DI MADRE IN FIGLIA

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DI MADRE IN FIGLIA
Elisa Ceci, Cecilia Comani, Germana De Michelis
DI MADRE IN FIGLIA
Un libro di donne per le donne.
Un testo sulle madri per le figlie.
Un intreccio di storie per capirsi,
far capire ed essere capite
Prefazione di Paola Scalari
ARMANDO
EDITORE
CECI, Elisa – COMANI, Cecilia – DE MICHELIS, Germana
Di Madre in Figlia. Un libro di donne per le donne. Un testo sulle madri per le figlie.
Un intreccio di storie per capirsi, far capire ed essere capite ; Pref. di Paola Scalari
Roma : Armando, © 2013
192 p. ; 22 cm. (Intrecci)
ISBN: 978-88-6677-342-9
1. Storie femminili di vita
2. Ruoli e funzioni nella costruzione dell’identità
3. Modelli culturali proposti e conflittualità
CDD 370
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SOMMARIO
Prefazione di Paola Scalari
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Introduzione
13
Capitolo primo
L’amica del cuore e il gruppo di coetanee
15
Capitolo secondo
I sogni son desideri
25
Capitolo terzo
La scelta
33
Capitolo quarto
La coppia
42
Capitolo quinto
Il Primo Figlio – Gravidanza, parto, post-parto e allattamento
49
Capitolo sesto
Maternità, Paternità, Bi-genitorialità
60
Capitolo settimo
I nonni
73
Capitolo ottavo
Il lavoro
86
Capitolo nono
Facciamo un altro bambino?
96
Capitolo decimo
I fratelli
107
Capitolo undicesimo
I figli crescono: la scuola, gli amici. E la mamma?
117
Capitolo dodicesimo
Facciamo un altro bambino? Parte seconda, terza, quarta
129
Capitolo tredicesimo
La coppia scoppia.Tradimento, separazione, ri-scelta e nuovo progetto
139
Capitolo quattordicesimo
Il sesso
150
Capitolo quindicesimo
Le amiche
169
Letture, musiche e film ironicamente saggi
185
Ringraziamenti
191
PREFAZIONE
Di madre in figlia, un libro di donne per le donne.
Un testo sulle madri per le figlie.
Una narrazione per osservare gli uomini visti dalle donne.
Un intreccio di storie per capirsi, far capire ed essere capite.
Nel testo il crinale tra il genere maschile e quello femminile si muove tra complicità, competizione ed emulazione.
Nel libro captiamo una differenziazione spavalda e una consapevolezza dolorosa della diversità tra i due generi.
Ceci, Comani e De Michelis vogliono sottolineare che essere donne,
essere adulte, essere mature può svelarsi un compito arduo e complesso
quando si articola tra una incessante necessità di sedurre – che fa sentire belle – ed una drammatica solitudine – che fa sentire invisibili –.
Proprio di queste traversie le Autrici vogliono far partecipe il lettore
affinché si rispecchi, ritrovandosi oppure no, nelle storie di vita da loro
rievocate al fine di facilitare l’identificazione e la differenziazione dalle
modalità con le quali è possibile interpretare il ruolo di donna adulta
oggi.
Il testo allora si muove tra l’essere uguali o l’essere diverse prima di
tutto dalle altre donne e poi dai modelli culturali proposti, dalle aspettative familiari, dalle identità delle proprie madri.
Essere omologate, essere trasgressive, essere alternative pur essendo
uguali, essere delle copie conformi alle mode in voga o essere originali…
Come addivenire all’essere e basta?
La ricerca che ognuna delle Autrici racconta narra il travaglio di una
generazione di fanciulle a cui tutto pareva possibile e che ha dovuto
scoprire sulla sua pelle che la vita non è così.
Qualcosa manca sempre.
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Il tema della perdita allora muove il sentimento dell’ironia che, alle
volte aggressivamente e altre volte drammaticamente, mostra come
l’esistenza non possa mai garantire tutto, anche quando si nasce in contesti che offrono il privilegio di poter scegliere.
Il filo rosso è dunque come affrontare l’elaborazione del lutto. Esso
lega le storie di queste giovani donne che si raccontano e che raccontano la fatica di crescere.
La scoperta del limite sembra dunque riunirle attorno al Caffè del
lunedì un po’ per esorcizzare la paura di questa rivelazione e un po’ per
affrontarla con minor senso di impotenza.
