Dicembre 2001 - Ordine dei giornalisti Lombardia
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Dicembre 2001 - Ordine dei giornalisti Lombardia
Anno XXXII n. 10, dicembre 2001 Ordine Direzione e redazione Via Appiani, 2 - 20121 Milano Telefono: 02 63 61 171 Telefax: 02 65 54 307 dei giornalisti della Lombardia http://www.odg.mi.it e-mail:[email protected] Spedizione in a.p. (45%) Comma 20 (lettera b) dell’art. 2 della legge n. 662/96 Filiale di Milano Associazione “Walter Tobagi” per la Formazione al Giornalismo Istituto “Carlo De Martino” per la Formazione al Giornalismo Sentenza delle Sezioni unite penali della Cassazione “salva” direttore responsabile e autore dell’articolo SOMMARIO Non è reato pubblicare interviste diffamatorie Guerra&Media Al cronista, che riporta altrui dichiarazioni, è stata concessa una “zona franca”, ampia, ma non assoluta sempre ugual peso e, proprio in tema di intervista, la verità va reinterpretata e la “continenza” può venir violata. Il ragionamento si connette con una “scoperta fondamentale” del mondo dell’informazione. Essa non è di oggi, ma solo oggi viene consacrata dal massimo consesso della nostra giurisprudenza. “Fatto” storico, oggetto di cronaca, non è solo che tizio abbia tenuto un certo comportamento disdicevole, ma anche che un’alta carica dello Stato abbia attribuito, in una dichiarazione da pubblicare, ad un tizio (soggetto egli pure “abbastanza” pubblico) un fatto disdicevole. In questi casi, l’interesse pubblico a sapere “cosa ne pensa” una autorità della Repubblica prevale sul resto. Gli altri parametri del diritto di cronaca non scompaiono del tutto, ma vengono compressi e si “riducono ai minimi termini”. È sufficiente che il giornalista provi che quell’importante funzionario dello Stato ha rilasciato la dichiarazione (può persino bastare, almeno in certi casi, la “non smentita”) e il requisito della verità è soddisfatto: la verità è che l’intervistato ha detto una certa frase, non occorre che il “contenuto” di tale frase sia vero. Di fronte ad un ruolo autorevole dell’intervistato non ci son controlli da segue a pagina 2 di Corso Bovio, avvocato in Milano* Forse le Sezioni unite penali della Cassazione avrebbero potuto fare di più, dar maggior tutela ai media e riconoscere con maggiore ampiezza il “diritto d’intervista”. Al cronista che riporta altrui dichiarazioni è stata concessa una “zona franca”, ampia, ma non assoluta. Il contrasto giurisprudenziale in materia è stato risolto dalle Sezioni unite penali mediante la concessione di un “salvacondotto” al giornalista, con alcuni principi generali, demandando poi al giudice del merito il compito di accertare se l’intervistatore resti nei confini dello speciale “diritto di cronaca” che vige in materia o li travalichi, concorrendo nella diffamazione commessa dall’intervistato. Secondo la sentenza n. 37140 del 2001 il diritto di cronaca non ha una “natura statica ed immutabile, ma una struttura dinamica e flessibile, adattabile di volta in volta a realtà diverse”. I tre cardini dello ius narrandi sono noti: interesse pubblico all’informazione, verità della notizia (o meglio sua approfondita e professionalmente corretta verifica su più fonti autonome), correttezza espositiva (o continenza) nel rispetto del “nucleo” di dignità umana che va riconosciuto ad ogni individuo. Questi tre capisaldi non hanno Ordine dei giornalisti della Lombardia: la quota 2002 a 100 euro Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha deliberato di adeguarsi, come gli altri Ordini regionali, alla richiesta del Consiglio nazionale: pertanto la quota d’iscrizione 2002 passa a 100 euro (lire 193.627); i giornalisti professionisti pensionati pagheranno la metà. Il 50% della quota verrà girata al Consiglio nazionale. Le quote relative al 2002 saranno incassate con cartella esattoriale nel prossimo mese di gennaio. Gli incassi legati all’aumento della quota verranno utilizzati dall’Ordine di Milano per migliorare i servizi erogati agli iscritti. A PAG. 3 IL CONFRONTO CON LE QUOTE DEGLI ALTRI ORDINI PROFESSIONALI Dedicata a Maria Grazia un’aula della Scuola di giornalismo Un’aula dell’Istituto per la formazione al giornalismo (Ifg) di Via Fabio Filzi, 17 è stata dedicata dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia a Maria Grazia Cutuli, la collega assassinata in Afghanistan sulla strada tra Jalalabad e Kabul. L’aula verrà inaugurata mercoledì 19 dicembre, un mese dopo l’imboscata costata la vita all’inviata del Corriere della sera. A PAGINA 5 UN RICORDO DELLA COLLEGA SCOMPARSA pag. 4 Giudici & opinionisti “Penelope va alla guerra” pag. 8 La critica giornalistica: contenuto e limiti Professione e previdenza La libertà di cumulo pag. 12 Tabloid Documenti / Inserto LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA con le modifiche approvate dal Parlamento e confermate dal referendum. Testo completo e commenti La scuola pag. 16 Memoria pag. 26 Fede & Media pag. 28 Storia & Giornalismo La carica dei quaranta del XIII biennio dell’Ifg Balzan, una leggenda in via Solferino “Il Cittadino di Lodi”, una storia lunga 112 anni pag. 30 La stampa tra il 1849 e il 1859 La libreria di Tabloid Le recensioni del mese da pag. 32 Il diritto di cronaca può essere legittimamente esercitato a patto che si protegga il diritto all’immagine del bambino Cassazione: sì alle notizie sui minori se “sono vere e scritte con sobrietà” Roma, 22 ottobre - La Cassazione guarda alla tutela del minore in un contesto più ampio e per la prima volta sancisce che la tutela del minore non può essere così ferrea nel caso in cui ci sia una notizia di interesse pubblico. “Con le opportune cautele” ha stabilito infatti l’alta Corte con la sentenza 37667 “è possibile raccontare anche fatti che attengono a soggetti minori”. A due precise condizioni, però: che i fatti siano veri e che venga rispettata la continenza, ovvero la sobrietà nel riportare le notizie, ha ammonito la Cassazione. In questo caso “non solo non sussiste il preteso limite insuperabile al diritto di cronaca”, ma “non è possibile affermare che la violazione dell’art. 114 del c.p.p. automaticamente integri la violazione dell’art. 595 del c.p. che richiede presupposti diversi”.La vicenda che ha portato la Quinta sezione penale a stabilire il principio è legata TABLOID 10 2001 ad un articolo pubblicato sull’Espresso nel ‘97 intitolato: “Lui, lei ed il miliardario”. Per questo articolo il direttore Claudio Rinaldi era stato accusato di diffamazione. Il pezzo, si legge nella sentenza, riferiva che “secondo alcuni testimoni, Paola Mora, moglie di Filippo Rapisarda, aveva allacciato una relazione sentimentale con un giudice istruttore che all’epoca dei fatti esercitava presso il Tribunale di Milano”. Nell’articolo si raccontava anche di come “quando la signora rimase incinta a Palazzo di Giustizia di Milano vennero diffusi volantini nei quali si sosteneva che si trattava della figlia del giudice”. I giudici della Corte d’appello di Roma, pur assolvendo il direttore dall’accusa di diffamazione nei confronti di Rapisarda e di Paola Mora “poiché era stato esercitato correttamente il diritto di cronaca”, affermava la penale responsabilità del direttore per aver diffamato la minore “perché gli art. 114 c.p.p. e 684 c.p. costituiscono un limite insuperabile per l’esercizio del diritto di cronaca quando la notizia riguardi un minorenne”. Si è opposto in Cassazione il direttore (la sua difesa è stata portata avanti da Oreste Flamminii Minuto), sostenendo che non si era mai fatto il nome della minore e che comunque il riferimento era importante perché nell’articolo si parlava di un “procedimento per corruzione a carico di imputati maggiorenni”. Ora la Quinta sezione penale ha accolto il ricorso e, annullando la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello, ha stabilito che “il diritto di cronaca può essere legittimamente esercitato anche con riguardo ai minori a patto che si protegga il diritto alla immagine del minore, in quanto la sua crescita potrebbe essere pregiudicata dalla pubblicazione dei dati personali”. In particolare hanno sottolineato che “non sono state espresse valutazioni né giudizi sulla minore, né sono stati raccontati fatti concernenti la sua vita, ma sono stati soltanto riportati i dubbi, giudiziariamente emersi, sulla paternità della bambina, il cui nome e la cui immagine non erano stati diffusi sul giornale”. Commenta l’avvocato Flamminii Minuto: “Da un po’ di tempo si assiste al restringimento dei limiti del diritto di informazione, ma questa sentenza per la prima volta riporta ad un contesto in cui di fronte a notizie importanti prevale l’interesse dell’opinione pubblica. La Cassazione in sostanza ha inteso dire che di fronte a notizie di interesse pubblico la tutela del minore non può essere presa a pretesto, in certi casi diventa addirittura ingiustificata”. (ADNKRONOS) 1 dalla prima pagina svolgere: il fatto sono le parole dette, non quanto narrato. L’intervistatore non deve neppure ridurre a misura ed eleganza espressioni incontinenti. Se un “vertice” dello Stato usa termini pesanti e contumeliosi, non tocca al giornalista ergersi a censore (non è suo ruolo): può riportarli tali e quali, fossero anche “di fuoco”. Il fatto storico (o di cronaca) è che l’intervistato usa parole brucianti. L’interesse pubblico “annulla” gli obblighi di verifica e di correttezza linguistica. Il diritto di cronaca è “uno”, ma dinamico e flessibile: il giudice deve, in casi del genere, privilegiarne un aspetto a discapito degli altri. Le “condizioni” dello ius narrandi cambiano, o, meglio, assumono diverso valore. Occorre ovviamente ben misurare, visto il suo ruolo principe, l’interesse pubblico. Fa notizia la dichiarazione resa dal personaggio intervistato. Inutile dire che, a maggior ragione, i precetti valgono per le conferenze stampa, che sono ancor più, di per sé, eventi del mondo non solo dei media, ma anche “reale”. La notizia va pubblicata perché soddisfa l’interesse della collettività alla informazione, interesse “scritto” nell’art. 21 della Costituzione: è essenziale perché la gente concorra alla vita pubblica che essa sia informata su cosa pensano e dicono gli uomini pubblici! L’interesse pubblico a conoscere è tanto maggiore quanto più elevata è la posizione sociale (dice la Corte, politico-sociale, diremmo noi) dell’intervistato. La Cassazione parla di “notorietà”: si va da chi ricopre un elevato ufficio pubblico, al leader politico, a tutti coloro che sono sul “palcoscenico della vita”, nel mondo della scienza, della medicina, della cultura, dello spettacolo. Forse un po’ pedantescamente viene spontaneo aggiungere arte, economia, finanza, imprenditoria, sindacato, religioni (tradizionali e nuove). Qualunque catalogo, per altro, sarebbe parziale ed incompleto, quindi meglio dire sinteticamente: tutto ciò che è vita pubblica. Una visione intellettualistica (o caratterizzata da un certo “moralismo”) potrebbe escludere o mettere in secondo piano sport e spettacolo, per così dir, leggero. La memoria va però a due risalenti casi di “diritto di intervista”, trattati dal Tribunale di Milano: venne scriminato, nel ‘76, un cronista del Corriere d’informazione che riportò, in una polemica per affari di cuore, frasi pungenti su Gina Lollobrigida di una cantante tedesca (venne condannata costei). Vennero, un paio di lustri dopo, scriminati Indro Montanelli ed altri giornalisti, per un eccesso di polemica antijuventina di un celebre regista (venne condannato costui). Certo, non interest rei pubblicae (in senso politico) una storia d’amore della diva. Non interessa alla salvezza dello Stato ed al progresso sociale, lo sfogo della domenica sera sull’esito della partita e sulle abilità dell’allenatore. Non di meno, l’uno e l’altro son fenomeni economico-sociali di non poco momento, intorno ai quali gravitano imprese, persone ed affari, sicché una visione riduttiva (pur non improbabile, nella applicazione dei precetti nomofilattici della Cassazione) sarebbe se non altro “irrealistica”. Non si può misconoscere quanto questi fenomeni (sport, moda, cinematografo e televisione di Andriolo nuovo presidente della Associazione lombarda Non è reato pubblicare interviste diffamatorie intrattenimento, “cronaca rosa”) non solo “facciano tendenza”, ma, addirittura, condizionino la vita di massa. Se comunque, forse ci si deve contentare dei settori “classici” e, per così dir, più nobili, di ciò che è di interesse pubblico, questa qualità va considerata per così dir “transitiva”. Con tutta la considerazione che merita il Capo dello Stato, non può interessare cosa egli pensa dell’ultimo usciere del Quirinale, del quisque de populo. Anche l’antagonista dell’intervistato deve essere, in qualche misura, istituzionalmente od occasionalmente, assurto sul “set” della vita collettiva. Un interesse pubblico a sapere del pensiero dell’homo publicus sull’homo “privatissimus” non può essere riconosciuto: la pubblicità, anche se ineguale, deve essere bilaterale. Tornando alla forma: per prudenza avvocatesca, consigliavo, anni or sono, ai cronisti di addolcire, censurare, omettere e non solo di virgolettare. Ma fu, in una sede congressuale, proprio un PM a censurarmi (forse non voleva a sua volta patire censure). Disse: “Se in una conferenza stampa o in una intervista attribuisco ad un soggetto la qualità di malfattore, delinquente pericoloso ed irrecuperabile, et cetera et cetera, mi metto personalmente in gioco con tutta la mia storia e la mia professionalità, quindi, non ammetto che il giornalista attutisca o stemperi. Forse eviterà i rischi di una querela, ma non di una causa per la violazione del mio diritto all’identità personale, alterata dalla trasformazione di una filippica in una manifestazione di rimprovero”. Mi convinse ed oggi par convinta anche la Suprema Corte. Bisogna distinguere i vari tipi di intervista La continenza però “ritorna” quando la Cassazione parla della necessità che il giudice del merito verifichi “se davvero il giornalista si sia limitato a riferire l’evento piuttosto che a divenire strumento della diffamazione”. Occorre allora analizzare “contesto valutativo e descrittivo” in cui sono riportate le altrui dichiarazioni, la loro plausibilità e la loro occasione. Il passo è importante e merita d’esser trascritto tal quale: “Per distinguere il lecito dall’illecito, occorrerà accertare, attraverso una puntuale interpretazione dell’articolo, se il giornalista abbia assunto la prospettiva del terzo osservatore dei fatti, agendo per conto dei suoi lettori, ovvero sia solo un dissimulato coautore della dichiarazione diffamatoria, che agisce contro il diffamato, essendo evidente che in quest’ultimo caso dovrà trovare applicazione la normativa sul concorso delle persone nel reato di cui all’articolo 110 c.p.”. Ammoniva, oltre quarant’anni or sono, Amedeo Giannini (Interviste e conferenze Direttivo Alg e Congresso Fnsi: tutti gli eletti della Lombardia Milano, 9 novembre. Maurizio Andriolo è il nuovo presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti (Alg). È stato eletto oggi dal Consiglio direttivo. Membri della Giunta sono stati eletti David Messina, Giovanni Negri, Giuseppe Gallizzi e Maurizio Calzolari per i professionali; Luisa Jamoretti e Domenico Tedeschi per i collaboratori. Andriolo succede al presidente uscente Mariagrazia Molinari, a sua volta eletta capodelegazione per il XXIII Congresso nazionale della Federazione della Stampa che si terrà a Montesilvano (Pescara) dal 19 al 24 novembre. Gabriele Porro farà parte dell’Ufficio di presidenza del Congresso e Giuseppe Gallizzi della Commissione verifica poteri. Andriolo, 72 anni, originario di Palermo, risiede a Bergamo, è sposato e ha quattro figli. È consigliere di amministrazione dell’Inpgi. In passato aveva già ricoperto la carica di presidente dell’Alg e del Circolo della Stampa di Milano. (ANSA) 2 Milano, 18 ottobre. La Giunta Elettorale dell’Associazione Lombarda dei giornalisti ha reso noto i risultati definitivi delle votazioni svoltesi nei giorni 13/14/15 ottobre per il rinnovo delle cariche sociali dell’Associazione e per la nomina dei delegati al XXIII Congresso nazionale della Stampa Italiana in programma dal 19 novembre a Montesilvano (Pescara). stampa in Diritto d’autore 1959, p. 218) che bisogna distinguere vari tipi di intervista, quella vera e quella in cui “talune interrogazioni fatte al o agli intervistati sono state preventivamente suggerite, in quanto l’intervistato vuol trovare l’occasione (procurandosela, nel dubbio che non capiti da sé) di richiamare l’attenzione su un determinato problema o un determinato profilo di un problema, sul quale egli tiene a parlare… Le domande e le risposte dell’intervista sono preparate in uno dei modi ora accennati ed essa è poi data ad un determinato giornalista (amico o ufficioso) perché assuma la paternità dell’iniziativa”. L’intervista, in via di principio, è, agli effetti del copyright, una “comunione” tra giornalista e “interrogato”. Ma delle interviste preconfezionate e pilotate è autore assai più l’intervistato che l’intervistatore. Il giornalista diventa allora quasi estraneo alla creazione intellettuale, ma penalisticamente non è affatto terzo: è il braccio armato (o la penna, o il microfono, o la telecamera armata) al servizio di una operazione di killeraggio dell’onore (si domanda venia per una certa retorica), quindi correo della diffamazione. Già secondo l’art. 31 dell’Editto Albertino del 26 marzo 1848, “il rendiconto esatto, fatto in buona fede, delle discussioni del Senato o della Camera dei Deputati” non era in alcun modo perseguibile. Ma doveva trattarsi di rendiconto di buona fede, non di rendiconto fazioso o partigiano. Del resto non di rado i magistrati si sono imbattuti in interrogazioni o interpellanze parlamentari costruite a tavolino da Onorevole e cronista, non tanto da “discutere” nella Camera, ma da pubblicare su un quotidiano per diffamare qualcuno. E i giudici spesso hanno trovato la via per superare sia il diritto di cronaca, sia la legittimità “in sé” del resoconto parlamentare, giungendo alla condanna del giornalista “complice” del deputato. Manca la buona fede anche se l’atto è astrattamente pubblicabile, la malafede omnia corrumpit. Non è cosa facile trovare la “neutralità” Certo il discorso può apparire più moralistico che giuridico. Certo se interessa alla Repubblica saper che il leader del partito A pensa (e dice al giornalista) cose turpissime sul leader del partito B, sembra difficile affermare che il giornalista è correo nell’intervista di mala fede e scriminato in quella di buona fede. Sennonché il percorso logico è semplice: il diritto di cronaca scrimina il giornalista che riporta le altrui dichiarazioni (se esse sono un fatto di pubblico interesse). Non il giornalista che riporta le proprie idee, sia pur consonanti con quelle dell’uomo pubblico; comunque, salvi i casi eccezionali di immu- nità, l’uomo pubblico intervistato risponde della diffamazione con ogni suo eventuale correo. La continenza qui si atteggia nel ruolo di equidistanza che il giornalista deve assumere tra l’intervistato, il pubblico e il “soggetto passivo” del colloquio, colui del quale l’intervistato parla. Il giudice deve verificare se l’intervistatore è davvero un mero “registratore” per quanto acuto ed intelligente (che semmai taglia il superfluo, sintetizza e rende fluente e consequenziale un “parlato” spesso claudicante e disordinato) o se è un “agente provocatore” che vuol stappare l’insulto (al terzo), se è un servile “banditore” che vuol solo far da grancassa al suo padrone, se è il coregista di una aggressione diffamatoria. Accertamento non semplicissimo, ma non molto più difficile dei tanti che il giudice penale deve compiere nel suo quotidiano lavoro sugli “elementi soggettivi” nel concorso di persone nel reato. Sia consentita una notazione che sposta il tema dal diritto sostanziale a quello processuale. Ho sentito fare una curiosa similitudine tra l’intervista dei giornalisti americani (ben diversa da quella “all’italiana”) e la cross examination. L’esame dei testimoni nel processo avviene secondo due diversi approcci. I propri testi, “fonti” amiche, vengono interrogati (in Usa e da noi) con toni pacati e con spirito di collaborazione. I testi di controparte, per definizione nemici, vengono interrogati con toni e forme “polemiche”. Pare che i cronisti di oltre oceano conducano le interviste nel modo in cui l’attorney (o l’avvocato) esamina il teste ostile, cercando di metterlo in crisi, facendo emergere difetti e contraddizioni della sua tesi, con quesiti anche trabocchetto. La funzione di “cane da guardia della democrazia” del giornalista (intervistatore) si manifesta in un lavoro alla Perry Mason, in domande da contro esame, in quesiti (e in un contesto generale) “contro” l’intervistato. Credo che, analizzando anche statisticamente le interviste italiane, quelle ostili siano la minoranza. Il nostro giornalista, più che come cane da guardia della collettività, opera in non rari casi come cane da compagnia dell’intervistato. Occorre dunque che il giudice verifichi se l’intervistatore è un “fedele” dell’intervistato, che si presta a fungere da “cassa di risonanza” che “spaccia” gli argomenti, le polemiche le ingiurie dell’intervistato, in un più apparente che reale gioco di domanda e risposta. Solo quando invece il giornalista è un ascoltatore terzo che si limita a porre i quesiti (non finalizzati a far insultare qualcuno, a tirar fuori la “battutaccia”, a scatenare la polemica, come al contrario spesso fanno taluni conduttori televisivi) e a “trascrivere” le risposte, prendendo, se del caso, le distanze quando l’intervistato eccede, egli può venir assolto. Certo è però che in un paese come il nostro, dove la popolazione si contraddistingue per il suo spirito tifoso e partigiano, polemico e fazioso, trovare siffatta “neutralità” non è cosa facile. Io non la trovo spesso nemmeno nelle sentenze che dovrebbero essere il prodotto asettico della riflessione giurisprudenziale (jure et prudentia) del “famoso” giudice-terzo. Corso Bovio *dalla rivista Diritto e Giustizia n. 39/2001 Sono risultati eletti: per il Consiglio Direttivo professionali: Lista Movimento Liberi Giornalisti (voti di lista 199) : Giuseppe Gallizzi (150 voti), Maurizio Andriolo (104) e Paolo Chiarelli (104). Lista Sindacato di base (voti di lista 50): Michele Crosti (33). Lista Nuova Informazione/Gruppo di Fiesole (voti di lista 364): Marina Cosi (244), Gabriele Porro (218), Maurizio Calzolari (191), Stefania Berbenni (172), Aldo Maggioni (165), Saverio Paffumi (162). Lista Impegno Sindacale Unitario (voti di lista 59): Giuseppe Nardi (37) Lista Quarto Potere (voti di lista 204): Edmondo Rho (120), Simona Fossati (112) e Carlo E. Gariboldi (68). Lista Stampa Democratica 2001 (voti di lista 356): Mariagrazia Molinari (266), Giovanni Negri (162), David Messina (154), Paola D’Amico (106), Gianfranco Giuliani (97) e Claudio Scarinzi (90). Per il Collegio dei Probiviri professionali: Lista Movimento Liberi Giornalisti: Aldo De Martino (71). Lista Nuova Informazione/Gruppo di Fiesole: Maria Novella Oppo (194) e Gabriele Eschenazi (184). Lista Quarto Potere: Maria Elisa Verti (75) Lista Stampa Democratica 2001: Graziella Bardelli (126) e Luigi Vismara (90). Per il Collegio dei Sindaci: Lista Nuova Informazione/Gruppo di Fiesole: Aldo Borta (177), effettivo. Lista Quarto Potere: Angelo Mincuzzi (88), supplente. Lista Stampa Democratica: Luigi Pizzinelli (138), effettivo. Per il Consiglio Direttivo collaboratori: Lista Movimento Liberi Giornalisti/Tribuna Stampa (voti di lista 157): Stefano Gallizzi (118), Domenico Tedeschi (107), Giacomo Metta (76), Jole Zangari (66), Rino Felappi (61), Francesco Marelli Coppola (52). Lista Stampa Democratica 2001 (voti di lista 67): Isotta Gaeta (38), Luisa Jamoretti (34), Giovanni Buzzi (26). Lista Quarto Potere (voti di lista 21): Antonio Armano (13). Per il Collegio dei Probiviri: Lista Movimento Liberi Giornalisti/Tribuna Stampa: Paola Innocenti (71) Adriano Bassi (65). Lista Stampa Democratica 2001: Vittoria Palazzo (32). Per il Collegio dei Sindaci: Lista Movimento Liberi Giornalisti/Tribuna Stampa: Lorenzo Segarizzi (78), effettivo.< Lista Stampa Democratica 2001: Giancarlo Nava (29), supplente. TABLOID 10 2001 I giornalisti lombardi pagheranno, come nel passato, tramite cartella esattoriale Per i giornalisti ingresso gratuito nei musei Roma, 13 novembre - I giornalisti possono entrare gratis nei musei di proprietà dello Stato. Il direttore generale del ministero dei Beni Culturali, Mario Serio, ha firmato il relativo decreto, per facilitare l’informazione relativa alle attività culturali. Per avere accesso alle sedi espositive i giornalisti dovranno esibire la tesssera dell’Ordine di appartenenza. Questa dovrà attestare il regolare pagamento delle quote di iscrizione e, di conseguenza, l’attività professionale svolta. Iscrizione: la quota 2002 a 100 euro (la metà va al Consiglio nazionale) Milano, 31 ottobre. Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha deliberato di adeguarsi, come gli altri Ordini regionali, alla richiesta del Consiglio nazionale: pertanto la quota d’iscrizione 2002 passa a 100 euro (lire 193.627); i giornalisti professionisti pensionati pagheranno la metà. Il 50% della quota verrà girata al Consiglio nazionale. Le quote relative al 2002 saranno incassate con cartella esattoriale nel prossimo mese di gennaio Le quote degli Ordini di Milano nel 2001 Quota Consiglio nazionale Ordine Giornalisti Lombardia Telefono 02 6361171 lire 140.000 70.000 (50%) Ordine Dottori Commercialisti Telefono 02 7773111 lire 675.000 250.000 Ordine Architetti Telefono 02 625341 lire 277.500 65.000 Ordine Avvocati Telefono 02 5492921 lire 300.000 60.000 100.000 (cassazionisti) Ordine Medici Telefono 02 864711 lire 135.000 30.000 lire 250.000 lire 125.000 (per il primo anno d’iscrizione) 45.000 20.000 Ordine Psicologi Telefono 02 67071596 - 7 Ordine degli Ingegneri Telefono 02 795473-76003731 lire 170.000 (anni 35) lire 220.000 (anni 35/70) lire 170.000 (anni 70) 35.000 Ordine dei Farmacisti Telefono 02 70102396 lire 180.000 55.000 Collegio dei Ragioneri Telefono 02 58303385 lire 700.000 350.000 Collegio dei Geometri Telefono 02 8056301 lire 280.000 60.000 Ordine Consulenti del lavoro Telefono 02 58308188 lire 600.000 200.000 Collegio Periti Industriali Telefono 02 89408444 lire 400.000 57.000 Ordine Veterinari Telefono 02 29400945-29527802 Lire 250.000 75.000 (37,5%) Gli incassi legati all’aumento della quota verranno utilizzati dall’Ordine di Milano per migliorare i servizi erogati agli iscritti. Saranno potenziati il patrocinio gratuito per i contenziosi legali e amministrativo-tributari, i mezzi di comunicazione dell’ente (sito Internet www.odg.mi.it e Tabloid), le iniziative culturali, il sostegno alla nostra scuola di giornalismo. Va modernizzato il sistema informatico, che è da collegare alla rete della pubblica amministrazione italiana. Negli ultimi anni sono lievitati sensibilmente anche i costi legati al funzionamento e alla gestione dell’ente. La quota (lire 140.000) era ferma da sei anni e la nuova rimarrà stabile per diversi anni. La legge 10 giugno 1978 n. 292 stabilisce l’esazione delle tasse e dei contributi per il funzionamento degli Ordini e dei collegi professionali secondo le norme per la riscossione delle imposte dirette. Gli articoli 11 (lettera h) e 20 (lettera g) della legge 3.2.1963 n. 69 (sull’ordinamento della professione giornalistica) conferiscono al Consiglio regionale e al Consiglio nazionale la potestà di imporre quote annuali e contributi per il raggiungimento dei fini istituzionali e per le spese del proprio funzionamento. In virtù dell’articolo 14 del Dlgslgt 23 novembre 1944 n. 382 (che detta norme sui Consigli degli Ordini) il Consiglio nazionale determina, come afferma il richiamato articolo 20 della legge n. 69/1963, la misura del contributo da corrispondersi annualmente dagli iscritti dell’Albo. Il contributo e le quote annuali sono da definire «tassa» ai sensi dell’articolo 7 del citato Dlgslgt n. 382/1944. La tassa implica l’erogazione di servizi a favore di chi la paga. L’obbligo di riscuotere le quote annuali di iscrizione tramite esattoria è accentuato dalla decisione della Corte dei conti (n. 43 del 18-20 luglio 1995) di sottoporre, con riferimento all’articolo 2 della legge n. 259/1958, gli Ordini professionali al suo controllo. In ultima analisi gli Ordini incassano le quote, che sono tasse, per conto dello Stato. Lo Stato cioè sostiene economicamente gli Ordini attraverso i contributi e le tasse che gli Ordini stessi possono imporre per legge agli iscritti. Gli enti pubblici che vivono di tasse e contributi autorizzati dalle leggi dello Stato sono sottoposti al controllo della Corte dei Conti (articolo 2 della legge n. 259/1958). Gli altri Ordini sostengono che la cartella esattoriale fa anche professione. La quota può essere detratta solo dal giornalista free lance La quota annuale (che per legge è una tassa) versata dagli iscritti negli elenchi dell’Albo può essere inclusa tra le detrazioni in sede di stesura della Dichiarazione Irpef, ma soltanto da chi, tra i giornalisti (professionisti e pubblicisti), esercita la professione in forma autonoma. Lo «sconto fiscale» è negato ai giornalisti dipendenti. È questa la risposta (giugno 1996, ndr) della Direzione regionale delle Entrate (nuova struttura del ministero delle Finanze, che ha sostituito le Intendenze di Finanza) a un quesito posto dal presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Franco Abruzzo. Scrive la Direzione regionale delle Entrate: «Per gli iscritti all’Albo per i quali dall’esercizio della professione di giornalista deriva un reddito di lavoro autonomo, ai sensi dell’articolo 49, comma 1, del Dpr n. 917/1986, la predetta quota annuale costituisce compo- nente negativa nella determinazione di tale tipo di reddito, che viene dichiarato nella prima sezione del quadro E del modello 740. Infatti, ai sensi dell’articolo 50 del Dpr 917/1986, nella determinazione del reddito di lavoro autonomo sono deducibili le spese sostenute nell’esercizio della professione, purché risultino effettivamente sostenute nel periodo di imposta, inerenti all’esercizio della professione stessa e debitamente documentate. Per gli iscritti all’Albo, per i quali dall’esercizio dell’attività giornalistica derivano altri tipi di reddito (redditi di lavoro dipendente, redditi derivanti da diritti d’autore o da rapporti di collaborazione coordinata e continuativa), la quota versata per l’iscrizione all’Albo non rileva in sede di dichiarazione dei redditi. Infatti, nella determinazione di tali tipi di redditi, nessun costo è deducibile in maniera analitica». ■ Premi Delegati XXIII congresso della Stampa Italiana, professionali: Lista Movimento liberi giornalisti (voti di lista 198): Giuseppe Gallizzi (150), Maurizio Andriolo (114), Paolo Chiarelli (96), Sergio Rotondo (66),Mario Bardi (63), Giancarlo Mariani (49), Claudio Minoliti (48), Fabrizio Scaglia (48), Gaspare Di Sclafani (47). Lista Sindacato di base (voti di lista 57): Paolo Pozzi (37) e Amedeo Vergani (35). Lista Nuova Informazione/Gruppo di Fiesole (voti di lista 381): Marina Cosi (247), Natalia Aspesi (230), Piero Scaramucci (220), Bruno Ambrosi (220), Gianni Barbacetto (218), Raffaele Fiengo (199), Gabriele Porro (192), Maurizio Calzolari (186), Ivan Berni (169), Bianca Mazzoni (167),Maria Novella Oppo (167), Letizia Gonzales (156), Andrea Leone (156), Maurizio Losa (152), Alessandra Mancuso (151) Irene Merli (148). Lista Impegno Sindacale Unitario (voti di lista 63): Giuseppe Nardi (36), Antonio Velluto (31), Piergiorgio Acquaviva (30). Lista Quarto Potere (voti di lista 210): Edmondo Rho (118), Massimo Alberizzi (116), Simona Fossati (110), Angelo Mincuzzi (68), Carlo E. Gariboldi (68), Luigi Corvi (60), Daniela Stigliano (59), Luisa Espanet (53), Vittorio Emanuele Orlando (52). Lista Stampa Democratica 2001 (voti di lista 361): Mariagrazia Molinari (263), Marco VolpaTABLOID 10 2001 ti (183), David Messina (159), Giovanni Negri (153), Costantino Muscau (103), Antonio Capuozzo (101), Graziella Bardelli (95), Elena Golino (93), Flavio Dolcetti (77), Gastone Geron (76), Paola D’Amico (76), Laura Mulassano (75), Romano Bracalini (73), Marco Civoli (71), Raffaele De Grada (68), Gianfranco Giuliani (68). Delegati XXIII Congresso della Stampa Italiana, collaboratori: Lista Movimento liberi giornalisti/Tribuna Stampa (voti di lista 168): Stefano Gallizzi (119), Domenico Tedeschi (104), Giacomo Metta (81), Jole Zangari (71), Attilio Ruosi (71), Roberto Di Sanzo (60), Francesco Marelli Coppola (53), Giuseppe Alberti (51), Cosma Damiano Nigro (51). Lista Stampa Democratica 2001 (voti di lista 83): Isotta Gaeta (40), Federico Formignani (30), Giovanni Buzzi (29), Assunta Currà (26), Silvano Maggi (23). A Enzo Biagi l’ “Asti Europa” È stato assegnato a Enzo Biagi il premio “Asti-Europa” di giornalismo, giunto alla quarta edizione. Lo ha deciso la giuria presieduta da Lorenzo Del Boca, presidente dell’ Ordine nazionale dei giornalisti, che ha inoltre attribuito il premio speciale “Arturo Guatelli’’ ad Antonio Foresi. Un premio speciale della giuria è stato assegnato a Tito Mangiante, videoperatore free lance ferito durante i fatti del G8 a Genova. A Guido Vergani il “Dodici Apostoli” Guido Vergani ha vinto la venticinquattresima edizione del premio letterario “Dodici Apostoli”. Il riconoscimento è andato a Vergani per aver curato il volume Alfabeto del XX secolo (Baldini & Castoldi Editori), un’antologia di articoli del padre, Orio. La cerimonia si è svolta il 16 novembre scorso a Verona, nello storico ristorante che dà il nome al premio. Il “Torretta” per lo sport Il premio nazionale “La Torretta” per lo sport, assegnato da un comitato presieduto da Bruno Pizzul, è andato, per il settore giornalistico, ad Alberto D’Aguanno (volto tv di Mediaset), Gianni Merlo (Gazzetta dello Sport) e Auro Bulbarelli (telecronista Rai tv per il ciclismo). 3 G U E R R A & Benedetta Corbi, conduttrice di “Verissimo” in un’immagine simbolo della tv di guerra. M E D I A di Paola Pastacaldi “Le donne non sono firme di serie B, ma al massimo fanno da spalla agli uomini, cioè firmano i pezzi di taglio basso” Ma “Penelope va alla guerra”? Parafrasando uno dei primissimi libri romanzo di Oriana Fallaci del 1961, diciamo che le donne sarebbero arrivate al potere. Le donne sarebbero tutte diventate, metaforicamente, un po’ Ulisse e la tela l’avrebbero messa da parte. Anche nell’informazione? Farei un distinguo tra tv e carta stampata. In tv si vede il volto, il vestito, il sorriso, la bellezza. In tv, di tutto questo facilmente si fa spettacolo. Dunque, in termini di audience possiamo dire “donna è bello”, cioè la donna favorisce l’audience. Soprattutto quando si parla di fatti tragici. In più, donna è sicurezza, materno assenso, donna è maggiore e più facile umanità. Donna è, infine, “consenso”. Ma la donna, lo sappiamo, è anche la testimonial prediletta della pubblicità. Il marketing ha fatto un autentico pressing, imponendo ovunque (e con tutti i mezzi) le immaginette delle donne “a quarti”, che oggi popolano i settimanali, i quotidiani e le tv. Dallo schermo i volti femminili catturano la nostra attenzione. Forse non facciamo più nemmeno caso se hanno i capelli corti, biondi o rossi, o fluenti sulle spalle, le labbra col rossetto o il trucco agli occhi, se sono belle, belline o seducenti o anonime, ma credo che il nostro inconscio di telespettatori registri benissimo il messaggio sotteso ad un volto femminile, cioè “il volto consenso”. E i padroni dell’audience lo sanno. “Penelope va alla guerra” I COMMENTI NON SONO FEMMINILI Sfogliando i quotidiani la situazione donne e informazione ha una metodicità geometrica. Bisogna sempre superare le prime pagine e approdare almeno alle pagine sette, otto o anche venti per trovare una firma femminile. Un esempio: La Stampa, 25 ottobre, solo a a pagina sette c’è la firma di una giornalista (nota e stimata, Fiamma Nirenstein). Maschili tutte le altre firme dei pezzi portanti, da New York all’antiterrorismo. Le interviste con la “I” maiuscola, per esempio quella al segretario di Stato Colin Powell, vengono firmate da uomini. Persino il pezzo sull’antrace - una inchiesta tra il costume e la divulgazione - scivola dalle mani femminili, cui solitamente è attribuita e finisce nelle mani di Gianni Riotta (una ottima firma peraltro, ma non è qui in questione la qualità di alcun giornalista, piuttosto l’attenzione alla presenza femminile o maschile nei media, accettando l’idea che la nostra società ha un problema di “genere” da affrontare). C’è da fare un cenno, ai margini degli articoli delle donne, anche sulle donne presenti come contenuti, in occasione di questa guerra. Alcuni esempi. Primo. La figlia di Moshe Dayan, Yael, La Repubblica, pagina 9. È una intervista interessante, ma non sappiamo se Yael è stata scelta perché figlia/o oppure perché donna. Di lei compare ovviamente anche la foto. Più avanti, a pagina 10, la prima firma, quella di Anais Ginori. Il tema, “Le famiglie della guerra collegate on-line”, conferma che il segmento giornalistico in cui le donne sono forti rimane il costume. Secondo. Intervista a Hazia Mirza, la comica musulmana che lavora a Londra, sul Corriere della Sera, il 21 ottobre. Con le sue battute rischia la pelle, forse si meritava più spazio e non solo un taglio basso del giornale, in un’epoca in cui poter fare cultura attraverso la comicità, per di più sull’Islam, resta un tabù. Corriere della Sera, 25 ottobre, si arriva alla prima firma femminile alla quinta pagina ed è un taglio basso. La cronaca sul caso sicurezza e carbonchio spetta ad una firma maschile: è Alessandra Farkas a firmare un pezzo di commento ad un sondaggio Gallup sulla guerra. Ma non è un pezzo di opinione. Siamo come al solito articolo di costume, all’area di servizio (fondamentali, ma vengono sempre dopo altri pezzi). A pagina 8 una inviata scrive dal Pakistan, ma pensiamo che si tratti di una specializzazione o diremmo vocazione rara. A pagina 11, una inviata da Vigevano scrive sull’intolleranza causata dal terrorismo. Per il 25 è tutto. Nelle pagine istituzionali dedicate ai commenti non v’è facilmente traccia di donne, né giornaliste né scrittrici né politiche. Ovviamente questa é una carenza della società più che dei media, la quale non candida né accetta ancora facilmente “cervelli rosa” in campo culturale. Qualche passo indietro. 24 ottobre, La Repubblica sfodera un poderoso dossier allarme antrace, ma il primo pezzo femminile è a pagina 16 (di Barbara Jerkov sulla marcia pro Usa). Il 20 ottobre la prima firma femminile è di una giornalista specializzata in campo medico (altro “ghetto” al femminile) sulle vaccinazioni di massa contro il vaiolo. La Stampa, 22 ottobre, arriviamo a pagina 9 prima di trovare l’ intervento di una donna giornalista (“Gli industriali e la guerra”). Repubblica martedì 23: sembra una scelta matematica, ma ancora a pagina 9 prima firma femminile, intervista al signore della guerra afgano Hekmatyar. Non riteniamo certo che importanti sono solo gli articoli delle prime pagine, ma rimane il fatto che le donne nei servizi di apertura compaiono poco. A conferma del dato donne giornaliste relegate alle fasce del costume, voltando pagina, troviamo un lunghissimo articolo di Susan Greenberg sulle donne che combattono. È il solito, trito tema della donna in guerra, che suscita curiosità e strane attenzioni voyeuristiche. Le fotine in testa al titolo sembrano essere destinate a sottolineare la bellezza del volto o “l’eleganza dell’abito della soldatessa”. Anche gli altri giorni hanno lo stesso schema: le firme femminili scivolano da pagina 9 a pagina dieci, undici, quindici e diciannove, e via dicendo. Appare una vera rarità il pezzo della scrittrice indiana Arundhati Roy che occupa una intera pagina de La Stampa, il 18. Finalmente un autentico pezzo di opinione. Cosi anche sul Corriere Elisabetta Rosaspina firma un pezzo di costume che fa da spalla al pezzo di cronaca sull’antrace alla Casa Bianca. Le donne sono dunque firme di serie “B”? No, perché riteniamo che tutti gli argomenti legati alla guerra siano importanti. Il privato cioè il sociale - è politico, questo vechio slogan del femminismo appare oggi giusto applicarlo agli argomenti di costume che riguardano questa tragica guerra. Tutto è importante in questo sofisticato e invasivo scontro tra culture che stiamo vivendo. Ma le donne al massimo fanno da spalla agli uomini, cioè firmano i pezzi di taglio basso. Le donne si meritano la foto come postine, nel megariassunto fotografico del Corriere della Sera su New York. È giusto e interessante sottolineare che anche le donne rischiano di aprire le buste all’antrace, ma insieme i media denunciamo con quella foto che non è ancora normale essere postine. Dunque l’osservazione che Penelope oggi va anche alla guerra va completata dicendo che occupa quasi sempre i ruoli di complemento. Prende allora molto rilievo la presenza (e lo sforzo) che fanno tutte quelle giornaliste che firmano pezzi in qualunque pagina siano collocati. Ma ancora oggi, forse a spiegare questo parziale sviluppo della presenza delle donne nel mondo dell’informazione, c’è un pensiero di fondo: la donna è mercato, la donna è spettacolo. Lo conferma una copertina di Panorama con testimonial Benedetta Corbi, giornalista del Tg5, che abbraccia una telecamera come fosse un bazooka (ben pettinata e truccata come una eroina di giochi in Internet). Immagine metafora di come è cambiata la comunicazione? Sì, certo. Ma se abbandoniamo la metafora, c’è solo una Benedetta Corbi che favorisce la spettacolarità dell’evento. Cosa rimarrà impresso negli occhi e nella memoria dei lettori? La comunicazione al tempo di Osama Bin Laden raccontata nell’articolo o solo la spettacolarizzazione della guerra fatta dai media? Con l’aiuto, naturalmente, di un volto femminile. TUTTI A RISCHIO DI PROTAGONISMO In un mondo che ha calcato l’acceleratore sul protagonismo, estremamente funzionale alla presenza globale dei media, la vanità andrebbe, tv permettendo, esclusa dalle nostre professioni. La vanità dei personaggi, ma anche la vanità dei “giornalisti personaggio”. Altrimenti tutti i messaggi falliranno distorti da questa visione di un ego ipertrofico. Dirò di più che la mediatizzazione degli eventi rende un po’ tutti a rischio di protagonismo, basta essere ripresi o intervistati. Dobbiamo allora chiederci se parliamo con un senso etico della notizia o perché il mezzo ci rende più visibili. ■ TAVOLA ROTONDA Attenzione, non è un wargame Roma, 9 novembre. Una guerra difficile da raccontare, a cui i media italiani hanno dato moltissimo spazio nonostante la carenza di notizie, con titoli ansiogeni che rischiano di allontanare i lettori, che pure dimostrano una grande voglia di essere informati. Ma pur con un compito difficile, i media devono continuare a fare al meglio il loro mestiere, senza censure, e bilanciando l’offerta con la richiesta del pubblico. Sono alcune delle riflessioni che scaturiscono dalla tavola rotonda su media e terrorismo, svoltasi all’interno della giornata organizzata dall’Isimm e dall’ Università La Sapienza, in collaborazione con l’Ansa, dal titolo “Media, eventi, terrorismo tra realtà e rappresentazione”. Per il direttore de Il Giornale, Maurizio Belpietro, “serve maggiore serietà, meno articoli ma più informati” e sottolinea che “siamo pieni di falsi esperti”. Il direttore del Giornale teme infatti che dopo “la grande corsa alle edicole nel momento dell’ attentato, l’interesse dei lettori inizi a scemare”. 