Dicembre - salesiani don Bosco

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Dicembre - salesiani don Bosco
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• ANNO XXIX - MENSILE - N° 10 - DICEMBRE 2008
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RIVISTA DEL SANTUARIO BASILICA DI MARIA AUSILIATRICE - TORINO
L’Emmanuele
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Dio
nella storia del
Avvento
Ma quando da morte passerò alla vita sento già che dovrò darti ragione, Signore.
Allora saprò la pazienza con cui
mi attendevi; e quanto mi preparavi, con amore, alle nozze.
Padre D. M. Turoldo, 1916-1992
D
io si veste di umanità.
Questa è l’attesa che si
vive in Avvento, tempo
cosiddetto “forte” dell’anno liturgico, insieme alla Quaresima.
In questo tempo facciamo la triste scoperta che le “nostre opere di giustizia sono diventate
come panno immondo” (Isaia,
64,6) e, se non ci poniamo in si-
Giovanni il Battista, Geertgen tot Sint Jans (1490), Staatliche Museen, Berlin.
Giovanni il Battista è uno dei protagonisti del tempo d’Avvento. La sua
predicazione, essenziale e coerente, ha preparato la via alla venuta di
Gesù.
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lente e umile attesa di Dio che
viene a dare senso all’esistenza
umana, diveniamo coloro che
presumono di sapere tutto, anche il futuro, e di possederlo.
Perché attendere, chi e che cosa?
Si sa tutto, si possiede tutto. Che
bisogno vi è di Dio? Se ci lasciamo suggestionare dalla cultura nella quale siamo immersi,
perdiamo l’unica àncora di salvezza. La “buona notizia” che
attendiamo è questa: merita vivere e procreare, merita camminare e soffrire! Lo capiremo se
faremo esperienza dell’attesa.
Saremo passati attraverso la sapienza profonda del deserto, che
ci avrà permesso di scoprire l’iniquità e la falsità che si annidano
sotto spoglie avvenenti; potremo
vivere una stagione pura, non
contaminata: la stagione di un
mondo diverso che noi credenti
chiamiamo Regno di Dio.
L’attesa: parola che evoca mistero, timore, inquietudine. Nel
pensiero cristiano, attesa non ha
tali contenuti: essa è speranza,
sinonimo di certezza. Più volte
Cristo parla di attesa, paragonando il Regno di Dio al seme
che germoglia e cresce, produce
spiga e grano (Marco 4,26); il
seme che, caduto in terra, produce molto frutto solo se muore
(Giovanni 12,24). Tali esempi insegnano come questa attesa non
sia come quella, logorante e vana, dei due protagonisti di Aspettando Godot (1952), di Samuel
Beckett (1906-1989), che attendono invano l’arrivo di un enigmatico personaggio, dando prova di una patetica resistenza che
conduce all’assurdo. No. Noi credenti non possiamo essere come
quei due. Per noi attesa vuol dire capacità di rimetterci in questione, perché non siamo dei contribuenti alla disperazione collettiva, ma dei suscitatori di novità, capaci di reggere l’attesa
come forza creativa della storia.
La storia e le sue fonti
La storia dell’Avvento si basa unicamente sui racconti evangelici della nascita e di Gesù. Sono narrati, però, soltanto da Matteo e Luca, i due grandi teologi
del Natale. Essi mostrano forti
differenze nella narrazione. Matteo narra che Maria e Giuseppe
vivono a Betlemme, dove hanno
una casa. La visita dei sapienti
d’oriente, detti “magi”, che vengono da lontano per onorare il
“re” mostrato loro da una stella,
allarma il re Erode, sempre timoroso di perdere il suo trono;
ha paura di questo fantomatico re
appena nato, e fa assassinare tutti i bambini di Betlemme. Ciò
induce la famigliola a lasciare in
tutta fretta la propria terra per
trovare riparo in Egitto. Il fatto
che il crudele Archelao, figlio di
Erode, assuma il governo in Giudea dopo la morte del padre, rende timoroso Giuseppe di tornare a Betlemme, per cui conduce
il bambino e sua madre in Galilea, a Nazaret.
Luca, invece, afferma che Maria e Giuseppe vivevano a Nazaret e si recarono a Betlemme solo per farsi registrare colà nel
censimento romano. Il fatto che
Maria, avuto il figlio, lo abbia
deposto in una mangiatoia perché
non vi era posto per loro in al-
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ell’uomo
bergo, implica che essi non fossero di casa a Betlemme. Il pacifico ritorno della famiglia da
Betlemme a Nazaret, attraverso
Gerusalemme, non lascia spazio
alla visita dei magi e alla furia di
Erode.
Non si giustifica il tentativo
di conciliare queste differenze.
Il credente con umiltà si appaga
del fatto che non vi è modo di sapere quanto i racconti di Matteo
e di Luca siano “storici”, né da
quale fonte essi li abbiano tratti.
Il dato storico, vero e determinante, è che il Figlio di Dio è venuto tra la sua gente, attraverso
una nascita “secondo la carne
dalla stirpe di Davide” (Romani
1,3), “nato da donna sotto la legge” (Galati 4,4) perché noi tutti
fossimo salvi e ricevessimo l’adozione a figli.
Questa limitazione della conoscenza priva forse i racconti
dell’infanzia di ogni attendibilità? Niente affatto. Un’eccessiva
preoccupazione per la storicità
ci distoglie dal senso ispirato del
testo biblico, che è incentrato su
quanto i due evangelisti vogliono insegnarci: l’identità divina e
umana di Gesù, detto il Cristo, e
il suo ruolo di Redentore dell’umanità tutta.
Questo è anzitutto lo scopo
dell’Avvento: rievocare solennemente Colui che venne tra noi
per riportarci alla dignità di figli.
Tale festa va dunque preparata,
meditata, attesa. È utile anche
“vedere”, come volle fare otto
secoli fa un grande cristiano, San
Francesco d’Assisi, la modalità
con la quale quel “Dio che i cieli non possono contenere” (1 Re
8,27) scelse di venire su questa
L’attesa celebrata nel tempo d’Avvento è speranza nel quale il cristiano si rimette in discussione suscitando novità e liberando le forze creative nella storia dell’uomo.
terra: la povertà, la situazione di
chi non ha potere e non vuole
averlo, perché ben sa quanto esso sia pericoloso. La nascita di
Gesù non avvenne al riparo dai
pericoli e nella quiete di una stanza ben riscaldata. Avvenne nel
disagio, sia stata nella “casa”
aperta a chiunque di cui accenna Matteo o nella “mangiatoia”
di cui parla Luca. Non vi è alternativa, ci insegna il racconto
della nascita: o viviamo dando
primato all’amore, e il nostro potere diminuisce; o viviamo cercando il potere, e l’amore è sopraffatto. L’immagine del Bambino che nasce nella mancanza di
beni, non comporta il rifiuto del
miglioramento della vita dell’uomo. È un monito contro lo
spostamento dell’asse dei progetti di esistenza. Quando questo
asse si poggia sull’avere, allora
non solo Dio diventa muto in cielo, ma diventa disperato l’uomo
sulla terra. Quando invece l’asse si poggia sulla consapevolezza che l’essenziale è Dio, allora
si prende coscienza che Dio sta
tra gli infelici della terra. E si
comprende che i beni della terra dovranno essere diversamente distribuiti. Essi non sono anelli di una catena della schiavitù,
ma diventano, nella visione cristiana, strumenti di solidarietà
creativa sulla terra. L’attesa dell’Avvento ci richiama all’impegno laborioso affinché vi sia posto e pane per tutti in questo albergo di transito, il mondo.
I personaggi
L’attesa di un evento non si
vive mai in solitudine. Nei racconti di Matteo e di Luca una
grande quantità di personaggi
popola l’attesa. La narrazione
infonde ansietà gioiosa e vigilante, espressa da tutti i personaggi.
Giuseppe, sposo di una fanciulla di Nazaret, scopre che ella è incinta. L’ansia lo aggredisce,
ma non vuole esporre la sua sposa all’infamia, perché è più forte in lui l’anelito alla giustizia
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che l’osservanza di una legge crudele. Un angelo, inviato da Dio,
avverte il giovane di non temere,
perché quel che è nel grembo della sua sposa è opera dello Spirito di Dio. Avrà compreso tutto il
giovane? Forse no, ma l’amore
va oltre il dato sensibile. Il giovane riceverà ancora un avviso
circa il pericolo che incombe sul
fanciullo appena nato, e sceglierà la via dell’esilio per sottrarlo
alla morte. Cessato il turbine, il
giovane prenderà la via di una
regione nuova, per allontanare
ogni probabilità di pericolo.
I Magi, quelle statuine dall’espressione seria e solenne che
si vedono nei presepi, sono studiosi che si muovono da paesi
lontanissimi, per adorare il Re
dell’universo. Compiono un
viaggio interminabile e pieno di incognite. Quanti passi faccio io per adorare Dio,
almeno alla domenica? Il re
Erode, abile e scaltro politico, che mantiene il suo trono
barcamenandosi tra Roma e
il governo locale, prova
un’angoscia mortale: si tratta del suo potere. Si sopprimano tutti i bambini di Betlemme: quel “re” sarà eliminato con loro. Ma anche
la città intera di Gerusalemme è colta da un fremito di
sgomento mai avvertito.
Erode e i Magi: ci troviamo di fronte a due risposte
contrastanti rispetto alla ricerca
della verità: il tiranno vive circondato dal terrore, perché teme
per il suo potere, e ricorre come
difesa alla strage; di rimbalzo la
città è “turbata” perché percepisce un senso di smarrimento: che
accadrà? Un sovvertimento, una
catastrofe?
Il Bambino è la causa di questi viaggi, paure e stragi. Nel racconto di Matteo Gesù appare già
come il pericoloso sovvertitore da
espellere dalla patria, e come il
ricercato a morte che le forze del
male, impersonate da Erode, ten4
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tano di sopprimere. Ma Dio, suo
Padre, veglia su di lui e lo strappa dai pericoli con interventi straordinari (e sempre operati dagli
umili!) perché Egli possa svolgere la sua missione di salvezza.
I credenti – rappresentati da Giuseppe e dalla sua sposa – sono
associati a questa “via crucis” e
per essa partecipano alla salvezza di Dio mediante Cristo; l’Israele incredulo (altro personaggio) è destinato al giudizio
di condanna, perché non accoglie la luce vera che viene nel
mondo. Nel racconto di Luca tro-
Gli angeli sono la cornice sempre
presente nei testi d’Avvento. Sono il
segno che Dio sta per irrompere definitivamente nella vicenda umana.
viamo altri personaggi, che arricchiscono l’attesa di nuova e
palpabile gioia e trepidazione.
Un vecchio sacerdote irreprensibile, Zaccaria, ha in moglie la
buona Elisabetta. Una sconfitta, quasi una maledizione, grava
su di essi: non hanno figli: per la
donna è la sua “vergogna” (Luca 1,25). Un angelo appare a Zaccaria: avrà un figlio, a cui porrà
nome Giovanni. Il vecchio dubita: lui e sua moglie sono avanti negli anni: non è possibile. Ma
il suo dubbio viene punito: non
ha creduto nell’onnipotenza di
Dio, basandosi su dati umani. Rimarrà muto fino alla nascita del
bambino. Non sono rare nell’Antico Testamento coppie di
coniugi senza figli, ma vi è un solo caso in cui entrambi sono impossibilitati ad averne: si tratta
di Abramo e di Sara, personaggi fondamentali nella storia della salvezza. Che Luca intenda
stabilire un parallelismo tra le
due coppie di genitori, risulta
chiaro dalla risposta di Zaccaria
(Luca 1,18), che è una ripetizione letterale della risposta che
Abramo dà alla divina rivelazione (Genesi 15,8). Quando
riacquisterà la parola, Zaccaria eleverà una solenne e grata lode al Signore, il Benedictus, recitato dalla liturgia
ogni mattina.
Ed ecco il personaggio
più importante dell’Avvento:
Maria. Della Madre di Gesù, e Madre di Dio, parla soprattutto Luca, non giudeo.
L’ebreo Matteo è troppo debitore alla cultura giudaica,
totalmente “maschilista”, diremmo oggi, per porre in rilievo una donna ed evidenzia
Giuseppe. Maria, in Luca,
ascolta, prega, canta di gioia, serve. L’annuncio da parte di Gabriele, la visitazione, il
Magnificat (1,26-56), la vedono
protagonista. Di tutte le scene
utilizzate dalla liturgia per l’Avvento, questi racconti lucani sono i più noti. È questa l’“annunciazione” per eccellenza, ben
più famosa degli annunci a Giuseppe e a Zaccaria. L’episodio è
oggetto di estrema attenzione
nella teologia, nella spiritualità,
nell’arte e nella letteratura. Ella
è il modello ideale di discepolo,
che accoglie il messaggio evangelico con l’umiltà del povero
che tende la mano. L’annuncio
a Zaccaria avviene a Gerusalemme, e la nascita sarà subordinata ai rapporti tra marito e
moglie; tutto riflette l’Antico Testamento. L’annuncio a Maria
avviene in una sperduta località
della Galilea, Nazaret, sconosciuta e svilita (Giovanni 1,46),
e il concepimento implicherà un
atto divino di creazione, senza
cooperazione umana: esso è opera dello Spirito che adombrerà
Maria, lo stesso che aleggiava
sulle acque alla creazione del
mondo (Genesi 1,2). Maria, prima discepola di Gesù suo Figlio, è la prima “ad ascoltare la
parola di Dio e ad osservarla”
(Luca 11,28), e il suo discepolato diventa reale quando ella risponde il suo “eccomi”. Dio, nel
suo arcano disegno, ha scelto
questa fanciulla come “nuova e
definitiva arca di alleanza” con
la sua creazione. Per questo la
preserverà da ogni macchia e la
accoglierà in cielo in anima e
corpo. Il discepolato di Maria è
coerenza all’amore con cui Dio
“ha guardato l’umiltà della sua
serva” e alle “grandi cose” che
Egli ha fatto in lei (canto del
Magnificat). Lo stesso può essere
vero per noi, redenti dal sangue
di Cristo, “santi per vocazione”
(Romani 1,7), in quei momenti
ardui in cui siamo chiamati a dire il nostro “sì” alla volontà incomprensibile di Dio. Noi, nell’Avvento, rendiamo grazie al
Padre che in Maria ci ha rivelato il bene nascosto del suo disegno, preparato fin dalla fondazione del mondo.