La vita è limite.
Sta nella bellezza di questo confine la possibilità di crearne una speciale, propria, unica.
Certo per viverla come una realtà appagante bisogna rinunciare
all’esibizione infantile, all’invidia-ammirazione immatura e alla competizione adolescenziale.
Il divenire donna innanzitutto è scoperta che non si può essere anche uomini. E dentro a questo confine si può cercare di essere ciò che si
è assaporando il senso di perdita come opportunità di incontro anziché
come rivendicazione di essere anche l’altro sesso, o anche l’altro in generale, o ancor peggio l’altro che possiede ciò che non si ha.
Queste donne raccontano in prima persona il complesso percorso
che porta ogni essere umano verso la consapevolezza della realtà che ci
delimita e limita.
Tutto non si può avere ed essere.
Si fa strada allora la consapevolezza che la scelta determina sempre
una rinuncia e che essa porta lontano da altre opportunità possibili.
Se questa presa di coscienza fa parte dell’elaborazione adolescenziale pare che il testo suggerisca che, alle volte, per le giovani donne del
terzo millennio, divenute mogli e madri, professioniste e organizzatrici
della vita familiare, è davvero complicato fare i conti con ciò che non
sono, non possono essere, non saranno mai.
Di facile e scorrevole lettura Di madre in figlia diviene appassionata
compartecipazione all’incontro rituale del lunedì di un gruppetto di
giovani donne che, divenute mogli e madri di mezza età, sente l’esigenza di capire il senso del tempo che è trascorso e che mai tornerà
indietro.
Un tempo che scorrendo ha definito la loro identità.
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Uscire dall’incanto adolescenziale, ed oggi più di ieri, pare un compito che solo assieme ad altre donne è dato compiere.
Le simpatiche signore, protagoniste delle storie del libro, avvertono
l’urgenza, il piacere, la forza rasserenante del condividere.
Le conflittuali madri, che raccontano quotidiane peripezie, ravvisano la necessità del confronto per poter essere delle adulte con la loro
prole.
Le affettuose mamme, che anelano una identità sicura, vogliono
dare un senso a se stesse per aiutare le figlie a trovare il loro posto nel
mondo.
Lo sforzo delle tre protagoniste delle storie narrate nel testo, seppur
intrecciato da espedienti ironici e da scenari plateali, rappresenta dunque sicuramente un vissuto serio e saggio.
Solo un genitore adulto, ben individuato nel suo genere, capace di
elaborare creativamente il senso della mancanza può aiutare i figli a
crescere.
Ceci, Comani e De Michelis accompagnano il lettore in diverse aree
evolutive critiche che, sviscerate, possono aiutare ogni giovane madre
ad evolvere, a capire, a maturare.
Il suggerimento rivolto a genitori ed educatori pare questo: trovare
un filo narrativo per comprendere il legame tra passato e futuro al fine
di imparare a vivere il presente. Ma non solo. Il richiamo è a farlo in
gruppo poiché ogni narrazione individuale muove i ricordi degli altri
partecipanti al collettivo.
Nella parte romanzata quindi Flora sollecita i pensieri di Selvaggia
ed entrambe sollecitano le riflessioni di Elsa in una girandola di rievocazioni e di commenti che rende chiara la parte teorica che accompagna ogni esperienza vissuta.
Queste tre donne speciali quanto comuni – come è la vita di ogni
persona – richiamano il lettore a ricollegare i pezzi della sua esistenza
in un unitario disegno.
È dunque necessario imparare a vivere dalla propria vita.
È altrettanto importante trasmettere ad ogni nuova generazione
una buona eredità di riflessioni narrate affinché essa possa partire da
una storia per costruire la sua storia.
Paola Scalari
Venezia, 22 agosto 2013
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INTRODUZIONE
Pomeriggio di fine novembre. Piove. Sono in macchina con il mio
compagno diretti alla scuola materna a ritirare Duccio, figlio di tre
anni. Guido io. Fermi al semaforo. Io dico “ho pensato di scrivere un
libro”. Lui risponde “c’è verde”. Riparto. Nessun accenno al libro!
