Diapositiva 1 - la porta di mezzanotte
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Diapositiva 1 - la porta di mezzanotte
Le Res idenze S abaude LA S TORIA E IL P IE MONTE La storia e il Piemonte: un binomio indissolubile da ripercorrere tra gli scenari barocchi di Torino e delle splendide residenze Sabaude. Ma anche attraverso i dieci manieri del Canavese o i 38 castelli nel sud della regione disseminati tra Asti, Alessandria e Cuneo. Ogni città, dalla metropoli al più piccolo borgo di provincia custodisce con cura il suo centro storico, un angolo incantevole fatto di piazze e portici, mercatini e botteghe artigiane, ristoranti tipici e caffè d'epoca. Dove la Cultura continua ad essere vitale: spettacoli, eventi, sagre popolari e rievocazioni tra storia e leggenda ... I Savoia: Nella prima metà del XIII secolo fu adottato per la prima volta il nome Piemonte per indicare un territorio molto ristretto, compreso tra Dora Riparia, Po e Sangone, che acquisì una vera e propria fisionomia politica nel XV secolo, passando da Signoria a Principato. Il successivo espandersi del Piemonte come entità politica seguì gli scontri tra i principati territoriali e le più potenti monarchie europee tra il XVI e il XVII secolo. Un passaggio importante nella compenetrazione tra territorio e stato sabaudo avvenne con Emanuele Filiberto (1559-1580), il quale mise le basi per un efficace controllo politico e militare dell'area pedemontana del suo dominio. Ducato di Savoia fino al 1713, Regno di Sicilia al concludersi della guerra di successione spagnola, lo stato sabaudo divenne Regno di Sardegna nel 1720 sotto Vittorio Amedeo II. Dopo la guerra di successione polacca (1738) e quella austriaca (1748) il Piemonte assunse una conformazione geografica simile all'attuale, grazie al fatto che i confini orientali del dominio si attestarono sulla linea del Ticino. PA LA ZZO MA DA MA Palazzo Madama compendia i duemila anni di storia della città di Torino. La sua storia ha inizio già in epoca romana. Il palazzo fu edificato sul sito di una delle quattro porte cittadine, quella Praetoria o Decumana. Di essa rimangono le due torri alte una trentina di metri conglobate nella facciata barocca dell'edificio, verso Via Po. Nel XIII secolo Guglielmo VII, marchese del Monferrato divenuto padrone di Torino, vi costruì una casa-forte, a fianco della quale aprì una nuova piccola porta, la Fibellona. All'inizio del Quattrocento il vecchio fortilizio, passò al ramo principale dei Savoia. Ludovico d'Acaia lo trasformò in un grande castello, con due stanze affrescate da Giacomo Jacquerio, ora perdute. Un grande impulso artistico si ebbe nei secoli XVII e XVIII con le madame reali Cristina di Francia, moglie di Vittorio Amedeo I e Maria Giovanna Battista di Savoia- Nemours, seconda moglie di Carlo Emanuele II, dalle quali il palazzo prese il nome. Nella prima metà del Seicento fu ristrutturata la facciata verso Via Garibaldi, con ogni probabilità ad opera di Ascanio Vittozzi. Madama Cristina, fra il 1638 e il 1640, iniziò la decorazione delle sale del suo appartamento. La seconda Madama reale, Giovanna Battista di Savoia-Nemours, nel 1718 chiese allo Juvarra di progettare un radicale ampliamento dell'edificio in modo che questo fosse trasformato in una delle più grandiose residenze europee. Il progetto prevedeva due facciate lunghissime che univano i due lati della piazza, ma fu realizzata solo la splendida facciata verso Via Garibaldi. Dall'atrio partono le due rampe del maestoso scalone che occupa praticamente tutta la grandezza della facciata. Gli ambienti più interessanti (purtroppo non tutti visitabili) sono: il salone medioevale dei Principi d'Acaia, al primo piano gli appartamenti delle due madame reali, il salone "degli Svizzeri" (che dal 1848 al 1860 fu sede del Senato del primo Parlamento Subalpino e fino al 1864 del Senato