’ultima
ora portava l’amabile afflato
del primo caldo;
come si poteva, Aprile
morire su questo palco?
XXVII
Nota
Le parole in corsivo appartengono
alla poesia I ritorni di Salvatore
Quasimodo.
159
“Forse la terra verrà
a cercarti nell’ora del silenzio
in un rosso che incendia la vista
e cuoce i legni del viso,
lungo la pista segreta
del pianto.”
Maurizio
Landini
XXXII
Di notte hai riavvolto
la corda senza prendere
l'acqua: hai lasciato il pozzo
in un quarto lunare disceso
fra le piante e in bocca
la tua sete; è sparito così,
il tuo corpo stellare, avvolto
dal grano alto e dalle nubi.
XXXIV
Sei ora il custode celeste
dei fili neri, di un suono
di corde lente appena
sopra i treni;
160
è tuo, il corpo di ore
bruciate e nubi quasi ferme
a segnarmi di cenere
la fronte.
Su Àndito
Maurizio
Landini
161
Quelli di Maurizio Landini paiono brevissimi, incisivi canti d’addio a corpi molto amati, chiuse di corpi tanto necessari da essersi
elevati fino alle stelle e averne inglobata - più che toccata o trattenuta con un solo arto - la materia. Il corpo amato, il noto impasto
carnale di tempo (disincantesimo) e utopia dell’immortalità, è qui un composto umano di materiali astrali naturali e più vasti:
“corpo stellare” e “corpo di ore / bruciate e nubi quasi ferme”.
Il paesaggio al quale questo umano disumanato partecipa, viene retto da intermittenze e bagliori di urbe e natura (erba, acqua,
nuvole) e non è affatto un fondale sul quale il corpo poggia per spiccare (né le tre dimensioni, i tiepidi volumi della propria carne,
né il volo), è anch’esso parte viva e organo di senso metaforico, del narrato e del corpo scrivente.
Le cifre di Landini paiono dunque essere commistione (di corpo e nature e di poesia e poesia, lo vedremo) e frammento - ma
frammento chiuso, accensione compiuta nella sua durata. Landini procede infatti per blasoni, per camei piccoli e perfetti come
incisioni sulla madreperla. Raramente essi sono inanellati: si tratta di piccole icone de-terminate in se stesse e solitarie, stanze che si
aprono ai due lati del corridoio al quale accenna il titolo della silloge, piccole sfere messe in comunicazione dallo spazio bianco che
le contiene. I corpi e gli elementi del paesaggio sono immersi in una luminosa malinconia, in una specie di sereno compiacimento
per un leggero, costante dolore senza lamento.
Adesso tutto è immobile. Il punto di partenza della voce è fermo, è a cose fatte, a eventi ora conclusi: il movimento viene ricordato.
Rimane il secchio d’acqua non bevuta all’orlo del pozzo. E rimane la sete. Quello che adesso spinge l’unico moto, il soffio delle
parole - impastato all’innalzarsi dello sguardo -, è “passione”, “fuoco che non / mi manca”. Ci sono funi, corde, filamenti, che
paiono strade maestre perché il corpo (ormai) celeste si riappropri di quanto al mondo gli è appartenuto e il corpo rimasto, quello
fermo e mondano, possa intuire il soffio di quella migrazione invisibile - forse una vibrazione nel legame, metaforizzato appunto in
un sottile movimento di corde. Le quali possono anche significare musica, composta da ritorni, immateriali ma non astratti, perché
i corpi sono sì umbratili e lievi, ma si condensano e si esprimono in dettagli corporei: una “gola aperta”, una “mano ad arco”, gli
“occhi / di selva”, le “dita / di betulla” - che ne distillano consistenza e peso, sia interiore che volontario. Voluto, desiderato dal
corpo quando ancora si destinava a noi.