Altro personaggio è Simeone, un vecchio giusto e timorato di Dio, citato solo da Luca
(2,25-32). Anch’egli aspettava,
da tanti anni; il Signore lo premia con la visione “della sua salvezza”, il Cristo. Il vecchio loda
Dio e annuncia il futuro del Bambino, che porrà le genti tutte dinnanzi alla drammatica scelta tra
Dio e il mondo. Maria parteciperà al destino doloroso del Fi-
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Lo sposalizio di Maria, chiesa di Saint-Austremonius d’Issoire, Auvergne, Francia.
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Lo speciale rapporto fra Giuseppe e Maria costituisce una delle novità del tempo d’Avvento. La particolarità della loro unione non vuole sminuire il matrimonio, ma esaltare la gioia per la presenza di Dio.
glio: la spada che le trapasserà
l’anima sarà la comprensione che
Gesù appartiene, più che a lei,
al Padre e alla sua missione di
salvezza. Il vaticinio si adempirà pienamente sul Calvario.
Infine i pastori, ai quali per
primi viene rivolto l’annuncio
della grande gioia della nascita
del Salvatore; gli angeli, che intonano l’inno venerabile del
Gloria.
Intorno a questa nascita, insomma, vi è un grande movimento di persone e una grande
varietà di sentimenti. I due personaggi principali, Giuseppe e
Maria, donano un insegnamento
di preziosità immensa. Dio irrompe nella loro esistenza e sconvolge i loro progetti. Il Regno di
Dio viene nella diversità. Giuseppe aveva un progetto di vita fa-
miliare, come lo aveva Maria. Se
fossero stati legati al loro futuro
come lo avevano pensato, avrebbero reagito negativamente. Entrambi invece erano pronti all’adventus non secondo i loro
progetti, ma aperto alla diversità
che veniva. E la “diversità” dell’amore di Dio li trovò pronti.
La liturgia
L’Avvento è il tempo nel quale, in modo più pieno e delicato,
la luce del Signore entra a rischiarare la nostra vita. Nelle
quattro domeniche sono presenti in modo particolare tre grandi
persone, che ci aiutano ad entrare in questo clima di attesa luminosa e paziente: il profeta Isaia, che sette secoli prima previ5
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de la nascita del Salvatore, il profeta Giovanni il Battista, intrepido assertore della verità e della giustizia e la Madre di Gesù,
Maria, che ci condurrà nel cuore dell’Avvento a riconoscere suo
figlio nell’umiltà di Betlemme.
Quali possono essere i segni che
ci aiutano a vivere bene questo
tempo? Anzitutto la meditazione
più attenta della Parola di Dio.
Non basta allestire il pur significativo presepe, occorre conoscere a fondo, quasi a livello di
studio, la Parola offerta ogni giorno dalla ricchissima liturgia di
questo tempo. Più si conosce, più
si ama. La Parola non è una pia
devozione, è vita, è crescita umana, spirituale e culturale. Il tempo dell’attesa inizia con un solenne invito: è tempo di svegliarvi
dal sonno (Romani 13,11). La nostalgia verso il passato equivale
appunto al sonno, se il credente
non opera il risveglio di fronte all’appello sempre presente della
salvezza personale non ancora
definitivamente compiuta. L’ispirazione cristiana illumina ogni
parola, ogni scelta, ogni azione.
La vigilanza, ci avverte la Parola dell’Avvento, è una compromissione diretta. Troppo comodo vivere la vigilanza cristiana
stando alla finestra e guardando
la storia che scorre come un fiume sotto i nostri occhi. Dobbiamo essere nei flutti del fiume,
perché chi non sceglie nei flutti
sceglie male, perché è solo un
predicatore, un rètore del Vangelo. Occorre scegliere compromettendosi, come San Francesco
d’Assisi, otto secoli fa, come San
Giovanni Bosco. L’Avvento è
tempo di risveglio e di scelta,
non nell’istmo intellettuale, ma
nella prassi storica. L’umiltà dell’Incarnazione diventa perno della coscienza che si fa certa che
Dio ha vinto il mondo e allora,
oltre ogni disperazione, risorge la
speranza di un futuro migliore
per l’uomo.
Franco Careglio
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La Catechesi di Benedetto XVI
I Dodici
P
roseguendo nella serie di
ritratti degli Apostoli scelti direttamente da Gesù durante la sua vita terrena, abbiamo parlato di San Pietro e di suo
fratello Andrea. Ora vogliamo
incontrare la figura di Giacomo.
Gli elenchi biblici dei Dodici
menzionano due persone con
questo nome: Giacomo figlio di
Zebedeo e Giacomo figlio di Alfeo (cf Mc 3,17.18; Mt 10,2-3),
che vengono comunemente distinti con gli appellativi di Giacomo il Maggiore e Giacomo il
Minore. Queste designazioni non
vogliono certo misurare la loro
santità, ma soltanto prendere atto del diverso rilievo che essi ricevono negli scritti del Nuovo
Testamento e, in particolare, nel
quadro della vita terrena di Gesù. Oggi dedichiamo la nostra
attenzione al primo di questi due
personaggi omonimi.
L’origine del nome
Il nome Giacomo è la traduzione di Iákobos, forma grecizzata del nome del celebre patriarca Giacobbe. L’apostolo così chiamato è fratello di Giovanni, e negli elenchi suddetti occupa il secondo posto subito dopo Pietro, come in Marco (3,17),
o il terzo posto dopo Pietro e Andrea nel Vangeli di Matteo (10,2)
e di Luca (6,14), mentre negli
Atti viene dopo Pietro e Giovanni
(1,13). Questo Giacomo appartiene, insieme con Pietro e Giovanni, al gruppo dei tre discepoli privilegiati che sono stati ammessi da Gesù a momenti importanti della sua vita.
Giacomo
I momenti con Gesù
Egli ha potuto partecipare, insieme con Pietro e Giovanni, al
momento dell’agonia di Gesù
nell’orto del Getsemani e all’evento della Trasfigurazione di
Gesù. Si tratta quindi di situazioni molto diverse l’una dall’altra: in un caso, Giacomo con
gli altri due Apostoli sperimenta la gloria del Signore, lo vede
nel colloquio con Mosé ed Elia,
vede trasparire lo splendore divino in Gesù; nell’altro si trova
di fronte alla sofferenza e all’umiliazione, vede con i propri
occhi come il Figlio di Dio si
umilia facendosi obbediente fino
alla morte.
La maturazione nella fede
Certamente la seconda esperienza costituì per lui l’occasione di una maturazione nella fede, per correggere l’interpretazione unilaterale, trionfalista della prima: egli dovette intravedere che il Messia, atteso dal popolo
giudaico come un trionfatore, in
realtà non era soltanto circonfuso di onore e di gloria, ma anche
di patimenti e di debolezza. La
gloria di Cristo si realizza proprio
nella Croce, nella partecipazione alle nostre sofferenze.
Questa maturazione della fede fu portata a compimento dallo Spirito Santo nella Pentecoste, così che Giacomo, quando
venne il momento della suprema testimonianza, non si tirò indietro. All’inizio degli anni 40
del I secolo il re Erode Agrippa,
nipote di Erode il Grande, come
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mo il privilegiato
ci informa Luca, «cominciò a
perseguitare alcuni membri della Chiesa, e fece uccidere di spada Giacomo fratello di Giovanni» (At 12,1-2). La stringatezza
della notizia, priva di ogni dettaglio narrativo, rivela, da una
parte, quanto fosse normale per
i cristiani testimoniare il Signore con la propria vita e, dall’altra, quanto Giacomo avesse una
posizione di spicco nella Chiesa
di Gerusalemme, anche a motivo del ruolo svolto durante l’esistenza terrena di Gesù.
La diffusione
della venerazione
Una tradizione successiva, risalente almeno a Isidoro di Siviglia, racconta di un suo soggiorno in Spagna per evangelizzare
quella importante regione del-
San Giacomo, Albrecht Dürer (1516), Galleria degli Uffizi, Firenze.
Dalla figura di San Giacomo apprendiamo a rispondere con generosità al Signore anche quando ci chiede di lasciare le nostre sicurezze umane per seguirlo sulle strade che ci indica al di là delle nostre aspettative.
l’impero romano. Secondo un’altra tradizione, sarebbe invece stato il suo corpo ad essere trasportato in Spagna, nella città di
Santiago di Compostela. Come
tutti sappiamo, quel luogo divenne oggetto di grande venerazione ed è tuttora mèta di numerosi pellegrinaggi, non solo
dall’Europa ma da tutto il mondo. È così che si spiega la rappresentazione iconografica di San
Giacomo con in mano il bastone del pellegrino e il rotolo del
Vangelo, caratteristiche dell’apostolo itinerante e dedito all’annuncio della «buona notizia»,
caratteristiche del pellegrinaggio
della vita cristiana.
Da San Giacomo, dunque,
possiamo imparare molte cose:
la prontezza ad accogliere la chiamata del Signore anche quando
ci chiede di lasciare la «barca»
delle nostre sicurezze umane,
l’entusiasmo nel seguirlo sulle
strade che Egli ci indica al di là
di ogni nostra illusoria presunzione, la disponibilità a testimoniarlo con coraggio, se necessario, fino al sacrificio supremo della vita. Così Giacomo il Maggiore si pone davanti a noi come
esempio eloquente di generosa
adesione a Cristo. Egli, che inizialmente aveva chiesto, tramite
sua madre, di sedere con il fratello
accanto al Maestro nel suo Regno,
fu proprio il primo a bere il calice della passione, a condividere
con gli Apostoli il martirio.
E alla fine, riassumendo tutto,
possiamo dire che il cammino
non solo esteriore ma soprattutto interiore, dal monte della Trasfigurazione al monte dell’agonia, simbolizza tutto il pellegrinaggio della vita cristiana, fra le
persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, come dice il
Concilio Vaticano II. Seguendo
Gesù come San Giacomo, sappiamo, anche nelle difficoltà, che
andiamo sulla strada giusta.
Benedetto XVI
L’Osservatore Romano, 21-06-2006
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Vita della Chiesa
M
«
aria, così gloriosa e così umana, ci conduce
a Dio. Il suo sorriso
è per tutti, specie per gli infermi».
«Cercare il sorriso di Maria non
è un sentimentalismo devoto o
antiquato né un pio infantilismo
ma una giusta espressione del legame con la Madre di Cristo».
«Lourdes è uno dei luoghi che
Dio ha scelto per far risplendere un raggio della sua bellezza».
Bastano queste tre frasi – molto
originali rispetto a certo stantìo
devozionismo mariano – per descrivere Papa Benedetto pellegrino sulle orme di Bernadette
Soubirous a Nôtre-Dame de
Lourdes nel 150º delle apparizioni: in otto mesi 10 milioni di
pellegrini «a cercare le ragioni
della vita e della speranza».
Un laico che vuole il Papa
Per il viaggio, con la tappa a
Parigi fortemente voluta dal Presidente Nicolas Sarkozy, il Pontefice – che il giorno dell’Assunta aveva definito Lourdes
«singolare cittadella mondiale
della vita e della speranza» – ha
scelto una serie di feste cristologico-mariane: venerdì 12 settembre Nome di Maria; il 13 Santa Maria in sabato; il 14 Esaltazione della Croce; il 15 Maria
Addolorata.
C’è l’imbarazzo della scelta
fra i tanti e forti temi affrontati nel
decimo viaggio internazionale,
uno dei più difficili. Non usa toni aspri, frasi a effetto, parole dure, ma neppure gira in tondo nei
discorsi all’Eliseo davanti al Presidente della Repubblica e alle
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Un viaggio
sorprendente
autorità dello Stato, nella conferenza a 700 intellettuali e politici, nell’omelia sull’Esplanade des
Invalides, nelle celebrazioni nella «cittadella mariana», nell’allocuzione ai vescovi, che è la vera sorpresa perché affronta i temi di una Chiesa divisa, più che
altrove, tra progressisti e conservatori su catechesi e pastorale, liturgia e sacramentaria.
Il Papa trova una sponda nel
Presidente per il quale «fare a
meno della religione sarebbe una
follia, un peccato contro la cultura e il pensiero. Per questo lancio un appello per una laicità positiva»: riprende così il discorso
fatto l’anno scorso a San Giovanni in Laterano durante la visita a Roma. In verità, il tema
della «laicità positiva» fu inventato da Giovanni Paolo II nel
2002 per i cento anni della legge francese sulla separazione tra
Stato e Chiesa; è stato fatto pro-
prio da Benedetto XVI ed è stato adottato da Sarkozy.
Nel salone delle feste dell’Eliseo il Presidente dice che la
Chiesa ha contribuito alla civilizzazione della Francia e dell’Europa, che la spiritualità non
è un pericolo per la laicità e che
a Lourdes «si impara a rispettare la dignità umana», che per costruire la pace «le fedi devono
dialogare alla luce della ragione» e ricorda i cristiani del Medio Oriente e i monaci trappisti
assassinati da estremisti islamici in Algeria.
La laicità positiva
Benedetto XVI, sulla «laicità
positiva», cita il tavolo tra Governo e Conferenza episcopale
che dal 2002 lavora con «determinazione e pazienza». Preoccupato della «distanza che nel
Il compito dello Stato è quello di sradicare le ingiustizie e garantire il benessere delle generazioni future, ha sottolineato il Papa nella sua visita in Francia, approvando la linea della laicità positiva del Presidente della repubblica
d’Oltralpe.
