Dicembre 2001 - Ordine dei giornalisti Lombardia

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Dicembre 2001 - Ordine dei giornalisti Lombardia
Anno XXXII
n. 10, dicembre 2001
Ordine
Direzione e redazione
Via Appiani, 2 - 20121 Milano
Telefono: 02 63 61 171
Telefax: 02 65 54 307
dei
giornalisti
della
Lombardia
http://www.odg.mi.it
e-mail:[email protected]
Spedizione in a.p. (45%)
Comma 20 (lettera b)
dell’art. 2 della legge n. 662/96
Filiale di Milano
Associazione “Walter Tobagi” per la Formazione al Giornalismo
Istituto “Carlo De Martino” per la Formazione al Giornalismo
Sentenza delle Sezioni unite penali della Cassazione “salva” direttore responsabile e autore dell’articolo
SOMMARIO
Non è reato pubblicare
interviste diffamatorie
Guerra&Media
Al cronista,
che riporta altrui
dichiarazioni,
è stata concessa
una “zona franca”,
ampia,
ma non assoluta
sempre ugual peso e, proprio in tema di
intervista, la verità va reinterpretata e la
“continenza” può venir violata.
Il ragionamento si connette con una “scoperta fondamentale” del mondo dell’informazione. Essa non è di oggi, ma solo oggi viene
consacrata dal massimo consesso della
nostra giurisprudenza. “Fatto” storico, oggetto di cronaca, non è solo che tizio abbia tenuto un certo comportamento disdicevole, ma
anche che un’alta carica dello Stato abbia
attribuito, in una dichiarazione da pubblicare,
ad un tizio (soggetto egli pure “abbastanza”
pubblico) un fatto disdicevole. In questi casi,
l’interesse pubblico a sapere “cosa ne
pensa” una autorità della Repubblica prevale
sul resto. Gli altri parametri del diritto di
cronaca non scompaiono del tutto, ma
vengono compressi e si “riducono ai minimi
termini”. È sufficiente che il giornalista provi
che quell’importante funzionario dello Stato
ha rilasciato la dichiarazione (può persino
bastare, almeno in certi casi, la “non smentita”) e il requisito della verità è soddisfatto: la
verità è che l’intervistato ha detto una certa
frase, non occorre che il “contenuto” di tale
frase sia vero. Di fronte ad un ruolo autorevole dell’intervistato non ci son controlli da
segue a pagina 2
di Corso Bovio, avvocato in Milano*
Forse le Sezioni unite penali della Cassazione avrebbero potuto fare di più, dar maggior
tutela ai media e riconoscere con maggiore
ampiezza il “diritto d’intervista”. Al cronista
che riporta altrui dichiarazioni è stata
concessa una “zona franca”, ampia, ma non
assoluta. Il contrasto giurisprudenziale in
materia è stato risolto dalle Sezioni unite
penali mediante la concessione di un “salvacondotto” al giornalista, con alcuni principi
generali, demandando poi al giudice del
merito il compito di accertare se l’intervistatore resti nei confini dello speciale “diritto di
cronaca” che vige in materia o li travalichi,
concorrendo nella diffamazione commessa
dall’intervistato.
Secondo la sentenza n. 37140 del 2001 il
diritto di cronaca non ha una “natura statica
ed immutabile, ma una struttura dinamica e
flessibile, adattabile di volta in volta a realtà
diverse”. I tre cardini dello ius narrandi sono
noti: interesse pubblico all’informazione,
verità della notizia (o meglio sua approfondita e professionalmente corretta verifica su
più fonti autonome), correttezza espositiva
(o continenza) nel rispetto del “nucleo” di
dignità umana che va riconosciuto ad ogni
individuo. Questi tre capisaldi non hanno
Ordine
dei giornalisti
della Lombardia:
la quota 2002
a 100 euro
Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della
Lombardia ha deliberato di adeguarsi, come
gli altri Ordini regionali, alla richiesta del
Consiglio nazionale: pertanto la quota
d’iscrizione 2002 passa a 100 euro (lire
193.627); i giornalisti professionisti pensionati pagheranno la metà. Il 50% della quota
verrà girata al Consiglio nazionale.
Le quote relative al 2002 saranno incassate
con cartella esattoriale nel prossimo mese
di gennaio. Gli incassi legati all’aumento
della quota verranno utilizzati dall’Ordine di
Milano per migliorare i servizi erogati agli
iscritti.
A PAG. 3 IL CONFRONTO CON LE QUOTE
DEGLI ALTRI ORDINI PROFESSIONALI
Dedicata
a Maria Grazia
un’aula
della Scuola
di giornalismo
Un’aula dell’Istituto per
la formazione al giornalismo (Ifg) di Via Fabio
Filzi, 17 è stata dedicata dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia
a Maria Grazia Cutuli,
la collega assassinata
in Afghanistan sulla
strada tra Jalalabad e
Kabul. L’aula verrà inaugurata mercoledì 19 dicembre, un mese
dopo l’imboscata costata la vita all’inviata del
Corriere della sera.
A PAGINA 5 UN RICORDO
DELLA COLLEGA SCOMPARSA
pag. 4
Giudici &
opinionisti
“Penelope
va alla guerra”
pag. 8
La critica
giornalistica:
contenuto e limiti
Professione
e previdenza
La libertà
di cumulo
pag. 12
Tabloid Documenti / Inserto
LA COSTITUZIONE
DELLA REPUBBLICA
ITALIANA
con le modifiche approvate
dal Parlamento e confermate
dal referendum.
Testo completo e commenti
La scuola
pag. 16
Memoria
pag. 26
Fede & Media
pag. 28
Storia
& Giornalismo
La carica dei
quaranta del XIII
biennio dell’Ifg
Balzan,
una leggenda
in via Solferino
“Il Cittadino di
Lodi”, una storia
lunga 112 anni
pag. 30
La stampa
tra il 1849
e il 1859
La libreria
di Tabloid
Le recensioni
del mese
da pag. 32
Il diritto di cronaca può essere legittimamente esercitato a patto che si protegga il diritto all’immagine del bambino
Cassazione: sì alle notizie sui minori
se “sono vere e scritte con sobrietà”
Roma, 22 ottobre - La Cassazione guarda
alla tutela del minore in un contesto più
ampio e per la prima volta sancisce che la
tutela del minore non può essere così ferrea
nel caso in cui ci sia una notizia di interesse
pubblico. “Con le opportune cautele” ha
stabilito infatti l’alta Corte con la sentenza
37667 “è possibile raccontare anche fatti che
attengono a soggetti minori”. A due precise
condizioni, però: che i fatti siano veri e che
venga rispettata la continenza, ovvero la
sobrietà nel riportare le notizie, ha ammonito
la Cassazione. In questo caso “non solo non
sussiste il preteso limite insuperabile al diritto di cronaca”, ma “non è possibile affermare che la violazione dell’art. 114 del c.p.p.
automaticamente integri la violazione
dell’art. 595 del c.p. che richiede presupposti
diversi”.La vicenda che ha portato la Quinta
sezione penale a stabilire il principio è legata
TABLOID
10
2001
ad un articolo pubblicato sull’Espresso nel
‘97 intitolato: “Lui, lei ed il miliardario”. Per
questo articolo il direttore Claudio Rinaldi era
stato accusato di diffamazione. Il pezzo, si
legge nella sentenza, riferiva che “secondo
alcuni testimoni, Paola Mora, moglie di Filippo Rapisarda, aveva allacciato una relazione
sentimentale con un giudice istruttore che
all’epoca dei fatti esercitava presso il Tribunale di Milano”. Nell’articolo si raccontava
anche di come “quando la signora rimase
incinta a Palazzo di Giustizia di Milano
vennero diffusi volantini nei quali si sosteneva che si trattava della figlia del giudice”.
I giudici della Corte d’appello di Roma, pur
assolvendo il direttore dall’accusa di diffamazione nei confronti di Rapisarda e di Paola
Mora “poiché era stato esercitato correttamente il diritto di cronaca”, affermava la
penale responsabilità del direttore per aver
diffamato la minore “perché gli art. 114 c.p.p.
e 684 c.p. costituiscono un limite insuperabile per l’esercizio del diritto di cronaca quando la notizia riguardi un minorenne”. Si è
opposto in Cassazione il direttore (la sua
difesa è stata portata avanti da Oreste Flamminii Minuto), sostenendo che non si era mai
fatto il nome della minore e che comunque il
riferimento era importante perché nell’articolo si parlava di un “procedimento per corruzione a carico di imputati maggiorenni”.
Ora la Quinta sezione penale ha accolto il
ricorso e, annullando la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte
d’appello, ha stabilito che “il diritto di cronaca può essere legittimamente esercitato
anche con riguardo ai minori a patto che si
protegga il diritto alla immagine del minore,
in quanto la sua crescita potrebbe essere
pregiudicata dalla pubblicazione dei dati
personali”. In particolare hanno sottolineato
che “non sono state espresse valutazioni né
giudizi sulla minore, né sono stati raccontati
fatti concernenti la sua vita, ma sono stati
soltanto riportati i dubbi, giudiziariamente
emersi, sulla paternità della bambina, il cui
nome e la cui immagine non erano stati
diffusi sul giornale”.
Commenta l’avvocato Flamminii Minuto: “Da
un po’ di tempo si assiste al restringimento
dei limiti del diritto di informazione, ma
questa sentenza per la prima volta riporta ad
un contesto in cui di fronte a notizie importanti prevale l’interesse dell’opinione pubblica. La Cassazione in sostanza ha inteso dire
che di fronte a notizie di interesse pubblico
la tutela del minore non può essere presa a
pretesto, in certi casi diventa addirittura
ingiustificata”.
(ADNKRONOS)
1
dalla prima pagina
svolgere: il fatto sono le parole dette, non
quanto narrato.
L’intervistatore non deve neppure ridurre a
misura ed eleganza espressioni incontinenti.
Se un “vertice” dello Stato usa termini pesanti e contumeliosi, non tocca al giornalista
ergersi a censore (non è suo ruolo): può
riportarli tali e quali, fossero anche “di fuoco”.
Il fatto storico (o di cronaca) è che l’intervistato usa parole brucianti.
L’interesse pubblico “annulla” gli obblighi di
verifica e di correttezza linguistica. Il diritto di
cronaca è “uno”, ma dinamico e flessibile: il
giudice deve, in casi del genere, privilegiarne un aspetto a discapito degli altri. Le
“condizioni” dello ius narrandi cambiano, o,
meglio, assumono diverso valore.
Occorre ovviamente ben misurare, visto il
suo ruolo principe, l’interesse pubblico. Fa
notizia la dichiarazione resa dal personaggio
intervistato. Inutile dire che, a maggior ragione, i precetti valgono per le conferenze stampa, che sono ancor più, di per sé, eventi del
mondo non solo dei media, ma anche
“reale”. La notizia va pubblicata perché
soddisfa l’interesse della collettività alla informazione, interesse “scritto” nell’art. 21 della
Costituzione: è essenziale perché la gente
concorra alla vita pubblica che essa sia informata su cosa pensano e dicono gli uomini
pubblici!
L’interesse pubblico a conoscere è tanto
maggiore quanto più elevata è la posizione
sociale (dice la Corte, politico-sociale, diremmo noi) dell’intervistato. La Cassazione parla
di “notorietà”: si va da chi ricopre un elevato
ufficio pubblico, al leader politico, a tutti coloro che sono sul “palcoscenico della vita”, nel
mondo della scienza, della medicina, della
cultura, dello spettacolo. Forse un po’ pedantescamente viene spontaneo aggiungere
arte, economia, finanza, imprenditoria,
sindacato, religioni (tradizionali e nuove).
Qualunque catalogo, per altro, sarebbe
parziale ed incompleto, quindi meglio dire
sinteticamente: tutto ciò che è vita pubblica.
Una visione intellettualistica (o caratterizzata
da un certo “moralismo”) potrebbe escludere
o mettere in secondo piano sport e spettacolo, per così dir, leggero.
La memoria va però a due risalenti casi di
“diritto di intervista”, trattati dal Tribunale di
Milano: venne scriminato, nel ‘76, un cronista del Corriere d’informazione che riportò,
in una polemica per affari di cuore, frasi
pungenti su Gina Lollobrigida di una cantante tedesca (venne condannata costei).
Vennero, un paio di lustri dopo, scriminati
Indro Montanelli ed altri giornalisti, per un
eccesso di polemica antijuventina di un celebre regista (venne condannato costui).
Certo, non interest rei pubblicae (in senso
politico) una storia d’amore della diva. Non
interessa alla salvezza dello Stato ed al
progresso sociale, lo sfogo della domenica
sera sull’esito della partita e sulle abilità
dell’allenatore.
Non di meno, l’uno e l’altro son fenomeni
economico-sociali di non poco momento,
intorno ai quali gravitano imprese, persone
ed affari, sicché una visione riduttiva (pur
non improbabile, nella applicazione dei
precetti nomofilattici della Cassazione)
sarebbe se non altro “irrealistica”. Non si può
misconoscere quanto questi fenomeni
(sport, moda, cinematografo e televisione di
Andriolo
nuovo
presidente
della
Associazione
lombarda
Non è reato pubblicare
interviste diffamatorie
intrattenimento, “cronaca rosa”) non solo
“facciano tendenza”, ma, addirittura, condizionino la vita di massa.
Se comunque, forse ci si deve contentare dei
settori “classici” e, per così dir, più nobili, di
ciò che è di interesse pubblico, questa
qualità va considerata per così dir “transitiva”. Con tutta la considerazione che merita il
Capo dello Stato, non può interessare cosa
egli pensa dell’ultimo usciere del Quirinale,
del quisque de populo. Anche l’antagonista
dell’intervistato deve essere, in qualche
misura, istituzionalmente od occasionalmente, assurto sul “set” della vita collettiva. Un
interesse pubblico a sapere del pensiero
dell’homo publicus sull’homo “privatissimus”
non può essere riconosciuto: la pubblicità,
anche se ineguale, deve essere bilaterale.
Tornando alla forma: per prudenza avvocatesca, consigliavo, anni or sono, ai cronisti di
addolcire, censurare, omettere e non solo di
virgolettare. Ma fu, in una sede congressuale, proprio un PM a censurarmi (forse non
voleva a sua volta patire censure). Disse: “Se
in una conferenza stampa o in una intervista
attribuisco ad un soggetto la qualità di
malfattore, delinquente pericoloso ed irrecuperabile, et cetera et cetera, mi metto personalmente in gioco con tutta la mia storia e la
mia professionalità, quindi, non ammetto che
il giornalista attutisca o stemperi. Forse
eviterà i rischi di una querela, ma non di una
causa per la violazione del mio diritto all’identità personale, alterata dalla trasformazione di una filippica in una manifestazione
di rimprovero”. Mi convinse ed oggi par
convinta anche la Suprema Corte.
Bisogna distinguere
i vari tipi
di intervista
La continenza però “ritorna” quando la
Cassazione parla della necessità che il giudice del merito verifichi “se davvero il giornalista si sia limitato a riferire l’evento piuttosto
che a divenire strumento della diffamazione”.
Occorre allora analizzare “contesto valutativo e descrittivo” in cui sono riportate le altrui
dichiarazioni, la loro plausibilità e la loro
occasione.
Il passo è importante e merita d’esser
trascritto tal quale: “Per distinguere il lecito
dall’illecito, occorrerà accertare, attraverso
una puntuale interpretazione dell’articolo, se
il giornalista abbia assunto la prospettiva del
terzo osservatore dei fatti, agendo per conto
dei suoi lettori, ovvero sia solo un dissimulato coautore della dichiarazione diffamatoria,
che agisce contro il diffamato, essendo
evidente che in quest’ultimo caso dovrà
trovare applicazione la normativa sul concorso delle persone nel reato di cui all’articolo
110 c.p.”.
Ammoniva, oltre quarant’anni or sono,
Amedeo Giannini (Interviste e conferenze
Direttivo Alg
e Congresso Fnsi:
tutti gli eletti
della Lombardia
Milano, 9 novembre. Maurizio Andriolo è il nuovo presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti (Alg). È
stato eletto oggi dal Consiglio direttivo. Membri della
Giunta sono stati eletti David Messina, Giovanni Negri,
Giuseppe Gallizzi e Maurizio Calzolari per i professionali;
Luisa Jamoretti e Domenico Tedeschi per i collaboratori.
Andriolo succede al presidente uscente Mariagrazia Molinari, a sua volta eletta capodelegazione per il XXIII
Congresso nazionale della Federazione della Stampa
che si terrà a Montesilvano (Pescara) dal 19 al 24 novembre. Gabriele Porro farà parte dell’Ufficio di presidenza
del Congresso e Giuseppe Gallizzi della Commissione
verifica poteri.
Andriolo, 72 anni, originario di Palermo, risiede a Bergamo, è sposato e ha quattro figli. È consigliere di amministrazione dell’Inpgi. In passato aveva già ricoperto la carica di presidente dell’Alg e del Circolo della Stampa di
Milano.
(ANSA)
2
Milano, 18 ottobre.
La Giunta Elettorale
dell’Associazione
Lombarda dei giornalisti ha reso noto i
risultati definitivi delle
votazioni svoltesi nei
giorni 13/14/15 ottobre per il rinnovo
delle cariche sociali
dell’Associazione e
per la nomina dei delegati al XXIII Congresso nazionale della Stampa Italiana in
programma dal 19
novembre a Montesilvano (Pescara).
stampa in Diritto d’autore 1959, p. 218) che
bisogna distinguere vari tipi di intervista,
quella vera e quella in cui “talune interrogazioni fatte al o agli intervistati sono state
preventivamente suggerite, in quanto l’intervistato vuol trovare l’occasione (procurandosela, nel dubbio che non capiti da sé) di
richiamare l’attenzione su un determinato
problema o un determinato profilo di un
problema, sul quale egli tiene a parlare… Le
domande e le risposte dell’intervista sono
preparate in uno dei modi ora accennati ed
essa è poi data ad un determinato giornalista (amico o ufficioso) perché assuma la
paternità dell’iniziativa”.
L’intervista, in via di principio, è, agli effetti
del copyright, una “comunione” tra giornalista e “interrogato”. Ma delle interviste
preconfezionate e pilotate è autore assai più
l’intervistato che l’intervistatore. Il giornalista
diventa allora quasi estraneo alla creazione
intellettuale, ma penalisticamente non è
affatto terzo: è il braccio armato (o la penna,
o il microfono, o la telecamera armata) al
servizio di una operazione di killeraggio
dell’onore (si domanda venia per una certa
retorica), quindi correo della diffamazione.
Già secondo l’art. 31 dell’Editto Albertino del
26 marzo 1848, “il rendiconto esatto, fatto in
buona fede, delle discussioni del Senato o
della Camera dei Deputati” non era in alcun
modo perseguibile.
Ma doveva trattarsi di rendiconto di buona
fede, non di rendiconto fazioso o partigiano.
Del resto non di rado i magistrati si sono
imbattuti in interrogazioni o interpellanze
parlamentari costruite a tavolino da Onorevole e cronista, non tanto da “discutere” nella
Camera, ma da pubblicare su un quotidiano
per diffamare qualcuno. E i giudici spesso
hanno trovato la via per superare sia il diritto
di cronaca, sia la legittimità “in sé” del resoconto parlamentare, giungendo alla condanna del giornalista “complice” del deputato.
Manca la buona fede anche se l’atto è astrattamente pubblicabile, la malafede omnia
corrumpit.
Non è cosa facile
trovare
la “neutralità”
Certo il discorso può apparire più moralistico
che giuridico. Certo se interessa alla Repubblica saper che il leader del partito A pensa (e
dice al giornalista) cose turpissime sul leader
del partito B, sembra difficile affermare che il
giornalista è correo nell’intervista di mala fede
e scriminato in quella di buona fede.
Sennonché il percorso logico è semplice: il
diritto di cronaca scrimina il giornalista che
riporta le altrui dichiarazioni (se esse sono
un fatto di pubblico interesse). Non il giornalista che riporta le proprie idee, sia pur
consonanti con quelle dell’uomo pubblico;
comunque, salvi i casi eccezionali di immu-
nità, l’uomo pubblico intervistato risponde
della diffamazione con ogni suo eventuale
correo.