4 Anche Paolo Ruffini (direttore GrRai) teme che “i media non stiano raccontando bene la guerra ma si vorrebbe forse una risposta semplicistica ad una cosa molto complessa. Non è un wargame”. L’editorialista del Corriere della Sera Paolo Franchi è convinto che questa guerra sia “un buco nero, difficile da riempire”. Anche se, secondo Luigi La Spina (La Stampa), “questo conflitto ha cambiato il tradizionale rapporto tra stampa e tv a favore dei giornali”. Ma pur nelle difficoltà bisogna tenere ben presente, come ha sottolineato il conduttore di “Porta a porta”, Bruno Vespa, ricordando quello che era avvenuto in Italia durante il terrorismo, che “a volte i media servono anche a dare la sensazione che c’è un Paese che tiene”. Quindi, si dice ‘no’ alle censure di ogni tipo, come ha detto anche il giornalista statunitense Walter Cronkite in un intervento registrato. Anche se il ministro della Funzione pubblica Franco Frattini ha spiegato che, ad esempio, se negli interventi di Bin Laden si teme che ci siano messaggi in codice, “devono essere ampiamente studiati e valutati per capire se si può fare un intervento di prevenzione”. Così come, a suo avviso, per quanto riguarda l’azione militare “c’è solo il limite non valicabile del segreto militare”. Secondo Vespa, comunque, bisogna anche dire ‘no’ all’ipocrisia e “riflettere sulle ragioni di quello che è accaduto l’11 settembre anche se è scomodo”, e in questo contesto per il giornalista “bisogna sgombrare il campo dall’ ipocrisia che l’Islam non c’entra niente”. Per Vespa è necessario “prendere atto che c’è una parte del mondo spirituale islamico che è contento di quel che è accaduto”. Le difficoltà del raccontare l’ultimo conflitto, diverso da tutti quelli che lo hanno preceduto, come ha spiegato il direttore dell’Ansa Pierluigi Magnaschi, sono nel fatto “che si tratta di una guerra combattuta a migliaia di chilometri dal fronte”, che è una guerra “che ha un fronte apparente di sostegno enorme”, e anche che ha “armi convenzionali e armi nuove come quelle biologiche”. Ed è quindi estremamente complesso coprire un fronte bellico di questo tipo, dove le notizie vengono da moltissimi punti. Infatti, come ha sostenuto Stefano Rodotà, presidente dell’Autorità per la privacy, “quello delle fonti in questo caso è un problema più grande di quello della censura”. Ma per Rodotà “c’è stata anche una cattiva selezione delle notizie in Italia, dove alcuni giornali si sono messi l’elmetto più di quelli americani”. In ogni caso, per Rodotà non bisogna rinunciare ai diritti fondamentali che sono alla base della democrazia, e tra questi c’è proprio quello della privacy, che può essere bilanciato con la necessità di sicurezza ma non certo cancellato. Diritti fondamentali tra i quali Enzo Cheli, presidente dell’ Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, mette la libertà di informare e di essere informati e che ‘’in ogni democrazia non è un accessorio ma uno dei punti centrali’’”. (ANSA) TABLOID 10 2001 AFGHANISTAN / STRAGE DI CRONISTI Johanne Sutton, 35 anni. Diplomata all’Istituto di studi politici di Parigi e alla Scuola superiore di giornalismo di Lilla, aveva seguito la guerra in Kosovo e Macedonia e a più riprese il conflitto in Medio Oriente. Imboscata dei talebani, uccisi tre giornalisti SHATARAI (Afghanistan), 11 novembre. La stampa paga un prezzo altissimo alla guerra in Afghanistan. Tre giornalisti, due francesi e uno tedesco inviati a seguire l’avanzata dell’Alleanza del Nord verso i territori in mano ai talebani sono morti. Tutti e tre, secondo la versione fornita dai mujahiddin, sono stati uccisi durante un’imboscata contro un convoglio nel fronte di nordest. La prima vittima è Johanne Sutton, 35 anni, di Radio France International. La notizia della sua morte è arrivata ieri sera insieme a quella che altri due cronisti erano dati per dispersi. Dopo poche ore è arrivata la conferma che anche questi ultimi erano morti: i loro corpi sono stati recuperati sulla linea del fronte dalle milizie antitalibane e portati a Shatarai. Le altre due vittime sono un giornalista francese che si chiamava Pierre Billaud, aveva 31 anni e lavorava per la radio Rtl e il tedesco Volker Handloik, 40 anni, che lavorava come free-lance per il settimanale Stern. I tre inviati erano al seguito del comandante Hassan, uno dei capi militari dell’Alleanza. Da una delle trincee spuntano fuori i talebani che sparano una granata anticarro contro il blindato su cui si trovavano i tre giornalisti morti con altri tre colleghi. La granata non esplode subito ma solo dopo che l’autista, con un velocissimo retro-front ha girato il blindato e i tre giornalisti sono caduti in terra e solo allora vengono colpiti dall’esplosione ritadata del proiettile. L’autista e gli altri blindati dell’Alleanza del Nord fuggono e lasciano lì i tre giornalisti che muoiono per le ferite riportate. “Noi altri tre - racconta la francese Veronique Rebeyrotte - ci siamo aggrappati al mezzo con le unghie e con i denti, e siamo riusciti a sopravvivere”. “Stavamo scherzando - ha detto ancora la reporter francese - sull’idea di trascinarci dietro il nostro interprete, che era un po’ riluttante. Non avremmo mai pensato che stavamo correndo un pericolo. Avevamo fretta di entrare nella zona dei talebani, vedere un po’ che cosa stesse succedendo dall’altra parte. Era la prima volta in cui Pierre aveva l’opportunità di seguire da vicino la guerra di cui stava dando la copertura... È un incubo”, ha concluso la superstite. Dopo la notizia della morte di Johanne Sutton, il primo ministro francese Lionel Jospin, ha detto di provare “grandissima tristezza” e si è associato al “lutto che colpisce la comunità dei corrispondenti di guerra”. In Italia, il segretario della Federazione nazionale della Stampa (Fnsi), Paolo Serventi Longhi, ha parlato di “fatto gravissimo”, di “primo giornalista caduto, che testimonia di una guerra terribile molto più di quanto non riescano a fare le stesse cronache”. Johanne Sutton - ha raccontato un suo colle- ga di Rfi a Parigi - “era impegnata in reportage nel nord dell’Afghanistan, si era unita al convoglio dell’Alleanza del Nord nel pomeriggio di domenica”. La zona dell’agguato, il fronte di Sharatai, è stata teatro ieri di una recrudescenza degli scontri, I combattimenti sono cominciati verso le 17 (ora locale, le 13,30 in Italia) con un bombardamento dell’artiglieria pesante dell’Alleanza del Nord sulle colline circostanti. La morte delle due giornaliste è l’ennesimo tributo della stampa francese in guerra. Il caso di Michel Peyrard è ancora fresco: introdottosi clandestinamente in Afghanistan, il giornalista di Paris Match è stato arrestato dai talebani e ha rischiato un processo per spionaggio. Solo il lavoro dei diplomatici e la pressione internazionale hanno convinto il regime di Kabul a rilasciarlo e a rinunciare a usarlo come scudo umano. Peyrard è giunto sabato scorso in Pakistan, sano e salvo. ■ Maria Grazia Cutuli inviata del “Corriere” trucidata in un agguato con tre colleghi KABUL, 19 novembre. Un convoglio di quattro giornalisti occidentali, sulla strada da Jalalabad a Kabul, è stato assaltato da un gruppo di uomini armati in una zona ancora parzialmente sotto il controllo dei Taleban e dei volontari arabi di al-Qaeda. I giornalisti sono stati uccisi. Insieme all'inviata del Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli, c'erano due giornalisti della Reuters, il cameraman australiano Harry Burton e il fotografo afghano Azizullah Haidari , e il giornalista spagnolo Julio Fuentes de El Mundo. Secondo quanto ha riferito l'autista del convoglio, che è riuscito a tornare indietro dopo l'attacco, i giornalisti sono stati fatti scendere dal camion sul quale viaggiavano e, poco dopo, si sono sentiti degli spari. Insieme a loro c'era anche un traduttore afghano. Un testimone ha raccontato che un gruppo di sei uomini armati ha fermato il convoglio formato da sei-otto macchine, che era in marcia da un paio di ore: il luogo dell'assalto sarebbe dunque a 90 chilometri a est della capitale, Pouli-es-the-Kam . Nonostante gli occupanti delle auto si fossero dichiarati giornalisti, sono stati fatti scendere e sono stati uccisi. Altre macchine che facevano parte della stessa carovana, con a bordo dei giornalisti, hanno fatto immediatamente marcia indietro e sono tornate verso Jalalabad. Pare che i quattro cronisti siano stati inizialmente insultati e colpiti con pietre. L' agguato contro Dal “Corriere della Sera” del 20 novembre 2001 Julio Fuentes del “Mundo”. il convoglio dei giornalisti non è stato l'unico in questa drammatica giornata, lungo la via che conduce da Jalalabad a Kabul, ancora parzialmente sotto il controllo dei taleban. Maria Grazia Cutuli, 39 anni, era nata a Catania nel 1962, dove si era formata giornalisticamente collaborando con il quotidiano La Sicilia e con l'emittente televisiva regionale Telecolor, soprattutto nel settore spettacoli. Si è trasferita a Milano dove ha lavorato prima al periodico della Mondadori Centocose, poi ad Epoca e in altre testate prima di approdare al Corriere della Sera. Era stata assunta al quotidiano di via Solferino nel 1999 dopo quattro contratti a termine. Gli IL FIORE DELLA PASSIONE di Ferruccio de Bortoli Il primo disperso italiano (una speranza esilissima c’è ancora) in questa maledetta e invisibile guerra è una nostra giornalista, Maria Grazia Cutuli, 39 anni. Non portava alcuna divisa se non quella, orgogliosa, della propria professione. E del Corriere . E’ rimasta vittima di un vile agguato, sulla strada che porta da Jalalabad a Kabul, assieme a due colleghi della Reuters Harry Burton e Azizullah Haidari e all’inviato del Mundo . Ed è proprio con Julio Fuentes che Maria Grazia domenica aveva fatto, rovistando da cronista di razza fra i campi abbandonati di Al Qaeda, una scoperta importante. L’esistenza di un deposito di gas nervino, la dimostrazione che Bin Laden le armi chimiche le ha, eccome. Articoli di ieri in prima pagina sul Corriere e sul Mundo. Volevamo una prova dell’utilità della stampa libera, che qualcuno disprezza e guarda (anche tra noi) con insofferenza? Eccola. Serve alle nostre incerte e dubbiose società occidentali saperla questa (e altre) verità? Sono indizi utili anche per la lotta al terrorismo? Sì? E, allora, considerate i giornalisti che svolgono con passione e onestà il loro mestiere, come hanno fatto Maria Grazia e gli altri, eroi discreti della nostra civiltà, delle nostre democrazie. Fondate anche sulla libertà di stampa. Stracciata, derisa e presa a calci un po’ ovunque. La libertà di stampa che in quei Paesi non c’è: sepolta da un enorme e medievale burqa. Di questa nostra libertà si sono serviti i terroristi per diffondere i loro messaggi di morte, le loro disgraziatissime idee. Ma non c’è scoop che valga una vita. Nessuno. TABLOID 10 2001 Maria Grazia Cutuli esteri erano la sua vera passione. Voleva raccontare la verità di mondi lontani: "È l'unica arma che è rimasta a noi che facciamo questo mestiere". Redattrice ordinaria, la giornalista è stata nominata "inviata speciale" oggi. Lo ha annunciato il direttore nel corso dell'incontro con i redattori. Maria Grazia, capelli lunghi rossi, un fisico minuto, dimostrava molto meno dei suoi anni. Tra le sue esperienze professionali anche una collaborazione con l' Unchr, l'organismo delle Nazioni Unite che si occupa di profughi, che le ha consentito di specializzarsi in politica estera. "Prima o poi smetterò di fare la giornalista - amava ripetere - voglio tornare ad occuparmi di questioni umanitarie". ■ Azizullah Haidari della “Reuters”. Harry Burton della “Reuters”. Noi non abbiamo elementi per ritenere che le domande poste da Maria Grazia e da Julio Fuentes (con Harry Burton) per scrivere il loro ultimo articolo possano averli messi ulteriormente in pericolo. Preferiamo pensare al caso, ai mille pericoli di una guerra combattuta anche da cattivi contro pessimi. Talebani? Banditi? Vorremmo dire bestie, alle quali forse abbiamo posto anche delle civili domande rispettandone persino le risposte. Maria Grazia è (lasciatemi ancora il tempo della speranza) una collega che ama il suo mestiere. Una passione professionale e civile che la porta da Catania, sua città natale, a Milano alla Mondadori; che la spinge a lasciare i settimanali per lavorare per l’Onu in Ruanda, testimone di un genocidio che molti in Occidente non vollero vedere; che la fa arrivare al Corriere. In cinque anni segue alcuni grandi fatti internazionali, dalla nave dei bimbi schiavi del Benin alle distruzioni dei Buddha di Bamyan in quell’Afghanistan che le diventerà familiare. E fatale. Inquieta ma non imprudente. Appassionata ma non temeraria. Non avrebbe mai messo in pericolo la propria vita inutilmente. A fine ottobre, per il suo compleanno, le proponemmo di tornare, dopo tante settimane. Disse di no, non c’era verso. «Volete farmi un regalo? Lasciatemi qui». Le arrivò in stanza, mandata dai colleghi, una torta pakistana, presumo pessima. E una collega la sentì parlare con l’anziana madre: «Qui non si rischia nulla, poco più di un pellegrinaggio a Lourdes». Pietosa bugia, detta bene, da grande giornalista. Maria Grazia, scusaci per tutti i giorni di riposo che ti abbiamo fatto saltare. Con te entusiasta di farlo. Ti abbracciamo, ovunque tu sia. 5 G U E R R A Eco, mass media alleati di colui che condannano FIRENZE, 23 ottobre - I mass media internazionali? “Sono diventati gli alleati di Osama Bin Laden, cioè proprio di colui che volevano condannare”. A segnalare il paradosso è lo scrittore e semiologo Umberto Eco, uno dei maggiori esperti accademici di problemi dell’informazione. L’autore del romanzo Il nome della rosa è del parere che “il conflitto in atto pone problemi nuovissimi al sistema delle tv e dei giornali, che peraltro non potevano fare diversamente da come hanno fatto”. Non è detto, però, precisa Eco, che “alla fine i media non ne escano vincitori” creando “una repulsione generalizzata” nei confronti di Bin Laden. Eco ha affrontato la questione parlando con i giornalisti a Firenze in occasione dell’inaugurazione ufficiale dell’Istituto di Studi umanistici. “In queste settimane ci troviamo di fronte a una contraddizione abbastanza interessante e irresolubile. In ogni guerra che si rispetti”, afferma l’intellettuale, “gli eserciti in campo hanno il diritto di pretendere la riservatezza su quello che stanno facendo. Ci troviamo però in un’epoca in cui esiste internet, in cui ci stiamo lamentando che è scomparsa la privacy, per cui potremmo persino in teoria sapere dov’è Bin Laden se usasse la carta di credito perché sarebbe immediatamente registrata. Una società che si è abituata ad abolire ogni forma di privatezza non può sostenere un invito alla riservatezza. Quindi curiosamente i mass media lavorano contro la loro parte”. Il professor Eco è del parere che il super-ricercato terrorista islamico che si rifugia in Afghanistan ha raggiunto il suo scopo anche grazie al risalto che i mass media hanno dato all’attacco alle Twin Towers di New York. “Che cosa voleva & M E D I A Bin Laden? Non gliene fregava niente di sei-settemila morti, voleva creare un’immagine così forte e violenta che mettesse l’Occidente alla disperazione, che è quello che fa ogni azione terroristica. Che cosa hanno fatto i mass media? Hanno riproposto quell’immagine”, sostiene Eco, “per un mese, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Hanno dato quindi a Bin Laden miliardi di dollari di pubblicità gratuita. Come facevano i media a non farlo? Non potevano: da un lato dovevano dare la notizia, dall’altro continuavano ad aumentare gli ascolti. E così si è creato il fatto che sono diventati gli alleati di colui che volevano condannare”. Per Umberto Eco la situazione che si è venuta creando nei mezzi di informazione “non ha soluzione. Questo”, sostiene il semiologo dell’Università di Bologna, “è uno degli aspetti nuovissimi di questo conflitto. Ed è nuovo anche rispetto alla guerra del Golfo e non sappiamo che risultati possa avere”. Eco ha poi fatto un paragone con gli anni di piombo in Italia. “Anche le Brigate rosse uccidevano qualcuno perché i media ne parlassero. Ma quando le Br alzarono il tiro, scegliendo un simbolo molto forte come Aldo Moro, la cosa si è rivolta contro di loro. Cioè l’eccesso, l’aver alzato troppo il tiro, ha creato rifiuto. Quindi potrebbe darsi che alla fine i media ne escano vincitori perché hanno creato una ripulsa generalizzata dell’operazione di Bin Laden. Fino ad oggi tuttavia non è accaduto perché vediamo che una parte del mondo è addirittura favorevole a questo terrorista. Ci troviamo in una stranissima condizione: per ogni bomba che cade su Kabul, c’è una trasmissione televisiva contraria”. Lo scrittore ha comunque “assolto” giornali e tv occidentali per come hanno informato sugli attacchi terroristici negli Usa. “Non posso criticare cosa hanno fatto i mass media perché non credo che potessero fare diversamente. Però questo dimostra - conclude Eco - la strana situazione in cui ci troviamo. O siamo in una società in cui non si può più fare una guerra tradizionale proprio perché ci sono i media, oppure siamo in una società in cui si dovrebbero azzerare tutti i media proprio perché c’è una guerra, e non mi pare che la cosa sia così facilmente possibile”. (ADNKRONOS) Oriana Fallaci la Salinger italiana Washington, 30 ottobre - Il New York Times dedica mezza pagina a Oriana Fallaci e al suo recente intervento sugli attacchi terroristici contro l’America, definendola la Salinger italiana. Il riferimento è ad H.D. Salinger, l’autore del Giovane Holden che si rifiuta categoricamente di rilasciare interviste da molti anni. Nella corrispondenza da Roma, il quotidiano annuncia il ritorno della provocatrice che sputa sui detrattori degli Usa dopo dieci anni di silenzio e ripercorre i passaggi principali del lungo articolo della scrittrice. Oriana Fallaci, ‘’la corrispondente di guerra che inventò trent’anni fa il giornalismo ‘personalizzato’, scrive il Nyt, è ritornata al suo ruolo di ‘provocatrice professionista. L’articolo scrive il giornale pieno di giudizi negativi sugli immigranti musulmani e sull’ambivalenza italiana nei confronti degli Stati Uniti ha provocato una seria riflessione nell’intellighentsia italiana. Il quotidiano riferisce le valutazioni della Fallaci sull’Italia di oggi e osserva che la giornalista diventa ancora più dura quando scrive degli immigrati musulmani. “Andando oltre i recenti commenti del premier Silvio Berlusconi sulla superiorità della civiltà occidentale, la Fallaci scrive: Dobbiamo ammetterlo. Le nostre chiese e le nostre cattedrali sono più belle delle loro moschee, si legge nell’articolo del New York Times. “I toni e il tema anti-immigrati” prosegue l’articolo “sono stati generalmente respinti, ma le critiche rivolte all’Italia, dipinta come una nazione divisa, anche profondamente, sull’azione militare americana, hanno provocato un dibattito. Come spesso avvenuto in passato, sembra, perlomeno ad alcuni, che Fallaci abbia colpito nel segno”, scrive il Nyt, “in un paese dove Berlusconi, un conservatore, ha già usato forti parole sull’immigrazione, che sono state accolte bene da alcuni italiani, anche se ad altri non sono piaciute”. “Il suo articolo, scritto da Manhattan, dove vive la maggior parte del tempo. è una delle cose più arrabbiate che abbiascritto. Malgrado questo, la maggior parte degli scrittori e degli intellettuali che le hanno replicato”, osserva il Nyt,“hanno espresso il loro disaccordo, ma lo hanno fatto con un’attenzione e un rispetto stupefacente quasi quanto l’articolo iniziale”. (ANSA) L’ Afghanistan e la vicenda “Libero”- voto del Parlamento italiano Giornali come manifesti, chi evoca fascismo e chi lutto Abruzzo: “L’Ordine deve difendere il diritto di critica dei giornalisti” ROMA, 8 novembre. - Quando si parla di guerra non ci sono sfumature ma solchi profondi: e i giornali di oggi, quelli nettamente schierati, lo testimoniano in maniera inequivocabile assumendo, in alcuni casi, le sembianze di “manifesto”. Ad esempio, Libero ha aperto con il titolo-slogan “Chi va in guerra e chi scappa”, e ha preso di mira quei parlamentari che hanno votato contro la partecipazione italiana, quei 67 “disertori”che stanno con il “nemico’’ ossia, evidentemente, con Osama Bin Laden. Il giornale di Vittorio Feltri è andato oltre, ha denunciato pubblicamente, uno per uno, i 67 disertori fornendo l’elenco completo (pubblicato in terza pagina) corredato da foto, appartenenza politica, età. Una sorta di “wanted’’ che ha subito originato una forte polemica politico-giornalistica. Sul versante diametralmente opposto, Liberazione, il giornale del Prc, si presentato oggi ai suoi lettori praticamente listato a lutto, proponendo una pagina buia, una gettata di inchiostro nero su cui campeggiano poche righe bianche che si aprono con un annuncio-shock: “Dopo cinquantasei anni l’Italia entra di nuovo in guerra...”. All’interno una inchiesta con testimonianze di chi ha già vissuto la tragedia della guerra, e, a corredo, MILANO, 9 novembre 2001. - Il segretario della Fnsi ha chiamato in causa l’Ordine dei giornalisti della Lombardia a proposito del quotidiano Libero, che ha pubblicato ieri e oggi i nomi e le foto dei parlamentari, che hanno votato contro l’impegno militare dell’Italia in Afghanistan. Paolo Serventi Longhi in sostanza ha invitato l’Ordine a intervenire in chiara chiave repressiva. Franco Abruzzo ha dichiarato al riguardo: “L’Ordine professionale non ha il compito di reprimere il diritto di critica - valore tutelato dall’articolo 21 della Costituzione e dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo - , ma quello di difendere i giornalisti oggetto di attacchi alla loro libertà “insopprimibile di informazione e di critica”. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha scritto nella sentenza De Haes e Gijsels (24 febbraio 1997) che “la libertà giornalistica comprende il ricorso possibile a una certa dose di esagerazione, perfino di provocazione”. Quanto al tono polemico e perfino aggressivo dei giornalisti, la Corte, nella citata sentenza, sottolinea che “l’articolo 10 della Convenzione protegge anche il loro modo di espressione”. “Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia - ricorda Abruzzo - ha sempre una vignetta dal titolo “Vola, la colomba dell’Ulivo” che raffigura, su sfondo, anche questo nero-pece, lo scheletro del volatile con un ramoscello di ulivo nel becco. Eloquente anche la scelta del Manifesto: la gigantografia dell’emiciclo della Camera con i parlamentari alle prese con le votazioni, e sopra la scritta “La Camerata’’. In tema la didascalia: “Tutti in guerra appassionatamente e “Un voto comune suggella il nuovo patto nazional-militare...”. Non è sfuggita all’Unità la frase pronunciata in aula al Senato da Luigi Caruso (Msi-Fiamma) che ha “elogiato i valorosi camerati tedeschi e insultato i Partigiani”. Il giornale fondato da Antonio Gramsci l’ha immortalata, commentata, e evidenziata nella consueta fascia rossa tipografica sotto il titolo di apertura che recita: “L’Italia in guerra, Bossi attacca l’Italia”. Il Giornale apre a caratteri cubitali con un “Sì, l’Italia entra in guerra”. Ma la consueta gigantografia di prima pagina è dedicata al leader del movimento noglobal, Vincenzo Agnoletto, preso di mira per aver già invitato i nostri soldati alla diserzione. INDAGINE CENSIS Gli italiani amano i media ma li usano poco 6 (ANSA) Roma, 1 novembre - Le case degli italiani sono piene di cellulari, computer, videoregistratori, libri, giornali, insomma sono delle vere e proprie postazioni multimediali che però vengono usate ben poco. Persino il telefono cellulare, di cui sembra che non si possa fare a meno, è presente nell’85,1% delle case ma è usato abitualmente solo dal 39,3% mentre il 33% lo usa non più di un paio di volte a settimana. Rimane comunque, con un totale di 72,8% di utenti, il media più usato dopo la tv, superando la radio. Si scopre nel rapporto del Censis dedicato all’offerta di informazione e uso dei media nelle famiglie italiane. L’unico media di uso quotidiano è appunto il televisore, presente nel 98,7% delle abitazioni della penisola e usato costantemente dal 94,4% mentre solo il 4,3% non guarda la tv. Persino la cara vecchia radio che tutti hanno (95%) è ascoltata abitualmente solo dal 58,5%. Il teletex è consultabile dal 76% delle famiglie ma solo il 23% degli individui lo guarda più di tre volte a settimana. Anche il computer è presente nel 43,4% delle abitazioni ma ad usarlo costantemente è il 31,3% mentre il 68,7% non lo accende mai. Il collegamento con Internet che è a disposizione del 30% assolto i giornalisti accusati di critiche severe, aggressive, pungenti. Ricordo a questo proposito la vicenda che vedeva contrapposto l’ex ministro Ronchi e Feltri, autore di un articolo al vetriolo contro l’uomo politico, che, membro del governo Prodi, aveva partecipato a Brindisi a una manifestazione contro la partenza dei soldati italiani per l’Albania, deciso dal Governo di cui lo stesso faceva parte”. La legge professionale afferma (art. 2 della legge n. 69/1963) che “è diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede” (articolo 2 della legge professionale). “I parlamentari - conclude Abruzzo non possono lamentarsi di una critica alla loro libera (e credo sofferta) decisione di votare contro e non possono dolersi che su un fatto vero (il voto parlamentare) sia stato costruito da Libero un servizio fortemente severo. Come uomini pubblici i parlamentari non godono di tutele: i giornalisti non devono chiedere permessi per pubblicare le foto dei protagonisti di un fatto pubblico (il voto parlamentare) e di interesse pubblico”. delle famiglie e il 20% lo usa mentre il 79,9% non lo usa mai. I giornali entrano nel 71,8% delle case e i libri nel 77,7% ma l’utenza costante è rappresentata da circa la metà di queste percentuali: 45,3% per i quotidiani e 41,9% per i libri. Le cose cambiano se l’uso dei media si distribuisce lungo l’arco delle giornata. Di mattina infatti la tv è superata dalla radio, dai giornali e dai cellulari. I libri vengono letti di preferenza dopo cena, i periodici nel pomeriggio quando però anche i cellulari, il computer e i videogame raggiungono il loro massimo. L’uso di Internet è stabile dal pomeriggio alla notte. Ma la sera la vera piazza mediatica degli italiani diventa la tv anche se la televisione è criticata dal 54,7% degli italiani per la volgarità, che poi è la cosa che dà più fastidio al pubblico dei media. La faziosità viene avvertita con maggior fastidio nei giornali (19,5%) e la superficialità nei periodici (27,4%). Ai media comunque ci si avvicina soprattutto per motivi di svago, anche se la necessità (84,2%) vince per i cellulari e l’interesse per i quotidiani (55,4%). (ANSA) TABLOID 10 2001 I N T E R V E N T O La vicenda è presto sintetizzata: diversi (4 o 5) media diffondono, con forme e toni un po’ diversi, una notizia: si va da una comunicazione piuttosto “pesante” ad altre più “moderate”. In sintesi, secondo “alcuni” la Guardia di Finanza aveva notificato un avviso di garanzia all’assessore comunale ai servizi sociali Girolamo Sirchia, su disposizione della Procura della Repubblica di Milano, secondo altri “circola voce di un’informazione di garanzia, ma l’assessore Gerolamo Sirchia l’ha smentita concludendo «tutto finirà in una “bolla di sapone, si tratta della solita polemica elettorale»” (e, fortunatamente, l’allora assessore, oggi ministro, fu buon profeta). Io ho perorato avanti l’Ordine la causa del prof. Sirchia, chiedendo un intervento sanzionatorio nei confronti dei giornali (a mio giudizio rei, ora però ampiamente assolti), sostenendo che era (ed è) scorretto pubblicare un “fattoide”, una notizia radicalmente falsa, per di più “narrata” (almeno da alcuni) non come accadimento storico, ma appunto solo come voce incontrollata. M i pare del tutto intuitivo che dar notizia di una voce, sia pur smentita dall’interessato, comporta comunque che si diffondano nel pubblico sospetti infondati: va da sé che, se è il “presunto” destinatario dell’avviso di reato a negare di averlo ricevuto, non si annulla l’effetto negativo della voce. Forse i sospetti verrebbero fugati se a smentire non fosse l’interessato (che da buon indagato tende a negare sempre tutto anche l’evidenza), ma il Pubblico ministero “emittente” l’avviso di garanzia. Anche in questo caso però, come nel precedente, non si capisce “perché” si debba dar spazio ad una voce che la fonte più qualificata nega. Contrariamente alle mie aspettative, dunque, il Consiglio regionale ha cassato l’istanza di punizione e mandato assolti i giornalisti, con ampia formula e ampissima motivazione, rispetto alla quale tengo ad enunciare la mia “dissenting opinion”. Opportuna una premessa: anche se io pure pecco per mancanza di sintesi, la “giurisprudenza” italiana è istituzionalmente afflitta da motivazioni lunghe, mentre è molto più incisivo, valido, chiaro e cartesiano, il percorso logico seguito dal giudicante di stile francese, fedele al principio che bisogna farsi capire dal popolo, in nome del quale si rende giustizia. Il “mos gallicum” è fatto di sentenze di poche pagine, di arrets ritmati in brevi capoversi introdotti da “attendu que” (ritenuto che). Tutti i giuristi e i giusdicenti italiani (come è l’Ordine) dovrebbero esser più sintetici. Vengo alla “dissenting opinion”: l’utilità della “ipotesi contraria”, secondo la quale la Sul “caso Sirchia” dissenting opinion S di Corso Bovio, avvocato in Milano sentenza non è “giusta”, non sta nella pura polemica, nella storia fatta di “se”, nella italica propensione ai “processi infiniti” ed ai revisionismi anche giudiziari. La “disseting opinion” serve a ripensare alle regole e ai principi, a valutar se questi, in una futura controversia, non dovranno essere diversamente applicati per la correttezza e la “legalità” dell’informazione. Certo, il caso avrebbe potuto concludersi con un diverso verdetto, ma alla fin fine ciò non conta: la storia “giudiziaria” è finita. Soprattutto in una vicenda come questa, nella quale il “denunciante”, divenuto nelle “more” ministro della Repubblica, fortunatamente di quelli che godono ampia (quasi universale) stima, ha convenuto con il suo legale che un certo galateo istituzionale impone di evitare contenziosi e cause di piccolo momento. Devo aggiungere che, in questo caso, nemmeno di vera “dissenting opinion” si tratta, perché chi la formula non è un “giudicante”, ma il legale di una delle parti e, quindi, assolutamente “interessato” o partisan, per usare uno dei neologismi che ogni tanto diventano moda giornalistica. C omunque “nel merito”, proprio recentissimamente, le Sezioni Unite della Cassazione, discutendo dell’intervista, hanno affermato come l’intervistatore deve stare bene attento a non essere il megafono di un intervistato non qualificato, il braccio armato (di penna o di registratore o di tastiera) di un diffamatore qualunque. Scienza, etica e media Sol quando interpella un personaggio pubblico su un fatto di pubblico rilievo l’intervistatore può ritenersi scriminato. È di interesse pubblico sapere come la pensa (o che cosa dice di un caso o di una persona) un soggetto ben identificato che riveste una carica significativa, o sia comunque famoso e qualificato. Non interessa alla collettività l’intervista del quisque de populo. A mio giudizio pubblicare una voce equivale a intervistare un “ignoto”, per di più nemmeno milite degno dell’altare della patria bensì, non di rado, vero e proprio milite della calunnia. I cosa è il lavoro dell’agenzia. L’agenzia, se “scopre”, in un determinato ambito giornalistico, il rischio che venga pubblicata una notizia o una voce errata, giustamente può segnalare ai colleghi il pericolo. L’agenzia dice: “Cari cronisti, badate bene che qualcuno va dicendo che ieri, forse, tizio era stato arrestato, ma l’arresto non è mai stato effettuato”. Evidentemente l’agenzia non mette in circuito un dispaccio da mettere in pagina, ma dà alla categoria un segnale per evitare una “bufala” e quindi anche una bella causa per diffamazione. Torno sull’argomento centrale. È diffamatorio dire che forse una persona è “avvisata”? A me basta ricordare in proposito l’insegnamento di un vecchio e saggio avvocato: un giornalista gli domandava “ma come faccio a capire se quanto scrivo è diffamatorio o no?” ed egli rispondeva: “Cosa penseresti se scrivessero la stessa cosa con riguardo alla tua persona?”. l detto “vox populi, vox dei” nel mondo giornalistico e, soprattutto, nel mondo giuridico, non può valere, la voce è incontrollabile, non solo quanto a fondamento, ma quanto ad “attendibilità” e dimensioni. La voce manca di una fonte di cui il giornalista possa verificare la serietà e questo è un suo preciso dovere deontologico e legale. Forse si può discutere e fare eccezioni per le voci così gravi, forti e diffuse che determinano esse stesse conseguenze pubbliche ed istituzionali. A seguito del “rumour” sul coinvolgimento di una persona in un determinato affare, una pubblica autorità apre un’inchiesta. Ma qui il fatto non è la voce, bensì che un’Autorità si attivi e ne discuta. La voce stessa dunque, di per sé sola, non può essere riportata. A proposito di un altro tema trattato dall’Ordine, aggiungo che, a mio avviso, una cosa è il lavoro di chi pubblica per il pubblico, una e venisse diffusa la notizia di un avviso di garanzia nei confronti di un redattore, questi correrebbe dal magistrato (come io feci per il mio cliente) chiedendogli se c’era realmente un’informazione di garanzia e, pur tranquillizzato dalla “smentita”, resterebbe assai seccato e si sentirebbe tanto offeso da “far querela”. Aggiungo, per completezza di informazione, che il Sostituto procuratore dal quale corsi, pur essendo uno dei più riservati, mi disse proprio: “Avvocato non c’è alcun avviso per il suo assistito”, condividendo non poche considerazioni sulle brutture del caso. Si commentò il fatto che oggi “l’informazione di garanzia” viene inviata in busta chiusa ed il registro sul quale vengono annotati i nomi degli indagati è riservato, che, quindi, dovrebbe regnare sull’argomento, se non sovrana, certamente forte la privacy. Le notizie su tali “avvisi”, quelli veramente emessi, dovrebbero esser date con la massima morigeratezza, su quelli “fasulli” … figuriamoci. Venne fuori qualche osservazione polemica: l’intervistatore che riporta dichiarazioni diffamatorie (oggi esclusi i casi in cui le Sezioni Unite hanno riconosciuto una apposita scriminante) è correo dell’intervistato, retoricamente sta a colui che pronuncia le frasi diffamatorie come lo spacciatore sta al produttore di droga. Chi riporta la voce di un ignoto, è lo spacciatore della peggior droga, quella di cui non si conosce nemmeno l’origine e non viene da una raffineria “doc”, ma che trovata per strada, può essere inquinata e tagliata. Restano comunque i fatti: nessuno ha ancora capito da dove venisse la voce e che il prof. Sirchia, oggi ministro, non è inquisito e ha altro cui pensare che non le chiacchiere di qualche ignoto “untore mediatico”. ■ Promosso e organizzato dal Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia Entro il 31 dicembre la consegna Del Boca: delle tesi di laurea sul giornalismo “Quanta superficialità” partecipanti al 4° Concorso Gubbio, 20 ottobre - “L’emergenza non è del giornalista, è l’emergenza della società che non valuta i problemi. I giornalisti devono migliorare, ma la cosiddetta società civile fa qualcosa anche lei?”. È quanto ha detto il presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, a proposito del rapporto tra scienza, etica e media, oggetto di una sessione del forum dell’informazione Fnsi di Perugia. “Il dibattito che mette in relazione l’informazione con la scienza ha messo in evidenza ciò che obiettivamente è una caratteristica dell’informazione: da un lato questa viene accusata di essere superficiale, poco preparata e attenta. Però” ha aggiunto Del Boca “dall’altro bisogna considerare che questa informazione non è che lo specchio di una realtà più ampia che ci circonda, realtà che è superficiale, impreparata, pressappochista, spannometrica”.Secondo Del Boca, i giornalisti “possono al limite amplificare i difetti che ci sono in giro, ma i difetti non se li cercano da soli. Gli interlocutori ci chiedono di non parlare sempre e solo di emergenze, di confrontare tutte le fonti: mi domando, che fonti i giornalisti devono contattare quando di fronte al fatto che l’atrazina nell’acqua supera i limiti di legge, si alza il valore della legge?”. (ANSA) TABLOID 10 2001 Dovranno essere consegnate entro il 31 dicembre 2001 le tesi di laurea partecipanti al Concorso promosso dal Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Il concorso, giunto alla quarta edizione, intende valorizzare le tesi di laurea dedicate al giornalismo e alle istituzioni della professione. Giudice insindacabile del premio è lo stesso Consiglio dell’Ordine. Le tesi (in duplice copia e anche su dischetto in programma word oppure rtf) dovranno pervenire alla segreteria dell’Ordine (via Appiani 2 - 20121 Milano). Potranno concorrere le tesi discusse nelle Università italiane (pubbliche e private) nel periodo gennaio-dicembre 2001. Le sezioni del premio sono sei e ogni vincitore di sezione riceverà 5 milioni di lire. L’impegno finanziario dell’Ordine è, pertanto, di 30 milioni complessivi. La cerimonia della consegna avverrà in occasione dell’assemblea degli iscritti all’Albo dell’Ordine della Lombardia. La cerimonia, quindi, è prevista per il marzo 2002 al Circolo della Stampa. Estratti (di 400 righe) delle tesi premiate (e segnalate) verranno pubblicati su Tabloid, organo mensile dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Per la valutazione delle tesi il Consiglio si avvarrà, come lo scorso anno, dell’opera di consulenti (giornalisti e professori universitari). Queste le sezioni: 1) Storia del giornalismo italiano (testate e personaggi). 2) Storia del giornalismo europeo e nordamericano (testate, deontologia e personaggi). 3) Istituzioni della professione giornalistica. La deontologia e l’inquadramento contrattuale dei giornalisti in Italia, Europa e Nord America. 4) Professione giornalistica e sue specializzazioni anche telematiche e radiotelevisive. 5) Giornalismo economico e finanziario. 6) Giornalismo culturale, sociale, scientifico. A ogni vincitore 5 milioni. I candidati dovranno consegnare le tesi entro dicembre 7 GIUDICI & O P I N I O N I S T I di Sabrina Peron, avvocato in Milano La critica giornalistica: conten Il diritto di critica giornalistica, quale esercizio del democratico principio di libertà e di manifestazione del proprio pensiero, trova il suo fondamento nell’art. 21 della Costituzione esso, tuttavia, deve essere esercitato nel rispetto di altri diritti fondamentali, parimenti sanciti dalla Costituzione, ed attinenti alla pari dignità sociale di tutti i cittadini (quale che possa essere il loro credo religioso e politico) ed alla salvaguardia dei diritti inviolabili della persona (sia come singolo, sia come membro delle più diverse formazioni sociali nelle quali si forma e si sviluppa la personalità d’ognuno) al fine di realizzare un corretto e fecondo bilanciamento di tali valori, tutti di rango costituzionale, idoneo a salvaguardare il pluralismo culturale, ideologico e religioso sul quale in una democrazia moderna si fonda il concetto di libertà. Tra questi diritti inviolabili vanno, senza dubbio, annoverati il diritto all’onore, alla reputazione ed al decoro (beni garantiti dall’art. 2 della Costituzione) i quali, talvolta, possono essere lesi da espressioni critiche contenute in un articolo giornalistico, cosicché da rendere necessaria un’attività di precisazione del contenuto del diritto di critica e di determinazione dell’ambito di esercizio. Quanto al primo aspetto, generalmente si ritiene che la critica giornalistica deve consistere in un dissenso motivato; quanto al secondo profilo, secondo costante insegnamento della Cassazione, deve rispettare i limiti costituiti: 1) dalla verità del fatto narrato; 2) dall’oggettivo interesse che detti fatti rivestono per l’opinione pubblica; 3) dalla correttezza con cui gli stessi vengono riferiti (c.d. continenza). A ben vedere, dunque, si tratta dei medesimi parametri fissati per il diritto di cronaca i quali però vengono valutati diversamente e con maggiore elasticità quando viene in rilievo l’esercizio del diritto di critica. E difatti: · quanto alla continenza della forma espositiva, detto limite viene superato solo quando l’articolista trascende nel campo dell’aggressione alla sfera morale altrui, colpendo su un piano individuale e senza alcuna finalità di pubblico interesse, la figura morale del soggetto criticato. Nel valutare tale aspetto non va dimenticato che il giornalista è portato a colpire l’attenzione del pubblico, a suscitarne l’interesse, ad indurlo a seguirlo nei suoi commenti e nelle sue tesi di fondo: quindi usare toni ed espressioni che siano atti al riguardo e che possono essere, a seconda dei casi, suadenti, suggestivi, ironici, mordaci, di valore ecc., e nei quali si rispecchiano, oltre che la sua personalità e la sua professionalità, anche il linguaggio corrente con i termini invalsi ed accettati nella comune polemica, specialmente in determinati settori ed ambienti, con una conseguente vera e propria desensibilizzazione del significato offensivo di talune espressioni; · quanto all’interesse pubblico, si ritiene che deve sussistere un interesse pubblico e sociale attuale alla conoscenza delle dichiarazioni, delle opinioni e dei giudizi espressi dal giornalista, da valutarsi in relazione all’idoneità delle persone e dei comportamenti criticati a richiamare su di sé una comprensibile e oggettivamente apprezzabile attenzione dell’opinione pubblica; · quanto alla verità, va premesso che la critica non si concreta nella narrazione di fatti, bensì si estrinseca in un giudizio (o, più genericamente, nella manifestazione di un’opinione), che sarebbe contraddittorio pretendere rigorosamente obiettiva ovvero assolutamente oggettiva. Posto, dunque, che la critica, per sua natura, si fonda su una interpretazione di fatti e comportamenti, che non può che essere soggettiva e, cioè, corrispondente all’angolazione individuale o al punto di vista di chi la manifesta, ne segue per cui che i giudizi critici non possono mai essere suscettibili di valutazioni che pretendano di ricondurli a verità oggettiva. Tutto ciò ovviamente nulla toglie alla circostanza che la critica rispetti la verità dei fatti dai quali ha tratto spunto per manifestarsi, i quali non devono essere alterati nei loro presupposti storici. Ci sono diversi tipi di critica (politica, giudiziaria, storica, scientifica, artistica, ecc.), a seconda dell’argomento che viene trattato, per ciascuno dei quali la giurisprudenza ha individuato - in applicazione ai suindicati principi - limiti più o meno marcati. Di seguito limiteremo il nostro esame a due particolari forme di critica: la critica politica e la critica giudiziaria. Quanto alla critica politica, anzitutto preme sottolineare che l’esercizio di pubblica critica e di censura politica, rappresentando un’insostituibile garanzia di civiltà e di progresso sociale, può esplicarsi in relazione alle più disparate attività interessanti, in senso ampio, lo svolgimento della vita politica e sociale. Questa maggior rilevanza dell’oggetto fa sì che, in quest’ambito, la tutela della reputazione si articoli entro spazi più ristretti a favore di un ampliamento dell’ambito di liceità del diritto di critica. Ne consegue che: · da un lato, è pienamente legittima la critica di un fatto ancora da verificare, ma probabile in base alla ragionevole valutazione di altri fatti invece certi; a condizione, peraltro: a) che il fatto in questione sia attinente alla vita politica nazionale e locale e rivesta un sufficiente grado di interesse per la collettività (requisito della pertinenza); b) che la rappresentazione di quel fatto come probabile o possibile sia ragionevole e derivi dalla concatenazione logica di fatti già accertati e correttamente riferiti; · dall’altro lato, la valutazione della correttezza e della civiltà delle espressioni usate è ulteriormente attenuata giacché l’esercizio di tale forma di critica è per sua natura caratterizzata dall’asprezza dei toni, ragion per cui, è ammesso un linguaggio aspro e colorito, con toni oggettivamente pesanti, così come sono ritenute legittime espressioni astrattamente offensive e soggettivamente sgradite alla persona cui sono riferite. E così, ad esempio, è stato escluso che espressioni quali “lottizzato” “zombi” e “portaborse” trasmodino nella contumelia, ovvero che siano pregne di una carica lesiva, posta la diffusa desensibilizzazione in ordine alla portata offensiva di determinate parole quando siano usate nell’ambito della critica politica. Tenendo tuttavia presente che anche nella polemica politica l’impiego di toni aspri e pungenti in nessun caso può giustificare l’uso di espressioni dirette unicamente a colpire l’avversario su un piano personale estraneo alla sfera politica ed espressione di semplice malanimo e disprezzo (in applicazione a tale principio sono state ritenute diffamatorie espressioni quali “pidocchio, mascalzone, burattino”, rivolte all’indirizzo di un antagonista). In definitiva, allorché il giornalista, in sede di critica relativa ad avvenimenti di interesse politico e sociale, obbedisca al potere-dovere di informazione sulle più importanti emergenze della vita individuale e sociale, osservando un linguaggio corretto e rispettoso della sfera privata della persona criticata, non ne offende l’onore, il decoro e la reputazione, poiché questi beni giuridici personali, non vengono vulnerati quando le espressioni adoperate investono la scelta politica del destinatario degli stessi. Per contro, invece, se non si rispetta la verità dei fatti da cui scaturisce la critica e la competizione politica diventa un mero pretesto per aggredire la reputazione altrui, non si può configurare l’esercizio del diritto di critica e le attribuzioni ad altri soggetti, anche se avversari politici, di fatti e comportamenti che comportino un giudizio di disistima, costituisce diffamazione. Quanto al diritto di critica giudiziaria, esso è la manifestazione di dissenso relativamente all’operato, alle decisioni ed agli atti compiuti da magistrati nell’ambito dell’esercizio delle funzioni demandategli. Ovviamente il diritto di critica può investire anche chi, come il magistrato, eserciti pubbliche funzioni, essendo un interesse collettivo il corretto e puntuale svolgimento dell’attività giudiziaria, inoltre, quanto più l’attività criticata è socialmente rilevante, tanto più aspra può essere la denuncia o la censura. Ciò premesso, vediamo che sono ritenute lecite le forme anche dure di dissenso purché questo appaia motivato e ragionato e sempreché non si risolvano in un attacco perso- Ricerca di giurisprudenza Sul diritto di critica in generale I n tema di diffamazione, quando il discorso giornalistico ha una funzione prevalentemente valutativa, non pone un problema di veridicità di proposizioni assertive e i limiti scriminanti del diritto garantito dall’art. 21 cost. sono solo quelli costituiti dalla rilevanza sociale dell’argomento e dalla correttezza di espressione; sicché, il limite all’esercizio di tale diritto deve intendersi superato, quando l’agente trascende ad attacchi personali, diretti a colpire, su un piano individuale, senza alcuna finalità di pubblico interesse, la figura morale del soggetto criticato, giacché, in tal caso, l’esercizio del diritto, lungi dal rimanere nell’ambito di una critica misurata ed obiettiva, trascende nel campo dell’aggressione alla sfera morale altrui, penalmente protetta. (Cass., 08.02.2000, Beha) espressione “tirapiedi” di un uomo politico, riferita ad un giornalista Tv nel corso di una trasmissione televisiva da parte di un ospite della stessa, ha contenuto obiettivamente diffamatorio e non è scriminata dall’esercizio del diritto di critica L’ 8 in quanto priva di interesse pubblico nonché scoordinata ed avulsa rispetto al contenuto della trasmissione; la quantificazione del danno arrecato al soggetto offeso deve tenere conto della peculiare forza suggestiva del mezzo