DI MADRE IN FIGLIA
Transcript
DI MADRE IN FIGLIA
Elisa Ceci, Cecilia Comani, Germana De Michelis DI MADRE IN FIGLIA Un libro di donne per le donne. Un testo sulle madri per le figlie. Un intreccio di storie per capirsi, far capire ed essere capite Prefazione di Paola Scalari ARMANDO EDITORE CECI, Elisa – COMANI, Cecilia – DE MICHELIS, Germana Di Madre in Figlia. Un libro di donne per le donne. Un testo sulle madri per le figlie. Un intreccio di storie per capirsi, far capire ed essere capite ; Pref. di Paola Scalari Roma : Armando, © 2013 192 p. ; 22 cm. (Intrecci) ISBN: 978-88-6677-342-9 1. Storie femminili di vita 2. Ruoli e funzioni nella costruzione dell’identità 3. Modelli culturali proposti e conflittualità CDD 370 © 2013 Armando Armando s.r.l. Viale Trastevere, 236 - 00153 Roma Direzione - Ufficio Stampa 06/5894525 Direzione editoriale e Redazione 06/5817245 Amministrazione - Ufficio Abbonamenti 06/5806420 Fax 06/5818564 Internet: http://www.armando.it E-Mail: [email protected] ; [email protected] 17-07-010 I diritti di traduzione, di riproduzione e di adattamento, totale o parziale, con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche), in lingua italiana, sono riservati per tutti i Paesi. Fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei limiti del 15% di ciascun volume/fascicolo di periodico dietro pagamento alla SIAE del compenso previsto dall’art. 68, comma 4, della legge 22 aprile 1941 n. 633 ovvero dall’accordo stipulato tra SIAE, SNS e CNA, CONFARTIGIANATO, CASA, CLAAI, CONFCOMMERCIO, CONFESERCENTI il 18 dicembre 2000. Le riproduzioni a uso differente da quello personale potranno avvenire, per un numero di pagine non superiore al 15% del presente volume/fascicolo, solo a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da AIDRO, Via delle Erbe, n. 2, 20121 Milano, telefax 02 809506, e-mail [email protected] SOMMARIO Prefazione di Paola Scalari 9 Introduzione 13 Capitolo primo L’amica del cuore e il gruppo di coetanee 15 Capitolo secondo I sogni son desideri 25 Capitolo terzo La scelta 33 Capitolo quarto La coppia 42 Capitolo quinto Il Primo Figlio – Gravidanza, parto, post-parto e allattamento 49 Capitolo sesto Maternità, Paternità, Bi-genitorialità 60 Capitolo settimo I nonni 73 Capitolo ottavo Il lavoro 86 Capitolo nono Facciamo un altro bambino? 96 Capitolo decimo I fratelli 107 Capitolo undicesimo I figli crescono: la scuola, gli amici. E la mamma? 117 Capitolo dodicesimo Facciamo un altro bambino? Parte seconda, terza, quarta 129 Capitolo tredicesimo La coppia scoppia.Tradimento, separazione, ri-scelta e nuovo progetto 139 Capitolo quattordicesimo Il sesso 150 Capitolo quindicesimo Le amiche 169 Letture, musiche e film ironicamente saggi 185 Ringraziamenti 191 PREFAZIONE Di madre in figlia, un libro di donne per le donne. Un testo sulle madri per le figlie. Una narrazione per osservare gli uomini visti dalle donne. Un intreccio di storie per capirsi, far capire ed essere capite. Nel testo il crinale tra il genere maschile e quello femminile si muove tra complicità, competizione ed emulazione. Nel libro captiamo una differenziazione spavalda e una consapevolezza dolorosa della diversità tra i due generi. Ceci, Comani e De Michelis vogliono sottolineare che essere donne, essere adulte, essere mature può svelarsi un compito arduo e complesso quando si articola tra una incessante necessità di sedurre – che fa sentire belle – ed una drammatica solitudine – che fa sentire invisibili –. Proprio di queste traversie le Autrici vogliono far partecipe il lettore affinché si rispecchi, ritrovandosi oppure no, nelle storie di vita da loro rievocate al fine di facilitare l’identificazione e la differenziazione dalle modalità con le quali è possibile interpretare il ruolo di donna adulta oggi. Il testo allora si muove tra l’essere uguali o l’essere diverse prima di tutto dalle altre donne e poi dai modelli culturali proposti, dalle aspettative familiari, dalle identità delle proprie madri. Essere omologate, essere trasgressive, essere alternative pur essendo uguali, essere delle copie conformi alle mode in voga o essere originali… Come addivenire all’essere e basta? La ricerca che ognuna delle Autrici racconta narra il travaglio di una generazione di fanciulle a cui tutto pareva possibile e che ha dovuto scoprire sulla sua pelle che la vita non è così. Qualcosa manca sempre. 