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Il Santuario di Lourdes resta anche per i Francesi un punto di riferimento per
la loro fede, poiché Dio ha scelto questo luogo per far risplendere un raggio
della sua bellezza.
mondo aumenta tra ricchi e poveri», chiede di «proteggere i più
deboli e promuovere la loro dignità. Allo Stato spetta legiferare per sradicare le ingiustizie e
garantire il benessere delle generazioni future, compito non facile e impresa ardua» per la recessione mondiale.
Sotto le volte del «Collège des
Bernardins», gioiello di architettura medioevale e già monastero dei Benedettini, propone
una «lectio magistralis» che ricorda quella di due anni fa a Ratisbona in Germania e che, male interpretata, sollevò le polemiche degli islamici. Nella Ville Lumière, invece, (quasi) solo
consensi dai 700 intellettuali e
politici – tra cui gli ex presidenti Valéry Giscard D’Estaing e
Jacques Chirac – che bloccarono, con altri Paesi, «le radici cristiane» nella Carta costituzionale Ue, poi bocciata da Francia e
Olanda e sostituita dal più modesto Trattato di Lisbona.
Eludere la domanda su Dio o
rimuoverla «come non scientifi-
ca è una capitolazione della ragione, che sarebbe fatale per la
cultura europea e favorirebbe il
fanatismo e l’arbitrio». La ricerca di Dio e la disponibilità ad
ascoltarlo «hanno fondato la cultura dell’Europa e rimangono il
fondamento di ogni vera cultura.
La ragione e l’erudizione servono all’uomo per percepire la Parola in mezzo alle parole. Dio ci
parla attraverso parole umane
perché le Scritture hanno bisogno
di una comunità per diventare vive e creare storia. La Bibbia è
una sfida sempre nuova ed esclude ogni fondamentalismo e ogni
lettura relativista».
Il senso della libertà
Dalla Parola alla libertà, il passo è inevitabile. La libertà è mancanza di ogni legame? Arbitrio
per cui ognuno fa come vuole?
No, «questa è la distruzione della libertà ed è la fine della cultura». Quello dei cristiani è un Dio
«che si è sporcato le mani nella
creazione e continua a lavorare
nella e sulla storia ma ha bisogno
dell’uomo, il quale sbaglia quando tenta di sostituirsi al Creatore».
Parigi tributa un’accoglienza
calorosa ma sobria. Cordiali gli
incontri con i musulmani e gli
ebrei, gioioso l’abbraccio dei giovani sul sagrato di Nôtre-Dame:
«È urgente parlare di Cristo alle
vostre famiglie, ai vostri amici,
nei luoghi di studio, di lavoro,
di divertimento. Abbiate il coraggio di vivere il Vangelo e l’audacia di proclamarlo anche se
ciò attira derisione e persecuzione». Ripete le parole di Giovanni Paolo II che a Parigi il 2124 agosto 1997 per la Giornata
mondiale della gioventù ebbe un
successo strepitoso: «Non abbiate paura di donare la vita a
Cristo e rispondete alla vocazione religiosa e sacerdotale».
Trecentomila parigini affollano l’Esplanade des Invalides –
sotto la cupola d’oro c’è l’imponente mausoleo con le ceneri
di Napoleone – simbolo della
«grandeur» ed emblema della potenza militare di Francia. Ratzinger vince una sfida tremenda
in una Parigi dove la partecipazione alla Messa domenicale non
arriva al 10 per cento e in un Paese che ha il drammatico problema delle vocazioni: ogni anno
solo 100 nuovi sacerdoti contro
i circa 450 dell’Italia, 1.300 seminaristi contro i 4.500 dell’Italia, in alcune diocesi un nuovo
prete ogni dieci anni.
San Paolo condannava l’idolatria come «colpa grave, scandalo, vera peste» e invitava:
«Fuggite l’idolatria del denaro e
del potere, rifiutate gli idoli, cercate Dio, non smettete di fare il
bene». Commenta il Papa: «Questo invito è valido tuttora perché
il mondo, imitando i pagani dell’antichità, si è creato i propri
idoli: denaro, sete dell’avere, del
potere e persino del sapere. Ma
la radice di tutti i mali è la brama del denaro che distoglie l’uo9
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mo dal suo vero fine: cercare
Dio» che, nella sua misericordia, aborre gli idoli ma non l’idolatra, condanna il peccato ma non
il peccatore, invita alla conversione, concede il perdono.
Il modello della catechesi
A Lourdes le luci sfavillano
nella notte e sulle rive del Gave
gonfio d’acqua per le piogge, sotto un cielo plumbeo e tra folate gelide dai Pirenei, il Pontefice compie il percorso dei pellegrini sulle orme di Bernadette: nella chiesa parrocchiale del Sacro Cuore
dove fu battezzata; al «Cachot»,
la prigione era la casa dei Soubirous; alla Grotta beve l’acqua che
sgorga dalla fonte e prega.
Alla sterminata folla della processione «aux flambeaux» parla
di «Maria che ci conduce a Dio.
Lourdes è uno di quei luoghi che
Dio ha scelto per far risplendere
un raggio della sua bellezza. Anche noi entriamo in questa straordinaria prossimità tra cielo e
terra». Ricorda «le vittime innocenti che subiscono violenza,
guerra, terrorismo, carestia; che
portano le conseguenze di ingiustizie, flagelli, calamità, odio, oppressione, attentati alla dignità e
ai diritti, alla libertà d’azione e di
pensiero; che soffrono disoccupazione, malattia, solitudine; che
patiscono a causa del nome di
Cristo e muoiono per lui. Molti
vengono qui sperando in un miracolo, poi fanno un’esperienza
che cambia il loro atteggiamento su Dio, se stessi, gli altri».
Nella Messa davanti a 250 mila persone nell’immensa Prairie
parla della potenza della croce,
«segno di riconciliazione e di pace»; invita a imitare «Maria giovane ragazza di Nazaret che conduceva la vita semplice e coraggiosa delle donne del villaggio,
Madre di Dio che guida gli uomini verso il Regno del suo Figlio»; spiega che la «vocazione
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primaria di Lourdes è essere luogo di incontro con Dio nella preghiera»; esorta a «non lasciarsi
scoraggiare dalle difficoltà perché
nessuno è indifferente per Dio».
All’episcopato il Papa parla
di una Chiesa travagliata, inquieta, divisa, «con tante preoccupazioni». Osserva che per co-
Volgere lo sguardo a Maria per cercare il suo sorriso non è un sentimentalismo, ha ricordato il Papa, ma espressione del suo legame con Cristo, perché lei riflette la tenerezza di Dio.
municare Dio occorrono dottrina certa, metodi efficaci, strumenti preziosi come il «Catechismo della Chiesa cattolica» e
quello francese, ma si inventano
metodi nuovi che creano dubbi
sulla dottrina: «La catechesi è,
anzitutto, questione di contenuti e non di metodo e solo un’accurata preparazione consente la
trasmissione integrale della fede». Indica l’esempio di Paolo,
«il più grande catechista di tutti
tempi», che affermava: «Verrà
un giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma per
il prurito di udire qualcosa, gli
uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole». Previsioni molto azzeccate.
Ribadisce che si può usare sia
il Messale preconciliare di Giovanni XXIII del 1962 e sia quel-
lo conciliare di Paolo VI del 1970.
In Francia il motu proprio è stato accolto con entusiasmo da tradizionalisti e lefebvriani e con
diffidenza da vescovi, sacerdoti e
laici: «Misuro le difficoltà che
incontrate ma non dubito che potrete giungere in tempi ragionevoli a soluzioni soddisfacenti per
tutti. Nessuno è di troppo nella
Chiesa, ciascuno deve sentirsi a
casa sua e mai rifiutato».
Altro tema le famiglie «che
affrontano vere e proprie burrasche mentre le leggi cercano più
di adattarsi ai costumi e alle rivendicazioni di individui e gruppi che non di promuovere il bene comune della società. Attenetevi con fermezza, anche a costo di andare controcorrente, ai
principi che fanno la forza e la
grandezza del matrimonio». Ribadisce il divieto della Comunione ai divorziati risposati e
«non si possono ammettere le
iniziative che mirano a benedire
le unioni illegittime»: in alcune
diocesi divorziati risposati, impegnati nella comunità, sono ammessi alla Comunione e sono
«benedetti» con un rito privato
dai sacerdoti.
La festa dell’Addolorata è dedicata ai malati con la Messa davanti alla basilica del Rosario:
«A coloro che soffrono e lottano e che sono tentati di voltare
le spalle alla vita dico: volgetevi a Maria. Il suo sorriso è per tutti, specie per gli infermi. Cercare il suo sorriso non è un sentimentalismo devoto o antiquato
né un pio infantilismo ma una
giusta espressione del legame
con la Madre di Cristo. Il sorriso di Maria riflette la tenerezza
di Dio, sorgente di speranza invincibile quando la sofferenza
scuote le certezze e fa disperare
del senso e del valore della vita».
La malattia ha bisogno di una
presenza amorevole, «quella di
Dio-medico che sta non accanto
ma dentro il cuore dei malati».
Pier Giuseppe Accornero
Meditazione
L
e guarigioni miracolose di
Gesù sono certo degli autentici doni, operati da Lui
stesso nel tempo delle sue peregrinazioni palestinesi, o in forza
di Lui operati dai suoi Santi lungo la storia della Chiesa.
Ma perché il Vangelo considera spesso questi miracoli come dei semplici “segni”? (cf Gv
2,4,6-7,11-12). Segni di che cosa? Essi sono dei “piccoli” doni che rimandano oltre, che rimandano a doni immensamente più grandi.
Anzitutto, questi miracoli sono a vantaggio immediato di qualche singola persona; ma essi vogliono assicurare che i doni di
Dio non sono rivolti soltanto a
qualcuno, ma vogliono salvare
tutti gli uomini uniti a Cristo: i miracoli dunque sono dei “segni”
che dimostrano la forza dell’amore di Gesù, che può e vuole guarire tutti i suoi fratelli specialmente nel suo Paradiso, che
Egli offre ad ogni uomo.
In secondo luogo, questi miracoli guariscono le persone malate sotto determinati aspetti:
per esempio, liberano dalla cecità, ma non possiamo escludere che i nuovi vedenti continuino ad avere altre difficoltà, fisiche, psicologiche o spirituali.
Ma la volontà di Dio è che tutti gli uomini vengano guariti sotto ogni aspetto: Egli “tergerà
ogni lacrima dai loro occhi: non
vi sarà più la morte, né lutto, né
lamento, né affanno...” (Apocalisse 2,1-4).
Infine, i miracoli terreni non
sono mai definitivi: magari dopo
venti o trent’anni, anche i miracolati sono morti! Ma Dio non
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Perché
i miracoli di Gesù
sono chiamati
anche “segni”?
vuole mai la nostra morte (cf Ez
18,32; Is 25,8). Egli sogna quel
giorno in cui tutti i suoi figli vivranno per sempre accanto a Lui.
Ecco allora che i miracoli di
Gesù e dei suoi Santi sulla terra
sono soltanto dei “segni”, perché non sono rivolti a tutti, non
guariscono tutti i problemi, e non
salvano l’uomo per sempre; ma
invitano al pensiero della Risurrezione finale di tutti gli uomini,
totalmente risanati, e per tutta
l’eternità!
Così non ha senso pensare:
“Fortunati” coloro che sono stati miracolati quaggiù! Essi hanno avuto un momento di guarigione parziale, un breve anticipo a quella guarigione cui tutti
siamo chiamati, pienamente e
definitivamente: noi stessi saremo davvero “fortunati”, quando, diventando una cosa sola
con Gesù, avremo tutti insieme
la sua stessa vita, senz’ombra e
senza fine!
Antonio Rudoni
I miracoli di Gesù sono dei segni che indicano la sua signoria sulla creazione
e rimandano alla Risurrezione, il vero trionfo sul male del mondo.
© Elledici / G. Schnoor
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Giovanni di Damasco
Maria e i Padri
U
na delle più importanti
feste della Madonna è la
sua Assunzione in Cielo. I lettori più anziani ricorderanno ancora il 1º novembre 1950:
durante l’Anno Santo, circondato da centinaia di Vescovi, tra la
gioia di tutti i cattolici del mondo, l’augusta figura del Papa Pio
XII proclamò ufficialmente che
l’Assunzione della Madonna in
cielo, con la sua anima e il suo
corpo, è un dogma, una verità
che appartiene alla Rivelazione
cristiana. Nella costituzione apostolica Munificentissimus Deus,
Papa Pacelli chiariva che questo
articolo della nostra fede, implicitamente contenuto nella Bibbia, era progressivamente emerso alla coscienza della Chiesa,
soprattutto grazie alle spiegazioni
date da alcuni illustri Padri della Chiesa.
Firme false contro Giovanni
Tra essi eccelleva Giovanni di
Damasco, nato verso il 650 in
questa città, capitale della Siria,
dove i Musulmani, oramai padroni pressoché di tutto il Medio
Oriente, permettavano ancora ai
cristiani di professare quasi del
tutto liberamente la loro fede.
Per comprendere la grandissima
devozione di questo santo alla
Madonna, occorre ricordare un
episodio. Egli, per l’intelligenza
di cui era dotato e i meriti acquisiti da suo padre, era stato nominato ministro dal califfo musulmano. Purtroppo, l’Imperatore cristiano di Costantinopoli, per
gettare discredito su Giovanni di
Damasco, che si opponeva alla
sua politica di distruggere le im12
e l’Assunzione di Maria
magine sacre, falsificò un documento, in cui, imitando la grafia
e la firma del santo, lo faceva apparire come un traditore del califfo. Quest’ultimo, venuto in
possesso di questa lettera, persuaso dell’inaffidabilità di Giovanni di Damasco, gli fece tagliare la mano destra, secondo
la legge coranica. La notte stessa, però, per intervento miracoloso della Madonna, la mano fu
riattaccata. Nonostante la riconciliazione con il califfo, Giovanni di Damasco preferì partire e ritirarsi in un monastero nei pressi di Gerusalemme, ove ancora
oggi il suo corpo è venerato dai
monaci che vi abitano.