Stessa sera. Pizza con le amiche. Io dico “ho pensato di scrivere un
libro. Un piccolo manuale sulle donne, per le donne, con le donne. Di
quelli che si tramandano di generazione in generazione, dove le mamme svelano i segreti della felicità alle figlie. A me non ha svelato niente
nessuno. Nessuna “dritta” sul come diventare donna. Me lo sono dovuta inventare. Niente. Niente del fatto che sarei diventata matta durante
la gravidanza, che mi sarei ritirata in una bolla con la mia bambina
dopo il parto, che tutti quelli fuori dalla bolla sarebbero stati nemici,
che avrei odiato il mio amore, che la bolla sarebbe scoppiata e mi sarei
sentita tanto sola, che avrei pianto al lavoro per la mancanza di casa e a
casa per la mancanza del lavoro.
Vorrei una bussola per capire dove sono quando mi perdo. E ora,
quando sto male, non so a chi chiedere aiuto. Noi siamo tutte sulla stessa barca. E se dico a mia madre che sono in crisi con Eugenio inizia a
piangere “e i bambini? Poverini! Non farmi preoccupare. Andate d’accordo e basta. Se no, se tu e i bambini volete venire a stare da noi…”.
Vorrei provare a scrivere quello che ho capito fino a qui sulle donne.
Un piccolo manuale sulle questioni femminili, da tramandare a mia
figlia, che lo tramandi a sua figlia, magari aggiornandolo, e così via.
E per le donne, tutte, da usare al bisogno.
Cosa ne dite?”.
Loro: “Bellissimo! Facciamolo insieme!”.
Io: “La psicoterapeuta – Elsa, l’architetto – Flora e l’insegnante-fotografa – Selvaggia. Quarantenni. O quasi. Mamme di figlie femmine.
Sei in tutto. Direi peffetto, come dice Duccio”.
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Ci vediamo lunedì mattina al Caffè clandestino. Clandestino perché
fatto di nascosto dai mariti, compagni, figli, lavoro – per non odiare il
lunedì.
Il femminile si trova in una fase storica di transito. I modelli culturali di riferimento non rispecchiano più la realtà; non ci si riconosce più.
Ci si trova a ridefinire i confini di donna, dopo il Sessantotto mal
traghettate dalle nostre madri, quelli di madri, di mogli e di compagne.
Quelli di figlie. La famiglia non c’è più: ci sono le famiglie. La religione non guida più, e neanche la politica. Il lavoro è necessario, quanto
precario. Il sociale ci richiede di ricoprire tanti ruoli, in conflitto gli
uni con gli altri. C’è tanta sofferenza e disorientamento. C’è la depressione. Ma c’è anche un’energia creativa che circola e che tre donne,
coordinate da un “capo-cuoco”, hanno pensato di provare a raccogliere
e ad impastare insieme, per capire se il segreto della ricetta non siano
il confronto, la condivisione ed il rispecchiamento tra donne, con un
pizzico di ironica saggezza.
N.d.R.: La ricetta non verrà mantenuta segreta, o data con ingredienti sbagliati – come fa mia suocera – ma diffusa, a tutte. Con preghiera di tramandarla. Di madre in figlia.
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Capitolo primo
L’AMICA DEL CUORE E
IL GRUPPO DI COETANEE
Caffè clandestino, lunedì 5 novembre 2012
Flora e Selvaggia sono sedute al solito tavolo della solita caffetteria e
aspettano Elsa. Osservano divertite la loro estetica così diversa. Selvaggia ha una gonna larga plissettata sotto al ginocchio e Flora, con il suo
gusto un po’ démodé, uno dei suoi vestiti cuciti in casa. Elsa come sempre arriva trafelata e come sempre è semi-chiusa in uno dei suoi lunghi
cappotti da cui spunta una camicetta di seta che lascia intravedere un
reggiseno di pizzo nero. Si lascia cadere sulla sedia.
Voi non sapete cosa mi è successo!? Dopo vent’anni di silenzio, ho
parlato con Anna.
I caffè clandestini sono momenti di grandi scoperte. Flora, Selvaggia
ed Elsa si conoscono solo da qualche anno. Non sono cresciute insieme. Sono diventate amiche da grandi quando l’amicizia è una scelta,
perché non è più funzionale, ma solo un piacere. La curiosità di vedere
il primo tempo del film della vita delle amiche però è forte.
Anna? Chi è Anna?
Anna è stata la mia amica del cuore. Ma poi abbiamo litigato e fino
ad ora non ci siamo più parlate. Riprendo fiato e vi racconto. Ma voi
avete avuto l’amica del cuore?
Flora, dopo avere ordinato tre caffè, inizia a raccontare.