Italiano), la Sala delle Quattro Stagioni, la Sala di Madama Reale e la Sala Verde. Durante l'occupazione francese il palazzo corse il rischio di essere demolito. Nel 1883 Alfonso D'Andrade diresse gli scavi archeologici e i lavori di ripristino delle strutture medioevali che si conclusero negli anni venti. Nel 1934 fu riaperto al pubblico come "Civico Museo d'Arte Antica",. Tra le opere più significative vi sono ospitati dipinti di Antonello da Messina, di Martino Spanzotti, di Defendente Ferrari, di Jaquerio e di Macrino d'Alba. PA LA ZZO RE A LE Palazzo Reale fu edificato nel 1646, quando Madama Cristina, moglie di Vittorio Amedeo I, volle sostituire con un nuovo edificio il vecchio Palazzo del Vescovo dove Emanuele Filiberto aveva alloggiato quando aveva trasferito la capitale dei suoi stati da Chambéry a Torino (1562). La facciata del nuovo palazzo fu realizzata da Carlo Morello sul disegno di Amedeo di Castellamonte nel 1658. Attraverso un atrio si accede, a destra, al monumentale scalone. La Sala degli Svizzeri si sviluppa su un'altezza di due piani e ospita una preziosa tela di Palma il giovane del 1557. Assolutamente intrascurabili sono la Sala dei Corazzieri, la Sala delle Virtù o degli Satffieri, arredate da dipinti e arazzi. Degno di nota è anche il soffitto seicentesco della Sala delle Vittorie o dei Paggi, disegnato da Michelangelo Morello e intagliato da Bartolomeo e Giovan Battista Botto. Infine, la Sala del Trono, la più sontuosa del palazzo, la Sala del Consiglio e quella dell' Udienza. Seguono ancora il Salotto delle lacche cinesi, la camera da letto di Carlo Alberto e la sala della colazione che conservamo ancora oggeti di arredamento, intarsi e decorazioni. Passando per la galleria del Daniel si raggiunge la sala da pranzo, la camera dell'Alcova e la sala da ballo, realizzata nel 1840 dal Palagi per Carlo Alberto. Raggiunta la scala delle Forbici si può passare all'appartamento della Regina e quello di Madama Felicita (in genere chiusi al pubblico). Dal 1668 era in costruzione sul limite occidentale del palazzo la Cappella della Sindone, capolavoro di Guarino Guarini. Sul finire del secolo furono sistemati i giardini. Nel Settecento furono coivolti nei lavori anche Juvarra e Benedetto Alfieri oltre che i migliori artisti del tempo. Il complesso fu ampliato verso est con la lunga serie delle Segreterie (l'attuale Prefettura), fino a congiungersi ad angolo retto con il teatro regio, il palazzo juvarriano degli Archivi, l'Accademia Militare e le Cavallerizze (ora distrutte). Dopo il periodo di occupazione francese si dovette intervenire con ulteriori interventi seguiti Pelagio Palagi su volontà di Carlo Alberto. È di questo periodo l'attuale cancellata in bronzo della piazzetta reale, disegnata appunto dal Palagi e ornata, verso la metà del secolo, dalle statue di Castore e Polluce, di Abbondio Sangiorgio. L'ultimo importante intervento fu la costruzione della Manica Nuova lungo la Via XX Settembre. Fu edificata nel 1908 per gli uffici della Real Casa sul sito dell'antico palazzo di San Giovanni. Fu in quest'occasione che vennero alla luce i resti dell'antico teatro romano. Il Palazzo Reale di Torino è dunque un insieme di costruzioni diverse e successive, tutte comunicanti all'interno, a cui lavorarono i registi ufficiali della scenografia sabauda dal pieno Seicento, dal rococò, al neoclassico. All'interno del complesso sono ospitate la Biblioteca Reale e l'Armeria Reale a cui si accede dai portici della Prefettura (P.zza Castello, 191), entrambe istituite da Carlo Alberto e custodi di straordinarie raccolte. PA LA ZZO C A RIG NA NO Palazzo Carignano, uno dei più straordinari palazzi del barocco italiano, fu realizzato dal grande Guarino Guarini, architetto modenese, tra il 1679 e il 1684 su incarico del principe Emanuele Filiberto il Muto, figlio di Tommaso da Carignano Il Guarini, dopo