radiotelevisivo sullo spettatore ma anche degli indici di ascolto Auditel della trasmissione e della notorietà del danneggiato, sia in assoluto, sia relativamente al pubblico tipico della trasmissione; l’editore dell’emittente televisiva che ha mandato in onda il programma non incorre in responsabilità per l’espressione diffamatoria pronunziata da un ospite giacché, trattandosi di trasmissione “in diretta”, risultava di fatto impedito il necessario controllo sul contenuto della stessa. (App. Milano, 19.05.1998, Soc. Rti c. Giani) a persona giuridica (nella specie, una fondazione) è legittimata a chiedere il risarcimento dei danni anche morali patiti per la diffamazione a mezzo stampa ravvisabile nella pubblicazione di articoli esorbitanti dal diritto di cronaca e di critica, ove il giornalista riferisca notizia ed esponga censure venendo meno all’obbligo di verifica L della verità dei fatti e di “continenza” della forma rispetto all’esigenza di manifestare l’assunto critico. (Trib. Milano, 21.01.1999, Fondaz. centro S. Raffaele Monte Tabor c. Vimercati) n tema di diffamazione a mezzo stampa l’esercizio del diritto di critica incontra i limiti della rilevanza sociale dell’argomento e della correttezza delle espressioni usate e presuppone una notizia che ad esso preesiste (momento che attiene ancora al diritto di cronaca), con la conseguenza che sussiste l’obbligo dell’articolista di esercitare la propria critica esclusivamente su dei fatti del cui nucleo fondamentale (con esclusione, cioè, dei fatti marginali, che pur se esatti, sono penalmente irrilevanti) ha verificato la corrispondenza al vero (fattispecie in cui la corte ha distinto tra oggetto della notizia sottoposta a critica, costituita dal rapporto di interessi di un giornalista con il gruppo Fininvest e dalla sua appartenenza politica al partito Forza Italia, e indizio di tale rapporto, costituito dal fatto marginale della pubblicazione di un libro presso la casa editrice Mondadori). (Cass., 08.05.1998, Rinaldi) el caso in cui la narrazione di fatti determinati sia esposta insieme alle opinioni di chi la compie, in modo da costituire allo stesso tempo esercizio del diritto di cronaca ed esercizio del diritto di critica, la valutazione della continenza sostanziale e formale, si attenua per lasciare spazio all’interpretazione soggettiva dei fatti che sono raccontati e per svolgere le censu- I N re che si vogliono esprimere (nel caso di specie la corte ha ritenuto non offensivo dell’onere e della reputazione di due magistrati un articolo giornalistico contenente considerazioni negative su un loro provvedimento giudiziario). (Cass., 27.04.1998, n. 4285, Scaduti c. Grevi) ussiste ipotesi di illecito diffamatorio là dove l’autore di articolo giornalistico di critica cinematografica, esorbitando dai limiti dell’interesse pubblico all’informazione e della continenza, dia notizia assimilabile ad un pettegolezzo e che non rispetti la proporzione tra fatto criticato e giudizio critico operando accostamenti negativamente suggestivi tra attrici realmente interpreti di film hard core e non. (Trib. Napoli, 1711.1998, Di Lazzaro c. Soc. Edime) l diritto di critica giornalistica, che rientra tra i diritti pubblici soggettivi inerenti alla libertà di pensiero e di stampa, deve consistere in un dissenso motivato, espresso in termini corretti e misurati e non deve assumere toni gravemente lesivi dell’altrui dignità morale e professionale; il limite all’esercizio di tale diritto deve intendersi superato quando l’agente trascenda in attacchi personali diretti a colpire, su un piano individuale, senza alcuna finalità di pubblico interesse, la figura morale del soggetto criticato, giacché, in tal caso, l’esercizio del diritto, lungi dal rimanere nell’ambito di una critica misurata ed obiettiva, trascende nel campo dell’aggressione alla sfera morale altrui, penalmente protetta. (Cass., 11.03.1998, Iannuzzi) S I TABLOID 10 2001 PER SAPERNE DI PIÙ FACCI G., Diritto di cronaca, diritto di critica e reputazione del magistrato, in Giur. it., 1999, 8; NATOLI R., La critica cinematografica ed i suoi (crescenti) limiti in Dir. inf., 1999, 909; BRESCIANI E., Opinioni espresse in ambito politico, lesione della reputazione e diritto di critica, in Nuova giur. civ., 1998, I, 268; nuto e limiti nale alla reputazione del singolo magistrato (ad esempio la critica traendo uno spunto occasionale dalla dimensione pubblica del magistrato, proceda a strumentalizzare aspetti della vita privata che ne investano in modo rilevante la sua dimensione esponenziale), tenendo comunque, presente che anche la conoscenza di comportamenti tenuti in privato da un soggetto pubblico, qual è un magistrato, può investire carattere di utilità sociale qualora tali comportamenti siano idonei a valere come indice di valutazione rispetto all’esercizio della funzione istituzionale esplicata dal soggetto medesimo. In altre parole, non si avrà il reato di diffamazione qualora i termini usati, pur se eccessivi e sovrabbondanti in rapporto al concetto da esprimere, siano diretti a censurare l’atto sotto profili di legittimità, di merito o anche di mera opportunità; per contro, ove la critica punti ad aggredire direttamente al magistrato autore dell’atto, nella sua integrità morale, personale o professionale, allora il giornalista dovrà essere in possesso di seri ed idonei mezzi di prova. In questo contesto si è ritenuto esorbitante il limite della correttezza del linguaggio l’attribuzione ad un magistrato di scopi di vanità personale, così come l’addebito di aver insabbiato delle indagini o ancora di aver mobilitato testimoni poco attendibili cercando di censurare la difesa. Per contro, la contestazione della legittimità ed opportunità di un provvedimento di applicazione di un magistrato ad altro ufficio riguardando una vicenda di indubbia rilevanza sociale e risultando agganciata a fatti oggettivi non è stata reputata illecita malgrado la pesantezza delle espressioni linguistiche utilizzate. Si noti, altresì, che qualora la critica consista nell’attribuzione di comportamenti asseritamente caratterizzati da parzialità, eccessiva discrezionalità o arbitrio, tale attribuzione ha una diversa valenza a seconda che essa riguardi un giudice (il quale, nell’esercizio della giurisdizione, deve essere necessariamente terzo ed ispirare il suo operato a rigorosi criteri di obiettività e serenità), o riguardi invece un magistrato del PM, il quale è istituzionalmente portatore dell’interesse a veder confermata, in sede giurisdizionale, con uso largamente discrezionale degli strumenti offertigli dall’ordinamento, la propria impostazione accusatoria (in applicazione di tali principi, la Suprema Corte ha ritenuto sussistere la scriminante del diritto di critica giornalistica, riformando la sentenza che aveva invece escluso detta scriminante nel caso di un giornalista che, in un articolo dal titolo “giustizia senza furori”, aveva tra l’altro scritto, con riferimento all’impugnativa proposta dal PM avverso un provvedimento di diniego di misure cautelari, se era possibile che, a fronte di ciò, si potesse non “prendere atto che ormai molti diritti fondamentali in questo paese sono diventati un optional affidato ai capricci di chiunque”). A ncorché esercitato in forma di satira, il diritto di critica, che deve essere riconosciuto a chicchessia e, in primo luogo, ai giornalisti, trova le sue radici nella libertà di manifestazione del pensiero tutelata dall’art. 21 Cost., soccombente soltanto rispetto alle violazioni del buon costume e dell’altrui sfera di legittima reputazione. (Gip Genova, 17.02.1994) lesivo della dignità professionale, alla cui tutela è chiamato l’ordine, e costituisce un abuso del magistero professionale, l’uso da parte del giornalista di espressioni inutili ed ininfluenti ai fini della manifestazione sia sostanziale che critica del proprio pensiero, espressioni che, rimarcando alcuni particolari tratti fisionomici degli appartenenti ad una determinata razza, fuoriescono dalla correttezza del linguaggio giornalistico e si presentano come disdicevoli, tanto da suscitare il risentimento della comunità di appartenenza delle persone oggetto dell’informazione. Nell’esercizio della funzione informativa, che può essere critica oltre che notiziale, è necessario manifestare il proprio pensiero in termini sostanzialmente e formalmente corretti e adeguati al compito professionale. (Consiglio naz. giornalisti, 06.12.1990, Panerai) l giornalista che nell’esercizio del diritto di critica ecceda colposamente nell’erronea ed inescusabile convinzione di rispettarne i limiti va assolto dall’imputazione di diffamazione perché il fatto non costituisce reato. (Trib. Roma, 11.01.1988, Pagone) È I TABLOID 10 2001 I LAGHEZZA P., Quanto vale l’onore del magistrato?, in Danno e resp., 1998, 793; GENNARI S., Responsabilità civile ed esercizio del diritto di critica giornalistica, in Resp. civ., 1997, 1001; COSENTINO F., La tonaca di don Abbondio e la toga del magistrato, in Danno e resp., 1996, 226; CASSELLA F. e MACRì M., Risarcimento dei danni per diffamazione a mezzo stampa: l’intervista giornalistica di un parlamentare a proposito di un’interpellanza lesiva della reputazione di alcuni magistrati, in Resp. civ., 1995, 919; MORRETTA G., Critica scientifica e diffamazione, in Nuova giur. civ., 1994, I, 584; L I VINCENTI E., Esercizio del diritto di critica e diffamazione a mezzo stampa, in Giur. merito, 1990, 120; BERTONI R., Diffamazione a partito politico, diritto di querela e libertà di critica, in Cass. pen., 1984, 1273. C ostituisce esercizio del diritto di critica e di cronaca giornalistica, e pertanto esula dall’ipotesi di diffamazione col mezzo della stampa aggravata dall’attribuzione di fatto determinato, definire il soggetto “speculatore” e “usuraio”, ricavando tali qualifiche dal resoconto di fatti veri, documentalmente provati e accertati con sentenza penale passata in giudicato. (Trib. Roma, 25.02.1984, Agnese) e espressioni giornalistiche per rientrare nell’ambito dell’esercizio del diritto di critica non possono venir meno all’obbligo della correttezza del linguaggio, come si conviene ad una comunicazione al pubblico del proprio pensiero e, soprattutto, al rispetto dell’altrui personalità, qualunque sia la posizione sociale o politica. (Cass., 07.06.1983, Pratesi) l diritto di cronaca e di critica giornalistica, che rientra fra i diritti pubblici soggettivi inerenti alla libertà di pensiero e di stampa, riconosciuti dall’art. 21 Cost., può essere esercitato a condizione che siano rispettati il limite della verità, che richiede almeno un serio accertamento, e il limite della continenza, il quale postula che la cronaca non vada al di là di quanto è strettamente necessario per l’appagamento del pubblico interesse all’informazione e che la critica non trasmodi in attacco personale consapevolmente lesivo della sfera privata altrui, senza alcuna finalità di pubblico interesse. (Cass., 06.02.1981, Marzullo) ostituisce legittimo esercizio del diritto di critica giornalistica la pubblicazione di un articolo in cui si affermi, a mo’ di valutazione sintetica e non di cronaca analitica, che l’accoglimento della proposta referendaria radicale in materia di aborto avrebbe comportato, circostanza obiettivamente inesatta, la totale abrogazione della l. 194/1978. (Trib. Roma, 13.02.1982, Ferrara) L I C Sulla critica politica ZENO-ZENCOVICH V., La reputazione del magistrato, in Dir. inf., 1986, 138; l diritto di critica, come qualificata forma di manifestazione della libertà di pensiero, deve ritenersi legittimamente esercitato anche quando si motivino le proprie opinioni ricorrendo a parole aspre e pungenti, di per sé insultanti, purché queste ultime siano razionalmente correlate ai fatti riportati ed ai giudizi espressi, essendo altresì congruenti al livello della contrapposizione polemica raggiunta (nella specie, è stato ritenuto legittimo l’uso di espressioni ingiuriose rivolte, nel corso di una intervista, al giornalista Enzo Biagi, promotore di un “referendum” televisivo sulla pena di morte). (Trib. Roma, 24.05.1985, Ferrarotti) l diritto di critica trova un limite funzionale anche nel modo e nella forma delle espressioni usate che non debbono risolversi in una manifestazione che si prospetti come vera e propria avversione determinata da animosità personale e che non deve concretizzarsi nel deliberato proposito di screditare l’attività professionale e la vita intima altrui, usando toni sarcastici, scherno e derisione; il privato cittadino non può mai erigersi a giudice delle altrui indegnità: può disapprovare, criticare e screditare anche con asprezza, specie nelle competizioni politiche, ma ciò deve fare mantenendosi comunque nei limiti della neessità dell’affermazione e della diffusione del suo pensiero; allorché invece egli trasmodi da tali limiti, il diritto di critica si trasforma in un’aggressione dell’altrui reputazione e quindi non può che conseguirne la responsabilità per il delitto di diffamazione; ma se nelle contese politiche è I ammesso e consentito un più ampio esercizio del diritto di critica, ciò non può in egual modo valere nel campo della critica giornalistica e ancor più in quella storica; quest’ultima deve infatti esser condotta con più freddo e meditato raziocinio, a mezzo cioè di una attenta e penetrante indagine sugli avvenimenti e sui fatti, per trarne poi giudizi anche polemici ed in opposizione, ma mai tali da coinvolgere l’intera personalità del soggetto che di essi sia stato interprete o protagonista; tali giudizi poi possono essere senz’altro negativi ed anche di grave e vivace dissenso, ma debbono essere sempre motivati ed espressi in termini corretti, misurati e obiettivi. (Cass., 30.05.1985, Tanini) a contestazione della legittimità ed opportunità di un provvedimento di applicazione di un magistrato ad altro ufficio allorché riguardi una vicenda di indubbia rilevanza sociale ed appaia agganciata a fatti oggettivi e presenti l’ulteriore requisito della continenza non costituisce il reato di diffamazione, malgrado la pesantezza delle espressioni linguistiche utilizzate. (Trib. L’Aquila, 17.01.1985, Viglietta) l diritto di critica giornalistica, che rientra tra i diritti pubblici soggettivi inerenti alla libertà di pensiero e di stampa, deve consistere in un dissenso motivato, espresso in termini corretti e misurati e non deve assumere toni gravemente lesivi dell’altrui dignità morale e professionale; il limite all’esercizio di tale diritto deve intendersi superato, quando l’agente trascenda ad attacchi personali, diretti a colpire, su un piano individuale, senza alcuna finalità di pubblico interesse, la figura morale del soggetto criticato, giacché, in tal caso, l’esercizio del diritto, lungi dal rimanere nell’ambito di una critica misurata ed obiettiva, trascende nel campo dell’aggressione alla sfera morale altrui, penalmente protetta. (Cass., 20.01.1984, Saviane) N on sussiste il delitto di diffamazione, ricorrendo la scriminante del legittimo esercizio del diritto di critica, allorché, nella competizione politica, vengano usati toni oggettivamente aspri e polemici o espresse opinioni con termini pungenti, purché oggetto della critica sia un aspetto della dimensione pubblica del destinatario, anche duramente contestato, e le frasi usate non siano volgarmente e gratuitamente offensive. (Cass., 17.08.2001, Valentini) n tema di diffamazione a mezzo stampa l’esercizio del diritto di critica è subordinato non solo al rispetto dei limiti della pertinenza, cioè dell’interesse pubblico all’informazione, intesa come correttezza formale dell’espressione, ma presuppone anche una notizia che ad esso preesiste (momento che attiene al diritto di cronaca), con la conseguenza che sussiste l’obbligo dell’articolista di esercitare la propria critica solo su dei fatti il cui nucleo fondamentale (con esclusione dei fatti marginali che sono penalmente irrilevanti) ha verificato la corrispondenza al vero. In tema di diffamazione a mezzo stampa, quando si verta in tema di critica politica, il limite entro cui questa può essere legittimamente esercitata è più ampio del consueto per la necessità di una più ampia base di informazione di cui ha bisogno la collettività per poter valutare criticamente l’azione delle forze politiche, la gestione dell’apparato politico-amministrativo e ogni altro fatto o evento rilevante di natura politica. Pertanto in materia di critica politica, l’interesse all’informazione, per la maggior rilevanza del suo oggetto, comprime la tutela della reputazione e legittima la critica di un fatto ancora da verificare, ma probabile in base alla ragionevole valutazione di altri fatti invece certi; a condizione, peraltro: a) che il fatto in questione sia attinente alla vita politica nazionale e locale e rivesta un sufficiente grado di interesse per la collettività (requisito della pertinenza); b) che la rappresentazione di quel fatto come probabile o possibile sia ragionevole e derivi dalla concatenazione logica di fatti già accertati e correttamente riferiti (requisito della continenza). (Cass., 09.08.2001, n. 3137, De Sandro c. Gianfanti) n tema di diffamazione, la critica politica consente di ritenere tollerato anche un linguaggio scorretto per effetto di una riconosciuta desensibilizzazione alla potenzialità offensiva ormai entrata nel costume; peraltro perché questa possa rilevare come scriminante occorre che esprima un dissen- I I so politicamente apprezzabile comportamento o anche solo alle estrinsecazioni verbali del soggetto che rivesta munus pubblico, mentre non deve risolversi mai in un immotivato attacco alla persona consistente in epiteti offensivi. (Cass., 23.01.2001, Coppini) indubitabile che la critica politica debba essere la più ampia e libera possibile, perché attraverso di essa si esercita il dovuto controllo sull’operato degli amministratori pubblici. Ed è altresì pacifico che la critica politica debba essere anche incisiva e, quindi, anche l’uso di espressioni forti può essere, tenuto conto dell’importanza degli argomenti trattati, consentita. Tuttavia, quando si tratti non di critiche generiche o di contestazioni di una complessiva linea politico-amministrativa, ma dell’attribuzione a singole persone che esercitino pubbliche funzioni di fatti lesivi dell’onore o addirittura costituenti reato, i fatti debbono essere veri (nella fattispecie l’imputato è stato condannato per aver accusato un assessore di aver procurato danni all’Erario comunale facendo “spendere somme non erogabili onde sovvenzionare la partecipazione di terzi a gite scolastiche”, fatto della cui veridicità, secondo l’accertamento del giudice di merito, non era stata offerta alcuna prova) (Cass., 06.12.2000, Battaglia) a critica politica, per quanto aspra e virulenta, per scriminare il reato di diffamazione non può mai trasmodare in gratuite aggressioni della sfera personale del patrimonio morale del destinatario. (Cass., 21.11.2000, Bottoni) l limite della continenza verbale, il cui superamento rende illecito l’esercizio del diritto di critica, va osservato anche nell’esercizio della critica politica, se pure in questo caso possa essere valutato con minor rigore, e tenendo conto della circostanza che la critica politica è per sua natura caratterizzata dall’asprezza dei toni. (Cass., 07.11.2000, n. 14485, Soc. ed. L’Espresso c. Vespa) l legittimo esercizio della critica politica, riconosciuto ad ogni cittadino, pur potendo sopportare toni aspri e di disapprovazione, non può trasmodare nell’attacco personale e nella pura contumelia, con lesione del diritto di altri all’integrità morale. (Cass., 27.06.2000, n. 8734, Onorato c. Cossiga) l limite del diritto di critica deve intendersi superato quando l’agente trascenda in attacchi diretti a colpire, sul piano personale e senza alcuna finalità di pubblico inte- È L I I I 9 GIUDICI & OPINIONISTI segue/ Sulla critica politica resse, la figura morale del soggetto criticato; a maggior ragione detto limite deve ritenersi superato quando, per qualificare negativamente un personaggio politico, venga offesa la reputazione di altri soggetti, anche se a lui collegati da vincoli di parentela, essendo costoro del tutto estranei alle vicende che hanno dato spunto alle dichiarazioni diffamatorie (nella fattispecie, la corte ha rigettato il ricorso dell’imputato, condannato in primo e secondo grado per avere indicato, in un articolo giornalistico, la persona offesa quale “figlio di padre mafioso, schedato e di nonno mafioso schedato”). (Cass., 09.12.1998, Gelli) n tema di diffamazione a mezzo stampa, poiché il linguaggio della polemica politica può assumere toni più pungenti ed incisivi rispetto a quelli comunemente adoperati nei rapporti interpersonali tra privati, non costituisce reato definire intimidatoria la proposizione di querela da parte di un pubblico amministratore nei confronti di un suo avversario politico, il quale aveva sollevato dubbi sulla regolarità del suo operato; invero, pur essendo, sul piano strettamente giuridico, impropria l’espressione (in quanto è certamente legittimo l’esercizio del diritto di querela), detta espressione è tuttavia giustificabile in considerazione della naturale vivacità che caratterizza la polemica tra contrapposte posizioni politiche e del fatto che l’uomo pubblico è esposto a forme di critica, anche dure, a causa dell’interesse che le sue azioni suscitano nei cittadini. (Cass., 26.11.1998, Casanova) l diritto di critica, che nel corso delle competizioni elettorali consente anche toni aspri e di disapprovazione, non deve trasmodare nell’attacco personale e nella pure contumelia; la polemica politica in nessun caso può perciò giustificare l’uso di espressioni quali: “pidocchio, mascalzone, burattino” rivolte all’indirizzo di un antagonista. (Cass., 05.11.1997, Farassino) ostituisce esercizio del diritto di cronaca e di critica la pubblicazione di un libro contenente notizie e informazioni, diffuse negli ambienti interessati, su un imprenditore avente una posizione pubblica di grandissimo rilievo in campo economico e sociale, acquisite con una seria ricerca (su articoli di giornali, relazioni e atti di una commissione parlamentare di inchiesta, rapporti di polizia giudiziaria, atti societari depositati presso uffici pubblici, sentenze e altri atti pubblici), esposte in termini formalmente e sostanzialmente corretti (nella specie, è stato negato carattere diffamatorio a gran parte delle notizie, informazioni e valutazioni contenute nel libro Berlusconi inchiesta sul signor Tv di Giovanni Ruggeri e Mario Domenico Saulle detto Mario Guarino). (Trib. Roma, 02.05.1995, Berlusconi c. Ruggeri) configurabile il reato di diffamazione a mezzo stampa, allorché si ponga in essere un comportamento che trascenda i limiti della scriminante dell’esercizio del diritto di critica politica, consistendo questo, piuttosto, in un gratuito attacco personale, espressione di semplice malanimo e disprezzo per la persona oggetto della critica; un siffatto comportamento non trova tutela alcuna nell’ordinamento, essendo privo di ogni possibile giustificazione. (Trib. Perugia, 28.03.1995, Modena c. Granocchia) ottizzato” e “portaborse” sono termini cui da anni si ricorre ormai comunemente nel linguaggio critico giornalistico per designare due momenti dello stesso fenomeno di schieramento, di inserimento in una struttura in ragione di un’appartenenza ad un’area politica, di adesione talora incondizionata agli orientamenti di un partito o di un leader; è da escludere che tali espressioni trasmodino nella contumelia, ovvero che siano comunque pregne di una carica lesiva non attenuata dalla diffusa desensibilizzazione in ordine I I C È “L 10 alla portata offensiva di determinate parole quando siano usate nell’ambito della critica politica. (Trib. Roma, 24.03.1995, Scalari) consentito, nell’ambito delle contese di natura politica o sindacale, esprimersi con toni o modi di disapprovazione e riprovazione, anche molto aspri, purché la critica non si risolva in un attacco personale, vale a dire portato direttamente alla sfera privata dell’offeso, o in una contumelia lesiva dell’onorabilità dell’avversario come singola persona. (Trib. Massa Carrara, 30.06.1994, Bertozzi) uando uno scritto contiene notizie ed opinioni, fatti e critiche, sì da costituire esercizio ad un tempo del diritto di cronaca e di critica, è in relazione a ciascun contenuto espressivo che vanno applicati i corrispondenti (diversi) limiti scriminanti che sono propri della cronaca e della critica; a meno che l’interprete non ritenga che l’articolo, valutato nel suo complesso, sia prevalentemente e significativamente esercizio del diritto di cronaca o di critica, nel qual caso è da accordare rilievo esclusivo all’una o all’altra causa di giustificazione (nella specie, la cassazione ha ritenuto scriminato in base all’esercizio del diritto di critica il giudizio espresso da un giornalista sulla diffusione, da parte del leader radicale Marco Pannella, di materiale audiovisivo riguardante il sequestro Cirillo). (Cass., 16.04.1993, Barile) on possono ritenersi lesive dell’onore e della reputazione di una persona affermazioni anche vivacemente critiche di quest’ultima - e tali, se considerate in astratto, da essere stimabili diffamatorie qualora le medesime vertano su argomenti di sicuro rilievo sociale, non alterino la verità dei fatti ovvero sfuggano ad un giudizio in termini di verità (consistendo in semplici giudizi critico-interpretativi di quei fatti, in sé considerati) e possano ritenersi continenti dal punto di vista della forma espositiva: requisito quest’ultimo da valutarsi avuto riguardo al particolare ambito (nel caso di specie, quello della critica politica) in cui si inseriscono le affermazioni stesse. (Trib. Roma, 11.02.1993,Vespa c. Valentini) uso di un linguaggio astrattamente insultante non lede il diritto alla reputazione se funzionalmente connesso con il giudizio critico manifestato, riconducibile al legittimo esercizio del diritto di critica politica. (Trib. Roma, 10.02.1993, De Marzio c. Fini) ffinché si ravvisi l’esimente del diritto di critica politica rispetto al delitto di diffamazione è necessario che i fatti diffusi siano veri, che sussista un interesse pubblico alla loro divulgazione, che sia rispettato infine il limite della c.d. continenza o correttezza formale, nel senso che anche un linguaggio aspro e colorito, con toni oggettivamente pesanti, può essere adeguato alla competizione politica. (Trib. Perugia, 25.01.1993, Granocchia) on può reputarsi sussistente il delitto di diffamazione a mezzo della stampa, quando il commento e l’interpretazione offerti dal giornalista evidenzino una connessione, non speciosa né pretestuosa, tra il fatto censurabile ed il commento, cosicché questo può contenere anche apprezzamenti e congetture, ma senza che sia travalicato l’ambito ragionevole di riferibilità al fatto reale, operando a tutto concedere in questa prospettiva la scriminante dell’esercizio putativo del diritto di critica (nel caso di specie, è stata ritenuta insuscettibile di integrare la fattispecie criminosa della diffamazione l’affermazione contenuta in un articolo, secondo cui il condannato per un singolo reato di estorsione, era in effetti abitualmente dedito ad attività del medesimo genere, sussistendo fondati sospetti in tal senso). (App. Roma, 16.02.1993, Radice) l diritto costituzionalmente garantito di critica politica prevale sul diritto del querelante alla reputazione, quando È Q N L’ A N I quest’ultimo sia un uomo politico pubblico e le espressioni usate non sconfinino nella contumelia; il criterio di valutazione, in simili circostanze, deve essere diverso; l’attacco all’uomo politico, infatti, da parte di un giornale politicamente impegnato, può essere portato con argomenti e con termini che potrebbero essere ritenuti lesivi della reputazione di un comune cittadino, tanto più che nella lotta politica, specie in concomitanza delle competizioni elettorali, si è determinata una certa desensibilizzazione del significato offensivo di talune parole. (Cass., 02.10.1992, Valentini) a legittimità dell’esercizio del diritto di critica politica, garantito dalla costituzione, trova un primo limite nella necessità che la critica non trasmodi in un attacco alla sfera privata della persona, dovendo sussistere un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti. L’obbligo di rispettare la verità obiettiva dei fatti nell’esercizio del diritto di critica politica è meno rigoroso che nell’esercizio del diritto di cronaca. (Trib. Pescara, 15.02.1991, Ciarma) on difetta del requisito della continenza, e pertanto non è lesiva della reputazione, la critica artistica che, benché aspra, è omogenea per tono e contenuto al dibattito in corso attorno allo stesso tema (nella fattispecie: politica culturale di un’amministrazione comunale). (Trib. Milano, 25.01.1988, Mari c. Politi) l diritto di critica politica, garantito dall’art. 21 cost., può essere esercitato entro e non oltre i limiti della necessità dell’affermazione e della diffusione delle idee politiche professati, ed è anche condizionato dall’obbligo di rispettare la verità obiettiva delle affermazioni che si immedesimano in fatti determinati, perché, se si trascende da tali limiti e non si rispetta la verità obiettiva e la competizione politica diventa un’occasione per aggredire la reputazione altrui (bene garantito anche esso dall’art. 2 Cost.), non si può configurare l’esercizio del diritto di critica e le attribuzioni ad altri anche se avversari politici, di fatti e comportamenti che comportino un giudizio di disistima costituisce diffamazione. (Cass., 12.02.1987, Pippucci) llorché il giornalista, in sede di critica relativa ad avvenimenti di interesse politico e sociale, obbedisca al poteredovere di informazione sulle più importanti emergenze della vita individuale e sociale, osservando un linguaggio corretto e rispettoso della sfera privata della persona, non offende l’onore, il decoro e la reputazione della stessa, che sono beni giuridici personali, non vulnerati quando le espressioni adoperate investono la scelta politica del destinatario degli stessi (nella specie, un redattore e il direttore responsabile dell’Unità erano stati assolti dal delitto di diffamazione a mezzo stampa e dall’omesso esercizio di controllo sullo stesso, in danno di esponenti del partito radicale che li avevano denunciati per avere pubblicato in prima pagina un articolo dal titolo “infame ricatto: pubblicate tutto entro quarantotto ore o uccideremo D’Urso”, il cui contenuto era ritenuto dai querelanti diffamatorio). L’esercizio di pubblica critica e di censura politica, costituendo un diritto che trova risalto come insostituibile garanzia di civiltà e di progresso sociale nei principi di libertà affermati dalla Costituzione e che può esplicarsi in relazione alle più disparate attività interessanti in largo senso lo svolgimento della vita politica e sociale, non varca i confini della liceità, anche se la critica e la censura siano espresse in modo e in termini corrispondenti agli estremi di una fattispecie penale (in particolare delitti contro l’onore), purché il comportamento risulti penalmente giustificato entro i limiti del diritto stesso, vertendosi, in tal caso, nella causa di giustificazione dell’esercizio di un diritto e cioè nel rispetto della verità e nell’interesse pubblico. (Cass., 12.12.1986, Mennella) L N I A N on costituisce diffamazione col mezzo della stampa definire, in un articolo di un giornale quotidiano, “anarchico” l’esponente di un partito, in quanto tale termine, sia pure in forma icastica e sintetica, designa una tensione ideale che, secondo il costume politico, può ben formare oggetto di critica giornalistica. (Trib. Trento, 09.05.1986, Trentini) on possono ritenersi lesive della reputazione, ma appartengono alla sfera della polemica politica lecita, espressioni come “fatto incredibile e di eccezionale gravità”, “aver scomodato gli archivi comunali in una vicenda in cui sarebbe bastato un minimo di buon senso per evitare” l’accaduto, riferite a persona avente veste di sindaco di un comune, né può essere considerato diffamatorio nei suoi confronti l’avere ricordato che egli “sarebbe stato più volte definito in consiglio comunale un autentico stalinista”, appartenente ad una parte dedita alla “obbedienza cieca, pronta e assoluta”. (Trib. Parma, 30.10.1985, Molossi) ostituisce esercizio del diritto di critica e di cronaca giornalistica, e pertanto esula dall’ipotesi di diffamazione col mezzo della stampa, riferire delle iniziative di un partito politico volte a favorire il rilascio di un ostaggio, mediante alcune concessioni agli autori del sequestro, ed avanzare, nel contesto del resoconto giornalistico, critiche, anche in termini oggettivamente pesanti, nei confronti di alcuni rappresentanti di rilievo dello stesso partito (nella specie: si è ritenuto scriminato ex art. 51 c.p. un articolo apparso sul quotidiano l’Unità durante le trattative per la liberazione del giudice D’Urso, rapito dalle brigate rosse, e nel quale i dirigenti del partito radicale Aglietta, Pannella e Rutelli venivano definiti “amici”, “fiancheggiatori”, “interpreti autorizzati” e “servitori” dei terroristi, in quanto dichiaratamente propensi a cedere al ricatto dei rapitori, che pretendevano la diffusione da parte dei “mass media” di un loro comunicato, quale condizione per il rilascio del magistrato). (Trib. Roma, 23.02.1985, Mennella) n tema di diffamazione a mezzo stampa, la legittimità dell’esercizio del diritto di critica politica va desunto da quello di libera espressione della propria opinione nonché di informazione pluralistica; il limite è costituito dalla necessità che la critica politica non trasmodi in attacco alla sfera privata della persona, e che sussista un pubblico interesse alla conoscenza dei fatti. Non sussiste il delitto di diffamazione a mezzo stampa, qualora l’agente eserciti il diritto di cronaca e di critica politica, anche se espresso con vis polemica, purché manchi il suo personale giudizio di certezza in merito alla veridicità dei fatti riferiti e sussista l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti (nella specie: trattavasi di un ciclostilato affisso nella bacheca della sede di un partito politico di Arezzo; nel volantino erano state riportate frasi lette dal capogruppo dello stesso partito alla seduta del consiglio comunale unitamente ad ampi stralci della ordinanza di rinvio a giudizio degli imputati della strage del treno Italicus; in detto ciclostilato si affermava che il querelante “sarebbe stato il finanziatore e lo sponsorizzatore dei neofascisti aretini” e che un volantino di rivendicazione di un attentato “sarebbe stato scritto sotto sua dettatura”). (Cass., 27.06.1984, Nenci) N C I TABLOID 10 2001 figura manzoniana di Don Abbondio, avendo un significato offensivo, lesivo della considerazione che un giudice deve avere nell’ambiente professionale e nel corpo sociale, che va oltre il diritto di critica, particolarmente esercitabile nell’ambito giudiziario con la manifestazione di fisiologico dissenso rispetto a determinazioni discrezionali dei magistrati, senza degenerare nel mero insulto di cui possa cogliersi solo l’aspetto dispregiativo; è peraltro configurabile l’applicabilità delle attenuanti dei motivi di particolare valore sociale o morale nel caso in cui l’espressione anzidetta sia stata dettata da ribellione morale di fronte alle disfunzioni giudiziarie ed alla volontà di fornire un contributo alla lotta alla criminalità organizzata attraverso la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e degli stessi organi giudiziari competenti. (Trib. Milano, 24.11.1995, Cavallaro) on trova applicazione la scriminante dell’esercizio del diritto di critica nel caso in cui oggetto della pubblicazione siano fatti non veritieri; inoltre, l’attribuzione di qualità narcisistiche ed esibizionistiche ad un magistrato, lungi dal rappresentare legittimo esercizio del diritto di critica, costituisce violazione delle più elementari regole di correttezza professionale posto che, inserita nell’economia complessiva dell’articolo, diventa lo strumento utilizzato per una lettura in chiave negativa anche dal punto di vista morale e non solo professionale della personalità del magistrato descritto (nella specie, il tribunale ha ritenuto che l’inserimento del solo nome di Felice Casson all’interno di un articolo impostato fin dalla sua apertura con un taglio gravemente denigratorio nei confronti dell’attività della magistratura in genere, induce maliziosamente ad un immediato collegamento tra la persona del giudice Casson e le notizie negative riportate nel testo, e che le espressioni utilizzate dall’articolista non potessero essere valutate come esercizio di una critica corretta e civile). (Trib. Monza, 25.03.1994, Montanelli) l diritto di critica può investire anche chi, come il magistrato, eserciti pubbliche funzioni, essendo un interesse collettivo il corretto svolgimento dell’attività giudiziaria. Quanto più l’attività criticata è socialmente rilevante, tanto più aspra può essere la denuncia o la censura. Non si cade nell’illecito se il giudizio si presenta come necessaria conclusione di una rigorosa analisi di fatti veri. Deve quindi ritenersi lecito il diritto di critica, anche in termini aspri e polemici, delle decisioni giudiziarie, essendo l’operato dei giudici sottoposto anche al controllo dell’opinione pubblica ed essendo interesse della collettività che l’attività giudiziaria venga esercitata in modo corretto e puntuale. Contestualmente deve essere tuttavia sottolineato che tale diritto non può risolversi in incivile denigrazione diffamatoria dovendosi tutelare l’integrità morale del magistrato, come quella di ogni altro homo publicus, nella sua intangibile sfera di onorabilità. (Trib. Lecce, 27.06.1988, Morea) ostituisce diffamazione col mezzo della stampa il riferire su un settimanale dello sfogo di un avvocato, in attesa che sia pronunciata sentenza penale nei confronti del suo assistito, riportando anche espressioni pesantemente critiche sulla persona e sul comportamento processuale di alcuni magistrati (nella specie, sono state ritenute diffamatorie le parole “fesso” e “coglioneria” che l’avvocato Dall’Ora, difensore di Enzo Tortora, aveva adoperato in N Sulla critica giudiziaria N on può giustificarsi né con il diritto di critica né con quello di cronaca l’affermazione, oggettivamente diffamatoria, contenuta in uno scritto giornalistico, secondo cui taluni magistrati, nominativamente indicati, avrebbero costituito quella che, nella città in cui essi prestavano servizio, sarebbe stata definita “la triade dell’immobilismo”, in contrapposizione all’asserito impegno innovativo e moralizzatore di altri colleghi sopraggiunti, quando detta affermazione, per un verso (con riguardo al diritto di critica), non risulti accompagnata da un pur minimo ed implicito contributo di pensiero suscettibile di essere promosso al rango di giudizio critico; per altro verso (con riguardo al diritto di cronaca), nel riportare come fatto un giudizio altrui, ometta tuttavia di collocarlo in un ben preciso contesto valutativo e descrittivo, indicando la plausibilità e l’occasione del suddetto giudizio, come pure le ragioni e la credibilità di coloro che lo hanno espresso, sì da rendere chiaro che il giornalista abbia svolto soltanto la funzione del terzo osservatore per conto del pubblico dei lettori. (Cass., 17.11.1999, Giustolisi) on costituisce reato di diffamazione la critica ad un magistrato per l’esternazione, in dibattiti, interviste giornalistiche e televisive, di opinioni su argomenti legislativi, economici, sociali, politici, religiosi e di politica giudiziaria, rivolta da parte di chi lo ritenga, a torto o a ragione, destinatario del onus publicus di doverosa riservatezza; esternando il proprio pensiero extra moenia, infatti, il magistrato finisce, in ultima analisi, per fare politica, pur nel senso etimologico di attività intellettuale, funzionale alla buona gestione della polis e si espone al rischio di giudizi di valore ed apprezzamenti positivi o negativi, cioè, in altri termini, di critiche politiche le quali, per principio, sono legittime, se contenute nel linguaggio e non pretestuosamente sostenute dalla finalità politica per realizzare, in effetti, solo una volgare denigrazione. Le critiche rivolte ad un magistrato, cui si addebiti un atteggiamento di parzialità e di “reggenza o supplenza politica”, nonché una concezione del procedimento penale come strumento di difesa sociale possono avere una diversa valenza a seconda che siano rivolte al PM, che è parte, sia pure pubblica, nel processo, o al giudice che, nell’esercizio della giurisdizione, deve essere necessariamente terzo, senza che, peraltro, la diversità dei ruoli possa mai giustificare l’accusa di asservimento della funzione giudiziaria ad interessi partitici (nella specie, in applicazione di detti principi, la suprema corte ha escluso il carattere diffamatorio dell’espressione “difficilmente magistrati come Casson, Caselli, Cordova potranno fare politica e “giustizia” dai teleschermi”, contenuta in uno scritto illustrativo delle prospettive che, ad avviso dell’autore, si sarebbero aperte successivamente all’esito delle elezioni politiche del 1994; espressione che la suprema corte ha ritenuto essere stata arbitrariamente intesa dai giudici di merito nel senso che ai nominati magistrati sarebbe stata rivolta l’accusa di “approfittare dell’ufficio ricoperto per perseguire fini estranei e incompatibili e piegare l’attività giudiziaria a fini politici e di parte, avvalendosi della televisione pubblica quale strumento improprio per fare politica al riparo della toga”). (Cass., 24.09.1998, Buffa) n tema di diffamazione a mezzo stampa, avente ad oggetto attività giudiziaria, l’esimente del diritto di critica giornalisti- N I TABLOID 10 2001 ca va riconosciuta o esclusa - nel presupposto che si sia comunque in presenza di un reato (quello, appunto di diffamazione) da riguardarsi come perfetto nella sua struttura oggettiva e soggettiva - a seconda che, rispettivamente, i termini usati, pur se eccessivi e sovrabbondanti in rapporto al concetto da esprimere, siano diretti a censurare l’atto sotto profili di legittimità, di merito o anche di mera opportunità, ovvero puntino ad aggredire direttamente al magistrato autore dell’atto, nella sua integrità morale, personale o professionale, dovendosi inoltre considerare che quando la critica consista nell’attribuzione di comportamenti asseritamente caratterizzati da parzialità, eccessiva discrezionalità o arbitrio, tale attribuzione ha una diversa valenza a seconda che essa riguardi un giudice (il quale, nell’esercizio della giurisdizione, deve essere necessariamente terzo ed ispirare il suo operato a rigorosi criteri di obiettività e serenità), o riguardi invece un magistrato del PM, il quale è istituzionalmente portatore dell’interesse a veder confermata, in sede giurisdizionale, con uso largamente discrezionale degli strumenti offertigli dall’ordinamento, la propria impostazione accusatoria (nella specie, in applicazione di tali principi, la suprema corte ha cassato senza rinvio, ritenendo sussistente la scriminante del diritto di critica giornalistica, la sentenza che aveva invece escluso detta scriminante nel caso di un giornalista che, in un articolo dal titolo “giustizia senza furori”, aveva tra l’altro scritto, con riferimento all’impugnativa proposta dal PM avverso un provvedimento di diniego di misure cautelari, se era possibile che, a fronte di ciò, si potesse non “prendere atto che ormai molti diritti fondamentali in questo paese sono diventati un optional affidato ai capricci di chiunque”). (Cass., 04.12.1998, Soluri) n tema di diffamazione (nella specie in danno del procuratore della repubblica presso il tribunale di Palermo, dott. Caselli), è corretto ritenere l’offensività, per un uomo prima che per un magistrato, di frasi che attribuiscono fatti specifici che sottendono mancanza di personalità, di dignità, di autonomia di pensiero, di coerenza e di onestà morale, nonché comportamenti che indicano in modo esplicito deviazioni dai propri doveri d’ufficio; né il fatto può trovare giustificazione nell’esercizio del diritto di critica, quando risulti assente il pur minimo ed implicito contributo di pensiero suscettibile di essere promosso al rango di giudizio critico e di tentativo di ironia. (Cass., 09.10.1998, Montanelli) a valenza diffamatoria di una espressione ha carattere relativo, essendo l’onore e la reputazione stessi valori relativi, influenzabili dall’appartenenza del soggetto passivo ad un determinato gruppo sociale, culturale o professionale; un attentato alla sfera della reputazione soggettiva, effettuato con uno scritto giornalistico, per essere scriminato dalla ricorrenza del diritto di cronaca o critica deve presentare i caratteri dell’interesse sociale alla conoscenza della notizia, della verità dei fatti e della continenza formale in sede espositiva, intesa alla stregua di correttezza del linguaggio; travalica i limiti della continenza formale, con la conseguente inapplicabilità della scriminante in oggetto, l’attribuzione, in un articolo giornalistico, della patente di pavidità alla persona di un magistrato impegnato in processi di lotta alla mafia, tramite l’accostamento alla I L I C relazione al sostituto procuratore della repubblica ed al giudice istruttore nel processo contro la c. d. Nuova camorra organizzata di Napoli). (Trib. Roma, 03.10.1986, Calderoni) on è consentita la divulgazione di fatti che nella loro materialità oggettiva rivestono gli estremi della diffamazione, salvo che ragioni di pubblico interesse richiedano che anche tali fatti siano conosciuti, come avviene per tutti quegli avvenimenti interessanti la vita collettiva e le persone che ne sono protagoniste, la conoscenza dei quali è essenziale alla formazione della pubblica opinione, in modo che ognuno possa fare le proprie