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Se penso alle amiche dell’infanzia e dell’adolescenza, me ne
vengono in mente tre: Adina la femmina, Vanessa la complice e Olga
la sorella.
Se sei nata in campagna e non sei andata alla scuola materna, i primi
amici sono i fratelli, le sorelle, i cugini e i vicini di casa. Mia sorella
era troppo grande per giocare con me. Avevo due cugini e tanti amici
maschi. Alle elementari il mio mondo era fatto di palloni, spintoni e
macchinine. Osservavo da lontano le mie rosa-compagne con i loro
glitterati accessori e le loro confidenze al femminile. Era un mondo
sconosciuto e, dato che nessuno per anni mi ha teso una mano per
saltarci dentro, così è rimasto per lungo tempo.
Verso i dieci anni, sul rosso tartan di un campo di atletica ho
conosciuto una ragazzina come me. Adina era un po’ femmina e un po’
maschio. Ci siamo riconosciute e legate subito, con quei lacci difficili
da slegare.
Siamo cresciute insieme alla ricerca di un nostro rosa. Un po’
ironiche e un po’ ciniche, avevamo come motto “staremo vicine fino a
quando ci serviremo”. Alla base delle relazioni per noi c’era una sorta di
formula matematica secondo cui l’intensità del legame era direttamente
proporzionale a quanto una persona serve per crescere, a quanto serve
da stimolo, a quanto serve da specchio, a quanto serve. Io e Adina ci
serviamo ancora oggi. Il tempo passa e noi siamo sempre più ciniche,
irrimediabilmente ironiche e ancora unite alla ricerca di una nostra
femminilità.
Poi c’è Vanessa, la complice. A un certo punto è arrivata l’età
del Liceo. Ho scelto una scuola che si trovava in una città a trenta
chilometri da casa mia. I miei genitori mi hanno lasciata andare. Insieme
alla ricerca dell’autonomia ho trovato un mondo nuovo. Eclettico,
eterogeneo, anarchico. Da una piccola città di provincia sono passata ad
un’altra altrettanto piccola, ma per ragioni geografiche, morfologiche,
economiche e politiche profondamente diversa. Tutte le mattine alle
sei e ventotto un pullman partiva da Piazza Chiodo verso la scuola.
Quei seggiolini in pvc blu elettrico sono stati la scenografia di molti
miei passaggi evolutivi. Salivamo in una decina diretti alla scuola.
Tra questi c’era Vanessa. Capelli neri, lisci, incarnato chiarissimo e
serico, sorriso dolcissimo e ironia contagiosa. Dopo poche battute
abbiamo scoperto di essere compagne di classe. E oltre ad essere stata
la mia compagna di banco, Vanessa è stata la compagna delle prime
uscite serali e di tante notti insonni passate a chiacchierare. Abbiamo
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condiviso passioni amorose, strazianti delusioni, rimanendo sempre
complici e leali.
Alla fine del Liceo mi ha confidato che i suoi genitori non l’avrebbero
mandata all’Università. Pochi mesi dopo le nostre strade si sono
separate. Non so di preciso il perché. Forse per entrambe il dolore della
separazione era stato troppo forte. O forse per me c’era il fascino di una
nuova avventura e per lei l’imbarazzo di non farne parte.
E infine c’è Olga, la sorella. Sempre sul solito pullman, a un certo
punto è salita Olga. Con Olga e i suoi lunghi e ricci capelli rossi ho
capito cosa volesse dire avere una sorella. Ci travestivamo con tacchi,
trucchi, abitini vintage, stivali alla coscia, parrucche, bijoux e lustrini,
alla ricerca di un’estetica, di uno stile che, smussato e addolcito, è
tutt’ora il mio, o per meglio dire il nostro. Con Olga ho vissuto in
simbiosi Liceo e Università. Avrei tanti aneddoti da raccontare su
cui spesso mi ritrovo a ridere con le mie figlie. Da anni Olga ed io
viviamo lontane, ma regolarmente ci incontriamo. Abbiamo due vite
molto diverse, ma con tanti punti di contatto. Quando ci incontriamo
ci perdiamo nei racconti l’una dell’altra come in un gioco di specchi.
Ancora parliamo fino all’alba, ancora ci chiudiamo in bagno a tagliarci
la frangetta alla francese. La zia rossa che fa ridere mamma, la chiamano
le mie figlie.