Nello stato liminare, di sospensione e velatura nel quale Landini scandisce i rintocchi delle sue parole che parlano a tutto (ai
cantieri, all’altrui corpo, alla notte) - e dove viene promesso che tutto questo dire nato dalla passione verrà inciso “nel ferro / molle
del giorno” come un bagliore di sole sui “gioielli / nei vagoni al mattino”, si confessa il timore del risveglio, del punto di
scavalcamento dell’alba.
Il momento nel quale la notte scavalca se stessa per diventare sole coraggioso e schietto, è atteso con un’ansia che consiglia a
Landini di appoggiarsi a un poeta più antico, di incastonare addirittura le parole di lui nelle proprie. Ecco dunque il Quasimodo
de I ritorni, colui che invece, ben prima del nostro autore, temeva di “restare”. L’io (ora doppiamente) lirico Landini prosegue i
versi di Quasimodo confessando di andare via per non svegliarsi in una primavera che, al contrario di quanto promette il suo
calore, farebbe o ha fatto morire. Ed ecco infatti comparire, con la sua maiuscola, l’eliotiano Aprile, che strazia i non vivi, che lascia
i morti alla loro inguaribile, crudele immobilità, più certa ora che tutto il vivo rivive e manda incomprensibili profumi. Ma aprile è
anche il mese del futuro, della gioia dolorosa di Pasolini solo insieme alla madre, a lei che supplica di restargli insieme, in quel
“futuro aprile” all’indicativo presente. […]
Maria Grazia Calandrone, in “Poesia”, n. 302, marzo 2015
Maurizio
Landini
***
[…]
L’àndito, termine che dà il titolo alla raccolta, è infatti un corridoio, un passaggio stretto e angusto. È un momento del stare spesso
non facile, potremmo quasi dire uterino se non fosse che anche nelle diverse esperienze di premorte le persone indicano la presenza
di una luce al di là del tunnel, dell’àndito in cui si trovano (che di fatto è ancora il mondo umano). E non a caso uno degli elementi
maggiormente ricorrenti, se non preponderanti tanto da divenire caratterizzanti l’opera stessa, è proprio la luce. Una luce che però
non si risolve nella sua sola esistenza chiara e luminosa ma diviene anche l’occhio che la partecipa e che la sente (alla stregua
della parola che non è l’acqua del fiume ma il suo stesso fluire).
Una luce che ha come testimone il buio. Un testimone positivo, fecondo (La pianta notturna che sale / fra le tue gambe fiorisce / piano),
che in qualche modo attende la nascita del giorno e del suo viaggio (notte d’organza: inciderò / queste parole nel ferro / molle del giorno
come / il sole accende i gioielli / nei vagoni al mattino). Un viaggio che ha una sua nascita dichiarata, una sua alba, un suo venire al
mondo, e poi un suo percorso che è chiarità, luce, e poi fine, morte.
Ma è proprio quest’ultimo aspetto, la morte, nello specifico del padre, che risolve e restituisce la profondità dell’opera. Come un
carcere è il sogno / dove per un tempo che è / breve ho potuto / incontrarti: una visita / priva di suoni e di certezze / su chi fra noi sia il detenuto.
Perché la luce può essere ciò che sta al di là dell’àndito uterino, dell’àndito post-mortem, dell’àndito del giorno. Ma può essere
anche (e questo ce lo confessa Landini stesso) la luce che filtra dalla finestrella della prigione della vita, della giornata. Nell’abissale
domanda, di fronte alla morte del padre (almeno questo lascia intendere l’autore), su chi sia veramente il detenuto.
Un libro essenziale che misura le parole con la pacata semplicità di chi ha una grande ispirazione, e le giuste domande. Dove il
senso preponderante della vista diviene non solamente bussola ma metro di misura dell’esistente e dell’assente. Una vista che è
corpo, che è sentire, che è compartecipazione alla cosa osservata. Che è un universale segnarmi di cenere la fronte a dichiarare
l’assoluta compartecipazione (si scusi la ripetizione ma considero tale termine fondamentale per comprendere Landini) all’esistenza,
alla parola, alla vita stessa in ciò che è e in ciò che resta.