scelte nel campo religioso, politico, della scienza e della cultura; in tali casi prevale l’interesse pubblico all’informazione e si legittima, a termini dell’art. 51 c.p., la divulgazione anche di fatti oggettivamente diffamatori, purché siano veri, o almeno seriamente accertati, e la divulgazione rispetti il limite della continenza, cioè avvenga in termini di adeguatezza e usi forme espressive corrette, anche senza evitare coloriture e toni aspri rientranti nel costume e termini oggettivamente offensivi che non hanno equivalenti, purché non siano sovrabbondanti ai fini del concetto da esprimere; rientrando la puntuale e corretta applicazione della attività giudiziaria nell’interesse della collettività, niente di ciò che il magistrato fa o dice anche in sede privata può dirsi indifferente alla pubblica opinione, quando le cose dette o fatte siano idonee a valere come indici di valutazione rispetto all’esercizio delle funzioni. (Cass., 23.04.1986, Emiliani) remesso che il diritto di cronaca e di critica giudiziaria, pur potendo esplicarsi in forme aspre e polemiche, rimane vincolato all’obbligo della correttezza dei termini da usare, risponde del reato di diffamazione a mezzo stampa il giornalista che in un articolo usi espressioni cariche di significato offensivo, oltre che critico, lesive della considerazione di cui gode un magistrato nel suo ambiente professionale e, più in generale, nel corpo sociale (nella specie, sono stati ritenuti responsabili del reato di diffamazione il direttore dell’Avanti, altri giornalisti ed alcuni deputati socialisti, per avere offeso la reputazione del pubblico ministero nel processo “Barbone-Tobagi”, qualificandone il comportamento in termini di immoralità, parzialità, intimidazione, collusione con la difesa e simili). (Trib. Roma, 22.11.1985, Intini) n tema di diffamazione a mezzo stampa, l’integrità morale della personalità di un magistrato, come di ogni altro homo publicus, va tutelata nella sua intangibile sfera di onorabilità; è pur vero infatti che la critica e la cronaca possono essere tanto più larghe e penetranti, quanto più alta è la posizione pubblica della persona, e che rientra nell’interesse della collettività nazionale la corretta e puntuale esplicazione dell’attività giudiziaria ma è altrettanto incontestabile che nei confronti di un giudice, sono del pari operanti i limiti del potere-dovere conferito al giornalista di ragguagliare il lettore sulle più notevoli ed importanti emergenze della vita individuale ed associata; tali limiti vanno individuati nella verità della notizia pubblicata, nel pubblico interesse alla conoscenza dei fatti, nella correttezza del linguaggio. (Cass., 23.01.1984, Franchini) N P I Sabrina Peron, avvocato in Milano Ordine/Tabloid ORDINE - TABLOID periodico ufficiale del Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia Mensile / Spedizione in a. p. (45%) - Comma 20 (lettera B) art. 2 legge n. 662/96 Filiale di Milano - Anno XXXII - Numero 10, dicembre 2001 Direttore responsabile Condirettore FRANCO ABRUZZO BRUNO AMBROSI Direzione, redazione, amministrazione - Via Appiani, 2 - 20121 Milano Tel. 02/ 63.61.171 - Telefax 02/ 65.54.307 Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia Franco Abruzzo presidente; Brunello Tanzi vicepresidente; Letizia Gonzales consigliere segretario; Davide Colombo consigliere tesoriere. Consiglieri: Bruno Ambrosi, Sergio D’Asnasch, Liviana Nemes Fezzi, Cosma Damiano Nigro, Paola Pastacaldi. Collegio dei revisori dei conti Alberto Comuzzi, Maurizio Michelini e Giacinto Sarubbi Direttore dell’OgL Elisabetta Graziani Segretaria di redazione Teresa Risé Realizzazione grafica: Grafica Torri Srl (coordinamento Franco Malaguti, Marco Micci) Stampa Stem Editoriale S.p.A. Via Brescia, 22 - 20063 Cernusco sul Naviglio (Mi) Registrazione n. 213 del 26 maggio 1970 presso il Tribunale di Milano. Iscritto al n. 983/ 1983 del Registro nazionale della Stampa Comunicazione e Pubblicità Comunicazioni giornalistiche Advercoop - Via G.C.Venini, 46 - 20127 Milano Tel. 02/ 261.49.005 - Fax 02/ 289.34.08 La tiratura di questo numero è stata di 21.500 copie Chiuso in redazione il 20 novembre 2001 11 PROFESSIONE E PREVIDENZA La libertà di cumulo Una grande questione che riguarda la tutela della dignità di ogni giornalista in pensione Premessa. Attribuzioni dei consigli dell’Ordine dei giornalisti e diritto di “esternazione” del presidente del Consiglio dell’Ordine dei giornalisti 1 Il giornalista professionista Gabriele Cescutti, presidente dell’Inpgi, in data 9 ottobre 2001 ha indirizzato due lettere. La prima (prot. 024571) ai signori ministri in indirizzo e al sottosegretario di Stato al ministero del Lavoro e la seconda (prot. 326) ai giornalisti presenti nel Consiglio e nel Collegio dei revisori dei conti dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Le due lettere sono le facce di una unico attacco volto a limitare i diritti costituzionali del presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Come cittadino della Repubblica italiana e della Ue, Franco Abruzzo ha sia il diritto di manifestare liberamente il suo pensiero e sia il diritto di critica (artt. 21 della Costituzione italiana; 10 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo e 2 della legge professionale n. 69/1963). L’articolo 2 della legge professionale n. 69/1963 aggiunge: “È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”. Il presidente di un Ordine professionale può inoltre rilasciare pareri sulle questioni collegate all’esercizio della professione. L’articolo 11 della legge professionale n. 69/1963 configura le attribuzioni dei Consigli dell’Ordine dei giornalisti. Ogni Consiglio dell’Ordine: a) cura l’osservanza della legge professionale e di tutte le altre disposizioni in materia; b) vigila per la tutela del titolo di giornalista, in qualunque sede, anche giudiziaria, e svolge ogni attività diretta alla repressione dell’esercizio abusivo della professione; c) cura la tenuta dell’Albo, e provvede alle iscrizioni e cancellazioni; d) adotta i provvedimenti disciplinari (al riguardo va osservato che, con la sentenza n. 505/1995, la Corte costituzionale ha dato uno status di giudice amministrativo disciplinate ai Consigli degli Ordini). “Giornalisti e editori sono tenuti a promuovere la cooperazione fra giornalisti e editori” (articolo 2, terzo comma, della legga n. 69/1963). Gli editori, organizzati nella Fieg, nel “sistema Inpgi” sono parte sociale (al pari della Fnsi), non nemici di classe (come lascia intendere il presidente dell’Inpgi) L’ordinamento giuridico, quindi, attribuisce ai presidenti degli Ordini un ruolo di propulsione, di coordinamento, di iniziativa, di istruttoria, di sintesi della linea dell’intero Consiglio sulle varie questioni professionali, di applicazione delle leggi che si riferiscono alla professione e, più in generale, di “esternazione” sui problemi della professione e sulla tutela degli iscritti negli elenchi dell’Albo. Se il Consiglio, come afferma l’articolo 11, “cura l’osservanza della legge professionale e di tutte le altre disposizioni in materia”, appare evidente che, nell’ambito dei suoi poteri di legale rappresentante dell’ente (art. 10 della legge n. 69/1963), il presidente possa esprimere (su carta intestata !!!) pareri personali “sulla legge professionale e su tutte le altre disposizioni in materia”. Tra le “altre disposizioni in materia” rientrano anche le norme, che riguardano l’Inpgi, il quale, come “cassa previdenziale”, esiste in quanto espressione di una professione, quella giornalistica, regolamentata con legge e organizzata con l’Albo e l’Ordine (art. 2229 Cc). 12 2 Il potere dell’Ordine di agire in giudizio Contrariamente a quello che pensa il signor Cescutti, “ l’ente pubblico esponenziale del gruppo di professionisti ad esso obbligatoriamente associati gode di una posizione giuridica soggettiva direttamente tutelabile dinanzi al giudice, che gli consente di agire per rimuovere una situazione vietata perché considerata pregiudizievole per la categoria professionale e per l’interesse pubblico al legale esercizio della professione, alla cui tutela l’Ordine è preposto” (Cass. civ., sez. I, 22 marzo 1993 n. 3361 in Giur. It., 1994, I,1, 1226). Ha scritto, inoltre, la Cassazione in questa stessa sentenza: “....Non è, invece, necessaria una espressa previsione normativa che legittimi l’Ordine professionale ad agire in giudizio per la tutela degli interessi (non solo corporativi ma anche pubblici) che affida alla sua cura, dovendosi ritenere coessenziale alle attribuzioni innanzi indicate il conferimento dei poteri necessari per il concreto espletamento dei compiti e per la realizzazione dei fini istituzionali dell’ente, tra cui il potere-dovere di invocare l’intervento del giudice per far cessare situazioni illegittime o comportamenti illeciti di terzi, che ledano i suddetti interessi e che l’Ordine non potrebbe rimuovere mediante l’emanazione di propri provvedimenti. Se così non fosse, risulterebbe vanificata la funzione e l’esistenza stessa degli Ordini professionali e si renderebbe in non pochi casi impossibile il ripristino della legalità nell’esercizio di professioni che il legislatore ha ritenuto meritevoli di particolare protezione, dettandone gli ordinamenti”. 3 I poteri di intervento del presidente del Consiglio di un Ordine professionale fissati dall’articolo 9 della legge n. 241/1990 (a tutela di interessi pubblici) e dall’articolo 331 del Cpp (in presenza di notizie di reato) Il presidente del Consiglio di un Ordine professionale (pubblico ufficiale e autorità amministrativa), quando, nell’esercizio o a causa delle sue funzioni, ha notizia di un reato perseguibile di ufficio, “deve farne denuncia per iscritto… senza ritardo al Pubblico Ministero o a un ufficiale di polizia giudiziaria”. L’articolo 331 del Cpp pone un obbligo preciso e inderogabile in capo al presidente del Consiglio di un Ordine professionale. Così Franco Abruzzo, avendo ricevuto in data 18 febbraio 2001 una segnalazione da parte di un iscritto nell’Albo (Mauro Castelli, giornalista neopensionato, ndr), ha dovuto denunciare alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma l’anomalo comportamento dell’Inpgi in tema di libertà di cumulo (articolo 72 della legge 388/2000 in relazione all’articolo 76 della stessa legge): al giornalista professionista Mauro Castelli, l’Inpgi aveva chiesto il rispetto dei vincoli della Finanziaria 1997 (legge n. 662/1996) e nello stesso tempo aveva negato i benefici della Finanziaria 2001 (legge n. 388/2000) in fatto di cumulo! Successivamente, dopo le denunce pubbliche di Abruzzo, nelle lettere spedite dall’Inpgi ai neopensionati è scomparso ogni riferimento alla legge 662/1996!!! Il perché è evidente: non si può invocare l’applicabilità di una certa legge finanzia- MILANO, 22 ottobre 2001. Nuova memoria di Franco Abruzzo ai ministri dell’Economia, del Lavoro e della Giustizia su una serie di argomenti di grande rilievo: a. attribuzioni dei Consigli dell’Ordine dei Giornalisti e ruolo del presidente dei Consigli stessi; b. età pensionabile ed Inpgi; c. gestione separata dell’Inpgi e cessione dei diritti d’autore; d. collaborazioni giornalistiche occasionali e iscrizione degli articolisti nella gestione separata dell’Inpgi. In conclusione il presidente dell’Ordine di Milano avanza la richiesta ai tre ministri: a. di vigilare sulla correttezza di quei processi decisionali del vertici dell’Inpgi, che appaiono in contrasto con gli articoli 3 e 4 della Costituzione, con l’articolo 1 (secondo comma) della legge 502/1992 (e con gli articoli 33 del Cnlg Fnsi-Fieg e 4 del Regolamento Inpgi), con l’articolo 2 (comma 26) della legge n. 335/1996, con gli articoli 3 e 110 della legge 633/1941, con gli articoli 49 (comma 2, lettera b) e 50 (comma 8) del Dpr 917/1986, con l’articolo 25 del Dpr n. 600/1973, con il Modello unico (quadro E, Sezione II, rigo 27), con gli articoli 72 e 76 della legge n. 388/2000; b. di annullare in autotutela circolari e pareri ministeriali, riguardanti l’Inpgi, contrastanti con i principi generali dell’ordinamento (elencati nel punto a.) in tema di cumulo, cessione dei diritti d’autore e collaborazioni giornalistiche occasionali. Questo il testo della memoria. ria e negare, poi, incoerentemente, l’applicabilità di una legge finanziaria successiva! Nel 1991/1992 è toccato al presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia il compito (solitario) di segnalare alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano e alla Procura della Repubblica presso la Corte dei Conti della Lombardia l’acquisto da parte dell’Inpgi di 104 appartamenti (siti in via Missaglia a Milano) dalla Premafin (Gruppo Ligresti). Secondo una perizia, quegli appartamenti sarebbero costati 15 miliardi e 520 milioni in più del prezzo di mercato. È attesa dal 12 febbraio 2001 la sentenza della Corte dei Conti del Lazio sull’affaire. Grave è lo sfondo in cui l’acquisto dei 104 appartamenti si colloca. Il Gip di Milano (a conclusione dell’inchiesta penale) ha scritto che è “verosimile che nella compravendita Inpgi-Premafin non ci si sia discostati dalle consuetudini di pagare “tangenti”, consuetudine emergente in differenti procedimenti penali riguardanti altre compravendite della società venditrice e ribadite in questo procedimento da Luciano Betti, amministratore delegato della Premafin (con riferimento alle somme di denaro versato all’on. Balzamo in relazione ad altre cessioni di immobili)....”. L’articolo 6 della legge 241/1990 conferisce altri poteri al presidente del Consiglio di un Ordine professionale come responsabile dei procedimenti: a) valuta, ai fini istruttori, le condizioni di ammissibilità, i requisiti di legittimazione ed i presupposti che siano rilevanti per l’emanazione di provvedimento; b) accerta di ufficio i fatti, disponendo il compimento degli atti all’uopo necessari, e adotta ogni misura per l’adeguato e sollecito svolgimento dell’istruttoria. In particolare, può chiedere il rilascio di dichiarazioni e la rettifica di dichiarazioni o istanze erronee o incomplete e può esperire accertamenti tecnici ed ispezioni ed ordinare esibizioni documentali; c) propone l’indizione o, avendone la competenza, indice le conferenze di servizi di cui all’articolo 14; d) cura le comunicazioni, le pubblicazioni e le modificazioni previste dalle leggi e dai regolamenti; e) adotta, ove ne abbia la competenza, il provvedimento finale, ovvero trasmette gli atti all’organo competente per l’adozione. L’articolo 9 della stessa legge n. 241/1990 amplia la sfera di azione del presidente di un ente pubblico: “Qualunque soggetto, portatore di interessi pubblici o privati, nonché i portatori di interessi diffusi costituiti in associazioni o comitati, cui possa derivare un pregiudizio dal provvedimento, hanno facoltà di intervenire nel procedimento”. Il presidente di un Consiglio dell’Ordine, quindi, nella sua veste di autorità amministrativa, può svolgere accertamenti anche su vicende che riguardano le ricadute dell’attività amministrativa dell’Inpgi (attuata tramite delibere e circolari) sugli iscritti negli elenchi dell’Albo e “trasmettere gli atti all’organo competente per l’adozione del provvedimento finale”. In molti casi gli organi competenti sono i ministeri, che vigilano sull’Inpgi (con la Corte dei Conti). In altri casi sono la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma e/o la Procura della Repubblica presso la Corte dei Conti del Lazio o della Lombardia. Lo stesso discorso vale per gli interventi del presidente dell’Ordine regionale in relazione agli atti (pareri e circolari) di una amministrazione pubblica (ministeri del Tesoro e del Lavoro, ndr). La legge 241/1990 non si limita soltanto a sancire il diritto di accesso agli atti delle pubbliche amministrazioni (e delle Fondazioni, come l’Inpgi, che perseguono finalità pubbliche), ma attua il principio della partecipazione dei soggetti, portatori di interessi privati e pubblici, ai procedimenti amministrativi, riconoscendo un diritto di intervento in tutti i casi in cui possa derivare un pregiudizio dai provvedimenti amministrativi. Oggi il presidente dei Consigli dell’Ordine è anche l’interlocutore del presidente della Giunta e del Consiglio della rispettiva Regione sul tema delle professioni dopo la riforma della parte V della Costituzione e in particolare dell’articolo 117. TABLOID 10 2001 1 Premessa. Attribuzioni dei Consigli dell’Ordine dei giornalisti e diritto di “esternazione” dei presidenti dei Consigli dell’Ordine dei giornalisti. 2 Il potere dell’Ordine di agire in giudizio. 3 I poteri di intervento del presidente del Consiglio di un Ordine professionale fissati dall’articolo 9 della legge n. 241/1990 (a tutela di interessi pubblici) e dall’articolo 331 del Cpp (in presenza di notizie di reato). 4 Il “caso Biagi” e l’età pensionabile. Il limite invalicabile dei 65 anni. 5 Il diritto d’autore e la gestione separata dell’Inpgi. 6 I pareri del ministero delle Finanze e della Direzione delle Entrate per la Lombardia in tema di applicazione della cessione dei diritti d’autore. 7 Risposte sbagliate del ministero del Lavoro sul diritto di chi si avvale della cessione dei diritti d’autore. 8 Il cumulo e due ordinanze (18 aprile e 15 ottobre 2001) di un giudice fallimentare e di un Gip del Tribunale di Roma. 9 Una forzatura contro la delega ai danni dei “dipendenti”. 10 Una circolare sbagliata contro gli “occasionali”. 11 I controllori che controllano se stessi. 12 Conclusioni. Richiesta di annullamento in autotutela di circolari e pareri illegittimi (e riguardanti l’Inpgi) espressi da parte dei ministeri dell’Economia e del Lavoro in tema di cumulo, cessioni dei diritti d’autore e collaborazioni giornalistiche occasionali. 4 Il “caso Biagi” e l’età pensionabile. Il limite invalicabile dei 65 anni Enzo Biagi, con lettera/fax 25 settembre 2001, ha chiesto correttamente al presidente dell’Ordine della Lombardia di rispondere all’Inpgi per suo conto sul merito della lettera 14.9.2001 a lui indirizzata dal Capo servizio riscossione contributi e vigilanza Antonio Marzioli. Biagi, com’è noto, conduce dal 1997 la trasmissione tv “Il Fatto”. Secondo l’Inpgi, tra Biagi e la Rai “sussiste e intercorre un rapporto di lavoro subordinato”. Il contratto, che lega Biagi alla Rai, prevede, invece, singole prestazioni giornalistiche dello stesso retribuite con la cessione dei diritti d’autore. Biagi presta la sua opera professionale “per l’ideazione dei programmi e per la stesura dei testi aventi caratteri creativi” ed è titolare di contratti per singoli programmi. La Rai ritiene che l’attività di conduttore e intervistatore rientri nel campo delle “opere dell’ingegno” compresi “nei generi Siae”. L’Inpgi ritiene in sostanza che il giornalista Enzo Biagi, classe di ferro 1920, non sia un libero professionista nell’ambito della sua collaborazione con la Rai. La posizione della Rai è corretta, perché Enzo Biagi non può essere dipendente. L’articolo 1 (comma 2) della legge n. 503/1992 fissa l’età per il pensionamento di vecchiaia al compimento del 65° anno. Lo stesso principio è affermato dall’articolo 4 del Regolamento dell’Inpgi e dall’articolo 33 del Contratto nazionale di lavoro giornalistico Fnsi-Fieg. Biagi, inoltre, per ragioni anagrafiche, non è tenuto a iscriversi alla gestione separata dell’Inpgi e gode della libertà di cumulo in quanto ha maturato la pensione prima del 31 dicembre 1995. A questo punto rimane incomprensibile l’atteggiamento dell’Istituto nei confronti di un grande giornalista, che onora la professione e l’Ordine al quale appartiene.Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia in più riprese ha denunciato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, all’Ispettorato provinciale del Lavoro e al Servizio ispettivo dell’Inpgi la violazione da parte della Rai delle norme contrattuali, previdenziali e fiscali in relazione all’attività di “redazioni” di diversi programmi (tra i quali quelli di Enzo Biagi) che operano nell’assoluto disprezzo delle norme contrattuali, previdenziali e fiscali. Va detto che Enzo Bigi ha rilasciato correttamente dichiarazioni-testimonianze su alcuni collaboratori dei suoi programmi. Tali dichiarazionitestimoninaze sono alla base di diverse delibere di iscrizione d’ufficio al Registro dei praticanti. La lettera dell’Inpgi a Enzo Biagi è la spia di una situazione che vede l’Inpgi ancora abbarbicato a una visione “corporativa” della professione giornalistica. Secondo lo schema, creato dal regime fascista negli anni 1925-1928, il giornalista professionista, che allora aveva l’Albo ma non l’Ordine professionale, è soltanto un dipendente. La libera professione è una conquista recente, ancorata alla legge professionale n. 69/1963, al Codice civile (che disciplina il lavoro autonomo), al Cnlg (che dal 1° marzo 2001 disciplina anche il lavoro autonomo dei giornalisti), all’articolo 2 (comma 26) della “legge Dini” n. 335/1995 e alla nascita (con delibera del Consiglio nazionale dell’Ordine) della gestione separata dell’Inpgi. Il vertice dell’Inpgi, quando si è accorto che la cessione dei diritti d’autore non comporta l’obbligo dell’iscrizione alla gestione separata, è corso ai ripari, ottenendo dal ministero del Lavoro un parere su una materia che era di competenza del ministero delle Finanze (oggi ministero dell’Econonia). Senza dimenticare il ministero della Giustizia, che esercita la sua vigilanza (ex Dlgs n. 300/1999) sulle professioni intellettuali. L’Inpgi stenta a comprendere che i giornalisti, anche quando percepiscono l’assegno di quiescenza, sono sempre dei professionisti “in attesa di clienti” e che il loro diritto al lavoro (professionale) è tutelato dall’articolo 4 della Costituzione. Oggi i giornalisti in quiescenza hanno anche libertà di cumulo (ex articolo 72 della legge 388/2000), principio generale dell’ordinamento statale che l’Inpgi, come è noto ai Ministri in indirizzo, nega in maniera ostinata e irrazionale. Siamo in una situazione paradossale in cui l’Inpgi, che si regge sull’esistenza dell’Ordine professionale, disconosce la pecularietà (le prestazioni autonome) della professione giornalistica, negando di fatto ai giornalisti con i capelli grigi il diritto di lavorare e di arricchirre la società italiana con contributi intellettuali maturati nel corso di decenni dedicati alla professione giornalistica. TABLOID 10 2001 5 Il diritto d’autore e la gestione separata dell’Inpgi Chi cede i propri diritti sulle opere dell’ingegno (articoli, servizi giornalistici o fotografici, progetti grafici) non paga il 12% all’Inpgi-2 e subisce (da parte dell’editore) una trattenuta del 20% sul 75% del compenso. È un principio vecchio e consolidato. L’Inpgi-2, però, prende di mira i giornalisti-autori, sostenendo che tali prestazioni professionali non possono essere inquadrate come “cessione dei diritti” in base alla legge n. 633/1941; pertanto i giornalisti-autori sarebbero tenuti a versare (sempre e comunque) il 12% alla gestione separata, perché, in sostanza, il ricorso alla “cessione dei diritti” sarebbe una elusione previdenziale, che nasconderebbe un’attività “mascherata” (co.co.co o dipendente). Il ricorso alla cessione di diritti d’autore (redditi dichiarati nel Modello unico, Quadro E, Sezione II, Rigo 27) è, invece, legittimo, quando i giornalisti siano autori di articoli o servizi secondo le definizioni che ne dà l’Ordine nazionale dei giornalisti nel Tariffario: a) Articolo: è un testo in chiave di resoconto o di analisi su fatti o temi diversi, fino a due cartelle da 25 righe di 60 battute l’una (esempio: fatti o temi politici, economici, sociali, morali, religiosi, culturali, sportivi, etc.). b) Servizio: è un elaborato oltre le due cartelle più complesso e articolato che presuppone un approfondito lavoro di indagine o di ricerca Appare evidente che articoli e servizi giornalistici vadano rapportati al medium (giornale, periodico, radio, tv, testata online) secondo le specificità del medium stesso. Si può, pertanto, ritenere che si possa configurare la cessione dei diritti d’autore tutte le volte in cui oggetto della cessione sia un’opera originale e creativa (articoli e interviste, servizi giornalistici, progetti grafici, servizi fotografici). “Un articolo ricade nella tutela della legge sul diritto d’autore quando ha il requisito dell’originalità e della creatività e reca l’impronta di una elaborazione personale del giornalista” (Cassazione civile, 19 luglio 1990, n. 7397). I problemi odierni discendono dall’articolo 2 (comma 25) della legge n. 335/1995 (riforma Dini delle pensioni) che intendeva assicurare la “tutela previdenziale in favore dei soggetti che svolgono attività autonoma di libera professione, senza vincolo di subordinazione, il cui esercizio è subordinato all’iscrizione ad appositi albi o elenchi”. Quella legge istituiva una gestione separata presso l’Inps e disponeva un contributo previdenziale del 10 per cento. Con il successivo Decreto legislativo n. 103/1996, - in attuazione dei commi 25 e 26 dell’articolo 2 della legge n. 335/1995 -, è stato attribuito alle casse professionali erogatori di pensioni obbligatorie (com’è l’Inpgi) il potere di istituire gestioni separate per provvedere alle necessità previdenziali dei propri “autonomi” iscritti negli albi professionali tenuti dai rispettivi Ordini e Collegi. Il diritto d’autore è trasmissibile o trasferibile. L’articolo 2581 del Codice civile afferma: “I diritti di utilizzazione sono trasferibili. Il trasferimento per atto tra vivi deve essere provato per iscritto”. L’articolo 110 della legge 633/1941 sul diritto d’autore ripete: “La trasmissione dei diritti di utilizzazione deve essere provata per iscritto”. Gli effetti della trasmissione o della trasferibilità sono a cascata: • i compensi a titolo di cessione di diritti d’autore costituiscono redditi di lavoro autonomo ai sensi dell’articolo 49 (comma 2, lettera b) del Dpr n. 917/1986 e, come tali, ridotti del 25% (art. 50, comma 8, del Dpr n. 917/986), sono soggetti a ritenuta d’acconto del 20 % (art. 25 del Dpr n. 600/1973); • la ritenuta d’acconto del 20% si applica in sostanza sul 75% del compenso a titolo di cessione di diritti d’autore (art. 110 della legge 633/1941 e art. 2581 del Codice civile); • i compensi collegati alla cessione di diritti d’autore vanno denunciati fiscalmente nel Modello unico (Quadro E, Sezione II, Rigo 27); • chi cede i propri diritti sulle opere dell’ingegno (articoli, servizi giornalistici o fotografici, progetti grafici) non paga il 12% all’Inpgi-2. L’articolo 2 (comma 26) della legge n. 335/1996 (“Riforma Dini delle pensioni”) esclude, infatti, che debbano iscriversi alla gestione separata coloro che percepiscano “redditi derivanti dalla utilizzazione economica di opere dell’ingegno (articoli e servizi giornalistici, ndr)” in quanto gli stessi sono compresi nell’articolo 2 (lettera b) dell’articolo 49 del Dpr 917/1986. 6 I pareri del ministero delle Finanze e della Direzione delle Entrate per la Lombardia in tema di applicazione della cessione dei diritti d’autore L’argomento è stato affrontato nel gennaio 1996 dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Allora la prospettiva era quella di dover versare il 10% all’Inps. La legge sul diritto d’autore (n. 633/1941) apparve l’ancora di salvezza. L’Ordine raccomandò: “La cessione dei diritti d’autore (articolo, servizio giornalistico o fotografico, progetto grafico) deve risultare da una contrattazione scritta tra le parti (articolo 2581 del Codice civile e articolo 110 della legge sul diritto d’autore n. 633/1941)”. Successivamente il dottor Giuseppe Conac, direttore regionale delle entrate per la Lombardia, ha risposto al quesito che il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia gli aveva posto il 12 febbraio 1996 sulla “qualificazione fiscale del reddito derivante da cessioni di opere dell’ingegno del giornalismo telecinefotografico e del giornalismo grafico”. La risposta è allargata anche al giornalismo scritto (cioè ai giornalisti autori di articoli e servizi). Questa la nota del dottor Conac: “Codesto Ordine ha chiesto di conoscere la qualificazione fiscale del reddito derivante dalla cessione di un’opera dell’ingegno nel settore del giornalismo telecinefotografico e del giornalismo grafico. In particolare viene chiesto di conoscere se tale reddito possa rientrare nelle previsioni di cui alla lettera b, comma secondo, dell’articolo 49 del Tuir (Testo unico imposte dirette, ndr). Tale disposizione contiene una elencazione di diritti su beni immateriali, dalla cui cessione derivano al titolare (autore o inventore) redditi che si considerano di lavoro autonomo, sempre che tali diritti non costituiscano beni relativi ad impresa. Il ministero delle Finanze, per quanto attiene gli articoli redatti da giornalisti, in occasione della teleconferenza tenutasi il 20.1.1996, ha precisato che dalla loro cessione ad editori di giornali e riviste, derivano redditi qualificabili come cessione di diritti d’autore, quando ricorrano tutte le condizioni previste dagli articoli 2575 e seguenti del Codice civile e dalla legge 22.4.1941 n. 633, che disciplinano e tutelano il diritto d’autore. Si ricorda in particolare, che la cessione del diritto d’autore deve risultare da una contrattazione scritta tra le parti (articolo 2581 Codice civile e articolo 110 della legge n. 633/1941). A parere di questa Direzione, conformemente a quanto affermato dal ministero delle Finanze, tutte le volte che si realizza la cessione di un’opera dell’ingegno di carattere creativo, tutelata e disciplinata dalle precitate norme, il relativo compenso costituisce reddito rientrante nella previsione dell’articolo 49, comma 2, lettera b, del Tuir. Considerato che l’articolo 2575 Codice civile prevede che formano oggetto del diritto d’autore le opere dell’ingegno di carattere creativo, “qualunque ne sia il modo o la forma di espressione”, si ritiene che gli stessi criteri siano applicabili alle cessioni delle opere dell’ingegno del giornalismo telecinefotografico, prescindendo dal tipo di supporto utilizzato (pellicola cinematografica, piuttosto che pellicole fotografiche o supporto cartaceo semplice). Anche per il giornalismo grafico, si ritiene che si possa configurare la cessione del diritto d’autore tutte le volte in cui oggetto della cessione sia un’opera originale e creativa, la cui riproduzione sia tutelata dalle specifiche norme sopra richiamate”. Il Ministero delle Finanze in data 30 gennaio 1996 (Il Sole 24 Ore, 31 gennaio 1996, pag. 19) ha precisato che, “quando la collaborazione resa a giornali o riviste ha per oggetto la cessione di un’opera dell’ingegno tutelata dalle norme sul diritto d’autore, il corrispondente provento va qualificato, ai fini fiscali, come diritto d’autore”. Segue 13 PROFESSIONE E PREVIDENZA 7 Risposte sbagliate del ministero del Lavoro sul diritto di chi si avvale della cessione dei diritti d’autore Nella circolare 26 gennaio 2001, il presidente dell’Inpgi scrive testualmente: “Come è noto, la legge prevede che la cessione del diritto d’autore non comporti l’obbligo di iscrizione alla Gestione previdenziale separata. Il problema tuttavia era - ed è - posto dal frequente ricorso a tale formula, anche allorché si sia in presenza di normalissime collaborazioni giornalistiche autonome. Nei mesi scorsi quindi l’Inpgi indirizzò al ministero del Lavoro una richiesta tendente a poter disporre di regole le quali consentano di distinguere senza equivoci quando ci si trovi in presenza di autentica cessione di diritto d’autore, e quando invece tale formula sia illegittima, e non possa quindi costituire elemento per evitare l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata. Il ministero ci rispose condividendo le nostre osservazioni in merito alla possibilità che il ricorso alla cessione del diritto d’autore fosse, in determinati casi, illegittimo. Ci invitò quindi ad individuare parametri oggettivi attraverso i quali sia possibile determinare se la cessione del diritto d’autore sia corrispondente alla norma, o mascheri invece una sia pur inconsapevole elusione contributiva”. I parametri fissati nella detta circolare dall’Inpgi (e approvati dal ministero del Lavoro) non colpiscono solo (e sarebbe giusto) coloro che utilizzano la cessione dei diritti per “coprire” attività redazionali improprie o un’attività giornalistica generica. Gli uffici dell’Inpgi negano oggi che esista per i giornalisti la possibilità di ricorrere alla cessione del diritto d’autore. I comportamenti dell’Inpgi sono, in moltissimi casi, illegittimi. E pertanto censurabili. Il comma 26 dell’articolo 2 della legge n. 335/1996 afferma che, a decorrere dal 1° gennaio 1996, sono tenuti all’iscrizione presso la Gestione separata “i soggetti che esercitano per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo” di cui al comma 1 dell’articolo 49 del Tuir (Dpr n. 917/1986), nonché “i titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa”, di cui al comma 2 (lettera a) dell’articolo 49 del Tuir (Testo unico imposte sui redditi)”. L’articolo 2 (comma 26) della legge n. 335/1996, quindi, esclude che debbano iscriversi all’Inpgi-2 coloro che percepiscano “redditi derivanti dalla utilizzazione economica di opere dell’ingegno (articoli e servizi giornalistici, ndr)” in quanto gli stessi sono compresi nell’articolo 2 (lettera b) dell’articolo 49 del Dpr 917/1986;Le conclusioni sono univoche: i pareri rilasciati dal ministero del Lavoro in tema di cessione dei diritti d’autore appaiono sconcertanti, anomali, superficiali e infondati. I pareri, comunque, non hanno alcun valore vincolante in quanto non hanno la forza di abrogare le leggi, che affermano principi opposti sull’argomento. Tema noto, questo, anche agli studenti del I anno di Giurisprudenza. Il patto tra editore e articolista deve risultare per iscritto (art. 110 della legge n. 633/1941). 8 Il cumulo e due ordinanze (18 aprile e 15 ottobre 2001) di un giudice fallimentare e di un Gip del Tribunale di Roma II Giudice per le indagini preliminari del Tribunale penale di Roma, dott.ssa Laura Capotorto, con ordinanza del 15 ottobre 2001, ha archiviato la segnalazione di Franco Abruzzo alla Procura di Roma relativa a una ipotesi di violazione di legge connessa alla mancata applicazione dell’articolo 72 (“libertà di cumulo”) della legge n. 388/2000 (Finanziaria per il 2001) da parte del presidente dell’Inpgi. Il Gip ha “rilevato che nella condotta tenuta dall’indagato presidente dell’Inpgi - non è ravvisabile la violazione di norme di legge o di regolamento, giacché la questione relativa al cumulo tra trattamenti pensionistici e redditi da lavoro doveva risolversi necessariamente in via interpretativa, non essendo chiaro il dettato normativo (applicabilità o meno dell’art. 72 della legge finanziaria 2001 all’Inpgi). Del. resto, dalla documentazione prodotta dalla difesa, risulta che sulla questione si sono espressi gli Organi vigilanti dell’Inpgi, il ministero dei Tesoro ed il ministero del Lavoro, accogliendo l’interpretazione adottata dall’Inpgi, secondo cui la disposizione del citato art. 72 non è automaticamente applicabile all’Inpgi in quanto ente privatizzato ai sensi del Dlgs 509/94”. Il Gip ha, inoltre, ritenuto, comunque, che “è irrilevante in questa sede accertare se fosse legittimo il rifiuto da parte dell’Inpgi di applicare il cumulo, poiché proprio i problemi interpretativi. affrontati da più Autorità con conclusioni diverse escludono che possa ritenersi integrata la fattispe- 14 cie di cui all’art. 323 Cp (abuso di ufficio, ndr), quantomeno per ciò che attiene all’elemento soggettivo del reato”. Dice l’articolo 72 (Cumulo tra pensione e reddito da lavoro) della legge n. 388/2000 (legge finanziaria per il 2001): “1. A decorrere dal 1° gennaio 2001 le pensioni di vecchiaia e le pensioni liquidate con anzianità contributiva pari o superiore a 40 anni a carico dell’assicurazione generale obbligatoria e delle forme sostitutive, esclusive ed esonerative della medesima, anche se liquidate anteriormente alla data di entrata in vigore della presente legge, sono interamente cumulabili con i redditi da lavoro autonomo e dipendente”. L’articolo 76 (Previdenza giornalisti) della legge 388/2000 riscrive l’articolo 38 della legge 5 agosto 1981 n. 416 in questo modo: “Art. 38. - (INPGI). - 1. L’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani “Giovanni Amendola” (INPGI) ai sensi delle leggi 20 dicembre 1951, n. 1564, 9 novembre 1955, n. 1122, e 25 febbraio 1987, n. 67, gestisce in regime di sostitutività le forme di previdenza obbligatoria nei confronti dei giornalisti professionisti e praticanti e provvede, altresì, ad analoga gestione anche in favore dei giornalisti pubblicisti di cui all’articolo 1, commi secondo e quarto, della legge 3 febbraio 1963, n. 69, titolari di un rapporto di lavoro subordinato di natura giornalistica. I giornalisti pubblicisti possono optare per il mantenimento dell’iscrizione presso l’Istituto nazionale della previdenza sociale. Resta confermata per il personale pubblicista l’applicazione delle vigenti disposizioni in materia di fiscalizzazione degli oneri sociali e di sgravi contributivi. 2. L’INPGI provvede a corrispondere ai propri iscritti: a) il trattamento straordinario di integrazione salariale previsto dall’articolo 35; b) la pensione anticipata di vecchiaia prevista dall’articolo 37. 3. Gli oneri derivanti dalle prestazioni di cui al comma 2 sono a totale carico dell’INPGI. 4. Le forme previdenziali gestite dall’INPGI devono essere coordinate con le norme che regolano il regime delle prestazioni e dei contributi delle forme di previdenza sociale obbligatoria, sia generali che sostitutive”. 2. L’opzione di cui all’articolo 38 della legge 5 agosto 1981, n. 416, come sostituito dal comma 1 del presente articolo, deve essere esercitata entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge”. Le leggi 1564 (“Rubinacci”) e 1122 (“Vigorelli”) in sostanza dicono che “la previdenza e l’assistenza, fornite dall’Inpgi, sostituiscono a tutti gli effetti, nei confronti dei giornalisti, le corrispondenti forme di previdenza e di assistenza obbligatorie” e che “all’Inpgi si applicano tutti i benefici, privilegi ed esenzioni tributarie previsti per l’Inps” nonché “le disposizione di legge o di regolamento vigenti per le corrispondenti forme di previdenza e di assistenza sociale delle quali quelle gestite dall’Istituto sono sostitutive”. L’articolo 26 della legge 67/1987 ripete che l’Inpgi “gestisce in regime di sostitutività le forme di previdenza obbligatoria nei confronti dei giornalisti”. Dice il comma 4 dell’articolo 76 della legge 388/2000: “Le forme previdenziali gestite dall’Inpgi devono essere coordinate con le norme che regolano il regime delle prestazioni e dei contributi delle forme di previdenza sociale obbligatoria, sia generali che sostitutive”. In sostanza l’Inpgi deve coordinare le sue decisioni con le norme che regolano le prestazioni fornite dall’Inps ed è tenuto, pertanto, ad applicare l’articolo 72 della legge 388/2000. In conclusione sono obbligati a rispettare l’articolo 72 l’Inps e le forme sostitutive, esclusive ed esonerative dell’assicurazione generale obbligatoria. L’Inpgi – dice il successivo articolo 76 della stessa legge - gestisce in regime di sostitutività le forme di previdenza obbligatoria nei confronti dei giornalisti professionisti e praticanti e provvede, altresì, ad analoga gestione anche in favore dei giornalisti pubblicisti. C’è bisogno di interpretazioni dinanzi a tanta chiarezza? Il ministro del Lavoro Cesare Salvi e il sottosegretario Raffaele Morese hanno dato letture divergenti Il vertice dell’Inpgi non applica l’articolo 72, sostenendo che l’Inpgi potrebbe risentirne nei conti. Sono accaduti, però, due fatti, che smentiscono il vertice dell’Inpgi: • il Consiglio di amministrazione dell’Inpgi ha approvato il 9 maggio 2001 il consuntivo 2000, che chiude con un avanzo di 60,539 miliardi; • la Corte dei Conti ha trovato positivi i bilanci dell’Istituto 1996-1999. Qualche novità è stata introdotta nella delibera Inpgi 4 luglio 2001: chi ha 40 anni di contributi può fare il cumulo; gli altri godono di una cifra esente di 15 milioni. Questa delibera è da luglio al vaglio del ministero del Lavoro. Il punto centrale è un altro: l’Inpgi è una cassa di previdenza privatizzata (non... privata come dicono all’Inpgi) come quella degli avvocati, dei commercialisti, etc.. I giornalisti sono dipendenti, gli avvocati sono liberi professionisti. L’Inps dà la pensione solo a cittadini ex dipendenti. Ne consegue che l’Inpgi come l’Inps deve consentire il cumulo ex art. 72 della legge 388/2000. L’Inpgi svolge, infatti, compiti sostitutivi rispetto all’Inps (art. 76 legge 388/2000). Con lettera 23 aprile 2001 (prot. 1590) il sottosegretario di Stato al ministero del Lavoro, Raffaele Morese, ha intimato all’Inpgi di applicare l’articolo 116 (“Misure per favorire l’emersione del lavoro irregolare”) della legge 388/2000 a favore della società editrice del quotidiano Il Giornale d’Italia. Secondo l’Inpgi, le “disposizioni” introdotte da quell’articolo “non erano direttamente applicabili agli enti previdenziali privatizzati”. Morese ha scritto: “L’Inpgi, pertanto, deve corrispondere ai principi costituzionali di parità, uguaglianza e solidarietà che ispirano il sistema previdenziale italiano e per questo, dovrà assumere tutte le adeguate iniziative atte a definire in maniera positiva e definitiva le istanze delle società” (editrice de Il Giornale d’Italia). Il comma 10 dell’articolo 116 consente di contenere la sanzione civile nel 40 per cento dell’importo dei contributi non corrisposti. L’Inpgi, invece, pretendeva dalla società editrice una sanzione civile pari al 100% della somma non versata. La richiesta della società editrice - scrive Morese - “non può in nessun caso essere archiviata da una mera informativa di non applicabilità all’Inpgi delle norme della Finanziaria 2001... Codesto Istituto, al pari dell’Inps, che già ha provveduto ad adeguarsi, è tenuto all’applicazione dell’art. 116 della legge 23 dicembre 2001 n. 388”. Non è soltanto il sottosegretario, Morese, ad affermare, con tono perentorio, che l’articolo 116 (comma 10) della legge 388/2000 debba essere applicato dall’Inpgi. Anche un giudice, - il giudice Baccarini del tribunale di Roma delegato al fallimento dell’Editoriale L’Indipendente e della Cooperativa giornalistica Mediatel -, ha scritto nell’ordinanza 18 aprile 2001 che “per il credito Inpgi occorre valutare la somma dovuta ex art. 116 legge 23 dicembre 2000 n. 388”. Se sono applicabili all’Inpgi immediatamente gli articoli 76 e 116 della legge 388/2000 è almeno arduo affermare che l’articolo 72 sul cumulo sia di dubbia efficacia e non sia vincolante. Una legge non si applica a rate o a pezzi. Sull’articolo 116 della legge 388/2000 si registra frattanto anche un ricorso della Fieg al ministero del Lavoro. C’è, quindi, una difformità di interpretazioni (tra Salvi e Morese, ndr) sull’articolo 72 che ha determinato il Gip Capotorto ad archiviare la segnalazione di Abruzzo sulle omissioni dell’Inpgi sul fronte del cumulo. Questo Gip si è limitato a leggere soltanto l’articolo 72 senza coordinarlo con l’articolo 76 della legge 388/2000, come, invece, ha fatto il giudice fallimentare Baccarini dello stesso Tribunale di Roma. Tot capita, tot sententiae! 9 Una forzatura contro la delega ai danni dei “dipendenti” Il Dlgs n. 103/1996 compie una forzatura, quando stabilisce l’obbligo di iscrizione per i soggetti “che esercitano attività libero-professionale, ancorché contemporaneamente svolgono attività di lavoro dipendente”. Il Dlgs, quindi, va al di là della originaria finalità della legge n. 335/1996. Il Governo può essere accusato di aver violato la delega. Questa estensione è sicuramente illegittima. La ratio del legislatore era totalmente condivisibile: l’obiettivo era quello di assicurare, con la legge n. 335/1995, una tutela previdenziale solo ai lavoratori autonomi privi di copertura previdenziale. Il Governo può tornare sui suoi passi modificando il Dlgs oppure c’è da sperare che un giudice sollevi la questione di legittimità davanti alla Corte costituzionale. 10 Una circolare sbagliata contro gli “occasionali” Tutte le collaborazioni giornalistiche, anche se “sporadiche e produttive di modesto reddito”, comportano, dice erroneamente una circolare del ministro del Lavoro, l’obbligo di iscrizione (dell’articolista-autore) alla gestione separata dell’Inpgi e al pagamento dei relativi contributi previdenziali. L’assunto del ministro, illegittimo, va disatteso con determinazione, perché contrasta con l’articolo 2 (comma 26) della legge n. 335/1995. Il comma 26 dell’articolo 2 della legge n. 335/1995 afferma che, a decorrere dal 1° gennaio 1996, sono tenuti all’iscrizione presso la Gestione separata “i soggetti che esercitano per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo” di cui al comma 1 dell’articolo 49 del Tuir (Dpr n. 917/1986), nonché “i titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa”, di cui al comma 2 (lettera a) dell’articolo 49 del Tuir (Testo unico imposte sui redditi)”. Questa norma, quindi, esclude che debbano iscriversi all’Inpgi-2 coloro che svolgano attività giornalistica occasionale, saltuaria e sporadica (redditi dichiarati nel Modello unico, Quadro L). In sostanza chi produce occasionalmente degli articoli non è tenuto parimenti a iscriversi all’Inpgi-2, perché non ha il requisito della “abitualità professionale”. TABLOID 10 2001 Il cardinale Tonini: “Giornalisti, siate filosofi del vostro tempo” 11 I controllori che controllano se stessi Michele Daddi, direttore generale per la previdenza del Ministero del Lavoro (ed eccellente professionista), riveste il ruolo di presidente del Collegio sindacale dell’Inpgi. È un caso clamoroso di controllore che controlla se stesso, ma non è il solo. Questa anomalia è da attribuire esclusivamente all’articolo 3 (comma 1) del Dlgs n. 509/1994 secondo il quale “nei collegi dei sindaci (delle Fondazioni, ndr) deve essere assicurata la presenza di rappresentanti delle Amministrazioni dei ministero del Lavoro e del Tesoro”. Altri funzionari pubblici della Presidenza del Consiglio e del ministero Lavoro sono presenti nel Consiglio di amministrazione dell’Inpgi. Questi funzionari sono tutti retribuiti. Appare, quindi, limitata oggettivamente l’imparzialità delle amministrazioni pubbliche, che nominano i loro rappresentanti nel Consiglio di amministrazione e nel Collegio dei sindaci dell’Inpgi, quando esprimono pareri sulle questioni dell’Istituto. Le amministrazioni dell’Economia e del Lavoro non possono smentire i loro “ambasciatori”, che hanno già votato una certa interpretazione dell’articolo 72 della legge 388/2000 o di altri questioni rilevanti (cessioni dei diritti e collaboratori occasionali)!!! Il nodo dei controllori che controllano se stessi merita di essere risolto legislativamente nello spirito dell’articolo 97 della Costituzione. 