un lungo lavoro di cui esistono ancora i disegni originali nell'archivio di stato, progettò un edificio singolare con la facciata in cotto curvilinea. Dall'atrio si accede agli appartamenti dei principi di Carignano, con soffitti affrescati e pareti rivestite da specchiere. A Palazzo Carignano nacquero Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II. Nel 1848 l'edificio fu scelto come sede della Camera dei Deputati del Parlamento Subalpino e fu aggiunto il nuovo corpo verso la Piazza Carlo Alberto, dove c'era un giardino. Nel 1863 si iniziò l'edificazione di una nuova ala destinata ad ospitare il Parlamento Italiano, che fu però inutile allo scopo dal momento che nel 1865 la Camera emigrò a Firenze, la nuova capitale. Oggi, all'interno del piano nobile il Palazzo ospita il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano con circa 3000 opere d'arte e cimeli esposti nelle sale settecentesche, affrescate dal Legnanino, e nello spazio ottocentesco culminante nella grande aula alta 38 metri affrescata da Francesco Gonin C A S TE LLO DE L VA LE NTINO Il Parco del Valentino fu realizzato verso la metà del secolo scorso sul progetto di Jean Pierre Barillet-Deschamp ed è uno dei primi parchi urbani italiani. Si estende per 550.000 mq lungo la sponda del Po. Al suo interno il transito è in gran parte riservato a pedoni e biciclette. Nell'area si trovano il Castello del Valentino, l'Orto Botanico, il Borgo medioevale e il Palazzo di Torino Esposizioni. Il Castello, grandioso edificio di proprietà dei Savoia fin dal 1564, fu dimora della Madama Reale Cristina di Francia, miglie di Vittorio Amedeo I. L'originale villa fluviale cinquecentesca che affaccia sul Po fu fatta completamente ristrutturare ed ampliare proprio per volontà della Madama reale. Nel 1620 i lavori furono commissionati ad Amedeo di Castellamonte e durarono fino al 1660. Furono sviluppati particolarmente il fronte verso la città, i due corpi laterali perpendicolari alla facciata ed il grande cortile chiuso su tre lati. Alla morte di Cristina di Francia seguì un periodo di decadenza e abbandono. Nel periodo di occupazione francese divenne sede della scuola di veterinaria, nel 1824 fu adibita a caserma e nel 1859 divenne sede della Regia Scuola di Applicazione epr Ingegneri. Oggi è sede della Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. Nelle stanze al piano nobile si possono ammirare le decorazioni seicentesche. Gli ambienti più interessanti sono l'appartamento di Moncalieri con il Salone centrale, la Stanza verde, la Stanza delle rose, la Stanza dello zodiaco, la Stanza del Valentino o della Nascita dei Fiori, il Gabinetto dei fiori e la Stanza dei Gigli. L'appartamento di Torino con la Stanza della Guerra, la Stanza delle Udienze, la Stanza delle Magnificenze, la Stanza della Caccia, il Gabinetto delle Fatiche di Ercole e la Stanza delle Feste.Attualmente è in corso di realizzazione un grande restauro curato dalle Soprintendenze mirante a conservare le coperture alla francese disegnate dal Castellamonte e gli apparati decorativi.Adiacente al Castello del Valentino è visitabile, previa prenotazione, l'Orto Botanico fondato da Vittorio Amedeo II nel 1729. In esso sono coltivati circa 2500 tipi di piante ed un Erbario con circa 1.000.000 di esemplari. In occasione dell'Esposizione generale italiana del 1884 Alfredo d'Andrate insieme ad un gruppo di artisti, storici e letterati idearono un Borgo che riproducesse una serie di tipologie medievali, prendendo a modello architettura, decorazione e arredamento una serie di edifici del Piemonte e della Valle d'Aosta del XV secolo PA LA ZZINA DI C A C C IA DI S TUPINIG I Stupinigi, originariamente feudo dei Savoia d'Acaja, fu ceduta ad Emanuele Filiberto nel 1563, quando portò la capitale del ducato da Chambéry a Torino. Per dono dello stesso Emanuele Filiberto l'intera tenuta