Diapositiva 1 - la porta di mezzanotte

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Diapositiva 1 - la porta di mezzanotte
Le Res idenze
S abaude
LA S TORIA E IL P IE MONTE
La storia e il Piemonte: un binomio
indissolubile da ripercorrere tra gli
scenari barocchi di Torino e delle
splendide residenze Sabaude. Ma
anche attraverso i dieci manieri del
Canavese o i 38 castelli nel sud
della regione disseminati tra Asti,
Alessandria e Cuneo. Ogni città,
dalla metropoli al più piccolo borgo
di provincia custodisce con cura il
suo centro storico, un angolo
incantevole fatto di piazze e portici,
mercatini e botteghe artigiane,
ristoranti tipici e caffè d'epoca.
Dove la Cultura continua ad essere
vitale: spettacoli, eventi, sagre
popolari e rievocazioni tra storia e
leggenda ...
I Savoia: Nella prima metà del XIII secolo fu adottato
per la prima volta il nome Piemonte per indicare un
territorio molto ristretto, compreso tra Dora Riparia,
Po e Sangone, che acquisì una vera e propria
fisionomia politica nel XV secolo, passando da
Signoria a Principato. Il successivo espandersi del
Piemonte come entità politica seguì gli scontri tra i
principati territoriali e le più potenti monarchie
europee tra il XVI e il XVII secolo. Un passaggio
importante nella compenetrazione tra territorio e stato
sabaudo
avvenne
con
Emanuele
Filiberto
(1559-1580), il quale mise le basi per un efficace
controllo politico e militare dell'area pedemontana del
suo dominio. Ducato di Savoia fino al 1713, Regno di
Sicilia al concludersi della guerra di successione
spagnola, lo stato sabaudo divenne Regno di
Sardegna nel 1720 sotto Vittorio Amedeo II. Dopo la
guerra di successione polacca (1738) e quella
austriaca (1748) il Piemonte assunse una
conformazione geografica simile all'attuale, grazie al
fatto che i confini orientali del dominio si attestarono
sulla
linea
del
Ticino.
PA LA ZZO MA DA MA
Palazzo Madama compendia i duemila anni di storia della città di Torino. La sua
storia ha inizio già in epoca romana. Il palazzo fu edificato sul sito di una delle quattro
porte cittadine, quella Praetoria o Decumana. Di essa rimangono le due torri alte una
trentina di metri conglobate nella facciata barocca dell'edificio, verso Via Po. Nel XIII
secolo Guglielmo VII, marchese del Monferrato divenuto padrone di Torino, vi costruì
una casa-forte, a fianco della quale aprì una nuova piccola porta, la Fibellona.
All'inizio del Quattrocento il vecchio fortilizio, passò al ramo principale dei Savoia.
Ludovico d'Acaia lo trasformò in un grande castello, con due stanze affrescate da
Giacomo
Jacquerio,
ora
perdute.
Un grande impulso artistico si ebbe nei secoli XVII e XVIII con le madame reali Cristina
di Francia, moglie di Vittorio Amedeo I e Maria Giovanna Battista di Savoia- Nemours,
seconda moglie di Carlo Emanuele II, dalle quali il palazzo prese il nome.
Nella prima metà del Seicento fu ristrutturata la facciata verso Via Garibaldi, con ogni
probabilità ad opera di Ascanio Vittozzi. Madama Cristina, fra il 1638 e il 1640, iniziò la
decorazione
delle
sale
del
suo
appartamento.
La seconda Madama reale, Giovanna Battista di Savoia-Nemours, nel 1718 chiese allo
Juvarra di progettare un radicale ampliamento dell'edificio in modo che questo fosse
trasformato in una delle più grandiose residenze europee. Il progetto prevedeva due
facciate lunghissime che univano i due lati della piazza, ma fu realizzata solo la
splendida facciata verso Via Garibaldi. Dall'atrio partono le due rampe del maestoso
scalone che occupa praticamente tutta la grandezza della facciata. Gli ambienti più
interessanti (purtroppo non tutti visitabili) sono: il salone medioevale dei Principi d'Acaia,
al primo piano gli appartamenti delle due madame reali, il salone "degli Svizzeri" (che
dal 1848 al 1860 fu sede del Senato del primo Parlamento Subalpino e fino al 1864 del
Senato Italiano), la Sala delle Quattro Stagioni, la Sala di Madama Reale e la Sala
Verde.