9 Il tema della perdita allora muove il sentimento dell’ironia che, alle volte aggressivamente e altre volte drammaticamente, mostra come l’esistenza non possa mai garantire tutto, anche quando si nasce in contesti che offrono il privilegio di poter scegliere. Il filo rosso è dunque come affrontare l’elaborazione del lutto. Esso lega le storie di queste giovani donne che si raccontano e che raccontano la fatica di crescere. La scoperta del limite sembra dunque riunirle attorno al Caffè del lunedì un po’ per esorcizzare la paura di questa rivelazione e un po’ per affrontarla con minor senso di impotenza. La vita è limite. Sta nella bellezza di questo confine la possibilità di crearne una speciale, propria, unica. Certo per viverla come una realtà appagante bisogna rinunciare all’esibizione infantile, all’invidia-ammirazione immatura e alla competizione adolescenziale. Il divenire donna innanzitutto è scoperta che non si può essere anche uomini. E dentro a questo confine si può cercare di essere ciò che si è assaporando il senso di perdita come opportunità di incontro anziché come rivendicazione di essere anche l’altro sesso, o anche l’altro in generale, o ancor peggio l’altro che possiede ciò che non si ha. Queste donne raccontano in prima persona il complesso percorso che porta ogni essere umano verso la consapevolezza della realtà che ci delimita e limita. Tutto non si può avere ed essere. Si fa strada allora la consapevolezza che la scelta determina sempre una rinuncia e che essa porta lontano da altre opportunità possibili. Se questa presa di coscienza fa parte dell’elaborazione adolescenziale pare che il testo suggerisca che, alle volte, per le giovani donne del terzo millennio, divenute mogli e madri, professioniste e organizzatrici della vita familiare, è davvero complicato fare i conti con ciò che non sono, non possono essere, non saranno mai. Di facile e scorrevole lettura Di madre in figlia diviene appassionata compartecipazione all’incontro rituale del lunedì di un gruppetto di giovani donne che, divenute mogli e madri di mezza età, sente l’esigenza di capire il senso del tempo che è trascorso e che mai tornerà indietro. Un tempo che scorrendo ha definito la loro identità. 10 Uscire dall’incanto adolescenziale, ed oggi più di ieri, pare un compito che solo assieme ad altre donne è dato compiere. Le simpatiche signore, protagoniste delle storie del libro, avvertono l’urgenza, il piacere, la forza rasserenante del condividere. Le conflittuali madri, che raccontano quotidiane peripezie, ravvisano la necessità del confronto per poter essere delle adulte con la loro prole. Le affettuose mamme, che anelano una identità sicura, vogliono dare un senso a se stesse per aiutare le figlie a trovare il loro posto nel mondo. Lo sforzo delle tre protagoniste delle storie narrate nel testo, seppur intrecciato da espedienti ironici e da scenari plateali, rappresenta dunque sicuramente un vissuto serio e saggio. Solo un genitore adulto, ben individuato nel suo genere, capace di elaborare creativamente il senso della mancanza può aiutare i figli a crescere. Ceci, Comani e De Michelis accompagnano il lettore in diverse aree evolutive critiche che, sviscerate, possono aiutare ogni giovane madre ad evolvere, a capire, a maturare. Il suggerimento rivolto a genitori ed educatori pare questo: trovare un filo narrativo per comprendere il legame tra passato e futuro al fine di imparare a vivere il presente. Ma non solo. Il richiamo è a farlo in gruppo poiché ogni narrazione individuale muove i ricordi degli altri partecipanti al collettivo. Nella parte romanzata quindi Flora sollecita i pensieri di Selvaggia ed entrambe sollecitano le riflessioni di Elsa in una girandola di rievocazioni e di commenti che rende chiara la parte teorica che accompagna ogni esperienza vissuta. Queste tre donne speciali quanto comuni – come è la vita di ogni persona – richiamano il lettore a ricollegare i pezzi della sua