passò all'Ordine dei santi Maurizio e Lazzaro.Nel 1729 Vittorio Amedeo II, Gran Maestro dell'Ordine Mauriziano, commissionò a Filippo Juvarra il progetto di costruzione della palazzina di caccia. I lavori procedettero velocemente e, già due anni dopo, il castello ospitò la prima battuta di caccia. Il geniale progetto architettonico di Juvarra si basò su una forma stellare. Dal grande salone centrale a forma ellittica partono quattro braccia a croce di Sant'Andrea. Fu lo stesso Juvarra a coinvolgere i migliori pittori, molti dei quali veneziani, e i migliori artigiani per le decorazioni interne. Negli anni successivi i lavori furono seguiti da Prinotto, poi da Birago di Borgaro e infine da Ludovico Antonio Bo. In questi anni il complesso si ampliò verso Torino e iniziò a prendere forma sia il giardino che il bosco posteriore. Nel 1766 la cupola centrale che sormonta il grandioso salone fu coronata dall'emblematico cervo in bronzo del Ladetto. Nel 1832 la Palazzina divenne di nuovo proprietà della famiglia reale. Fu ceduta al Demanio dello Stato nel 1919 e nel 1925 fu restituita all'Ordine Mauriziano, con tutte le proprietà circostanti. Oggi la palazzina, circondata da un magnifico parco, consente la visita di un gran numero di sale ed è sede del Museo di Arte e Arredamento che comprende raccolte di mobili, quadri e oggetti di altissima qualità provenienti sia dagli arredi originari della Palazzina stessa, sia da altre residenze reali. Dal cortile si accede ad un atrio che porta alla galleria dei Ritratti, e quindi alla biblioteca. Tra gli ambienti più interessanti vanno ricordati l'appartamento di levante, l'appartamento del re, la sala degli scudieri e soprattutto l'ellittico Salone centrale con il ciclo di affreschi del Trionfo di Diana di Giuseppe e Domenico Valeriani e il grande lampadario in bronzo e cristallo del 1773. Il Parco Naturale di Stupinigi è stato istituito nel 1991 e si estende per 1732 ettari. Comprende zone agricole alternate a boschi. Originariamente l'area boschiva era costituita da querce e carpini. In seguito furono introdotte altre specie come la robinia, il noce nero, il platano, il pino strobo e i pioppi. I protagonisti del parco, i cervi, sono scomparsi ormai da un secolo. L'area è tutt'oggi ancora popolata da scoiattoli, moscardini, volpi, donnole, faine, lepri, conigli selvatici e numerose specie di uccelli nidificanti. C A S TE LLO DI RA C C O NIG I NOTIZIE S TORIC HE Il Castello di Racconigi, sorto come luogo fortificato al confine tra le terre dei Savoia-Acaja e i marchesi di Saluzzo, divenne appannaggio nel 1620 del ramo cadetto dei SavoiaCarignano. E’ con Emanuele Filiberto, figlio di Tommaso di Carignano, che vennero operate ristrutturazioni ed ampliamenti ad opera di importanti architetti e giardinieri: da Guarino Guarini e André Le Notre alla fine del XVII secolo a Giovan Battista Borra e Bolina a metà del secolo XVIII. A seguito di questi interventi il castello divenne parte integrante del sistema della “corona di delizie” con cui i Savoia circondarono la capitale del Regno Sabaudo. Nel 1831, con l’ascesa al trono di Carlo Alberto, il Castello divenne sede delle “Reali Villeggiature” assumendo, per opera di Ernest Melano, Pelagio Palagi e Xavier Kurten, la configurazione che ancora oggi ne caratterizza l’aspetto.Passato al patrimonio privato di Vittorio Emanuele II nel 1870, il Castello conserva, grazie alla regolare frequentazione della famiglia fino al 1946, l’atmosfera di “casa” vissuta: ambienti così ricchi di personalità e così intimi da suggerire un entrata in punta di piedi, come se in qualsiasi momento potessero arrivare i personaggi che l’ hanno abitata e che ancora ne popolano le pareti, immobili nei loro ritratti. E’ dunque un grande senso di intimità quello che coglie chi visita Racconigi…la stessa sensazione che aveva colpito Carlo Alberto duecento anni