Il principio della convenienza
Qui Giovanni scrisse delle
opere di teologia tuttora ammirate e studiate. In esse espone il
motivo per cui occorre credere
che la Beata Vergine Maria, a
differenza di tutte le altre creature, non deve attendere il giudizio finale, al ritorno glorioso
di Gesù sulla terra, perché il suo
corpo risorga, in quanto esso, che
non ha conosciuto alcuna corruzione, è stato già assunto e glorificato in cielo.
L’argomento è legato ad una
legge che in teologia è molto importante: il principio della convenienza. In altre parole, nelle
cose che riguardano Dio e la sua
azione, c’è una sorta di intrinseca esigenza che collega cause ed
effetti. Era conveniente – notava
Giovanni di Damasco – che la
Madonna, voluta da Dio sempre
vergine nel corpo, non conoscesse la dissoluzione di quel
corpo santo ed immacolato. Come si dirà in seguito: assumpta
quia immaculata. Era conveniente che la Madonna, in tutto
associata a suo Figlio, lo fosse anche nel suo trionfo sulla morte.
Ed ecco questo privilegio mariano: la glorificazione del suo
corpo. I teologi successivi, soprattutto negli ultimi anni, hanno definito questo evento della
vita della Madonna un’anticipazione. Di che cosa? Del futuro
che attende tutti gli uomini perché Dio ha predisposto per ognuno di noi di vivere in eterno in Paradiso con la nostra anima e con
il nostro corpo. Per questo motivo, l’Assunzione della Madonna è motivo di speranza e di consolazione per tutti noi, soprattutto quando la mestizia per la
morte di qualcuno dei nostri cari ci affligge.
Una strana convergenza
L’arte, che è una sorella della teologia, ha raffigurato spesso, in icone e affreschi, questo
evento, dipingendo lo stupore degli apostoli, che ritrovano vuota
la tomba, nella quale avevano deposto il corpo della Madonna,
quando Ella si era addormentata ed essi l’avevano ritenuta morta. Alcuni mistici, nelle loro visioni, hanno comunicato altri dettagli, nei quali la Chiesa non ci
chiede di credere ma permette
che essi siano diffusi per il nostro profitto spirituale. Caterina
Emmerich, per esempio, una suora agostiana tedesca, pur senza
essersi mai allontanata dal suo
convento, riferì che il luogo dell’Assunzione era stato Efeso e
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non Gerusalemme, come si credeva. Qualche anno dopo, gli archeologi hanno scoperto, proprio
nel posto indicato dalle visioni di
Caterina Emmerich, i resti di
un’abitazione e di una chiesa dedicata alla Madonna, perfettamente corrispondente ai particolari dati da lei! Teologia, arte,
mistica: tutto converge nel glorificare Maria Santissima.
La mediazione di Maria
Il nostro Giovanni Damasceno, inoltre, asserì un’altra verità
incontestabile: la Madonna esercita una mediazione efficacissima a favore di tutti. Con un’affermazione che non lascia spazio
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ad alcun dubbio, questo insigne
Dottore della Chiesa afferma:
“Essa è diventata per noi mediatrice di tutti i beni”. La paragona alla scala su cui il patriarca
Giacobbe, secondo il racconto
della Genesi, vide gli angeli salire e scendere tra cielo e terra:
“Allo stesso modo tu sei diventata mediatrice e scala per la quale Dio discende verso di noi, allorché assume la fragilità della
nostra sostanza, abbracciandola
e unendola intimamente a sé”.
Del resto, tutti i fedeli, sia quelli che vanno sempre in chiesa sia
quelli che non ci vanno mai, si
rivolgono sempre alla Madre di
Dio per ottenere grazie e favori.
Persino i non cristiani, come i
missionari raccontano pieni di
Assunzione di Maria, Cabezalero, Juan Martín (1665-70), Museo del Prado, Madrid.
Secondo una tradizione pittorica, gli Apostoli si stupirono nel vedere il sepolcro della Vergine, vuoto.
meraviglia, volentieri pregano la
Madonna. Il poeta Dante ha scritto: “Qual vuol grazia e a te non
ricorre, sua disïanza vuol volar
senz’ali”. Cioè, com’è impossibile volare senza ali, così è impossibile ottenere una grazia senza affidarsi alla mediazione della Madonna. I teologi latini, sempre bravi a sintetizzare in poche
parole lunghi ragionamenti teologici, hanno sentenziato: “Quod
Deus natura, tu grazia potes”.
Dio è onnipotente per natura, la
Madonna lo è per grazia, cioè
per volere di Dio stesso che l’ha
scelta come Madre. I protestanti si preoccupano che, in questo
modo, l’unica mediazione di Cristo, asserita nel Nuovo Testamento (Uno solo è il mediatore
fra Dio e gli uomini, leggiamo
nella Prima Lettera di san Paolo
a Timoteo), verrebbe oscurata.
Al contrario! Dalla grazia sovrabbondante di Gesù sgorga
questa fontana purissima che riversa con liberale e sovrana bontà grazie su grazie, attingendo
alla inesauribile sorgente, che è
suo Figlio. È un vero peccato che
il Concilio Vaticano II (19621965), nonostante la richiesta di
moltissimi vescovi che vi presero parte, non abbia proclamato
come dogma la mediazione universale di Maria Santissima. Questa verità di fede, oltre ad essere patrimonio comune tra i teologi, è scolpita nel cuore di tutti
i fedeli, i quali, con le parole di
Giovanni di Damasco, provano
tanta gioia e pace nel dire alla
Madonna: “O sovrana, Madre di
Dio e vergine. Leghiamo le nostre anime alla tua speranza come ad un’ancora saldissima e del
tutto intangibile, consacrandoti
mente, anima, corpo e tutto il nostro essere e onorandoti, per
quando ci è possibile, con salmi, inni e cantici spirituali”.
Roberto Spataro
Studium Theologicum Salesianum
Gerusalemme
e-mail: [email protected]
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La Bibbia è una sola
Bibbia e spiritualità
L
a Chiesa ha sempre considerato la Bibbia come una
sola opera: Dio è l’autore e l’ispiratore unico dei due Testamenti. Questa affermazione,
così spesso ribadita dai Padri della Chiesa, il Vaticano II l’ha fatta sua (cf DV 16). E il documento del Vaticano II «Dei Verbum»
parla dei mezzi da usare per ricavare il senso pieno, voluto dall’autore.
Come tutti i libri sacri dell’Antico e del Nuovo Testamento sono stati scritti per ispirazione dello Spirito Santo, così è
chiaro che la Bibbia intera è un
libro solo che ha la sua unità soprannaturale nello Spirito di Dio.
Il Concilio, dopo avere accennato all’unità e unicità della
rivelazione, attraverso i due Testamenti e all’interdipendenza
tematica fra loro, allude anche
al fondamento di tale unità: Cristo e gli Apostoli hanno «integralmente assunto nella predicazione evangelica» i libri dell’Antica Alleanza, e il fatto che
«Dio ha ispirato i libri dell’uno
e dell’altro Testamento e ne è
l’autore» (DV 16).
Una sola è la Scrittura poiché uno solo
è lo Spirito che l’ha ispirata e la conserva nei secoli.
stero di Dio, che è l’atto con cui
Dio entra in comunione con l’uomo e lo unisce a sé (cf Ef
1,9;3,3.9). Questa realtà costituisce la vera esegesi.
È l’Incarnazione di Cristo infatti la chiave di volta, il principio di intelligibilità dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Per questo l’Antico non può essere isolato in se stesso ma sempre considerato alla luce di tutta la Bibbia e specie del Nuovo
Testamento. Il Nuovo così è
«l’esegesi spirituale» dell’Antico, perché il Nuovo continua,
adempie e rivela l’Antico Testamento.
L’unità della Scrittura allora
è garantita dall’unità dello Spirito, che realizza oggi quello che
ieri aveva solo promesso e annunciato, che interpreta ora i testi come prima aveva ispirato gli
agiografi. È su questa unità e correlazione reciproca fra i libri delle due alleanze, avvenute sempre nello Spirito, che si fonda
un’esigenza di conoscenza e di
contatto dell’intera Scrittura.
La dimensione ecclesiale
L’Incarnazione
permette di capire la Bibbia
Da ciò ne segue che il credente, desideroso di leggere e interpretare la Parola di Dio nello
Spirito Santo, non può prescindere dall’unità della Bibbia, e
deve seguire l’azione della Parola lungo tutte le tappe della storia della salvezza, fino all’Incarnazione e trovare l’unità delle
Scritture nel compimento del mi14
Il contenuto e l’unità della
Scrittura si manifesta nello svolgersi organico e progressivo della storia della salvezza dall’AT al
NT. Ma la storia non è sufficiente
da sola a farci conoscere il suo
senso: tutti gli eretici l’hanno invocata e coloro che si sono appellati ad essa non concordano tra
loro. È necessario che il senso
della Scrittura sia comunicato
dallo Spirito di Dio, in un atto
che, da parte sua, è Rivelazione
e il cui frutto in noi è la conoscenza cristiana.
Il contenuto di questa intelligenza è il mistero cristiano come
chiave dell’unità dei due Testamenti e dei diversi testi in ciascuno di essi. Si tratta cioè di saper fare una lettura cristologica
anche dell’Antico e saper cogliere in testi particolari il loro
senso nell’intera Scrittura.
Il luogo dell’azione, però,
mediante la quale Dio si rivela
e dà l’intelligenza della Parola
è la Chiesa, formata da uomini
che si convertono e aderiscono,
attraverso la fede, a Cristo-Verità. Questo è un altro criterio
teologico interpretativo della
Scrittura. Dietro la Scrittura dunque si profila la Chiesa, il luogo naturale dove è sbocciata la
prima testimonianza orale e
scritta del Cristo-Risorto, dove
si legge e si interpreta la Parola di Dio, perché sia annunciata e vissuta.
Nei riguardi del deposito della Parola (Tradizione e Scrittura)
la Chiesa ha un compito complesso. Il Vaticano II lo precisa
in tre momenti che colgono il
senso profondo di esso: «Piamente ascolta, santamente cu-
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stodisce e fedelmente espone»
(DV 10).
E la funzione del Magistero?
Il vero problema è distinguere la
funzione primaria della Chiesa,
vista come globalità e comunità,
e la funzione specifica del Magistero, senza confondere Magistero e Chiesa.
Possiamo dire in sintesi che la
funzione del Magistero (Papa e
Vescovi), nella Chiesa, in rapporto al deposito della fede, è
anzitutto quella di ascoltare con
amore la Parola di Dio, custodirla santamente ed esporla fedelmente in una costante attualizzazione e disponibilità all’ascolto dell’uomo e dei tempi.
E inoltre, siccome il Magistero
vive nella comunità e ne accompagna il cammino di fede e la
progressiva maturazione, la sua
funzione, in rapporto all’intera
Chiesa, è quella di interpretare
autenticamente questa Parola.
Il Magistero, cioè, non ha nulla da insegnare di suo; attraverso esso e in esso è sempre Dio
che parla, con il suo Spirito, a
tutta la comunità, compresi i suoi
maestri; per cui la fondamentale prerogativa dell’ermeneutica
del magistero è la pastoralità. Il
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Magistero ha infatti il compito e
il dovere di stimolare tutti i vari
carismi, le energie spirituali e di
ricerca nella Chiesa, formando
la vera comunione ecclesiale nella carità e cercando il «sensus
Ecclesiae». Esso assicura, cioè,
che il senso della Chiesa coincida sempre con il senso della fede, che da Cristo è stato posto
come condizione necessaria di
salvezza (cf Mc 16,16).
È la Chiesa intera, allora, che,
come comunità unita e varia, è
chiamata e dotata dallo Spirito
Santo alla perenne ermeneutica
della Parola di Dio e lo fa proprio quando essa si converte alla Parola e la vive, confrontandola con i problemi dell’uomo
d’oggi.
Analogia della fede
Oltre alla dimensione ecclesiale, i documenti del Magistero
moderno parlano anche dell’analogia della fede (cf EB 109.5
51.612). La formula è presa dal
testo di Paolo ai Romani, dove si
parla dei diversi carismi nel Corpo di Cristo (cf Rm 12,6).
Per analogia della fede non
si intende solo l’unità complessiva della Scrittura, ma l’unità
di tutto il messaggio salvifico,
sia quello custodito nella Scrittura, sia quello riecheggiato dalla Tradizione cristiana nell’arco
della storia, dietro l’insegnamento del Magistero.
L’interpretazione biblica dunque deve servirsi di questo contesto vivo e inserirsi pienamente, perché anche qui il medesimo
Spirito è all’origine della Parola
scritta e presiede al suo approfondimento nella Tradizione ecclesiale.
L’analogia della fede applicata alla Scrittura allontana le interpretazioni contrarie alla fede
della Chiesa ed inoltre diventa
stimolo e luce nell’approfondire
il mistero della Scrittura, perché
tutti i misteri si articolano gli uni
con gli altri e si chiariscono reciprocamente.
Giunti al termine della nostra
riflessione sulle componenti ermeneutiche del «senso spirituale» della Scrittura alla luce del
magistero moderno, possiamo
cogliere in che cosa consiste la
vera ermeneutica teologica della Scrittura:
1. nel cogliere il vero senso sacro, in armonia con il contenuto
e l’unità di tutta la Scrittura come ispirata nella sua totalità dallo Spirito Santo;
2. nel penetrare il profondo senso divino, alla luce della Tradizione vivente nella fede e nella
vita della Chiesa universale, promossa e sostenuta costantemente dallo Spirito Santo;
3. nell’assicurarsi che l’analisi e
l’interpretazione a cui si è giunti sia fedele alla Parola di Dio, per
l’autorità del Magistero, garanzia di verità sempre assistita dallo Spirito Santo, e per l’analogia della fede che chiarisce, stimola e dà luce al mistero presente nella Scrittura.
Giorgio Zevini
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I Novissimi
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Celebrazione
In cammino verso le ultime realtà
Per affrontare questo tema, guardiamo anzitutto al pensiero di alcuni popoli.
La morte non è l’ultima realtà terrena. Nessun
popolo si è mai rassegnato al pensiero che la morte ponga la parola ‘fine’ alla vita dell’uomo.