12 Conclusioni. Richiesta di annullamento in autotutela di circolari e pareri illegittimi (e riguardanti l’Inpgi) espressi da parte dei ministeri dell’Economia e del Lavoro in tema di cumulo, cessioni dei diritti d’autore e collaborazioni giornalistiche occasionali. Si chiede conseguentemente ai Signori ministri dell’Economia e del Lavoro l’annullamento in autotutela, per gravi violazioni di legge, delle circolari e dei pareri espressi in tema di cumulo, cessioni dei diritti e collaborazioni occasionali. I ministeri dell’Economia e del Lavoro non hanno acquisito su tali argomenti i pareri autonomi delle parti sociali (Fnsi e Fieg) e soprattutto non hanno agito di concerto con il ministero della Giustizia, che esercita la vigilanza sulle professioni intellettuali e che ha l’obbligo fissato nell’articolo 20 della legge n. 69/1963 di ascoltare a sua volta il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti sugli argomenti concernenti la professione giornalistica. Così agendo i ministeri dell’Economia e del Lavoro hanno violato anche gli articoli 7 e 8 della legge n. 241/1990. “Tenuto conto dei valori espressi dall’art. 97 Cost., l’esercizio dei poteri amministrativi di annullamento in autotutela di precedenti statuizioni illegittime non ha natura eccezionale, in quanto la p.a. ha in materia il potere-dovere di emanare l’atto di annullamento, pur potendo valutare, qualora sia trascorso un tempo più o meno lungo dall’adozione dell’atto illegittimo, se sia opportuno esercitare i predetti poteri, oppure se sia da tralasciare il mero ripristino della legalità violata laddove non sia soddisfatto alcun interesse pubblico, non trascurando l’esigenza di evitare che si consolidino situazioni di fatto illegalmente costituitesi, le quali sono veri e propri esempi di diseducazione civile” (Cons. Stato, Sez. V, 24 febbraio 1996, n. 232; Parti in causa Usl n. 27 Bovolone c. Vecchiato e altro; Riviste: Foro Amm., 1996, 572; Cons. Stato, 1996, I, 240). Tutto ciò premesso, si chiede ai signori ministri in indirizzo: a. di vigilare sulla correttezza di quei processi decisionali del vertici dell’Inpgi, che appaiono in contrasto con gli articoli 3 e 4 della Costituzione, con l’articolo 1 (secondo comma) della legge 502/1992 (e con gli articoli 33 del Cnlg e 4 del Regolamento Inpgi), con l’articolo 2 (comma 26) della legge n. 335/1996, con gli articoli 3 e 110 della legge 633/1941, con gli articoli 49 (comma 2, lettera b) e 50 (comma 8) del Dpr 917/1986, con l’articolo 25 del Dpr n. 600/1973, con il Modello unico (quadro E, Sezione II, rigo 27), con gli articoli 72 e 76 della legge n. 388/2000; b. di annullare in autotutela circolari e pareri ministeriali, riguardanti l’Inpgi, contrastanti con i principi generali dell’ordinamento (elencati nel punto a.) in tema di cumulo, cessione dei diritti d’autore e collaborazioni giornalistiche occasionali. Il presidente dell’OgL-estensore dott. Franco Abruzzo TABLOID 10 2001 Palermo, 26 ottobre - “Il giornalista deve essere filosofo del suo tempo, deve guardare, in modo innocente, dentro i fatti di cronaca, deve guidare alla comprensione dei veri grandi temi della vita”: è un auspicio del cardinale Ersilio Tonini, intervenuto alla prima giornata del convegno “Aspetti etici e giuridici della comunicazione”. Nel corso della manifestazione, organizzata dall’ Associazione culturale italiana partecipativa educativa in collaborazione con l’Università degli studi di Palermo, e col contributo dell’assessorato regionale ai Beni culturali e alla Pubblica istruzione, sono state affrontate tematiche inerenti all’ informazione, ai suoi risvolti etici, ai rapporti con la giustizia, con la privacy, con la politica e la globalizzazione. “I mass media influenzano l’opinione pubblica”, afferma Gaetano Ingrassia, professore di antropologia criminale, “producendo, spesso, effetti negativi, attraverso la comunicazione di notizie manipolate o addirittura virtuali, per fini ideologici e politici. La faziosità e la superficialità sono, purtroppo caratteristiche della nostra informazione”. Gli fa eco il cardinale Tonini: “I mezzi di comunicazione sono ignari della propria missione, sono al servizio del potere economico, delle cause politiche e non del bene collettivo”. Oltre che di globalizzazione e localismo (“bisogna saper coniugare le identità e le differenze”), dei temi della bioetica (“la fecondazione artificiale, l’ eutanasia sono valori della vita e i giornalisti di questo devono parlare”) e dei rapporti tra i popoli (“l’ immigrazione è una delle grandi sfide del futuro”), Tonini ha parlato anche della guerra (“noi uomini di chiesa e i giornalisti abbiamo la colpa di non aver trattato prima il tema dell’ Islam, di non averne dato una visione esatta”). (ANSA) In primavera in Toscana la “Cernobbio dell’editoria” Firenze, 30 ottobre – “Era l’ora che qualcuno si accorgesse di quanta importanza ha l’editoria non solo per il presente del Paese, ma anche per il futuro; il vero problema è quello di aumentare le vendite dei giornali e quindi bisogna cominciare dalla scuola e dai giovani”. Lo ha detto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti, commentando quella che è stata battezzata ‘’la Cernobbio dell’ editoria e che si svolgerà in Toscana, a Bagnaia (Siena) nella primavera prossima. La Cernobbio dell’editoria è promossa dall’ Osservatorio dei giovani editori, un’associazione formata da Poligrafici editoriale, Rcs e da Progetto città. “Sono stati invitati”, ha detto il presidente dell’osservatorio, Andrea Ceccherini, “editori, direttori ed esperti di tutto il mondo ai quali verrà anche sottoposto un sondaggio compiuto su 100.000 studenti all’interno del progetto Quotidiani in classe, che hanno risposto a domande su come vorrebbero il giornale per loro”. Bonaiuti è intervenuto a Firenze ad un incontro promosso da Progetto Città, di cui è presidente lo stesso Ceccherini. “Era ora di capire che anche l’editoria deve indirizzarsi ai giovani, che i quotidiani ed i settimanali devono cominciare a pensare ad un loro rilancio che parte dal basso, dai giovani, da quelli che saranno gli utenti di domani. Il problema di fondo dell’editoria”, ha detto Bonaiuti “è infatti quello che si leggono poco i giornali. Noi ci giriamo intorno, si può parlare di provvidenze per l’editoria, di liberalizzazione delle vendite; tutti daccordo, ma il problema vero, l’unico che non si riesce mai a risolvere, è quello di aumentare il numero dei giornali venduti. “Questo”, ha concluso “si può fare solo con un’azione che parta dalla scuola, che parta dai giovani, in modo tale che imparino a considerarli come uno strumento quotidiano del quale non si può fare a meno”. (ANSA) Promossa dalla Casagit in tutta Italia Prosegue con successo l’“operazione prevenzione” Dopo una comprensibile flessione estiva, ha ripreso in tutta Italia, e quindi anche in Lombardia, la grande operazione di prevenzione lanciata – come si ricorderà – lo scorso marzo dalla Casagit, la Cassa di assistenza sanitaria integrativa dei giornalisti italiani. Siamo giunti al giro di boa della prima parte dello screening che sta interessando colleghi e colleghe (e loro familiari a carico, che siano compresi nelle fasce d’età indicate) per un controllo, nel più assoluto anonimato, dello stato di salute in tre settori. Più precisamente: per le donne, utero (dopo i 35 anni ) e mammella (dopo i 40 anni); per gli uomini, prostata (oltre i 50 anni). Il controllo medico che, in Lombardia, si svolge presso alcune strutture specialistiche scelte con grande attenzione dai colleghi eletti nella Consulta regionale della Casagit, interessa tutti i giornalisti, anche – e specialmente – coloro che stanno bene: si sa quanto sia strisciante e subdolo il cosiddetto “male del secolo” e approfittare di questa iniziativa appare non solo opportuno ma sicuramente più che necessario. Si tratta di telefonare a una delle strutture che pubblichiamo in questa stessa pagina, SCREENING CONTRO I TUMORI Le colleghe e i colleghi (e loro familiari a carico) che hanno diritto ad usufruire dello screening promosso dalla Casagit hanno ricevuto o riceveranno la lettera con tutte le informazioni utili. Ripetiamo qui di seguito le convenzioni finora stipulate in Lombardia. PER MILANO E PROVINCIA Istituto Nazionale per la Lotta ai Tumori c/o Ambulatorio per la libera professione, Via Venezian 1 – Milano Tel. 02-2390.2585- 02-2665.5913 (dalle ore 16 alle 19). Lega per la Lotta ai Tumori (solo per mammografia) Ambulatorio di via Viganò, 4 – Milano Tel. 02-657.1223 - 02-657.1534 Ambulatorio di via Neera, 11 – Milano Tel. 02-84.61.227 Ambulatorio di via Caterina da Forlì, 61 – Milano tel. 02-417.744 – 02-417.765 Istituto Europeo di Oncologia Ambulatorio di via San Luca, 8 – Milano Tel. 02-5748.9001 ICP Mangiagalli Ambulatorio di via Andrea Doria, 52 – Milano Tel. 02-5799.3028 Istituto Auxologico Italiano via Ariosto, 13 – Milano Tel. 02-5821.1401 - 02-5821.1450 dire di essere della Casagit e fissare un appuntamento per l’operazione prevenzione. Nel giorno indicato si va nell’ambulatorio suggerito (portare, se possibile, gli ultimi esami eseguiti) e, al massimo, “perdere” una mezz’oretta per il controllo. Ogni interessato riceve poi una relazione scritta del medico che ha proceduto all’esame; è tutto gratuito e tutto avviene nel rispetto della più rigorosa privacy. Questa prima fase di prevenzione si concluderà a fine marzo 2002 (cioè, dopo esattamente un anno dall’inizio); ma nei primi mesi del prossimo anno inizierà anche la seconda fase dello screening che interesserà 14.500 colleghi e colleghe e loro familiari a carico, tutti con età superiori ai 50 anni. E anche questa volta si cercherà di prevenire i tumori. Quali? Quelli al colon e al retto: anche qui, dicono i medici, la prevenzione è indispensabile per combattere e debellare il “male del secolo”. Avanti tutta, allora. Spendiamo mezz’ora per stare poi tranquilli per i prossimi anni. Vittorio Reali (Consulta Casagit Lombardia) PER LA PROVINCIA DI BRESCIA Casa di Cura Ancelle della Carità Via Bissolati, 57 – Brescia Tel. 030-3515.1 – 030-3515236 PER LA PROVINCIA DI COMO Ospedale “Sant’Anna” Via Napoleona, 60 – Como Tel. 031-58.55.459 (Sig.ra Ilda) per le donne. Nei giorni feriali, dalle 13.00 alle 15.00. Tel. 031-58.55.222 per gli uomini. Nei giorni feriali dalle 14.00 alle 15.30. A Milano convergono anche i residenti a Varese, a Pavia e a Lodi; a Como, invece, convergono i residenti di Lecco e Sondrio. 15 Si è inaugurato, il 5 novembre 2001, in via Fabio Filzi 17, il XIII biennio dell’Ifg Il via alla presenza del presidente Afg, Bruno Ambrosi, del direttore della scuola, Gigi Speroni, del vicepresidente vicario della Commissione d’esame, Emilio Pozzi, dei tutor, dei docenti, dell’ing. Giuseppe Scotti e della signora Olga Di Prima, due dei benefattori dell’Istituto Gli ammessi sono tutti laureati Schiacciante la maggioranza degli uomini sulle donne (30 a 10) Ecco le testimonianze di due allievi A destra: gli allievi del XIII corso nell’Aula Magna della scuola. La carica dei quaranta di Enrica Piovan Si è aperto nel segno del cambiamento il XIII biennio dell’Ifg “Carlo De Martino”. Nuovi, infatti, rispetto alle tornate precedenti, i titoli per l’ammissione – quest’anno era obbligatoria la laurea -, ma a mutare, soprattutto, con una sorprendente inversione di tendenza, è stata la composizione della squadra, 30 uomini e 10 donne. Fattori che vengono ad aggiungersi alla specificità di questo biennio che sarà l’ultimo a svolgersi autonomamente entro le mura della scuola di via F. Filzi, poiché con la firma della convenzione tra Ordine dei giornalisti e Università Statale di Milano in futuro la pratica fornita dall’Ifg verrà incorporata entro i programmi della laurea specialistica in giornalismo. L’obbligo della laurea ha calmierato in qualche modo la tradizionale inondazione di domande per accedere ad una scuola che in 24 anni di attività ha formato più di 500 giornalisti. Così a fronte degli oltre 600 candidati del 1999, quest’anno se ne sono presentati “solo” 227. Superati gli ostacoli dello scritto e del colloquio orale, i quaranta nuovi allievi hanno varcato le porte dell’Ifg nella mattinata del 5 novembre scorso. Questi quaranta prossimi praticanti provengono da 13 regioni - folta la rappresentanza lombarda e pugliese - ma rispecchiano poco la distribuzione demografica: se di poco appena si differenzia il numero degli allievi provenienti da nord, centro e sud Italia, fortemente sbilanciato è il rapporto tra maschi e femmine, con un netto trenta a dieci. Cosa che lascia ancor più perplessi, per il fatto che rispecchia poco la tendenza in atto negli ultimi anni, caratterizzata dalla continua crescita della partecipazione delle donne al lavoro giornalistico anche di massimo livello. «Si tratta di una vera e propria inversione di tendenza», conferma Emilio Pozzi, vicepresidente vicario della commissione esaminatrice. Anomalo soprattutto rispetto agli anni precedenti, quando la presenza femminile era pressoché uguale o addirittura superiore (com’è accaduto nell’ultimo biennio) a quella maschile. Una situazione che traspariva già 16 dal quadro dei 90 ammessi all’orale: 67 uomini e 33 donne. Ma a dare un netto taglio alla presenza femminile, portandola dal 36% al 25% è stato l’esito del colloquio con la commissione. «Sul panorama complessivo - spiega il professor Pozzi - abbiamo notato l’atteggiamento più determinato dei maschi, che hanno dimostrato un background consistente, più vissuto». Ma al di là di quello che può aver determinato un simile fenomeno, rimane il fatto che i quaranta ammessi all’Ifg hanno superato una prova difficile e rappresentano i quaranta “numeri uno” richiesti dal presidente dell’Ordine Franco Abruzzo in occasione degli scritti. Ragazzi di età compresa fra i 23 Bruno Ambrosi, presidente dell’Afg (a sinistra) e Gigi Speroni, direttore dell’Ifg e i 30 anni, provenienti da facoltà delle più svariate (prevalgono nettamente gli indirizzi umanistici, ma non mancano lauree scientifiche) e da esperienze giornalistiche di varia consistenza. Diversi per preparazione e formazione, i quaranta allievi che hanno superato lo scoglio dell’ammissione, si preparano ora all’impegno nuovo e stimolante del praticantato. «Se siete qui lo dovete solo a voi stessi», si è complimentato il presidente dell’Afg, Bruno Ambrosi, che ha aggiunto: «Quello che vi attende ora è un mestiere difficile, complesso e delicatissimo, perché il giornalista riveste un ruolo importante che concilia al tempo stesso la figura dello storico, del testimone e dell’interprete». ■ di Luca Angelucci Una giornata che non si dimentica Una giornata particolare. Una di quelle che non si dimenticano tanto facilmente. Che a ripescarle nella memoria si rischia la pelle d’oca. Per trentanove giornalisti “in erba” (il quarantesimo steso dall’influenza), provenienti da tredici regioni italiane, il mondo è cambiato lunedì 5 novembre, nell’istante in cui hanno varcato il portone d’ingresso dell’Harvard del “quarto potere”, l’Ifg Carlo De Martino. Un trampolino di lancio per chi con la professione giornalistica vuol procurarsi il pane e, magari, la gloria. Il D-day scatta alle 9.30 del mattino milanese, tiepido per l’occasione. Missione, tredicesimo biennio. Il primo fotogramma dell’anno è il raduno in via Filzi 17. Sotto l’insegna della scuola si sprecano le strette di mano. Non mancano cordiali o ben assestate pacche sulla spalla quando qualcuno scorge il collega conosciuto il giorno della prova orale. Condividere certe emozioni, si sa, affratella. I “commilitoni”, tra cui spiccano solo dieci ragazze (undici in meno rispetto al biennio appena concluso), si confessano le rispettive esperienze. Tra loro c’è chi si è appassionato di recente alla carta stampata e chi è iscritto all’Ordine dei giornalisti pubblicisti da anni. I ricordi del tema-articolo di settembre e le domande dell’orale lasciano presto il posto all’annoso problema della casa. Comincia una teoria di prezzi, vie ed agenzie immobiliari, degna di un gruppo di emigranti. Qualche frammento. “Mi ospita un amico fino a venerdì”; “Sto in albergo, ma mi costa centomila a notte”; “Devo rimediare una singola”; “Non voglio spendere più di seicentomila lire al mese”. Qualcuno propone le panchine della stazione, con i giornali dell’Ifg come coperta. Una rapida occhiata al quadrante dell’orologio, dove le lancette hanno esaurito la loro corsa (le 10 in punto), ed è tempo di salire. La scuola la conoscono già tutti. L’hanno visitata ad ottobre tra la tensione, le speranze e le illusioni della prova orale di ammissione. Stavolta, però, l’aula delle domande a 360 gradi appare meno inquietante. Prima di accomodarsi c’è il rituale della consegna del vademecum, la bibbia delle aspiranti penne. Il fermento è quello dei giorni che contano, anche se l’atmosfera appare distesa e familiare. Tutti in classe. Il compito di inaugurare il biennio è affidato a Bruno Ambrosi e Gigi Speroni, presidente e direttore, che entrano accompagnati da colleghi pronti a spartire il proprio sapere con i quaranta. “I bravi giornalisti devono anche essere uomini buoni”. Sacrosanto. La frase, mutuata dal giornalista polacco Kapuchinsky, chiude il discorso di Ambrosi. È una summa morale che, nelle speranze del presidente, dovrebbe animare lo spirito delle nuove leve. Applausi. Le sensazioni del gruppo? Sono racchiuse nella battuta di un allievo che, davanti alla telecamera digitale della tv locale “Seimilano”, ammette di vivere in un “sogno che si sta finalmente avverando”. Alle parole di Ambrosi, che punta tutto sulla formazione per plasmare i giornalisti del futuro, seguono quelle di Speroni. Il tono del direttore è paterno e deciso al tempo stesso. “Sapete perché le tasse dell’Ifg sono più basse rispetto a quelle delle altre scuole? - domanda alla platea - Perché i contribuenti lombardi le pagano per voi. Però pretendono impegno e correttezza, come li pretendono dall’autista del tram o dal vigile urbano. Quindi sarete tenuti a comportarvi seriamente, rispettando l’orario delle lezioni e il regolamento interno”. Insomma, meglio mettere subito le cose in chiaro. Tra i vari riferimenti, inevitabile quello alla guerra in Afghanistan e ad una quotidianità divenuta improvvisamente più incerta. La cerimonia termina in quaranta minuti, poi cala il sipario e Speroni invita ad “appropriarsi della scuola”. Detto fatto. Gli allievi si riuniscono nella redazione di Milano ore 13 (il quotidiano dell’Ifg) per un’assemblea improvvisata con un solo punto all’ordine del giorno: un tetto. In venti minuti si raggranellano solo battute ironiche e promesse di dedicarsi anima e corpo alla ricerca di un appartamento. Il clima è già ottimo. Dopo un’ora tutti sembrano conoscersi da una vita. Buon segno. Ma i convenevoli lasceranno spazio a due anni di laboratori, lezioni e stage di formazione. Per sbarcare in via Solferino, che per l’allievo dell’Ifg è come la sede della Juventus per un giovane calciatore, bisognerà rimboccarsi le maniche. Il traguardo, per ora, è talmente lontano che è impossibile da mettere a fuoco. Ma il cammino, almeno, è iniziato. ■ TABLOID 10 2001 TABLOID 10 2001 25 M E M O R I A di Ettore Botti È sempre stato difficile, anche in tempi d’invadenza mediatica inferiore alla nostra, essere personaggi pubblici e mantenere un alone di mistero, raggiungere posizioni di spicco conservando una patina d’indecifrabilità, tramandare azioni degne di nota (nella politica, nelle professioni, nell’arte), lasciando una scia di ammirazione e, contemporaneamente, una dose di enigma. Eugenio Balzan rappresenta uno di questi casi. Direttore amministrativo del Corriere della Sera per trent’anni e artefice del suo definitivo successo, non si discute che sia stato un padre fondatore del più importante quotidiano italiano e un primattore sulla scena editoriale del Novecento, ma la sua storia, fatta di tenacia e di lavoro, d’ingegno e capacità non comuni, d’impennate, colpi di scena e passaggi dietro le quinte, lascia più d’un capitolo avvolto nel dubbio. Balzan, una leggenda L’ antifascista che collaborò con i fascisti La vertiginosa crescita del “Corriere” 26 Acquista così interesse la biografia opera di Renata Broggini ora pubblicata da Rizzoli (Eugenio Balzan 1874-1953, pagine 475, lire 36.000, euro 18,59). Il lavoro, svolto su incarico della Fondazione internazionale che del personaggio porta il nome (cui sono legati i prestigiosi premi finanziati con la sua eredità), non può, per la stessa origine, assecondare intenti scandalistici. Tuttavia, la serietà della studiosa svizzera, già autrice di ricerche su fuorusciti ed ebrei oltralpe durante l’ultima guerra, garantisce la necessaria distanza da una ricostruzione agiografica. L’ex dominus imprenditoriale di via Solferino, il finanziere abilissimo dell’ultimo periodo, l’amico di Arnaldo Mussolini e di Toscanini, l’antifascista che pure collaborò con i fascisti viene, dunque, descritto sotto tutte le luci che merita, ma anche con le ombre. Ombre originate da comportamenti che effettivamente furono ambigui. Oppure dal suo carattere forte, che sembrava fatto apposta per attirarsi opposizioni e alimentare la rappresaglia di detrattori spesso in malafede. O ancora, più semplicemente, dalla leggenda che finisce sempre per avvolgere e, in qualche caso, per deformare le gesta di capitani d’industria, alfieri culturali, antesignani del costume. Il seme della contraddizione pare affiorare fin dall’inizio nella sua biografia. Figlio d’un proprietario terriero della provincia di Rovigo (Badia Polesine), Balzan si trova quasi subito in miseria per il tracollo della famiglia causato da una piena dell’Adige. La sua giovinezza trascorre all’insegna di espedienti e sregolatezza, per cui, una volta trasferito a Milano, batte in maniera quasi ossessiva sul tasto dell’onore e della rispettabilità. Assunto al Corriere (1897), correttore, poi cronista e quindi inviato speciale (autore di apprezzati réportage sugli emigranti italiani in America), passa in meno di sei anni dall’attività giornalistica a quella che i giornalisti hanno sempre un po’ considerato come l’altra parte, la sponda dove si deve far di conto e, magari, lesinare sugli stipendi. Come manager, anche se allora non s’usava dire così, Eugenio Balzan si rivelerà eccezionale, contribuendo, accanto a Luigi Albertini, alla vertiginosa crescita del giornale, in termini di diffusione e di prestigio. Un amministratore instancabile e a tutto campo, che disegna le strategie fondamentali e controlla minuzie all’apparenza insignificanti, dà il via ai più onerosi investimenti e s’adopera per realizzare risparmi anche infinitesimali. Dal disadorno ufficio al pianterreno, vicino alla cassa, Balzan esercita la sua amplissima giurisdizione, che abbraccia contabilità, tipografia, materie prime, abbonamenti, rivendi- te, pubblicità, relazioni con l’esterno, rapporti con la mano d’opera e con gli impiegati nonché, per quanto riguarda l’aspetto economico, con i suoi ex colleghi di redazione, coprendo così, in pratica da solo, un insieme di funzioni direttive che nelle imprese editrici di oggi impegnano uno stuolo di responsabili ed esperti (o presunti tali). Una “rete” per la raccolta degli annunci Promotore della associazione degli editori Uno dei primi obiettivi è rendere più redditizia la raccolta di inserzioni e annunci, fino ad allora affidata a un’agenzia esterna, la “Haasenstein & Vogler”. Con non poche difficoltà Balzan riesce a rompere il contratto e ad organizzare il servizio in proprio. Nuovi sportelli e una rete di solerti venditori. L’iniziativa dà ottimi risultati, trainata com’è dal veicolo-Corriere e dall’offerta, che adesso si definirebbe diversificata, dei periodici collegati: La Domenica del Corriere, nata nel 1899, La lettura (1901), il Romanzo mensile (1903), cui s’aggiungerà nel 1908 il Corriere dei Piccoli. Il direttore amministrativo cavalca il boom alzando i prezzi e a un cliente che se ne lamenta risponde con un pizzico di supponenza: “Quando le pubblicazioni sono accreditate come le nostre, la réclame è tanto più apprezzata quanto più è cara”. Per reinvestire gli introiti crescenti Balzan pensa negli anni successivi all’ammodernamento dell’impianto tipografico, che sarà una preoccupazione di tutta la sua gestione. S’informa, domanda, scrive: “Ci è stato comunicato da New York che si sta provando una macchina che mette i giornali sotto fascia dopo averli piegati e li mette in sacchi classificandoli secondo il treno che devono prendere. Ora desidereremmo sapere...”. Invia emissari alla ricerca di notizie più precise. Alla fine trova la rotativa che fa al caso del Corriere, una “Hoe”, americana, appunto, tecnologicamente avanzatissima e completa d’una serie di funzioni mai prima automatizzate. L’impacchettamento è un problema strettamente legato alla diffusione e anche in questo campo Balzan si lancia a corpo morto moltiplicando le rivendite e perfezionando i trasporti, senza esitare, quando è necessario, a litigare con La Stampa, sospettata di brigare per il cambio di alcune coincidenze ferroviarie in Piemonte in modo da rallentare l’arrivo delle copie da Milano. E neppure esita ad aprire un contenzioso con le cartiere che accusa d’aver formato un cartello allo scopo d’abbassare la qualità del prodotto. Dà maggior forza alla sua azione perché protesta a nome di tutti gli editori, essendo egli stato uno dei promotori (poi portavoce e, quindi, presidente) dell’associazione di categoria. S’occupa, Balzan, di “relazioni sindacali” e il suo rapporto con le maestranze, che gli riconosceranno comunque costante attenzione ai casi umani, è inevitabilmente difficile, con punte molto critiche. Annoterà compiaciuto il pur liberale Albertini: “Nei tempi della scioperomania Balzan si mise in mente di creare un gruppo di crumiri pronti a lavorare in caso di sciopero. Pareva impossibile arrivarci e soprattutto far convivere in pace un tal gruppo con gli altri. Lui si lavorò i suoi uomini caso per caso, ci impiegò mesi, ma ci riuscì”. E se il numero uno dell’amministrazione mostrava durezza verso gli operai, si comportava rigidamente anche con i giornalisti, controllando di continuo orari di lavoro e condotta extralavorativa, e perfino con i collaboratori di prestigio. Spulciando le note spese degli inviati Il sostegno alla direzione Albertini È famoso un aneddoto, rievocato da Montanelli, che prende spunto dalla pignoleria di Balzan nello spulciare le note-spese degli inviati e volge rapidamente in faceto trattandosi dei rendiconti, di solito fantasiosi, del “redattore viaggiante” Guelfo Civinini. Da tempo il giornalista chiedeva che gli fossero rimborsati, almeno durante le trasferte lunghe, i costi delle compagnie femminili, rubricabili, a suo avviso, sotto la voce “l’uomo non è di legno”. Pur con molta ritrosia, l’amministratore aveva finito per acconsentire a patto che non divenisse un’abitudine e che l’aggravio per la cassa rispettasse “ragionevoli scadenze temporali”. Senonché Civinini, alla prima occasione, piazzò la spesa di due gentildonne nello stesso giorno e Balzan, assicurava Montanelli, bocciò la richiesta annotando di suo pugno sull’apposito modulo: “L’uomo non è di legno... ma neanche di ferro”. Per quando riguarda, invece, il rigore nei confronti dei collaboratori è nota la vertenza con l’economista e ministro Alberto De Stefani, beneficiario d’un megacontratto che, secondo Balzan, oltre ad essere troppo oneroso, non era pienamente meritato. Non potendo mandare al diavolo l’illustre “firma”, l’amministratore s’impegnò allo spasimo per tagliare, sulle 220 mila lire di compenso annuo, almeno una minuscola fettina: duemila lire al mese. Una conduzione aziendale tanto puntigliosa e, nello stesso tempo, energica, versatile, lungimirante offrì il migliore sostegno possibile all’eccezionale direzione Albertini. il Corriere, che nel 1900, tirava 75 mila copie, nel 1906 salì a 150 mila, nell’11 a 275 mila, nel ‘18, anche grazie all’interesse per la guerra, a quasi 400 mila e nel ‘20 addirittura a 600 mila. Un crescendo inarrestabile. Il principale concorrente, Il Secolo, portato in TABLOID 10 2001 potere alla sfera redazionale. Ciò che non era stato possibile con Albertini, lo sarebbe diventato con i successori (Pietro Croci, Ugo Ojetti, Maffio Maffii), graditi a Mussolini ma molto meno autorevoli: intervenire sulla linea, fare e disfare l’organico, aver voce in capitolo dentro i settori, arruolare collaboratori di propria iniziativa, peraltro scelti con gusto e oculatezza perché Balzan aveva frequentazioni negli ambienti culturali e dello spettacolo (in particolare, musicali). Nella sua documentata biografia Renata Broggini li definisce “gli anni del compromesso”, apogeo della carriera, però segnati da problemi, tensioni, amarezze, tra le quali il raffreddamento dell’amicizia con il maestro Arturo Toscanini. Gli antifascisti ormai diffidano di Balzan. Ma lui è ancor meno amato dal regime e molti gerarchi ne parlano in termini spregiativi. Farinacci lo giudica un frondista complice della passata gestione. Gli viene artificiosamente attribuita una battuta che potrebbe costare il posto e addirittura il confino: la proposta di un monumento alla donnaccia che avrebbe attaccato la sifilide al duce quale “futura liberatrice d’Italia”. In occasione dell’uscita del volume “Eugenio Balzan 1874-1953. Una vita per il Corriere, un progetto per l’umanità” Tabloid pubblica un commento di Ettore Botti, già apparso, in versione più ridotta, sul “Corriere della Sera” Eugenio Balzan a Lugano nel 1953 e (sotto) in una foto giovanile, soldato nel “Savoia Cavalleria” (1893) Qui a destra, l’esordio da amministratore. Il giallo di una uscita improvvisa in via Solferino auge da Romussi, viene raggiunto, superato, surclassato e, infine, condannato all’estinzione. Il fruttuoso sodalizio con il mitico direttore comproprietario e con suo fratello Alberto s’interrompe però dopo poco oltre due decenni, quando gli Albertini (1925) sono costretti dal fascismo sempre più arrogante a cedere le quote e ad andarsene. A sorpresa Eugenio Balzan - ecco una profonda zona grigia nella sua storia -, anziché lasciare assieme a loro, raddoppia. Si offre di fare da intermediario nella trattativa per la cessione ai fratelli Crespi, Aldo, Mario e Vittorio, imprenditori tessili, agricoli, elettrici, immobiliari, già titolari della maggioranza azionaria del Corriere e in rapporti, ultimamente, molto tesi con la famiglia Albertini. C’era stato un lungo tira e molla durante il quale i Crespi, accompagnati dallo sguardo benevolo del regime, si fingevano indifferentemente disponibili a vendere la loro parte o a comprare quella degli altri. “Finché‚ un pomeriggio - racconterà Alberto AlbertiniBalzan piomba a casa nostra, annunziando il colpo di scena. I nostri soci, valendosi d’un appiglio legale inoppugnabile, domandavano la liquidazione della società”. Non resta scampo. La cessione viene in breve tempo ratificata. E Balzan, che pure l’anno prima era stato insultato e aggredito da un gruppetto di squadristi in Galleria, accetta di restare sulla sua importante poltrona come se nulla fosse cambiato. I fascisti e la cittadella liberale TABLOID I defenestrati lo considerano un ingrato e un traditore. Scrive Alberto Albertini, beffardo: “Ricordo che negli ultimi giorni si teneva appartato, dichiarava che al Corriere, partiti noi, non sarebbe rimasto e ci chiedeva di far valere i suoi diritti”. L’accusa è esplicita: voltafaccia di un opportunista che agisce unicamente “per convenienza”. Lui, Balzan, ha sempre sostenuto, invece, di essere rimasto nell’interesse del giornale e di chi ci lavorava per ridurre i danni che avrebbero provocato i fascisti, il cui fine recondito era abbattere quella cittadella liberale a vantaggio dei quotidiani già asserviti. Resta la testimonianza di un suo amico, Vincenzo Fagiuoli: “Albertini, appena uscito, avrebbe voluto che il giornale andasse male e sapendo che chi faceva ogni cosa e lo faceva camminare era Balzan, lo invitò a ritirarsi. Eugenio gli rispose: ‘Non posso perché so cosa significhi la mia presenza al Corriere e intendo che l’impresa vada avanti bene, poi vedrò il da farsi’. E così si condusse”. E c’è anche uno scritto lasciato dallo stesso protagonista. “Se non temessi - affermava Balzan - di arrecare un danno all’azienda cui ho dato per quasi trent’anni il meglio delle 10 2001 Un pensionato molto solo e ricchissimo mie forze, e alle tante famiglie che da essa traggono il necessario sostentamento, e se non temessi di essere giudicato male dai colleghi e amici che si fidano di me, specialmente nel periodo critico che stiamo attraversando non esiterei un momento a lasciare il mio posto”. È sicuramente vero, perché l’attaccamento di Balzan al Corriere aveva reputazione leggendaria, come la sua dedizione notte e giorno, ma non poteva non esserci dell’altro. Innanzitutto, i soldi, una passione costante, con connotati a tratti maniacali, nell’arco della sua esistenza. Egli ottenne una cospicua percentuale per la mediazione e i Crespi, ansiosi di non perdere un simile collaboratore, gli offrirono una piccola caratura nonché gratifiche da calcolare sull’incremento degli utili e da versare in Svizzera, usando come schermo gli incassi del Corriere e della Domenica (molto venduta) in Canton Ticino. E poi l’ambizione, il desiderio di allargare, da ex giornalista, il suo Il manager di via Solferino si difende da navigatore consumato, arrivando a vantarsi, in una lettera al direttorio del sindacato della stampa, di non aver fatto o detto niente, “neppure il più lontano accenno o atto di solidarietà”, durante la serata di congedo degli Albertini. E con altrettanta abilità si destreggia tra il rifiuto di assumere giornalisti fascisti ma incapaci e quello di licenziare redattori bravi quanto antifascisti. Gli attacchi, però, diventano più virulenti e rileggerne qualche passo oggi, in tempi di sfrontata concentrazione e montante conformismo dell’informazione, può forse servire a riflettere. Una pubblicazione romana di stretta osservanza punta l’indice senza alcun ritegno: “Noi sospettiamo Balzan. Il braccio destro di Albertini, il diffamatore di Mussolini, il ridicolo tirannello antifascista non può tenere un posto di comando in un grande giornale che si dice fascista”. E ancora: “Il più diffuso quotidiano d’Italia deve essere d’ora in poi integralmente, superiormente fascista”. In più di un’occasione Eugenio Balzan si vale dell’aiuto del fratello del duce, Arnaldo, suo amico e buon giornalista, che, tuttavia, muore all’improvviso nel ‘31. Le accuse, le delazioni, i trabocchetti si moltiplicano e il grande manager, fiaccato, decide di mollare. L’addio al Corriere, datato 1933, nasconde il maggiore dei punti interrogativi. Un’uscita improvvisa, presentata come provvisoria e per ragioni di salute e, un po’ per volta, trasformata in irreversibile. Perché? È possibile che sia stato minacciato o che si sia trovato sotto ricatto. La biografia richiama un piano semiufficiale “per disfarsi di Balzan e mettere in riga il giornale anche nella gestione organizzativa” (direttore era, nel frattempo, Aldo Borelli). La chiave sarebbe potuta essere la denuncia di “uno scandalo clamoroso”. Fu agitato davvero questo spettro infamante? E se lo scandalo non fosse stato altro che l’esportazione dei capitali all’estero? Sta di fatto che Balzan partì seguendo la direzione dei suoi soldi. Si stabilì in Svizzera, spostandosi in continuazione tra Lugano, Zurigo e altre località, come se si sentisse braccato, in pericolo. La polizia elvetica, che lo tenne spesso sotto sorveglianza, sospettava che fosse un infiltrato. Ma non era una spia. Era un pensionato molto solo, che s’occupava adesso d’amministrare in proprio, tra banche e Borsa, il vecchio patrimonio, ingrossato dall’ingente liquidazione. Sapeva essere generosissimo, come dimostrano gli infiniti aiuti, sovvenzioni e regali a parenti, amici, conoscenti, rifugiati politici ed ex dipendenti del giornale, ma anche avarissimo. Durante gli spostamenti in treno viaggiava sempre in seconda classe, come risulta dalle annotazioni un po’ stupite di uno degli agenti incaricati di pedinarlo. S’accontentava di pasti frugali, utilizzava un guardaroba ristretto, non concedeva mance. A un occhio disattento sarebbe potuto apparire un anziano signore in ristrettezze. Eppure quando morì vent’anni più tardi, dopo essersi ostinatamente rifiutato di tornare a risiedere in Italia, lasciò denaro, azioni, proprietà e una collezione d’arte che, secondo alcune stime, valevano 36 miliardi di lire (del 1953!). Una sostanza colossale che passa, senza testamento, all’unica figlia, Angela Lina, nata da un breve matrimonio giovanile, e da lei, quasi subito, alla Fondazione internazionale e a una miriade di opere filantropiche e assistenziali. Come avesse fatto Eugenio Balzan ad accumulare una simile fortuna (superinvestimento nella Nestlè? speculazioni valutarie durante la guerra?) resta un altro mistero, l’ultimo della sua lunga e memorabile vita. Ettore Botti 27 F E D E & M E D I A Sette testate sotto un solo tetto. Un vero e proprio palazzo dell’informazione, nel quale sono rappresentati tutti i media: dalla carta stampata ad Internet, passando per radio e tv. È il Centro delle comunicazioni sociali della diocesi di Lodi, una scommessa lanciata qualche anno fa dalla piccola comunità ecclesiale lodigiana e ora divenuta realtà, trascinata dall’imponente crescita di diffusione e di immagine del suo pezzo più pregiato, “il Cittadino”, uno dei tre quotidiani cattolici italiani assieme ad “Avvenire” e a “L’ Eco di Bergamo”, con 112 anni di vita sulle spalle “Il Cittadino di Lodi” una storia lunga centododici anni di Marco Ostoni La palazzina che ospita la redazione della gloriosa testata giornalistica, il suo editore (l’Editoriale Laudense) e gli altri “marchi” dell’informazione (Radio Lodi, voce della comunità; Telepace, emittente televisiva che opera a livello nazionale; Pmp, la società di informatica; Pubblimedia, la società di pubblicità, e Lodi On Line, il portale Internet del territorio), si trova in via Paolo Gorini 34, a due passi dal centro, sullo spalto delle antiche mura della città, al di sopra delle bassure golenali dell’Adda. Una posizione suggestiva e strategica, quasi a voler allungare lo sguardo anche fisicamente verso la distesa della pianura lodigiana, a un tempo origine e luogo di diffusione privilegiato della grande mole di informazioni che quotidianamente vengono raccolte, rielaborate e rese fruibili al pubblico grazie al lavoro delle persone che operano dietro la facciata dipinta di fresco dell’ex casa parrocchiale del Carmine. La nuova sede de il Cittadino è stata inaugurata ufficialmente il 13 ottobre scorso, alla presenza delle autorità civili, religiose e militari, ma anche di politici, amministratori ed operatori economici del territorio, con la partecipazione straordinaria del vescovo di Lodi, monsignor Giacomo Capuzzi, del direttore di Avvenire Dino Boffo, del caporedattore de L’Eco di Bergamo Piergiuseppe Accornero. E proprio Boffo, voce dei vescovi italiani, ha avuto parole di elogio e di augurio per le sorti del “fratello minore”, che dopo una vita secolare da settimanale ha imboccato con coraggio, 13 anni fa, la strada dell’uscita quotidiana: “Un giornale - ha esordito - è una dichiarazione d’amore per il popolo che serve. Questo giornale, il Cittadino, è una dichiarazione d’amore che la Chiesa di Lodi fa al Lodigiano. Mi auguro che il territorio sappia riconoscerla e apprezzarla”. L’apertura della cerimonia, presentata da Aldo Papagni, responsabile delle pagine sportive e firma storica del Cittadino, è stata affidata al direttore Pallavera, che ha ripercorso sinteticamente le tappe che hanno segnato la storia dell’informazione nel Lodigiano e nel Sud Milano, dalla fondazione dell’allora settimanale il Cittadino di Lodi, nel 1890, al passaggio a bisettimanale e quindi, nel 1989, a quotidiano. È toccato invece al vescovo illustrare il ruolo della nuova struttu- ra nel contesto delle scelte di comunicazione ed evangelizzazione della Diocesi: “Abbiamo la convinzione - ha affermato monsignor Capuzzi - che attraverso questi mezzi il mondo cattolico possa offrire un vero servizio all’uomo e alla società. La prima preoccupazione non è quella di prevalere sulle altre voci, ma di offrire la comprensione dei fatti della vita alla luce del Vangelo”. E in un’Italia, gli ha fatto eco Boffo, “in cui esiste un deficit vistoso nella consapevolezza che i cattolici hanno nei confronti del ruolo che ricoprono i mezzi della comunicazione sociale, la realtà lodigiana fa eccezione e fa ben sperare”. “Il punto di partenza di questa esperienza - ha proseguito il direttore di Avvenire - è una comunità vivace che ha saputo dotarsi di tutti gli organi della comunicazione sociale. Tutta la Chiesa italiana è felice del successo di questo giornale”. Sul ruolo della stampa cattolica e locale in particolare, ha poi insistito il caporedattore de L’Eco di Bergamo: “L’evento che celebriamo ha detto Accornero - è significativo, non solo per questa comunità. Pur con alcune differenziazioni, i nostri due giornali hanno percorso un cammino comune che ci porta oggi a celebrare un grande miracolo giornalistico”. Alla base della comune esperienza “è il medesimo convincimento che anima tanta stampa locale in Italia”. Con un impegno in più per i cristiani: “Predicare la verità”. ■ Intervista al direttore Ferruccio Pallavera Il nostro motto: “Quello che ascoltate nell’orecchio predicatelo sui tetti” Nel 1982, contestualmente al raddoppio delle uscite settimanali, è stato il primo giornalista assunto a tempo pieno nella storia de il Cittadino. Da allora Ferruccio Pallavera ha condiviso passo dopo passo le sorti del giornale, fino a diventarne vicedirettore negli anni del passaggio a quotidiano e, dalla scorsa primavera, direttore al posto di don Attilio Mazzoni. Il primo a non vestire la tonaca nella vita secolare del foglio dei cattolici lodigiani. Che significato ha questo passaggio? Tutti i direttori che mi hanno preceduto sono state personalità accese e spiccate, intelligenti e di uno slancio ammirevole. Io mi sento l’ultimo di essi, e non solo anagraficamente. Credo che la proprietà abbia scelto un laico per la necessità di poter contare su una persona che potesse dedicarsi a tempo pieno al giornale, cosa che coloro che mi hanno preceduto, per impegni pastorali non hanno mai potuto fare. Che cosa vuol dire essere un quotidiano di ispirazione cattolica? Rispondo citando un celebre passo evangelico di Matteo (10, 27) rammentato dal nostro vescovo proprio durante l’inaugurazione della sede: “Quello che ascoltate nell’orecchio, predicatelo sui tetti”. “Chi crede nell’au- 28 tore di queste parole - ha aggiunto nella stessa occasione monsignor Capuzzi - sente che deve fare così; non può tacere. Nel campo vasto dell’opinione pubblica e dei mezzi che la costituiscono, sulla piazza dell’informazione globale c’è un Vangelo da proclamare, c’è una Parola che non può mancare e tocca a noi farla sentire, non possiamo aspettarcelo da altri”. Ma tutto ciò come si sposa con la necessità di informare? Questo deve avvenire nella comprensione e nel rispetto della natura dello strumento e della logica della comunicazione, anche se la Chiesa avverte che non può essere assente anche nel campo dell’opinione pubblica e la creazione del Centro delle comunicazioni sociali è un segnale molto chiaro in tal senso. In ogni caso la nostra prima preoccupazione non è quella di prevalere sulle altre voci, ma di offrire la comprensione dei fatti della vita alla luce di valori ben precisi. Ci sono anche spazi di annuncio diretto del Vangelo (sul numero del sabato), ma ci sta a cuore - e cito ancora le parole del vescovo - “soprattutto un’informazione che obbedisca alla verità, sia a servizio della formazione dell’opinione pubblica nel nostro territorio, sia rispettosa delle persone nella loro inalienabile dignità”. Quali sono i punti di forza del Cittadino? Noi siamo convinti che la combinazione della comunicazione globale con quella locale sia decisiva per un’azione efficace nel campo dei media. Ed è quanto ci sforziamo di fare, quotidianamente. Sul nostro giornale c’è tutto: dalle cronache internazionali a quelle locali, passando per gli avvenimenti del quadro nazionale italiano. E non mancano le notizie sportive, culturali, lo spazio per l’economia, gli spettacoli. E poi siamo un giornale legato alle nostre radici, ma sempre proiettato verso il futuro; e a realizzarlo, tutti i giorni, è una pattuglia di giovani starordinariamente motivati. E tutto questo premia? Le scelte compiute fin qui ci hanno dato ragione. Posso affermare che nel giro di pochi anni non solo siamo passati dal terzo al primo posto tra i quotidiani più venduti nel nostro territorio, ma da pochi mesi - entro i confini della provincia di Lodi - il secondo e il terzo quotidiano tra noi più venduti, messi insieme, non riescono a eguagliare le vendite medie del Cittadino: un traguardo, questo, che sembrava irraggiungibile 