fa e che non l’aveva più lasciato. “ Non riesco a strapparmi da questa amata campagna, che mi sembra di amare ogni giorno di più…” Così Carlo Alberto definisce la sua amatissima Racconigi, la sua casa di campagna dove si trascorrevano vacanze e giornate serene, lontane, per quanto possibile, dal protocollo e dal cerimoniale di corte. Nel 1999 il Castello di Racconigi è stato inserito tra i beni protetti dall’UNESCO. IL C AS TE L LO Nel Castello si segue un percorso che porta il visitatore a scoprire spazi, motivi decorativi e storie che abbracciano tutte le epoche. Riferimenti mitologici, arredi e decori, ritratti, suppellettili danno perfettamente l’idea della storia e del vissuto di questa dimora. Percorrendo le sale dell’Appartamento di Parata si immagina il via vai di ospiti, personaggi di corte e ministri che all’epoca di Carlo Alberto giungevano ad animare la quiete racconigese. Dal maestoso Salone di Ercole si dirigevano alla Sala di Diana attraversando spazi che vibravano dei candidi stucchi del Bolina. Accolti nelle neoclassiche Sale dei Dignitari o di Ricevimento ammiravano le storie degli eroi e gli elogi che la Fama dedicava al loro sovrano. Sostando nel magnifico Gabinetto di Apollo si sentivano soggiogati dalla fama dei poeti e dei drammaturghi che ornano le pareti o erano coinvolti nell’osservazione dell’animato fregio con i Giochi Pitici. Poi erano accolti dal Re, nel Gabinetto Etrusco, lussuoso elogio della cultura etrusca e greca. Nel Castello si trascorrevano anche momenti meno formali. Gli ospiti erano accolti negli appartamenti delle Gallerie dei Ritratti e dei Cardinali e, i più importanti, anche nel suggestivo Appartamento Cinese. La Sala da Pranzo riuniva la piccola corte nei momenti conviviali a cui seguivano le chiacchiere accompagnate dal Tè o dal Caffè. Le serate trascorrevano intorno al tavolo da biliardo oppure giocando a carte nella Galleria della Cappella. In occasioni speciali gli Appartamenti di Rappresentanza al piano nobile accoglievano gli ospiti più illustri. Dopo Carlo Alberto, il Castello dovette attendere quasi 50 anni per tornare ad essere frequentata dimora di villeggiatura e allora si trasformò secondo le moderne esigenze del tempo: impianti di riscaldamento, bagni e energia elettrica apparvero negli appartamenti più frequentati; ospiti di prestigio vennero in visita ai sovrani e l’ultimo re d’Italia, Umberto, nacque proprio nella residenza racconigese, al secondo piano, negli ambienti privati. Qui gli spazi voluti da Carlo Alberto per la coppia reale e per i principini vennero trasformati in un unico moderno e funzionale appartamento. Una decorazione più sobria, accanto alle innovazioni tecnologiche, furono le scelte che motivarono Vittorio Emanuele III ed Elena del Montenegro a frequentare con assiduità la residenza. Nel 1930 il Castello fu donato al principe Umberto, in occasione del suo matrimonio con Maria José del Belgio, ed egli volle raccogliere qui le sue collezioni arricchendo ulteriormente il patrimonio della residenza. Ed è proprio una giovane Maria José con i suoi piccoli principini a sorprendere i visitatori nella Sala della Musica ricordandoci che la visita non è ancora finita. Il Castello offre ancora la deliziosa Cappella di Palazzo che conserva le spoglie dell’ultimo discendente dei Savoia Racconigi e quelle di una sconosciuta Santa Grecinia e le Cucine, sorprendenti ambienti in cui non è difficile immaginare, camerieri, cuochi e sguatteri correre indaffarati nel loro lavoro. IL RE AL P ARC O Uscendo dalla Cucina si può accedere al Parco che si apre nella sua maestosità che sorprende in qualsiasi stagione. L’aspetto attuale è quello datogli dal Kurten nell’800 per volere del re Carlo Alberto. Lungo i viali si ripercorrono le amene passeggiate che il sovrano era solito concedersi per ritrovare un po’ di tranquillità dalle pressanti questioni