La continenza qui si atteggia nel ruolo di
equidistanza che il giornalista deve assumere tra l’intervistato, il pubblico e il “soggetto
passivo” del colloquio, colui del quale l’intervistato parla.
Il giudice deve verificare se l’intervistatore è
davvero un mero “registratore” per quanto
acuto ed intelligente (che semmai taglia il
superfluo, sintetizza e rende fluente e consequenziale un “parlato” spesso claudicante e
disordinato) o se è un “agente provocatore”
che vuol stappare l’insulto (al terzo), se è un
servile “banditore” che vuol solo far da grancassa al suo padrone, se è il coregista di una
aggressione diffamatoria.
Accertamento non semplicissimo, ma non
molto più difficile dei tanti che il giudice penale deve compiere nel suo quotidiano lavoro
sugli “elementi soggettivi” nel concorso di
persone nel reato.
Sia consentita una notazione che sposta il
tema dal diritto sostanziale a quello processuale. Ho sentito fare una curiosa similitudine tra l’intervista dei giornalisti americani
(ben diversa da quella “all’italiana”) e la cross
examination. L’esame dei testimoni nel
processo avviene secondo due diversi
approcci. I propri testi, “fonti” amiche, vengono interrogati (in Usa e da noi) con toni pacati e con spirito di collaborazione. I testi di
controparte, per definizione nemici, vengono
interrogati con toni e forme “polemiche”. Pare
che i cronisti di oltre oceano conducano le
interviste nel modo in cui l’attorney (o l’avvocato) esamina il teste ostile, cercando di
metterlo in crisi, facendo emergere difetti e
contraddizioni della sua tesi, con quesiti
anche trabocchetto. La funzione di “cane da
guardia della democrazia” del giornalista
(intervistatore) si manifesta in un lavoro alla
Perry Mason, in domande da contro esame,
in quesiti (e in un contesto generale) “contro”
l’intervistato. Credo che, analizzando anche
statisticamente le interviste italiane, quelle
ostili siano la minoranza. Il nostro giornalista,
più che come cane da guardia della collettività, opera in non rari casi come cane da
compagnia dell’intervistato.
Occorre dunque che il giudice verifichi se l’intervistatore è un “fedele” dell’intervistato, che
si presta a fungere da “cassa di risonanza”
che “spaccia” gli argomenti, le polemiche le
ingiurie dell’intervistato, in un più apparente
che reale gioco di domanda e risposta. Solo
quando invece il giornalista è un ascoltatore
terzo che si limita a porre i quesiti (non finalizzati a far insultare qualcuno, a tirar fuori la
“battutaccia”, a scatenare la polemica, come
al contrario spesso fanno taluni conduttori
televisivi) e a “trascrivere” le risposte, prendendo, se del caso, le distanze quando l’intervistato eccede, egli può venir assolto.
Certo è però che in un paese come il nostro,
dove la popolazione si contraddistingue per
il suo spirito tifoso e partigiano, polemico e
fazioso, trovare siffatta “neutralità” non è
cosa facile. Io non la trovo spesso nemmeno
nelle sentenze che dovrebbero essere il
prodotto asettico della riflessione giurisprudenziale (jure et prudentia) del “famoso”
giudice-terzo.
Corso Bovio
*dalla rivista Diritto e Giustizia n. 39/2001
Sono risultati eletti:
per il Consiglio Direttivo professionali:
Lista Movimento Liberi Giornalisti (voti di lista
199) : Giuseppe Gallizzi (150 voti), Maurizio
Andriolo (104) e Paolo Chiarelli (104).
Lista Sindacato di base (voti di lista 50):
Michele Crosti (33).
Lista Nuova Informazione/Gruppo di Fiesole
(voti di lista 364): Marina Cosi (244), Gabriele
Porro (218), Maurizio Calzolari (191), Stefania
Berbenni (172), Aldo Maggioni (165), Saverio
Paffumi (162).
Lista Impegno Sindacale Unitario (voti di lista
59): Giuseppe Nardi (37)
Lista Quarto Potere (voti di lista 204): Edmondo Rho (120), Simona Fossati (112) e Carlo
E. Gariboldi (68).
Lista Stampa Democratica 2001 (voti di lista
356): Mariagrazia Molinari (266), Giovanni
Negri (162), David Messina (154), Paola
D’Amico (106), Gianfranco Giuliani (97) e
Claudio Scarinzi (90).
Per il Collegio dei Probiviri professionali:
Lista Movimento Liberi Giornalisti: Aldo De
Martino (71).
Lista Nuova Informazione/Gruppo di Fiesole:
Maria Novella Oppo (194) e Gabriele Eschenazi (184).
Lista Quarto Potere: Maria Elisa Verti (75)
Lista Stampa Democratica 2001: Graziella
Bardelli (126) e Luigi Vismara (90).
Per il Collegio dei Sindaci:
Lista Nuova Informazione/Gruppo di Fiesole:
Aldo Borta (177), effettivo.
Lista Quarto Potere: Angelo Mincuzzi (88),
supplente.
Lista Stampa Democratica: Luigi Pizzinelli
(138), effettivo.
Per il Consiglio Direttivo collaboratori:
Lista Movimento Liberi Giornalisti/Tribuna
Stampa (voti di lista 157): Stefano Gallizzi
(118), Domenico Tedeschi (107), Giacomo
Metta (76), Jole Zangari (66), Rino Felappi
(61), Francesco Marelli Coppola (52).
Lista Stampa Democratica 2001 (voti di lista
67): Isotta Gaeta (38), Luisa Jamoretti (34),
Giovanni Buzzi (26).
Lista Quarto Potere (voti di lista 21): Antonio
Armano (13).
Per il Collegio dei Probiviri:
Lista Movimento Liberi Giornalisti/Tribuna Stampa: Paola Innocenti (71) Adriano Bassi (65).
Lista Stampa Democratica 2001: Vittoria
Palazzo (32).
Per il Collegio dei Sindaci:
Lista Movimento Liberi Giornalisti/Tribuna
Stampa: Lorenzo Segarizzi (78), effettivo.<
Lista Stampa Democratica 2001: Giancarlo
Nava (29), supplente.
TABLOID
10
2001
I giornalisti
lombardi
pagheranno,
come
nel passato,
tramite
cartella
esattoriale
Per i giornalisti
ingresso
gratuito nei musei
Roma, 13 novembre - I giornalisti possono
entrare gratis nei musei di proprietà dello
Stato. Il direttore generale del ministero dei
Beni Culturali, Mario Serio, ha firmato il relativo decreto, per facilitare l’informazione relativa alle attività culturali. Per avere accesso
alle sedi espositive i giornalisti dovranno
esibire la tesssera dell’Ordine di appartenenza. Questa dovrà attestare il regolare pagamento delle quote di iscrizione e, di conseguenza, l’attività professionale svolta.
Iscrizione: la quota 2002 a 100 euro
(la metà va al Consiglio nazionale)
Milano, 31 ottobre. Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha deliberato di adeguarsi, come gli altri Ordini regionali, alla richiesta del Consiglio
nazionale: pertanto la quota d’iscrizione 2002 passa a 100 euro (lire 193.627); i giornalisti professionisti pensionati pagheranno la metà. Il 50% della quota verrà
girata al Consiglio nazionale. Le quote relative al 2002 saranno incassate con cartella esattoriale nel prossimo mese di gennaio
Le quote degli Ordini di Milano nel 2001
Quota
Consiglio nazionale
Ordine Giornalisti Lombardia
Telefono 02 6361171
lire 140.000
70.000 (50%)
Ordine Dottori Commercialisti
Telefono 02 7773111
lire 675.000
250.000
Ordine Architetti
Telefono 02 625341
lire 277.500
65.000
Ordine Avvocati
Telefono 02 5492921
lire 300.000
60.000
100.000
(cassazionisti)
Ordine Medici
Telefono 02 864711
lire 135.000
30.000
lire 250.000
lire 125.000
(per il primo anno d’iscrizione)
45.000
20.000
Ordine Psicologi
Telefono 02 67071596 - 7
Ordine degli Ingegneri
Telefono 02 795473-76003731
lire 170.000 (anni 35)
lire 220.000 (anni 35/70)
lire 170.000 (anni 70)
35.000
Ordine dei Farmacisti
Telefono 02 70102396
lire 180.000
55.000
Collegio dei Ragioneri
Telefono 02 58303385
lire 700.000
350.000
Collegio dei Geometri
Telefono 02 8056301
lire 280.000
60.000
Ordine Consulenti del lavoro
Telefono 02 58308188
lire 600.000
200.000
Collegio Periti Industriali
Telefono 02 89408444
lire 400.000
57.000
Ordine Veterinari
Telefono 02 29400945-29527802
Lire 250.000
75.000 (37,5%)
Gli incassi legati all’aumento della quota
verranno utilizzati dall’Ordine di Milano per
migliorare i servizi erogati agli iscritti. Saranno
potenziati il patrocinio gratuito per i contenziosi legali e amministrativo-tributari, i mezzi di
comunicazione dell’ente (sito Internet
www.odg.mi.it e Tabloid), le iniziative culturali,
il sostegno alla nostra scuola di giornalismo.
Va modernizzato il sistema informatico, che è
da collegare alla rete della pubblica amministrazione italiana. Negli ultimi anni sono lievitati sensibilmente anche i costi legati al funzionamento e alla gestione dell’ente. La quota
(lire 140.000) era ferma da sei anni e la nuova
rimarrà stabile per diversi anni.
La legge 10 giugno 1978 n. 292 stabilisce
l’esazione delle tasse e dei contributi per il
funzionamento degli Ordini e dei collegi
professionali secondo le norme per la riscossione delle imposte dirette. Gli articoli 11
(lettera h) e 20 (lettera g) della legge 3.2.1963
n. 69 (sull’ordinamento della professione giornalistica) conferiscono al Consiglio regionale
e al Consiglio nazionale la potestà di imporre
quote annuali e contributi per il raggiungimento dei fini istituzionali e per le spese del
proprio funzionamento. In virtù dell’articolo 14
del Dlgslgt 23 novembre 1944 n. 382 (che
detta norme sui Consigli degli Ordini) il Consiglio nazionale determina, come afferma il
richiamato articolo 20 della legge n. 69/1963,
la misura del contributo da corrispondersi
annualmente dagli iscritti dell’Albo. Il contributo e le quote annuali sono da definire «tassa»
ai sensi dell’articolo 7 del citato Dlgslgt n.
382/1944. La tassa implica l’erogazione di
servizi a favore di chi la paga.
L’obbligo di riscuotere le quote annuali di
iscrizione tramite esattoria è accentuato
dalla decisione della Corte dei conti (n. 43
del 18-20 luglio 1995) di sottoporre, con riferimento all’articolo 2 della legge n. 259/1958,
gli Ordini professionali al suo controllo. In ultima analisi gli Ordini incassano le quote, che
sono tasse, per conto dello Stato. Lo Stato
cioè sostiene economicamente gli Ordini
attraverso i contributi e le tasse che gli Ordini stessi possono imporre per legge agli
iscritti. Gli enti pubblici che vivono di tasse e
contributi autorizzati dalle leggi dello Stato
sono sottoposti al controllo della Corte dei
Conti (articolo 2 della legge n. 259/1958). Gli
altri Ordini sostengono che la cartella esattoriale fa anche professione.
La quota può essere detratta solo dal giornalista free lance
La quota annuale (che per legge è una
tassa) versata dagli iscritti negli elenchi
dell’Albo può essere inclusa tra le detrazioni in sede di stesura della Dichiarazione
Irpef, ma soltanto da chi, tra i giornalisti
(professionisti e pubblicisti), esercita la
professione in forma autonoma. Lo «sconto fiscale» è negato ai giornalisti dipendenti.
È questa la risposta (giugno 1996, ndr) della
Direzione regionale delle Entrate (nuova
struttura del ministero delle Finanze, che ha
sostituito le Intendenze di Finanza) a un
quesito posto dal presidente dell’Ordine dei
giornalisti della Lombardia, Franco Abruzzo.
Scrive la Direzione regionale delle Entrate:
«Per gli iscritti all’Albo per i quali dall’esercizio
della professione di giornalista deriva un
reddito di lavoro autonomo, ai sensi dell’articolo 49, comma 1, del Dpr n. 917/1986, la
predetta quota annuale costituisce compo-
nente negativa nella determinazione di tale
tipo di reddito, che viene dichiarato nella prima
sezione del quadro E del modello 740. Infatti,
ai sensi dell’articolo 50 del Dpr 917/1986,
nella determinazione del reddito di lavoro
autonomo sono deducibili le spese sostenute
nell’esercizio della professione, purché risultino effettivamente sostenute nel periodo di
imposta, inerenti all’esercizio della professione stessa e debitamente documentate.
Per gli iscritti all’Albo, per i quali dall’esercizio dell’attività giornalistica derivano altri tipi
di reddito (redditi di lavoro dipendente, redditi derivanti da diritti d’autore o da rapporti di
collaborazione coordinata e continuativa), la
quota versata per l’iscrizione all’Albo non
rileva in sede di dichiarazione dei redditi.
Infatti, nella determinazione di tali tipi di
redditi, nessun costo è deducibile in maniera
analitica».
■
Premi
Delegati XXIII congresso della Stampa Italiana, professionali:
Lista Movimento liberi giornalisti (voti di lista
198): Giuseppe Gallizzi (150), Maurizio
Andriolo (114), Paolo Chiarelli (96), Sergio
Rotondo (66),Mario Bardi (63), Giancarlo
Mariani (49), Claudio Minoliti (48), Fabrizio
Scaglia (48), Gaspare Di Sclafani (47).
Lista Sindacato di base (voti di lista 57): Paolo
Pozzi (37) e Amedeo Vergani (35).
Lista Nuova Informazione/Gruppo di Fiesole
(voti di lista 381): Marina Cosi (247), Natalia
Aspesi (230), Piero Scaramucci (220), Bruno
Ambrosi (220), Gianni Barbacetto (218),
Raffaele Fiengo (199), Gabriele Porro (192),
Maurizio Calzolari (186), Ivan Berni (169),
Bianca Mazzoni (167),Maria Novella Oppo
(167), Letizia Gonzales (156), Andrea Leone
(156), Maurizio Losa (152), Alessandra
Mancuso (151) Irene Merli (148).
Lista Impegno Sindacale Unitario (voti di lista
63): Giuseppe Nardi (36), Antonio Velluto (31),
Piergiorgio Acquaviva (30).
Lista Quarto Potere (voti di lista 210): Edmondo Rho (118), Massimo Alberizzi (116), Simona Fossati (110), Angelo Mincuzzi (68), Carlo
E. Gariboldi (68), Luigi Corvi (60), Daniela
Stigliano (59), Luisa Espanet (53), Vittorio
Emanuele Orlando (52).
Lista Stampa Democratica 2001 (voti di lista
361): Mariagrazia Molinari (263), Marco VolpaTABLOID
10
2001
ti (183), David Messina (159), Giovanni Negri
(153), Costantino Muscau (103), Antonio
Capuozzo (101), Graziella Bardelli (95), Elena
Golino (93), Flavio Dolcetti (77), Gastone
Geron (76), Paola D’Amico (76), Laura Mulassano (75), Romano Bracalini (73), Marco
Civoli (71), Raffaele De Grada (68), Gianfranco Giuliani (68).
Delegati XXIII Congresso della Stampa Italiana, collaboratori:
Lista Movimento liberi giornalisti/Tribuna
Stampa (voti di lista 168): Stefano Gallizzi
(119), Domenico Tedeschi (104), Giacomo
Metta (81), Jole Zangari (71), Attilio Ruosi
(71), Roberto Di Sanzo (60), Francesco
Marelli Coppola (53), Giuseppe Alberti (51),
Cosma Damiano Nigro (51).
Lista Stampa Democratica 2001 (voti di lista
83): Isotta Gaeta (40), Federico Formignani
(30), Giovanni Buzzi (29), Assunta Currà (26),
Silvano Maggi (23).
A Enzo Biagi l’ “Asti Europa”
È stato assegnato a Enzo Biagi il premio “Asti-Europa” di
giornalismo, giunto alla quarta edizione. Lo ha deciso la
giuria presieduta da Lorenzo Del Boca, presidente dell’ Ordine nazionale dei giornalisti, che ha inoltre attribuito il premio
speciale “Arturo Guatelli’’ ad Antonio Foresi. Un premio
speciale della giuria è stato assegnato a Tito Mangiante,
videoperatore free lance ferito durante i fatti del G8 a Genova.
A Guido Vergani il “Dodici Apostoli”
Guido Vergani ha vinto la venticinquattresima edizione del
premio letterario “Dodici Apostoli”. Il riconoscimento è andato a Vergani per aver curato il volume Alfabeto del XX secolo (Baldini & Castoldi Editori), un’antologia di articoli del
padre, Orio. La cerimonia si è svolta il 16 novembre scorso
a Verona, nello storico ristorante che dà il nome al premio.
Il “Torretta” per lo sport
Il premio nazionale “La Torretta” per lo sport, assegnato da
un comitato presieduto da Bruno Pizzul, è andato, per il
settore giornalistico, ad Alberto D’Aguanno (volto tv di
Mediaset), Gianni Merlo (Gazzetta dello Sport) e Auro
Bulbarelli (telecronista Rai tv per il ciclismo).
3
G U E R R A
&
Benedetta Corbi, conduttrice
di “Verissimo” in un’immagine
simbolo della tv di guerra.
M E D I A
di Paola Pastacaldi
“Le donne
non sono firme
di serie B,
ma al massimo
fanno da spalla
agli uomini,
cioè firmano
i pezzi
di taglio basso”
Ma “Penelope va alla guerra”? Parafrasando uno dei primissimi libri romanzo di Oriana Fallaci
del 1961, diciamo che le donne sarebbero arrivate al potere. Le donne sarebbero tutte diventate, metaforicamente, un po’ Ulisse e la tela l’avrebbero messa da parte.
Anche nell’informazione? Farei un distinguo tra tv e carta stampata. In tv si vede il volto, il
vestito, il sorriso, la bellezza. In tv, di tutto questo facilmente si fa spettacolo. Dunque, in termini di audience possiamo dire “donna è bello”, cioè la donna favorisce l’audience. Soprattutto
quando si parla di fatti tragici. In più, donna è sicurezza, materno assenso, donna è maggiore e più facile umanità. Donna è, infine, “consenso”.
Ma la donna, lo sappiamo, è anche la testimonial prediletta della pubblicità. Il marketing ha
fatto un autentico pressing, imponendo ovunque (e con tutti i mezzi) le immaginette delle
donne “a quarti”, che oggi popolano i settimanali, i quotidiani e le tv.
Dallo schermo i volti femminili catturano la nostra attenzione. Forse non facciamo più nemmeno caso se hanno i capelli corti, biondi o rossi, o fluenti sulle spalle, le labbra col rossetto o il
trucco agli occhi, se sono belle, belline o seducenti o anonime, ma credo che il nostro inconscio di telespettatori registri benissimo il messaggio sotteso ad un volto femminile, cioè “il
volto consenso”. E i padroni dell’audience lo sanno.
“Penelope va alla guerra”
I COMMENTI NON
SONO FEMMINILI
Sfogliando i quotidiani la situazione donne e
informazione ha una metodicità geometrica.
Bisogna sempre superare le prime pagine e
approdare almeno alle pagine sette, otto o
anche venti per trovare una firma femminile.
Un esempio: La Stampa, 25 ottobre, solo a a
pagina sette c’è la firma di una giornalista
(nota e stimata, Fiamma Nirenstein). Maschili tutte le altre firme dei pezzi portanti, da
New York all’antiterrorismo.
Le interviste con la “I” maiuscola, per esempio quella al segretario di Stato Colin Powell,
vengono firmate da uomini. Persino il pezzo
sull’antrace - una inchiesta tra il costume e
la divulgazione - scivola dalle mani femminili,
cui solitamente è attribuita e finisce nelle
mani di Gianni Riotta (una ottima firma peraltro, ma non è qui in questione la qualità di
alcun giornalista, piuttosto l’attenzione alla
presenza femminile o maschile nei media,
accettando l’idea che la nostra società ha un
problema di “genere” da affrontare).
C’è da fare un cenno, ai margini degli articoli delle donne, anche sulle donne presenti
come contenuti, in occasione di questa guerra. Alcuni esempi.