Non gli Egiziani, un popolo che viveva, si può
affermare, per i loro morti. Essi pensavano che i loro morti continuassero a vivere e che partecipassero ancora alle sorti della loro terra. «Tu non perisci; tu non ti annulli», scrivevano.
Non i Greci, i quali con Platone, grande filosofo, affermavano che l’anima dell’uomo è immortale. L’anima dell’uomo non è materiale ma spirituale e pertanto non può corrompersi, non può
morire.
E neppure gli Ebrei, i quali pensavano che dopo la morte gli uomini andavano ad abitare nello Sheol. Il morire per loro era come un dormire in compagnia dei propri antenati. Nei Salmi, il cuore degli Ebrei esprimeva una sicura speranza, mentre in
altri libri sacri, come la Sapienza e l’episodio dei
Maccabei, era chiara la fede nella risurrezione.
La fede nella vita eterna si rafforzò in loro, di
secolo in secolo, fino a credere nella risurrezione.
“So che mio fratello risorgerà”, rispose Marta a
Gesù che le diceva: “Tuo fratello vivrà”.
Quale vita dopo la morte?
Allora, dopo la morte che cosa sopravvive? Quale vita ci resta ancora da vivere? Per gli Egiziani,
tutto il corpo sopravvive. Per i Greci soltanto l’anima sopravvive, perché immortale. Per gli Ebrei,
speranza e attesa fan parte della loro fede in Dio,
il quale farà risorgere i loro corpi. Per noi cristiani
la morte non può colpire l’anima immortale, e in
più la morte stessa, un giorno, verrà sconfitta dallo stesso Gesù Cristo.
L’uomo è un essere responsabile, la sua vita non
è un semplice episodio insignificante. L’uomo cerca continuamente qualche motivo che dia senso alla sua vita. L’uomo si sente libero, si dibatte continuamente per possedere, per godere, per vivere.
16
L’uomo cerca il suo futuro. L’uomo, quando sa veramente amare – cioè dare e ricevere così da realizzare tutto se stesso –, quest’uomo si rende conto che «più forte della morte è l’amore» (Ct 8 6).
Chi ama grida e sa di gridare verso l’infinito. L’uomo sente prepotente l’impulso verso ciò che è infinito, o, meglio ancora, egli stesso viene afferrato,
volere o no, dall’infinito. Per questo la morte è uno
stato provvisorio, un momento, un batter d’ala. La
morte non ti afferra tutto quanto.
Preghiamo con il Salmo 129
Rit.: Perdonaci, Signore, e noi vivremo.
Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia preghiera.
Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi potrà sussistere?
Ma presso di te è il perdono:
perciò avremo il tuo timore.
Io spero nel Signore,
l’anima mia spera nella sua parola.
L’anima mia attende il Signore
più che le sentinelle l’aurora.
Israele attenda il Signore,
perché presso il Signore è la misericordia
e grande presso di lui la redenzione.
Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.
Rit.
Rit.
Rit.
Rit.
Come realizzare il bisogno d’infinito?
Come potrà l’uomo realizzare questo bisogno
d’infinito? È sicuro di poter toccare l’infinito? E quale infinito?
La risposta sta nella speranza cristiana dono gratuito dato nel Battesimo. La speranza cristiana, poi,
si fonda sul Cristo risorto. La speranza cristiana
non ha le sue radici nell’immortalità dell’anima –
cosa sicura, fuori d’ogni discussione –, né sulla potenza di Cristo – risorto da morte e capace di rido-
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nare vita all’uomo –, ma nella fedeltà e nella misericordia di Dio Padre, il quale manterrà la promessa
di Cristo suo Figlio carissimo circa il nostro futuro: «Chiunque vive e crede in me, non morrà in
eterno» (Gv 11,26).
Dio ci ha fatti entrare nella sfera dell’Amore.
Egli quindi ci ha conosciuti, predestinandoci a essere conformi al suo Figlio, poi ci ha chiamati, giustificati e glorificati.
Teniamoci sempre pronti
Chi ha legato il suo nome a quello di Gesù ha
deciso anche di seguirlo dopo la sua morte, perché
sa che con la morte non è tutto finito.
Ascoltiamo l’Apostolo Giacomo. C’è un brano
della sua lettera che ci può aiutare (cf Gc 4,1-10).
Certo non possiamo pensare di trovarci a nostro
agio alla fine della nostra vita se, come scrive San
Giacomo, ci troviamo troppo sovente immersi in dissidi familiari, che sovente sfiorano liti e guerre e peggio ancora. La superbia e l’orgoglio non sono consiglieri che ci portano a un buon approdo. Tutte le
passioni che scaturiscono dai vizi capitali tradiscono l’uomo e lo fanno deviare su strade impervie e devianti.
San Giacomo è molto schietto. Egli infatti afferma
che “amare il mondo è odiare Dio”. Non basta dunque dire: tutti fanno così; i giornali, la televisione
insegnano così. Il Vangelo è d’accordo con loro?
“Fino alla gelosia ci ama lo Spirito di Dio”; egli
ci vuole santi e per questo ci viene incontro con la
sua grazia. L’apostolo San Giacomo ci ricorda che
«Dio resiste ai superbi e agli umili invece dà la grazia».
La speranza cristiana si fonda sulla Risurrezione di Cristo e sulla misericordia del Padre che è fedele alle sue promesse circa il nostro futuro.
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La volontà del Padre
«Dio Padre ha tanto amato il mondo da dare suo
Figlio Unigenito» (Gv 3,16). E il Figlio ha vinto sulla croce il peccato e la morte. Proprio per questo
Dio, il Padre nostro invita tutti gli uomini a mettersi al seguito di Gesù Crocifisso per poter sfuggire alla morte eterna. «Chi crede in lui non è condannato» (Gv 3,18). Gesù stesso soggiunge: “Chi
mangia di questo pane, l’Eucaristia, vivrà in eterno” (Gv 6), nella felicità dei nostri cari e di tutti i
Santi e gli Angeli.
Salvati, per la fede nella passione di Gesù Cristo, il nostro posto si trova già al di là della morte
eterna. Ma se uno non si affida a Gesù allora si
mette contro la sua infinita misericordia e rischia
di cadere nella morte eterna. «Chi non crede è già
stato condannato, perché ha preferito le tenebre alla luce» (Gv 3,18-19).
Quante volte, a motivo della nostra fragilità o perché pensiamo che la croce che portiamo sia troppo
pesante, ci riprendiamo la nostra libertà di azione
e di pensiero e così giudichiamo Dio ingiustamente! E diciamo convinti: Come può Dio permettere
il male? Questo male? Perché Dio non fulmina i cattivi nell’atto di compiere azioni perverse? Esiste
Dio? Dov’eri, Signore, quando ti invocavamo? Perché hai preso di mira la nostra famiglia?
C’è un detto che dice: Uno muore come è vissuto.
Se uno desidera vivamente vivere una bella vita dopo la sua morte, deve vivere in terra una vita
buona, in pace con Dio e con gli uomini, e poiché
siamo peccatori, converrà chiedere ogni giorno perdono dei propri peccati, e fare sovente una buona
confessione.
Preghiera
Dio mio e Padre, io voglio dirti,
a nome di tutte le creature umane:
abbiamo fame e sete d’infinito
non possiamo vivere senza amore e senza pace.
La nostra bocca è riarsa.
Le fontane della terra sono secche,
ci manca l’acqua zampillante,
il pane vero, fragrante, profumato
e il dono dello Spirito,
siamo raminghi e lontani dalla meta.
Ecco: torniamo alla casa paterna
dove tu, buon Papà, ci aspetti
con le braccia aperte, per la festa
che non finisce.
Don Timoteo Munari
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L’ADMA nel mondo
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INSERTO
Da mihi animas cetera tolle
(L’ADMA al XXVI Capitolo Generale dei Salesiani)
Centralità della proposta di Gesù Cristo
La Famiglia Salesiana deve avvertire l’evangelizzazione come l’urgenza principale della sua missione, consapevole che i giovani hanno diritto a
sentirsi annunciare la persona di Gesù come fonte
di vita e promessa di felicità nel tempo e nell’eternità. Nostro “compito fondamentale risulta dunque
quello di proporre a tutti di vivere l’esistenza umana come l’ha vissuta Gesù. [...] Centrale deve essere l’annuncio di Gesù Cristo e del suo Vangelo, insieme con l’appello alla conversione, all’accoglienza della fede e all’inserimento nella Chiesa; da qui poi nascono i cammini di fede e di catechesi, la vita liturgica, la testimonianza della carità operosa” (Benedetto XVI, Lettera al Rettor Maggiore, n. 4).
Attraverso la Chiesa, il Signore Gesù ci chiama a realizzare una nuova evangelizzazione:
“nuova nel suo ardore, nei suoi metodi e nelle sue
espressioni” (Giovanni Paolo II, Discorso all’assemblea del CELAM, 9 marzo 1983). Questo ci impegna a preparare, con creatività e audacia, itinerari diversificati per condurre i giovani all’incontro
personale con Cristo, così che maturino la volontà
di seguirlo e diventino apostoli del Vangelo, costruttori di un mondo nuovo. Questa tensione è
l’anima di ogni nostro intervento educativo; noi la
dobbiamo comunicare anche ai laici, coinvolgendoli
sempre più in compiti pastorali.
Ogni membro della FS propone con gioia e coraggio ai giovani di vivere l’esistenza umana come l’ha vissuta Gesù Cristo e si impegna
– ad applicarsi ad uno studio serio e spirituale della Parola di Dio, per assimilarla e fare di Gesù
l’ispirazione, il criterio e il fine di ogni azione
educativa pastorale;
– a dare testimonianza della propria fede, narrando ciò che l’incontro con Cristo ha operato nella propria vita.
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(4a parte)
Per i gruppi della FS è impegno
– a curare una formazione che li aiuti ad essere educatori della fede;
– ad educare i giovani alla preghiera personale e
a curare uno stile celebrativo che comunichi una
esperienza autentica dell’incontro gioioso e vivo con il Signore Gesù;
– a proporre con frequenza e sensibilità educativa il sacramento della Riconciliazione come
tappa essenziale del cammino di conversione e
l’Eucaristia come fonte e culmine della vita cristiana;
– a promuovere l’associazionismo giovanile, come
luogo in cui i giovani siano protagonisti nel cammino di fede e nel servizio ai fratelli;
– a individuare le linee più idonee per portare il
Vangelo anche negli ambienti e nelle situazioni
che presentano nuove sfide.
L’A D M A nel mondo
BOLIVIA - Primo Congresso dell’ADMA Giovanile - Volendo realizzare una delle consegne lasciate dal Rettor Maggiore al V Congresso Internazionale di Maria Ausiliatrice (Città del Messico
2007): “Coinvolgere i giovani nel cammino spirituale dell’ADMA affinché sperimentino la maternità spirituale della Chiesa e di Maria”, abbiamo
celebrato in Fátima (Cochabamba) dal 29 giugno
al 1º luglio, il PRIMO CONGRESSO DELL’ADMA GIOVANILE DELLA BOLIVIA. Hanno partecipato un centinaio di giovani provenienti
dalle opere salesiane di La Paz, Santa Cruz y Sucre. Il numero non era elevato perché abbiamo convocato solo i giovani, ragazzi e ragazze, che già
fanno parte dei vari gruppi funzionanti nei diversi
dipartimenti dove c’è la presenza salesiana. È da sottolineare la presenza dell’animatrice dell’Associazione in Bolivia Suor Rina Pabón FMA e di di-
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versi Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice, animatori spirituali dell’ADMA. L’obiettivo era che
questi giovani si conoscessero, scambiassero esperienze su come vivono la loro vita cristiana, sulla devozione alla Vergine Ausiliatrice e cosa fanno nel loro ambiente. All’inizio del Congresso abbiamo proposto una sfida: fare di questi tre giorni
un’esperienza di vita cristiana e non solo ascoltare
conferenze su Maria. Il Sig. Ispettore, Don Juan
Pablo Zabala, nell’Eucaristia di apertura ha spronato i giovani ad imitare Maria. Ci sono state tre
conferenze: il P. Severino Laredo, animatore ADMA della Bolivia, ha riassunto l’intervento del Rettor Maggiore a Città del Messico, presentando “Maria, la credente, Madre e Maestra dei discepoli di
Cristo”, il P. Thelían Corona, Rettore dell’Università Salesiana, ha sviluppato il tema “Maria Ausiliatrice e Don Bosco”, mentre Sr. Beatriz Loayza, FMA e direttrice del Collegio Maria Mazzarello, ha presentato “Maria, modello da imitare”. Nel
pomeriggio del secondo giorno il delegato nazionale ha portato il saluto inviato da Torino dalla
Sig.ra Giuseppina Chiosso, Presidente, Don Pier
Luigi Cameroni, Animatore spirituale, e dal Consiglio di Presidenza dell’ADMA Primaria. Successivamente il delegato nazionale ha fatto una presentazione dell’ADMA e ogni delegazione ha presentato come vive la devozione alla Vergine e ciò
che fa per diffonderla. In seguito i giovani si sono
riuniti per gruppi di provenienza per programmare
la vita e il lavoro di ogni associazione. In una delle serate abbiamo recitato il Rosario, portando fiaccole e immagini della Vergine e raggiungendo le varie case di formazione; un’altra sera abbiamo fatto
una veglia artistica in onore della nostra Madre.
Nell’Eucaristia di chiusura un gruppo di giovani, che
già da alcuni anni fanno parte dell’Associazione,
hanno emesso la promessa e ogni gruppo ha deposto sull’altare il programma di vita per il futuro. Abbiamo vissuto giorni di festa, di fraternità, di
esperienza di vita cristiana sotto il manto di MaI partecipanti al primo Congresso giovanile dell’Adma boliviana.
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ria. I giovani, ragazzi e ragazze, sono partiti con il
caratteristico entusiasmo giovanile per infiammare
altri giovani con l’amore dell’Ausiliatrice. Credo che
la Vergine sia stata contenta per la presenza di tanti giovani figli intorno a Lei (P. Severino Laredo SDB
- Animatore spirituale della Bolivia).