Durante l'occupazione francese il palazzo corse il rischio di essere demolito.
Nel 1883 Alfonso D'Andrade diresse gli scavi archeologici e i lavori di ripristino delle
strutture medioevali che si conclusero negli anni venti. Nel 1934 fu riaperto al pubblico
come "Civico Museo d'Arte Antica",. Tra le opere più significative vi sono ospitati dipinti
di Antonello da Messina, di Martino Spanzotti, di Defendente Ferrari, di Jaquerio e di
Macrino d'Alba.
PA LA ZZO RE A LE
Palazzo Reale fu edificato nel 1646, quando Madama Cristina, moglie di Vittorio Amedeo I, volle
sostituire con un nuovo edificio il vecchio Palazzo del Vescovo dove Emanuele Filiberto aveva
alloggiato quando aveva trasferito la capitale dei suoi stati da Chambéry a Torino (1562).
La facciata del nuovo palazzo fu realizzata da Carlo Morello sul disegno di Amedeo di
Castellamonte nel 1658. Attraverso un atrio si accede, a destra, al monumentale scalone. La
Sala degli Svizzeri si sviluppa su un'altezza di due piani e ospita una preziosa tela di Palma il
giovane del 1557. Assolutamente intrascurabili sono la Sala dei Corazzieri, la Sala delle Virtù o
degli Satffieri, arredate da dipinti e arazzi. Degno di nota è anche il soffitto seicentesco della Sala
delle Vittorie o dei Paggi, disegnato da Michelangelo Morello e intagliato da Bartolomeo e Giovan
Battista Botto. Infine, la Sala del Trono, la più sontuosa del palazzo, la Sala del Consiglio e quella
dell' Udienza. Seguono ancora il Salotto delle lacche cinesi, la camera da letto di Carlo Alberto e
la sala della colazione che conservamo ancora oggeti di arredamento, intarsi e decorazioni.
Passando per la galleria del Daniel si raggiunge la sala da pranzo, la camera dell'Alcova e la sala
da ballo, realizzata nel 1840 dal Palagi per Carlo Alberto. Raggiunta la scala delle Forbici si può
passare all'appartamento della Regina e quello di Madama Felicita (in genere chiusi al pubblico).
Dal 1668 era in costruzione sul limite occidentale del palazzo la Cappella della Sindone,
capolavoro di Guarino Guarini. Sul finire del secolo furono sistemati i giardini.
Nel Settecento furono coivolti nei lavori anche Juvarra e Benedetto Alfieri oltre che i migliori artisti
del tempo. Il complesso fu ampliato verso est con la lunga serie delle Segreterie (l'attuale
Prefettura), fino a congiungersi ad angolo retto con il teatro regio, il palazzo juvarriano degli
Archivi,
l'Accademia
Militare
e
le
Cavallerizze
(ora
distrutte).
Dopo il periodo di occupazione francese si dovette intervenire con ulteriori interventi seguiti
Pelagio Palagi su volontà di Carlo Alberto. È di questo periodo l'attuale cancellata in bronzo della
piazzetta reale, disegnata appunto dal Palagi e ornata, verso la metà del secolo, dalle statue di
Castore
e
Polluce,
di
Abbondio
Sangiorgio.
L'ultimo importante intervento fu la costruzione della Manica Nuova lungo la Via XX Settembre.
Fu edificata nel 1908 per gli uffici della Real Casa sul sito dell'antico palazzo di San Giovanni. Fu
in quest'occasione che vennero alla luce i resti dell'antico teatro romano.
Il Palazzo Reale di Torino è dunque un insieme di costruzioni diverse e successive, tutte
comunicanti all'interno, a cui lavorarono i registi ufficiali della scenografia sabauda dal pieno
Seicento,
dal
rococò,
al
neoclassico.
All'interno del complesso sono ospitate la Biblioteca Reale e l'Armeria Reale a cui si accede dai
portici della Prefettura (P.zza Castello, 191), entrambe istituite da Carlo Alberto e custodi di
straordinarie raccolte.
PA LA ZZO C A RIG NA NO
Palazzo Carignano, uno dei più straordinari palazzi del
barocco italiano, fu realizzato dal grande Guarino Guarini,
architetto modenese, tra il 1679 e il 1684 su incarico del
principe Emanuele Filiberto il Muto, figlio di Tommaso da
Carignano
Il Guarini, dopo un lungo lavoro di cui esistono ancora i
disegni originali nell'archivio di stato, progettò un edificio
singolare con la facciata in cotto curvilinea. Dall'atrio si
accede agli appartamenti dei principi di Carignano, con
soffitti affrescati e pareti rivestite da specchiere.