Primo. La figlia di Moshe Dayan, Yael, La
Repubblica, pagina 9. È una intervista interessante, ma non sappiamo se Yael è stata
scelta perché figlia/o oppure perché donna.
Di lei compare ovviamente anche la foto. Più
avanti, a pagina 10, la prima firma, quella di
Anais Ginori. Il tema, “Le famiglie della guerra collegate on-line”, conferma che il
segmento giornalistico in cui le donne sono
forti rimane il costume. Secondo. Intervista a
Hazia Mirza, la comica musulmana che lavora a Londra, sul Corriere della Sera, il 21
ottobre. Con le sue battute rischia la pelle,
forse si meritava più spazio e non solo un
taglio basso del giornale, in un’epoca in cui
poter fare cultura attraverso la comicità, per
di più sull’Islam, resta un tabù.
Corriere della Sera, 25 ottobre, si arriva alla
prima firma femminile alla quinta pagina ed
è un taglio basso. La cronaca sul caso sicurezza e carbonchio spetta ad una firma
maschile: è Alessandra Farkas a firmare un
pezzo di commento ad un sondaggio Gallup
sulla guerra. Ma non è un pezzo di opinione.
Siamo come al solito articolo di costume,
all’area di servizio (fondamentali, ma vengono sempre dopo altri pezzi). A pagina 8 una
inviata scrive dal Pakistan, ma pensiamo che
si tratti di una specializzazione o diremmo
vocazione rara. A pagina 11, una inviata da
Vigevano scrive sull’intolleranza causata dal
terrorismo. Per il 25 è tutto.
Nelle pagine istituzionali dedicate ai
commenti non v’è facilmente traccia di
donne, né giornaliste né scrittrici né politiche.
Ovviamente questa é una carenza della
società più che dei media, la quale non
candida né accetta ancora facilmente
“cervelli rosa” in campo culturale. Qualche
passo indietro. 24 ottobre, La Repubblica
sfodera un poderoso dossier allarme antrace, ma il primo pezzo femminile è a pagina
16 (di Barbara Jerkov sulla marcia pro Usa).
Il 20 ottobre la prima firma femminile è di una
giornalista specializzata in campo medico
(altro “ghetto” al femminile) sulle vaccinazioni di massa contro il vaiolo. La Stampa, 22
ottobre, arriviamo a pagina 9 prima di trovare l’ intervento di una donna giornalista (“Gli
industriali e la guerra”). Repubblica martedì
23: sembra una scelta matematica, ma
ancora a pagina 9 prima firma femminile,
intervista al signore della guerra afgano
Hekmatyar. Non riteniamo certo che importanti sono solo gli articoli delle prime pagine,
ma rimane il fatto che le donne nei servizi di
apertura compaiono poco. A conferma del
dato donne giornaliste relegate alle fasce del
costume, voltando pagina, troviamo un
lunghissimo articolo di Susan Greenberg
sulle donne che combattono. È il solito, trito
tema della donna in guerra, che suscita
curiosità e strane attenzioni voyeuristiche. Le
fotine in testa al titolo sembrano essere
destinate a sottolineare la bellezza del volto
o “l’eleganza dell’abito della soldatessa”.
Anche gli altri giorni hanno lo stesso schema: le firme femminili scivolano da pagina 9
a pagina dieci, undici, quindici e diciannove,
e via dicendo.
Appare una vera rarità il pezzo della scrittrice indiana Arundhati Roy che occupa una
intera pagina de La Stampa, il 18. Finalmente un autentico pezzo di opinione. Cosi
anche sul Corriere Elisabetta Rosaspina
firma un pezzo di costume che fa da spalla
al pezzo di cronaca sull’antrace alla Casa
Bianca.
Le donne sono dunque firme di serie “B”?
No, perché riteniamo che tutti gli argomenti
legati alla guerra siano importanti. Il privato cioè il sociale - è politico, questo vechio
slogan del femminismo appare oggi giusto
applicarlo agli argomenti di costume che
riguardano questa tragica guerra. Tutto è
importante in questo sofisticato e invasivo
scontro tra culture che stiamo vivendo. Ma le
donne al massimo fanno da spalla agli uomini, cioè firmano i pezzi di taglio basso. Le
donne si meritano la foto come postine, nel
megariassunto fotografico del Corriere della
Sera su New York. È giusto e interessante
sottolineare che anche le donne rischiano di
aprire le buste all’antrace, ma insieme i
media denunciamo con quella foto che non
è ancora normale essere postine. Dunque
l’osservazione che Penelope oggi va anche
alla guerra va completata dicendo che occupa quasi sempre i ruoli di complemento.
Prende allora molto rilievo la presenza (e lo
sforzo) che fanno tutte quelle giornaliste che
firmano pezzi in qualunque pagina siano
collocati.
Ma ancora oggi, forse a spiegare questo
parziale sviluppo della presenza delle donne
nel mondo dell’informazione, c’è un pensiero
di fondo: la donna è mercato, la donna è
spettacolo. Lo conferma una copertina di
Panorama con testimonial Benedetta Corbi,
giornalista del Tg5, che abbraccia una telecamera come fosse un bazooka (ben pettinata e truccata come una eroina di giochi in
Internet).
Immagine metafora di come è cambiata la
comunicazione? Sì, certo. Ma se abbandoniamo la metafora, c’è solo una Benedetta
Corbi che favorisce la spettacolarità dell’evento. Cosa rimarrà impresso negli occhi e
nella memoria dei lettori? La comunicazione
al tempo di Osama Bin Laden raccontata
nell’articolo o solo la spettacolarizzazione
della guerra fatta dai media? Con l’aiuto,
naturalmente, di un volto femminile.
TUTTI A RISCHIO
DI PROTAGONISMO
In un mondo che ha calcato l’acceleratore
sul protagonismo, estremamente funzionale
alla presenza globale dei media, la vanità
andrebbe, tv permettendo, esclusa dalle
nostre professioni. La vanità dei personaggi,
ma anche la vanità dei “giornalisti personaggio”. Altrimenti tutti i messaggi falliranno
distorti da questa visione di un ego ipertrofico. Dirò di più che la mediatizzazione degli
eventi rende un po’ tutti a rischio di protagonismo, basta essere ripresi o intervistati.
Dobbiamo allora chiederci se parliamo con
un senso etico della notizia o perché il
mezzo ci rende più visibili.
■
TAVOLA ROTONDA
Attenzione,
non è
un wargame
Roma, 9 novembre. Una guerra difficile da raccontare, a cui
i media italiani hanno dato moltissimo spazio nonostante la
carenza di notizie, con titoli ansiogeni che rischiano di allontanare i lettori, che pure dimostrano una grande voglia di
essere informati.
Ma pur con un compito difficile, i media devono continuare a
fare al meglio il loro mestiere, senza censure, e bilanciando
l’offerta con la richiesta del pubblico.
Sono alcune delle riflessioni che scaturiscono dalla tavola
rotonda su media e terrorismo, svoltasi all’interno della giornata organizzata dall’Isimm e dall’ Università La Sapienza, in
collaborazione con l’Ansa, dal titolo “Media, eventi, terrorismo tra realtà e rappresentazione”.
Per il direttore de Il Giornale, Maurizio Belpietro, “serve
maggiore serietà, meno articoli ma più informati” e sottolinea
che “siamo pieni di falsi esperti”. Il direttore del Giornale teme
infatti che dopo “la grande corsa alle edicole nel momento
dell’ attentato, l’interesse dei lettori inizi a scemare”.
4
Anche Paolo Ruffini (direttore GrRai) teme che “i media non
stiano raccontando bene la guerra ma si vorrebbe forse una
risposta semplicistica ad una cosa molto complessa. Non è
un wargame”.
L’editorialista del Corriere della Sera Paolo Franchi è convinto che questa guerra sia “un buco nero, difficile da riempire”.
Anche se, secondo Luigi La Spina (La Stampa), “questo
conflitto ha cambiato il tradizionale rapporto tra stampa e tv
a favore dei giornali”. Ma pur nelle difficoltà bisogna tenere
ben presente, come ha sottolineato il conduttore di “Porta a
porta”, Bruno Vespa, ricordando quello che era avvenuto in
Italia durante il terrorismo, che “a volte i media servono anche
a dare la sensazione che c’è un Paese che tiene”.
Quindi, si dice ‘no’ alle censure di ogni tipo, come ha detto
anche il giornalista statunitense Walter Cronkite in un intervento registrato. Anche se il ministro della Funzione pubblica
Franco Frattini ha spiegato che, ad esempio, se negli interventi di Bin Laden si teme che ci siano messaggi in codice,
“devono essere ampiamente studiati e valutati per capire se
si può fare un intervento di prevenzione”. Così come, a suo
avviso, per quanto riguarda l’azione militare “c’è solo il limite
non valicabile del segreto militare”.
Secondo Vespa, comunque, bisogna anche dire ‘no’ all’ipocrisia e “riflettere sulle ragioni di quello che è accaduto l’11
settembre anche se è scomodo”, e in questo contesto per il
giornalista “bisogna sgombrare il campo dall’ ipocrisia che
l’Islam non c’entra niente”. Per Vespa è necessario “prendere
atto che c’è una parte del mondo spirituale islamico che è
contento di quel che è accaduto”.
Le difficoltà del raccontare l’ultimo conflitto, diverso da tutti
quelli che lo hanno preceduto, come ha spiegato il direttore
dell’Ansa Pierluigi Magnaschi, sono nel fatto “che si tratta di
una guerra combattuta a migliaia di chilometri dal fronte”,
che è una guerra “che ha un fronte apparente di sostegno
enorme”, e anche che ha “armi convenzionali e armi nuove
come quelle biologiche”. Ed è quindi estremamente complesso coprire un fronte bellico di questo tipo, dove le notizie
vengono da moltissimi punti.
Infatti, come ha sostenuto Stefano Rodotà, presidente
dell’Autorità per la privacy, “quello delle fonti in questo caso è
un problema più grande di quello della censura”. Ma per
Rodotà “c’è stata anche una cattiva selezione delle notizie in
Italia, dove alcuni giornali si sono messi l’elmetto più di quelli americani”. In ogni caso, per Rodotà non bisogna rinunciare ai diritti fondamentali che sono alla base della democrazia, e tra questi c’è proprio quello della privacy, che può essere bilanciato con la necessità di sicurezza ma non certo
cancellato.
Diritti fondamentali tra i quali Enzo Cheli, presidente dell’ Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, mette la libertà di informare e di essere informati e che ‘’in ogni democrazia non è un
accessorio ma uno dei punti centrali’’”.
(ANSA)
TABLOID
10
2001
AFGHANISTAN / STRAGE DI CRONISTI
Johanne Sutton, 35 anni.
Diplomata all’Istituto di
studi politici di Parigi e alla
Scuola superiore di
giornalismo di Lilla, aveva
seguito la guerra in
Kosovo e Macedonia e a
più riprese il conflitto in
Medio Oriente.
Imboscata dei talebani,
uccisi tre giornalisti
SHATARAI (Afghanistan), 11 novembre.
La stampa paga un prezzo altissimo alla
guerra in Afghanistan. Tre giornalisti, due
francesi e uno tedesco inviati a seguire
l’avanzata dell’Alleanza del Nord verso i territori in mano ai talebani sono morti. Tutti e tre,
secondo la versione fornita dai mujahiddin,
sono stati uccisi durante un’imboscata contro
un convoglio nel fronte di nordest.
La prima vittima è Johanne Sutton, 35 anni,
di Radio France International. La notizia della
sua morte è arrivata ieri sera insieme a quella che altri due cronisti erano dati per dispersi. Dopo poche ore è arrivata la conferma
che anche questi ultimi erano morti: i loro
corpi sono stati recuperati sulla linea del
fronte dalle milizie antitalibane e portati a
Shatarai. Le altre due vittime sono un giornalista francese che si chiamava Pierre
Billaud, aveva 31 anni e lavorava per la radio
Rtl e il tedesco Volker Handloik, 40 anni, che
lavorava come free-lance per il settimanale
Stern.
I tre inviati erano al seguito del comandante
Hassan, uno dei capi militari dell’Alleanza.
Da una delle trincee spuntano fuori i talebani
che sparano una granata anticarro contro il
blindato su cui si trovavano i tre giornalisti
morti con altri tre colleghi. La granata non
esplode subito ma solo dopo che l’autista,
con un velocissimo retro-front ha girato il
blindato e i tre giornalisti sono caduti in terra
e solo allora vengono colpiti dall’esplosione
ritadata del proiettile. L’autista e gli altri blindati dell’Alleanza del Nord fuggono e lasciano lì i tre giornalisti che muoiono per le ferite
riportate. “Noi altri tre - racconta la francese
Veronique Rebeyrotte - ci siamo aggrappati
al mezzo con le unghie e con i denti, e siamo
riusciti a sopravvivere”.
“Stavamo scherzando - ha detto ancora la
reporter francese - sull’idea di trascinarci
dietro il nostro interprete, che era un po’ riluttante. Non avremmo mai pensato che stavamo correndo un pericolo. Avevamo fretta di
entrare nella zona dei talebani, vedere un po’
che cosa stesse succedendo dall’altra parte.
Era la prima volta in cui Pierre aveva l’opportunità di seguire da vicino la guerra di cui
stava dando la copertura... È un incubo”, ha
concluso la superstite.
Dopo la notizia della morte di Johanne Sutton,
il primo ministro francese Lionel Jospin, ha
detto di provare “grandissima tristezza” e si è
associato al “lutto che colpisce la comunità dei
corrispondenti di guerra”.
In Italia, il segretario della Federazione nazionale della Stampa (Fnsi), Paolo Serventi
Longhi, ha parlato di “fatto gravissimo”, di
“primo giornalista caduto, che testimonia di
una guerra terribile molto più di quanto non
riescano a fare le stesse cronache”.
Johanne Sutton - ha raccontato un suo colle-
ga di Rfi a Parigi - “era impegnata in reportage nel nord dell’Afghanistan, si era unita al
convoglio dell’Alleanza del Nord nel pomeriggio di domenica”.
La zona dell’agguato, il fronte di Sharatai, è
stata teatro ieri di una recrudescenza degli
scontri, I combattimenti sono cominciati verso
le 17 (ora locale, le 13,30 in Italia) con un
bombardamento dell’artiglieria pesante
dell’Alleanza del Nord sulle colline circostanti.
La morte delle due giornaliste è l’ennesimo
tributo della stampa francese in guerra. Il
caso di Michel Peyrard è ancora fresco: introdottosi clandestinamente in Afghanistan, il
giornalista di Paris Match è stato arrestato
dai talebani e ha rischiato un processo per
spionaggio. Solo il lavoro dei diplomatici e la
pressione internazionale hanno convinto il
regime di Kabul a rilasciarlo e a rinunciare a
usarlo come scudo umano. Peyrard è giunto
sabato scorso in Pakistan, sano e salvo. ■
Maria Grazia Cutuli inviata del “Corriere”
trucidata in un agguato con tre colleghi
KABUL, 19 novembre. Un convoglio di
quattro giornalisti occidentali, sulla strada da
Jalalabad a Kabul, è stato assaltato da un
gruppo di uomini armati in una zona ancora
parzialmente sotto il controllo dei Taleban e
dei volontari arabi di al-Qaeda. I giornalisti
sono stati uccisi. Insieme all'inviata del
Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli,
c'erano due giornalisti della Reuters, il cameraman australiano Harry Burton e il fotografo
afghano Azizullah Haidari , e il giornalista
spagnolo Julio Fuentes de El Mundo. Secondo quanto ha riferito l'autista del convoglio,
che è riuscito a tornare indietro dopo l'attacco, i giornalisti sono stati fatti scendere dal
camion sul quale viaggiavano e, poco dopo,
si sono sentiti degli spari. Insieme a loro c'era
anche un traduttore afghano.
Un testimone ha raccontato che un gruppo
di sei uomini armati ha fermato il convoglio
formato da sei-otto macchine, che era in
marcia da un paio di ore: il luogo dell'assalto
sarebbe dunque a 90 chilometri a est della
capitale, Pouli-es-the-Kam . Nonostante gli
occupanti delle auto si fossero dichiarati giornalisti, sono stati fatti scendere e sono stati
uccisi. Altre macchine che facevano parte
della stessa carovana, con a bordo dei giornalisti, hanno fatto immediatamente marcia
indietro e sono tornate verso Jalalabad. Pare
che i quattro cronisti siano stati inizialmente
insultati e colpiti con pietre. L' agguato contro
Dal “Corriere
della Sera”
del 20 novembre
2001
Julio Fuentes
del “Mundo”.
il convoglio dei giornalisti non è stato l'unico
in questa drammatica giornata, lungo la via
che conduce da Jalalabad a Kabul, ancora
parzialmente sotto il controllo dei taleban.
Maria Grazia Cutuli, 39 anni, era nata a
Catania nel 1962, dove si era formata giornalisticamente collaborando con il quotidiano La Sicilia e con l'emittente televisiva
regionale Telecolor, soprattutto nel settore
spettacoli.
Si è trasferita a Milano dove ha lavorato
prima al periodico della Mondadori Centocose, poi ad Epoca e in altre testate prima di
approdare al Corriere della Sera. Era stata
assunta al quotidiano di via Solferino nel
1999 dopo quattro contratti a termine. Gli
IL FIORE
DELLA
PASSIONE
di Ferruccio de Bortoli
Il primo disperso italiano (una speranza esilissima c’è ancora) in questa maledetta e invisibile guerra è una nostra giornalista, Maria Grazia Cutuli, 39 anni. Non portava alcuna
divisa se non quella, orgogliosa, della propria professione.
E del Corriere . E’ rimasta vittima di un vile agguato, sulla
strada che porta da Jalalabad a Kabul, assieme a due
colleghi della Reuters Harry Burton e Azizullah Haidari e
all’inviato del Mundo . Ed è proprio con Julio Fuentes che
Maria Grazia domenica aveva fatto, rovistando da cronista
di razza fra i campi abbandonati di Al Qaeda, una scoperta
importante.
L’esistenza di un deposito di gas nervino, la dimostrazione
che Bin Laden le armi chimiche le ha, eccome. Articoli di
ieri in prima pagina sul Corriere e sul Mundo. Volevamo una
prova dell’utilità della stampa libera, che qualcuno disprezza e guarda (anche tra noi) con insofferenza? Eccola.
Serve alle nostre incerte e dubbiose società occidentali
saperla questa (e altre) verità? Sono indizi utili anche per
la lotta al terrorismo? Sì? E, allora, considerate i giornalisti
che svolgono con passione e onestà il loro mestiere, come
hanno fatto Maria Grazia e gli altri, eroi discreti della nostra
civiltà, delle nostre democrazie.
Fondate anche sulla libertà di stampa. Stracciata, derisa e
presa a calci un po’ ovunque. La libertà di stampa che in
quei Paesi non c’è: sepolta da un enorme e medievale
burqa. Di questa nostra libertà si sono serviti i terroristi per
diffondere i loro messaggi di morte, le loro disgraziatissime
idee. Ma non c’è scoop che valga una vita. Nessuno.
TABLOID
10
2001
Maria Grazia Cutuli
esteri erano la sua vera passione. Voleva
raccontare la verità di mondi lontani: "È l'unica arma che è rimasta a noi che facciamo
questo mestiere". Redattrice ordinaria, la
giornalista è stata nominata "inviata speciale" oggi. Lo ha annunciato il direttore nel
corso dell'incontro con i redattori.
Maria Grazia, capelli lunghi rossi, un fisico
minuto, dimostrava molto meno dei suoi anni.
Tra le sue esperienze professionali anche una
collaborazione con l' Unchr, l'organismo delle
Nazioni Unite che si occupa di profughi, che
le ha consentito di specializzarsi in politica
estera. "Prima o poi smetterò di fare la giornalista - amava ripetere - voglio tornare ad occuparmi di questioni umanitarie".
■
Azizullah Haidari
della “Reuters”.
Harry Burton
della “Reuters”.
Noi non abbiamo elementi per ritenere che le domande
poste da Maria Grazia e da Julio Fuentes (con Harry
Burton) per scrivere il loro ultimo articolo possano averli
messi ulteriormente in pericolo. Preferiamo pensare al
caso, ai mille pericoli di una guerra combattuta anche da
cattivi contro pessimi. Talebani? Banditi? Vorremmo dire
bestie, alle quali forse abbiamo posto anche delle civili
domande rispettandone persino le risposte.