ADMA Taormina (Messina - Italia). Anche
da Taormina ci scrivono parlandoci del rilancio di
Partecipazione al pellegrinaggio Regionale dell’ADMA della Sicilia.
ADMA di Taormina. Al centro il Presidente Giuseppe Auteri, a sinistra la Sig.ra Cifali Franca (tesoriera) e a destra
la Sig.ra D’Agostino Barbara (vice presidente).
questo gruppo nato nel lontano 1916. Il gruppo si
sta rinnovando con la presenza di nuovi soci, donne ed uomini, con la cura dell’incontro mensile il
24. Quest’anno, il 24 maggio, 6 aspiranti hanno
fatto la loro promessa, accolta dal salesiano missionario in Madagascar Don Giovanni Corselli.
Nell’occasione della festa si è svolta anche la tradizionale processione molto partecipata e sentita
dai taorminesi. Animatore spirituale è il salesiano
Don Vincenzo Biuso, direttore dell’opera salesiana. Presidente è il Sig. Giuseppe Auteri, che pure
è membro del Consiglio Regionale della Sicilia e
fortemente impegnato nel rilancio dell’Associazione.
Don Pierluigi Cameroni
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Santuari mariani
ARDESIO (BG)
Santuario
Madonna delle Grazie
Tel. 0346.33.097
Diocesi: Bergamo.
Calendario: Sono particolarmente sentite le giornate commemorative dell’apparizione mariana, il 22 giugno, con
una grande processione serale; il 23,
giorno dell’apparizione e il 24, anniversario dell’incoronazione.
Note: È uno dei Santuari più venerati e
frequentati dalla diocesi di Bergamo.
La chiesa è stata eretta sul luogo di un’apparizione avvenuta in
casa di un certo Marco Salera, il
quale aveva nella sua abitazione
una stanza dove si venerava una
sacra immagine dipinta dal pittore Busca di Elusone nel 1449
e raffigurante Gesù in Croce con
a lato la Madonna e vari Santi.
Un giorno, nell’imminenza di
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Santuari
della Lombard i
un temporale, mandò le due figlie,
di 7 e 11 anni, a pregare proprio
in questa stanza. Era il 23 giugno 1607. Improvvisamente apparve la Madonna, ai piedi del
Crocifisso, risplendente e seduta
su un trono d’oro, con in braccio
il Figlio.
La stanza dell’effigie fu conservata intatta e divenne la cappella Maggiore del Santuario.
Il tempio venne edificato dall’architetto Giovanni Maria Bettera in stile barocco già un anno dopo l’apparizione mariana.
Custodisce opere pregevoli d’arte, ricchezza di arredi, un grandioso organo e un monumentale campanile del 1681. Il Presbiterio, dove si può ammirare il
grande affresco dell’Apparizione, è la famosa stanza del prodigio e del dipinto; gli affreschi
vennero incorniciati in legno
scolpito, dorato e pitturato e
Facciata ed interno del Santuario della Madonna delle Grazie di Ardesio.
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formano un grande polittico.
Una sequenza di affreschi sui
fianchi della volta commenta le
invocazioni della Salve Regina,
opera di Francesco Bergamotti.
La venerata immagine della Madonna fu solennemente incoronata per decreto del Capitolo Vaticano il 24 giugno 1872 dal Vescovo di Bergamo, monsignor
Luigi Speranza.
Nel 1884 il Dolcini rivestì la
volta di vivaci e abbondanti stucchi. Inizialmente il Santuario era
di sole tre arcate, una quarta fu
aggiunta più tardi, nel 1718. Nel
1907 si costruì una cripta o “scurolo”, dove venne posto il gruppo dell’Apparizione, in rame,
rappresentante Maria Vergine seduta con il Bambino tra le braccia e le due bambine veggenti ai
fianchi.
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d ia
/2
BASELLA (BG)
Santuario Madonna
della Basella
Padri Passionisti
Indirizzo: Piazzale Santuario, 10
Tel. 035.89.43.49
Diocesi: Bergamo
Calendario: si festeggiano i giorni delle apparizioni mariane, l’8 e il 17 aprile, inoltre l’8 settembre, giorno dell’incoronazione.
L’apparizione mariana di Basella è la più antica del territorio
bergamasco. Avvenne l’8 aprile
1356, quando la Vergine Maria si
presentò ad una giovane di quindici anni di nome Marina per
confortarla della dolorosa constatazione delle pianticelle bruciate dalla brina, segno della futura carestia. Il 17 dello stesso
mese riapparve, annunciandosi,
come Madre di Dio, ad alcuni
abitanti della zona e come segno
concreto della sua apparizione
invitò la popolazione a scavare tra
le pietre per trovare i ruderi di
un’antichissima chiesa.
I resti vennero ritrovati, perciò si diede subito inizio alla costruzione di una nuova chiesa, i
cui lavori terminarono in soli cinque mesi. Dopo circa un secolo,
Bartolomeo Colleoni iniziò ad
ampliare il Santuario, facendo
costruire un Convento che affidò
ai Padri Domenicani.
Della Chiesa indicata dalla
Madonna è rimasto l’arco in cotto che si trova sulla facciata ed
un affresco che raffigura l’apparizione e la visita di Galeazzo II
Visconti, presente in fondo alla
navata destra.
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Nel 1460 Bartolomeo Colleoni avviò il restauro e l’ampliamento: prolungò il Santuario
di tre navate, incorporando la
costruzione preesistente (coro,
presbiterio, due altari e un campaniletto); alla facciata fu aggiunto un finestrone rotondo ed
elementi decorativi in cotto. La
torre campanaria, iniziata nel
1494, venne terminata alla fine
dell’Ottocento. Dopo tre secoli,
con la soppressione degli ordini
religiosi, i Domenicani furono
allontanati e soltanto nel 1920
vi giunsero i padri Passionisti,
che diedero vigore al complesso sacro e abbellirono ulteriormente il Santuario. Così a Luigi Carrara di Bergamo venne af-
In alto, l’immagine della Vergine venerata nel Santuario della Basella ove avvenne la più antica apparizione mariana del bergamasco.
fidato il progetto del gruppo scultoreo a ricordo dell’apparizione,
composto di tre statue: la Vergine, il Bambino e la fanciulla; esso venne collocato in una nicchia fra le due finestre del coro.
In seguito si svolsero delle ricerche approfondite per individuare il sito preciso dell’apparizione; una volta individuato, la
nicchia con le tre statue fu collocata al di sotto del pavimento
della Chiesa, di fronte al presbiterio, che per necessità ven-
ne innalzato. L’8 settembre 1921
si incoronò il simulacro della
Vergine, alla presenza di tre cardinali e di un giovane prelato,
era Angelo Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII. Fu anche
eretta una grande cupola con otto imponenti finestre, furono altresì sistemati altari laterali, presbiterio, pavimento. Ulteriori restauri si eseguirono in occasione del sesto centenario dell’apparizione, nel 1956.
Cristina Siccardi
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DICEMBRE 1578 - APPARIZIONE DELLA MADONNA DELLA CROCE - POGG IO
Calendario mariano
L’ambiente
R
oio è una frazione della città di L’Aquila dalla quale dista circa 7 chilometri,
ma nei tempi passati costituiva
Comune a sé. Fu uno dei tradizionali 99 castelli che contribuirono a formare l’antica città. È il
risultato di quattro agglomerati o
ville, sparsi ad anfiteatro attorno
ad un’ampia conca, probabile
fondo di un lago preistorico: Roio Piano, Santa Rufina, Colle di
Roio e Poggio di Roio, il quale
si inerpica su di un colle sopra il
quale sorge il grazioso Santuario
della Madonna della Croce.
Un poeta locale lo descrive
con questi semplici versi: «S’alza a destra del fiume un monticello – che tiene la grande Aquila di fronte, – di forma oval, non
La Madonna della tran
differente a quello – dove Cristo
soffrì martirio ed onte; – sul suo
declivio sorge il tempio bello –
sacro a Maria...».
Il domenicano Padre Serafino Montoro nel suo libro “Zodiaco di Maria”, stampato nel
1715, ci tramanda la storia del
rinvenimento della Statua della
Madonna che impreziosisce il
Santuario di Poggio di Roio.
Conosciamo tutti, per aver letto la poesia Pastori di Gabriele
D’Annunzio, il fenomeno tipicamente abruzzese della transumanza, la migrazione stagionale delle greggi. Durante la stagione invernale le greggi si spostano dalle zone collinari e montane dell’Abruzzo verso il tavoliere della Puglia e, al contrario,
nel pieno della stagione estiva, ritornano in Abruzzo.
Il Santuario di Poggio di Roio è stato edificato per ricordare l’apparizione della Vergine al pastorello Felice Calcagno nel dicembre del 1578.
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L’Apparizione della Vergine
Nel dicembre del 1578, un pastore di nome Felice Calcagno,
nativo della terra di Lucoli, mentre si trova a svernare in Puglia,
come è solito, in un bosco chiamato Ruo, ha la disavventura di
smarrire il gregge affidato alla
sua custodia.
Per quanto si dia da fare, non
riesce a rintracciare le pecore disperse. Temendo giustamente un
grande castigo dai suoi padroni,
supplica con fervore la Madonna perché lo soccorra in così triste situazione.
La Vergine, Consolatrice degli afflitti, appare al pio ragazzo
sotto forma di bellissima Signora con il Bambino Gesù fra le
braccia, circondata da una luce
abbagliante, e cortesemente gli
indica il posto dove si sono rifugiate le sue pecorelle.
Di fronte all’apparizione, il
ragazzo rimane estatico! Riavutosi dallo stupore e ritrovato il
gregge nel luogo indicatogli, ritorna all’alpeggio e riferisce il
prodigio agli altri pastori. Questi, mossi da grande curiosità,
corrono in quel luogo, pensando
di incontrare ancora la bella Signora, ma vi trovano una Statua,
in legno di cedro, di grandezza
al naturale, con le stesse forme
e fattezze che il pastore afferma
di aver veduto nella ignota Signora.
Meravigliati per la scoperta e
pensando di aver trovato un vero tesoro, portarono la Statua con
venerazione, nella loro capanna,
con l’intenzione di collocarla, a
suo tempo, in qualche chiesa di
Lucori, come cosa prodigiosa.
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G IO DI ROIO (AQ)
ansumanza
A primavera infatti, tempo in
cui dalle Puglie fanno ritorno nelle loro montagne d’Abruzzo, collocata la miracolosa Statua su un
mulo, si avviano; ma arrivati, dopo alcuni giorni di viaggio, pres-
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so la Croce del Castello di Roio, dove ora vi è la Chiesetta di
San Leonardo, il giumento piega le ginocchia, e non vuole più
proseguire.
Visti inutili i tentativi e gli
sforzi per far rialzare il mulo che
continuamente cade come avesse spezzate le gambe, quei buoni pastori, presa la Statua, la portano a spalla fino a Lucori.
La mattina seguente però la
Statua non è più lì: prodigiosamente se ne è tornata a Roio, in
quello stesso luogo dove si è piegato il giumento. Allora gli abitanti di Roio, lieti di così prezioso ed inatteso tesoro, edificano in breve tempo una Chiesa in
onore della Madonna.
Il Santuario
La Statua viene posta e rimane nella Chiesetta di San Leonardo fino al 1625, anno in cui la
Chiesetta è ampliata e prende il
nome di Santuario di Santa Maria della Croce. Le viene dato
questo titolo perché sorge di fronte al colle sul quale, da qualche
secolo, si innalza su piedestallo
di pietra, una Croce portata da
alcuni cavalieri di ritorno dalle
Crociate in Terrasanta, con l’intenzione di erigervi un Calvario
simile a quello di Gerusalemme.
Numerose sono le grazie concesse dalla Madonna ai fedeli
che con fiducia ricorrono a Lei,
anche da paesi e terre lontane.
Nel 1656, in occasione della terribile pestilenza che imperversa
in tutta la regione, la Statua della Madonna, dietro desiderio del
Vescovo, viene portata solennemente in processione all’Aquila, e la pestilenza cessa.
Un grande dipinto di Francesco Speranza, posto sulla porta sinistra del Santuario, ricorda la
grande processione penitenziale
con la Statua della Madonna del
1779 per impetrare la pioggia,
dopo la grande siccità che da mesi attanagliava le campagne aquilane. Appena la Statua della Madonna esce dal Santuario, cade
una pioggia intensa che dura anche il giorno seguente. I campi
cambiano istantaneamente aspetto, la raccolta del grano è così
abbondante che tutti ritengono
quella pioggia miracolosa. La
Madonna, come sempre, ascolta
le preghiere dei suoi figli.1
Il 30 agosto 1980 il Papa Giovanni Palo II visita il Santuario
e recita con devozione l’antica
preghiera: «Vergine Santissima,
che per la vostra immagine, dai
nostri pastori migrati in terra di
Puglia, felicemente rinvenuta e
trasportata in Abruzzo, sceglieste come dimora e luogo di predilezione il Poggio di Roio all’Aquila, e nel grazioso tempio,
eretto dalla pietà dei nostri maggiori, apriste una sorgente di doni celesti, accogliete gli omaggi
che Vi rendono i vostri figli vicini e lontani; rinnovate con essi
la provvida alleanza e consolateli con la vostra benedizione.
Amen».
Don Mario Morra
1 ELIO ANTONUCCI, Roio e il suo Santuario, San Gabriele dell’Addolorata
(TE), ECO 1986.
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Storia illustrata dei Papi
Centro di
Documentazione
Paolo IV (1555-1559)
Dopo il brevissimo pontificato, di sole tre settimane, di Papa
Marcello II, il Collegio dei Cardinali, desiderosi che l’opera riformatrice iniziata dal Concilio
di Trento giungesse a completamento, eleggono Papa il Cardinale Gian Pietro Carafa, esponente del gruppo dei riformatori più ardenti, che prende il nome di Paolo IV.