esistenza in un unitario disegno. È dunque necessario imparare a vivere dalla propria vita. È altrettanto importante trasmettere ad ogni nuova generazione una buona eredità di riflessioni narrate affinché essa possa partire da una storia per costruire la sua storia. Paola Scalari Venezia, 22 agosto 2013 11 INTRODUZIONE Pomeriggio di fine novembre. Piove. Sono in macchina con il mio compagno diretti alla scuola materna a ritirare Duccio, figlio di tre anni. Guido io. Fermi al semaforo. Io dico “ho pensato di scrivere un libro”. Lui risponde “c’è verde”. Riparto. Nessun accenno al libro! Stessa sera. Pizza con le amiche. Io dico “ho pensato di scrivere un libro. Un piccolo manuale sulle donne, per le donne, con le donne. Di quelli che si tramandano di generazione in generazione, dove le mamme svelano i segreti della felicità alle figlie. A me non ha svelato niente nessuno. Nessuna “dritta” sul come diventare donna. Me lo sono dovuta inventare. Niente. Niente del fatto che sarei diventata matta durante la gravidanza, che mi sarei ritirata in una bolla con la mia bambina dopo il parto, che tutti quelli fuori dalla bolla sarebbero stati nemici, che avrei odiato il mio amore, che la bolla sarebbe scoppiata e mi sarei sentita tanto sola, che avrei pianto al lavoro per la mancanza di casa e a casa per la mancanza del lavoro. Vorrei una bussola per capire dove sono quando mi perdo. E ora, quando sto male, non so a chi chiedere aiuto. Noi siamo tutte sulla stessa barca. E se dico a mia madre che sono in crisi con Eugenio inizia a piangere “e i bambini? Poverini! Non farmi preoccupare. Andate d’accordo e basta. Se no, se tu e i bambini volete venire a stare da noi…”. Vorrei provare a scrivere quello che ho capito fino a qui sulle donne. Un piccolo manuale sulle questioni femminili, da tramandare a mia figlia, che lo tramandi a sua figlia, magari aggiornandolo, e così via. E per le donne, tutte, da usare al bisogno. Cosa ne dite?”. Loro: “Bellissimo! Facciamolo insieme!”. Io: “La psicoterapeuta – Elsa, l’architetto – Flora e l’insegnante-fotografa – Selvaggia. Quarantenni. O quasi. Mamme di figlie femmine. Sei in tutto. Direi peffetto, come dice Duccio”. 13 Ci vediamo lunedì mattina al Caffè clandestino. Clandestino perché fatto di nascosto dai mariti, compagni, figli, lavoro – per non odiare il lunedì. Il femminile si trova in una fase storica di transito. I modelli culturali di riferimento non rispecchiano più la realtà; non ci si riconosce più. Ci si trova a ridefinire i confini di donna, dopo il Sessantotto mal traghettate dalle nostre madri, quelli di madri, di mogli e di compagne. Quelli di figlie. La famiglia non c’è più: ci sono le famiglie. La religione non guida più, e neanche la politica. Il lavoro è necessario, quanto precario. Il sociale ci richiede di ricoprire tanti ruoli, in conflitto gli uni con gli altri. C’è tanta sofferenza e disorientamento. C’è la depressione. Ma c’è anche un’energia creativa che circola e che tre donne, coordinate da un “capo-cuoco”, hanno pensato di provare a raccogliere e ad impastare insieme, per capire se il segreto della ricetta non siano il confronto, la condivisione ed il rispecchiamento tra donne, con un pizzico di ironica saggezza. N.d.R.: La ricetta non verrà mantenuta segreta, o data con ingredienti sbagliati – come fa mia suocera – ma diffusa, a tutte. Con preghiera di tramandarla. Di madre in figlia. 14 Capitolo primo L’AMICA DEL CUORE E IL GRUPPO DI COETANEE Caffè clandestino, lunedì 5 novembre 2012 Flora e Selvaggia sono sedute al solito tavolo della solita caffetteria e aspettano Elsa. Osservano divertite la loro estetica così diversa. Selvaggia ha una gonna larga plissettata sotto al ginocchio e Flora, con il suo gusto un po’ démodé, uno dei suoi vestiti cuciti in casa. Elsa come sempre arriva trafelata e come sempre è semi-chiusa in uno dei suoi lunghi cappotti da cui spunta una camicetta di seta che lascia intravedere un reggiseno di pizzo nero. Si lascia cadere sulla sedia. Voi non sapete cosa mi è successo!? Dopo vent’anni di silenzio, ho parlato con Anna. I caffè clandestini sono momenti di grandi scoperte. Flora, Selvaggia ed Elsa si conoscono solo da qualche anno. Non sono cresciute insieme. Sono diventate amiche da grandi quando l’amicizia è una scelta, perché non è più funzionale, ma solo un piacere. La curiosità di vedere il primo tempo del film della vita delle amiche però è forte. Anna? Chi è Anna? Anna è stata la mia amica del cuore. Ma poi abbiamo litigato e fino ad ora non ci siamo più parlate. Riprendo fiato e vi racconto. Ma voi avete avuto l’amica del cuore? Flora, dopo avere ordinato tre caffè, inizia a raccontare. 