Maria Grazia è (lasciatemi ancora il tempo della speranza)
una collega che ama il suo mestiere. Una passione professionale e civile che la porta da Catania, sua città natale, a
Milano alla Mondadori; che la spinge a lasciare i settimanali per lavorare per l’Onu in Ruanda, testimone di un genocidio che molti in Occidente non vollero vedere; che la fa arrivare al Corriere. In cinque anni segue alcuni grandi fatti
internazionali, dalla nave dei bimbi schiavi del Benin alle
distruzioni dei Buddha di Bamyan in quell’Afghanistan che
le diventerà familiare. E fatale.
Inquieta ma non imprudente. Appassionata ma non temeraria. Non avrebbe mai messo in pericolo la propria vita
inutilmente. A fine ottobre, per il suo compleanno, le proponemmo di tornare, dopo tante settimane. Disse di no, non
c’era verso. «Volete farmi un regalo? Lasciatemi qui». Le
arrivò in stanza, mandata dai colleghi, una torta pakistana,
presumo pessima. E una collega la sentì parlare con l’anziana madre: «Qui non si rischia nulla, poco più di un pellegrinaggio a Lourdes». Pietosa bugia, detta bene, da grande giornalista. Maria Grazia, scusaci per tutti i giorni di riposo che ti abbiamo fatto saltare. Con te entusiasta di farlo. Ti
abbracciamo, ovunque tu sia.
5
G U E R R A
Eco, mass media
alleati di colui
che condannano
FIRENZE, 23 ottobre - I mass media internazionali? “Sono
diventati gli alleati di Osama Bin Laden, cioè proprio di colui
che volevano condannare”. A segnalare il paradosso è lo
scrittore e semiologo Umberto Eco, uno dei maggiori esperti
accademici di problemi dell’informazione. L’autore del romanzo Il nome della rosa è del parere che “il conflitto in atto pone
problemi nuovissimi al sistema delle tv e dei giornali, che
peraltro non potevano fare diversamente da come hanno
fatto”. Non è detto, però, precisa Eco, che “alla fine i media
non ne escano vincitori” creando “una repulsione generalizzata” nei confronti di Bin Laden. Eco ha affrontato la questione parlando con i giornalisti a Firenze in occasione dell’inaugurazione ufficiale dell’Istituto di Studi umanistici.
“In queste settimane ci troviamo di fronte a una contraddizione abbastanza interessante e irresolubile. In ogni guerra che
si rispetti”, afferma l’intellettuale, “gli eserciti in campo hanno
il diritto di pretendere la riservatezza su quello che stanno
facendo. Ci troviamo però in un’epoca in cui esiste internet,
in cui ci stiamo lamentando che è scomparsa la privacy, per
cui potremmo persino in teoria sapere dov’è Bin Laden se
usasse la carta di credito perché sarebbe immediatamente
registrata. Una società che si è abituata ad abolire ogni forma
di privatezza non può sostenere un invito alla riservatezza.
Quindi curiosamente i mass media lavorano contro la loro
parte”.
Il professor Eco è del parere che il super-ricercato terrorista
islamico che si rifugia in Afghanistan ha raggiunto il suo
scopo anche grazie al risalto che i mass media hanno dato
all’attacco alle Twin Towers di New York. “Che cosa voleva
&
M E D I A
Bin Laden? Non gliene fregava niente di sei-settemila morti,
voleva creare un’immagine così forte e violenta che mettesse l’Occidente alla disperazione, che è quello che fa ogni
azione terroristica. Che cosa hanno fatto i mass media?
Hanno riproposto quell’immagine”, sostiene Eco, “per un
mese, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Hanno dato quindi
a Bin Laden miliardi di dollari di pubblicità gratuita. Come
facevano i media a non farlo? Non potevano: da un lato dovevano dare la notizia, dall’altro continuavano ad aumentare gli
ascolti. E così si è creato il fatto che sono diventati gli alleati
di colui che volevano condannare”.
Per Umberto Eco la situazione che si è venuta creando nei
mezzi di informazione “non ha soluzione. Questo”, sostiene il
semiologo dell’Università di Bologna, “è uno degli aspetti
nuovissimi di questo conflitto. Ed è nuovo anche rispetto alla
guerra del Golfo e non sappiamo che risultati possa avere”.
Eco ha poi fatto un paragone con gli anni di piombo in Italia.
“Anche le Brigate rosse uccidevano qualcuno perché i media
ne parlassero. Ma quando le Br alzarono il tiro, scegliendo
un simbolo molto forte come Aldo Moro, la cosa si è rivolta
contro di loro. Cioè l’eccesso, l’aver alzato troppo il tiro, ha
creato rifiuto. Quindi potrebbe darsi che alla fine i media ne
escano vincitori perché hanno creato una ripulsa generalizzata dell’operazione di Bin Laden. Fino ad oggi tuttavia non
è accaduto perché vediamo che una parte del mondo è addirittura favorevole a questo terrorista. Ci troviamo in una stranissima condizione: per ogni bomba che cade su Kabul, c’è
una trasmissione televisiva contraria”.
Lo scrittore ha comunque “assolto” giornali e tv occidentali
per come hanno informato sugli attacchi terroristici negli Usa.
“Non posso criticare cosa hanno fatto i mass media perché
non credo che potessero fare diversamente. Però questo
dimostra - conclude Eco - la strana situazione in cui ci troviamo. O siamo in una società in cui non si può più fare una
guerra tradizionale proprio perché ci sono i media, oppure
siamo in una società in cui si dovrebbero azzerare tutti i
media proprio perché c’è una guerra, e non mi pare che la
cosa sia così facilmente possibile”.
(ADNKRONOS)
Oriana Fallaci
la Salinger
italiana
Washington, 30 ottobre - Il New York Times dedica mezza
pagina a Oriana Fallaci e al suo recente intervento sugli
attacchi terroristici contro l’America, definendola la Salinger
italiana. Il riferimento è ad H.D. Salinger, l’autore del Giovane
Holden che si rifiuta categoricamente di rilasciare interviste
da molti anni.
Nella corrispondenza da Roma, il quotidiano annuncia il ritorno della provocatrice che sputa sui detrattori degli Usa dopo
dieci anni di silenzio e ripercorre i passaggi principali del
lungo articolo della scrittrice. Oriana Fallaci, ‘’la corrispondente di guerra che inventò trent’anni fa il giornalismo ‘personalizzato’, scrive il Nyt, è ritornata al suo ruolo di ‘provocatrice professionista.
L’articolo scrive il giornale pieno di giudizi negativi sugli immigranti musulmani e sull’ambivalenza italiana nei confronti
degli Stati Uniti ha provocato una seria riflessione nell’intellighentsia italiana.
Il quotidiano riferisce le valutazioni della Fallaci sull’Italia di
oggi e osserva che la giornalista diventa ancora più dura
quando scrive degli immigrati musulmani. “Andando oltre i
recenti commenti del premier Silvio Berlusconi sulla superiorità della civiltà occidentale, la Fallaci scrive: Dobbiamo
ammetterlo. Le nostre chiese e le nostre cattedrali sono più
belle delle loro moschee, si legge nell’articolo del New York
Times.
“I toni e il tema anti-immigrati” prosegue l’articolo “sono stati
generalmente respinti, ma le critiche rivolte all’Italia, dipinta
come una nazione divisa, anche profondamente, sull’azione
militare americana, hanno provocato un dibattito.
Come spesso avvenuto in passato, sembra, perlomeno ad
alcuni, che Fallaci abbia colpito nel segno”, scrive il Nyt, “in
un paese dove Berlusconi, un conservatore, ha già usato
forti parole sull’immigrazione, che sono state accolte bene
da alcuni italiani, anche se ad altri non sono piaciute”.
“Il suo articolo, scritto da Manhattan, dove vive la maggior
parte del tempo. è una delle cose più arrabbiate che abbiascritto. Malgrado questo, la maggior parte degli scrittori e
degli intellettuali che le hanno replicato”, osserva il
Nyt,“hanno espresso il loro disaccordo, ma lo hanno fatto
con un’attenzione e un rispetto stupefacente quasi quanto
l’articolo iniziale”.
(ANSA)
L’ Afghanistan e la vicenda “Libero”- voto del Parlamento italiano
Giornali come manifesti,
chi evoca fascismo e chi lutto
Abruzzo: “L’Ordine deve difendere
il diritto di critica dei giornalisti”
ROMA, 8 novembre. - Quando si parla di
guerra non ci sono sfumature ma solchi
profondi: e i giornali di oggi, quelli nettamente schierati, lo testimoniano in maniera
inequivocabile assumendo, in alcuni casi, le
sembianze di “manifesto”. Ad esempio, Libero ha aperto con il titolo-slogan “Chi va in
guerra e chi scappa”, e ha preso di mira quei
parlamentari che hanno votato contro la
partecipazione italiana, quei 67 “disertori”che
stanno con il “nemico’’ ossia, evidentemente,
con Osama Bin Laden.
Il giornale di Vittorio Feltri è andato oltre, ha
denunciato pubblicamente, uno per uno, i 67
disertori fornendo l’elenco completo (pubblicato in terza pagina) corredato da foto,
appartenenza politica, età. Una sorta di
“wanted’’ che ha subito originato una forte
polemica politico-giornalistica.
Sul versante diametralmente opposto, Liberazione, il giornale del Prc, si presentato oggi
ai suoi lettori praticamente listato a lutto,
proponendo una pagina buia, una gettata di
inchiostro nero su cui campeggiano poche
righe bianche che si aprono con un annuncio-shock: “Dopo cinquantasei anni l’Italia
entra di nuovo in guerra...”. All’interno una
inchiesta con testimonianze di chi ha già
vissuto la tragedia della guerra, e, a corredo,
MILANO, 9 novembre 2001. - Il segretario
della Fnsi ha chiamato in causa l’Ordine dei
giornalisti della Lombardia a proposito del
quotidiano Libero, che ha pubblicato ieri e
oggi i nomi e le foto dei parlamentari, che
hanno votato contro l’impegno militare dell’Italia in Afghanistan. Paolo Serventi Longhi in
sostanza ha invitato l’Ordine a intervenire in
chiara chiave repressiva. Franco Abruzzo ha
dichiarato al riguardo:
“L’Ordine professionale non ha il compito di
reprimere il diritto di critica - valore tutelato
dall’articolo 21 della Costituzione e dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti
dell’uomo - , ma quello di difendere i giornalisti oggetto di attacchi alla loro libertà “insopprimibile di informazione e di critica”. La
Corte europea dei diritti dell’uomo ha scritto
nella sentenza De Haes e Gijsels (24
febbraio 1997) che “la libertà giornalistica
comprende il ricorso possibile a una certa
dose di esagerazione, perfino di provocazione”. Quanto al tono polemico e perfino
aggressivo dei giornalisti, la Corte, nella citata sentenza, sottolinea che “l’articolo 10 della
Convenzione protegge anche il loro modo di
espressione”.
“Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della
Lombardia - ricorda Abruzzo - ha sempre
una vignetta dal titolo “Vola, la colomba
dell’Ulivo” che raffigura, su sfondo, anche
questo nero-pece, lo scheletro del volatile
con un ramoscello di ulivo nel becco.
Eloquente anche la scelta del Manifesto: la
gigantografia dell’emiciclo della Camera con
i parlamentari alle prese con le votazioni, e
sopra la scritta “La Camerata’’. In tema la
didascalia: “Tutti in guerra appassionatamente e “Un voto comune suggella il nuovo patto
nazional-militare...”.
Non è sfuggita all’Unità la frase pronunciata
in aula al Senato da Luigi Caruso (Msi-Fiamma) che ha “elogiato i valorosi camerati tedeschi e insultato i Partigiani”. Il giornale fondato da Antonio Gramsci l’ha immortalata,
commentata, e evidenziata nella consueta
fascia rossa tipografica sotto il titolo di apertura che recita: “L’Italia in guerra, Bossi attacca l’Italia”.
Il Giornale apre a caratteri cubitali con un “Sì,
l’Italia entra in guerra”.
Ma la consueta gigantografia di prima pagina è dedicata al leader del movimento noglobal, Vincenzo Agnoletto, preso di mira per
aver già invitato i nostri soldati alla diserzione.
INDAGINE CENSIS
Gli italiani
amano i media
ma li usano poco
6
(ANSA)
Roma, 1 novembre - Le case degli italiani sono piene di
cellulari, computer, videoregistratori, libri, giornali, insomma
sono delle vere e proprie postazioni multimediali che però
vengono usate ben poco. Persino il telefono cellulare, di cui
sembra che non si possa fare a meno, è presente nell’85,1%
delle case ma è usato abitualmente solo dal 39,3% mentre il
33% lo usa non più di un paio di volte a settimana. Rimane
comunque, con un totale di 72,8% di utenti, il media più usato
dopo la tv, superando la radio. Si scopre nel rapporto del
Censis dedicato all’offerta di informazione e uso dei media
nelle famiglie italiane.
L’unico media di uso quotidiano è appunto il televisore,
presente nel 98,7% delle abitazioni della penisola e usato
costantemente dal 94,4% mentre solo il 4,3% non guarda
la tv. Persino la cara vecchia radio che tutti hanno (95%) è
ascoltata abitualmente solo dal 58,5%. Il teletex è consultabile dal 76% delle famiglie ma solo il 23% degli individui lo
guarda più di tre volte a settimana. Anche il computer è
presente nel 43,4% delle abitazioni ma ad usarlo costantemente è il 31,3% mentre il 68,7% non lo accende mai. Il
collegamento con Internet che è a disposizione del 30%
assolto i giornalisti accusati di critiche severe,
aggressive, pungenti. Ricordo a questo proposito la vicenda che vedeva contrapposto l’ex
ministro Ronchi e Feltri, autore di un articolo
al vetriolo contro l’uomo politico, che, membro
del governo Prodi, aveva partecipato a Brindisi a una manifestazione contro la partenza dei
soldati italiani per l’Albania, deciso dal Governo di cui lo stesso faceva parte”.
La legge professionale afferma (art. 2 della
legge n. 69/1963) che “è diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di
critica, limitata dall’osservanza delle norme
di legge dettate a tutela della personalità
altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto
della verità sostanziale dei fatti osservati
sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla
buona fede” (articolo 2 della legge professionale). “I parlamentari - conclude Abruzzo non possono lamentarsi di una critica alla
loro libera (e credo sofferta) decisione di
votare contro e non possono dolersi che su
un fatto vero (il voto parlamentare) sia stato
costruito da Libero un servizio fortemente
severo. Come uomini pubblici i parlamentari
non godono di tutele: i giornalisti non devono
chiedere permessi per pubblicare le foto dei
protagonisti di un fatto pubblico (il voto parlamentare) e di interesse pubblico”.
delle famiglie e il 20% lo usa mentre il 79,9% non lo usa
mai. I giornali entrano nel 71,8% delle case e i libri nel
77,7% ma l’utenza costante è rappresentata da circa la
metà di queste percentuali: 45,3% per i quotidiani e 41,9%
per i libri.
Le cose cambiano se l’uso dei media si distribuisce lungo
l’arco delle giornata. Di mattina infatti la tv è superata dalla
radio, dai giornali e dai cellulari. I libri vengono letti di preferenza dopo cena, i periodici nel pomeriggio quando però
anche i cellulari, il computer e i videogame raggiungono il
loro massimo. L’uso di Internet è stabile dal pomeriggio alla
notte. Ma la sera la vera piazza mediatica degli italiani
diventa la tv anche se la televisione è criticata dal 54,7%
degli italiani per la volgarità, che poi è la cosa che dà più
fastidio al pubblico dei media. La faziosità viene avvertita
con maggior fastidio nei giornali (19,5%) e la superficialità
nei periodici (27,4%). Ai media comunque ci si avvicina
soprattutto per motivi di svago, anche se la necessità
(84,2%) vince per i cellulari e l’interesse per i quotidiani
(55,4%).
(ANSA)
TABLOID
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2001
I N T E R V E N T O
La vicenda è presto sintetizzata: diversi (4 o
5) media diffondono, con forme e toni un po’
diversi, una notizia: si va da una comunicazione piuttosto “pesante” ad altre più “moderate”. In sintesi, secondo “alcuni” la Guardia
di Finanza aveva notificato un avviso di
garanzia all’assessore comunale ai servizi
sociali Girolamo Sirchia, su disposizione
della Procura della Repubblica di Milano,
secondo altri “circola voce di un’informazione di garanzia, ma l’assessore Gerolamo
Sirchia l’ha smentita concludendo «tutto
finirà in una “bolla di sapone, si tratta della
solita polemica elettorale»” (e, fortunatamente, l’allora assessore, oggi ministro, fu buon
profeta).
Io ho perorato avanti l’Ordine la causa del
prof. Sirchia, chiedendo un intervento
sanzionatorio nei confronti dei giornali (a mio
giudizio rei, ora però ampiamente assolti),
sostenendo che era (ed è) scorretto pubblicare un “fattoide”, una notizia radicalmente
falsa, per di più “narrata” (almeno da alcuni)
non come accadimento storico, ma appunto
solo come voce incontrollata.
M
i pare del tutto intuitivo che dar notizia di una voce, sia pur smentita
dall’interessato, comporta comunque che si diffondano nel pubblico sospetti
infondati: va da sé che, se è il “presunto”
destinatario dell’avviso di reato a negare di
averlo ricevuto, non si annulla l’effetto negativo della voce. Forse i sospetti verrebbero
fugati se a smentire non fosse l’interessato
(che da buon indagato tende a negare
sempre tutto anche l’evidenza), ma il Pubblico ministero “emittente” l’avviso di garanzia.
Anche in questo caso però, come nel precedente, non si capisce “perché” si debba dar
spazio ad una voce che la fonte più qualificata nega.
Contrariamente alle mie aspettative, dunque,
il Consiglio regionale ha cassato l’istanza di
punizione e mandato assolti i giornalisti, con
ampia formula e ampissima motivazione,
rispetto alla quale tengo ad enunciare la mia
“dissenting opinion”.
Opportuna una premessa: anche se io pure
pecco per mancanza di sintesi, la “giurisprudenza” italiana è istituzionalmente afflitta da
motivazioni lunghe, mentre è molto più incisivo, valido, chiaro e cartesiano, il percorso
logico seguito dal giudicante di stile francese, fedele al principio che bisogna farsi capire dal popolo, in nome del quale si rende
giustizia. Il “mos gallicum” è fatto di sentenze
di poche pagine, di arrets ritmati in brevi
capoversi introdotti da “attendu que” (ritenuto che). Tutti i giuristi e i giusdicenti italiani
(come è l’Ordine) dovrebbero esser più
sintetici.
Vengo alla “dissenting opinion”: l’utilità della
“ipotesi contraria”, secondo la quale la
Sul
“caso Sirchia”
dissenting
opinion
S
di Corso Bovio, avvocato in Milano
sentenza non è “giusta”, non sta nella pura
polemica, nella storia fatta di “se”, nella italica propensione ai “processi infiniti” ed ai revisionismi anche giudiziari. La “disseting
opinion” serve a ripensare alle regole e ai
principi, a valutar se questi, in una futura
controversia, non dovranno essere diversamente applicati per la correttezza e la “legalità” dell’informazione.
Certo, il caso avrebbe potuto concludersi
con un diverso verdetto, ma alla fin fine ciò
non conta: la storia “giudiziaria” è finita.
Soprattutto in una vicenda come questa,
nella quale il “denunciante”, divenuto nelle
“more” ministro della Repubblica, fortunatamente di quelli che godono ampia (quasi
universale) stima, ha convenuto con il suo
legale che un certo galateo istituzionale
impone di evitare contenziosi e cause di
piccolo momento.
Devo aggiungere che, in questo caso,
nemmeno di vera “dissenting opinion” si tratta, perché chi la formula non è un “giudicante”, ma il legale di una delle parti e, quindi,
assolutamente “interessato” o partisan, per
usare uno dei neologismi che ogni tanto
diventano moda giornalistica.