A Palazzo Carignano nacquero Carlo Alberto e Vittorio
Emanuele
II.
Nel 1848 l'edificio fu scelto come sede della Camera dei
Deputati del Parlamento Subalpino e fu aggiunto il nuovo
corpo verso la Piazza Carlo Alberto, dove c'era un giardino.
Nel 1863 si iniziò l'edificazione di una nuova ala destinata ad
ospitare il Parlamento Italiano, che fu però inutile allo scopo
dal momento che nel 1865 la Camera emigrò a Firenze, la
nuova
capitale.
Oggi, all'interno del piano nobile il Palazzo ospita il Museo
Nazionale del Risorgimento Italiano con circa 3000 opere
d'arte e cimeli esposti nelle sale settecentesche, affrescate
dal Legnanino, e nello spazio ottocentesco culminante nella
grande aula alta 38 metri affrescata da Francesco Gonin
C A S TE LLO DE L VA LE NTINO
Il Parco del Valentino fu realizzato verso la metà del secolo scorso sul progetto di Jean
Pierre Barillet-Deschamp ed è uno dei primi parchi urbani italiani. Si estende per
550.000 mq lungo la sponda del Po. Al suo interno il transito è in gran parte riservato a
pedoni e biciclette.
Nell'area si trovano il Castello del Valentino, l'Orto Botanico, il Borgo medioevale e il
Palazzo
di
Torino
Esposizioni.
Il Castello, grandioso edificio di proprietà dei Savoia fin dal 1564, fu dimora della
Madama Reale Cristina di Francia, miglie di Vittorio Amedeo I.
L'originale villa fluviale cinquecentesca che affaccia sul Po fu fatta completamente
ristrutturare ed ampliare proprio per volontà della Madama reale. Nel 1620 i lavori
furono commissionati ad Amedeo di Castellamonte e durarono fino al 1660. Furono
sviluppati particolarmente il fronte verso la città, i due corpi laterali perpendicolari alla
facciata
ed
il
grande
cortile
chiuso
su
tre
lati.
Alla morte di Cristina di Francia seguì un periodo di decadenza e abbandono. Nel
periodo di occupazione francese divenne sede della scuola di veterinaria, nel 1824 fu
adibita a caserma e nel 1859 divenne sede della Regia Scuola di Applicazione epr
Ingegneri.
Oggi è sede della Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino.
Nelle stanze al piano nobile si possono ammirare le decorazioni seicentesche. Gli
ambienti più interessanti sono l'appartamento di Moncalieri con il Salone centrale, la
Stanza verde, la Stanza delle rose, la Stanza dello zodiaco, la Stanza del Valentino o
della Nascita dei Fiori, il Gabinetto dei fiori e la Stanza dei Gigli. L'appartamento di
Torino con la Stanza della Guerra, la Stanza delle Udienze, la Stanza delle
Magnificenze, la Stanza della Caccia, il Gabinetto delle Fatiche di Ercole e la Stanza
delle Feste.Attualmente è in corso di realizzazione un grande restauro curato dalle
Soprintendenze mirante a conservare le coperture alla francese disegnate dal
Castellamonte e gli apparati decorativi.Adiacente al Castello del Valentino è visitabile,
previa prenotazione, l'Orto Botanico fondato da Vittorio Amedeo II nel 1729. In esso
sono coltivati circa 2500 tipi di piante ed un Erbario con circa 1.000.000 di esemplari.
In occasione dell'Esposizione generale italiana del 1884 Alfredo d'Andrate insieme ad
un gruppo di artisti, storici e letterati idearono un Borgo che riproducesse una serie di
tipologie medievali, prendendo a modello architettura, decorazione e arredamento una
serie di edifici del Piemonte e della Valle d'Aosta del XV secolo
PA LA ZZINA DI C A C C IA DI S TUPINIG I
Stupinigi, originariamente feudo dei Savoia d'Acaja, fu ceduta ad Emanuele Filiberto nel
1563, quando portò la capitale del ducato da Chambéry a Torino. Per dono dello stesso
Emanuele Filiberto l'intera tenuta passò all'Ordine dei santi Maurizio e Lazzaro.Nel 1729
Vittorio Amedeo II, Gran Maestro dell'Ordine Mauriziano, commissionò a Filippo Juvarra
il progetto di costruzione della palazzina di caccia.