Appoggiano le tazze. Selvaggia, e tu hai avuto un’amica del cuore?
Allora, da bambina ho avuto una grande amica con cui ho condiviso
ogni momento di gioco. Per me, che avevo i genitori separati, stare
con lei voleva dire anche stare in una casa “normale”. Una casa in cui
i ruoli sembravano ben separati e non c’erano grandi fatiche evidenti.
Stavo bene da lei. Mi sentivo diversa, ma compresa, e questo mi bastava.
Ancora oggi quando mi capita di vederla e di trascorrere un po’ di
tempo con lei, avverto da parte sua lo stesso atteggiamento accogliente
e protettivo. Senza bisogno di parlare. Non abbiamo mai parlato delle
nostre famiglie, dei nostri legami. Oggi la nostra relazione è abbastanza
formale, da donne adulte e un po’ signore. Beviamo un tè e parliamo di
una ricetta come quando da piccine giocavamo a Barbie a casa sua. Poi è
arrivata l’adolescenza. In quel periodo i miei interessi si sono spostati su
attività extrascolastiche. Avevo poche amiche con le quali condividevo
esperienze intense: pomeriggi di teatro-danza e camerino, lunghi viaggi
al seguito di qualche importante maestro danzatore. Poi ho chiuso con
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la danza e sono passata alle occupazioni della scuola. L’interesse per
la politica nasce dalla mia famiglia. I miei genitori, soprattutto mio
padre – che con gli anni Ottanta si è molto imborghesito e oggi pare
avere dimenticato tutto – è arrivato a dare un senso politico anche alla
separazione da mia madre. Per lui allontanarsi da una certa idea di
famiglia rappresentava una scelta libertaria; per mia madre invece era
una forma di emancipazione femminile. Nella politica ho trovato delle
amiche con una storia e una visione del mondo comune alla mia, e una
certa identità. A quel punto non ero più l’unica ad avere ricevuto un
tipo di educazione all’interno della quale la politica era un valore per
cui combattere. Con una di queste amiche “politiche” in particolare
ho avuto una affinità elettiva che mi ha portato a Parigi, dove il
mio sguardo sul mondo si è aperto. E dalla politica il mio interesse
si è spostato verso l’arte e le amicizie creative con cui ho condiviso
esperienze straordinarie.
Il mio modo di intendere l’amicizia è molto legato a un modello di
relazione che ho appreso in famiglia e che mi ha insegnato ad essere
molto – forse troppo – autonoma. Forse per paura di soffrire.
Flora è vivace e colorita; accompagna i suoi racconti con smorfie
e balletti. Sembra uscita da un film di Almodovar. Selvaggia è sempre
composta, molto raffinata. La sua presenza si definisce per sottrazione.
Mai una parola di troppo, un particolare che stona. È una ebrea romana. E non potrebbe essere altro.
Elsa dopo il caffè e i racconti delle amiche è pronta a parlare di
Anna. Partendo da lontano.
Dico sempre alle mie colleghe di Studio: mentre voi eravate a
Roma a manifestare per qualche cosa di importante con le gambe non
depilate come segno di emancipazione femminile, io ero sull’isola –
perfettamente depilata – a ballare sui cubi. La mia adolescenza è stata
futile e leggera, ma anche tanto felice e spensierata. E profondamente
confortevole dentro un gruppo di femmine la cui unica passione ed
interesse era il gruppo stesso. Era la fine degli anni Ottanta – inizio
Novanta. Oggi credo che anche il contesto politico-culturale abbia
inciso in modo forte sulla dimensione personale di ciascuna di noi,
totalmente scollata dal piano sociale.
“Arrivano le otto modelle”. Così veniva annunciato il nostro arrivo
quando a sedici anni sbarcavamo sull’isola. Viaggiavamo in aereo
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privato. Come fosse normale. E come fosse normale ci adattavamo alla
vita di un’isola siciliana in cui la luce era arrivata solo da qualche anno,
dove la notte era ancora notte. Camminavamo senza paura cantando
alla luce della luna, testimone discreta del passaggio dall’infanzia all’età
adulta attraverso la libertà. Una libertà anche dolorosa; ogni giorno
ci presentavamo alla Guardia Medica con una caviglia slogata, un
occhio gonfio, una nuova ferita e nessuna mamma pronta a medicarla.