Alessandro Canzian, in https://alessandrocanzian.wordpress.com/2015/04/15/andito-maurizio-landini/
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Inedito
Maurizio
Landini
[Fuoco in terra]
Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me,
ma piangete su voi stesse e sui vostri figli... Perché
se trattano così il legno verde, che avverrà del legno
secco?
(Luca 23,27-28.31)
Come nel deserto resterai
senz’acqua né cibo
per sfuggire alla vena del male
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che nasce da uno scuro
senza chiavi e semina l’odore
bruciato dei piccoli.
http://parma.repubblica.it/cronaca/2012/04/22/news/l_altra_met_della_resistenza_le_donne_parti
giane_in_un_film-33758131/
Collage Maurice Maeterlinck
SERRE CHAUDE
Ô serre au milieu des forêts!
Et vos portes à jamais closes!
Et tout ce qu'il y a sous votre coupole!
Et sous mon âme en vos analogies!
Les pensées d'une princesse qui a faim,
L'ennui d'un matelot dans le désert,
Une musique de cuivre aux fenêtres des incurables.
Allez aux angles les plus tièdes!
On dirait une femme évanouie un jour de moisson;
II y a des postillons dans la cour de l'hospice;
Au loin, passe un chasseur d'élans, devenu infirmier.
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Examinez au clair de lune!
(Oh rien n'y est à sa place!)
On dirait une folle devant les juges,
Un navire de guerre à pleines voiles sur un canal,
Des oiseaux de nuit sur des lys,
Un glas vers midi,
(Là-bas sous ces cloches!)
Une étape de malades dans la prairie,
Une odeur d'éther un jour de soleil.
Mon Dieu ! mon Dieu ! quand aurons-nous la pluie,
Et la neige et le vent dans la serre !
Collage Maurice Maeterlinck
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http://www.neldeliriononeromaisola.it/2014/04/5-aprile-2014-ore-1909-in-brasile-si-dice-chi-habocca-va-a-roma-e-chiara-che-bocca-gira-gira-ha-trovato-un-bellissimo-omaggio-alla-resistenzaattraverso-foto-straordinarie-a-no/
“Arcipelago itaca” blo-mag prima apparizione. Giovanni Commare su Gianfranco Ciabatti, Adriàn Bravi, Maria
Lenti, Nicola Romano e Norma Stramucci. Collage Dino Campana. Riproduzioni di opere di Giorgio Bertelli e
Lorenza Alba.
“Arcipelago itaca” blo-mag seconda apparizione. Danilo Mandolini su Attilio Zanichelli, Lucetta Frisa, Ivano
Mugnaini, Adelelmo Ruggieri e Luigi Socci. Collage Guido Gozzano. Riproduzioni di immagini di Michele Rogani
e di un’opera di Pietro Spica.
“Arcipelago itaca” blo-mag terza apparizione. Contributi da interventi di Maria Lenti e Gianfranco Lauretano su
Tolmino Baldassari, Danilo Mandolini su Renata Morresi, Maria Grazia Calandrone, Mauro Ferrari, Daniele
Garbuglia e Massimo Morasso. Inediti di Enzo Filosa. Collage Vladimir Majakovskij. Riproduzioni di opere di
Silvana Russo e Lucia Marcucci.
“Arcipelago itaca” blo-mag quarta apparizione. Un ricordo di Leonardo Mancino (con un testo inedito di Biagio
Balistreri), Danilo Mandolini su Anna Elisa De Gregorio, Gianni Caccia, Massimo Gezzi, Franca Mancinelli,
Liliana Ugolini. Inediti di Marina Pizzi. Collage Charles Baudelaire. Riproduzioni di opere di Enzo Esposito,
Giovanna Ugolini, Cosimo Budetta, Alfredo Malferrari e Giordano Perelli.