di stato che non lo abbandonavano neppure in “vacanza”. Il Parco è punteggiato da costruzioni che ricordano gli svaghi che qui si concedeva la famiglia reale. Nel Cinile erano ricoverati i cani del re; la Dacia Russa e la Fagianaia ospitavano uccelli esotici e altri più comuni usati nella caccia e per la tavola; dalla Darsena partivano le piccole imbarcazioni che dal Canale, costeggiando l’Isola del Tempio, raggiungevano il Grande Lago. Al fondo del Parco, esaltata da quinte verdi opportunamente studiate dal Kurten, sorgono le Margarie, meraviglioso complesso in stile neogotico che costituiva l’azienda agricola del Castello. Qui il Re sperimentava tecniche agricole e seguiva la produzione delle proprie cascine. Qui il Re aveva una delle più ricche serre dei suoi tempi, architettura che sorprende ora per bellezza e luminosità. Ma a voler percorrere ancora i viali del Parco, il visitatore attento può cogliere altre suggestioni: l’Obelisco dedicato alla vittoria militare del Trocadero a cui Carlo Alberto partecipò; la Torre sulle rive del Grande Lago; l’Eremitaggio nascosto dalle fonde degli alberi. Il Parco naturalmente è un meraviglioso spazio verde e Carlo Alberto, così come ogni visitatore che lo attraversi, amava perdersi tra le contorte radici delle piante secolari: platani, aceri, ippocastani, betulle, carpini vivono accanto al ginko biloba, ad un magnifico olmo del Caucaso, all’albero di Giuda, al liriodendro, solo per citare alcune specie. Anche i fiori colorano il verde del Parco: i muscari del Lago dei Cigni, i narcisi, i tulipani, l’aglio ursino. E nel Parco non mancano mai le sorprese: il volo radente di una cicogna o di un airone, la svelta corsa di uno scoiattolo o il lento nuotare di un germano reale. LA VE NA RIA RE A LE La Reggia di Diana costituì un vanto piemontese, capace di rivaleggiare in con le residenze più famose delle corti europee. In occasione di questo progetto Amedeo di Castellamonte scrisse anche un grande libro con incisioni, ormai rarissimo, in cui immaginava di descrivere la sua opera al Bernini. Il complesso della Venaria è costituito da un intero centro abitato, in cui la Reggia di Diana si congiunge alla zona civile attraverso un percorso rettilineo. All'inizio del XVIII secolo, dopo aver subito le devastazioni delle truppe francesi, il Castello fu ristrutturato ed ampliato secondo i progetti di Garove, Juvarra e Alfieri. Verso la metà del secolo cominciò l'abbandono di Venaria a favore di Stupinigi e l'occupazione napoleonica non fece che aggravare la situazione. Con la Restaurazione la Reggia diventò caserma e la Galleria di Juvarra fu ridotta a scuderia. Nell'ultima guerra subì saccheggi e vandalismi. Oggi il Castello è inserito in un vasto piano di recupero delle residenze e collezioni sabaude. L'ambiente più suggestivo è sicuramente il salone di Diana. Il soffitto conserva gli affreschi di Jan Miel risalente al 1663 (le tele delle Cacce, sempre attribuite a J.Miel sono oggi conservate a Palazzo Madama). Nella Stanza dei Cervi famosi, nei Gabinetti delle Cacce e nella Sala dei Templi dedicati a Diana sono ancora leggibili gli affreschi di Giovanni Paolo e Giovanni Antonio Recchi e di Giacomo e Giovanni Andrea Casella. Non si possono non menzionare: la bellissima Galleria di Diana, realizzata da Juvarra continuando l'opera di Garove, la Chiesa di S. Umberto, la grande scuderia e la citroniera (tutte e tre di Juvarra). Se dalla Reggia si prosegue per Via Amedeo di Savoia si raggiunge l'ingresso del Parco Regionale La Mandria. Qui è ospitata una Palazzina Reale costruita tra 1702 e il 1709 ed ampliata successivamente dallo Juvarra e dall'Alfieri. Vittorio Emanuele II fece della tenuta una riserva di caccia e della Palazzina una residenza di campagna. IL C A S TE LLO DI RIVO LI Il Castello di Rivoli sorge sui resti di un antico castello medievale del XI secolo, sopra