Di giorno in mezzo al mare, la notte a cercare il coraggio di essere
donne in quelle bottiglie che, da sole, riempivano il carrello della
nostra parca spesa. Non era ancora in vigore il divieto di vendere
bevande alcoliche ai minori di diciotto anni. Dopo ore di preparativi,
cambiandosi e scambiandosi vestiti, finivamo per mettere tutte la stessa
cosa – una gonna di pelle con frange – solo di colore diverso, una
divisa che indossavamo come proclama della nostra unicità. Durante
la notte, dopo avere ballato per ore insieme, capitava di disperdersi
dietro ai primi amori, per poi ritrovarsi all’alba. Forse per sperimentare
quanto potevamo allontanarci le une dalle altre, continuando a sentirci
sicure. Come fa il bambino con la sua mamma. Eravamo una seconda
famiglia l’una per l’altra – per alcune di noi forse anche la prima –
con tutte le caratteristiche buone e cattive di ogni famiglia: calore,
accoglienza, difesa incondizionata, chiusura totale verso l’esterno, ruoli
che si stereotipizzano. Dai quindici ai vent’anni non c’è stato niente
più importante di noi otto: lo studio, la famiglia biologica, l’amore,
tutto veniva dopo e si connotava come buono o cattivo solo in base
al fatto di essere di sostegno o di ostacolo al gruppo. La mamma era
buona se permetteva di invitare le amiche a dormire, cattiva se non ti
lasciava stare a cena dall’amica per l’ennesima sera della settimana. Il
papà buono era quello che ci caricava tutte in macchina per portarci
alla festa e ricaricarci tutte sudate ed eccitate alle due di notte; quello
cattivo era quello che ci ricordava che prima di uscire si doveva studiare.
I fratelli non c’erano; non ce n’era bisogno. Lettere, telefonate di ore,
chiacchiere infinite, risate a crepapelle, pianti grossi, suggellavano il
nostro patto d’amore eterno. Non ci saremmo mai separate; saremmo
diventate vecchie insieme. I nostri mariti sarebbero stati amici, e così i
nostri figli.
Poi lentamente, quasi impercettibilmente, all’interno del gruppo
sono avvenuti dei cambiamenti: sono nate delle coppie – l’assunto di
base di accoppiamento di cui parla Bion – e le dinamiche hanno iniziato
a modificarsi nella direzione dello scioglimento del gruppo. Io facevo
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coppia con Anna, la mia migliore amica. Anna era bella, simpatica,
lunatica e con una storia familiare molto diversa dalla mia, con la quale
spesso si confondeva e veniva confusa. Mi piaceva stare con lei, più che
con chiunque altro al mondo. E ad un certo punto credo che questa
estrema vicinanza ci abbia spaventate entrambe e che ciascuna abbia
reagito a suo modo: io con l’attacco – per tornare a Bion e ai suoi assunti
di base –, lei con la fuga. È stato il primo lutto della mia vita, e a volte
mi chiedo se sia stato del tutto elaborato.
Questo conflitto ha segnato la fine della leggerezza per me e per
il gruppo che esiste ancora, benché abbia perso per la strada qualche
membro ed abbia connotati completamente diversi. I connotati
dell’amarcord.
Mi viene in mente Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane quando
parla di una “leggerezza della pensosità” e di una “leggerezza della
frivolezza”; e dice che “la leggerezza pensosa può fare apparire la
frivolezza come pesante e opaca”. E illustra questa idea con una novella
del Decameron (VI, 9) dove appare il poeta fiorentino Guido Cavalcanti
presentato come austero filosofo, contrapposto alla jeunesse dorée
fiorentina che, cavalcando per la città in brigate, passava da una festa
all’altra. L’attenzione di Calvino si ferma “sull’agile salto improvviso del
poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando
che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella
che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva,
scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un
cimitero d’automobili arrugginite”.
Credo che la leggerezza frivola non sia stata capace di diventare
pensosa e abbia condotto il gruppo, la nostra jeunesse dorée, al “regno
della morte”.
Poi l’incontro con Maria, sulla solita isola. La prima amicizia leggera
e pensosa. Un’affinità elettiva dove tutto scorre semplicemente sulla
corrente di una forte e complice reciprocità. Uno dei primi regali che
le feci fu un piccolo quadretto dal titolo Leggera Complessità. È ancora
appeso in camera sua, a casa dei genitori. Ma Maria, appunto, è un’altra
storia, un altro capitolo.
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