I lavori procedettero velocemente e, già due anni dopo, il castello ospitò la prima battuta
di
caccia.
Il geniale progetto architettonico di Juvarra si basò su una forma stellare. Dal grande
salone centrale a forma ellittica partono quattro braccia a croce di Sant'Andrea. Fu lo
stesso Juvarra a coinvolgere i migliori pittori, molti dei quali veneziani, e i migliori
artigiani
per
le
decorazioni
interne.
Negli anni successivi i lavori furono seguiti da Prinotto, poi da Birago di Borgaro e infine
da Ludovico Antonio Bo. In questi anni il complesso si ampliò verso Torino e iniziò a
prendere forma sia il giardino che il bosco posteriore. Nel 1766 la cupola centrale che
sormonta il grandioso salone fu coronata dall'emblematico cervo in bronzo del Ladetto.
Nel 1832 la Palazzina divenne di nuovo proprietà della famiglia reale. Fu ceduta al
Demanio dello Stato nel 1919 e nel 1925 fu restituita all'Ordine Mauriziano, con tutte le
proprietà
circostanti.
Oggi la palazzina, circondata da un magnifico parco, consente la visita di un gran
numero di sale ed è sede del Museo di Arte e Arredamento che comprende raccolte di
mobili, quadri e oggetti di altissima qualità provenienti sia dagli arredi originari della
Palazzina stessa, sia da altre residenze reali. Dal cortile si accede ad un atrio che porta
alla galleria dei Ritratti, e quindi alla biblioteca. Tra gli ambienti più interessanti vanno
ricordati l'appartamento di levante, l'appartamento del re, la sala degli scudieri e
soprattutto l'ellittico Salone centrale con il ciclo di affreschi del Trionfo di Diana di
Giuseppe e Domenico Valeriani e il grande lampadario in bronzo e cristallo del 1773.
Il Parco Naturale di Stupinigi è stato istituito nel 1991 e si estende per 1732 ettari.
Comprende zone agricole alternate a boschi. Originariamente l'area boschiva era
costituita da querce e carpini. In seguito furono introdotte altre specie come la robinia, il
noce
nero,
il
platano,
il
pino
strobo
e
i
pioppi.
I protagonisti del parco, i cervi, sono scomparsi ormai da un secolo. L'area è tutt'oggi
ancora popolata da scoiattoli, moscardini, volpi, donnole, faine, lepri, conigli selvatici e
numerose specie di uccelli nidificanti.
C A S TE LLO DI RA C C O NIG I
NOTIZIE S TORIC HE
Il Castello di Racconigi, sorto come luogo fortificato al
confine tra le terre dei Savoia-Acaja e i marchesi di Saluzzo,
divenne appannaggio nel 1620 del ramo cadetto dei SavoiaCarignano. E’ con Emanuele Filiberto, figlio di Tommaso di
Carignano, che vennero operate ristrutturazioni ed
ampliamenti ad opera di importanti architetti e giardinieri: da
Guarino Guarini e André Le Notre alla fine del XVII secolo a
Giovan Battista Borra e Bolina a metà del secolo XVIII. A
seguito di questi interventi il castello divenne parte integrante
del sistema della “corona di delizie” con cui i Savoia
circondarono la capitale del Regno Sabaudo. Nel 1831, con
l’ascesa al trono di Carlo Alberto, il Castello divenne sede
delle “Reali Villeggiature” assumendo, per opera di Ernest
Melano, Pelagio Palagi e Xavier Kurten, la configurazione
che ancora oggi ne caratterizza l’aspetto.Passato al
patrimonio privato di Vittorio Emanuele II nel 1870, il Castello
conserva, grazie alla regolare frequentazione della famiglia
fino al 1946, l’atmosfera di “casa” vissuta: ambienti così
ricchi di personalità e così intimi da suggerire un entrata in
punta di piedi, come se in qualsiasi momento potessero
arrivare i personaggi che l’ hanno abitata e che ancora ne
popolano le pareti, immobili nei loro ritratti. E’ dunque un
grande senso di intimità quello che coglie chi visita
Racconigi…la stessa sensazione che aveva colpito Carlo
Alberto duecento anni fa e che non l’aveva più lasciato. “
Non riesco a strapparmi da questa amata campagna, che mi
sembra di amare ogni giorno di più…” Così Carlo Alberto
definisce la sua amatissima Racconigi, la sua casa di
campagna dove si trascorrevano vacanze e giornate serene,
lontane, per quanto possibile, dal protocollo e dal
cerimoniale di corte.