10 anni fa. Oggi, inoltre, non solo il Cittadino è il quotidiano più diffuso in tutto il nostro territorio, ma ha tagliato traguardi importanti, all’insegna del progresso e dello sviluppo. La nuova sede del giornale, con la quale il Cittadino ha scandito i primi passi del nuovo millennio, è la prova tangibile degli sforzi compiuti. Quali sfide vi aspettano nel futuro? Noi cerchiamo sempre di stare al passo con i tempi e facciamo grossi sforzi in questo senso. Il Cittadino dal 1999 è su Internet con l’intera edizione, sia in formato testuale che nel formato grafico come viene prodotto dalla tipografia: la consultazione è libera con possibilità di ricerca e nel giro di un anno gli utenti registrati sono stati oltre 5mila. Uno sforzo importante, ma non l’unico. Alla fine del 1998 il giornale ha provveduto a un rinnovamento della grafica e ha adottato un nuovo e più moderno sistema editoriale. Nel 2000, l’ennesimo sforzo diffusionale: la presenza quotidiana nelle edicole di Milano, che ha ulteriormente incentivato le vendite. La nuova sfida è quella di consolidarci e completarci; sono in vista in particolare un aumento di foliazione e un’integrazione delle pagine di servizio (borsa, economia). M.O. TABLOID 10 2001 Siracusa - Il convegno dei settimanali cattolici Un servizio all’uomo e alla società Era il 4 gennaio del 1890 quando uscì dalla tipografia il primo numero del giornale. Si chiamava Il Cittadino di Lodi e recava come sottotitolo “Gazzetta politica, letteraria, commerciale, organo delle Associazioni cattoliche”. Il numero zero si apriva con una preghiera ai cattolici del territorio perché sostenessero la redazione “nell’opera volentieri intrapresa per il maggior incremento della causa cattolica fra noi”. La periodicità era settimanale, soltanto quattro le pagine. Da allora, per un secolo abbondante, il Cittadino ha partecipato di diritto alla storia del territorio; un territorio tradizionalmente fertile per il giornalismo e nel quale la stampa cattolica locale piantò i suoi primi semi nel 1878 con l’apertura del settimanale Il Lemene, trasformato, a partire dal 1890, ne il Cittadino di Lodi. Fu il vescovo di allora, monsignor Giovanni Battista Rota, originario di Brescia, a scegliere il nome della testata, sull’esempio di quella del giornale della sua città. E il Cittadino diventò subito voce dei cattolici che alla fine dell’Ottocento si stavano organizzando e cominciava- Le foto rappresentano il direttore de il Cittadino Ferruccio Pallavera con il vescovo di Lodi, monsignor Giacomo Capuzzi durante l’inaugurazione del 13 ottobre. A sinistra, l’esterno della sede del Giornale, in via Paolo Gorini 34, a Lodi. no a fare sentire la loro presenza in tutti i settori della società. Le “leghe bianche” avevano fatto breccia nel mondo rurale lodigiano e Il Cittadino le appoggiò con convinzione, sostenendo le prime battaglie sindacali dei contadini e favorendo anche la costituzione delle Casse rurali e delle Cooperative di consumo. Schierato con il movimento sociale e politico dei cattolici, il giornale si collocò a sinistra, avversando i liberali ma battagliando anche contro i socialisti. Prima e durante la Grande guerra sposò la causa pacifista e all’indomani del conflitto sostenne la nascita del Partito Popolare Italiano, abbracciandone linea e finalità e incappando spesso e volentieri nella censura. Il fascismo buttò all’aria la tipografia e il Cittadino, per sopravvivere, divenne voce dell’Azione Cattolica diocesana, senza con ciò rinunciare alle sue battaglie. Durante la seconda guerra mondiale e nel periodo dell’occupazione tedesca il Cittadino contribuì a tenere saldi quei legami tra la Chiesa, le associazioni cattoliche e i lodigiani che animarono la resistenza e, successivamente, la ricostruzione. Supporto della Democrazia Cristiana locale e nazionale fino alla metà degli anni Ottanta, in un periodo di contrapposizione frontale, mise in luce senza remore le storture che provenivano dall’Europa dell’Est dove erano stati soppressi i diritti democratici e civili. Nel frattempo il giornale cambiava, cercando di adeguarsi alle esigenze dei lettori. Decisiva in questo senso fu l’opera ventennale di due Ferrari: il direttore, don Mario, e il presidente del consiglio d’amministrazione, don Carlo. Con loro, a partire dal 1975, il Cittadino diventò “maggiorenne”. Venne aperta una piccola sede, si fece una timida apparizione nelle edicole. Il giornale nel 1980 raddoppiò le sue uscite, affiancando al numero storico del sabato quello del lunedì, con le cronache sportive del Lodigiano. Due anni più tardi venne cambiato il formato - dal “lenzuolo” al più agile tabloid - e venne assunto il primo giornalista (laico) a tempo pieno. Occorreva un ultimo sforzo per poter fronteggiare la concorrenza delle testate che stavano ampliando la propria diffusione fra lodigiano e Sud Milano e per questo, contando su soli sei giornalisti (formatisi per lo più nella vicina emittente radiofonica, Radio Lodi), dal 26 gennaio del 1989 il Cittadino si trasformò in quotidiano, con 6 numeri settimanali (non usciva e non esce la domenica). Le vendite, prima timidamente e poi in maniera sempre più marcata, premiarono il coraggio di chi aveva voluto il quotidiano. Tra il 1994 e il 1995 mutavano intanto le persone ai suoi vertici: alla direzione don Attilio Mazzoni prendeva il posto di don Mario Ferrari e alla presidenza del consiglio d’amministrazione don Carlo Ferrari passava il testimone a don Diego Furiosi. E intanto proseguivano la penetrazione e la diffusione nei centri prossimi alla grande metropoli. E nel frattempo le battaglie ideali condotte con veemenza e slancio dal giornale facevano storia e incidevano nel tessuto sociale e politico del territorio: nel 1995 il Lodigiano riacquistò l’autonomia amministrativa perduta 130 addietro, con la ricostituzione della provincia di Lodi, sostenuta con forza proprio dal Cittadino. Gli anni contemporanei sono stati contraddistinti dalla grande sfida tecnologica, con il lancio di Lodi on line, costola telematica del giornale e portale Internet più importante del territorio, e la rivoluzione grafica interna del ‘98. L’apertura della nuova sede rappresenta l’ultima tappa di questo cammino. M.O. Da fogli devozionali a finestre sul mondo di Alberto Comuzzi Il teologo Karl Barth suggeriva ai suoi colleghi di prendere ogni mattina in una mano la Bibbia e nell’altra il giornale. Il consiglio è utile per il cristiano, ma si adatta benissimo a chiunque svolga la missione del comunicare. Così ha esordito Vincenzo Rini, presidente della Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici), aprendo i lavori del convegno di studio tenutosi a Siracusa dal 4 al 7 ottobre. Ogni anno la Fisc promuove un incontro d’aggiornamento professionale per amministratori, direttori e redattori che fanno capo alle 134 testate associate (in Lombardia i settimanali federati sono quindici). A fare gli onori di casa ha provveduto monsignor Alfio Inserra, direttore del settimanale siracusano, Cammino, una lunghissima militanza nelle fila della stampa cattolica italiana e, in particolare, nella Fisc. Grazie al solerte direttore, dagli anni Sessanta ad oggi, in Sicilia, sono stati organizzati dodici tra convegni, congressi e incontri di vario genere dedicati ai mass media e alle problematiche riguardanti la stampa. Sulla sfida della mondializzazione e sul ruolo che la Sicilia può svolgere come ponte tra le diverse culture mediterranee hanno preso la parola il sindaco di Siracusa, on. Giambattista Bufardeci, il presidente della Provincia, Bruno Marziano e il presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, Bent Parodi di Belsito, i quali, andando oltre i tradizionali saluti di benvenuto, hanno tenuto a partecipare ai lavori dell’incontro Fisc. Per tre giorni oltre centocinquanta convegnisti, libretto degli appunti alla mano, si sono documentati su aspetti antichi e nuovi della professione. Divisi in tre gruppi di lavoro (“Sociologia, spiritualità e pastorale della comunicazione sociale nel contesto del nuovo piano pastorale promosso dalla Conferenza episcopale italiana”; “L’editoria periodica nella legislazione italiana. Personalità giuridica dell’editore. Regime speciale Iva per l’editoria”; “Il linguaggio nella stampa. Il linguaggio televisivo”) i partecipanti al convegno hanno approfondito temi che, troppo spesso, nelle redazioni o non sono dibattuti, o sono affrontati in modo superficiale. Giorgio Zucchelli, presidente della Commissione cultura della Fisc, raccogliendo l’unanime pensiero dei numerosi docenti e relatori intervenuti, ha esortato a superare, ove esista «il pericolo della chiusura autoreferenziale dei settimanali cattolici e la polarizzazione sulla ritualità, sul devozionale, piuttosto che sull’annuncio, sulla denuncia, sulla proposta». Gli ha fatto eco il presidente, Vincenzo Rini, che, concludendo i lavori, ha ricordato lo sforzo dei settimanali cattolici impegnati «a non attardarsi più sul proprio piccolo ambito di vita e di esperienza e a non escludere gli opportuni collegamenti con il mondo circostante». Per Rini l’obiettivo è quello di evitare di rappresentare «il volto di una Chiesa narcisista e introversa piuttosto che quello di una Chiesa estroversa, dialogante e missionaria». In altre parole la Chiesa comunica meglio anche ai praticanti quando si pone in comunicazione con i non praticanti. ■ Accordo con il Liceo della Comunicazione di Gorgonzola www.eticare.it, portale che si rivolge al mondo cattolico di Francesco M. De Bonis Il primo obiettivo è costruire una comunità virtuale di cattolici e offrire un’ agorà per il dialogo, il confronto, l’informazione e una maggior visibilità in rete. Per farlo si è costituita una redazione di una dozzina di persone, tra cui tre giornalisti professionisti. Eticare.it è un nuovo portale Internet che si rivolge all’universo cattolico con un giornale quotidiano e una vetrina per i numerosi siti nati come frutto delle mille attività in cui i cattolici sono impegnati. L’iniziativa è partita da Sri S.p.A., società con sede a Milano, scaturita dalla sinergia tra Gruppo RE e lo studio Valdani Vicari & Associati, uno dei primi gruppi italiani che opera nel mercato nazionale e internazionale della consulenza di direzione. Alla base del portale c’è la metafora dell’albero. L’immagine sintetizza in modo efficace il potenziale percorso di sviluppo del progetto: dalle radici ai rami. Nell’home page, all’indirizzo www.eticare.it, si trovano due macro sezioni: le radici e i rami, appunto. Le radici rappresentano le fondamenta. Questa sezione ospiterà documenti e contriTABLOID 10 2001 buti di autori importanti, alla base della cultura e della tradizione cattolica. Una collaborazione importante verrà offerta dalle università Cattolica e Pontificia Lateranense da altre congregazioni religiose. I rami rappresentano invece il quotidiano. Spazio in quest’area, dunque, ad articoli su luoghi, viaggi, itinerari, sui temi che riguardano la famiglia, la scuola, l’educazione, lo sport, il sociale. Coinvolte nello sviluppo di quest’area importanti realtà del mondo cattolico. Tra queste anche il Sermig di Torino, la Fondazione don Gnocchi, l’Ai.Bi Associazione amici dei bambini. Nell’area dedicata al mondo della solidarietà sarà possibile, tra le altre cose, entrare in contatto con il vasto mondo delle onlus avvalendosi di semplici strumenti di ricerca, adottare a distanza bambini, effettuare donazioni e fare beneficenza. Eticare.it ha aperto ufficialmente i battenti alla fine di settembre con una cerimonia ufficiale, al Circolo della Stampa di Milano, in occasione di un convegno al quale hanno preso parte tra gli altri il cardinale Ersilio Tonini, Ernesto Olivero e Claudio Demattè. Il portale ha già però dato vita, nei giorni scorsi, a un progetto che si rivolge agli studenti delle scuole cattoliche. Il progetto pilota è il frutto dell’accordo con il Liceo della comunicazione dell’Istituto Maria Immacolata di Gorgonzola e prevede che i ragazzi lavorino nella redazione del portale per tre mesi e che tornino poi a scuola avviando un laboratorio che dovrà produrre una magazine on line per i giovani, fatto dai giovani che verrà ospitato su www.eticare.it. Il progetto verrà esteso successivamente ad altre scuole. Sta per partire anche la realizzazione di un’area destinata ai bambini con un linguaggio e metodi di comunicazione adatti ai più piccini, navigatori del futuro. L’obiettivo è offrire uno strumento moderno di comunicazione che leghi i ragazzi ai valori su cui fonda il portale, quelli del mondo cattolico. Proprio per affidare ai ragazzi un mezzo di navigazione sicuro, in collaborazione con Godano, è stato progettato un motore di ricerca che permette di utilizzare internet senza il rischio di imbattersi in siti sconvenienti e che è in grado di filtrare le URL da rendere inaccessibili. Sul fronte dell’informazione on line sta prendendo corpo il progetto destinato alla pubblicazione delle notizie che provengono delle redazione dei settimanali diocesani di tutta Italia. Il piano editoriale prevede anche lo sviluppo di un’area di economia destinata a un pubblico socialmente responsabile. Rivestirà infatti una particolare rilevanza il ramo di Finanza Etica. L’obiettivo è approcciare il mondo degli Investimenti socialmente responsabili (nel mondo anglosassone Sri Social Responsible Investment), partendo dalle fondamenta (alfabetizzazione, glossario, news a tema…) e affrontando il tema della conciliazione di etica e finanza. Presto il portale, oltre alla parte editoriale, sarà in grado di offrire una serie di servizi on line che spaziano dai corsi multimediali all’ecommerce. Sri ha sviluppato anche una divisione di web factory per la realizzazione dei siti delle congregazioni, delle associazioni e dei gruppi d’area cattolica. Una volta confezionati i nuovi siti troveranno collocazione proprio sotto il cappello di www.eticare.it offrendo così, davvero, un circuito privilegiato ai visitatori interessati al contesto entro il quale l’iniziativa ha preso corpo. ■ 29 S T O R I A E G I O R N A L I S M O Le “radici” del giornalismo italiano analizzate in un convegno sulla stampa lombarda del “decennio di preparazione 1849-1859” Milano, un Risorgimento di idee servizi di Francesca Romanelli “Io sono giornalista, il che vuol dire uomo che sta lì al giorno al giorno”. Se Carlo Cattaneo, nel 1836, poteva definire in modo così intrinsecamente vero la professione, davvero significa che l’Ottocento è la radice ideale del giornalismo italiano. Come ha dimostrato il convegno “Il giornalismo in Lombardia nel decennio di preparazione 1849-1859”, che ha visto interventi di docenti universitari quali Franco della Peruta, Carlo Giacomo Lacaita, Angelo Moioli, Rita Cambria sulla stampa preunitaria lombarda dalle sue fondamentali colorazioni cattoliche e rivoluzionarie alle sue declinazioni specialistiche musicali, femminili e scientifiche. E come testimonia soprattutto la storia del giornalismo stessa, che assiste in questi anni al primato culturale di una Milano capitale giornalistica di un’Italia nascente. Alimentata da pensatori e patrioti. Se la Gazzetta di Milano è il foglio ufficiale, “privilegiato” dalle sovvenzioni austriache e ad abbonamento obbligato per tutte le strutture amministrative, è ancora il dibattito letterario a catalizzare gli intellettuali del tempo, concentrando le firme dei poeti Vincenzo Monti e Ugo Foscolo sul nuovo mensile filoaustriaco la Biblioteca italiana (1816) con la sua famosa querelle des ancients et de modernes cui si contrappongono nel 1818 le pagine azzurre del Conciliatore. E mentre l’impegno civile comincia a prorompere dal mensile milanese Rivista europea di Carlo Tenca e dal noto Politecnico cattaneano nel 1839, il giornalismo specialistico si è già creato una consistente nicchia di mercato con i 700 abbonati al settimanale Corriere Intervista a Franco Della Peruta Agli albori dell’Italia nascente A pochi passi dal Risorgimento. A pochi anni dall’Unità. A pochi moti dalla libertà. La Lombardia giornalistica di metà Ottocento racconta gli albori di un’Italia nascente. Da quel Crepuscolo che fu l’aurora della stampa del Tenca alle riviste specialistiche che parlano della modernizzazione sociale che avanza. Milano cuore giornalistico d’Italia nelle parole di Franco Della Peruta, docente di Scienze della storia e della documentazione storica all’Università degli Studi meneghina. Nonché eminente storico di fama mondiale. «Il quadro della stampa periodica a metà Ottocento, relativo a quotidiani e settimanali, ha sostanzialmente due volti dall’agosto 1848: se infatti in questo momento l’Austria ha una costituzione e concede una relativa libertà di stampa, fino al 1851 la successiva abolizione dei diritti costituzionali conduce all’eliminazione della libertà di espressione. Nei periodici non sono più possibili interventi diretti ed espliciti in materia politica, come è testimoniato da quell’importantissimo giornale che vive dal 1850 al 1859 e che è Il Crepuscolo di Carlo Tenca.» Professor Della Peruta, qual è la situazione dei quotidiani in questo periodo storico? Vengono stampati a quattro pagine, hanno una diffusione limitata affidata soprattutto agli strilloni e agli abbonamenti. In particolare, nel territorio lombardo-veneto la diffusione effettiva raggiunge la scarsa cifra di 600/700 copie. Diversa la situazione in Piemonte, dove ad esempio Il Risorgimento di Cavour riesce ad arrivare al ragguardevole numero di 2.000 lettori. Ancora di più ne conquista Il Crepuscolo cui accennavo in precedenza, che distribuisce oltre 3.000 copie. Ma davvero interessanti sono anche le esperienze di giornalismo su scala provinciale. Penso a Mantova fra il 1854 e 1856, che vede sorgere l’originalissima testata La Lucciola. Gazzettino del contado: in sostanza la prima pubblicazione attentissima ai problemi sociali del mondo contadino che poi esploreranno dopo l’Unità. Di assoluto rilievo è anche La medicina politica, giornale portato avanti da un gruppo di medici a Bologna per la necessità della prevenzione. La libertà di espressione si riflette, in quest’epoca, nella libertà politica: vediamone la condizione. 30 Fino al 1851 i quotidiani vengono pagati dall’Austria: seguono e si accontentano di quella poca libertà accordata dall’impero. È possibile riscontrare una sorta di adeguamento dei temi, dei toni e degli spazi ad una libertà di stampa condizionata. E in un secondo tempo si imbavaglia anche quella. Il Crepuscolo aveva infatti una preziosa rubrica di politica costretta a cessare nel 1857 a causa della censura che obbliga Tenca a sopprimerla. Per questo il dialogo politico con i lettori diventa tutto uno scambio di allusioni, sottintesi, rinvii e riferimenti ad altri argomenti, come si vede nei giornali umoristici quali L’Uomo di Pietra. Ippolito Nievo sarà un maestro di questo comunicare cifrato. Lui, che è il grande autore delle Memorie di un italiano, che è morto ad appena trent’anni, scrive su questo giornale. È un democratico. E un collaboratore assiduo con i suoi interventi di ironia e di costume. Se diceva che il capodanno 1859 il tempo migliorava, perché ci si aspettava che sarebbe scoppiata la guerra per la libertà, i lettori sapevano intendere la metafora e applicarla al contesto politico. Che ruolo riveste il giornalismo cattolico in questa fase? Esisteva ed esiste ancora la rivista Civiltà cattolica a Roma, prodotta dai gesuiti, simbolo di una cultura elitaria e di uno spirito reazionario contrario ai mutamenti di regime. A Milano vengono invece pubblicati La Bilancia e l’Amico del popolo, quest’ultimo in parte come risposta agli scritti più liberali. Si tratta di opere intrise dell’ideale di monarchia assoluta austriaca, che definiscono Mazzini “un pazzo” e votate alla difesa del binomio trono e altare. Gli altri giornali cattolici sono su questa linea, anche se il clero non è interamente schierato così. Esistono voci dissonanti, ma che non hanno organi di espressione. Quali i titoli memorabili sul fronte della stampa specialistica? Importanti gli Annali universali di medicina e la Gazzetta medica milanese di Bertani. Un personaggio davvero singolare che appoggia Garibaldi e fonda il partito radicale insieme a Felice Cavallotti. La realtà lombarda è infine tutta un fiorire ineguagliabile di riviste di farmacia, chimica e ingegneria. delle Dame, nato a Milano nel 1804 e destinato a sopravvivere fino al 1872. La svolta è proprio fra 1848 e 1849, quando il fermento sociale fa deflagrare il numero delle pubblicazioni e si afferma, attraverso l’Editto sulla stampa di Carlo Alberto, una legislazione di matrice francese fatta di direttori gerenti penalmente responsabili e doveri di rettifiche. Una disciplina che rimarrà anche dopo l’Unità. Nascono così a Milano autentiche novità editoriali, come Il Crepuscolo, settimanale letterario di qualità curato da Tenca, la testata di sola cronaca anche nera Nuovo Emporio dal 1856 al 1860 più Il Pungolo e L’Uomo di pietra di Cletto Arrighi sul versante umoristico. Quest’ultimo ottiene tanto successo da raggiungere una diffusione di 15.000 copie e da vedere battezzati i venditori di giornali “pungolisti”. Milano, nel 1859, ha ben trentadue giornali e quattro quotidiani, fra cui spiccano i conservatori La Lombardia e La Perseveranza insieme a Il Pungolo e La Gazzetta di Milano. Tirano in totale circa 20.000 copie. Dopo l’unificazione della penisola, l’opposizione di sinistra al governo della destra storica si esprime ne l’ Unità italiana mazziniana, in uscita nel 1862 ma soffocata dal sequestro preventivo della censura e con Il Gazzettino rosa di Felice Cavallotti. Forte è anche l’opposizione cattolica, che tra 1860 e 1874 cresce da sette a diciotto testate. Il quotidiano moderno nascerà a Milano nel 1866: sarà Il Secolo di Sonzogno, con la novità decisiva dell’ampio spazio alla cronaca. Ma certo il nuovo mondo comincerà nel 1861, quando all’ombra della Madonnina compaiono le prime due edicole italiane: dietro il Duomo e in piazza della Scala. ■ A colloquio con Ada Gigli Marchetti L’arma intellettuale dell’ironia Decennio di preparazione all’eccellenza. Ada Gigli Marchetti, docente di Storia del giornalismo nella facoltà di Scienze politiche alla Statale di Milano, descrive così la stampa lombarda fra 1849 e 1859. «Dopo la fase rivoluzionaria del 1848-49, la stampa periodica lombarda conobbe un periodo di gravi difficoltà e di grande grigiore, definito “decennio di preparazione”. La legislazione duramente repressiva introdotta dagli austriaci ritornati in Lombardia, che prevedeva ad esempio pene detentive quanto mai severe per i reati commessi per mezzo della stampa, rese infatti praticamente impossibile l’esistenza di giornali politici che non fossero filogovernativi. Così come rese molto difficile anche l’esistenza di giornali di cultura varia e di intrattenimento. Non a caso l’unico quotidiano che ebbe vita facile e riuscì ad essere pubblicato con regolarità fu la Gazzetta di Milano. Monotono e bigio foglio ufficiale del governo compilato ed edito da Giovan Battista Menini, reso talvolta vivace dalla collaborazione di Giuseppe Rovani, famoso autore del romanzo Cento anni che venne pubblicato a puntate su questo giornale.» Quale il ruolo della stampa cattolica? Non mancano tuttavia altri esempi di periodici dalla vita facile soprattutto nell’ambito della stampa cattolica. Tra questi si annoverò La Bilancia. Ideologicamente affine fu il mensile l’Amico cattolico che dopo aver sostenuto la rivoluzione del 1848 si schierò, sotto la direzione di Paolo Ballerini, su posizioni decisamente intransigenti. Parliamo de Il Crepuscolo... La singolare e vitale esperienza de Il Crepuscolo continuò nel decennio la tradizione del grande giornalismo culturale lombardo. Si pensi alle vicende del Caffè, del Conciliatore, del Politecnico... Settimanale fondato e diretto da Carlo Tenca dal 1850 al 1859, Il Crepuscolo intendeva promuovere la partecipazione del popolo alla vita culturale e politica della nazione. Convinto che la pagina stampata fosse un insostituibile strumento di educazione civile e morale, Tenca pubblicò articoli non solo di letteratura, ma anche di discipline scientifiche spaziando dai problemi dell’economia e dell’agricoltura a quelli della politica e della vita sociale. Avvalendosi delle migliori collaborazioni dell’epoca, da Carlo Catteneo a Giovanni Cantoni, da Giulio Carcano a Caterina Percoto... Egli seppe dar vita, in una decina di anni, a quello che Cattaneo definì “il migliore giornale d’Italia”. TABLOID 10 2001 Un Centro studi per la storia dell’editoria Culla accademica ne è la Statale di Milano. Madrina universitaria nonché presidente è la professoressa Ada Gigli Marchetti. I suoi natali nel 2001. È il nuovissimo Centro di studi per la storia dell’editoria e del giornalismo ad aver organizzato al museo di Storia contemporanea il convegno “Il giornalismo in Lombardia nel decennio di preparazione 1849 e 1859” tenutosi lo scorso ottobre e scaturito dalla collaborazione con il Dipartimento di Intervista a Nicola Del Corno La stampa cattolica icona del secolo Poco studiata, ma icona del secolo. Di cui non voleva tramandare solo le rivoluzioni, ma anche le tradizioni e l’idealità. È la stampa cattolica, una delle anime del giornalismo italiano. «Testimoniato da molte testate come l’Amico Cattolico, giornale nato negli anni ‘40 con l’intento di difendere le prerogative di trono e altare, che poi passa nel ‘48 a difendere la rivoluzione e infine torna a sostenere la politica asburgica. O come la Gazzetta di Milano, in realtà voce di Vienna. Ma soprattutto come La Bilancia» afferma Nicola Del Corno, ricercatore in Storia delle dottrine politiche alla facoltà di Lettere e filosofia della Statale di Milano. Che cos’è La Bilancia ? La Bilancia non è un organo ufficiale dell’impero austriaco, nasce come un giornale libero che infatti tra 1856 e 1857 polemizza con Vienna per la decisione di aumentare la tassa da bollo. La sua intenzione è però dimostrare che l’opinione pubblica parteggia per l’Austria. Vive dal 1850 al 1858, solo con una breve interruzione ed esce tre volte la settimana: il martedì, il giovedì, il sabato. È impostato come un moderno quotidiano dell’epoca, con quattro pagine di corrispondenze e rubriche. In cui confluivano in pratica i resoconti della lettura dei giornali di altri paesi e le notizie da questi riportate. Di rilievo i suoi editoriali, tutti scritti dal curatore Angelo Somazzi, svizzero del Canton Ticino. Nei suoi pezzi si ravvisano i tre grandi nemici per il legittimismo clerico-reazionario de La Bilancia. Il Piemonte, che si riteneva volesse arrivare alla “terza riscossa” dopo le sconfitte del ‘48 -’49 e veniva descritto come uno stato allo sbando, sovraccaricato dalle tasse e guidato da un “pazzo” come Cavour. La politica italiana, pensava questa corrente, era già ben incardinata nella divisione di stati dinastici. Si contesta il regime parlamentare adottato dai piemontesi e la loro politica ecclesiastica di ritorsione contro il Papa. Il secondo nemico è l’Inghilterra, accusata di fomentare le rivoluzioni e di essere base logistica per i moti europei, di sobillare gli stati per far ristagnare l’economia del continente e guadagnare a scapito degli altri. Il terzo nemico è “la setta”, un’entità non chiaramente definita che compare in tutta la polemica antirivoluzionaria dell’Ottocento. È un’estesa TABLOID 10 2001 corporazione internazionale dai contorni indefiniti considerata responsabile di agire nei vari stati e che vede in Italia Mazzini come attore referente. Qual è il messaggio proposto da La Bilancia? Contro questi tre supposti pericoli incita alla mobilitazione dei sovrani, della Chiesa e dei cittadini per costruire un’unione internazionale legittimista. A che pubblico si rivolge questo giornale? Al ceto nobile e all’alta borghesia, anche se non esistono ancora studi sulla sua diffusione. Riceveva inoltre sovvenzioni dai nobili legittimisti. Come in tutta la stampa di questo genere si nota lo scontro della lotta tra bene e male, fra tradizione e rivoluzione. Il modello giornalistico dei giornali reazionari è La voce della verità di Modena 1831. Vengono poi affrontate altre questioni: l’educazione, la convenienza del sistema agricolo rispetto a quello industriale. Dopo il 1848 si auspica la creazione di una confederazione di stati italici, uniti solo dall’aiuto reciproco per polizia ed economia. Unico e originale di questa testata è l’attestato di stima per la democrazia americana, che viene opposta a quella europea. L’apporto di questa stampa nella storia del giornalismo? Gli effetti immediati sono pochi dal punto di vista delle idee. L’aspetto clericale ritorna nella polemica contro lo stato laico che avrebbe aggredito il Papa con la breccia di porta Pia. L’Osservatore Cattolico milanese, nel 1864, riprenderà queste tematiche. In queste pagine alcuni “fogli volanti”, testimonianza dei primi incerti sentimenti d’identità nazionale. Storia della società e delle istituzioni di via Livorno, il Comune di Milano per il settore raccolte storiche e l’Istituto per la Storia del giornalismo italiano. Prestigiosa iniziativa che segue la promozione di ricerche, congressi e pubblicazioni come la “Collana di studi e ricerche di storia dell’editoria”. Nel suo comitato direttivo, il giornalista del Sole 24 Ore Riccardo Chiaberge, gli editori Franco Angeli e Andrea Dell’Oglio più Gabriele Turi e Varni della scuola di giornalismo di Bologna. L’attuale centro raccoglie l’eredità di un precedente e omonimo gruppo di studio, che aveva centrato la sua attività su giornate di approfondimento finalizzate ad esplorare l’editoria minore e la stampa periodica lombarda tra Settecento e Novecento. Nel 2002, con il Comune di Milano, anche un grande convegno sull’editoria per ragazzi. Lucia Romaniello, delle Civiche raccolte storiche Spine nel fianco del governo asburgico L’ironia milanese va alla guerra. Lo fa con i periodici umoristici preunitari che furono “spine nel fianco” del regime asburgico. Di nome e di fatto. Come Il Pungolo. Li racconta Lucia Romaniello delle Civiche raccolte storiche di Milano. I periodici milanesi L’Uomo di Pietra (15 novembre 1856) e Il Pungolo (7 marzo 1857), presi in esame fino al 1859, si definiscono giornali letterari-umoristici per il rilievo predominante degli argomenti letterari. L’aspetto umoristico è il motivo conduttore di un giornalismo fortemente debitore alla letteratura, che durante il decennio di resistenza si rivela come un formidabile strumento di educazione sociale. E un’arma per fare opposizione al governo asburgico: per usare le parole di Cletto Arrighi, direttore, redattore, factotum dell’Uomo di Pietra, serve “per fare con la penna un po’ di guerra all’Austria”. Per sfuggire alla censura austriaca occorreva al tempo scrivere con una certa strategia. Quale struttura presentavano queste pubblicazioni? L’intenzione umoristica è manifesta anche nell’aspetto tecnico: titolo, testata, sottotitolo, motto. Le testate sono molto significative: quella de L’Uomo di Pietra è rappresentata dalla statua di Cicerone, ai piedi la folla in subbuglio, sullo sfondo il Duomo, da una parte forti nubi si addensano, dall’altra s’intravede uno spiraglio di luce. Il motto adottato è: “io non piangeva, sì dentro impietrai”. Il Pungolo, riprendendo la testata del soppresso giornale veneto “quel che si vede e quel che non si vede”, sceglie un diabolico pipistrello nel centro, a sinistra Eraclito che ride, a destra Democrito che piange e il motto: “adelante si puedes…….. con judicio”; subito trasformata in un diavolo dal nome Asmodeo (direttore Leone Fortis) che impugna Il Pungolo per “cacciare avanti i buoi”, la folla. E il motto: “flectar non frangar”. Entrambi di pratico formato 36x27 centimetri circa, sono settimanali da quattro a otto pagine. Le caricature e le vignette umoristiche spesso sono a corredo del testo, firmate dai migliori artisti del tempo come Sebastiano De Albertis, Salvatore Mazza e Carlo Gallina. Sono eredità dal giornalismo francese di qualche decennio prima, quando il giornale parigino Le Charivari adottava nel 1832 la vignetta satirica a supporto del testo. Veniamo ai giornalisti di queste due testate. Arrivano dall’ambiente letterario e in particola- re dalla scapigliatura milanese. La redazione de L’Uomo di Pietra rappresenta un primo ritrovo di cenacolo scapigliato, una modalità di essere artisti, di fare letteratura liberi da precisi impegni di gusto e di poetica, ma sempre ricchi di umori artistici e patriottici. Sono nomi che ricorrono nella produzione giornalistica del decennio: da Cletto Arrighi a Giuseppe Rovani (il brillante appendicista de La Gazzetta di Milano) a Giovanni Rajberti, Anastasio Buonsenso, Antonio Piccozzi, Antonio Ghislanzoni, Ottavio Tasca, Ippolito Nievo. E ancora per Il Pungolo altri personaggi come lo stesso direttore Leone Fortis, drammaturgo e giornalista combattente, Arnaldo Fusinato, autore di canti severi e rime giocose. Quasi tutti si firmavano anche con pseudonimi. I più stravaganti, con vezzo scapigliato, rivelano la propria personalità con il nome fittizio. Nei contenuti? Affrontano la cronaca cittadina, di altri nuclei urbani del Lombardo-Veneto e di altri stati, ma sviluppano soprattutto il versante letterario. Il Pungolo rappresenta l’eccellenza per la levità e la raffinatezza del linguaggio, per il sottile umorismo che attraversa quasi tutte le rubriche quali le critiche letterarie, artistiche e teatrali, le Ciarlie filologiche e linguistiche. L’Uomo di Pietra si differenzia per l’uso del vernacolo che esalta lo spirito umoristico secondo la tradizione di Carlo Porta sia nella cronaca cittadina, sia nella storia delle contrade e dei mestieri, un modo di avvicinarsi ai milanesi del tempo. L’umorismo è il tramite per instaurare il dialogo con i lettori, è una provocazione quotidiana, un’abilità a trasformare un discorso serio in aperto divertimento narrativo, attingendo ad un linguaggio a effetto, a frasi ambigue, parole a doppio senso, caricature. I due periodici riportano notizie e curiosità, cronache teatrali, novità librarie insieme ai fatti del giorno, ma soprattutto articoli di commenti come quello di fondo, solitamente ad opera dei direttori. E anche interventi spesso polemici, notazioni di costume. Il giornale, insomma, non è solo un veicolo di informazioni, ma uno strumento formativo, diverso da quello odierno che vuole i fatti separati dai commenti. A liberazione avvenuta, dopo il 1859, il linguaggio dei due periodici diventa più aperto e sferzante. Si trasformano in fogli politici, facendo cadere la caratterizzazione letteraria. 31 Convegno di Brescia (27 ottobre 2001), promosso dalla Federazione dei liberali e dall’Anpi, sul Centenario della nascita di Piero Gobetti: “Tra idealità democratica e passione politica: Piero Gobetti giornalista, promotore di cultura, teorico del liberalismo. Attualità di un impegno” Piero Gobetti in un disegno di Felice Casorati L’Italia ha bisogno di una “rivoluzione liberale” anche nel sistema dei media, in modo che sia affermata la centralità delle donne e degli uomini che lavorano nel sistema dell’informazione, in modo che prevalga una visione dei media al servizio effettivo dei cittadini e non di interessi particolari. I cittadini devono essere gli effettivi padroni dei giornali, perché ne determinano i successi e gli insuccessi. L’Italia ha bisogno anche di una nuova classe di giornalisti, non più avviati alla professione dagli editori come accade dal 1928, ma formati oggi nelle Scuole di giornalismo e domani nelle Università come avviene per tutte le altre professioni intellettuali. Anche questa battaglia è una battaglia di libertà. Indro Montanelli Le nuove stanze di Alfredo Barberis “Piero Gobetti, lezione ancora viva. L’Italia ha bisogno di una rivoluzione liberale” Milano, 27 ottobre. Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, ha inviato un saluto al Convegno sul centenario della nascita di Piero Gobetti, convegno che si tiene oggi nell’Auditorium San Barnaba, promosso dalla Federazione dei liberali e dall’Anpi: Cari amici, il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha accolto con entusiasmo la richiesta di dare il proprio patrocinio a questo convegno. I giornalisti della Lombardia intendono onorare Piero Gobetti, giornalista, promotore di cultura, teorico del liberalismo, ma soprattutto combattente delle libertà e combattente della libertà di stampa in una stagione tragica, contrassegnata dalla violenza fascista, elevata a metodo politico, con il fine di distruggere lo Stato liberale uscito dal Risorgimento e dalla durissima prova della prima guerra mondiale, di annientare gli avversari politici e i partiti politici democratici, le organizzazioni sindacali e cooperative. Il nome di Piero Gobetti rimane nella storia della nostra patria nitido e fulgido come esempio di virtù civili servite fino al sacrificio della vita. Piero Gobetti, sepolto dal 1926 al Pére Lachaise, è anche un monito per gli italiani di oggi e per le future generazioni: quando le libertà declinano, la patria ha bisogno di eroi e la via dell’esilio per difendere le proprie idee è una risorsa amara. Piero Gobetti riposa ancora oggi a Parigi. La scelta della famiglia di lasciare Piero Gobetti a Parigi assume un valore altissimo. Appunto è un monito perenne. Gli italiani sono chiamati oggi a riflettere sull’attualità di un impegno, quello di Piero Gobetti, e a battersi perché non si creino le condizioni politiche e storiche degli anni 1919-1925, quando la classe dirigente della nazione, compresi molti giornali e giornalisti, non oppose una ferma resistenza a un disegno eversivo che, attraverso le leggi “fascistissime”, travolse il sistema statutario, instaurando la dittatura; tolse il potere legislativo alle Camere e attraverso la censura preventiva ingabbiò la libera stampa, costringendo giornalisti liberali di grande livel- 32 lo morale, come Luigi Albertini, Alberto Bergamini e Alfredo Frassati a lasciare la guida del Corriere della Sera, del Giornale d’Italia e della Stampa. Un altro grande giornalista liberale, Giovanni Amendola, fu ucciso. Anche Mario Borsa, liberale all’inglese o radicale alla francese, lasciò la professione, dopo aver combattuto nel 1924, con la Federazione nazionale della stampa italiana, l’estrema battaglia in difesa di una informazione libera e critica. Mario Borsa ha lasciato agli italiani una testimonianza preziosa, un libro, La libertà di stampa, edito nel 1925, ancora oggi riflessione valida, e la testimonianza, nel 1945-1946, di una direzione del Corriere della Sera, ancorata ai grandi valori di libertà e della ricerca del nuovo, che allora si identificavano nella costruzione della Repubblica democratica così come sognata e vaticinata da Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi. Quando si parla di Piero Gobetti il discorso inevitabilmente cade sulla costruzione dello Stato nazionale in Italia, nel 1861, dopo 14 secoli di occupazione straniera. Affiorano le debolezze e le lacune di quel processo storicopolitico, generoso e grande, ma circoscritto a una ristretta élite, mentre le grandi masse ne rimasero estranee e anche vittime, come dimostra la storia dei contadini e delle classi subalterne. Piero Gobetti fu consapevole dei limiti del Risorgimento aggravati dalla mancata riforma religiosa. In questo quadro il fascismo appariva a Gobetti come il coronamento delle carenze del processo risorgimentale e come l’espressione del carattere retrivo dei ceti dirigenti borghesi, meglio come “l’autobiografia della nazione”. Chi legge oggi Energie Nuove, Il Baretti e soprattutto la Rivoluzione liberale coglie la grandezza, la profondità e la modernità del pensiero di Gobetti. Gobetti andò elaborando, anche per la suggestione delle posizioni dell’Ordine nuovo di Antonio Gramsci e del movimento dei consigli di fabbrica, un suo liberalismo radicale, che vedeva nella classe operaia torinese il modello di una nuova élite dirigente. Questi motivi trovarono la loro formulazione nelle pagine della rivista, La rivoluzione liberale, che si proponeva essenzialmente la formazione di una classe politica cosciente dell’esigenza di fare partecipare i ceti popolari alla vita dello Stato. La rivoluzione liberale durò dal febbraio 1922 al novembre 1925. La legge sulla censura, varata dopo il delitto di Giacomo Matteotti, oscurava la stampa di opposizione. E nel novembre 1925, mentre i deputati dell’Aventino venivano cacciati da Montecitorio e Albertini costretto lasciava il Corriere della Sera, Piero Gobetti partì per l’esilio. Benito Mussolini aveva impartito l’ordine al prefetto di Torino di rendere “la vita impossibile all’insulso Gobetti”. Piero Gobetti parla soprattutto ai posteri. La sua lezione, sempre attuale, vuole per l’Italia la creazione di una classe dirigente nuova, che non abbia la testa volta al passato, che veda la storia, come ha scritto Benedetto Croce, come un processo continuo di libertà e che veda l’impegno quotidiano nella vita civile saldamente legato a un quadro deontologico che anteponga la legalità e l’affermazione della legalità agli interessi particolari. Solo così si potranno saldare cittadini e Stato, uno Stato effettivamente pluralista, rinnovato, che, abbandonata la vecchia struttura centralista, sia vicino alla vita dei cittadini e che i cittadini sentano come proprio, come casa propria. L’Italia ha bisogno di una “rivoluzione liberale” anche nel sistema dei media, in modo che sia affermata la centralità delle donne e degli uomini che lavorano nel sistema dell’informazione, in modo che prevalga una visione dei media al servizio effettivo dei cittadini e non di interessi particolari. I cittadini devono essere gli effettivi padroni dei giornali, perché ne determinano i successi e gli insuccessi. L’Italia ha bisogno anche di una nuova classe di giornalisti, non più avviati alla professione dagli editori come accade dal 1928, ma formati oggi nelle Scuole di giornalismo e domani nelle Università come avviene per tutte le altre professioni intellettuali. Anche questa battaglia è una battaglia di libertà. Bisogna “costruire” professionisti che sappiano guardare a Piero Gobetti, Giovanni Amendola, Luigi Albertini, Alberto Bergamini, Alfredo Frassati, Mario Borsa e, aggiungo, Indro Montanelli, come modelli ideali di rigore morale, quel rigore morale che ha ispirato la condotta di Piero Gobetti nelle ore difficili della sua breve e profetica esistenza. Possiamo concludere con i greci antichi: Piero Gobetti vive e vivrà sempre, martire della nazione e maestro delle giovani generazioni dei giornalisti italiani! ■ Partirò da una premessa che può sembrare banale. Fateci caso: quando in un giornale, soprattutto in un quotidiano, avviene un avvicendamento tra i redattori che rispondono alle lettere dei lettori, (è accaduto abbastanza di recente alla Repubblica...) cambia lo stile del titolare, che dà, ovviamente il suo timbro personale alle risposte, ma non cambia, per esempio, la grafica, anzi è rigorosamente mantenuta per dare continuità alla rubrica, e in fondo non cambiano del tutto il tono, l’atteggiamento con cui “quel” determinato giornale (penso in particolare ai quotidiani) si pone nei confronti del “suo” pubblico. A sottolineare, se ancora ce ne fosse stato bisogno, la singolarità, l’unicità di Montanelli c’è il fatto che chiamato a sostituirlo il sapiente Paolo Mieli il “Corrierone” ha mutato tutto: dall’impaginazione ai “corrispondenti” che sono sì i lettori, ma con sempre maggior frequenza quasi fossero stati “richiamati” anche colleghi, giornalisti e scrittori di fama da Giovanni Raboni a Giovanni Mariotti, dando così vita, pure al Corriere della Sera, a un nuovo “genere” di intervento, mutuato dalle spesso spiritose scorribande in altre testate dell’imprevedibile “rapper” settantenne Alberto Arbasino. L’unico omaggio montanelliano è la “Piccola stanza” che ripubblica certi suoi brevissimi interventi. Ho appun- to fatto questa considerazione scorrendo l’ultimo libro del grande Indro, Le nuove stanze. Nella affettuosa prefazione Ferruccio de Bortoli, ricordando “l’ultimo pezzo, il suo necrologio, un capolavoro quasi beffardo di imprevedibile sintesi giornalistica” nota che “rileggendo le nuove e ultime Stanze che compongono questo volume si ha la sensazione che tutto si sia fermato. L’attualità scorre viva fra le righe. Indro scrive, commenta, scuote la testa, allarga le braccia, sorride. Vive”. È davvero questa la sensazione che qualunque fan di Montanelli prova nel riaccostarsi a pagine che già conosce, ma che gli appaiono fresche, luccicanti di pagliuzze d’oro d’arguzia e di intelligenza. Il curatore Michele Brambilla ha avuto un’idea semplice e brillante: ha diviso e raggruppato gli interventi secondo l’ argomento trattato. I titoli sono secchi e vanno subito montellianamente al sodo si va dai “Fatti del giorno” che possono essere la querela di D’Alema a Forattini e il processo Andreotti, la guerra in Kossovo e i giovani assassini di Novi Ligure, e si arriva a “Fatti e storie personali” in cui Montanelli si racconta e si confessa con la consueta autoironia, e insieme con un piglio degno di un Seneca toscano (penso in particolare alle sue convinzioni sulll’eutanasia...), passando per “la Storia e gli storici” in cui fra l’altro Montanelli rivendica una primoge- Eugenio Scalfari La ruga sulla fronte di Olimpia Gargano Sarà una suggestione favorita dall’omonimia, ma questo Andrea Grammonte, protagonista del nuovo romanzo di Eugenio Scalfari, La ruga sulla fronte, ricorda tanto il dannunziano Andrea Sperelli del Piacere. Certo è che, nella prima parte della vicenda, di tinte dannunziane l’autore ne spande a piene mani, a partire dal modo in cui descrive Andrea, giovane e affascinante erede di un impero industriale fondato ai primi del Novecento, temerario pilota di macchine da corsa, “un dio bellissimo, crudele e gentile”, che fra una presa di cocaina e una sbornia cambia una donna per sera cercando (ma, si direbbe, senza troppa convinzione) di