C
omunque “nel merito”, proprio recentissimamente, le Sezioni Unite della
Cassazione, discutendo dell’intervista, hanno affermato come l’intervistatore
deve stare bene attento a non essere il
megafono di un intervistato non qualificato, il
braccio armato (di penna o di registratore o
di tastiera) di un diffamatore qualunque.
Scienza, etica e media
Sol quando interpella un personaggio pubblico su un fatto di pubblico rilievo l’intervistatore può ritenersi scriminato. È di interesse
pubblico sapere come la pensa (o che cosa
dice di un caso o di una persona) un soggetto ben identificato che riveste una carica
significativa, o sia comunque famoso e qualificato. Non interessa alla collettività l’intervista del quisque de populo.
A mio giudizio pubblicare una voce equivale a intervistare un “ignoto”, per di più
nemmeno milite degno dell’altare della
patria bensì, non di rado, vero e proprio
milite della calunnia.
I
cosa è il lavoro dell’agenzia. L’agenzia, se
“scopre”, in un determinato ambito giornalistico, il rischio che venga pubblicata una notizia o una voce errata, giustamente può
segnalare ai colleghi il pericolo. L’agenzia
dice: “Cari cronisti, badate bene che qualcuno va dicendo che ieri, forse, tizio era stato
arrestato, ma l’arresto non è mai stato effettuato”. Evidentemente l’agenzia non mette in
circuito un dispaccio da mettere in pagina,
ma dà alla categoria un segnale per evitare
una “bufala” e quindi anche una bella causa
per diffamazione.
Torno sull’argomento centrale. È diffamatorio
dire che forse una persona è “avvisata”? A
me basta ricordare in proposito l’insegnamento di un vecchio e saggio avvocato: un
giornalista gli domandava “ma come faccio a
capire se quanto scrivo è diffamatorio o no?”
ed egli rispondeva: “Cosa penseresti se scrivessero la stessa cosa con riguardo alla tua
persona?”.
l detto “vox populi, vox dei” nel mondo
giornalistico e, soprattutto, nel mondo
giuridico, non può valere, la voce è
incontrollabile, non solo quanto a fondamento, ma quanto ad “attendibilità” e dimensioni.
La voce manca di una fonte di cui il giornalista possa verificare la serietà e questo è un
suo preciso dovere deontologico e legale.
Forse si può discutere e fare eccezioni per
le voci così gravi, forti e diffuse che determinano esse stesse conseguenze pubbliche
ed istituzionali. A seguito del “rumour” sul
coinvolgimento di una persona in un determinato affare, una pubblica autorità apre
un’inchiesta. Ma qui il fatto non è la voce,
bensì che un’Autorità si attivi e ne discuta.
La voce stessa dunque, di per sé sola, non
può essere riportata.
A proposito di un altro tema trattato dall’Ordine, aggiungo che, a mio avviso, una cosa
è il lavoro di chi pubblica per il pubblico, una
e venisse diffusa la notizia di un avviso
di garanzia nei confronti di un redattore, questi correrebbe dal magistrato
(come io feci per il mio cliente) chiedendogli
se c’era realmente un’informazione di garanzia e, pur tranquillizzato dalla “smentita”,
resterebbe assai seccato e si sentirebbe
tanto offeso da “far querela”.
Aggiungo, per completezza di informazione,
che il Sostituto procuratore dal quale corsi,
pur essendo uno dei più riservati, mi disse
proprio: “Avvocato non c’è alcun avviso per il
suo assistito”, condividendo non poche
considerazioni sulle brutture del caso.
Si commentò il fatto che oggi “l’informazione
di garanzia” viene inviata in busta chiusa ed
il registro sul quale vengono annotati i nomi
degli indagati è riservato, che, quindi,
dovrebbe regnare sull’argomento, se non
sovrana, certamente forte la privacy. Le notizie su tali “avvisi”, quelli veramente emessi,
dovrebbero esser date con la massima morigeratezza, su quelli “fasulli” … figuriamoci.
Venne fuori qualche osservazione polemica:
l’intervistatore che riporta dichiarazioni diffamatorie (oggi esclusi i casi in cui le Sezioni
Unite hanno riconosciuto una apposita scriminante) è correo dell’intervistato, retoricamente sta a colui che pronuncia le frasi diffamatorie come lo spacciatore sta al produttore di droga. Chi riporta la voce di un ignoto,
è lo spacciatore della peggior droga, quella
di cui non si conosce nemmeno l’origine e
non viene da una raffineria “doc”, ma che
trovata per strada, può essere inquinata e
tagliata.
Restano comunque i fatti: nessuno ha ancora capito da dove venisse la voce e che il
prof. Sirchia, oggi ministro, non è inquisito e
ha altro cui pensare che non le chiacchiere
di qualche ignoto “untore mediatico”.
■
Promosso e organizzato dal Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia
Entro il 31 dicembre la consegna
Del Boca:
delle tesi di laurea sul giornalismo
“Quanta
superficialità” partecipanti al 4° Concorso
Gubbio, 20 ottobre - “L’emergenza non è del giornalista, è
l’emergenza della società che non valuta i problemi. I giornalisti devono migliorare, ma la cosiddetta società civile fa qualcosa anche lei?”. È quanto ha detto il presidente dell’Ordine
nazionale dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, a proposito del
rapporto tra scienza, etica e media, oggetto di una sessione
del forum dell’informazione Fnsi di Perugia.
“Il dibattito che mette in relazione l’informazione con la scienza ha messo in evidenza ciò che obiettivamente è una caratteristica dell’informazione: da un lato questa viene accusata
di essere superficiale, poco preparata e attenta. Però” ha
aggiunto Del Boca “dall’altro bisogna considerare che questa
informazione non è che lo specchio di una realtà più ampia
che ci circonda, realtà che è superficiale, impreparata, pressappochista, spannometrica”.Secondo Del Boca, i giornalisti
“possono al limite amplificare i difetti che ci sono in giro, ma i
difetti non se li cercano da soli. Gli interlocutori ci chiedono di
non parlare sempre e solo di emergenze, di confrontare tutte
le fonti: mi domando, che fonti i giornalisti devono contattare
quando di fronte al fatto che l’atrazina nell’acqua supera i
limiti di legge, si alza il valore della legge?”.
(ANSA)
TABLOID
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2001
Dovranno essere consegnate entro il 31 dicembre 2001 le
tesi di laurea partecipanti al Concorso promosso dal Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Il concorso,
giunto alla quarta edizione, intende valorizzare le tesi di
laurea dedicate al giornalismo e alle istituzioni della professione. Giudice insindacabile del premio è lo stesso Consiglio dell’Ordine. Le tesi (in duplice copia e anche su dischetto in programma word oppure rtf) dovranno pervenire alla
segreteria dell’Ordine (via Appiani 2 - 20121 Milano).
Potranno concorrere le tesi discusse nelle Università italiane
(pubbliche e private) nel periodo gennaio-dicembre 2001. Le
sezioni del premio sono sei e ogni vincitore di sezione riceverà 5 milioni di lire. L’impegno finanziario dell’Ordine è,
pertanto, di 30 milioni complessivi. La cerimonia della consegna avverrà in occasione dell’assemblea degli iscritti all’Albo
dell’Ordine della Lombardia.
La cerimonia, quindi, è prevista per il marzo 2002 al Circolo
della Stampa. Estratti (di 400 righe) delle tesi premiate (e
segnalate) verranno pubblicati su Tabloid, organo mensile
dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Per la valutazione
delle tesi il Consiglio si avvarrà, come lo scorso anno, dell’opera di consulenti (giornalisti e professori universitari).
Queste le sezioni:
1) Storia del giornalismo italiano (testate e personaggi).
2) Storia del giornalismo europeo e nordamericano
(testate, deontologia e personaggi).
3) Istituzioni della professione giornalistica. La deontologia e l’inquadramento contrattuale dei giornalisti in
Italia, Europa e Nord America.
4) Professione giornalistica e sue specializzazioni anche
telematiche e radiotelevisive.
5) Giornalismo economico e finanziario.
6) Giornalismo culturale, sociale, scientifico.
A ogni vincitore 5 milioni. I candidati dovranno consegnare le tesi entro dicembre
7
GIUDICI & O P I N I O N I S T I
di Sabrina Peron, avvocato in Milano
La critica giornalistica: conten
Il diritto di critica giornalistica, quale esercizio del democratico principio di libertà e di manifestazione del proprio pensiero, trova il suo fondamento nell’art. 21 della Costituzione
esso, tuttavia, deve essere esercitato nel rispetto di altri diritti fondamentali, parimenti sanciti dalla Costituzione, ed attinenti alla pari dignità sociale di tutti i cittadini (quale che
possa essere il loro credo religioso e politico) ed alla salvaguardia dei diritti inviolabili della persona (sia come singolo,
sia come membro delle più diverse formazioni sociali nelle
quali si forma e si sviluppa la personalità d’ognuno) al fine di
realizzare un corretto e fecondo bilanciamento di tali valori,
tutti di rango costituzionale, idoneo a salvaguardare il pluralismo culturale, ideologico e religioso sul quale in una democrazia moderna si fonda il concetto di libertà.
Tra questi diritti inviolabili vanno, senza dubbio, annoverati il
diritto all’onore, alla reputazione ed al decoro (beni garantiti
dall’art. 2 della Costituzione) i quali, talvolta, possono essere
lesi da espressioni critiche contenute in un articolo giornalistico, cosicché da rendere necessaria un’attività di precisazione del contenuto del diritto di critica e di determinazione
dell’ambito di esercizio.
Quanto al primo aspetto, generalmente si ritiene che la critica giornalistica deve consistere in un dissenso motivato;
quanto al secondo profilo, secondo costante insegnamento
della Cassazione, deve rispettare i limiti costituiti: 1) dalla
verità del fatto narrato; 2) dall’oggettivo interesse che detti
fatti rivestono per l’opinione pubblica; 3) dalla correttezza con
cui gli stessi vengono riferiti (c.d. continenza).
A ben vedere, dunque, si tratta dei medesimi parametri fissati per il diritto di cronaca i quali però vengono valutati diversamente e con maggiore elasticità quando viene in rilievo
l’esercizio del diritto di critica.
E difatti:
· quanto alla continenza della forma espositiva, detto limite
viene superato solo quando l’articolista trascende nel campo
dell’aggressione alla sfera morale altrui, colpendo su un
piano individuale e senza alcuna finalità di pubblico interesse, la figura morale del soggetto criticato. Nel valutare tale
aspetto non va dimenticato che il giornalista è portato a colpire l’attenzione del pubblico, a suscitarne l’interesse, ad indurlo a seguirlo nei suoi commenti e nelle sue tesi di fondo: quindi usare toni ed espressioni che siano atti al riguardo e che
possono essere, a seconda dei casi, suadenti, suggestivi,
ironici, mordaci, di valore ecc., e nei quali si rispecchiano,
oltre che la sua personalità e la sua professionalità, anche il
linguaggio corrente con i termini invalsi ed accettati nella
comune polemica, specialmente in determinati settori ed
ambienti, con una conseguente vera e propria desensibilizzazione del significato offensivo di talune espressioni;
· quanto all’interesse pubblico, si ritiene che deve sussistere
un interesse pubblico e sociale attuale alla conoscenza
delle dichiarazioni, delle opinioni e dei giudizi espressi dal
giornalista, da valutarsi in relazione all’idoneità delle persone e dei comportamenti criticati a richiamare su di sé una
comprensibile e oggettivamente apprezzabile attenzione
dell’opinione pubblica;
· quanto alla verità, va premesso che la critica non si concreta nella narrazione di fatti, bensì si estrinseca in un giudizio
(o, più genericamente, nella manifestazione di un’opinione),
che sarebbe contraddittorio pretendere rigorosamente
obiettiva ovvero assolutamente oggettiva. Posto, dunque,
che la critica, per sua natura, si fonda su una interpretazione di fatti e comportamenti, che non può che essere soggettiva e, cioè, corrispondente all’angolazione individuale o al
punto di vista di chi la manifesta, ne segue per cui che i
giudizi critici non possono mai essere suscettibili di valutazioni che pretendano di ricondurli a verità oggettiva. Tutto
ciò ovviamente nulla toglie alla circostanza che la critica
rispetti la verità dei fatti dai quali ha tratto spunto per manifestarsi, i quali non devono essere alterati nei loro presupposti storici.
Ci sono diversi tipi di critica (politica, giudiziaria, storica,
scientifica, artistica, ecc.), a seconda dell’argomento che
viene trattato, per ciascuno dei quali la giurisprudenza ha
individuato - in applicazione ai suindicati principi - limiti più o
meno marcati. Di seguito limiteremo il nostro esame a due
particolari forme di critica: la critica politica e la critica giudiziaria.
Quanto alla critica politica, anzitutto preme sottolineare che
l’esercizio di pubblica critica e di censura politica, rappresentando un’insostituibile garanzia di civiltà e di progresso sociale, può esplicarsi in relazione alle più disparate attività interessanti, in senso ampio, lo svolgimento della vita politica e
sociale. Questa maggior rilevanza dell’oggetto fa sì che, in
quest’ambito, la tutela della reputazione si articoli entro spazi
più ristretti a favore di un ampliamento dell’ambito di liceità
del diritto di critica. Ne consegue che:
· da un lato, è pienamente legittima la critica di un fatto ancora da verificare, ma probabile in base alla ragionevole valutazione di altri fatti invece certi; a condizione, peraltro: a)
che il fatto in questione sia attinente alla vita politica nazionale e locale e rivesta un sufficiente grado di interesse per
la collettività (requisito della pertinenza); b) che la rappresentazione di quel fatto come probabile o possibile sia
ragionevole e derivi dalla concatenazione logica di fatti già
accertati e correttamente riferiti;
· dall’altro lato, la valutazione della correttezza e della civiltà
delle espressioni usate è ulteriormente attenuata giacché
l’esercizio di tale forma di critica è per sua natura caratterizzata dall’asprezza dei toni, ragion per cui, è ammesso un
linguaggio aspro e colorito, con toni oggettivamente pesanti,
così come sono ritenute legittime espressioni astrattamente
offensive e soggettivamente sgradite alla persona cui sono
riferite. E così, ad esempio, è stato escluso che espressioni
quali “lottizzato” “zombi” e “portaborse” trasmodino nella
contumelia, ovvero che siano pregne di una carica lesiva,
posta la diffusa desensibilizzazione in ordine alla portata
offensiva di determinate parole quando siano usate nell’ambito della critica politica. Tenendo tuttavia presente che anche
nella polemica politica l’impiego di toni aspri e pungenti in
nessun caso può giustificare l’uso di espressioni dirette
unicamente a colpire l’avversario su un piano personale
estraneo alla sfera politica ed espressione di semplice malanimo e disprezzo (in applicazione a tale principio sono state
ritenute diffamatorie espressioni quali “pidocchio, mascalzone, burattino”, rivolte all’indirizzo di un antagonista).
In definitiva, allorché il giornalista, in sede di critica relativa
ad avvenimenti di interesse politico e sociale, obbedisca al
potere-dovere di informazione sulle più importanti emergenze della vita individuale e sociale, osservando un linguaggio
corretto e rispettoso della sfera privata della persona criticata, non ne offende l’onore, il decoro e la reputazione, poiché
questi beni giuridici personali, non vengono vulnerati quando
le espressioni adoperate investono la scelta politica del destinatario degli stessi. Per contro, invece, se non si rispetta la
verità dei fatti da cui scaturisce la critica e la competizione
politica diventa un mero pretesto per aggredire la reputazione altrui, non si può configurare l’esercizio del diritto di critica
e le attribuzioni ad altri soggetti, anche se avversari politici,
di fatti e comportamenti che comportino un giudizio di disistima, costituisce diffamazione.
Quanto al diritto di critica giudiziaria, esso è la manifestazione di dissenso relativamente all’operato, alle decisioni ed agli
atti compiuti da magistrati nell’ambito dell’esercizio delle
funzioni demandategli. Ovviamente il diritto di critica può
investire anche chi, come il magistrato, eserciti pubbliche
funzioni, essendo un interesse collettivo il corretto e puntuale svolgimento dell’attività giudiziaria, inoltre, quanto più l’attività criticata è socialmente rilevante, tanto più aspra può
essere la denuncia o la censura.
Ciò premesso, vediamo che sono ritenute lecite le forme
anche dure di dissenso purché questo appaia motivato e
ragionato e sempreché non si risolvano in un attacco perso-
Ricerca di giurisprudenza
Sul diritto
di critica
in generale
I
n tema di diffamazione, quando il discorso giornalistico ha una funzione prevalentemente valutativa, non pone un
problema di veridicità di proposizioni assertive e i limiti scriminanti del diritto garantito
dall’art. 21 cost. sono solo quelli costituiti
dalla rilevanza sociale dell’argomento e dalla
correttezza di espressione; sicché, il limite
all’esercizio di tale diritto deve intendersi
superato, quando l’agente trascende ad
attacchi personali, diretti a colpire, su un
piano individuale, senza alcuna finalità di
pubblico interesse, la figura morale del
soggetto criticato, giacché, in tal caso, l’esercizio del diritto, lungi dal rimanere nell’ambito di una critica misurata ed obiettiva,
trascende nel campo dell’aggressione alla
sfera morale altrui, penalmente protetta.
(Cass., 08.02.2000, Beha)
espressione “tirapiedi” di un uomo
politico, riferita ad un giornalista Tv
nel corso di una trasmissione televisiva da parte di un ospite della stessa, ha
contenuto obiettivamente diffamatorio e non
è scriminata dall’esercizio del diritto di critica
L’
8
in quanto priva di interesse pubblico nonché
scoordinata ed avulsa rispetto al contenuto
della trasmissione; la quantificazione del
danno arrecato al soggetto offeso deve tenere conto della peculiare forza suggestiva del
mezzo radiotelevisivo sullo spettatore ma
anche degli indici di ascolto Auditel della
trasmissione e della notorietà del danneggiato, sia in assoluto, sia relativamente al pubblico tipico della trasmissione; l’editore dell’emittente televisiva che ha mandato in onda il
programma non incorre in responsabilità per
l’espressione diffamatoria pronunziata da un
ospite giacché, trattandosi di trasmissione “in
diretta”, risultava di fatto impedito il necessario controllo sul contenuto della stessa. (App.
Milano, 19.05.1998, Soc. Rti c. Giani)
a persona giuridica (nella specie, una
fondazione) è legittimata a chiedere il
risarcimento dei danni anche morali
patiti per la diffamazione a mezzo stampa
ravvisabile nella pubblicazione di articoli
esorbitanti dal diritto di cronaca e di critica,
ove il giornalista riferisca notizia ed esponga
censure venendo meno all’obbligo di verifica
L
della verità dei fatti e di “continenza” della
forma rispetto all’esigenza di manifestare
l’assunto critico. (Trib. Milano, 21.01.1999,
Fondaz. centro S. Raffaele Monte Tabor c.
Vimercati)
n tema di diffamazione a mezzo stampa l’esercizio del diritto di critica incontra i limiti della rilevanza sociale dell’argomento e della correttezza delle espressioni usate e presuppone una notizia che
ad esso preesiste (momento che attiene
ancora al diritto di cronaca), con la conseguenza che sussiste l’obbligo dell’articolista
di esercitare la propria critica esclusivamente su dei fatti del cui nucleo fondamentale
(con esclusione, cioè, dei fatti marginali,
che pur se esatti, sono penalmente irrilevanti) ha verificato la corrispondenza al
vero (fattispecie in cui la corte ha distinto
tra oggetto della notizia sottoposta a critica,
costituita dal rapporto di interessi di un giornalista con il gruppo Fininvest e dalla sua
appartenenza politica al partito Forza Italia,
e indizio di tale rapporto, costituito dal fatto
marginale della pubblicazione di un libro
presso la casa editrice Mondadori). (Cass.,
08.05.1998, Rinaldi)
el caso in cui la narrazione di fatti
determinati sia esposta insieme alle
opinioni di chi la compie, in modo da
costituire allo stesso tempo esercizio del
diritto di cronaca ed esercizio del diritto di
critica, la valutazione della continenza
sostanziale e formale, si attenua per lasciare
spazio all’interpretazione soggettiva dei fatti
che sono raccontati e per svolgere le censu-
I
N
re che si vogliono esprimere (nel caso di
specie la corte ha ritenuto non offensivo
dell’onere e della reputazione di due magistrati un articolo giornalistico contenente
considerazioni negative su un loro provvedimento giudiziario). (Cass., 27.04.1998, n.