“Arcipelago itaca” blo-mag quinta apparizione. Un ricordo di Alfonso Gatto (con un saggio di Laura Pesola),
Rossella Maiore Tamponi (con note di Francesco Scaramozzino e Giorgio Linguaglossa), Linnio Accorroni (con
note di Danilo Mandolini e Adelelmo Ruggieri), Manuel Cohen (con una nota di Danilo Mandolini), Enrico De
Lea, Evelina De Signoribus, Stelvio Di Spigno ed Eva Taylor. Collage Cesare Pavese. Riproduzioni di immagini di
Sauro Marini e di un’opera di Adriano Spatola.
“Arcipelago itaca” blo-mag sesta apparizione. Un brano dal discorso di Eugenio Montale pronunciato in occasione
dell’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura del 1975, un ricordo di Ferruccio Benzoni (con un articolo di
Francesco Magnani, un’intervista all’autore a cura di Gabriele Zani e una poesia di Francesco Scarabicchi), Cristina
Babino (con una nota di Danilo Mandolini), Francesco Accattoli, Guglielmo Peralta e Lucilio Santoni. Inediti di
Narda Fattori. Collage Arthur Rimbaud. Riproduzioni di opere di Agostino Perrini e di Emilio Tadini. Commento
all’opera di Agostino Perrini a cura di Marco Frusca.
“Arcipelago itaca” blo-mag settima apparizione. Un ricordo di Giovanni Giudici (con brani da una nota
commemorativa di Goffredo Fofi), Alessandro Moscè (con una nota di Danilo Mandolini), Marco Ercolani, Fabio
Franzin, Mariangela Guàtteri e Annalisa Teodorani. Inedito di Giovanni Commare. Collage William Butler Yeats.
Riproduzioni di immagini di Mario Giacomelli.
“Arcipelago itaca” blo-mag ottava apparizione. Un ricordo di Claudia Ruggeri (con un saggio di Stelvio Di Spigno),
Alessandra Cava e Natalia Paci (con note di Danilo Mandolini), Patrizia Cavalli, Gian Maria Annovi, Luca Ariano
e Anna Ruotolo. Inediti di Mauro Barbetti e Renata Morresi. Collage Giuseppe Ungaretti. Riproduzioni di opere di
Luigi Bartolini.
“Arcipelago itaca” blo-mag nona apparizione. Un ricordo di Pier Paolo Pasolini (con una nota introduttiva di Danilo
Mandolini), Manuel Cohen, Anna Elisa De Gregorio, Francesco De Napoli (con note di Danilo Mandolini),
Gianni D’Elia, Marco Di Pasquale, Annamaria Ferramosca e Maria Grazia Maiorino. Inediti di Mariella De Santis
e Luigi Socci. Collage Giorgio Caproni. Riproduzioni di opere di Osvaldo Licini.
“Arcipelago itaca” blo-mag decima apparizione. Un ricordo di Remo Pagnanelli (con una nota introduttiva di
Danilo Mandolini), Elisabetta Maltese (con una nota di Mauro Barbetti), Maria Lenti, Nicola Romano (con note di
Danilo Mandolini), Elio Pagliarani, Francesco Scarabicchi (con un’intervista a cura di Danilo Mandolini),
Alessandra Carnaroli e Roberto Deidier. Inediti di Loretta Zoppi (con una nota di Danilo Mandolini). Collage
Guillaume Apollinaire. Riproduzioni di immagini fotografiche che testimoniano le lotte dei lavoratori e le proteste
contro il potere (sia questo economico/finanziario che non).