Da più di mezzo secolo Gian
Pietro Carafa è stato uno dei più
decisi e rappresentativi propugnatori della riforma interna della Chiesa. Persona profondamente pia ed ascetica, ha sempre
combattuto con fermo rigore e
violento zelo per una più severa
I Papi che portano il no m
vita ecclesiastica, inflessibilmente
legato ai propri principi.
Trascinato dall’irruenza e fierezza del suo carattere, fa uso del
potere papale seguendo rigidi criteri di santità e di ortodossia, ma
ignorando ogni moderazione. Suscita in questo modo profonda
irritazione e contestazione tra il
clero e tra il popolo, tra le persone colte e le persone semplici;
provoca scontri e ferite dolorose in seno alla Chiesa e alla stessa curia romana.
Diventato Papa continua l’opera di controriforma già iniziata come Prefetto dell’Inquisizione, con intransigenza ed intolleranza, talvolta anche con ingiustizia. Le sue intenzioni sono pure e sante, il suo obiettivo è l’eliminazione di ogni errore e di ogni abuso,
ma i suoi procedimenti, autoritari e drastici, fanno molte vittime e causano più
danni che vantaggi alla causa stessa della
riforma cattolica.
Per fare eseguire i
suoi decreti si serve sistematicamente dell’Inquisizione, ma
abusa di questo tribunale e vi trascina dinanzi anche vescovi e
uomini pii. Giunge al
punto di accusare di
scarso zelo il grande
inquisitore Cardinale
Paolo IV condusse con
inflessibile rigore la riforma della Chiesa, suscitando perplessità ed opposizione.
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Antonio Michele Ghislieri, il futuro Papa San Pio V.
Quando il 18 maggio 1559
muore, il popolo romano, che
tanto ha sofferto per il duro governo di questo Papa, si solleva
e ne impedisce i solenni funerali. Il palazzo dell’Inquisizione è
invaso e dato alle fiamme, le insegne abbattute e la statua del
Papa in Campidoglio, frantumata e gettata nel Tevere. La sua
salma, solo nel 1566, sotto il pontificato di Pio V, può avere onorevole sepoltura in Santa Maria
sopra Minerva.
Paolo V (1605-1621)
Dopo la morte di Papa Leone
XI, che ha avuto appena quattro
settimane di pontificato, il 16
maggio 1605 viene eletto il Cardinale Camillo Borghese che
prende il nome di Paolo V. Di
costituzione sana e robusta, ha
appena 52 anni quando inizia il
suo ministero che si auspica perciò non così fuggevole come
quello del predecessore.
D’indole riflessiva e tranquilla, è uomo di poche parole, ma
amichevole e affabile, leale e sincero, straordinariamente laborioso. Ad una memoria eccellente unisce un’assiduità instancabile, doti queste che gli consentono di svolgere un’enorme
mole di lavoro. Si concede raramente qualche giorno di riposo
sui colli romani. Estremamente
parsimonioso nelle spese personali, è molto generoso con i poveri e i bisognosi.
Prega moltissimo e con grande devozione; nella pietà riva-
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o me di Paolo
Con il Papa Paolo V prosegue con
notevole impulso la spinta missionaria della Chiesa.
leggia con il santo Papa Pio V.
Durante i sedici anni di pontificato di Paolo V si verificano
avvenimenti rilevanti per la vita
della Chiesa e della società civile. Ne segnaliamo alcuni tra i più
importanti.
Si conclude l’annosa controversia sulla grazia che ha visto
contrapposti Bañez con i Domenicani e Molina con i Gesuiti. Il
Papa interviene facendo riferimento al Concilio di Trento «che
ha definito la necessità di una
mozione divina per il libero arbitrio», ed assolve dall’accusa di
eresia entrambi i contendenti.
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Sul piano politicoreligioso sono due gli
eventi che segnano
drammaticamente il
pontificato di Paolo V:
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il durissimo scontro
con la Repubblica Veneta, che intende far
valere il proprio prestigio e la propria autorità su tutti, compreso il Sommo Pontefice, e lo scoppio della
Guerra dei Trent’anni, la più lunga e la più
aspra tra tutte le guerre religiose che sconvolgono l’Europa del
XVI e XVII secolo, e
che vede schierati contro, Protestanti e Cattolici.
L’intensa attività
politica però non impedisce a Paolo V di
attendere ai suoi impegni fondamentali di
capo della Chiesa: il
proseguimento della
riforma iniziata dal
Concilio di Trento e la
diffusione del Vangelo nelle terre di missione.
Tutto il 1600 vede
un’intensa attività missionaria,
sia in Estremo Oriente, con l’opera di padre Matteo Ricci in Cina
e di padre Roberto de Nobili in
India, sia in America Latina, con
la creazione in Paraguay delle famose Riduzioni, colonie agricole di Indios amministrate esclusivamente a favore delle popolazioni indigene.
Durante il pontificato di Paolo V ha inizio il lungo ed infelice processo di Galileo, che tanto danno recherà all’immagine
della Chiesa, accusata di intolleranza, di oscurantismo e di arretratezza. Il Papa accoglie paternamente Galileo e gli assicura la
sua protezione.
Paolo V muore il 28 gennaio
1621 ed è sepolto nella Cappel-
la Borghese (o Paolina) da lui
edificata in Santa Maria Maggiore.
Paolo VI (1963-1978)
Il 3 giugno 1963 muore il Papa Beato Giovanni XXIII, il Papa del Concilio Ecumenico Vaticano II. Dopo un breve Conclave, al quinto scrutinio viene eletto il Card. Giovanni Battista Montini, Arcivescovo di Milano, che
prende il nome di Paolo VI.
Persona estremamente dotata
spiritualmente, intellettualmente e moralmente, presenta come
tratti caratteristici della sua personalità la dolcezza, la cordialità, la soavità, la profondità dei
sentimenti e la finezza dell’intelletto, l’amore intensissimo per
la Chiesa e per l’umanità. Ha una
straordinaria fiducia nell’azione
dello Spirito Santo nella Chiesa
e nella storia; di qui la sua pazienza, la pratica del dialogo e
l’avversione per le censure e le
condanne, sicuro che il tempo
Paolo VI condusse la Chiesa in tempi non facili. La sua nobile anima sta
acquistando sempre più considerazione da parte degli studiosi.
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provvede alle giuste soluzioni.
Il pontificato di Papa Montini è assai difficile perché si svolge in tempi burrascosi sia per la
Chiesa sia per il mondo. Tempi
di radicali mutamenti: l’uomo
raggiunge la Luna, la contestazione giovanile e l’emancipazione femminile mettono in crisi regole, mentalità e costumi;
l’affermarsi strepitoso della tecnologia, la depressione cronica
del Terzo Mondo, la dittatura politica ed ideologica del comunismo, il secolarismo dirompente
che si insinua anche tra il clero
ed i teologi; lo sviluppo delle
nuove teologie (della “Morte di
Dio”, della rivoluzione, della liberazione, ecc.). Sono alcune delle grandi difficoltà che Paolo VI
deve affrontare con coraggio.
Suoi grandi meriti sono soprattutto due: aver portato a pieno compimento l’evento straordinario del Concilio Ecumenico
Vaticano II ed aver traghettato la
Chiesa verso lidi migliori, attraverso il mare tempestoso del dopo Concilio, senza dissipare i
preziosi tesori accumulati dal
Concilio stesso.
È stato timoniere fermo e sicuro della barca del Concilio ed
ha saputo condurla felicemente in
porto, ricca di tante idee, progetti ed impegni nuovi. Ha poi saputo calare nella vita della Chiesa le novità del Concilio, nonostante le critiche violente sia della sinistra progressista, sia della
destra conservatrice.
Sintesi mirabile della sua attività sono le parole pronunciate da Paolo VI stesso nell’omelia del 29 giugno 1978, ad un mese appena dalla morte: «... anche noi come Paolo, sentiamo di
poter dire: ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia
corsa, ho conservato la fede».1
Don Mario Morra
BATTISTA MONDIN, Nuovo Dizionario
Enciclopedico dei Papi, storia e insegnamenti (Roma, Città Nuova 1995).
Nuova Edizione, aprile 2006.
1
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Solo la vo
Santi di ieri e di oggi
È
una giovane delle Marche,
Fiorella Bianchi, nata ad
Osimo il 20 novembre
1930 e morta nella sua città d’origine, nel 1954, dopo una breve
esistenza di soli 24 anni. Bella e
di gusti moderni, intelligente e
colta, forte ed equilibrata, ha tutte le doti per essere a suo tempo
una sposa e una madre di famiglia esemplare, la qual cosa è la
vocazione normale ma altissima
d’ogni donna.
Fino a 16 anni, la sua vita è
quella comune di una figlia unica, assai curata e anche un po’
coccolata: casa, scuola, chiesa,
amiche, divertimenti onesti, passeggiate, svaghi e ricreazioni,
quello che si conviene a quell’età. Di questo periodo, dagli
orizzonti un po’ chiusi e meschini, ella scriverà in una lettera: “Prima che il Signore mi colpisse con la sua grazia, amavo
le cose a metà e mi trovavo bene in esse credendo che il fine ultimo della vita fosse fare un tanto e non di più”.
Tutto accettare
Invece a 16 anni, Fiorella incomincia a fare di più, fino a dare tanto di più, a cominciare da
una prima rinuncia che si direbbe piccola, ma che per lei è molto gravosa.
Per circostanze varie, ma soprattutto per una malattia della
mamma, ad un certo momento,
ella deve lasciare la scuola, il liceo che frequenta con tanta gioia e con tanto profitto. È una rinuncia dolorosa, ma non ne fa
un dramma, pronunciando con
semplicità nel silenzio della sua
anima, il suo “Sì”. A una persona amica ne scrive così: “Dio mi
ha fatto capire che questa è la
sua volontà e io, pur sentendomi
indegna, ho piegato docilmente
la testa. Tutto in fondo è consistito nel pronunciare una piccolissima parola, parola che però è
diventata per Lui, grande, dal
giorno in cui per la prima volta
la pronunciò l’umile Fanciulla di
Nazareth: “fiat” (Sì)”.
Da quel giorno, Fiorella, sotto la guida di un saggio direttore spirituale, scopre la sua singolare vocazione, faticosamente, laboriosamente, nel silenzio e
nella sofferenza. Ed è questa la
sua vocazione: di dimostrare che
il “sia fatta la tua volontà” del
Padre nostro non è soltanto una
bella frase che va ripetuta con le
labbra, ma che va vissuta giorno
per giorno, con la vita, senza mai
deformarla nel “sia fatta la mia
volontà”, come è più facile fare.
D’ora in avanti, ci sarà nelle
lettere di questa giovane una fra-
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volontà di Dio
Fiorella Bianchi
1930 - 1954
se che ritorna spesso, quasi come un motivo dominante la breve sinfonia della sua vita: “Nulla mai chiedere e tutto accettare
sorridendo”. In questo stile, c’è
il segreto non solo della sua vita, ma anche del suo sorriso costante e anche un po’ misterioso.
La sua anima sorride davvero,
perché ha scoperto che la vita ha
valore soltanto se facciamo la
volontà di Dio.
Offerta totale
E allora che farà Fiorella nella vita? Obbedendo al suo direttore spirituale, innanzi tutto cerca di scoprire chiaramente qual
è la volontà di Dio, perché ancora oscura per lei, soprattutto riguardo al suo stato di vita. Per
qualche tempo, pensa anche lei di
essere chiamata a diventare sposa e madre di famiglia, anche per-
ché diversi giovani hanno posto gli occhi su
di lei e, tra gli altri, un giovane
molto buono, al
cui amore, non è
insensibile.
Ma Fiorella
temporeggia per
conoscere meglio le cose:
quando si accorge che questa
unione, che forse già in fondo
le sorride, sarebbe andata contro l’attesa dei
suoi genitori, pur avendone il
diritto, rinuncia.
Perché? Per il timore delicatissimo di andare contro la volontà di Dio, che sente manifestarsi per lei nella volontà dei
suoi genitori.
Il paese di Osimo dove Fiorella trascorse la sua esistenza intessuta d’amore
per il prossimo e per Dio.
Ecco che cosa ne scrive: “Io
temo che volendo quel giovane
contro la volontà dei miei, Dio
consideri questa mia azione contraria al Suo volere”. Dunque:
quasi uno scrupolo di delicatezza. Allora questa ricerca così appassionata della sola volontà di Dio la porta con semplicità a fare un sacrificio più
grande ancora, perché più nascosto e più eroico.
A questo tornante della sua
vita, Fiorella comprende che il
Signore vuole davvero tanto da
lei: non vuole soltanto che doni,
ma vuole che si offra e si doni totalmente a Lui. Totalitaria com’è
nelle sue scelte dai 16 anni in
poi, senza misura, decide di consacrarsi a Gesù per sempre in
una vita di preghiera, di silenzio, di contemplazione: carmelitana di clausura, per esempio!
Ma quando pensa che il suo allontanarsi da casa lascerà un
grande dolore – figlia unica! –
nel cuore dei suoi genitori e un
grande vuoto, ella che pure ne
ha il diritto, rinuncia, consiglia27
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ta e guidata anche in questa decisione dal suo direttore spirituale che conosce a fondo il suo
ambiente.
Ma dove la vuole Iddio?
Nel mondo, vergine e sorella
A questo punto, Fiorella rinnova, nel segreto del cuore, la
sua consacrazione verginale totale a Gesù, continuando nel
mondo e in casa, come prima:
“nel mondo – direbbe Dante –
vergine sorella”. (Par. III, 46).
Scrive a un’amica: “Capisco che
è molto duro attuare questo piano quotidianamente e che fare
ciò richiede non più sacrificio,
ma eroismo. Credo però che con
la grazia divina, meritataci da
Gesù sulla croce, e la mia buona volontà, potrò camminare verso la perfezione. Come è bello
davvero nulla chiedere e tutto
donare, sorridendo!”.
Gli ultimi quattro-cinque anni di Fiorella sono tutti lì, nel
“nulla più chiedere e tutto donare, sorridendo”.