sottrarsi alle spire di una noia tentacolare. E poi la caratterizzazione degli ambienti, salotti dell’alta borghesia milanese frequentati da scrittori, musicisti, banchieri e flâneur. Il tutto in uno stile perfettamente consono alla fatua evanescenza di una jeunesse dorée che per accendere di brio una serata torpida deve ricorrere ai favori di una mezzana e delle sue prestatrici d’opera, coinvolte in giochi di sadica lussuria. Ma siamo alla vigilia della seconda guerra mondiale, uno degli eventi che fanno da spartiacque in questo romanzo che rimanda immagini in movimento di un secolo di vita italiana. Ed ecco mutare non solo la scena, che passa dai salotti ai campi di battaglia di El Alamein, dove il tenente Andrea Grammonte si distingue per valore militare, ma anche lo stile, TABLOID 10 2001 L A L I B R E R I A nitura come non fazioso “revisionista”, e per “Risorgimento”, in cui spicca un ineguagliabile ritratto all’impiedi di Massimo d’Azeglio, che gli fa dire d’essere umanamente vicino a questo politicopittore,scrittore piuttosto che a Mazzini, Garibaldi o Cavour. Vengono poi i capitoli sulla Grande guerra, su quella di Spagna e sulla seconda guerra mondiale, queste due ultime, ovviamente vissute di persona, come inviato davvero speciale; quelli su “Fascismo e fascisti” su “Nazismo e nazisti” su “Comunismo e comunisti” sugli “Anni di piombo”, da lui vissuti come un “vitando”, come un “untore” da gambizzare, quelli “tra Destra e Sinistra” nei quali spiega il suo ruolo di “lupo solitario”. Gustosissimo il “Berlusconi politico” in cui con fermo garbo duella anche con Alfredo Biondi, allora vice presidente della Camera, e con Giorgio Guazzaloca, sindaco di Bologna ai quali ribadisce la sua idiosincrasia verso il Cavaliere sceso in campo. A chi fa il nostro “mestieraccio” raccomando di leggere o di rileggere “Protagonisti” e “Giornali e giornalisti”. Nella prima silloge troverà, accanto al ricordo del banchiere umanista Raffaele Mattioli e a quello di Giorgio Almirante “signore e galantuomo”, i ritratti di Mario Soldati (“che fosse uno scrittore non c’era dubbio...ma la sua vera natura e vocazione erano quelle dell’attore”) di D’Annunzio, davvero da lui non amato (“modello di due generazioni di italiani.. I quali ne imitavano persino la calligrafia, fasulla anche quella”), di Leonardo Sciascia (“amici siciliani tenetevelo caro, Sciascia. Non solo come scrittore, ma anche come siciliano. Nessuno lo è stato più e meglio di lui”). O di Angelo Rizzoli e di Gigi Rusca, editore l’uno, e inventore l’altro della prima gloriosa Bur. Nella seconda raccolta di fulminei profili di colleghi di diverso rango Montanelli ricorda mitici direttori come Albertini. Del quale ricorda un aneddoto, tutto un auto-elogio che proprio per provenire da un uomo che, per dirla in soldoni, non s’è mai dato arie, dimostra il suo ma sì, ingenuo, incrollabile amore per il quotidiano di via Solferino. Anni dopo la sua destituzione da direttore del Corriere Albertini venne a Milano, in largo Bonaparte a trovare un suo parente, lo scrittore Piero Gadda Conti, vincitore di uno dei primi Bagutta e a sua volta cugino del non ancora celebre Carlo Emilio Gadda. “Saputo che io abitavo al piano superiore” rammenta” volle conoscermi e fu allora che mi rilasciò l’attestato di cui vado più fiero: “Lei è l’unico giornalista dell’attuale Corriere che lo sarebbe anche se a dirigerlo fossi ancora io”. Dopo aver spiegato perché ritornò al Corriere (Mieli gli offrì addirittura il posto di direttore, “un gesto”, chiosa un insospettabile Indro forse a ciglio non asciutto, “che non dimenticherò mai”, rievoca la sua amicizia con Barzini senior e Barzini junior, con Guido Piovene (“un grande talento senza coraggio”), con Orio Vergani (“la sua versatilità non conosceva limiti: passava dalla critica teatrale - era amico di tutti gli autori, attori e soprattutto attrici - senza sbagliare un giudizio e gli restava ancora abbastanza tempo per correre dietro i ciclisti del Giro d’Italia e di quello di Francia, di cui sapeva tutto meno chi avesse vinto la tappa perché per strada si era fermato a una trattoria famosa per i suoi arrosti o il suo baccalà, di cui il suo articolo illustrava le delizie”, con Paolo Monelli (“la sua lingua è tersa come un cristallo; non la si legge, la si beve”), con Leo Longanesi, (“mai visto un rabdomante di talenti come lui”); con il sornione Mario Missiroli che, diventato direttore del Corriere, alla sua lettera di dimissioni motivate dal fatto di sapere che un suo “Incontro” lo aveva stizzito, aveva risposto con un telegramma “in latino” in cui asseriva che “non avrebbe mai potuto accettare la direzione di un Corriere orbato di Montanelli”; con Guglielmo Emanuel (“uno dei direttori che ho amato di più”), con Mario Borsa, un grande galantuomo, ma debole, che non potendolo licenziare, come era stato invitato a fare, “si limitò a emarginarmi nella critica cinematografica, di cui non sapevo né mi interessava nulla”, con Giovanni Mosca che “sorrideva, rideva e faceva ridere. Ma non sghignazzava mai”. A questo proposito, proprio perché Mosca è stato il mio primo direttore, al Corriere dei Piccoli che molti anni dopo avrei diretto io, mi sia lecito un ricordo e un rammarico personali. Ho avuto la fortuna di collaborare alla Voce, l’ultima intelligente ma poco fortunata avventura di Montanelli direttore, ma lo avevo conosciuto quando ero ancora un ragazzo, in casa di un valoroso cronista del Corriere, Vittorio Nivellini, un amico di casa che chiamavo familiarmente “zio Vittorio”. Nivellini abitava in una villetta di via Augusto Righi, a Città Studi, una via vicino alla Rizzoli che allora aveva la sede in una piazza Carlo Erba in cui il rumore dei traffico si mescolava al fruscio delle rotative. Di fronte a Nivellini c’era la casa del repubblicano storico Cipriano Facchinetti, poco più in là quella di Simonazzi, capocronista del Corriere, stipata di decine di annnate rilegate del quotidiano. Qualche anno dopo che si fa sempre più asciutto e sobrio, fino ad arrivare a una scrittura di taglio, per così dire, quasi sociologico, allorché il centro dell’attenzione si sposta sugli scontri di piazza, le manifestazioni sessantottine e gli anni di piombo. Un moderno romanzo di formazione, che scioglie un debito prima di tutto affettivo, forse, con i testi della grande tradizione letteraria: i Quaderni di Malte Laurids Brigge di Rainer Maria Rilke, ad esempio, ma anche, e in posizione chiave, Foscolo e la sua concezione della funzione civile della letteratura. Andrea Grammonte, che in principio è un giovin signore dalla vita brillantemente noiosa, si trasforma in un capitano d’industria, un moderno padrone delle ferriere, abile e spregiudicato nelle sue operazioni di alta strategia finanziaria che gli daranno una posizione di assoluto predominio nell’economia del Paese. Il lettore appena un po’ malizioso potrebbe divertirsi a rintracciare le vere identità che si celano dietro i nomi fittizi di vicende nelle quali ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti ed esistite - sembra tutt’altro che casuale. Ma in realtà c’è già talmente tanto, in questo libro, che sarebbe superfluo cercarvi dell’altro. Piuttosto, si potrebbe provare a leggerlo a strati, come per certi aspetti sembra essere stato concepito; e allora ecco emergerne anche una specie di “romanzo sociale” che fotografa la realtà italiana degli anni delle grandi ondate migratorie interne. “Partivano a frotte affollando le terze classi di treni sgangherati che risalivano lo stivale dalle varie direzioni, la costiera tirrenica, quella ionica per Sibari e Metaponto e poi l’adriatica, le valli del Tavoliere e di Terra di Lavoro, il Salento, le Murge, mentre il ferribotte scaricava sei volte al giorno il suo carico di vita e speranze sulle banchine dello Stretto.” La meta, inutile dirlo, è Milano, anzi la periferia milanese popolata da siciliani, calabresi, pugliesi, campani, un labirinto di strade e case anonime fra cui si consuma l’esistenza di chi ha lasciato dietro di sé “quel cielo e quell’aria densa di odori forti, gli odori d’Oriente che l’estate viaggiavano lungo il Mediterraneo, l’anice, le zagare, il mirto e il gelsomino”. Proprio fra quelle strade, nella Milano popolare, fuori TABLOID 10 2001 sarebbe stata acquistata da Giovanni Guareschi che io, abitando in un condominio di viale Romagna il cui cortile si affacciava sul suo giardino, vedevo spesso intento a lavori di bricolage domestico o sentivo urlare con i figli Carlotta e Alberto, allora bambini. Nivellini era un romagnolo doc. Era nato, amava sottolineare, lo stesso anno in cui era nato Mussolini, a Ravenna. Di Mussolini, con il quale aveva all’inizio lavorato all’Avanti!, ricordava “il carbone dei suoi occhi: occhi da D I TA B L O I D matto”, e il cartello che aveva fatto affiggere nell’atrio del giornale (penso fosse la sede di via Settala, dove nella primavera del I956 nacque il Giorno di Baldacci), cartello che beffardamente ammoniva “i signori redattori a uscire dopo essere entrati”. Approdato al Corriere Nivellini aveva sempre lavorato in cronaca, ma ricordo di avere scovato un giorno nella soffitta della mia casa di Dizzasco in val d’Intelvi una prima pagina con il resoconto di un’ avventurosa ascen- sione in mongolfiera firmato da lui per esteso (allora, i giovani colleghi possono sorridere, la conquista della firma era assai ardua: sia pure in anni meno “difficili” io stesso al Giorno sono passato da “a.b.” ad “al. bar.” alla firma ). Appassionato di opera lirica, possedeva una delle più complete e rare collezione di “libretti” e sul Guerrin Meschino (che per anni fu una succursale satirica del Corriere...) aveva una rubrica nella quale il protagonista commentava i fatti della settimana usando soltanto le parole, spesso atroci, dei “librettisti”. Così era diventato per eccellenza “il” cronista della Scala, il “vice” che, bofonchiava sorridendo, “contava il numero degli applausi”. Antifascista coriaceo (penso da quando aveva bene conosciuto il suo coetaneo conterraneo), dopo il 25 luglio nei corridoi di via Solferino aveva esultato forse troppo, per via del suo sangue romagnolo, e coll’arrivo della Repubblica Sociale, era stato brutalmente emarginato se non allontanato, salvo essere reintegrato nel 1945 finendo la sua carriera anche come “vice” del critico cinematografico Arturo Lanocita. Ecco, vedendo i ritratti di tanti colleghi illustri che Montanelli appendeva, negli ultimi tempi, alle pareti della sua Stanza, avevo in mente di chiedergli un profilo del più umile “zio Vittorio”. Ho il rimorso di non averlo fatto. Già, anche io pensavo, come annota Ferruccio de Bortoli, che Indro Montanelli fosse immortale. E che un giorno o l’altro... Indro Montanelli, Le nuove stanze, Rizzoli, pagine 542, lire 36.000 nale, percepisce tutta la sua solitudine. In un estremo tentativo di riguadagnare contatto con la vita, quella vera, fatta di sentimenti ai quali è sempre stato refrattario, Andrea Grammonte insegue le tracce di un antico amore, l’unico, forse, che avrebbe potuto spezzare quest’incantesimo alla rovescia, dove a essere rinchiuso fra mura di vetro è un principe dal cuore d’acciaio. Ma questa non è una favola: a un passo dal lieto fine, la tensione risale, e il filo narrativo prende nuovi, imprevedibili percorsi. Proprio come nella vita. dalla cerchia dei Navigli che costituisce il suo fortilizio, passeggia in una sera di nebbia l’ingegner Grammonte: fra interi quartieri abitati da suoi operai, dove migliaia di famiglie dipendono dal la- voro delle sue fabbriche, in uno dei momenti più intensi della narrazione, l’uomo con “la ruga sulla fronte”, il segno distintivo che fin da bambino ne aveva contrassegnato il destino eccezio- Eugenio Scalfari, La ruga sulla fronte, Rizzoli, pagine 338, lire 32.000 (euro 16, 53) 33 L A L I B R E R I A Vittorio Messori, Rino Cammilleri Gli occhi di Maria di Mario Pancera Il sottotitolo spiega: “Un’impressionante ondata di prodigi nell’Italia invasa da Napoleone” e cita l’anno, 1796. Di solito, i cattolici li chiamano miracoli, ma il termine “prodigio” sembra più laico, meno vincolante, più aperto a un maggior numero di lettori. Cammilleri ha scritto la storia di questi eventi mirabili e con Messori ha avuto una lunga conversazione: il volume è appunto composto da queste due parti. Gli autori, entrambi scrittori cattolici notissimi, entrambi giornalisti, hanno pubblicato molti libri occupandosi di santi e di miracoli. Questa storia di duecento anni fa è certamente straordinaria. Gli occhi di Maria sono quelli della Madonna dell’Archetto, D I TA B L O I D dipinta dal bolognese Domenico Muratori (morto a Roma nel 1744), che il 9 luglio 1796, appunto sotto il piccolo arco in cui si trova, in via San Marcello, di buon mattino attira l’attenzione dei passanti con il suo sguardo: quegli occhi a olio su coccio si aprono e si chiudono. Poche ore dopo i curiosi e i fedeli, nobili e popolani, sono tanti che occorrono i soldati per arginare la folla. Ma non è finita. Si sparge, infatti, la notizia, che presso la fontana di Trevi, un’altra Madonna si agita: alza gli occhi al cielo e gli abbassa sugli astanti. Non c’è irriverenza in questa descrizione. È il riassunto delle prime pagine del libro, che continua con una serie di manife- stazioni simili. Una Addolorata dipinta sulla porta di un artigiano lancia sguardi qua e là, con maggiore velocità quando il pubblico recita le litanie: “A sera quasi ogni quartiere di Roma ha la sua Madonna che muove gli occhi”. Non si può riassumere il libro, una vera a propria inchiesta a ritroso nella storia, che ha motivi di interesse e di curiosità per vari aspetti; religione, superstizione, folclore, credulità, psicosi collettiva, paura. C’è la guerra che avanza in Italia. Una cosa simile era avvenuta il mese prima ad Ancona, alla Madonna di San Ciriaco. Ma dal quel momento il fenomeno dilaga in diverse città dello Stato pontificio da Frosinone a Frascati a Todi e così via. I testimoni si contano a migliaia, il Papa ordina una missione straordinaria. Pochi mesi dopo, febbraio 1797, Ancona verrà occupata dai francesi e Napoleone, che in un primo tempo vorrebbe distruggere il quadro, dopo averlo esaminato, ordina soltanto di nasconderlo alla vista del pubblico. Crede anche lui o a paura di una sollevazione? Il lavoro di Cammilleri è non solo puntiglioso e documentato, ma descrivendoci protagonisti e fatti ci immette in una società che rappresenta ai nostri occhi un grande spettacolo. Il 1796, l’anno in cui nasce il tricolore, è quello in cui il generale Bonaparte, con una serie di vittorie, conquista la Lombardia favorendo ovunque insurrezioni patriottiche. Ma c’è terrore, ci sono intrighi, la povertà dei poveri aumenta; i concetti di libertà e di uguaglianza, l’idea di sostituire le repubbliche ai regni, spaventano non solo i nobili e i burocratici, ma anche il popolino. Insomma, quell’ondata di prodigi con gli occhi semoventi delle Madonne dipinte va esaminata con attenzione. Nella parte finale del volume, gli autori ne discutono con serietà e grande competenza: veri o non veri quei prodigi? Lasciamo al lettore che – quale che sia il suo pensiero – sfoglierà, attento, queste pagine il piacere di confrontarsi con loro e con le loro argomentazioni. Vittorio Messori, Rino Cammilleri, Gli occhi di Maria, Rizzoli, pagine 320, lire 32.0000, (euro 16,53) Elena Caputo La lunga planata di Gianni de Felice Sinceramente, ho molte buone ragioni per raccomandarvi di leggere La lunga planata di Elena Caputo. Non occorre dirvi di che si parla, perché il sottotitolo chiarisce subito che “l’unica donna di The Race racconta i suoi giri del mondo”. Devo solo avvertire non iniziati e distratti che “The Race” è il giro del mondo a vela senza scalo, che s’è corso all’inizio di quest’anno. E precisare che non si tratta di “un altro libro che racconta un giro del mondo a vela”. Ciò premesso, passiamo alle ragioni. La prima è che amo il mare e la vela; e come tutti gli entusiasti, vorrei che questo amore fosse condiviso da quante più persone possibile. La seconda è che conosco Elena da una trentina d’anni, dunque da quando era una bambina e suo padre la portava in deriva nel Tigullio, davanti a San Michele di Pagana: in queste pagine c’è anche la storia di una ragazza milanese, nata a Londra, cresciuta a New York, che si è realizzata – giornalista, velista, moglie – rifiutando gli schemi convenzionali di quella borghesia alla quale appartiene, facendo sempre e soltanto ciò che voleva e sentiva (nella silente e composta trepidazione dei genitori). La terza ragione è che questo libro è scritto con agganciante freschezza narrativa non dal velista che fa anche il giornalista, ma da una giornalista che fa anche la velista: una giornalista di terza generazione, suo nonno Massimo Caputo fu un memorabile direttore del dopoguerra, suo padre Livio Caputo ha diretto quotidiani e periodici, lei segue grandi eventi e guerre in Africa, Medio Oriente, Balcani come free-lance per conto di agenzie televisive internazionali. La quarta è che Elena non fa la velista che naviga e regata in equipaggi femminili, ma fa 34 TABLOID 10 2001 Giulio Andreotti Un gesuita in Cina gi si trova all’interno della Scuola centrale del partito comunista. L’eccezionalità del personaggio è nota: egli non solo fece conoscere la Cina agli europei, ma soprattutto l’Europa ai cinesi, il che era assai più difficile, visto che consideravano barbari e ignoranti tutti coloro che abitavano oltre il confine e trattavano da servi in ginocchio anche paesi come la Corea e il Giappone. Figurarsi se potevano accettare insegnamenti, scientifici e religiosi, di uno sconosciuto, che all’inizio aveva dovuto addirittura spacciarsi per bonzo. Vertice dei vertici: “Aiutò i cinesi a capire la Cina “. Notiamo di passaggio, che il caso di Nicolò e Marco Polo, di oltre due secoli prima, è diverso: i mercanti veneziani avevano avuto a che fare con i tartari, più aperti all’Occidente, poi cacciati dai Ming. Fu la lingua, la grande forza di Ricci: imparato il cinese, egli tradusse prima le preghiere, poi testi filosofici e scientifici. Vestiva alla cinese, veniva chiamato Li Madou. D’altro canto attra- Una delle vocazioni di Giulio Andreotti, 82 anni, senatore e a vita e pilastro della vita politica italiana per oltre mezzo secolo, è quello dello scrivere; in particolare, mi sembra, scrivere libri di storia recente e passata oltre che naturalmente di cronaca contemporanea. Negli ultimi sei anni, da Rizzoli sono usciti sette volumi, dei quali l’ultimo narra le vicende del gesuita marchigiano Matteo Ricci (1552-1610), che passo metà della vita in Cina. Colto, intelligente studioso di matematica, geografia,astronomia e altre scienze, il missionario imparò il cinese e fu tanto ammirato dall’imperatore Wanli, uno degli ultimi della dinastia Ming, e dei letterati del tempo (erano i letterati che comandavano in Cina, e Ricci passò abilmente attraverso di loro per poter divulgare non solo le scoperte della civiltà occidentale – aborrita dai cinesi – ma anche la fede cristiana) che quando morì fu, unico straniero, sepolto a Pechino. Il luogo si chiama Zhala, e og- la marinaia avendo uomini per compagni e condividendone – in regime di pari opportunità – fatiche, sacrifici, rischi e turni: da un paio d’anni uno dei compagni è suo marito, il famoso skipper americano Skip Novak. Non basta. C’è una quinta ragione. Questo è un libro che parlando di vela, di mare, di avventure, parla soprattutto di vita: la vita di una donna d’oggi. Abituata alla tecnica e al gusto del giornalismo e della narrativa americana, Elena non è neppure sfiorata dalla tentazione della descrizione retorica, della considerazione filosofica, del predicozzo sentimentale: scoppierebbe a ridere al solo pensiero. Lei scrive fatti, spesso li correda di documenti originali. Ma è dai fatti che il lettore trae spunti di riflessione sui personaggi che s’incontrano in zone di guerra, sulle amicizie impreviste e coltivate a migliaia di chilometri di distanza, sul coraggio di una giornalista che vuole fare davvero la giornalista; e rinuncia – di questi tempi – perfino alla sicurezza dello stipendio e del “posto fisso”, se questa le impedisce di andare-vedereraccontare e le impone di stare in redazione a tradurre – visto che sai bene l’inglese – i réportages che arrivano da “Evelina”. Da questo punto di vista – ed ecco la sesta ragione – La lunga planata è un libro per tutti: anzi è un libro capace di affascinare e attrarre proprio chi, non avendo mai messo piede su una barca a vela, non distingue una poppa da una prua. Non fatevi spaventare da frasi come “lo aiutano con il winch, recuperando meccanicamente il lasco dello strallo”, “gli ultimi metri richiedono comunque il grinder e io resto per fare il tailing”, “tirare giù dal punto di scotta lungo la balumina”. In fondo al libro c’è un glossario che vi dirà i significati. E in ogni caso questo non è un manuale per insegnarvi a limonare o a issare una vela. Questo è soltanto un libro che vuole dare e dà, senza averne l’aria, una risposta vera, sincera, profonda, alla domanda che tanti si pongono, quando sentono parlare di storie o vedono in tivù immagini di grandi imprese nautiche: ma chi glielo fa fare? Leggete La lunga planata, finalmente lo saprete. Elena Caputo, La lunga planata, Sperling & Kupfer Editori, pagine 276, lire 35.000 (euro 18,08) Pier Boselli Attenti al cane di Mario Pancera L’ECO DELLA STAMPA ECO STAMPA MEDIA MONITOR S.R.L. Via Compagnoni 28, 20129 Milano Tel. 02 74 81 131 Fax. 02 76 11 03 46 TABLOID 10 2001 di Ida Sconzo “Ricordo che le prime volte, mi rivestivo di tutto punto prima di scendere in strada, bestemmiando, col cane al guinzaglio. Ma poi cominciai a farmi furbo approfittando del fatto che “al buio - come si usa dire - non ti vede nessuno”. Sera dopo sera, tralasciai di mettermi la cravatta, e poi le calze e poi la camicia per scendere alla fine in strada, dopo anni e anni di perfezionamenti, solo con un paio di pantaloni infilati direttamente sopra i calzoni del pigiama, le scarpe senza le calze, e un lungo impermeabile abbottonato sino al collo, sotto il quale rimanevo praticamente a torso nudo. Abbigliamento essenziale, ma più che sufficiente, se si pensa che, durante le mie passeggiate notturne con Rudy, mi capitò di incontrare distinti signori col cane, il cui lungo cappotto alla Gestapo lasciava intravedere il polpaccio peloso e il piede infilato nella pianella; e all’altra estremità del corpo, il collo fino al villoso torace”. Tutti i proprietari di cani si riconosceranno di certo nel ritratto che Pier Boselli fa di se stesso, nel suo primo, esilarante, libro Attenti al cane. Il titolo trae sicuramente in inganno, il sottotitolo infatti dice - per conoscere il vero “nemico” dell’uomo - . Molti cinofili storceranno il naso, ma soltanto prima di aver letto le divertenti pagine che Borselli ha dedicato a Rudy, un meticcio arrivato per caso, che, per anni, gli ha sconvolto la vita. Luca Goldoni, nella sua introduzione scrive: “In realtà non è un libello corrosivo ma, come si diceva una volta, un elegante divertissement su tutte le controindicazioni che verso le sue lettere e i commentari, intitolati Entrata nella China de’ Padri della Compagnia di Gesù, egli fece conoscere ai suoi contemporanei la grandezza del Celeste Impero. Le avventure e le disavventure, addirittura persecuzioni feroci, dei cattolici in Cina sono molte e lo testimoniano perfino le ossa del povero Ricci. Qualche colpa la ebbero gli stessi missionari (anche francescani, domenicani, e poi comunità francesi contro portoghesi, ecc.) che litigavano fra loro su cavilli teologici e per interessi pratici. Negli ultimi due secoli, inoltre, la chiesa ebbe lo svantaggio di essere ritenuta – non del tutto a torto – al servizio delle potenze occidentali. A metà dell’Ottocento, come ricorda Andreotti, l’Inghilterra, che gestiva il commercio della droga, vinse la guerra dell’oppio, che invece la Cina voleva ridurre. Così, in seguito a “trattati inuguali“ la Cina dovette sottoporsi “al regime capitalistico delle potenze europee “. In forza di questi trattati la Chiesa riprese la sua attività apertamente, ma tra la sempre maggiore differenza delle classi colte e quelle popolari, fino alla rivolta xenofoba dei Boxers, che provocò lutti inenarrabili. Tra le distruzioni ci fu quella della tomba di Ricci: le sue ossa furono buttate all’aria. Passata la tempesta, la tomba fu ricostruita per essere di nuovo distrutta dal regime comunista e ancora ricostruita degli anni Settanta, dopo la condanna definitiva della cosiddetta Banda dei Quattro. Oggi i cinesi “ mostrano con orgoglio il cimitero ai visitatori che chiedono di vederlo”. Scopo del breve saggio, uscito per il quarto centenario dell’ingresso di Ricci a Pechino, avverte l’autore, è di dare un contributo a una maggiore comprensione fra due mondi, quello vaticano e quello comunista cinese, e giovare a un disegno di conciliazione. Giulio Andreotti. 1552-1610. Un gesuita in Cina. Matteo Ricci dall’Italia a Pechino. Rizzoli, pagine 130, lire 22.000 (euro 11,36) la vita con un cane comporta”. Nei circa trenta capitoletti, in cui sono divise le 169 pagine del tascabile pubblicato da Rizzoli, Boselli parla di un cane brutto, piovuto dal cielo che lo costringe ad una schiavitù orrenda. A proposito dell’uso del guinzaglio, scrive: “Basta guardarsi intorno in qualsiasi strada per vedere dei poveracci rimorchiati da robusti alani (ma anche da microscopici cagnetti) a velocità tale da farli sembrare impegnati nello sci d’acqua”. Scrivendo, con caustico umorismo, tutto il male possibile sul cane, che definisce di volta in volta “inetto”, “accattone”, “porco”, “ladro”, “vanitoso”, “eroe da strapazzo”, l’autore ci mostra, sotto una luce divertente e ironica, i vizi e le virtù dei nostri compagni pelosi. Soltanto pochi e grandi autori, riescono a far sorridere e, nello stesso tempo, commuovere il lettore, come magistralmente riesce a fare Boselli. Questo libro in fondo è dedicato a tutti coloro i quali vivono con un cane accanto, ma, soprattutto, alle persone che hanno avuto un cane in passato e sono rimasti legati, con un guinzaglio d’amore, al suo ricordo. Autoironico, Boselli, sembra voler nascondere a tutti i costi, quello che il lettore sensibile, percepisce fin dalle prime pagine del suo libro: il grande affetto e la nostalgia che ancora sente per Rudy. Chi ha amato nella sua vita un Full, un Wolfe, una Lassie, un Rex o un Rudy, sa di cosa parla. Negli ultimi, brevi, capitoli, l’autore dice di nutrire un po’ di rimorso: “Ieri ero al bar a prendere un caffè, quando è entrato un signore con un grosso cane lupo e ha ordinato un cappuccino. Poi ha preso dal banco due brioches; una per sé, e l’altra l’ha data al cane…A me - vedendo quella scena - sono venuti i rimorsi. Perché mai io avrei fatto una cosa simile con Rudy…Domani - ho deciso - andrò al cimitero, anziché con i soliti fiori, con una bella brioche appena sfornata e gliela metterò sulla tomba…spero che Rudy mi perdonerà. È meglio tardi che mai”. Pier Boselli, Attenti al cane, Rizzoli editore, pagine 169, Lire 14.900 (euro 7,70) “... veramente il titolo era Porco cane...” Pier Boselli, giornalista di lungo corso, già direttore di Grazia, è uno dei vecchi ragazzi de La Notte di Nutrizio, è un conte (un suo trisavolo era primo ministro di Maria Luigia ai tempi del ducato di Parma) ma non è ricchissimo e soprattutto non è uno snob. È un ex direttore che ha deciso di scrivere il suo primo libro per una “incazzatura” nei confronti di un cane. “Attenti al cane” è infatti la sua prima fatica di scrittore. Il libro è stato scritto negli anni 80, perché ha deciso di pubblicarlo soltanto ora? Sono pigro, - afferma con grande sincerità - non ho vanità, non vado a tampinare i direttori editoriali. Alcuni respingevano il libro e non ne capivo il motivo. Poi un amico ha sondato il terreno e ha svelato il segreto: quasi tutti i direttori editoriali avevano un cane e credevano che il mio libro smi- nuisse l’immagine dei loro amici a quattro zampe. Il titolo Attenti al cane per conoscere il vero “nemico” dell’uomo, fa pensare che lei non ami molto questi animali… Veramente il titolo che io gli avevo dato era Porco cane che è anche più bello, soprattutto oggi che i marciapiedi sono pieni di ricordini. Il suo libro è davvero divertente, come mai non ha pensato di scrivere prima? Quando facevo il direttore ero troppo impegnato con il mio lavoro e non mi andava di scrivere la sera, come fanno tanti colleghi. Poi il mestiere dello scrittore che siede alla scrivania tutte le mattine non mi piace granché. Sono un parmigiano, appartengo al filone dei parmigiani come Guareschi o Zavattini che erano scrittori un po’ umorali. Per scrivere devo avere una buona ragione e poi oggi, scrivere non rende o almeno, rende a quelli che hanno vissuto di “penna”, io ho vissuto di “scrivania”. In più ho cominciato tardi, non ho lavorato molto sul mio nome e non sono molto conosciuto, ho fatto il direttore. Una vecchia leggenda dice che alcuni giornalisti fanno i direttori perché non sanno scrivere, ho voluto dimostrare che anche i direttori sanno scrivere. Lei ha diretto Grazia… Sì ed erano tempi avventurosi, facevo il giornale numero per numero, nulla di preconfezionato, come si usa oggi. Andavo a caccia di scoop, trovavo argomenti che mi interessavano, mi innamoravo e li pubblicavo, e sempre se ne discuteva. Quando decisi di inserire un gadget, scoppiò quasi uno scandalo. Oggi lo fanno tutti. Ho anticipato i tempi nel bello e nel brutto. Ho tirato su Confidenze quando Mondadori era sul punto di chiuderlo. Ho accettato la sfida, l’ho risollevato a forza di trovate, a volte anche goliardiche e mi sono divertito. Come premio ho avuto poi la direzione di Grazia. Come è nata in lei l’idea di diventare giornalista? Per contagio. Il bacillo circolava nel mio liceo, a Parma. I miei compagni erano Molossi, Goldoni, Malerba, Torelli, Ubaldo Bertoli, che hanno poi fatto i giornalisti. Ci siamo montati a vicenda. Chi pubblicava un libro di poesie, chi vignette (i disegni di Attenti al cane sono dello stesso autore). Eravamo poveri in canna e per guadagnare qualche lira collaboravamo con i giornali umoristici. Tanti volevano fare questo mestiere perché consentiva guadagni magri ma immediati. I.S. 35 L A L I B R E R I A D I TA B L O I D Dario Zanelli Nel mondo di Federico Fellini di fronte al suo cinema (e a quello degli altri) di Emilio Pozzi Riproposto in seconda edizione, con nuovi testi, aggiornata con affettuoso lavoro dai familiari, questo libro di Dario Zanelli arricchisce, con taglio di testimonianza confidenziale, sia dell’autore che del protagonista, la conoscenza del grande Federico. La rilettura di questo libro, mi ha però portato a privilegiare, istintivamente, alcune pagine che con il cinema hanno poco a che fare. Il mio contributo risente del drammatico contesto nel quale gravitano da mesi i nostri pensieri, anche perché i dialoghi fra Fellini e Zanelli hanno ruotato spesso su temi esistenziali, che, di questi tempi ricorrono nelle conversazioni tra amici, tra la gente. Siamo quotidianamente chimati ad interrogarci su ciò che accade in tanti luoghi del pianeta, che non hanno più distanze, e su ciò che potrebbe accadere anche a noi. Ai bombardamenti reali si accompagnano quelli virtuali dei massmedia. La presa di coscienza è un imperativo al quale non pos- siamo sottrarci. E allora le prese di posizione stimolano le nostre riflessioni e sempre più frequentemente ci rifugiamo in pagine che appaiono profetiche. Provate a rileggere, ad esempio, La paura numero uno, di Eduardo De Filippo, commedia scritta nel 1950 nella quale si immagina l’aprirsi della terza guerra mondiale, a livello planetario. Il quadro psicologico sembra di oggi. E così i pensieri di Federico Fellini, che la intelligente diligenza di Zanelli, emergono, come punte di iceberg, nei loro dialoghi, assumono significati attuali, proponendo una serie di interrogativi calzanti e incalzanti. Andiamoli a cercare. “Com’è il popolo italiano?”, chiede provocatoriamente, discutendo di Prova d’orchestra. “C’è da tentare di conoscerci meglio. Bisogna imparare a conoscere i nostri limiti. I limiti non sono sempre un elemento negativo: possono essere anche una forza. Non siamo affatto un popolo di santi, né di poeti, né di navigatori, né soprattutto di eroi, ma abbiamo tante altre meravigliose qualità che le varie Franca Feslikenian La roccia e il melograno di Massimo Cobelli “La” Storia e “una” storia, gli accadimenti che segnano il progredire delle società e quelli intimi, personali, che con essi si intrecciano: è il motivo conduttore delle struggenti pagine di Franca Feslikenian, giornalista e scrittrice, che in La roccia e il melograno ripercorre sul filo della memoria la storia della sua famiglia. Per parte di padre l’autrice discende da una stirpe di feudatari del Caucaso che vanta antenati fin dal V secolo; i capostipiti della famiglia della madre, i Marzoli, erano invece costruttori di cattedrali gotiche. “Quando si va a scavare nei ricordi, è inevitabile esserne scossi e turbati, e scrivere un libro del genere mi ha fatto rivivere momenti della mia vita che può essere gravoso ricordare se tutto piomba addosso in una volta sola, e ti possiede. Sono stata posseduta per quattro mesi o cinque, notte e giorno, da questo compito che volevo portare a termine. Ho macinato ricordi per intere nottate, senza tregua. Ma dovevo farlo per i vivi e per i morti, con la speranza di dare ai primi un esempio, e ai secondi la pace”. Si 36 chiude così questo lungo affresco privato e sociale di Franca Feslikenian, iniziato con un semplice e coinvolgente “mi chiamo Francesca”. Un nome che è comparso spesso nella famiglia della mamma dell’autrice, a partire dalla prima Francesca, nell’anno 1608. Le protagoniste sono le donne. Giustamente Ada Grecchi, assessore al personale della Provincia di Milano, ci ricorda nella prefazione che le pari opportunità, diventate di moda intorno agli anni Ottanta, sono passate anche attraverso tante donne silenziose – le protagoniste del libro - che sul giornale potevano andare solo con il loro necrologio se erano di famiglia in vista, ma che in realtà da sempre avevano in mano le fila delle decisioni maschili attraverso i loro mariti e figli. Per l’autrice la sorte fu diversa. Così Francesca-Franca ci racconta gli esordi da giornalista, quando iniziò a lavorare per l’ Italia, quotidiano cattolico diretto da monsignor Carlo Chiavazza, che le “diede la firma da subito. Allora era molto difficile, scrive, “che un direttore facesse firmare articoli a chi non era già iscritto all’Albo. Per me ideologie, nessuna esclusa, da quella fascista, a quella cattolica, a quella marxista, ci hanno sempre fatto disprezzare come fossero dei difetti: la mitezza, l’operosità, l’ingegnosità, la saggezza, questa nostra saggezza fatta di distacco e d’una sana punta di cinismo…”. E riprendendo un’idea già espressa altre volte, propone un ”ministero dell’italianità”. Il ministero dell’italianità servirebbe fra l’altro (qui sintetizzo) a evitare la minaccia continua di sprofondare in un baratro nel quale cadono, per inadeguata conoscenza degli italiani, tutti gli altri ministeri. Fellini era anche preoccupato della rimozione psicologica delle realtà sgradite da parte di tutta l’umanità. “Pensa solo all’indifferenza veramente agghiacciante con cui ormai abbiamo finito per accettare la realtà orrenda degli scippi, dei sequestri di persona…”. Parole dell’ottobre 1978. Che direbbe ora? Salto di pagina in pagina; non voglio costruire una teoria felliniana di comodo, oggi. Però certi concetti sono impregnati di illuminata, profetica visione. Era rimasto sconvolto dal libro I limiti dello sviluppo del futurologo Aurelio Peccei, che denunciava la preoccupante crescita della popolazione mondiale: nel ‘78, quattro miliardi e mezzo e previsione che ogni anno sarebbero sopravvissuti settanta-ottanta milioni di nuove creature. Per evitare l’apocalisse ecologica, ammoniva Peccei, e lo ricorda Zanelli, “si deve arrestare la folle distruzione in atto di ogni risorsa naturale (foreste tropicali abbattute al ritmo di venti ettari al minuto , settanta specie di mammiferi sterminate nel giro di un secolo, duecento in procinto di estinzione”. E di fronte alla “contraddizione tra il carattere illimitato dei piani di sviluppo delle società industriali e l’inevitabile limitatezza delle risorse materiali della Terra” (così annota Zanelli), Fellini amaramente osserva: “Quel che sembra strano è che i governati non abbiano veramente cura dei paesi che rappresentano né a livello ecologico, di esistenza, né a livello psichico. Se ben ricordo il primo manifesto in cui gli scienziati parlavano dei miti avere la firma su un quotidiano nazionale significava uscire dall’anonimato”. Tra le tante storie rievocate dalla Feslikenian spicca quella della famiglia Pizzi. “Nel 1944 Amilcare Pizzi aveva perso la sua unica figlia Silvana, morta in tre giorni di setticemia a causa di un dente. Carla, la mamma di Pizzi, stampava in corso di Porta Romana al 129, due cortili a sassi, l’uno dopo l’altro. Pizzi voleva fare un serie di libri d’arte, dando alla collana il nome di Collezione Silvana. Aveva fatto studiare un medaglione a secco con il profilo della figlia impresso, per dare il marchio alla collana. In piazza Fiume, Carla, la mamma, Pizzi e il giovane impaginatore della Domus Riccardo Ricas dettero vita a questi libri d’arte che dovevano segnare il ritorno dell’Italia nell’editoria mondiale”. È uno dei tanti “affreschi” che Franca Feslikenian ha consegnato alle pagine del suo libro, e che evocano in un certo senso due “paradossi” di Jean-Luc Godard: “l’histoire de la solitude et la solitude de l’Histoire”, “une seule histoire et une Histoire seule”. Con felice sintesi il celebre regista e scrittore ci ricorda che ogni storia personale è sempre una storia di solitudine e tante di queste storie insieme sono la struttura della solitudine della Storia. Franca Feslikenian, La roccia e il melograno, Mursia, pagine 264, lire 30.000 (euro 15,49) Giuseppe Galzerano Gaetano Bresci di Franco Fucci La sera del 29 luglio 1900 il re d’Italia, Umberto di Savoia, fu ucciso a Monza con tre colpi di pistola da un anarchico toscano di 31 anni, venuto apposta dall’America per compiere quello che lui considerava un irrinunciabile dovere. Egli riteneva il sovrano responsabile degli eventi tragici che, nella fine del secolo, avevano fatto morire tanti italiani, dalle battaglie d’Africa alle repressioni sanguinose dei moti popolari, culminate con le cannonate di Bava Beccaris a Milano. Il regicida non odiava Umberto: semplicemente “doveva ucciderlo” – come ebbe a ripetere cento volte – in quanto simbolo della oppressione e della tirannia. Quel giovane si chiamava Gaetano Bresci. Di professione tessitore, nel gennaio del 1898 era emigrato negli Stati Uniti stabilendosi a Paterson, nel New Jersey. Una scelta ben motivata: quella cittadina ospitava una colonia di italiani, ben 2500 sui 10000 abitanti, quasi tutti anarchici. Il luogo ideale per maturare il suo proposito. Naturalmente nel secolo trascorso dal regicidio di Monza a oggi su Gaetano Bresci sono stati scritti parecchi libri e dello sviluppo risale a una trentina d’anni fa. Adesso siamo già in una situazione irreversibile”. Sono briciole, piccoli frammenti di un lungo, sincopato discorso, imperniato su fatti e personaggi di cinema, su momenti pre e post creativi del regista ma che dimostrano più di quanto qualcuno sbadatamente possa aver pensato, come fosse soltanto apparente la lievità con la quale Fellini ha trattato temi di grande profondità. E il fatto che Il viaggio di G. Mastorna (il film non fatto più famoso di tutta la storia del cinema) non abbia mai avuto il via, può essere interpretato come un segnale metaforico, al di là dei motivi concreti, affiorati di volta in volta. Ricordate l’avvio, documentato da foto di lavorazione sulla scenografia? ”Una grande piazza di una città nordica, dominata dalla mole di una chiesa gotica simile alla cattedrale di Colonia (e perché non pensare alla torre di Babele dipinta dai Bruegel?) e ai piedi di questa la cupa sagoma di un grosso aereo di linea, abbattuto con il suo carico di pas- centinaia di articoli sono apparsi sulla stampa italiana e straniera: troppo ghiotto l’argomento, troppo tragico il personaggio per non sollecitare l’interesse e la penna degli storici. Ma nessuno dei volumi comparsi, che si sappia, aveva raggiunto la dimensione e la profondità della biografia che all’anarchico che uccise il secondo re d’Italia ha dedicato Giuseppe Galzerano. Anzitutto qualche cenno sull’autore. È salernitano, laureato in pedagogia, docente di materie letterarie e instancabile studioso di storia politica e sociale con particolare attenzione al Sud d’Italia. Ha al suo attivo molte pubblicazioni che gli sono valse, tra gli altri riconoscimenti, il premio della Cultura della presidenza del Consiglio. Ha fondato anche una casa editrice. La biografia di Bresci è un ponderoso volume di oltre 1000 pagine, del quale va detto anzitutto che eccelle per la paziente raccolta di documenti, spesso riportati integralmente; uno sforzo eccezionale: centinaia di citazioni, riproduzione di interi epistolari, tenace lavoro di ricerca negli archivi delle prigioni, minuziosa (e angosciosa) descrizione delle tremende condizioni di vita negli ergastoli. Lo scrupolo seggeri da una violentissima tempesta notturna”. Ma forse l’atterraggio non sarebbe avvenuto e l’aereo sarebbe andato a schiantarsi contro una montagna. Il viaggio era stato immaginato - alla sceneggiatura aveva cominciato a collaborare, e non a caso Dino Buzzati - come un metafisico quadro dell’Aldilà, dove appunto Mastorna avrebbe compiuta la sua peregrinazione, percorso da una fortissima nostalgia per la vita terrena. Sull’idea del progetto pesava, anche, l’ammonizione testamentaria di Ernest Bernhard, psicanalista Junghiano, grande amico di Fellini: “patire con coscienza la morte”. Mi fermo su questo pensiero. Infatti degli argomenti trattati da Zanelli, mi pare che ciò che riguarda Mastorna, (al di là degli episodi gustosamente raccontati, come il significato del nome) possa concludere il riproposto ricordo di Fellini. E mi sembra giusto accomunarlo a quello dell’autore del libro, pensandoli viaggiatori, insieme, nell’Oltretomba con “lo stesso casino che abbiamo qui sulla terra”. Dario Zanelli, Nel mondo di Federico Fellini di fronte al suo cinema (e a quello degli altri), prefazione di Enzo Biagi, Rai-Eri, pagine 158, lire 23.000 (euro 11, 88) di Galzerano arriva, tanto per citare un paio di esempi, a riportare l’elenco completo dei passeggeri della nave su cui Bresci tornò in Italia dall’America, a citare le testate di 69 giornali italiani e stranieri che seguirono il processo del regicida, e a dedicare ben 110 pagine ai nomi degli arrestati in Italia e all’estero, perché sospetti di complicità con l’assassino. Il libro offre sintetiche ma accurate biografie di alcuni anarchici entrati nella storia, da Giuseppe Giancabilla a Errico Malatesta; riporta la cronaca completa della vicenda giudiziaria; infine (com’era giusto aspettarsi) fornisce un’analisi molto attenta delle circostanze della morte del Bresci nell’ergastolo di Santo Stefano, che nella versione ufficiale, viene spiegata con il suicidio mediante impiccagione, mentre la tesi più accreditata (dopo aver dimostrato l’insostenibilità della versione ufficiale) fu quella dell’uccisione in cella, da parte di due secondini, con il barbaro sistema del “santantonio”: la vittima, con i ferri ai polsi perché non potesse ripararsi, avvolta in una coperta, fu colpita a bastonate fino alla morte. Un libro, dunque, che il lettore sfoglierà avidamente, perdonando volentieri i purtroppo numerosi errori di stampa accettando di buon grado l’impegno di una così complessa e intrigante lettura e, va detto, anche la fatica di reggere tra le mani un volume di peso tanto inconsueto ( un chilo e mezzo!). Giuseppe Galzerano, Gaetano Bresci, Galzerano editore 2001, lire 70.000 (euro 36,2) TABLOID 10 2001 L A Ettore Mo Gulag e altri inferni di Gregorio F. Terreno “La Storia e il prodotto più pericoloso che la chimica dell’intelletto abbia mai elaborato. Le sue proprietà sono ben note” sentenziava Paul Valery agli inizi del secolo scorso con parole di pietra. Un giudizio contundente che si sagoma ad esergo e registro dell’ultimo libro di Ettore Mo, instancabile inviato speciale del Corriere della Sera. Un cronista degli accadimenti tellurici del presente, che ha sempre restituito in presa diretta le maggiori crisi mondiali. Anche in questo nuovo testo, Gulag e altri inferni, pubblicato per i tipi della Mondadori,è l’attualità della scesa agli inferi a costituire la materia lavica dei reportage di un Orfeo del terzo millennio. Che virgilianamente continua a ricordarci, con il viaggio all’interno delle regioni insulari di questo predace arcipelago, come ancora sia ‘facilis descensus Averni’. Dalla Siberia all’America Latina, attraverso la circumnavigazione interna dell’Afghanistan, Mo denuncia la spettrale realtà di mondi che la cattiva coscienza dell’Occidente propende freudianamente a rimuovere. Qui, dove indolentemente inizia il periplo dell’autore attorno all’universo dell’infamia dell’evo moderno, nella morta gora di Kolyma, Siberia nord-orientale, è tuttora l’oro, di cui le viscere terrigne rigurgitano, a decretare il regno del subumano. Là, a Jaugalek, valle del Panshir, Afghanistan, sono oppio, eroina e smeraldi ad aver sollecitato brame di conquista nei secoli, fino all’ultima usurpazione, feroce ed ottusa, degli studenti di teologia, i talebani. Crudamente, il grande giornalista riavvolge la trama ininterrotta dell’avvilimento del l’uomo sopra l’uomo; che persiste, rinnovellando “l’auri sacra fames “ degli antichi, fino nei cunicoli dei termitai andini. L’epicentro, da cui si dirama il viaggio di Mo al termine della notte, è la regione siberiana - le miniere di Norilsk320 chilometri sopra il circolo polare artico. È il toponimo dell’inferno orientale prescelto da Stalin per temperare, assieme i metalli della zona, l’”huomo sovieticus” negli anni trenta. Ma ancora oggi le Paola Baratto Di carta e di luce di Filippo Senatore Nel 2000 la British Library di Londra, per motivi di spazio ha eliminato ottantamila volumi. Alcuni hanno collegato tale evento al romanzo dello scrittore americano Ray Bradbury Fahrenheit 451 (pubblicato nel 1953) descrive la società del futuro dispotica, in cui tutti i libri sono fuorilegge, ma una setta di “uomini-libro” li impara a memoria per mantenerne il ricordo. Fahrenheit 451 è la temperatura critica necessaria per bruciare un libro e il romanzo è l’apologo del potere che nel corso della storia ritorna ciclicamente all’oscurantismo totalitario dei roghi. Paola Baratto nel suo romanzo Di carta e di luce (disponibile anche in rete come e-book) non solo richiama esplicitamente il romanzo di Bradbury, ma lo considera una profezia in fase di realizzazione. Chi è Anton Zaifa? Un criminale o un mutante? Perché il giovane Demo Flores e la ragazza Rigby Altichieri intendono scrivere una biografia su quest’oscuro personaggio? In fondo si sono conosciuti solo virtualmente, in TABLOID 10 2001 un caffè letterario in rete. Forse è un pretesto per incontrarsi. I due protagonisti intraprendono un viaggio seguendo l’itinerario dei pellegrini medievali da Mont Saint Michel alla cattedrale di Santiago de Compostela. Il monastero è stato il centro culturale di raccolta dati dell’antichità dopo il rogo della biblioteca di Alessandria e i protagonisti vanno alla ricerca delle radici. Per scambiarsi le impressioni del viaggio, ciascuno di loro tiene un diario che si intreccia e si contamina sino fondersi nel testo stesso del romanzo. La comunità degli “amanuensi telematici”, incontrata durante il viaggio, svolge un ruolo simile agli “uomini-libro” di Fahrenheit 451. Essi salvano i libri usando la memoria artificiale per impedirne la dimenticanza. L’e-book può essere messo a disposizione di tutti i navigatori della rete. Gli antagonisti sono i “cacciatori di streghe” (il richiamo al maccartismo avversato all’epoca del romanzo da Bradbury è evidente). L’autrice descrive un futuro prossimo che si intravede dalle novità del presente, co- L I B R E R I A condizioni di lavoro degli operai minerari sono al limite della resistenza biologica: i disagi erano e sono tremendi: la temperatura che scende anche sotto i 40, la notte polare che dura sei mesi, il cielo che piove anidride solforosa e altri veleni, lo spauracchio dell’età media a 50 anni…”, tuttavia, “ciò che resta inspiegabile è come mai, nonostante la temperatura, la povertà, l’isolamento, il buio per sei mesi sulla calotta artica, non si sia ancora spezzato il rapporto affettivo che lega la gente soprattutto i giovani - alla città “. Le agghiaccianti testimonianze, come il freddo siderale di queste aree, riportano immediatamente il lettore agli episodi raccapriccianti narrati da V.T. Salamov ne I racconti della kolyma , i suoi ricordi di forzato di lavoro: quasi un migliaio di pagine di immersione totale negli abissi della sofferenza. O lo proiettano certamente nelle pagine del deportato più famoso, Solzenicyn, che ha conferito valore imperituro di antonomasia al sostantivo ‘gulag’. Ma è indubbiamente la descrizione dell’oltretomba afghano il nucleo del libro più vicino alla cronaca degli avvenimenti che hanno, con le Twin Towers di New York, sbriciolato anche la fiducia nella grandezza dello spirito umano. Dice lucidamente Mo, in un passaggio del libro uscito nelle librerie prima dell’11 settembre: “Mohammed Omar, 39 anni, un occhio solo, l’altro perso in guerra, è l’Amir, co- mandante dei credenti, e come tale si propone a guida spirituale degli afghani. Gli concedessero di continuare a interpretare il suo ruolo, gli afghani e soprattutto le afghane sarebbero condannati a vivere nelle condizioni disumane che sono state loro imposte in questi ultimi anni di fine secolo “. Infine, nella terza e ultima sezione del volume, barbagli di esperienze luminescenti e luminifere incidono la terra e altra cappa che avvolge invece le altre due parti. Nel capitolo finale infatti, l’autore raccoglie semplicemente e senza retorica gli esempi di eroismo disseminati nei luoghi di dannazione terrestre. Conclude a proposito del fondatore di Emergency , Ettore Mo: “Ma tu vai a capire Gino Strada! Dopo aver rattoppato tanti piccoli curdi azzoppati e raccattato nella giungla tanti piccoli cambogiani smembrati dagli ordigni dei khmer rossi, ecco sente il bisogno di cambiar aria: l’Afghanistan, dove sono state seminate da 5 a 10 milioni di mine antiuomo. A Sulaimaniya un uomo è rimasto a letto per 7 anni, avendo perso tutte due le gambe. Quando Emergency gli ha procurato una sedia a rotelle, la sua vita è cambiata. Poteva muoversi, girare per strada, andare al bazar… Hai scelto bene, Gino Strada. me l’agonia ambientale della terra, le ultime trasformazioni tecnologiche e i rischi totalitari della rete per il sistema gerarchizzato e concentrato dell’informazione. La carta è vista come appartenente al vecchio mondo, destinata alla distruzione anche degli odori di inchiostro e di muffa. Questo romanzo ha colto il senso quotidiano di smarrimento e la paura della perdita irrimediabile di una civiltà. Alla fine del racconto, senza che il mistero di Anton Zaifa venga svelato, si comprende che il viaggio e l’inchiesta camminano in parallelo, come i due diari. I protagonisti, dopo la testimonianza di Marcel il quale ha conosciuto Zaifa, conducono l’indagine servendosi degli archivi, messi in rete lungo la strada per Santiago, ma l’ambiente circostante non concede riscontri efficaci. Zaifa ha due personalità. Svolge missioni umanitarie e si occupa di traffici di organi umani. Il bene e il male insieme o le contraddizioni dell’attuale cultura occidentale antropica e distruttiva? L’autrice turbata e affascinata, ha paura di sciogliere l’enigma. I protagonisti stanno per arrivare alla verità, ma si trovano di fronte al dilemma se scoprire nuovi elementi su Zaifa o salvare un libro. Scelgono quest’ultimo, ma lascio al lettore il finale. Forse l’esercizio della memoria umana può essere l’antidoto contro l’oblio dell’effimera tecnologia e l’autrice lo ha magistralmente dimostrato nel suo romanzo che intreccia vene liriche e struggenti a lucide letture della realtà. Ettore Mo, Gulag e altri inferni, Mondadori, lire 29.000 (euro14,98) Paola Baratto Di carta e di luce Zanetti Editore pagine 245, lire 25.000 (euro 12,91) L’ECO DELLA STAMPA ECO STAMPA MEDIA MONITOR S.R.L. Via Compagnoni 28, 20129 Milano Tel. 02 74 81 131 Fax. 02 76 11 03 46 D I TA B L O I D Angelo Gaccione Milano, la città e la memoria di Gian Luigi Falabrino Viennepierre è una piccola casa editrice milanese, dal nome strano, che da qualche anno si sta affermando come non tanto piccola, grazie all’acume e all’esperienza della sua fondatrice, Vanna Massarotti, per molti anni dirigente della Garzanti. Fra gli ormai molti volumi di poesia e di saggi (fra i poeti più noti, Antonia Pozzi, Matacotta, Roncalli e l’argentino Girondo), fra i libri di viaggi che vanno dal Cinquecento al Novecento, gli epigrammi di Bajini e le testimonianze d’arte e di storia, spicca una costante attenzione ai temi milanesi e lombardi: valgano per tutti i volumi dedicati alla poesia milanese del Settecento e dell’Ottocento e il Florilegio di poesie milanesi dal Seicento a oggi, curato da Guido Bezzola. Su questa linea è uscito il primo volume di una trilogia ideata da Angelo Gaccione, Milano, la città e la memoria, cui seguiranno, in novembre, La città narrata da molti autori (73) e un’antologia di poesie dedicate alla città. Nel primo libro di questa trilogia, Angelo Gaccione e i suoi ventidue intervistati, tutti scrittori e artisti celebri, hanno alzato un vero inno a Milano, ma un inno a due facce: quasi tutti sono entusiasti della Milano che fu e quasi tutti sono scontenti e critici, qualche volta ferocemente, verso Milano com’è oggi, tanto che il volume potrebbe avere un altro titolo, quello che precede l’intervista a Vincenzo Consolo, Utopia e disillusione. La città che tutti abbiamo sognato quando vivevamo in provincia, quando eravamo giovanissimi, era forse troppo bella, era forse un sogno, perché si opponeva alle piccole città morte di quaranta o cinquant’anni fa, e alle semigrandi città presuntuose e semigrandi di allora. Questo vale, credo, per quelli che non sono nati a Milano, cioè per quasi tutti noi. E vale anche per me, naturalmente. Quando ero bambino e ragazzo a Trieste e a Genova, Milano era per me Il Corriere dei Piccoli con l’indirizzo indimenticabile, via Solferino 28, e quel libro fortunato ma brutto che fu La squadra di stoppa, ambientato a Lambrate e all’Ortica, dove poi fu girato un capolavoro, Miracolo a Milano. Allora, più grande, scoprii, come tutti, la città dei grandi giornali e dei grandi editori, finché, alla fine del 1960, ci venni a lavorare, entusiasta anch’io di questa città così viva e così poco provinciale. Nella sua intervista, Giuliano Gramigna dice che Milano gli è sempre apparsa una città europea, e forse mondiale, certamente una città del Nord, soprattutto in sen- so letterario. Ma chi ha lavorato anche fuori della letteratura e delle case editrici, per esempio nel marketing e nella pubblicità, sa quanto la cultura dell’operosità lombarda sia stata arricchita dai metodi razionali e organizzativi di americani, inglesi, tedeschi e svizzeri. Mi ricordo che andai a dirlo in un convegno del Pci nel 1980, e vi trovai molti, inattesi consensi: qualcosa cominciava a cambiare. Soprattutto, Milano è l’unica città veramente italiana, grazie all’immigrazione interna. Anche Roma è città d’immigrazione interna, ma soprattutto centro-meridionale, mentre a Milano siamo arrivati da tutte le regioni. Ancora Consolo dice che Roma è il crogiolo della piccola borghesia burocratica, mentre Milano era ed è una realtà “altra”, pugliese, siciliana, veneta e di ogni altra regione d’Italia. Ma oggi tutti ci diciamo delusi da Milano. Davvero la città è così peggiorata? Forse sì, come tutte le grandi città italiane, annegate nell’egoismo e nella crescente inciviltà dei rapporti, della diseducazione di massa. O forse no. Mi colpisce il fatto che tutti i giovani con i quali parlo sono entusiasti di questa città, come eravamo noi trenta o quarant’anni fa. Invece, tutti gli intervistati che Gaccione ha interpellato sono vecchi, e questo è un dato che fa riflettere. Solo in qualcuno ho trovato note positive, per esempio in Gramigna e in Gina Lagorio: quest’ultima non nega il degrado, ma conclude l’intervista citando l’Auditorium di corso San Gottardo come simbolo della resurrezione di Milano. Un’ultima nota, suggeritami proprio dall’intervista della Lagorio, che parla di Milano austroungarica. Mi permetto di dire che io la chiamerei austriaca tout court, perché lo Stato che trasformò la città fu l’Austria teresiana e giuseppina del Settecento. La Scala, il Teatro Cannobiano oggi Lirico, le vie del Quadrilatero, via Monte di Pietà eccetera, sono dovute, con tante altre cose, al laicismo e al razionalismo dei ministri e dei governatori di Maria Teresa e di Giuseppe II, specialmente von Kaunitz e von Firmian. Però Maria Teresa è ricordata soltanto da una piccola via privata, mentre nessuna via, e tanto meno uno straccio di monumento, ricorda Giuseppe II. Forse, neppure una lapide. Angelo Gaccione, Milano, la città e la memoria, Viennepierre edizioni, lire 35.000 (euro 18,08) 37 L A L I B R E R I A D I TA B L O I D Perché tanto interesse per il fascismo Il passato s’allontana da noi con lo scorrere del tempo. / I ricordi son corni da caccia /Il cui suono muore nel vento, scriveva Apollinaire. Che morì nel 1918, a Parigi, mentre a Milano Benito Mussolini, ritornato dal fronte della prima ecatombe mondiale, si preparava a fondare i Fasci di combattimento. Da allora sono passati ottant’anni: un’eternità se pensiamo a quanto abbiamo eliminato dai nostri ricordi, vissuti o studiati (si fa per dire) a scuola. In questo processo di rimozione fa eccezione il fascismo che continua a rifiorire. Nelle librerie, s’intende. Visto che gli editori stampano i libri se ritengono possano essere venduti c’è da chiedersi perché quel periodo della nostra storia suscita ancora tanto interesse. Se ai giovani può procurare un impatto emozionale conoscere la tragedia dei loro padri, per chi quel dramma l’ha vissuto è una continua riscoperta di fatti e personaggi “revisionati” da quelli che Pirani definisce i “nuovi storici”. Come gli autori dei tre libri che presentiamo oggi. Silvio Bertoldi Piazzale Loreto Aldo Grandi I giovani di Mussolini Marco Innocenti Le signore del fascismo I giovani di Mussolini sono gli studenti universitari che parteciparono ai littoriali della cultura e dell’arte ideati, nel 1934, da Bottai e Pavolini, per forgiare la nuova classe dirigente del regime. Ma quando arrivò la guerra, e, ancora più lancinante, la guerra civile, per quella che è stata “la generazione più sfortunata del secolo” (Montanelli), fu la diaspora in “fascisti convinti, fascisti pentiti, antifascisti”, come spiega il sottotitolo di questo libro faticato e travagliato di Aldo Grandi, già affermato saggista con le biografie di Ruggero Zangrandi e Giangiacomo Feltrinelli. Faticato perché è il risultato “Lei lo ascolta trasognata, è come un foglio bianco su cui lui potrebbe scrivere quello che vuole”. Lei è Claretta Petacci, lui è Benito Mussolini. È sempre folgorante Marco Innocenti all’undicesimo libro sull’Italia del Ventennio e del dopoguerra. Ora è la volta delle Signore del fascismo che, in “un mondo di uomini”, hanno saputo emergere, imporsi. O hanno fatto notizia come Claretta, che volle morire abbracciata al suo uomo a conclusione di “un amore che ha la suggestione di un romanzo” con la protagonista “sognatrice romantica “…”donna sensuale, una voce carica di promesse di un’assoluta dedizione”. Un “foglio bianco” gettato nel cestino della storia a soli 33 anni, da un assassino che nessun tribunale della storia potrà mai assolvere. Di un tragico destino fu vittima anche una diva del regime, Luisa Ferida, trascinata dal suo amore per Osvaldo Valenti dalla parte sbagliata. Faranno coppia negli anni Quaranta con “i loro trionfi artistici e gli eccessi mondani, lui eccentrico, sfacciato, esibizionista, cocainomane istrione”, lei “senza complessi, schiva ma determinata, permalosa, calda, vibrante”… “confermando l’indissolubile binomio bellezza-dannazione”. Sempre insieme sino all’epilogo fatale. Nell’Italia divisa dalla guerra civile, Valenti sceglie l’ultimo colpo di coda del fascismo. Nel 1944 a Milano conosce Pietro Koch, “un animale feroce che, installato a Villa Triste, in via Paolo Uccello, fa il torturatore di partigiani” e “organizza banchetti e festini di quelli che piacciono a Valenti, macabri, vistosi e con generosi giri di cocaina”. Anche la Ferida si fa coinvolgere nel giro: i due non partecipano alle torture, comunque non sentono, non vedono, non parlano, e “vanno così a spianare la strada della morte, quasi senza accorgersene”. Il 29 aprile 1945 vengono fucilati dai partigiani. Luisa Ferida aveva 31 anni, Claretta Petacci, 33, erano di Gigi Speroni Quello che subito colpisce è una frase di Carlo Emilio Gadda nel risvolto di copertina: “La sconcia bestia è stata appesa a piazzale Loreto”. Sì, l’ha detta proprio lo stesso ingegnere imprestato con successo alla letteratura, l’autore diAdalgisa, “per inciso iscritto al partito fascista dal 1921”, come puntualizza Bertoldi. Il che ripropone il dubbio di Leo Valiani, uno dei miti della Resistenza, quando si chiedeva se “quella folla che insultava il corpo morto del duce non fosse la medesima delle adunate oceaniche”. Allo scempio, definito da Ferruccio Parri “un’esibizione da macelleria messicana”, Silvio Bertoldi ha dunque dedicato il suo ultimo saggio: Piazzale Loreto. Un titolo che fa richiamo, data la notorietà del fatto già tanto raccontato sin nei più macabri particolari, ma che Bertoldi, oltre a rievocarlo con la conosciuta, robusta penna, lo propone alla riflessione dei lettori facendo un illuminante parallelo con la fine di Cola di Rienzo “il Tribuno romano per tanti versi accostabile a Mussolini sia per gli esaltati deliri di gloria, sia per il fallito sogno d’una restaurazione dell’epoca d’oro di Roma. Ma soprattutto per la fine violenta e cruenta e per il vilipendio del suo cadavere da parte di quello stesso popolo che fino a poco prima lo aveva osannato come il suo campione”. Bertoldi ci conduce per mano sino inpiazzale Loreto dopo 232 corpose pagine in cui racconta i retroscena e gli antefatti che precedettero l’orrenda esibizione di Mussolini, la Petacci e gli altri gerarchi appesi per i piedi a un distributore di benzina. Una storia che inizia il 18 aprile 1945 quando il duce decide di lasciare Gargnano per raggiungere Milano: qui tenta invano di ottenere dai partigiani una resa senza spargimenti di sangue, quindi la- 38 scia la città per tentare, almeno secondo l’autore, di riparare in Svizzera. Si farà intrappolare a Dongo per finire come sappiamo. I nove, frenetici giorni, che precedettero la morte del duce sono il nerbo del libro, ricco di episodi poco conosciuti, sicuramente ignoti alle nuove generazioni che possono trovare una ricostruzione di scorrevole lettura, storicamente ineccepibile, di uno dei momenti più tragici della nostra storia. Ma il libro non è soltanto questo, che già basterebbe allo scopo. Secondo Bertoldi occorre “fare una netta distinzione tra Resistenza partigiana e insurrezione popolare”… “La prima fu una realtà militare e sociale, si concretò in un conflitto aspro e sanguinoso, condotto nella maggior parte dei casi con un ideale preciso, la lotta ai tedeschi e ai fascisti”. E la seconda? Per Bertoldi a Milano non ci fu l’insurrezione popolare vantata dai comunisti. “Non vi è dubbio che il popolo di Milano abbia invaso le piazze”… ma solo a partire dal mattino del 27, quando vi fu la certezza che di fascisti e di tedeschi non restava nemmeno l’ombra”. Silvio Bertoldi, Piazzale Loreto, Rizzoli, lire 32.000 (euro 16,53) di una paziente, non facile, raccolta di “confessioni” sollecitate dalle incalzanti domande dell’intervistatore, travagliato nella gestazione perché ha visto la luce soltanto ora, dopo sedici anni dal suo concepimento. L’idea di raccogliere le testimonianze dei giovani di Mussolini l’autore l’ha avuta, a 23 anni, nel 1984, quando studiava Scienze politiche alla Sapienza di Roma: Grandi è nato e vissuto in democrazia e vuole capire ciò che il fascismo aveva rappresentato per quegli universitari che avevano fornito il loro contributo intellettuale alla dittatura. Sa che per realizzare la sua inchiesta dovrà superare gli imbarazzi e le diffidenze di coloro non vorrebbero ritornare sul proprio passato, così s’inventa un lavoro di gruppo con altri studenti per realizzare una tesi a scopi puramente culturali. L’appoggio dei professori gli apre molte porte. Spiega l’autore: “Il progetto piacque agli Editori Riuniti che s’impegnarono a far uscire il libro entro due anni. Vollero però, che alcune interviste venissero tolte, in particolare quella di Giorgio Almirante, all’epoca segretario del Msi. La ricerca, la prima e unica a comprendere sia coloro che erano diventati antifascisti, sia, soprattutto, coloro che questo passo non lo compirono mai, restò in attesa di pubblicazione per tre anni, fino a quanto Michelangelo Notarianni mi convocò spiegandomi che avrei potuto riprendermi il materiale perché a loro non interessava più”… “Ora, a così tanti anni di distanza, ho voluto proporre quelle testimonianze che, all’epoca, fu impossibile pubblicare a causa della casa editrice vicina al Pci”. Così il volume è arrivato finalmente in libreria. Leggerlo vuol dire anche comprendere quanto miopi furono i suoi censori: resi ciechi dai paraocchi ideologici non videro in queste “confessioni” dei giovani di Mussolini, la testimonianza di una generazione che credette in un regime nel periodo del suo maggior consenso popolare, quindi “senza neanche poter immaginare alcunché di diverso” (Ugo Indrio), ma poi, dopo il traumatico impatto con la realtà, approdò nella democ ra z i a , n o n senza interiori sofferenze. Ho citato Indrio ma il libro è soltanto uno tra i tanti significativi personaggi intervistati dall’autore: scrittori (Bilenchi, Zangrandi, Tobino); registi (Bertolucci, Lattuada); pittori (Treccani); politici (Bufalini, Natoli, Almirante, Taviani, Zevi) più un nutrito gruppo di giornalisti (Forcella, Buonassisi, Granzotto). L’elenco è molto più corposo: mi sono limitato a citare i nomi più conosciuti giusto per dimostrare quanto, e spesso opposte, siano stati i loro approdi culturali e politici dopo la loro lontana esperienza nel fascismo. Aldo Grandi, I giovani di Mussolini, Baldini & Castoldi, lire 30.000, (euro 15,49) Tra le signore del fascismo: donna Rachele Mussolini e Claretta Petacci. Nel tondo in basso Edda Ciano. due donne diversissime accomunate da una tragica morte per amore, ma nella ricca galleria di Marco Innocenti emergono anche le altre “signore del fascismo”, attrici e scrittrici che diventarono famose nel Ventennio e ne superarono indenni la caduta, o personalità forti che seppero imporsi in una società maschilista. Come Edda Mussolini, moglie di Galeazzo Ciano “bizzarra, capricciosa, irrequieta, sprezzante, la favorita del padre, l’unica tra i figli che gli assomigli per temperamento”. Protagonista del dramma che sappiamo quando cercherà invano di convincere il duce a impedire la fucilazione del marito. O Maria Josè, sposata a Umberto di Savoia, che in verità fu, più che una signora del fascismo, una principessa belga che convisse a disagio col regime visto che “la libertà e la gioia di vivere” erano per lei “elementi irrinunciabili.” Donne intellettualmente indipendenti, personaggi che Innocenti approfondisce e tratteggia da par suo. Particolarmente interessante, infine, è il ritratto di Margherita Sarfatti: “Giornalista e critica d’arte, è una delle donne più potenti, colte e interessanti della sua stagione. Amante di Mussolini per quasi vent’anni ne diventa uno di consiglieri più ascoltati”… “una donna straordinaria, una fuoriclasse. Tanto più importante quanto dimenticata, cancellata dalla storia. Riparlarne, dopo tanti anni, è anche un modo per restituirle parte di ciò che le è stato rubato”. La sua biografia, sintetica ma completa e stimolante, varrebbe, da sola, il libro. Marco Innocenti, Le signore del fascismo, Mursia, lire 29.000, (euro 14,98) TABLOID 10 2001 MODALITÀ PER L'ISCRIZIONE NELL'ELENCO PUBBLICISTI DELL'ALBO (in vigore dal 1° gennaio 2002) 1. Premessa. Chi è pubblicista. Dice l'articolo 1 (comma 4) della legge 3.2.1963 n. 69 «Sono pubblicisti coloro che svolgono attività giornalistica non occasionale e retribuita anche se esercitano altre professioni o impieghi». L'articolo 35 della legge citata disciplina le «modalità d'iscrizione nell'elenco dei pubblicisti» e precisa che «la domanda deve essere corredata ..... anche dai giornali e periodici contenenti scritti a firma del richiedente, e da certificati dei direttori delle pubblicazioni, che comprovino l'attività pubblicistica regolarmente retribuita da almeno due anni» L'art. 34 del Regolamento per l'esecuzione della legge professionale (Dpr n. 115/1965) precisa che «ai fini dell'iscrizione nell'elenco dei pubblicisti, la documentazione prevista dall'articolo 35 della legge deve contenere elementi circa l'effettivo svolgimento dell'attività giornalistica nell'ultimo biennio». L'articolo 34 del Regolamento detta norme: a) per chi esplica la propria attività con corrispondenze e articoli non firmati (l'attestazione del direttore in questo caso è fondamentale); b) per i collaboratori dei servizi giornalistici della radio televisione, delle agenzie di stampa e dei cinegiornali; c) per i telecinefotoperatori. L'articolo 34 del Regolamento afferma, infine, nell'ultimo comma: «Il Consiglio regionale può richiedere gli ulteriori elementi che riterrà opportuni in merito all'esercizio della attività giornalistica da parte degli interessati». 2. Come si ottiene l’iscrizione. Per ottenere l'iscrizione all'Elenco pubblicisti, in ottemperanza a quanto disposto dall'art. 35 della legge n. 69/1963 sull'ordinamento della professione di giornalista, è indispensabile avere svolto nell'ultimo biennio collaborazioni giornalistiche continuative e retribuite presso quotidiani, periodici o testate giornalistiche di emittenti radiotelevisive, testate telematiche, con scritti a firma del richiedente nonché avere versato il 12% (8% a carico del committente e 4% a carico dell’articolista) dei compensi alla gestione separata dell’Inps. Sono esclusi i libri. Pertanto l'aspirante pubblicista è invitato a presentare: a) giornali o fotocopie che riportino gli scritti di cui sopra. Viene consigliato di raccogliere tale documentazione in modo completo o comunque in misura corrispondente alla media settimanale o mensile degli scritti pubblicati nell'ultimo biennio (almeno 65 articoli o servizi nel biennio). b) copia o copie delle ricevute dei compensi percepiti nell'ultimo biennio. È obbligatorio dimostrare che i compensi sono stati assoggettati a ritenuta d'acconto (20%). Quando il biennio abbraccia periodi di tre anni fiscali, è obbligatorio allegare per i primi due la dichiarazione annuale dei compensi assoggettati a ritenuta d'acconto (dichiarazione che viene rilasciata dalle aziende in vista della presentazione del 740). Coloro che esercitano la propria attività con articoli o corrispondenze non firmati devono allegare alla domanda anche l'elenco dei servizi sottoscritto dal direttore della pubblicazione, idoneo a dimostrare in modo certo la effettiva redazione degli articoli che devono essere identificati chiaramente sulle pagine dei periodici e dei quotidiani a cura del direttore responsabile. Per le collaborazioni alle testate radio-tv gli interessati devono esibire: • la trascrizione integrale di almeno 65 testi giornalistici con relative cassette audio/video firmati dal richiedente per la testata che ne certifica la collaborazione, indicando, accanto a ciascun servizio, la data di trasmissione; • l'elenco completo dei servizi firmati dal richiedente nel biennio precedente la domanda di iscrizione, controfirmati dal direttore responsabile della testata che li ha trasmessi. Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti, pertanto, nell'affrontare la domanda di iscrizione nell'elenco dei pubblicisti, valuterà la congruità della dichiarata retribuzione, attivandosi in nome della maggiore attendibilità del giudizio che si accingono ad esprimere - anche per verificare, con indagini opportune e possibili, la verità delle affermazioni sottoscritte dall'aspirante pubblicista e dal suo editore. Qualora la produzione pubblicistica non sia stata retribuita per colpevole inadempimento del committente, i Consigli dell’Ordine esigeranno una sentenza dell'Autorità giudiziaria (che condanna l'inadempiente), o un verbale di conciliazione (che prende atto dell'omesso compenso), oppure una contestazione scritta alla società inadempiente fatta con raccomandata rr (preludio di azione civilistica di risarcimento). La sentenza n. 11/1968 della Corte Costituzionale - giustamente attenta ad evitare che il giudizio sulla qualità delle pubblicazioni prodotte sfoci in una forma larvata di censura ideologica - non impedisce di analizzare gli effettivi requisiti giornalistici della produzione professionale posta a sostegno della domanda di iscrizione all'elenco. 3. Telecinefotoperatori . Dice l'articolo 1 del Dpr 19 luglio 1976 n. 649 (che ha introdotto il quarto comma dell'articolo 34 del Regolamento per l'esecuzione della legge professionale, Dpr 115/1965): «Coloro i quali svolgono attività di telecinefotoperatori per organi di informazione attraverso immagini che completano o sostituiscono l'informazione scritta, nell'esercizio di autonomia decisionale operativa e avuto riguardo alla natura giornalistica della prestazione, devono allegare alla domanda la necessaria documentazione e l'attestazione del direttore prevista dall'art. 35 della legge 3 febbraio 1963 n. 69». L'immagine è giornalismo, quindi, quando completa l'informazione scritta. L'art. 35 della legge professionale prevede, invece, che la domanda (di iscrizione all'elenco pubblicisti dell'Albo) debba essere corredata anche «da giornali e periodici contenenti scritti a firma del richiedente e da certificati dei direttori delle pubblicazioni, che comprovino l'attività pubblicistica regolarmente retribuita da almeno due anni» (questo vincolo è ricordato nella sentenza n. 52/94 del Consiglio di Stato notificata il 3 marzo 1994, prot. n. 4865, dal Consiglio nazionale agli Ordini regionali). Le immagini («fotografiche, cinematografiche e televisive») da sole non sono sufficienti, secondo il Consiglio di Stato, a giustificare l'iscrizione all'elenco pubblicisti dell'Albo. Il nuovo indirizzo è stato accolto espressamente dal Consiglio nazionale con la delibera Perduca del 16 marzo 1994. Non costituisce attività giornalistica la prestazione del telecine-fotoperatore che, pur eseguendo in piena autonomia operativa la ripresa delle immagini, non partecipi, poi, alla selezione, al montaggio e, in genere alla elaborazione del materiale filmato o fotografato, in funzione dell'acquisizione di capacità informativa del materiale stesso (Cass. civ., 16 gennaio 1993, n. 536). Per stabilire se l'attività svolta dai fotoreporter presso un'azienda editrice di giornali quotidiani abbia o meno natura giornalistica, non è sufficiente che la realizzazione di immagini completi o sostituisca l'informazione scritta: a tal fine, l'attività in questione deve essere valutata per il ruolo che essa svolge in concreto nell'ambito dello specifico mezzo di comunicazione, onde stabilire se l'opera utilizzata presenti quei caratteri di soggettiva creatività che caratterizzano il prodotto intellettuale giornalistico (nel caso specifico, è stata confermata la decisione dei giudici di merito che ha escluso la sussistenza di tali elementi in relazione alla natura strumentale, di servizio della redazione, propria del compito svolto dai fotografi, senza una partecipazione diretta alla formazione del messaggio giornalistico) (Cass.civ., 19 gennaio 1993, n. 626). Il Consiglio nazionale ha individuato i requisiti essenziali e suggerito alcuni criteri di valutazione per l'iscrizione dei telecinefotoperatori nell'Albo dei pubblicisti: a) REQUISITI: attività non occasionale nell'ultimo biennio, regolarità delle retribuzioni, autonomia decisionale operativa, natura giornalistica della prestazione. (La non occasionalità significa la scrittura di almeno tre servizi per ogni mese, ndr). b) CRITERI: (per l'accertamento dei requisiti e per la valutazione della documentazione presentata): 1) rapporto di collaborazione a un quotidiano o a un periodico o a un cinegiornale o ai servizi giornalistici di una rete televisiva o a una agenzia di stampa o a una testata telematica; 2) sufficiente livello qualitativo e quantità di documentazione esibita atta a provare la continuità dell'attività giornalistica nel corso dell'ultimo biennio; 3) varietà di prestazioni e di temi affrontati nel corso del curriculum professionale; 4) redazione delle didascalie o dei testi dell'informazione visiva. DOCUMENTAZIONE SPECIFICA Per acclarare l'esistenza dei suaccennati criteri è necessaria la produzione della seguente documentazione: Per i Fotoreporter a) dichiarazione circostanziata della direzione della pubblicazione (quotidiano, periodico, agenzia di stampa, cinegiornale, servizi giornalistici di un ente televisivo) che dia atto della natura giornalistica dell'opera prestata; b) produzione di almeno 65 servizi corredati da testi a firma del richiedente (nel caso di servizi non firmati o di servizi firmati congiuntamente con giornalisti, il Consiglio deve chiedere al direttore del giornale o al giornalista firmatario dell'articolo se il fotoreporter ha solo eseguito le direttive del giornalista oppure se ha sviluppato autonomamente i concetti giornalistici fondamentali del servizio, o chiedere la produzione di eventuale ordine di servizio del giornale nel quale siano evidenziati l'incarico affidato al fotoreporter e l'autonomia della sua attività); c) copia dei contratti di collaborazione e relativa documentazione dei compensi percepiti (buste di competenza o di paga, fattura di pagamento, dichiarazione di ritenuta d'acconto e copia delle note spese regolarmente liquidate). Per i Fotoreporter collaboratori di agenzie fotografiche o di distribuzione In quest'ultima ipotesi l'unica documentazione acquisibile è quella contabile e amministrativa nel duplice aspetto dal giornale all'agenzia fotografica o distributrice e da quest'ultima al fotoreporter. Occorre altresì accertare che il servizio sia stato utilizzato e pubblicato dal giornale. Per i Telecineoperatori (terzo comma dell'articolo 34 del Dpr 115/1965) a) dichiarazione circostanziata del direttore dei servizi giornalistici di una rete televisiva o del cinegiornale, che dia atto della concreta ed effettiva attività svolta (cioé della natura giornalistica dell'opera prestata); b) produzione di idonea documentazione (almeno 65 servizi a firma del richiedente). Dai filmati deve risultare l'indicazione del telecineoperatore che ha effettuato il servizio. Il candidato deve esibire copia delle relazioni di ripresa e degli ordini di servizio dai quali risulta che è intervenuto autonomamente o che pure intervenendo assieme al giornalista ha svolto autonomamente il servizio in quanto nell'ordine non era prevista una precisa indicazione in dettaglio delle riprese delle sequenze e dei movimenti di macchina; c) copia dei contratti di collaborazione e relativa documentazione dei compensi percepiti (busta di competenza o di paga, fattura di pagamento, dichiarazione di ritenuta d'acconto e copia delle note spese regolarmente liquidate). 4. Da allegare alla domanda la prova dell’iscrizione alla gestione separarta dell’Inps e anche il patto scritto tra editore e articolista in caso di cessione dei diritti d’autore. Alla domanda di iscrizione nell’elenco pubblicisti deve essere pertanto allegata la documentazione dell’iscrizione dell’aspirante pubblicista alla gestione separata dell’Inps (a meno che tra editore e articolista non sia stato sottoscritto un patto sulla cessione dei diritti d’autore). Il patto scritto sulla cessione dei diritti d’autore, previsto dall’articolo 110 della legge n. 633/1941, va unito in copia alla domanda. Nella cessione dei diritti d’autore non sono compresi i pagamenti per attività redazionale, ma solo quelli relativi alla stesura di articoli, servizi giornalistici, servizi fotografici o progetti grafici. Il presidente dell’OgL dott. Franco Abruzzo Delibera approvata nella seduta del Consiglio del 12 novembre 2001 Quando l’arte è in ... formazione Columba rieletto presidente dell’Unione cronisti Del Boca: sinergia tra Università e giornalismo Quando la comunicazione diventa arte, il futuro si mette in mostra. Si è conclusa a fine novembre alla Triennale di Milano l’esposizione multimediale organizzata da Omnitel Vodafone e inaugurata il 17 ottobre con un concerto evento di Franco Battiato. Il titolo della rassegna, Media Connection, voluto dal curatore Gianni Romano, ha caratterizzato in un efficace specchio semantico il prezioso soggetto della mostra: l’informazione come categoria dell’espressione artistica e come campo di innovazione tecnologica interpretata dalle opere di 27 autori. Dall’epoca “visuale” degli anni ‘50-’60 con la televisione all’era “virtuale” degli azzardi digitali. Roma, 1 novembre - Guido Columba è stato rieletto presidente dell’Unione nazionale cronisti italiani al termine del XVI congresso dell’Unci, svoltosi ad Anzio (Roma) dal 29 al 31 ottobre. La Giunta esecutiva è composta da Alfredo Provenzali, vice presidente vicario, Egidio Del Vecchio, vice presidente, Romano Bartoloni, segretario, Antonio Andreucci, tesoriere, Ilaria Bonuccelli e Michele Crosti; presidente del collegio dei sindaci è Lanfranco D’Onofrio. (ANSA) Potenza, 13 novembre - ‘’In attesa della riforma dell’ accesso alla professione giornalistica dobbiamo incominciare ad ‘autoriformarci’ creando, innanzitutto, una sinergia virtuosa tra il mondo giornalistico e il mondo accademico’’: lo ha detto a Potenza, il presidente nazionale dell’ Ordine dei giornalisti, Lorenzo Del Boca. Del Boca ha partecipato ad un convegno, promosso dal Comitato regionale per le comunicazioni (Corecom) e dall’ Ordine dei giornalisti della Basilicata, sul tema “Dall’Università al territorio: le nuove frontiere della comunicazione’’. Il mondo accademico e quello giornalistico - ha detto Del Boca - sono due mondi molto vicini tra loro, con grandi similitudini, ma che TABLOID 10 2001 fino ad oggi si sono solo ‘annusati’ ma senza troppo amarsi, anzi in qualche modo diffidando l’uno dell’ altro, perché la scuola considerava i giornalisti degli artigiani un po’ arruffoni e pressappochisti e i giornalisti consideravano la scuola troppa astratta e troppo scientifica. Ora questi due mondi - ha aggiunto - devono imparare a diffidare meno e trarre vantaggio reciproco: i giornalisti possono dare alla scuola quella concretezza di cui la scuola ha bisogno e la scuola può dare ai giornalisti la serietà, la scientificità, il sapere che a volte ai giornalisti mancano, e in questo processo la prima tappa è la costituzione di una facoltà di giornalismo’’. (ANSA) 39 U N I O N E & M E D I A di Marta Cervino Convegno a Gorizia di giovani giornalisti di 6 Paesi sull’allargamento dell’Ue a Est Il 9 novembre del 1989, giorno del crollo del muro di Berlino, la scena politica internazionale volta drammaticamente e radicalmente pagina. Esattamente dodici anni dopo, il 9 novembre 2001, ecco un incontro -seminario su una delle conseguenze di quel crollo, “l’allargamento ad Est dell’Ue: sfida politica, economica e culturale”. Al convegno, organizzato dall’Associazione italo-tedesca dei giornalisti, hanno partecipato una trentina di aspiranti giornalisti provenienti da Croazia, Germania, Italia (il nostro Paese era rappresentato da 4 allievi del XII corso Ifg di Milano), Polonia, Slovenia e Austria, e un centinaio di studenti del Sid (il corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell’Università di Trieste, con sede a Gorizia), esponenti politici, esperti e docenti universitari, riuniti per cercare di mettere a fuoco una realtà, come quella europea, in costante crescita e trasformazione, soprattutto ora che gli Stati “candidati” all’ingresso sono 12 e l’Unione Europea passerà nei prossimi anni dai 15 ai 27 Paesi membri. Ma forse, nonostante questo, di Europa si continua a parlare poco. La sfida della nuova Europa “Allargamento è una parola equivoca” – ha sottolineato nel primo intervento Luigi Vittorio Ferraris, ex ambasciatore e docente di Relazioni Internazionali al S.I.D. – “una parola che riferita all’Est europeo deve tenere conto di tre aspetti distinti: storico, politico e giuridico-amministrativo, cercando di capire che tipo di Europa si vuole costruire”. Questione complessa che interessa l’identità nazionale dei singoli stati, l’assetto istituzionale, ma anche l’ambito economico, politico e culturale dell’Europa. “Forse è bene soffermarsi a riflettere su quali vantaggi possa portare l’allargamento”, ha ricordato Flavio Rodeghiero, deputato della Lega e membro del Consiglio europeo a Strasburgo – “per comprendere che le sfide investono stabilità, sicurezza e mercato del lavoro, in un cammino parallelo che interes- sa sia gli Stati membri sia i Paesi che vogliono entrare”. Anche perché, ha aggiunto Domenico Coccopalmerio, preside della facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste, “il nuovo mercato dell’Unione dovrà far fronte a spostamenti di massa ed emigrazioni, difficili senza un governo sovrano e comporterà inevitabilmente una riforma istituzionale europea che definisca una vera e propria costituzione dell’Europa”. “I problemi saranno risolti a livello europeo, non solo nazionale” – ha aggiunto Ulrich Wilhelm, portavoce del governo bavarese – “perché il punto non è se procedere all’allargamento ma quando e in che modo farlo considerando anche l’eterogeneità dei Paesi candidati”. L’incontro e il dibattito che ne è scaturito sono stati momenti importanti per avvicinare punti di vista necessariamente diversi di un tema complesso, momenti, in cui il dialogo tra i partecipanti – provenienti da realtà spesso lontanissime tra di loro - ha facilitato un approccio più sereno a realtà come ad esempio quella della Polonia o della Slovenia, Paese, quest’ultimo, con due milioni di abitanti che ha iniziato la fase di preparazione nel ’97 e che dovrebbe entrare in Europa nel 2004. Eppure, come ha ricordato Alja Brglez, portavoce del governo sloveno, “in questo momento se ci fosse un referendum, il 58% appoggerebbe il progetto mentre una decina di anni fa il sì avrebbe avuto una maggioranza del 90%”. “E questo perché – ha aggiunto la Brglez – “dall’idea di Europa intesa come ideale acritico contrapposto alla vecchia Jugoslavia, si è passati ad un modo di pensare più realistico e consapevole di vantaggi e svantaggi”. E, a questo punto, diviene fondamentale la capacità di informare dei media come hanno ricordato tra gli altri Helmut Herles (inviato del General Anzeiger, quotidiano di Bonn), Mario Pinzauti (per 15 anni direttore del Tg3) Hubert Wohlan (giornalista polacco) o Jürgen Seitz (esperto economico della televisione bavarese). E se la complessità di questi temi non si esaurisce certo in un giorno di dibattito, l’incontro di Gorizia, come tavola rotonda di confronto e conoscenza reciproca, è comunque un esempio riuscito di allargamento. TAVOLA ROTONDA Nella “piccola Berlino”crocevia di popoli e culture di Simona Spaventa L’allargamento ad Est dell’Unione Europea: una generosa concessione fatta dall’Europa ai dodici Paesi candidati, in due fasi successive, ad entrare nell’Unione, o interesse comune di tutti gli europei, per le prospettive economiche e di stabilità politica che apre al Vecchio continente? Della questione si è discusso dall’8 all’ 11 novembre a Gorizia, durante l’incontro-seminario “L’allargamento ad Est dell’Unione Europea: sfida politica, economica e culturale”. Un convegno voluto dall’Aitg, l’Associazione italo-tedesca dei giornalisti, e dal S.I.D., il corso di laurea in Scienze internazionali e diplomatiche dell’Università di Trieste che ha sede a Gorizia, per far riflettere i giovani partecipanti – un centinaio tra studenti del S.I.D. e giornalisti provenienti da cinque Paesi, Germania, Polonia, Slovenia, Croazia, Austria, oltre che, naturalmente, dall’Italia – su un processo di cui poco si sa e meno si discute, nonostante i tempi della sua realizzazione siano ormai piuttosto stretti. 40 Mancano infatti solo tre anni all’adesione del primo gruppo di Paesi dell’Est, prevista per il 2004, ma ancora non se ne parla a sufficienza, specie sui media occidentali. Una lacuna che il convegno di Gorizia ha voluto in qualche modo colmare, in una sede che – al confine fra tre nazioni, l’italiana, la slovena e l’austriaca – da sempre è crocevia di popoli e culture – alla fine della seconda guerra mondiale la piccola città giuliana venne divisa in due dal filo spinato, una sorta di “piccola Berlino”. I lavori si sono aperti nella serata di giovedì 8 novembre, con il saluto delle autorità locali ai partecipanti. Nell’austera sala del Conte dell’antico Castello di Gorizia, che dal XII secolo domina dal suo colle la città, i politici hanno sottolineato l’importanza del seminario, alla sua prima edizione. Un evento importante per Gorizia, naturale porta verso l’Europa dell’Est, come ha osservato il sindaco Gaetano Valenti, che ha anche ricordato il patto territoriale transfrontaliero che da tempo unisce cinquanta comuni tra Gorizia, Nova Gorica e Klagenfurt, esempio concreto di integrazione. Dopo il benvenuto del vicepresidente della Provincia, Vittorio Brancati, e del consigliere regionale del Friuli-Venezia Giulia, Giovanni Vio, è toccato al presidente dell’Aitg Ulrich Ritter e alla preside di Scienze internazionali e diplomatiche (Sid), Maria Paola Pagnini introdurre il convegno. E lo hanno fatto guardando al futuro, lanciando subito due proposte: fare del seminario un appuntamento fisso ma insie- me itinerante, da realizzarsi ogni anno in un Paese diverso tra quelli dell’area del confine; e creare, a Gorizia, presso il Sid, un corso di formazione per giornalisti specializzati in politica internazionale. Il convegno è poi entrato nel vivo il giorno successivo, interamente dedicato agli interventi dei relatori – professori, rappresentanti politici e giornalisti – e al dibattito con i giovani partecipanti. Un confronto, quest’ultimo, particolarmente vivace, opportunità davvero unica per avvicinarsi a modi di pensare diversi dal proprio ed aprirsi a prospettive inedite. Una possibilità che l’“incontro-seminario”, già per definizione, ha voluto mettere in primo piano, dando grande spazio a momenti comuni di svago e di convivialità. Ogni sera nelle grandi tavolate, ancora più allegre per l’ottimo vino del Collio, si discuteva fino a tardi in un bizzarro esperanto di lingue, scambiandosi opinioni e impressioni, parlando di sé con la curiosità di capire qualcosa del mondo degli altri. Occasioni di amicizia moltiplicate dalle molte visite a corollario del convegno: dai mosaici paleocristiani della basilica di Aquileia ai modernissimi impianti delle industrie locali – i cantieri navali della Fincantieri di Monfalcone, tra i maggiori del mondo; il prosciuttificio Morgante di Romans d’Isonzo, dove si produce il famoso San Daniele; l’azienda vinicola Lorenzon – un modo per conoscersi scoprendo il territorio, la sua storia, il suo presente. TABLOID 10 2001