“Arcipelago itaca” blo-mag undicesima apparizione. Violata? Giudicate voi! Sull’ormai nota “statua della discordia”
di Ancona. Simonetta Giungi (con una nota introduttiva inedita di Maria Lenti), un saggio inedito di Guglielmo
Peralta su Cesare Pavese (con alcune poesie scelte), [ancora su] Leonardo Mancino (con un brano da un saggio ed
una lirica di Luisa Rossi), Mauro Barbetti (con una nota di Danilo Mandolini), Maurizio Landini (con un intervento
di Martina Daraio), Andrea Zanzotto, Damiano Abeni (con un brano da una nota di Massimo Gezzi), Andrea
Longega e Marco Srebernic (con una nota di Danilo Mandolini). Collage Charles Bukowsky. Riproduzioni di nove
immagini fotografiche che rappresentano altrettanti atti d’accusa contro la pena di morte.
“Arcipelago itaca” blo-mag dodicesima apparizione. Llanto por Ignacio Sánchez Mejías di Federico García Lorca.
Con l’introduzione di Giovanni Raboni, le traduzioni di Carlo Bo, Elio Vittorini, Giorgio Caproni, Leonardo
Sciascia e Oreste Macrì e con un recente articolo di Alessio Piras; Irene Paganucci (con una nota di Mauro Barbetti);
Alessandro Seri e Norma Stramucci (entrambi introdotti da Danilo Mandolini); Eugenio Montale (nella
presentazione di Dante Isella); Rachel Blau DuPlessis (con un brano dal saggio introduttivo di Renata Morresi a
Dieci bozze); Manuel Caprari (con una nota sempre di Renata Morresi); Alberto Toni. Collage Jorge Luis Borges.
Riproduzioni di undici immagini tratte dal volume fotografico Un secolo di guerre.
“Arcipelago itaca” blo-mag tredicesima apparizione. Ricordo di Maria Grazia Lenisa [con testo introduttivo inedito
(Un mondo di là da venire) di Danilo Mandolini. Scheda bio-bibliografica e scelta delle liriche a cura di Marzia Alunni.
Tre (più o meno) recenti contributi critici], carteggi tra Celan e Vittorio Sereni e tra quest’ultimo e Andrea Zanzotto
(nota introduttiva di Giovanna Cordibella), da Dopo Campoformio di Roberto Roversi, Adriàn N. Bravi, Lella De
Marchi e Lorenzo Mari. Collage Thomas Stern Eliot. Riproduzioni di dieci immagini di Marco Baldinelli.
“Arcipelago itaca” blo-mag quattordicesima apparizione. Vittorio Reta: testi da Visas (introduzione a cura di Danilo
Mandolini e un ampio estratto da Una rete per Reta di Luciano Nanni); Sebastiano Timpanaro legge Leopardi (brani
scelti da Giovanni Commare) [introduzione a cura di Danilo Mandolini e (Sebastiano Timpanaro) Il materialismo per la
lotta di classe di Giovanni Commare]; Amelia Rosselli (da Variazioni belliche); Maria Lenti: da Effetto giorno - scritti
diversi (1993-2012) (breve introduzione a cura di Danilo Mandolini e La parola scritta di Maria Lenti di Vitaliano
Angelini); Narda Fattori; Andrea Lanfranchi. Collage Iosif Aleksandrovič Brodskij. Riproduzioni di tredici
immagini di Danilo Mandolini.
“Arcipelago itaca” blo-mag quindidicesima apparizione. Fernanda Romagnoli: testi da Il tredicesimo invitato e altre
poesie ed estratti dall’Introduzione allo stesso volume e da La fortuna critica di Fernanda Romagnoli e gli inediti (entrambi
a cura di Donatella Bisutti); versi da La deriva di Luca Canali ed un brano dalla Nota introduttiva alla stessa opera (a
cura di Giacinto Spagnoletti); L’albero e la vacca di Adriàn Bravi (con L’evoluzione della narrativa di Adriàn Bravi oltre
il confine delle ossessioni di Danilo Mandolini); Parlando d’altro di Rodolfo Cernilogar (con Parlando d’altro si fa poesia
di Mauro Barbetti); Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato di Andrea Inglese (con La rappresentazione
del sentimento dell’attesa di Danilo Mandolini); Femminile plurale - Le donne scrivono le Marche (con brani da Una
regione al femminile plurale di Cristina Babino, Dalle Marche: una possibile “mappa” del sentire e del vedere peculiare delle
donne di Danilo Mandolini ed un estratto da Viaggi minimi con Luigi Di Ruscio di Luana Trapè); Suono del vento
primo di Enrico De Lea; antologie delle opere e della critica di e su Francesca Perlini (con «L’esistenza entra nella vita»
di Danilo Mandolini) e Marco Simonelli. Collage Marina Ivanovna Cvetaeva. Riproduzioni di quattordici
immagini fotografiche testimonianti lo stato di inarrestabile degrado ed inquinamento del pianeta (e relativi link di
articoli correlati). In copertina: immagine di Jan Smith.