Nel 1999 il Castello di Racconigi è stato inserito tra i beni
protetti dall’UNESCO.
IL C AS TE L LO
Nel Castello si segue un percorso che porta il visitatore a scoprire spazi, motivi
decorativi e storie che abbracciano tutte le epoche. Riferimenti mitologici, arredi e
decori, ritratti, suppellettili danno perfettamente l’idea della storia e del vissuto di
questa dimora. Percorrendo le sale dell’Appartamento di Parata si immagina il via
vai di ospiti, personaggi di corte e ministri che all’epoca di Carlo Alberto giungevano
ad animare la quiete racconigese. Dal maestoso Salone di Ercole si dirigevano alla
Sala di Diana attraversando spazi che vibravano dei candidi stucchi del Bolina.
Accolti nelle neoclassiche Sale dei Dignitari o di Ricevimento ammiravano le storie
degli eroi e gli elogi che la Fama dedicava al loro sovrano. Sostando nel magnifico
Gabinetto di Apollo si sentivano soggiogati dalla fama dei poeti e dei drammaturghi
che ornano le pareti o erano coinvolti nell’osservazione dell’animato fregio con i
Giochi Pitici. Poi erano accolti dal Re, nel Gabinetto Etrusco, lussuoso elogio della
cultura etrusca e greca. Nel Castello si trascorrevano anche momenti meno formali.
Gli ospiti erano accolti negli appartamenti delle Gallerie dei Ritratti e dei Cardinali e,
i più importanti, anche nel suggestivo Appartamento Cinese. La Sala da Pranzo
riuniva la piccola corte nei momenti conviviali a cui seguivano le chiacchiere
accompagnate dal Tè o dal Caffè. Le serate trascorrevano intorno al tavolo da
biliardo oppure giocando a carte nella Galleria della Cappella. In occasioni speciali
gli Appartamenti di Rappresentanza al piano nobile accoglievano gli ospiti più illustri.
Dopo Carlo Alberto, il Castello dovette attendere quasi 50 anni per tornare ad
essere frequentata dimora di villeggiatura e allora si trasformò secondo le moderne
esigenze del tempo: impianti di riscaldamento, bagni e energia elettrica apparvero
negli appartamenti più frequentati; ospiti di prestigio vennero in visita ai sovrani e
l’ultimo re d’Italia, Umberto, nacque proprio nella residenza racconigese, al secondo
piano, negli ambienti privati. Qui gli spazi voluti da Carlo Alberto per la coppia reale
e per i principini vennero trasformati in un unico moderno e funzionale
appartamento. Una decorazione più sobria, accanto alle innovazioni tecnologiche,
furono le scelte che motivarono Vittorio Emanuele III ed Elena del Montenegro a
frequentare con assiduità la residenza. Nel 1930 il Castello fu donato al principe
Umberto, in occasione del suo matrimonio con Maria José del Belgio, ed egli volle
raccogliere qui le sue collezioni arricchendo ulteriormente il patrimonio della
residenza. Ed è proprio una giovane Maria José con i suoi piccoli principini a
sorprendere i visitatori nella Sala della Musica ricordandoci che la visita non è
ancora finita. Il Castello offre ancora la deliziosa Cappella di Palazzo che conserva
le spoglie dell’ultimo discendente dei Savoia Racconigi e quelle di una sconosciuta
Santa Grecinia e le Cucine, sorprendenti ambienti in cui non è difficile immaginare,
camerieri, cuochi e sguatteri correre indaffarati nel loro lavoro.