4285, Scaduti c. Grevi)
ussiste ipotesi di illecito diffamatorio là
dove l’autore di articolo giornalistico di
critica cinematografica, esorbitando dai
limiti dell’interesse pubblico all’informazione
e della continenza, dia notizia assimilabile ad
un pettegolezzo e che non rispetti la proporzione tra fatto criticato e giudizio critico
operando accostamenti negativamente
suggestivi tra attrici realmente interpreti di
film hard core e non. (Trib. Napoli,
1711.1998, Di Lazzaro c. Soc. Edime)
l diritto di critica giornalistica, che rientra
tra i diritti pubblici soggettivi inerenti alla
libertà di pensiero e di stampa, deve
consistere in un dissenso motivato, espresso in termini corretti e misurati e non deve
assumere toni gravemente lesivi dell’altrui
dignità morale e professionale; il limite all’esercizio di tale diritto deve intendersi superato quando l’agente trascenda in attacchi
personali diretti a colpire, su un piano individuale, senza alcuna finalità di pubblico interesse, la figura morale del soggetto criticato,
giacché, in tal caso, l’esercizio del diritto,
lungi dal rimanere nell’ambito di una critica
misurata ed obiettiva, trascende nel campo
dell’aggressione alla sfera morale altrui,
penalmente protetta. (Cass., 11.03.1998,
Iannuzzi)
S
I
TABLOID
10
2001
PER SAPERNE DI PIÙ
FACCI G., Diritto di cronaca,
diritto di critica e reputazione del magistrato, in Giur. it.,
1999, 8;
NATOLI R., La critica cinematografica ed i suoi
(crescenti) limiti in Dir. inf.,
1999, 909;
BRESCIANI E., Opinioni
espresse in ambito politico,
lesione della reputazione e
diritto di critica, in Nuova
giur. civ., 1998, I, 268;
nuto e limiti
nale alla reputazione del singolo magistrato (ad esempio la
critica traendo uno spunto occasionale dalla dimensione
pubblica del magistrato, proceda a strumentalizzare aspetti
della vita privata che ne investano in modo rilevante la sua
dimensione esponenziale), tenendo comunque, presente
che anche la conoscenza di comportamenti tenuti in privato
da un soggetto pubblico, qual è un magistrato, può investire
carattere di utilità sociale qualora tali comportamenti siano
idonei a valere come indice di valutazione rispetto all’esercizio della funzione istituzionale esplicata dal soggetto medesimo. In altre parole, non si avrà il reato di diffamazione
qualora i termini usati, pur se eccessivi e sovrabbondanti in
rapporto al concetto da esprimere, siano diretti a censurare
l’atto sotto profili di legittimità, di merito o anche di mera
opportunità; per contro, ove la critica punti ad aggredire direttamente al magistrato autore dell’atto, nella sua integrità
morale, personale o professionale, allora il giornalista dovrà
essere in possesso di seri ed idonei mezzi di prova. In questo
contesto si è ritenuto esorbitante il limite della correttezza del
linguaggio l’attribuzione ad un magistrato di scopi di vanità
personale, così come l’addebito di aver insabbiato delle indagini o ancora di aver mobilitato testimoni poco attendibili
cercando di censurare la difesa.
Per contro, la contestazione della legittimità ed opportunità di
un provvedimento di applicazione di un magistrato ad altro
ufficio riguardando una vicenda di indubbia rilevanza sociale
e risultando agganciata a fatti oggettivi non è stata reputata
illecita malgrado la pesantezza delle espressioni linguistiche
utilizzate.
Si noti, altresì, che qualora la critica consista nell’attribuzione
di comportamenti asseritamente caratterizzati da parzialità,
eccessiva discrezionalità o arbitrio, tale attribuzione ha una
diversa valenza a seconda che essa riguardi un giudice (il
quale, nell’esercizio della giurisdizione, deve essere necessariamente terzo ed ispirare il suo operato a rigorosi criteri di
obiettività e serenità), o riguardi invece un magistrato del PM,
il quale è istituzionalmente portatore dell’interesse a veder
confermata, in sede giurisdizionale, con uso largamente
discrezionale degli strumenti offertigli dall’ordinamento, la
propria impostazione accusatoria (in applicazione di tali principi, la Suprema Corte ha ritenuto sussistere la scriminante
del diritto di critica giornalistica, riformando la sentenza che
aveva invece escluso detta scriminante nel caso di un giornalista che, in un articolo dal titolo “giustizia senza furori”, aveva
tra l’altro scritto, con riferimento all’impugnativa proposta dal
PM avverso un provvedimento di diniego di misure cautelari,
se era possibile che, a fronte di ciò, si potesse non “prendere
atto che ormai molti diritti fondamentali in questo paese sono
diventati un optional affidato ai capricci di chiunque”).
A
ncorché esercitato in forma di satira, il
diritto di critica, che deve essere riconosciuto a chicchessia e, in primo
luogo, ai giornalisti, trova le sue radici nella
libertà di manifestazione del pensiero tutelata dall’art. 21 Cost., soccombente soltanto
rispetto alle violazioni del buon costume e
dell’altrui sfera di legittima reputazione. (Gip
Genova, 17.02.1994)
lesivo della dignità professionale, alla
cui tutela è chiamato l’ordine, e costituisce un abuso del magistero
professionale, l’uso da parte del giornalista
di espressioni inutili ed ininfluenti ai fini della
manifestazione sia sostanziale che critica
del proprio pensiero, espressioni che,
rimarcando alcuni particolari tratti fisionomici degli appartenenti ad una determinata
razza, fuoriescono dalla correttezza del
linguaggio giornalistico e si presentano
come disdicevoli, tanto da suscitare il risentimento della comunità di appartenenza
delle persone oggetto dell’informazione.
Nell’esercizio della funzione informativa,
che può essere critica oltre che notiziale, è
necessario manifestare il proprio pensiero
in termini sostanzialmente e formalmente
corretti e adeguati al compito professionale.
(Consiglio naz. giornalisti, 06.12.1990,
Panerai)
l giornalista che nell’esercizio del diritto
di critica ecceda colposamente nell’erronea ed inescusabile convinzione di
rispettarne i limiti va assolto dall’imputazione
di diffamazione perché il fatto non costituisce
reato. (Trib. Roma, 11.01.1988, Pagone)
È
I
TABLOID
10
2001
I
LAGHEZZA P., Quanto vale
l’onore del magistrato?, in
Danno e resp., 1998, 793;
GENNARI S., Responsabilità civile ed esercizio del
diritto di critica giornalistica,
in Resp. civ., 1997, 1001;
COSENTINO F., La tonaca
di don Abbondio e la toga
del magistrato, in Danno e
resp., 1996, 226;
CASSELLA F. e MACRì M.,
Risarcimento dei danni per
diffamazione a mezzo stampa: l’intervista giornalistica di
un parlamentare a proposito
di un’interpellanza lesiva
della reputazione di alcuni
magistrati, in Resp. civ.,
1995, 919;
MORRETTA G., Critica
scientifica e diffamazione, in
Nuova giur. civ., 1994, I, 584;
L
I
VINCENTI E., Esercizio del
diritto di critica e diffamazione a mezzo stampa, in Giur.
merito, 1990, 120;
BERTONI R., Diffamazione
a partito politico, diritto di
querela e libertà di critica, in
Cass. pen., 1984, 1273.
C
ostituisce esercizio del diritto di critica
e di cronaca giornalistica, e pertanto
esula dall’ipotesi di diffamazione col
mezzo della stampa aggravata dall’attribuzione di fatto determinato, definire il soggetto
“speculatore” e “usuraio”, ricavando tali qualifiche dal resoconto di fatti veri, documentalmente provati e accertati con sentenza
penale passata in giudicato. (Trib. Roma,
25.02.1984, Agnese)
e espressioni giornalistiche per rientrare nell’ambito dell’esercizio del diritto di
critica non possono venir meno all’obbligo della correttezza del linguaggio, come
si conviene ad una comunicazione al pubblico del proprio pensiero e, soprattutto, al
rispetto dell’altrui personalità, qualunque sia
la posizione sociale o politica. (Cass.,
07.06.1983, Pratesi)
l diritto di cronaca e di critica giornalistica, che rientra fra i diritti pubblici soggettivi inerenti alla libertà di pensiero e di
stampa, riconosciuti dall’art. 21 Cost., può
essere esercitato a condizione che siano
rispettati il limite della verità, che richiede
almeno un serio accertamento, e il limite
della continenza, il quale postula che la
cronaca non vada al di là di quanto è strettamente necessario per l’appagamento del
pubblico interesse all’informazione e che la
critica non trasmodi in attacco personale
consapevolmente lesivo della sfera privata
altrui, senza alcuna finalità di pubblico interesse. (Cass., 06.02.1981, Marzullo)
ostituisce legittimo esercizio del diritto
di critica giornalistica la pubblicazione
di un articolo in cui si affermi, a mo’ di
valutazione sintetica e non di cronaca analitica, che l’accoglimento della proposta referendaria radicale in materia di aborto avrebbe comportato, circostanza obiettivamente
inesatta, la totale abrogazione della l.
194/1978. (Trib. Roma, 13.02.1982, Ferrara)
L
I
C
Sulla
critica
politica
ZENO-ZENCOVICH V., La
reputazione del magistrato,
in Dir. inf., 1986, 138;
l diritto di critica, come qualificata forma
di manifestazione della libertà di pensiero, deve ritenersi legittimamente esercitato anche quando si motivino le proprie
opinioni ricorrendo a parole aspre e pungenti, di per sé insultanti, purché queste ultime
siano razionalmente correlate ai fatti riportati
ed ai giudizi espressi, essendo altresì
congruenti al livello della contrapposizione
polemica raggiunta (nella specie, è stato ritenuto legittimo l’uso di espressioni ingiuriose
rivolte, nel corso di una intervista, al giornalista Enzo Biagi, promotore di un “referendum”
televisivo sulla pena di morte). (Trib. Roma,
24.05.1985, Ferrarotti)
l diritto di critica trova un limite funzionale
anche nel modo e nella forma delle
espressioni usate che non debbono risolversi in una manifestazione che si prospetti
come vera e propria avversione determinata
da animosità personale e che non deve
concretizzarsi nel deliberato proposito di
screditare l’attività professionale e la vita intima altrui, usando toni sarcastici, scherno e
derisione; il privato cittadino non può mai
erigersi a giudice delle altrui indegnità: può
disapprovare, criticare e screditare anche con
asprezza, specie nelle competizioni politiche,
ma ciò deve fare mantenendosi comunque
nei limiti della neessità dell’affermazione e
della diffusione del suo pensiero; allorché
invece egli trasmodi da tali limiti, il diritto di
critica si trasforma in un’aggressione dell’altrui reputazione e quindi non può che conseguirne la responsabilità per il delitto di diffamazione; ma se nelle contese politiche è
I
ammesso e consentito un più ampio esercizio del diritto di critica, ciò non può in egual
modo valere nel campo della critica giornalistica e ancor più in quella storica; quest’ultima deve infatti esser condotta con più freddo
e meditato raziocinio, a mezzo cioè di una
attenta e penetrante indagine sugli avvenimenti e sui fatti, per trarne poi giudizi anche
polemici ed in opposizione, ma mai tali da
coinvolgere l’intera personalità del soggetto
che di essi sia stato interprete o protagonista; tali giudizi poi possono essere senz’altro
negativi ed anche di grave e vivace dissenso,
ma debbono essere sempre motivati ed
espressi in termini corretti, misurati e obiettivi. (Cass., 30.05.1985, Tanini)
a contestazione della legittimità ed
opportunità di un provvedimento di
applicazione di un magistrato ad altro
ufficio allorché riguardi una vicenda di indubbia rilevanza sociale ed appaia agganciata a
fatti oggettivi e presenti l’ulteriore requisito
della continenza non costituisce il reato di
diffamazione, malgrado la pesantezza delle
espressioni linguistiche utilizzate. (Trib.
L’Aquila, 17.01.1985, Viglietta)
l diritto di critica giornalistica, che rientra
tra i diritti pubblici soggettivi inerenti alla
libertà di pensiero e di stampa, deve
consistere in un dissenso motivato, espresso
in termini corretti e misurati e non deve assumere toni gravemente lesivi dell’altrui dignità
morale e professionale; il limite all’esercizio di
tale diritto deve intendersi superato, quando
l’agente trascenda ad attacchi personali,
diretti a colpire, su un piano individuale,
senza alcuna finalità di pubblico interesse, la
figura morale del soggetto criticato, giacché,
in tal caso, l’esercizio del diritto, lungi dal
rimanere nell’ambito di una critica misurata
ed obiettiva, trascende nel campo dell’aggressione alla sfera morale altrui, penalmente protetta. (Cass., 20.01.1984, Saviane)
N
on sussiste il delitto di diffamazione,
ricorrendo la scriminante del legittimo
esercizio del diritto di critica, allorché,
nella competizione politica, vengano usati
toni oggettivamente aspri e polemici o
espresse opinioni con termini pungenti,
purché oggetto della critica sia un aspetto
della dimensione pubblica del destinatario,
anche duramente contestato, e le frasi usate
non siano volgarmente e gratuitamente
offensive. (Cass., 17.08.2001, Valentini)
n tema di diffamazione a mezzo stampa
l’esercizio del diritto di critica è subordinato non solo al rispetto dei limiti della
pertinenza, cioè dell’interesse pubblico
all’informazione, intesa come correttezza
formale dell’espressione, ma presuppone
anche una notizia che ad esso preesiste
(momento che attiene al diritto di cronaca),
con la conseguenza che sussiste l’obbligo
dell’articolista di esercitare la propria critica
solo su dei fatti il cui nucleo fondamentale
(con esclusione dei fatti marginali che sono
penalmente irrilevanti) ha verificato la corrispondenza al vero. In tema di diffamazione a
mezzo stampa, quando si verta in tema di
critica politica, il limite entro cui questa può
essere legittimamente esercitata è più ampio
del consueto per la necessità di una più
ampia base di informazione di cui ha bisogno la collettività per poter valutare criticamente l’azione delle forze politiche, la gestione dell’apparato politico-amministrativo e
ogni altro fatto o evento rilevante di natura
politica.
Pertanto in materia di critica politica, l’interesse all’informazione, per la maggior rilevanza del suo oggetto, comprime la tutela
della reputazione e legittima la critica di un
fatto ancora da verificare, ma probabile in
base alla ragionevole valutazione di altri fatti
invece certi; a condizione, peraltro: a) che il
fatto in questione sia attinente alla vita politica nazionale e locale e rivesta un sufficiente
grado di interesse per la collettività (requisito
della pertinenza); b) che la rappresentazione
di quel fatto come probabile o possibile sia
ragionevole e derivi dalla concatenazione
logica di fatti già accertati e correttamente
riferiti (requisito della continenza). (Cass.,
09.08.2001, n. 3137, De Sandro c. Gianfanti)
n tema di diffamazione, la critica politica
consente di ritenere tollerato anche un
linguaggio scorretto per effetto di una
riconosciuta desensibilizzazione alla potenzialità offensiva ormai entrata nel costume;
peraltro perché questa possa rilevare come
scriminante occorre che esprima un dissen-
I
I
so politicamente apprezzabile comportamento o anche solo alle estrinsecazioni
verbali del soggetto che rivesta munus
pubblico, mentre non deve risolversi mai in
un immotivato attacco alla persona consistente in epiteti offensivi. (Cass., 23.01.2001,
Coppini)
indubitabile che la critica politica
debba essere la più ampia e libera
possibile, perché attraverso di essa si
esercita il dovuto controllo sull’operato degli
amministratori pubblici. Ed è altresì pacifico
che la critica politica debba essere anche
incisiva e, quindi, anche l’uso di espressioni
forti può essere, tenuto conto dell’importanza degli argomenti trattati, consentita. Tuttavia, quando si tratti non di critiche generiche
o di contestazioni di una complessiva linea
politico-amministrativa, ma dell’attribuzione a
singole persone che esercitino pubbliche
funzioni di fatti lesivi dell’onore o addirittura
costituenti reato, i fatti debbono essere veri
(nella fattispecie l’imputato è stato condannato per aver accusato un assessore di aver
procurato danni all’Erario comunale facendo
“spendere somme non erogabili onde
sovvenzionare la partecipazione di terzi a
gite scolastiche”, fatto della cui veridicità,
secondo l’accertamento del giudice di merito, non era stata offerta alcuna prova) (Cass.,
06.12.2000, Battaglia)
a critica politica, per quanto aspra e
virulenta, per scriminare il reato di
diffamazione non può mai trasmodare
in gratuite aggressioni della sfera personale
del patrimonio morale del destinatario.
(Cass., 21.11.2000, Bottoni)
l limite della continenza verbale, il cui
superamento rende illecito l’esercizio del
diritto di critica, va osservato anche nell’esercizio della critica politica, se pure in questo
caso possa essere valutato con minor rigore,
e tenendo conto della circostanza che la critica politica è per sua natura caratterizzata
dall’asprezza dei toni. (Cass., 07.11.2000, n.
14485, Soc. ed. L’Espresso c. Vespa)
l legittimo esercizio della critica politica,
riconosciuto ad ogni cittadino, pur potendo sopportare toni aspri e di disapprovazione, non può trasmodare nell’attacco
personale e nella pura contumelia, con lesione del diritto di altri all’integrità morale.
(Cass., 27.06.2000, n. 8734, Onorato c.
Cossiga)
l limite del diritto di critica deve intendersi
superato quando l’agente trascenda in
attacchi diretti a colpire, sul piano personale e senza alcuna finalità di pubblico inte-
È
L
I
I
I
9
GIUDICI & OPINIONISTI
segue/ Sulla critica politica
resse, la figura morale del soggetto criticato;
a maggior ragione detto limite deve ritenersi
superato quando, per qualificare negativamente un personaggio politico, venga offesa
la reputazione di altri soggetti, anche se a lui
collegati da vincoli di parentela, essendo
costoro del tutto estranei alle vicende che
hanno dato spunto alle dichiarazioni diffamatorie (nella fattispecie, la corte ha rigettato il
ricorso dell’imputato, condannato in primo e
secondo grado per avere indicato, in un articolo giornalistico, la persona offesa quale
“figlio di padre mafioso, schedato e di nonno
mafioso schedato”). (Cass., 09.12.1998,
Gelli)
n tema di diffamazione a mezzo stampa,
poiché il linguaggio della polemica politica può assumere toni più pungenti ed
incisivi rispetto a quelli comunemente adoperati nei rapporti interpersonali tra privati, non
costituisce reato definire intimidatoria la
proposizione di querela da parte di un pubblico amministratore nei confronti di un suo
avversario politico, il quale aveva sollevato
dubbi sulla regolarità del suo operato; invero,
pur essendo, sul piano strettamente giuridico, impropria l’espressione (in quanto è
certamente legittimo l’esercizio del diritto di
querela), detta espressione è tuttavia giustificabile in considerazione della naturale vivacità che caratterizza la polemica tra contrapposte posizioni politiche e del fatto che l’uomo pubblico è esposto a forme di critica,
anche dure, a causa dell’interesse che le sue
azioni suscitano nei cittadini. (Cass.,
26.11.1998, Casanova)
l diritto di critica, che nel corso delle
competizioni elettorali consente anche
toni aspri e di disapprovazione, non deve
trasmodare nell’attacco personale e nella
pure contumelia; la polemica politica in
nessun caso può perciò giustificare l’uso di
espressioni quali: “pidocchio, mascalzone,
burattino” rivolte all’indirizzo di un antagonista. (Cass., 05.11.1997, Farassino)
ostituisce esercizio del diritto di cronaca e di critica la pubblicazione di un
libro contenente notizie e informazioni, diffuse negli ambienti interessati, su un
imprenditore avente una posizione pubblica
di grandissimo rilievo in campo economico e
sociale, acquisite con una seria ricerca (su
articoli di giornali, relazioni e atti di una
commissione parlamentare di inchiesta,
rapporti di polizia giudiziaria, atti societari
depositati presso uffici pubblici, sentenze e
altri atti pubblici), esposte in termini formalmente e sostanzialmente corretti (nella
specie, è stato negato carattere diffamatorio
a gran parte delle notizie, informazioni e
valutazioni contenute nel libro Berlusconi inchiesta sul signor Tv di Giovanni Ruggeri e
Mario Domenico Saulle detto Mario Guarino). (Trib. Roma, 02.05.1995, Berlusconi c.