È ormai straniera al mondo,
isolata in una solitudine spirituale, piena però della presenza
di Gesù, come unico Sposo e Signore, che la rende capace di riversare attorno a sé un bene incredibile, impensato. Innanzitutto in casa e in famiglia. Forse la
sua stessa famiglia non ha capito sino in fondo il grande sacrificio che questa ragazza compie.
Perché la sua stessa famiglia la
vede sempre calma, serena, servizievole, sorridente, piena di
mille premure, una figlia esemplare. In fondo, da un certo punto di vista, la sua vocazione è
proprio il IV comandamento:
“Onora tuo padre e tua madre”.
Ma quello che è incredibile è
il bene che riesce a diffondere
fuori casa e con pochi mezzi a disposizione. A decine e decine di
poveri, estende una segreta, ma
reale rete di assistenza, attingendo al suo borsellino, ai pic28
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coli risparmi, che trasforma in
indumenti, in pacchi viveri, in
offerte fatte con discrezione assoluta, all’insaputa di tutti, anche privandosi del necessario in
spirito di penitenza.
A Osimo, organizza la “mensa del povero”: ogni domenica
raduna decine e decine di vecchiette bisognose e offre loro un
lauto pranzo. Di questa iniziativa benefica, Fiorella è la direttrice, raccogliendo collette dai
suoi ex-compagni di scuola, interessandoli così a un’opera davvero buona: “in quante città –
spiega – potrebbero fare questo
gli studenti, rinunciando a qualche sigaretta, a qualche cenetta,
e aiutando a stare meglio almeno una volta alla settimana i poveri del loro ambiente!”.
Ma Fiorella non si ferma qui.
Con la parola e con gli scritti,
ella è apostola di Gesù per un
numero grandissimo di anime.
Quante lettere ha scritto a destra
e a sinistra, a amiche e conoscenti, a operaie e a persone
istruite, a gente incerta e dolorante, per illuminare, per confortare e per guidare! A tutti e a
ciascuno fa dono della Persona
che è il suo unico amore, Gesù
Cristo, convinta più che mai che
Lui solo è l’unico Salvatore e la
soluzione di tutti i problemi.
Con semplicità e letizia, diventa un po’ come la guida spirituale di tante anime che vengono in cerca di lei anche da lontano, facendo chilometri di strada. Sentono che in Fiorella c’è
una fede luminosa e forte, una
cultura religiosa eccezionale
(aveva lasciato la scuola, ma non
di istruirsi nella fede, che conosce quasi come un teologo!), c’è
un grande equilibrio, che in fondo le fa dire a ogni anima che
incontra: “Cerca di fare giorno
per giorno, la volontà di Dio. E
la volontà di Dio è la tua santificazione”.
Nel medesimo tempo, collabora a un giornaletto dell’oratorio locale, intitolato “In integritate, gaudium”: un latino assai
trasparente: nell’integrità, s’intende della vita cristiana-cattolica, c’è la gioia. Forse è questo
il motto, il distintivo che esprime al meglio l’identità di Fiorella e il gusto della sua missio-
Il pensiero di Fiorella andava sovente alla presenza di Gesù nel Tabernacolo
delle chiese. Con i suoi scritti ha invitato gli uomini a rivolgersi a Gesù, la soluzione dei problemi del cuore umano.
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ne: tutto viene da Gesù Cristo e
tutto, di Lui, va accettato e vissuto. Sulle orme della Madonna,
la donna del sì.
Come bambini
E la fine sopraggiunge, brusca
e improvvisa per gli altri, ma non
per lei, perché da lei persino preannunciata: un malessere, il ricovero all’ospedale, un’operazione delle più comuni, la setticemia, quindi la morte edificante che commuove tutta Osimo.
Alla sua infermiera che l’assiste nelle ultime ore di vita, Fiorella dà questa testimonianza di
sé: “Tutto ho dato e tutta mi sono offerta”.
Nel testamento spirituale, che
ha redatto benché giovanissima,
che si legge piangendo anche oggi, ha scritto: “Ho amato la vita,
ho amato la morte e cercato sempre e solo la volontà di Dio”. E
ancora: “Fino a quando saremo
presi da mille preoccupazioni e
sarà viva la volontà del nostro
io, non capiremo il linguaggio
di Dio. Lasciamo fare tutto a Lui,
abbandoniamoci nelle sue braccia come degli eterni bambini
che nulla desiderano se non ciò
che Lui desidera. Non c’è creatura più felice di chi vive in continua infanzia spirituale, e non
c’è luogo che offra gioie più
grandi e più pure del cuore di
Dio. Il bambino trova la felicità
sulle braccia della mamma e sereno lì si addormenta. Ritorniamo bambini anche noi e addormentiamoci con Lui. Vivere è fare la volontà di Dio. Siamo sulla sua barca”.
Davvero il suo messaggio sta
qui, come il sommo Poeta, Dante, ha scritto nel verso che il
Servo di Dio Pio XII riteneva il
più bello di tutti i tempi: “In
sua voluntade è nostra pace”
(Par. III, 85).
Paolo Risso
Piazza Umberto I, 30
14055 Costigliole d’Asti
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MESSALE
DELLE DOMENICHE
E FESTE
2009
Editrice Elledici, ISG, Messaggero
pagg. 576 - € 6,50
Uno strumento pratico ed economico per preparare e seguire la liturgia eucaristica festiva nel corso
di tutto l’anno con introduzioni, monizioni, commenti e preghiere dei
fedeli.
Nella Cripta della Basilica di Maria Ausiliatrice
(a sinistra guardando la facciata)
10ª Mostra di Presepi
e
La Devozione mariana attraverso gli Stendardi
dal 13 dicembre 2008 al 6 gennaio 2009
con il seguente orario:
– feriali: ore 15-18 – festivi: ore 10-12; 15-18
La Mostra rimane aperta tutto il mese di gennaio 2009
solo al Sabato e alla Domenica
– Sabato: ore 15-18
– Domenica: ore 10-12; 15-18
Ingresso libero
facilitato ai disabili
Per informazioni e
per comitive-scolaresche:
CENTRO SALESIANO
DI DOCUMENTAZIONE
STORICA E POPOLARE
MARIANA
Via Maria Ausiliatrice, 32
10152 Torino
Tel. 011.5224.254
011.5224.222
Cell. 331.6338289
E-mail: [email protected]
Internet: www.donbosco-torino.it
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A cura del Gruppo di Filatelia Religiosa
“Don Pietro Ceresa”
Filatelia religiosa
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20 anni
di filatelia religiosa
in Piemonte
I
l Gruppo di Filatelia Religiosa “Don Pietro Ceresa”, per festeggiare i suoi primi 20 anni di attività, ha pubblicato un libro che ripercorre 20 anni di iniziative filateliche, a tematica religiosa,
promosse, sia dal Gruppo che da altre Associazioni,
nella Regione Piemonte.
I vari capitoli del volume di 160 pagine: “Don
Bosco e l’opera salesiana”, “Il quadrilatero della
santità”, “La Sindone e il Duomo di Torino”, “Santi, Beati e Religiosi”, “Papa Giovanni Paolo II in
Piemonte”, “I monti della sacralità”, “Abbazie,
Santuari, Chiese e Luoghi Sacri”, “Eventi e Avvenimenti Sacri”, “Altre confessioni religiose”,
dimostrano, attraverso i francobolli, le mostre, gli
annulli, la ricchezza di esperienze religiose esistenti
nel nostro territorio.
L’obiettivo della pubblicazione è di far cono30
Pagina 30
scere la vitalità della filatelia religiosa in Piemonte
ed offrire una traccia per coloro che desiderano avvicinarsi al nostro tema collezionistico, ai lettori
non filatelici, la molteplicità delle iniziative di valorizzazione delle tradizioni locali promosse in
tanti piccoli Comuni e documentate con annulli filatelici.
Non è quindi solo la storia del Gruppo “Don Pietro Ceresa” ma, riteniamo, il contributo del mondo filatelico alla conoscenza delle radici cristiane
delle nostre terre, aperto anche alle esperienze delle altre confessioni religiose.
Il volume è stato presentato il 21 settembre, in
occasione della Mostra Sociale nel salone “Gesù
Maestro” del Santuario di Maria Ausiliatrice di Torino e potrà essere richiesto al Gruppo Filatelico.
Angelo Siro
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Il Natale è Gesù
La pagina del Rettore
Carissime lettrici e lettori della
nostra Rivista,
i sta avvicinando il Natale e
incominciano già per tempo, in un clima superficiale di consumo, a risuonare parole, immagini, pubblicità, canzoni, che in un caleidoscopio di proposte vogliono farci entrare nel
“clima” natalizio e ovviamente
creare la preoccupazione per ciò
che si deve comprare, quali luci
d’autore da progettare, quali novità dell’ultima moda da lanciare. Quanta cornice! Una cornice
che a poco a poco diventa sempre più grande, fino a coprire il
quadro per il quale doveva essere complemento. Come ci può
essere un Natale senza luci, regali,
tavolate di festa... ma con la presenza del Signore (pensiamo ai
tanti fratelli e sorelle che soffrono, che sono perseguitati per la loro fedeltà al Signore, pensiamo ai
tanti poveri, alle famiglie che
guardano con preoccupazione al
futuro, a chi vive in solitudine e
nel dolore...) così ci può essere un
Natale coreografico, dove il Signore è totalmente assente. Trionfano i Babbo Natale, gli alberi
luminosi, le renne, le strenne natalizie...; nelle recite scolastiche
ci si deve guardar bene nel parlare della nascita del Signore Gesù: è mancanza di rispetto per chi
non ci crede o ha un’altra reli-
S
𐗀
gione, ma non ci si chiede se è anche mancanza di rispetto per i
bambini cristiani che hanno il diritto di celebrare le loro feste in
un clima di grande rispetto per
gli altri, ma con una chiara identità. È dell’ultima ora la notizia
che il comune di Oxford ha deciso di menzionare tutti gli eventi del 25 dicembre e dei giorni
successivi con il nome di “festività della luce invernale”, per “ridimensionare l’eccessiva risonanza assegnata alla più importante festività cristiana a discapito delle altre religioni”. Siamo
ben consapevoli che non si tratta qui di una preoccupazione per
il rispetto delle altre religioni, ma
siamo di fronte al tentativo di
estinguere ogni identità propria,
anche quella di altre religioni,
che hanno reagito fortemente di
fronte a questa iniziativa, per portare ad un’indifferenza che stempera tutto, stinge, scolora, in un
“gioco di società” incolore, inodore, insapore che alla fine impedisce all’uomo
di interrogarsi,
come fanno tutte le grandi religioni, sui temi
fondamentali
dell’uomo e della vita, che vengono così dissolti nell’interno di
un’atmosfera inconsistente.
Noi cristiani
non dobbiamo
lasciarci né vincere, né contaminare da questa subdola manovra, ma pro-
clamare a testa alta con coraggio
che “... il Verbo si fece carne e
venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità”
(Gv 1,14). Allora avranno senso
la festa, le luci, i colori, i regali...,
perché noi sappiamo che la luce
vera non è quella “dell’inverno”,
ma è la luce che il Signore Gesù
è venuto a portare a questo mondo bisognoso di salvezza: “Io sono la luce del mondo; chi segue
me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”
(Gv 8,12). E illuminati da questa
luce, siamo chiamati ad essere
testimoni credibili di questa luce
attraverso l’impegno della carità
verso i fratelli, in particolare quelli più bisognosi, perché anch’essi sentano la bellezza del Natale
cristiano.
Con questi sentimenti e con il
continuo ricordo, l’augurio a tutti di Buon Natale!
Don Franco Lotto
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AVVISO PER IL PORTALETTERE
In caso di MANCATO RECAPITO inviare a:
TORINO CMP NORD per la restituzione al mittente - C.M.S. Via Maria Ausiliatrice, 32 - 10152 Torino
il quale si impegna a pagare la relativa tassa.
MENSILE - ANNO XXIX - N° 10 - DICEMBRE 2008
Abbonamento annuo: € 12,00
• Amico € 15,00
• Sostenitore € 20,00
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FOTO DI COPERTINA:
SOMMARIO
Vieni di notte,
ma nel nostro cuore
è sempre notte:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni in silenzio,
noi non sappiamo più cosa dirci:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni in solitudine,
ma ognuno di noi
è sempre più solo:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni a cercarci,
noi siamo sempre più perduti:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni, Signore.
Vieni sempre, Signore.
2
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11
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14
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Dio nella storia dell’uomo
Avvento - FRANCO CAREGLIO
Giacomo, il privilegiato
I Dodici - BENEDETTO XVI
Un viaggio sorprendente - Vita della Chiesa - PIER GIUSEPPE ACCORNERO
Perché i miracoli di Gesù sono dei
segni? - Meditazione - A. RUDONI
Giovanni di Damasco
Maria e i Padri - ROBERTO SPATARO
La Bibbia è una sola
Bibbia e spiritualità - GIORGIO ZEVINI
I novissimi/7
Celebrazione - TIMOTEO MUNARI
mihi animas/4 - L’Adma nel
18 Da
mondo - D P L C
della Lombardia/2 - San20 Santuari
S
tuari mariani/86 - C
La Madonna di Poggio di Roio 22 Calendario mariano - M M
Papi che portano il nome Paolo/2
24 ICentro
di Docum. Mar. - M. M
la volontà di Dio
26 Solo
R
Santi di ieri e di oggi - P
anni di filatelia religiosa...
30 20
Filatelia religiosa - A
S
Il Natale è Gesù - La pagina del
31 Rettore - F L
ON
IER UIGI
AMERONI
RISTINA
ICCARDI
ARIO
ORRA
ORRA
AOLO
NGELO
ISSO
IRO
RANCO OTTO
(David Maria Turoldo)
Adorazione dei magi (1560),
Pieter Aertsen, Rijksmuseum, Amsterdam.
Altre foto:
Teofilo Molaro - Archivio Rivista - Archivio «Dimensioni Nuove» - Centro Documentazione Mariana - Redazione ADMA - Guerrino Pera - Andreas Lothar - Mario Notario - ICP - Editrice Elledici.
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