il rettilineo che collega Rivoli a Torino, esattamente in asse con la Basilica di Superga. Fu riedificato da Emanuele Filiberto per divenire residenza della Casa Sabauda. All'inizio del Seicento Carlo Emanuele I affidò il progetto e i lavori ad Ascanio Vitozzi e a Carlo di Castellamonte. Nel 1718 Filippo Juvarra progettò per Vittorio Amedeo II una reggia grandiosa che avrebbe dovuto competere con la magnificenza delle corti europee. L'ambizioso progetto rimase in parte incompiuto. Nel 1793 Carlo Randoni tentò di completare il disegno dello Juvarra, ma l'occupazione francese impedì la costruzione della parte centrale che avrebbe dovuto unire il castello alla Manica Lunga. Alla fine dell'occupazione napoleonica il castello tornò ai Savoia che, nel 1860, lo affidarono al comune di Rivoli. Diversi contingenti di truppe occuparono quasi ininterrottamente l'edificio fino al 1943. Durante l'ultimo conflitto il Castello fu occupato dalle truppe tedesche e la Manica Lunga fu adibita alle più svariate attività. Dal 1978, il castello è stato destinato a Museo d'Arte Contemporanea e sono iniziati i lavori di restauro. Il progetto di Andrea Bruno segue il criterio di fissare la situazione del cantiere incompiuto di Juvarra, senza completamenti né rifacimenti. E' privilegiato l'uso di materiali e tecniche attuali, che pongono l'accento sulla differenza tra le antiche e le nuove strutture. Nel 1984, grazie ai lavori di restauro il castello può ospitare la sua prima mostra intitolata "Ouverture". Il Parco, ovvero l'Area Attrezzata della Collina di Rivoli, è stato istituito nel 1984 e si estende per 18 ettari lungo la collina che congiunge Rivoli con il Parco Naturale dei Laghi di Avigliana. Dal castello partono diversi itinerari che attraversano i due parchi. Attualmente e’ uno dei Musei di arte contemporanea piu’ importanti d’Europa. IL C A S TE LLO DI MO NC A LIE RI La struttura originaria risale al XII secolo. La prima trasformazione della fortezza fu voluta da Tommaso III di Savoia nel 1277. Solo nella seconda metà del XV secolo, in seguito al matrimonio di Jolanda di Valois con amedeo IX il Beato, la rocca fu ampliata e munita delle torri angolari cilindriche e cominciò ad assumere aspetto di residenza ducale. Nel Cinquecento, il castello cadde in rovina. Nel Seicento il duca Carlo Emanuele I iniziò la ricostruzione del castello che fu completata dalla Madama Reale Maria Cristina e dal figlio Carlo Emanuele II nel secolo successivo. I lavori furono assegnati prima a Carlo e poi ad Amedeo di Castellamonte. Successivi interventi, riguardanti anche l'arredo sono attribuiti a Filippo Juvarra (1731) e a Benedetto Alfieri (1752-56). Alla fine del Settecento Vittorio Amedeo III lo ampliò ulteriormente con quattro torri quadrate. Il castello fu residenza cara alla principessa M. Clotilde che vi morì nel 1911 e a Vittorio Emanuele II, ultimo sovrano che lo scelse come dimora abituale e che lo fece restaurare ed arredare secondo il gusto del tardo ottocento. Del raffinato arredamento, raccolto in epoche diverse dai Savoia, molto è stato trasferito nei musei, ma la fastosità delle stanze e dei saloni si può ancora ammirare nella cappella reale, negli appartamenti delle principesse Maria Letizia e Maria Clotilde, nell'appartamento reale di Vittorio Emanuele, nel grazioso boudoir della regina, e nel settecentesco salone di ricevimento. Gli appartamenti Reali risalgono sostanzialmente al XIX secolo, ma non mancano squisiti esempi di gusto tardo settecentesco come l'ex salottino cinese adibito a stanza da bagno. IL C A S TE LLO DI A G LIE ’ La struttura originaria del Castello di Agliè risale al XII secolo ed è attribuita ai conti San Martino del ramo di Agliè. Nel 1642 Filippo di San Martino decise di trasformare questo palazzo in un'elegante dimora e affidò l'esecuzione del progetto all'architetto Amedeo di Castellamonte. I