Ruggeri)
configurabile il reato di diffamazione a
mezzo stampa, allorché si ponga in
essere un comportamento che
trascenda i limiti della scriminante dell’esercizio del diritto di critica politica, consistendo
questo, piuttosto, in un gratuito attacco
personale, espressione di semplice malanimo e disprezzo per la persona oggetto della
critica; un siffatto comportamento non trova
tutela alcuna nell’ordinamento, essendo
privo di ogni possibile giustificazione. (Trib.
Perugia, 28.03.1995, Modena c. Granocchia)
ottizzato” e “portaborse” sono
termini cui da anni si ricorre
ormai comunemente nel linguaggio critico giornalistico per designare due
momenti dello stesso fenomeno di schieramento, di inserimento in una struttura in
ragione di un’appartenenza ad un’area politica, di adesione talora incondizionata agli
orientamenti di un partito o di un leader; è da
escludere che tali espressioni trasmodino
nella contumelia, ovvero che siano comunque pregne di una carica lesiva non attenuata dalla diffusa desensibilizzazione in ordine
I
I
C
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“L
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alla portata offensiva di determinate parole
quando siano usate nell’ambito della critica
politica. (Trib. Roma, 24.03.1995, Scalari)
consentito, nell’ambito delle contese
di natura politica o sindacale, esprimersi con toni o modi di disapprovazione e riprovazione, anche molto aspri,
purché la critica non si risolva in un attacco
personale, vale a dire portato direttamente
alla sfera privata dell’offeso, o in una contumelia lesiva dell’onorabilità dell’avversario
come singola persona. (Trib. Massa Carrara,
30.06.1994, Bertozzi)
uando uno scritto contiene notizie ed
opinioni, fatti e critiche, sì da costituire esercizio ad un tempo del diritto di
cronaca e di critica, è in relazione a ciascun
contenuto espressivo che vanno applicati i
corrispondenti (diversi) limiti scriminanti che
sono propri della cronaca e della critica; a
meno che l’interprete non ritenga che l’articolo, valutato nel suo complesso, sia prevalentemente e significativamente esercizio del
diritto di cronaca o di critica, nel qual caso è
da accordare rilievo esclusivo all’una o all’altra causa di giustificazione (nella specie, la
cassazione ha ritenuto scriminato in base
all’esercizio del diritto di critica il giudizio
espresso da un giornalista sulla diffusione,
da parte del leader radicale Marco Pannella,
di materiale audiovisivo riguardante il sequestro Cirillo). (Cass., 16.04.1993, Barile)
on possono ritenersi lesive dell’onore
e della reputazione di una persona
affermazioni anche vivacemente critiche di quest’ultima - e tali, se considerate in
astratto, da essere stimabili diffamatorie qualora le medesime vertano su argomenti
di sicuro rilievo sociale, non alterino la verità
dei fatti ovvero sfuggano ad un giudizio in
termini di verità (consistendo in semplici
giudizi critico-interpretativi di quei fatti, in sé
considerati) e possano ritenersi continenti
dal punto di vista della forma espositiva:
requisito quest’ultimo da valutarsi avuto
riguardo al particolare ambito (nel caso di
specie, quello della critica politica) in cui si
inseriscono le affermazioni stesse. (Trib.
Roma, 11.02.1993,Vespa c. Valentini)
uso di un linguaggio astrattamente
insultante non lede il diritto alla reputazione se funzionalmente connesso con il giudizio critico manifestato, riconducibile al legittimo esercizio del diritto di critica
politica. (Trib. Roma, 10.02.1993, De Marzio
c. Fini)
ffinché si ravvisi l’esimente del diritto
di critica politica rispetto al delitto di
diffamazione è necessario che i fatti
diffusi siano veri, che sussista un interesse
pubblico alla loro divulgazione, che sia
rispettato infine il limite della c.d. continenza
o correttezza formale, nel senso che anche
un linguaggio aspro e colorito, con toni
oggettivamente pesanti, può essere adeguato alla competizione politica. (Trib. Perugia,
25.01.1993, Granocchia)
on può reputarsi sussistente il delitto
di diffamazione a mezzo della stampa, quando il commento e l’interpretazione offerti dal giornalista evidenzino una
connessione, non speciosa né pretestuosa,
tra il fatto censurabile ed il commento, cosicché questo può contenere anche apprezzamenti e congetture, ma senza che sia travalicato l’ambito ragionevole di riferibilità al fatto
reale, operando a tutto concedere in questa
prospettiva la scriminante dell’esercizio putativo del diritto di critica (nel caso di specie, è
stata ritenuta insuscettibile di integrare la
fattispecie criminosa della diffamazione l’affermazione contenuta in un articolo, secondo cui il condannato per un singolo reato di
estorsione, era in effetti abitualmente dedito
ad attività del medesimo genere, sussistendo fondati sospetti in tal senso). (App. Roma,
16.02.1993, Radice)
l diritto costituzionalmente garantito di
critica politica prevale sul diritto del
querelante alla reputazione, quando
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quest’ultimo sia un uomo politico pubblico e
le espressioni usate non sconfinino nella
contumelia; il criterio di valutazione, in simili
circostanze, deve essere diverso; l’attacco
all’uomo politico, infatti, da parte di un giornale politicamente impegnato, può essere
portato con argomenti e con termini che
potrebbero essere ritenuti lesivi della reputazione di un comune cittadino, tanto più che
nella lotta politica, specie in concomitanza
delle competizioni elettorali, si è determinata
una certa desensibilizzazione del significato
offensivo di talune parole. (Cass.,
02.10.1992, Valentini)
a legittimità dell’esercizio del diritto di
critica politica, garantito dalla costituzione, trova un primo limite nella
necessità che la critica non trasmodi in un
attacco alla sfera privata della persona,
dovendo sussistere un interesse pubblico
alla conoscenza dei fatti. L’obbligo di rispettare la verità obiettiva dei fatti nell’esercizio
del diritto di critica politica è meno rigoroso
che nell’esercizio del diritto di cronaca. (Trib.
Pescara, 15.02.1991, Ciarma)
on difetta del requisito della continenza, e pertanto non è lesiva della reputazione, la critica artistica che,
benché aspra, è omogenea per tono e
contenuto al dibattito in corso attorno allo
stesso tema (nella fattispecie: politica culturale di un’amministrazione comunale). (Trib.
Milano, 25.01.1988, Mari c. Politi)
l diritto di critica politica, garantito dall’art.
21 cost., può essere esercitato entro e
non oltre i limiti della necessità dell’affermazione e della diffusione delle idee politiche professati, ed è anche condizionato
dall’obbligo di rispettare la verità obiettiva
delle affermazioni che si immedesimano in
fatti determinati, perché, se si trascende da
tali limiti e non si rispetta la verità obiettiva e
la competizione politica diventa un’occasione per aggredire la reputazione altrui (bene
garantito anche esso dall’art. 2 Cost.), non si
può configurare l’esercizio del diritto di critica e le attribuzioni ad altri anche se avversari politici, di fatti e comportamenti che
comportino un giudizio di disistima costituisce diffamazione. (Cass., 12.02.1987,
Pippucci)
llorché il giornalista, in sede di critica
relativa ad avvenimenti di interesse
politico e sociale, obbedisca al poteredovere di informazione sulle più importanti
emergenze della vita individuale e sociale,
osservando un linguaggio corretto e rispettoso della sfera privata della persona, non
offende l’onore, il decoro e la reputazione
della stessa, che sono beni giuridici personali, non vulnerati quando le espressioni adoperate investono la scelta politica del destinatario degli stessi (nella specie, un redattore e il
direttore responsabile dell’Unità erano stati
assolti dal delitto di diffamazione a mezzo
stampa e dall’omesso esercizio di controllo
sullo stesso, in danno di esponenti del partito
radicale che li avevano denunciati per avere
pubblicato in prima pagina un articolo dal titolo “infame ricatto: pubblicate tutto entro
quarantotto ore o uccideremo D’Urso”, il cui
contenuto era ritenuto dai querelanti diffamatorio). L’esercizio di pubblica critica e di
censura politica, costituendo un diritto che
trova risalto come insostituibile garanzia di
civiltà e di progresso sociale nei principi di
libertà affermati dalla Costituzione e che può
esplicarsi in relazione alle più disparate attività interessanti in largo senso lo svolgimento
della vita politica e sociale, non varca i confini
della liceità, anche se la critica e la censura
siano espresse in modo e in termini corrispondenti agli estremi di una fattispecie
penale (in particolare delitti contro l’onore),
purché il comportamento risulti penalmente
giustificato entro i limiti del diritto stesso,
vertendosi, in tal caso, nella causa di giustificazione dell’esercizio di un diritto e cioè nel
rispetto della verità e nell’interesse pubblico.
(Cass., 12.12.1986, Mennella)
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on costituisce diffamazione col mezzo della stampa definire, in un articolo di un giornale quotidiano, “anarchico” l’esponente di un partito, in quanto tale
termine, sia pure in forma icastica e sintetica, designa una tensione ideale che, secondo il costume politico, può ben formare
oggetto di critica giornalistica. (Trib. Trento,
09.05.1986, Trentini)
on possono ritenersi lesive della
reputazione, ma appartengono alla
sfera della polemica politica lecita,
espressioni come “fatto incredibile e di eccezionale gravità”, “aver scomodato gli archivi
comunali in una vicenda in cui sarebbe
bastato un minimo di buon senso per evitare” l’accaduto, riferite a persona avente veste
di sindaco di un comune, né può essere
considerato diffamatorio nei suoi confronti
l’avere ricordato che egli “sarebbe stato più
volte definito in consiglio comunale un autentico stalinista”, appartenente ad una parte
dedita alla “obbedienza cieca, pronta e assoluta”. (Trib. Parma, 30.10.1985, Molossi)
ostituisce esercizio del diritto di critica
e di cronaca giornalistica, e pertanto
esula dall’ipotesi di diffamazione col
mezzo della stampa, riferire delle iniziative di
un partito politico volte a favorire il rilascio di
un ostaggio, mediante alcune concessioni
agli autori del sequestro, ed avanzare, nel
contesto del resoconto giornalistico, critiche,
anche in termini oggettivamente pesanti, nei
confronti di alcuni rappresentanti di rilievo
dello stesso partito (nella specie: si è ritenuto scriminato ex art. 51 c.p. un articolo apparso sul quotidiano l’Unità durante le trattative
per la liberazione del giudice D’Urso, rapito
dalle brigate rosse, e nel quale i dirigenti del
partito radicale Aglietta, Pannella e Rutelli
venivano definiti “amici”, “fiancheggiatori”,
“interpreti autorizzati” e “servitori” dei terroristi, in quanto dichiaratamente propensi a
cedere al ricatto dei rapitori, che pretendevano la diffusione da parte dei “mass media” di
un loro comunicato, quale condizione per il
rilascio del magistrato).
(Trib. Roma, 23.02.1985, Mennella)
n tema di diffamazione a mezzo stampa,
la legittimità dell’esercizio del diritto di
critica politica va desunto da quello di
libera espressione della propria opinione
nonché di informazione pluralistica; il limite è
costituito dalla necessità che la critica politica non trasmodi in attacco alla sfera privata
della persona, e che sussista un pubblico
interesse alla conoscenza dei fatti.
Non sussiste il delitto di diffamazione a
mezzo stampa, qualora l’agente eserciti il
diritto di cronaca e di critica politica, anche
se espresso con vis polemica, purché
manchi il suo personale giudizio di certezza
in merito alla veridicità dei fatti riferiti e sussista l’interesse pubblico alla conoscenza dei
fatti (nella specie: trattavasi di un ciclostilato
affisso nella bacheca della sede di un partito
politico di Arezzo; nel volantino erano state
riportate frasi lette dal capogruppo dello
stesso partito alla seduta del consiglio comunale unitamente ad ampi stralci della ordinanza di rinvio a giudizio degli imputati della
strage del treno Italicus; in detto ciclostilato
si affermava che il querelante “sarebbe stato
il finanziatore e lo sponsorizzatore dei neofascisti aretini” e che un volantino di rivendicazione di un attentato “sarebbe stato scritto
sotto sua dettatura”). (Cass., 27.06.1984,
Nenci)
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figura manzoniana di Don Abbondio, avendo
un significato offensivo, lesivo della considerazione che un giudice deve avere nell’ambiente professionale e nel corpo sociale, che
va oltre il diritto di critica, particolarmente
esercitabile nell’ambito giudiziario con la
manifestazione di fisiologico dissenso rispetto a determinazioni discrezionali dei magistrati, senza degenerare nel mero insulto di
cui possa cogliersi solo l’aspetto dispregiativo; è peraltro configurabile l’applicabilità delle
attenuanti dei motivi di particolare valore
sociale o morale nel caso in cui l’espressione anzidetta sia stata dettata da ribellione
morale di fronte alle disfunzioni giudiziarie ed
alla volontà di fornire un contributo alla lotta
alla criminalità organizzata attraverso la
sensibilizzazione dell’opinione pubblica e
degli stessi organi giudiziari competenti.
(Trib. Milano, 24.11.1995, Cavallaro)
on trova applicazione la scriminante
dell’esercizio del diritto di critica nel
caso in cui oggetto della pubblicazione siano fatti non veritieri; inoltre, l’attribuzione di qualità narcisistiche ed esibizionistiche
ad un magistrato, lungi dal rappresentare
legittimo esercizio del diritto di critica, costituisce violazione delle più elementari regole
di correttezza professionale posto che, inserita nell’economia complessiva dell’articolo,
diventa lo strumento utilizzato per una lettura
in chiave negativa anche dal punto di vista
morale e non solo professionale della personalità del magistrato descritto (nella specie, il
tribunale ha ritenuto che l’inserimento del
solo nome di Felice Casson all’interno di un
articolo impostato fin dalla sua apertura con
un taglio gravemente denigratorio nei
confronti dell’attività della magistratura in
genere, induce maliziosamente ad un immediato collegamento tra la persona del giudice
Casson e le notizie negative riportate nel
testo, e che le espressioni utilizzate dall’articolista non potessero essere valutate come
esercizio di una critica corretta e civile). (Trib.
Monza, 25.03.1994, Montanelli)
l diritto di critica può investire anche chi,
come il magistrato, eserciti pubbliche
funzioni, essendo un interesse collettivo
il corretto svolgimento dell’attività giudiziaria.
Quanto più l’attività criticata è socialmente
rilevante, tanto più aspra può essere la
denuncia o la censura. Non si cade nell’illecito se il giudizio si presenta come necessaria
conclusione di una rigorosa analisi di fatti
veri. Deve quindi ritenersi lecito il diritto di
critica, anche in termini aspri e polemici,
delle decisioni giudiziarie, essendo l’operato
dei giudici sottoposto anche al controllo
dell’opinione pubblica ed essendo interesse
della collettività che l’attività giudiziaria venga
esercitata in modo corretto e puntuale.
Contestualmente deve essere tuttavia sottolineato che tale diritto non può risolversi in
incivile denigrazione diffamatoria dovendosi
tutelare l’integrità morale del magistrato,
come quella di ogni altro homo publicus,
nella sua intangibile sfera di onorabilità. (Trib.
Lecce, 27.06.1988, Morea)
ostituisce diffamazione col mezzo
della stampa il riferire su un settimanale dello sfogo di un avvocato, in
attesa che sia pronunciata sentenza penale
nei confronti del suo assistito, riportando
anche espressioni pesantemente critiche
sulla persona e sul comportamento processuale di alcuni magistrati (nella specie, sono
state ritenute diffamatorie le parole “fesso” e
“coglioneria” che l’avvocato Dall’Ora, difensore di Enzo Tortora, aveva adoperato in
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Sulla
critica
giudiziaria
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on può giustificarsi né con il diritto di
critica né con quello di cronaca l’affermazione, oggettivamente diffamatoria, contenuta in uno scritto giornalistico,
secondo cui taluni magistrati, nominativamente indicati, avrebbero costituito quella
che, nella città in cui essi prestavano servizio, sarebbe stata definita “la triade dell’immobilismo”, in contrapposizione all’asserito
impegno innovativo e moralizzatore di altri
colleghi sopraggiunti, quando detta affermazione, per un verso (con riguardo al diritto di
critica), non risulti accompagnata da un pur
minimo ed implicito contributo di pensiero
suscettibile di essere promosso al rango di
giudizio critico; per altro verso (con riguardo
al diritto di cronaca), nel riportare come fatto
un giudizio altrui, ometta tuttavia di collocarlo in un ben preciso contesto valutativo e
descrittivo, indicando la plausibilità e l’occasione del suddetto giudizio, come pure le
ragioni e la credibilità di coloro che lo hanno
espresso, sì da rendere chiaro che il giornalista abbia svolto soltanto la funzione del
terzo osservatore per conto del pubblico dei
lettori. (Cass., 17.11.1999, Giustolisi)
on costituisce reato di diffamazione la
critica ad un magistrato per l’esternazione, in dibattiti, interviste giornalistiche e televisive, di opinioni su argomenti legislativi, economici, sociali, politici, religiosi e di
politica giudiziaria, rivolta da parte di chi lo
ritenga, a torto o a ragione, destinatario del
onus publicus di doverosa riservatezza;
esternando il proprio pensiero extra moenia,
infatti, il magistrato finisce, in ultima analisi,
per fare politica, pur nel senso etimologico di
attività intellettuale, funzionale alla buona
gestione della polis e si espone al rischio di
giudizi di valore ed apprezzamenti positivi o
negativi, cioè, in altri termini, di critiche politiche le quali, per principio, sono legittime, se
contenute nel linguaggio e non pretestuosamente sostenute dalla finalità politica per
realizzare, in effetti, solo una volgare denigrazione. Le critiche rivolte ad un magistrato, cui
si addebiti un atteggiamento di parzialità e di
“reggenza o supplenza politica”, nonché una
concezione del procedimento penale come
strumento di difesa sociale possono avere
una diversa valenza a seconda che siano
rivolte al PM, che è parte, sia pure pubblica,
nel processo, o al giudice che, nell’esercizio
della giurisdizione, deve essere necessariamente terzo, senza che, peraltro, la diversità
dei ruoli possa mai giustificare l’accusa di
asservimento della funzione giudiziaria ad
interessi partitici (nella specie, in applicazione di detti principi, la suprema corte ha escluso il carattere diffamatorio dell’espressione
“difficilmente magistrati come Casson, Caselli, Cordova potranno fare politica e “giustizia”
dai teleschermi”, contenuta in uno scritto illustrativo delle prospettive che, ad avviso
dell’autore, si sarebbero aperte successivamente all’esito delle elezioni politiche del
1994; espressione che la suprema corte ha
ritenuto essere stata arbitrariamente intesa
dai giudici di merito nel senso che ai nominati magistrati sarebbe stata rivolta l’accusa di
“approfittare dell’ufficio ricoperto per perseguire fini estranei e incompatibili e piegare
l’attività giudiziaria a fini politici e di parte,
avvalendosi della televisione pubblica quale
strumento improprio per fare politica al riparo
della toga”). (Cass., 24.09.1998, Buffa)
n tema di diffamazione a mezzo stampa,
avente ad oggetto attività giudiziaria,
l’esimente del diritto di critica giornalisti-
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ca va riconosciuta o esclusa - nel presupposto che si sia comunque in presenza di un
reato (quello, appunto di diffamazione) da
riguardarsi come perfetto nella sua struttura
oggettiva e soggettiva - a seconda che,
rispettivamente, i termini usati, pur se eccessivi e sovrabbondanti in rapporto al concetto
da esprimere, siano diretti a censurare l’atto
sotto profili di legittimità, di merito o anche di
mera opportunità, ovvero puntino ad aggredire direttamente al magistrato autore dell’atto, nella sua integrità morale, personale o
professionale, dovendosi inoltre considerare
che quando la critica consista nell’attribuzione di comportamenti asseritamente caratterizzati da parzialità, eccessiva discrezionalità
o arbitrio, tale attribuzione ha una diversa
valenza a seconda che essa riguardi un
giudice (il quale, nell’esercizio della giurisdizione, deve essere necessariamente terzo
ed ispirare il suo operato a rigorosi criteri di
obiettività e serenità), o riguardi invece un
magistrato del PM, il quale è istituzionalmente portatore dell’interesse a veder confermata, in sede giurisdizionale, con uso largamente discrezionale degli strumenti offertigli
dall’ordinamento, la propria impostazione
accusatoria (nella specie, in applicazione di
tali principi, la suprema corte ha cassato
senza rinvio, ritenendo sussistente la scriminante del diritto di critica giornalistica, la
sentenza che aveva invece escluso detta
scriminante nel caso di un giornalista che, in
un articolo dal titolo “giustizia senza furori”,
aveva tra l’altro scritto, con riferimento all’impugnativa proposta dal PM avverso un provvedimento di diniego di misure cautelari, se
era possibile che, a fronte di ciò, si potesse
non “prendere atto che ormai molti diritti
fondamentali in questo paese sono diventati
un optional affidato ai capricci di chiunque”).