15 Se penso alle amiche dell’infanzia e dell’adolescenza, me ne vengono in mente tre: Adina la femmina, Vanessa la complice e Olga la sorella. Se sei nata in campagna e non sei andata alla scuola materna, i primi amici sono i fratelli, le sorelle, i cugini e i vicini di casa. Mia sorella era troppo grande per giocare con me. Avevo due cugini e tanti amici maschi. Alle elementari il mio mondo era fatto di palloni, spintoni e macchinine. Osservavo da lontano le mie rosa-compagne con i loro glitterati accessori e le loro confidenze al femminile. Era un mondo sconosciuto e, dato che nessuno per anni mi ha teso una mano per saltarci dentro, così è rimasto per lungo tempo. Verso i dieci anni, sul rosso tartan di un campo di atletica ho conosciuto una ragazzina come me. Adina era un po’ femmina e un po’ maschio. Ci siamo riconosciute e legate subito, con quei lacci difficili da slegare. Siamo cresciute insieme alla ricerca di un nostro rosa. Un po’ ironiche e un po’ ciniche, avevamo come motto “staremo vicine fino a quando ci serviremo”. Alla base delle relazioni per noi c’era una sorta di formula matematica secondo cui l’intensità del legame era direttamente proporzionale a quanto una persona serve per crescere, a quanto serve da stimolo, a quanto serve da specchio, a quanto serve. Io e Adina ci serviamo ancora oggi. Il tempo passa e noi siamo sempre più ciniche, irrimediabilmente ironiche e ancora unite alla ricerca di una nostra femminilità. Poi c’è Vanessa, la complice. A un certo punto è arrivata l’età del Liceo. Ho scelto una scuola che si trovava in una città a trenta chilometri da casa mia. I miei genitori mi hanno lasciata andare. Insieme alla ricerca dell’autonomia ho trovato un mondo nuovo. Eclettico, eterogeneo, anarchico. Da una piccola città di provincia sono passata ad un’altra altrettanto piccola, ma per ragioni geografiche, morfologiche, economiche e politiche profondamente diversa. Tutte le mattine alle sei e ventotto un pullman partiva da Piazza Chiodo verso la scuola. Quei seggiolini in pvc blu elettrico sono stati la scenografia di molti miei passaggi evolutivi. Salivamo in una decina diretti alla scuola. Tra questi c’era Vanessa. Capelli neri, lisci, incarnato chiarissimo e serico, sorriso dolcissimo e ironia contagiosa. Dopo poche battute abbiamo scoperto di essere compagne di classe. E oltre ad essere stata la mia compagna di banco, Vanessa è stata la compagna delle prime uscite serali e di tante notti insonni passate a chiacchierare. Abbiamo 16 condiviso passioni amorose, strazianti delusioni, rimanendo sempre complici e leali. Alla fine del Liceo mi ha confidato che i suoi genitori non l’avrebbero mandata all’Università. Pochi mesi dopo le nostre strade si sono separate. Non so di preciso il perché. Forse per entrambe il dolore della separazione era stato troppo forte. O forse per me c’era il fascino di una nuova avventura e per lei l’imbarazzo di non farne parte. E infine c’è Olga, la sorella. Sempre sul solito pullman, a un certo punto è salita Olga. Con Olga e i suoi lunghi e ricci capelli rossi ho capito cosa volesse dire avere una sorella. Ci travestivamo con tacchi, trucchi, abitini vintage, stivali alla coscia, parrucche, bijoux e lustrini, alla ricerca di un’estetica, di uno stile che, smussato e addolcito, è tutt’ora il mio, o per meglio dire il nostro. Con Olga ho vissuto in simbiosi Liceo e Università. Avrei tanti aneddoti da raccontare su cui spesso mi ritrovo a ridere con le mie figlie. Da anni Olga ed io viviamo lontane, ma regolarmente ci incontriamo. Abbiamo due vite molto diverse, ma con tanti punti di contatto. Quando ci incontriamo ci perdiamo nei racconti l’una