IL RE AL P ARC O
Uscendo dalla Cucina si può accedere al Parco che si apre nella
sua maestosità che sorprende in qualsiasi stagione. L’aspetto
attuale è quello datogli dal Kurten nell’800 per volere del re Carlo
Alberto. Lungo i viali si ripercorrono le amene passeggiate che il
sovrano era solito concedersi per ritrovare un po’ di tranquillità
dalle pressanti questioni di stato che non lo abbandonavano
neppure in “vacanza”. Il Parco è punteggiato da costruzioni che
ricordano gli svaghi che qui si concedeva la famiglia reale. Nel
Cinile erano ricoverati i cani del re; la Dacia Russa e la Fagianaia
ospitavano uccelli esotici e altri più comuni usati nella caccia e
per la tavola; dalla Darsena partivano le piccole imbarcazioni che
dal Canale, costeggiando l’Isola del Tempio, raggiungevano il
Grande Lago. Al fondo del Parco, esaltata da quinte verdi
opportunamente studiate dal Kurten, sorgono le Margarie,
meraviglioso complesso in stile neogotico che costituiva l’azienda
agricola del Castello. Qui il Re sperimentava tecniche agricole e
seguiva la produzione delle proprie cascine. Qui il Re aveva una
delle più ricche serre dei suoi tempi, architettura che sorprende
ora per bellezza e luminosità. Ma a voler percorrere ancora i viali
del Parco, il visitatore attento può cogliere altre suggestioni:
l’Obelisco dedicato alla vittoria militare del Trocadero a cui Carlo
Alberto partecipò; la Torre sulle rive del Grande Lago;
l’Eremitaggio nascosto dalle fonde degli alberi. Il Parco
naturalmente è un meraviglioso spazio verde e Carlo Alberto,
così come ogni visitatore che lo attraversi, amava perdersi tra le
contorte radici delle piante secolari: platani, aceri, ippocastani,
betulle, carpini vivono accanto al ginko biloba, ad un magnifico
olmo del Caucaso, all’albero di Giuda, al liriodendro, solo per
citare alcune specie. Anche i fiori colorano il verde del Parco: i
muscari del Lago dei Cigni, i narcisi, i tulipani, l’aglio ursino. E nel
Parco non mancano mai le sorprese: il volo radente di una
cicogna o di un airone, la svelta corsa di uno scoiattolo o il lento
nuotare di un germano reale.
LA VE NA RIA RE A LE
La Reggia di Diana costituì un vanto piemontese, capace di rivaleggiare
in con le residenze più famose delle corti europee. In occasione di questo
progetto Amedeo di Castellamonte scrisse anche un grande libro con
incisioni, ormai rarissimo, in cui immaginava di descrivere la sua opera al
Bernini.
Il complesso della Venaria è costituito da un intero centro abitato, in cui la
Reggia di Diana si congiunge alla zona civile attraverso un percorso
rettilineo.
All'inizio del XVIII secolo, dopo aver subito le devastazioni delle truppe
francesi, il Castello fu ristrutturato ed ampliato secondo i progetti di
Garove,
Juvarra
e
Alfieri.
Verso la metà del secolo cominciò l'abbandono di Venaria a favore di
Stupinigi e l'occupazione napoleonica non fece che aggravare la
situazione.
Con la Restaurazione la Reggia diventò caserma e la Galleria di Juvarra
fu ridotta a scuderia. Nell'ultima guerra subì saccheggi e vandalismi.
Oggi il Castello è inserito in un vasto piano di recupero delle residenze e
collezioni
sabaude.
L'ambiente più suggestivo è sicuramente il salone di Diana. Il soffitto
conserva gli affreschi di Jan Miel risalente al 1663 (le tele delle Cacce,
sempre attribuite a J.Miel sono oggi conservate a Palazzo Madama).
Nella Stanza dei Cervi famosi, nei Gabinetti delle Cacce e nella Sala dei
Templi dedicati a Diana sono ancora leggibili gli affreschi di Giovanni
Paolo e Giovanni Antonio Recchi e di Giacomo e Giovanni Andrea
Casella.
Non si possono non menzionare: la bellissima Galleria di Diana,
realizzata da Juvarra continuando l'opera di Garove, la Chiesa di S.
Umberto, la grande scuderia e la citroniera (tutte e tre di Juvarra).
Se dalla Reggia si prosegue per Via Amedeo di Savoia si raggiunge
l'ingresso del Parco Regionale La Mandria. Qui è ospitata una Palazzina
Reale costruita tra 1702 e il 1709 ed ampliata successivamente dallo
Juvarra e dall'Alfieri. Vittorio Emanuele II fece della tenuta una riserva di
caccia
e
della
Palazzina
una
residenza
di
campagna.
IL C A S TE LLO DI RIVO LI
Il Castello di Rivoli sorge sui resti di un antico castello medievale del XI
secolo, sopra il rettilineo che collega Rivoli a Torino, esattamente in asse
con
la
Basilica
di
Superga.
Fu riedificato da Emanuele Filiberto per divenire residenza della Casa
Sabauda.