“Arcipelago itaca” blo-mag sedicesima apparizione. Lo scorso 17 febbraio è formalmente nata Arcipelago itaca Edizioni.
Michail Jur’evič Lermontov: una presentazione di Danilo Mandolini, versi da Quaranta poesie ed un estratto dalle
Note ai testi (dal medesimo volume) entrambi a cura di Roberto Michilli. Da Lunga un anno di Francesco Accattoli,
Musa fitta nell’azzurro di Davide Argnani, La cordialità di Mariella De Santis, Quaderno millimetrato di Dorinda di
Prossimo e note di presentazione di Danilo Mandolini. Testi di Francesca Monnetti e Nota introduttiva di Mauro
Barbetti. Da TerraeMotus / [voci, traccia] di Fabio Orecchini e nota di commento dello stesso autore. Piccola
antologia dell’opera e della critica di e su: Alessio Alessandrini e Antonio Bux. Collage Anne Sexton. Riproduzioni
di ventisette immagini che rimandano soprattutto alle copertine di molte tra le più note riviste italiane di letteratura.
In copertina: “Solaria” e “Officina”.
“Arcipelago itaca” blo-mag diciassettesima apparizione. Anteprima Arcipelago itaca Edizioni: Sei nessuno anche tu?
- Emily Dickinson / Mario Giacomelli, versioni di Renata Morresi; Lea Ferranti: una vita per la poesia, una poesia per
la vita di Alessio Alessandrini - Versi da La luna sul balcone - Poesie dal 1973 al 2001; versi da Corpo di scena di
Gianfranco Palmery; Vetrina Arcipelago itaca Edizioni: Dire casa - Francesca Perlini; Jucci di Franco Buffoni - Nota
di lettura di Danilo Mandolini; Da Abitiamo il corpo del vento (inediti) di Leandro Di Donato; Testi (inediti) di
Nicola Romano; Antologia dell’opera e della critica di e su Giovanni Commare e Maurizio Landini; Collage
Maurice Maeterlinck. Riproduzioni di quattordici immagini, raccolte sotto il titolo di CIAO BELLE!, celebrano il
contributo dato dalle donne alla liberazione dell’Italia dal gioco nazi-fascista. In copertina: Combattenti curde.
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
Costantino Kavafis, Itaca
Per ricevere, a ½ e-mail, le apparizioni (incluse quelle arretrate) di “Arcipelago itaca” blo-mag,
inoltrare relativa richiesta a [email protected].
La piccola immagine
in basso a destra
nella seconda di copertina
e in alto a sinistra
nella terza di copertina
raffigura
la sagoma dell’isola di Itaca.
Buffoni
Palmery
Commare
Giacomelli
Morresi
Mandolini
Landini
Perlini
Ferranti
Di Donato
Romano
Dickinson
Maeterlinck
Alessandrini
letterature, visioni ed altri percorsi
ideatore e curatore: Danilo Mandolini
Arcipelago itaca Edizioni
di Danilo Mandolini
Via Mons. Domenico Brizi, 4 60027 Osimo (AN).
www.arcipelagoitaca.it