dell’altra come in un gioco di specchi. Ancora parliamo fino all’alba, ancora ci chiudiamo in bagno a tagliarci la frangetta alla francese. La zia rossa che fa ridere mamma, la chiamano le mie figlie. Appoggiano le tazze. Selvaggia, e tu hai avuto un’amica del cuore? Allora, da bambina ho avuto una grande amica con cui ho condiviso ogni momento di gioco. Per me, che avevo i genitori separati, stare con lei voleva dire anche stare in una casa “normale”. Una casa in cui i ruoli sembravano ben separati e non c’erano grandi fatiche evidenti. Stavo bene da lei. Mi sentivo diversa, ma compresa, e questo mi bastava. Ancora oggi quando mi capita di vederla e di trascorrere un po’ di tempo con lei, avverto da parte sua lo stesso atteggiamento accogliente e protettivo. Senza bisogno di parlare. Non abbiamo mai parlato delle nostre famiglie, dei nostri legami. Oggi la nostra relazione è abbastanza formale, da donne adulte e un po’ signore. Beviamo un tè e parliamo di una ricetta come quando da piccine giocavamo a Barbie a casa sua. Poi è arrivata l’adolescenza. In quel periodo i miei interessi si sono spostati su attività extrascolastiche. Avevo poche amiche con le quali condividevo esperienze intense: pomeriggi di teatro-danza e camerino, lunghi viaggi al seguito di qualche importante maestro danzatore. Poi ho chiuso con 17 la danza e sono passata alle occupazioni della scuola. L’interesse per la politica nasce dalla mia famiglia. I miei genitori, soprattutto mio padre – che con gli anni Ottanta si è molto imborghesito e oggi pare avere dimenticato tutto – è arrivato a dare un senso politico anche alla separazione da mia madre. Per lui allontanarsi da una certa idea di famiglia rappresentava una scelta libertaria; per mia madre invece era una forma di emancipazione femminile. Nella politica ho trovato delle amiche con una storia e una visione del mondo comune alla mia, e una certa identità. A quel punto non ero più l’unica ad avere ricevuto un tipo di educazione all’interno della quale la politica era un valore per cui combattere. Con una di queste amiche “politiche” in particolare ho avuto una affinità elettiva che mi ha portato a Parigi, dove il mio sguardo sul mondo si è aperto. E dalla politica il mio interesse si è spostato verso l’arte e le amicizie creative con cui ho condiviso esperienze straordinarie. Il mio modo di intendere l’amicizia è molto legato a un modello di relazione che ho appreso in famiglia e che mi ha insegnato ad essere molto – forse troppo – autonoma. Forse per paura di soffrire. Flora è vivace e colorita; accompagna i suoi racconti con smorfie e balletti. Sembra uscita da un film di Almodovar. Selvaggia è sempre composta, molto raffinata. La sua presenza si definisce per sottrazione. Mai una parola di troppo, un particolare che stona. È una ebrea romana. E non potrebbe essere altro. Elsa dopo il caffè e i racconti delle amiche è pronta a parlare di Anna. Partendo da lontano. Dico sempre alle mie colleghe di Studio: mentre voi eravate a Roma a manifestare per qualche cosa di importante con le gambe non depilate come segno di emancipazione femminile, io ero sull’isola – perfettamente depilata – a ballare sui cubi. La mia adolescenza è stata futile e leggera, ma anche tanto felice e spensierata. E profondamente confortevole dentro un gruppo di femmine la cui unica passione ed interesse era il gruppo stesso. Era la fine degli anni Ottanta – inizio Novanta. Oggi credo che anche il contesto politico-culturale abbia inciso in modo forte sulla dimensione personale di ciascuna di noi, totalmente scollata dal piano sociale. “Arrivano le otto modelle”. Così veniva annunciato il nostro arrivo quando a sedici anni sbarcavamo sull’isola. Viaggiavamo in aereo 18 privato. Come fosse normale. E come fosse normale ci adattavamo alla vita di un’isola siciliana in cui la luce era arrivata solo da qualche anno, dove la notte era ancora notte. Camminavamo senza paura cantando alla luce della luna, testimone discreta del passaggio dall’infanzia all’età adulta attraverso la libertà. Una libertà anche dolorosa; ogni giorno ci presentavamo alla Guardia Medica con una caviglia slogata, un occhio gonfio, una