All'inizio del Seicento Carlo Emanuele I affidò il progetto e i lavori ad
Ascanio
Vitozzi
e
a
Carlo
di
Castellamonte.
Nel 1718 Filippo Juvarra progettò per Vittorio Amedeo II una reggia
grandiosa che avrebbe dovuto competere con la magnificenza delle corti
europee. L'ambizioso progetto rimase in parte incompiuto. Nel 1793 Carlo
Randoni tentò di completare il disegno dello Juvarra, ma l'occupazione
francese impedì la costruzione della parte centrale che avrebbe dovuto
unire il castello alla Manica Lunga. Alla fine dell'occupazione napoleonica
il castello tornò ai Savoia che, nel 1860, lo affidarono al comune di Rivoli.
Diversi contingenti di truppe occuparono quasi ininterrottamente l'edificio
fino al 1943. Durante l'ultimo conflitto il Castello fu occupato dalle truppe
tedesche e la Manica Lunga fu adibita alle più svariate attività.
Dal 1978, il castello è stato destinato a Museo d'Arte Contemporanea e
sono
iniziati
i
lavori
di
restauro.
Il progetto di Andrea Bruno segue il criterio di fissare la situazione del
cantiere incompiuto di Juvarra, senza completamenti né rifacimenti. E'
privilegiato l'uso di materiali e tecniche attuali, che pongono l'accento
sulla
differenza
tra
le
antiche
e
le
nuove
strutture.
Nel 1984, grazie ai lavori di restauro il castello può ospitare la sua prima
mostra
intitolata
"Ouverture".
Il Parco, ovvero l'Area Attrezzata della Collina di Rivoli, è stato istituito nel
1984 e si estende per 18 ettari lungo la collina che congiunge Rivoli con il
Parco
Naturale
dei
Laghi
di
Avigliana.
Dal castello partono diversi itinerari che attraversano i due parchi.
Attualmente e’ uno dei Musei di arte contemporanea piu’ importanti
d’Europa.
IL C A S TE LLO DI MO NC A LIE RI
La struttura originaria risale al XII secolo. La prima trasformazione della
fortezza fu voluta da Tommaso III di Savoia nel 1277. Solo nella seconda
metà del XV secolo, in seguito al matrimonio di Jolanda di Valois con
amedeo IX il Beato, la rocca fu ampliata e munita delle torri angolari
cilindriche e cominciò ad assumere aspetto di residenza ducale. Nel
Cinquecento,
il
castello
cadde
in
rovina.
Nel Seicento il duca Carlo Emanuele I iniziò la ricostruzione del castello
che fu completata dalla Madama Reale Maria Cristina e dal figlio Carlo
Emanuele
II
nel
secolo
successivo.
I lavori furono assegnati prima a Carlo e poi ad Amedeo di Castellamonte.
Successivi interventi, riguardanti anche l'arredo sono attribuiti a Filippo
Juvarra
(1731)
e
a
Benedetto
Alfieri
(1752-56).
Alla fine del Settecento Vittorio Amedeo III lo ampliò ulteriormente con
quattro
torri
quadrate.
Il castello fu residenza cara alla principessa M. Clotilde che vi morì nel
1911 e a Vittorio Emanuele II, ultimo sovrano che lo scelse come dimora
abituale e che lo fece restaurare ed arredare secondo il gusto del tardo
ottocento.
Del raffinato arredamento, raccolto in epoche diverse dai Savoia, molto è
stato trasferito nei musei, ma la fastosità delle stanze e dei saloni si può
ancora ammirare nella cappella reale, negli appartamenti delle
principesse Maria Letizia e Maria Clotilde, nell'appartamento reale di
Vittorio Emanuele, nel grazioso boudoir della regina, e nel settecentesco
salone di ricevimento. Gli appartamenti Reali risalgono sostanzialmente al
XIX secolo, ma non mancano squisiti esempi di gusto tardo
settecentesco come l'ex salottino cinese adibito a stanza da bagno.
IL C A S TE LLO DI A G LIE ’
La struttura originaria del Castello di Agliè risale al XII secolo ed è
attribuita ai conti San Martino del ramo di Agliè. Nel 1642 Filippo di San
Martino decise di trasformare questo palazzo in un'elegante dimora e
affidò l'esecuzione del progetto all'architetto Amedeo di Castellamonte. I
lavori furono seguiti in prima persona dallo stesso Filippo e proseguirono
fino al 1657.