lavori furono seguiti in prima persona dallo stesso Filippo e proseguirono fino al 1657. L'edificio fu ampliato e suddiviso in due corpi paralleli, uno a nord e uno a sud, collegati da due gallerie. Il salone da ballo, affacciato sui giardini, fu decorato da Giovanni Paolo Recchi con affreschi ispirati alla vita di Arduino d'Ivrea, re d'Italia nel 1002. La Cappella di San Massimo, anch'essa attribuita ad Amedeo di Castellamonte, conserva ancora la struttura e le decorazioni originarie. Nelle guerre franco-piemontesi di fine secolo il castello, fu gravemente danneggiato. Nel 1764 la proprietà passò ai Savoia che affidarono ad Ignazio Birago di Borgaro, regio architetto dopo Benedetto Alfieri, la completa ristrutturazione dell'impianto. Fu ridiseganta la facciata del castello verso il paese, l'appartamento per i duchi del Chiablese e il secondo grande salone di ricevimento detto "della Caccia", fastosamente decorato di stucchi e affreschi di battute di caccia. Inoltre fu creato un piazzale di raccordo fra il palazzo e il paese. Nel 1825 il re Carlo Felice, operò un terzo grande intervento architettonico affidando i lavori a Michele Borda di Saluzzo. Il castello fu rimaneggiato negli interni e nel parco secondo le nuove mode dell'arredamento. La sala "Tuscolana" ospita una serie di reperti archeologici d'epoca romana raccolti da Maria Cristina di Borbone, moglie di Carlo Felice, rinvenuti dagli scavi dell'antica Tuscolo. Nel 1849 Agliè passò ai duchi di Genova e nel 1939 divenne proprietà dello Stato. Negli anni cinquanta la soprintendenza ha avviato lavori di recupero e restauro del castello. LA RE G G IA DI VA LC A S O TTO L'attuale castello di Casotto, situato sul Territorio del comune di Garessio, era originariamente un monastero sorto intorno al X secolo. Inizialmente l'insediamento era costituito solo da capanne occupate dai monaci certosini e fu edificato verso la prima metà del XII secolo. Nel corso dei secoli fu devastato da incendi, ma nel Settecento, grazie ad una serie di interventi architettonici, riuscì di nuovo a risollevarsi. La rivoluzione francese prima e l'occupazione napoleonica determinarono la fine della presenza dei certosini nel complesso abbaziale. Nel 1802 fu definitivamente soppresso e alla soppressione seguirono saccheggi e vandalismi. Nel 1837 Carlo Alberto acquistò la vecchia Certosa di Valcasotto che rimase proprietà dei Savoia fino al 1881. I restauri dei Savoia non intaccarono le linee essenziali del chiostro e del monastero, aggiungendo solo alcune parti per accentuare l'aspetto di castello-villa signorile. Divenuto castello il complesso fu utilizzato soprattutto da Vittorio Emanuele II che era un grande appassionato di caccia. I Savoia tennero il complesso di Casotto per 44 anni, fino a quando il re Umberto I decise di venderlo a privati. L'edificio oggi è circondato da fitti boschi, si presenta in buono stato di conservazione ed ha un cortile interno molto suggestivo. C A S TE LLO DI G O VO NE Edificio di antica origine, modificato dai conti Solaro nel XVII secolo. Passato ai Savoia nel 1792, fu scelto, da Carlo Felice per le sue villeggiature estive. Da quasi un secolo è di proprietà comunale. Notevole la facciata con scenografico scalone a due rampe ornato da rilievi e sculture, provenienti dai giardini di Venaria Reale. All'interno si trovano sfarzosi ambienti decorati quali il salone da ballo affrescato e le sale ornate da carte cinesi. La residenza è circondata dal parco all'inglese e dal giardino pensile. . C A S TE LLO DI PO LLE NZO Costruito alla fine del XIV secolo, venne ampiamente rimaneggiato in forme neo-gotiche negli anni Trenta dell'Ottocento, per volontà di Carlo Alberto. Collegata al castello è la chiesa di San Vittore, anch'essa di forme neogotiche. Al suo interno si trova un coro ligneo quattrocentesco proveniente dall'abbazia di Staffarda.