nuova ferita e nessuna mamma pronta a medicarla. Di giorno in mezzo al mare, la notte a cercare il coraggio di essere donne in quelle bottiglie che, da sole, riempivano il carrello della nostra parca spesa. Non era ancora in vigore il divieto di vendere bevande alcoliche ai minori di diciotto anni. Dopo ore di preparativi, cambiandosi e scambiandosi vestiti, finivamo per mettere tutte la stessa cosa – una gonna di pelle con frange – solo di colore diverso, una divisa che indossavamo come proclama della nostra unicità. Durante la notte, dopo avere ballato per ore insieme, capitava di disperdersi dietro ai primi amori, per poi ritrovarsi all’alba. Forse per sperimentare quanto potevamo allontanarci le une dalle altre, continuando a sentirci sicure. Come fa il bambino con la sua mamma. Eravamo una seconda famiglia l’una per l’altra – per alcune di noi forse anche la prima – con tutte le caratteristiche buone e cattive di ogni famiglia: calore, accoglienza, difesa incondizionata, chiusura totale verso l’esterno, ruoli che si stereotipizzano. Dai quindici ai vent’anni non c’è stato niente più importante di noi otto: lo studio, la famiglia biologica, l’amore, tutto veniva dopo e si connotava come buono o cattivo solo in base al fatto di essere di sostegno o di ostacolo al gruppo. La mamma era buona se permetteva di invitare le amiche a dormire, cattiva se non ti lasciava stare a cena dall’amica per l’ennesima sera della settimana. Il papà buono era quello che ci caricava tutte in macchina per portarci alla festa e ricaricarci tutte sudate ed eccitate alle due di notte; quello cattivo era quello che ci ricordava che prima di uscire si doveva studiare. I fratelli non c’erano; non ce n’era bisogno. Lettere, telefonate di ore, chiacchiere infinite, risate a crepapelle, pianti grossi, suggellavano il nostro patto d’amore eterno. Non ci saremmo mai separate; saremmo diventate vecchie insieme. I nostri mariti sarebbero stati amici, e così i nostri figli. Poi lentamente, quasi impercettibilmente, all’interno del gruppo sono avvenuti dei cambiamenti: sono nate delle coppie – l’assunto di base di accoppiamento di cui parla Bion – e le dinamiche hanno iniziato a modificarsi nella direzione dello scioglimento del gruppo. Io facevo 19 coppia con Anna, la mia migliore amica. Anna era bella, simpatica, lunatica e con una storia familiare molto diversa dalla mia, con la quale spesso si confondeva e veniva confusa. Mi piaceva stare con lei, più che con chiunque altro al mondo. E ad un certo punto credo che questa estrema vicinanza ci abbia spaventate entrambe e che ciascuna abbia reagito a suo modo: io con l’attacco – per tornare a Bion e ai suoi assunti di base –, lei con la fuga. È stato il primo lutto della mia vita, e a volte mi chiedo se sia stato del tutto elaborato. Questo conflitto ha segnato la fine della leggerezza per me e per il gruppo che esiste ancora, benché abbia perso per la strada qualche membro ed abbia connotati completamente diversi. I connotati dell’amarcord. Mi viene in mente Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane quando parla di una “leggerezza della pensosità” e di una “leggerezza della frivolezza”; e dice che “la leggerezza pensosa può fare apparire la frivolezza come pesante e opaca”. E illustra questa idea con una novella del Decameron (VI, 9) dove appare il poeta fiorentino Guido Cavalcanti presentato come austero filosofo, contrapposto alla jeunesse dorée fiorentina che, cavalcando per la città in brigate, passava da una festa all’altra. L’attenzione di Calvino si ferma “sull’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite”. Credo che la leggerezza frivola non sia stata capace di diventare pensosa e abbia condotto il gruppo, la nostra jeunesse dorée, al “regno della morte”. Poi l’incontro con Maria, sulla solita isola. La prima amicizia leggera e pensosa. Un’affinità elettiva dove tutto scorre semplicemente sulla corrente di una forte e complice reciprocità. Uno dei primi regali che le feci fu un piccolo quadretto dal titolo Leggera Complessità. È ancora appeso in camera sua, a casa dei genitori. Ma Maria, appunto, è un’altra storia, un altro capitolo. 20