L'edificio fu ampliato e suddiviso in due corpi paralleli, uno a nord e uno a
sud, collegati da due gallerie. Il salone da ballo, affacciato sui giardini, fu
decorato da Giovanni Paolo Recchi con affreschi ispirati alla vita di
Arduino d'Ivrea, re d'Italia nel 1002. La Cappella di San Massimo,
anch'essa attribuita ad Amedeo di Castellamonte, conserva ancora la
struttura
e
le
decorazioni
originarie.
Nelle guerre franco-piemontesi di fine secolo il castello, fu gravemente
danneggiato. Nel 1764 la proprietà passò ai Savoia che affidarono ad
Ignazio Birago di Borgaro, regio architetto dopo Benedetto Alfieri, la
completa ristrutturazione dell'impianto. Fu ridiseganta la facciata del
castello verso il paese, l'appartamento per i duchi del Chiablese e il
secondo grande salone di ricevimento detto "della Caccia", fastosamente
decorato di stucchi e affreschi di battute di caccia. Inoltre fu creato un
piazzale
di
raccordo
fra
il
palazzo
e
il
paese.
Nel 1825 il re Carlo Felice, operò un terzo grande intervento architettonico
affidando i lavori a Michele Borda di Saluzzo. Il castello fu rimaneggiato
negli interni e nel parco secondo le nuove mode dell'arredamento. La sala
"Tuscolana" ospita una serie di reperti archeologici d'epoca romana
raccolti da Maria Cristina di Borbone, moglie di Carlo Felice, rinvenuti
dagli
scavi
dell'antica
Tuscolo.
Nel 1849 Agliè passò ai duchi di Genova e nel 1939 divenne proprietà
dello Stato. Negli anni cinquanta la soprintendenza ha avviato lavori di
recupero
e
restauro
del
castello. LA RE G G IA DI VA LC A S O TTO
L'attuale castello di Casotto, situato sul Territorio del comune
di Garessio, era originariamente un monastero sorto intorno
al X secolo. Inizialmente l'insediamento era costituito solo da
capanne occupate dai monaci certosini e fu edificato verso la
prima
metà
del
XII
secolo.
Nel corso dei secoli fu devastato da incendi, ma nel
Settecento, grazie ad una serie di interventi architettonici,
riuscì
di
nuovo
a
risollevarsi.
La rivoluzione francese prima e l'occupazione napoleonica
determinarono la fine della presenza dei certosini nel
complesso abbaziale. Nel 1802 fu definitivamente soppresso
e alla soppressione seguirono saccheggi e vandalismi.
Nel 1837 Carlo Alberto acquistò la vecchia Certosa di
Valcasotto che rimase proprietà dei Savoia fino al 1881.
I restauri dei Savoia non intaccarono le linee essenziali del
chiostro e del monastero, aggiungendo solo alcune parti per
accentuare
l'aspetto
di
castello-villa
signorile.
Divenuto castello il complesso fu utilizzato soprattutto da
Vittorio Emanuele II che era un grande appassionato di
caccia.
I Savoia tennero il complesso di Casotto per 44 anni, fino a
quando il re Umberto I decise di venderlo a privati. L'edificio
oggi è circondato da fitti boschi, si presenta in buono stato di
conservazione ed ha un cortile interno molto suggestivo.
C A S TE LLO DI G O VO NE
Edificio di antica origine, modificato dai conti Solaro nel XVII
secolo. Passato ai Savoia nel 1792, fu scelto, da Carlo
Felice per le sue villeggiature estive. Da quasi un secolo è di
proprietà comunale. Notevole la facciata con scenografico
scalone a due rampe ornato da rilievi e sculture, provenienti
dai giardini di Venaria Reale. All'interno si trovano sfarzosi
ambienti decorati quali il salone da ballo affrescato e le sale
ornate da carte cinesi. La residenza è circondata dal parco
all'inglese
e
dal
giardino
pensile.
.
C A S TE LLO DI PO LLE NZO
Costruito alla fine del XIV secolo, venne ampiamente
rimaneggiato in forme neo-gotiche negli anni Trenta
dell'Ottocento, per volontà di Carlo Alberto. Collegata al
castello è la chiesa di San Vittore, anch'essa di forme neogotiche. Al suo interno si trova un coro ligneo quattrocentesco
proveniente
dall'abbazia
di
Staffarda.