(Cass., 04.12.1998, Soluri)
n tema di diffamazione (nella specie in
danno del procuratore della repubblica
presso il tribunale di Palermo, dott.
Caselli), è corretto ritenere l’offensività, per
un uomo prima che per un magistrato, di
frasi che attribuiscono fatti specifici che
sottendono mancanza di personalità, di
dignità, di autonomia di pensiero, di coerenza e di onestà morale, nonché comportamenti che indicano in modo esplicito deviazioni dai propri doveri d’ufficio; né il fatto può
trovare giustificazione nell’esercizio del diritto di critica, quando risulti assente il pur minimo ed implicito contributo di pensiero
suscettibile di essere promosso al rango di
giudizio critico e di tentativo di ironia. (Cass.,
09.10.1998, Montanelli)
a valenza diffamatoria di una espressione ha carattere relativo, essendo
l’onore e la reputazione stessi valori
relativi, influenzabili dall’appartenenza del
soggetto passivo ad un determinato gruppo
sociale, culturale o professionale; un attentato alla sfera della reputazione soggettiva,
effettuato con uno scritto giornalistico, per
essere scriminato dalla ricorrenza del diritto
di cronaca o critica deve presentare i caratteri dell’interesse sociale alla conoscenza
della notizia, della verità dei fatti e della continenza formale in sede espositiva, intesa alla
stregua di correttezza del linguaggio; travalica i limiti della continenza formale, con la
conseguente inapplicabilità della scriminante
in oggetto, l’attribuzione, in un articolo giornalistico, della patente di pavidità alla persona di un magistrato impegnato in processi di
lotta alla mafia, tramite l’accostamento alla
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relazione al sostituto procuratore della
repubblica ed al giudice istruttore nel
processo contro la c. d. Nuova camorra
organizzata di Napoli). (Trib. Roma,
03.10.1986, Calderoni)
on è consentita la divulgazione di fatti
che nella loro materialità oggettiva
rivestono gli estremi della diffamazione, salvo che ragioni di pubblico interesse
richiedano che anche tali fatti siano conosciuti, come avviene per tutti quegli avvenimenti interessanti la vita collettiva e le
persone che ne sono protagoniste, la conoscenza dei quali è essenziale alla formazione della pubblica opinione, in modo che
ognuno possa fare le proprie scelte nel
campo religioso, politico, della scienza e
della cultura; in tali casi prevale l’interesse
pubblico all’informazione e si legittima, a
termini dell’art. 51 c.p., la divulgazione
anche di fatti oggettivamente diffamatori,
purché siano veri, o almeno seriamente
accertati, e la divulgazione rispetti il limite
della continenza, cioè avvenga in termini di
adeguatezza e usi forme espressive corrette, anche senza evitare coloriture e toni
aspri rientranti nel costume e termini oggettivamente offensivi che non hanno equivalenti, purché non siano sovrabbondanti ai fini
del concetto da esprimere; rientrando la
puntuale e corretta applicazione della attività giudiziaria nell’interesse della collettività, niente di ciò che il magistrato fa o dice
anche in sede privata può dirsi indifferente
alla pubblica opinione, quando le cose dette
o fatte siano idonee a valere come indici di
valutazione rispetto all’esercizio delle funzioni. (Cass., 23.04.1986, Emiliani)
remesso che il diritto di cronaca e di
critica giudiziaria, pur potendo esplicarsi in forme aspre e polemiche, rimane vincolato all’obbligo della correttezza dei
termini da usare, risponde del reato di diffamazione a mezzo stampa il giornalista che
in un articolo usi espressioni cariche di significato offensivo, oltre che critico, lesive della
considerazione di cui gode un magistrato nel
suo ambiente professionale e, più in generale, nel corpo sociale (nella specie, sono stati
ritenuti responsabili del reato di diffamazione
il direttore dell’Avanti, altri giornalisti ed alcuni deputati socialisti, per avere offeso la reputazione del pubblico ministero nel processo
“Barbone-Tobagi”, qualificandone il comportamento in termini di immoralità, parzialità,
intimidazione, collusione con la difesa e simili). (Trib. Roma, 22.11.1985, Intini)
n tema di diffamazione a mezzo stampa,
l’integrità morale della personalità di un
magistrato, come di ogni altro homo
publicus, va tutelata nella sua intangibile
sfera di onorabilità; è pur vero infatti che la
critica e la cronaca possono essere tanto più
larghe e penetranti, quanto più alta è la posizione pubblica della persona, e che rientra
nell’interesse della collettività nazionale la
corretta e puntuale esplicazione dell’attività
giudiziaria ma è altrettanto incontestabile
che nei confronti di un giudice, sono del pari
operanti i limiti del potere-dovere conferito al
giornalista di ragguagliare il lettore sulle più
notevoli ed importanti emergenze della vita
individuale ed associata; tali limiti vanno individuati nella verità della notizia pubblicata,
nel pubblico interesse alla conoscenza dei
fatti, nella correttezza del linguaggio. (Cass.,
23.01.1984, Franchini)
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Sabrina Peron,
avvocato in Milano
Ordine/Tabloid
ORDINE - TABLOID periodico ufficiale del Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia
Mensile / Spedizione in a. p. (45%) - Comma 20 (lettera B) art. 2 legge n. 662/96 Filiale di Milano - Anno XXXII - Numero 10, dicembre 2001
Direttore responsabile
Condirettore
FRANCO ABRUZZO
BRUNO AMBROSI
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Chiuso in redazione il 20 novembre 2001
11
PROFESSIONE E PREVIDENZA
La libertà di cumulo
Una grande questione
che riguarda la tutela
della dignità di ogni
giornalista in pensione
Premessa.
Attribuzioni dei consigli
dell’Ordine dei giornalisti
e diritto di “esternazione”
del presidente del Consiglio
dell’Ordine dei giornalisti
1
Il giornalista professionista Gabriele Cescutti, presidente
dell’Inpgi, in data 9 ottobre 2001 ha indirizzato due lettere.
La prima (prot. 024571) ai signori ministri in indirizzo e al
sottosegretario di Stato al ministero del Lavoro e la seconda
(prot. 326) ai giornalisti presenti nel Consiglio e nel Collegio
dei revisori dei conti dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Le due lettere sono le facce di una unico attacco volto a
limitare i diritti costituzionali del presidente dell’Ordine dei
giornalisti della Lombardia. Come cittadino della Repubblica
italiana e della Ue, Franco Abruzzo ha sia il diritto di manifestare liberamente il suo pensiero e sia il diritto di critica (artt.
21 della Costituzione italiana; 10 della Convenzione europea
dei Diritti dell’Uomo e 2 della legge professionale n. 69/1963).
L’articolo 2 della legge professionale n. 69/1963 aggiunge:
“È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge
dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati
sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”. Il
presidente di un Ordine professionale può inoltre rilasciare
pareri sulle questioni collegate all’esercizio della professione.
L’articolo 11 della legge professionale n. 69/1963 configura le
attribuzioni dei Consigli dell’Ordine dei giornalisti. Ogni
Consiglio dell’Ordine:
a) cura l’osservanza della legge professionale e di tutte le
altre disposizioni in materia;
b) vigila per la tutela del titolo di giornalista, in qualunque
sede, anche giudiziaria, e svolge ogni attività diretta alla
repressione dell’esercizio abusivo della professione;
c) cura la tenuta dell’Albo, e provvede alle iscrizioni e cancellazioni;
d) adotta i provvedimenti disciplinari (al riguardo va osservato che, con la sentenza n. 505/1995, la Corte costituzionale ha dato uno status di giudice amministrativo disciplinate ai Consigli degli Ordini).
“Giornalisti e editori sono tenuti a promuovere la cooperazione fra giornalisti e editori” (articolo 2, terzo comma, della
legga n. 69/1963). Gli editori, organizzati nella Fieg, nel
“sistema Inpgi” sono parte sociale (al pari della Fnsi), non
nemici di classe (come lascia intendere il presidente
dell’Inpgi)
L’ordinamento giuridico, quindi, attribuisce ai presidenti degli
Ordini un ruolo di propulsione, di coordinamento, di iniziativa,
di istruttoria, di sintesi della linea dell’intero Consiglio sulle
varie questioni professionali, di applicazione delle leggi che
si riferiscono alla professione e, più in generale, di “esternazione” sui problemi della professione e sulla tutela degli iscritti negli elenchi dell’Albo. Se il Consiglio, come afferma l’articolo 11, “cura l’osservanza della legge professionale e di
tutte le altre disposizioni in materia”, appare evidente che,
nell’ambito dei suoi poteri di legale rappresentante dell’ente
(art. 10 della legge n. 69/1963), il presidente possa esprimere (su carta intestata !!!) pareri personali “sulla legge professionale e su tutte le altre disposizioni in materia”. Tra le “altre
disposizioni in materia” rientrano anche le norme, che riguardano l’Inpgi, il quale, come “cassa previdenziale”, esiste in
quanto espressione di una professione, quella giornalistica,
regolamentata con legge e organizzata con l’Albo e l’Ordine
(art. 2229 Cc).
12
2
Il potere dell’Ordine
di agire in giudizio
Contrariamente a quello che pensa il signor Cescutti, “ l’ente
pubblico esponenziale del gruppo di professionisti ad esso
obbligatoriamente associati gode di una posizione giuridica
soggettiva direttamente tutelabile dinanzi al giudice, che gli
consente di agire per rimuovere una situazione vietata
perché considerata pregiudizievole per la categoria professionale e per l’interesse pubblico al legale esercizio della
professione, alla cui tutela l’Ordine è preposto” (Cass. civ.,
sez. I, 22 marzo 1993 n. 3361 in Giur. It., 1994, I,1, 1226). Ha
scritto, inoltre, la Cassazione in questa stessa sentenza:
“....Non è, invece, necessaria una espressa previsione
normativa che legittimi l’Ordine professionale ad agire in
giudizio per la tutela degli interessi (non solo corporativi ma
anche pubblici) che affida alla sua cura, dovendosi ritenere
coessenziale alle attribuzioni innanzi indicate il conferimento
dei poteri necessari per il concreto espletamento dei compiti
e per la realizzazione dei fini istituzionali dell’ente, tra cui il
potere-dovere di invocare l’intervento del giudice per far
cessare situazioni illegittime o comportamenti illeciti di terzi,
che ledano i suddetti interessi e che l’Ordine non potrebbe
rimuovere mediante l’emanazione di propri provvedimenti.
Se così non fosse, risulterebbe vanificata la funzione e l’esistenza stessa degli Ordini professionali e si renderebbe in
non pochi casi impossibile il ripristino della legalità nell’esercizio di professioni che il legislatore ha ritenuto meritevoli di
particolare protezione, dettandone gli ordinamenti”.
3
I poteri di intervento
del presidente del Consiglio
di un Ordine professionale
fissati dall’articolo 9
della legge n. 241/1990
(a tutela di interessi pubblici)
e dall’articolo 331 del Cpp
(in presenza di notizie di reato)
Il presidente del Consiglio di un Ordine professionale
(pubblico ufficiale e autorità amministrativa), quando, nell’esercizio o a causa delle sue funzioni, ha notizia di un reato
perseguibile di ufficio, “deve farne denuncia per iscritto…
senza ritardo al Pubblico Ministero o a un ufficiale di polizia
giudiziaria”.
L’articolo 331 del Cpp pone un obbligo preciso e inderogabile
in capo al presidente del Consiglio di un Ordine professionale. Così Franco Abruzzo, avendo ricevuto in data 18 febbraio
2001 una segnalazione da parte di un iscritto nell’Albo (Mauro
Castelli, giornalista neopensionato, ndr), ha dovuto denunciare alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma
l’anomalo comportamento dell’Inpgi in tema di libertà di
cumulo (articolo 72 della legge 388/2000 in relazione all’articolo 76 della stessa legge): al giornalista professionista Mauro
Castelli, l’Inpgi aveva chiesto il rispetto dei vincoli della Finanziaria 1997 (legge n. 662/1996) e nello stesso tempo aveva
negato i benefici della Finanziaria 2001 (legge n. 388/2000) in
fatto di cumulo!
Successivamente, dopo le denunce pubbliche di Abruzzo,
nelle lettere spedite dall’Inpgi ai neopensionati è scomparso
ogni riferimento alla legge 662/1996!!! Il perché è evidente:
non si può invocare l’applicabilità di una certa legge finanzia-
MILANO, 22 ottobre 2001.
Nuova memoria di Franco
Abruzzo ai ministri dell’Economia, del Lavoro e della
Giustizia su una serie di
argomenti di grande rilievo:
a. attribuzioni dei Consigli
dell’Ordine dei Giornalisti e
ruolo del presidente dei
Consigli stessi;
b. età pensionabile ed Inpgi;
c. gestione separata dell’Inpgi e cessione dei diritti
d’autore;
d. collaborazioni giornalistiche occasionali e iscrizione
degli articolisti nella gestione separata dell’Inpgi. In
conclusione il presidente
dell’Ordine di Milano avanza
la richiesta ai tre ministri:
a. di vigilare sulla correttezza di quei processi decisionali del vertici dell’Inpgi, che
appaiono in contrasto con gli
articoli 3 e 4 della Costituzione, con l’articolo 1 (secondo
comma)
della
legge
502/1992 (e con gli articoli
33 del Cnlg Fnsi-Fieg e 4 del
Regolamento Inpgi), con
l’articolo 2 (comma 26) della
legge n. 335/1996, con gli
articoli 3 e 110 della legge
633/1941, con gli articoli 49
(comma 2, lettera b) e 50
(comma
8)
del
Dpr
917/1986, con l’articolo 25
del Dpr n. 600/1973, con il
Modello unico (quadro E,
Sezione II, rigo 27), con gli
articoli 72 e 76 della legge n.
388/2000;
b. di annullare in autotutela
circolari e pareri ministeriali,
riguardanti l’Inpgi, contrastanti con i principi generali
dell’ordinamento (elencati
nel punto a.) in tema di
cumulo, cessione dei diritti
d’autore e collaborazioni
giornalistiche occasionali.
Questo il testo della memoria.
ria e negare, poi, incoerentemente, l’applicabilità di una legge
finanziaria successiva!
Nel 1991/1992 è toccato al presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia il compito (solitario) di segnalare alla
Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano e alla
Procura della Repubblica presso la Corte dei Conti della
Lombardia l’acquisto da parte dell’Inpgi di 104 appartamenti (siti in via Missaglia a Milano) dalla Premafin (Gruppo
Ligresti).
Secondo una perizia, quegli appartamenti sarebbero costati
15 miliardi e 520 milioni in più del prezzo di mercato. È attesa dal 12 febbraio 2001 la sentenza della Corte dei Conti del
Lazio sull’affaire. Grave è lo sfondo in cui l’acquisto dei 104
appartamenti si colloca.
Il Gip di Milano (a conclusione dell’inchiesta penale) ha scritto che è “verosimile che nella compravendita Inpgi-Premafin
non ci si sia discostati dalle consuetudini di pagare “tangenti”, consuetudine emergente in differenti procedimenti penali
riguardanti altre compravendite della società venditrice e
ribadite in questo procedimento da Luciano Betti, amministratore delegato della Premafin (con riferimento alle somme
di denaro versato all’on. Balzamo in relazione ad altre cessioni di immobili)....”.
L’articolo 6 della legge 241/1990 conferisce altri poteri al
presidente del Consiglio di un Ordine professionale come
responsabile dei procedimenti:
a) valuta, ai fini istruttori, le condizioni di ammissibilità, i
requisiti di legittimazione ed i presupposti che siano rilevanti
per l’emanazione di provvedimento;
b) accerta di ufficio i fatti, disponendo il compimento degli
atti all’uopo necessari, e adotta ogni misura per l’adeguato
e sollecito svolgimento dell’istruttoria. In particolare, può
chiedere il rilascio di dichiarazioni e la rettifica di dichiarazioni o istanze erronee o incomplete e può esperire accertamenti tecnici ed ispezioni ed ordinare esibizioni documentali;
c) propone l’indizione o, avendone la competenza, indice le
conferenze di servizi di cui all’articolo 14;
d) cura le comunicazioni, le pubblicazioni e le modificazioni
previste dalle leggi e dai regolamenti;
e) adotta, ove ne abbia la competenza, il provvedimento
finale, ovvero trasmette gli atti all’organo competente
per l’adozione.
L’articolo 9 della stessa legge n. 241/1990 amplia la sfera di
azione del presidente di un ente pubblico: “Qualunque
soggetto, portatore di interessi pubblici o privati, nonché i
portatori di interessi diffusi costituiti in associazioni o comitati, cui possa derivare un pregiudizio dal provvedimento,
hanno facoltà di intervenire nel procedimento”.
Il presidente di un Consiglio dell’Ordine, quindi, nella sua
veste di autorità amministrativa, può svolgere accertamenti anche su vicende che riguardano le ricadute dell’attività amministrativa dell’Inpgi (attuata tramite delibere e
circolari) sugli iscritti negli elenchi dell’Albo e “trasmettere gli atti all’organo competente per l’adozione del provvedimento finale”. In molti casi gli organi competenti sono
i ministeri, che vigilano sull’Inpgi (con la Corte dei Conti).
In altri casi sono la Procura della Repubblica presso il
Tribunale di Roma e/o la Procura della Repubblica presso la Corte dei Conti del Lazio o della Lombardia. Lo stesso discorso vale per gli interventi del presidente dell’Ordine
regionale in relazione agli atti (pareri e circolari) di una amministrazione pubblica (ministeri del Tesoro e del Lavoro, ndr).
La legge 241/1990 non si limita soltanto a sancire il diritto di
accesso agli atti delle pubbliche amministrazioni (e delle
Fondazioni, come l’Inpgi, che perseguono finalità pubbliche),
ma attua il principio della partecipazione dei soggetti, portatori di interessi privati e pubblici, ai procedimenti amministrativi, riconoscendo un diritto di intervento in tutti i casi in cui
possa derivare un pregiudizio dai provvedimenti amministrativi.
Oggi il presidente dei Consigli dell’Ordine è anche l’interlocutore del presidente della Giunta e del Consiglio
della rispettiva Regione sul tema delle professioni
dopo la riforma della parte V della Costituzione e in
particolare dell’articolo 117.
TABLOID
10
2001
1 Premessa. Attribuzioni dei Consigli dell’Ordine dei giornalisti e diritto di “esternazione” dei presidenti dei Consigli
dell’Ordine dei giornalisti.
2 Il potere dell’Ordine di agire in giudizio.
3 I poteri di intervento del presidente del Consiglio di un Ordine professionale fissati dall’articolo 9 della legge n.
241/1990 (a tutela di interessi pubblici) e dall’articolo 331 del Cpp (in presenza di notizie di reato).
4 Il “caso Biagi” e l’età pensionabile. Il limite invalicabile dei 65 anni.
5 Il diritto d’autore e la gestione separata dell’Inpgi.
6 I pareri del ministero delle Finanze e della Direzione delle Entrate per la Lombardia in tema di applicazione della
cessione dei diritti d’autore.
7 Risposte sbagliate del ministero del Lavoro sul diritto di chi si avvale della cessione dei diritti d’autore.
8 Il cumulo e due ordinanze (18 aprile e 15 ottobre 2001) di un giudice fallimentare e di un Gip del Tribunale di Roma.
9 Una forzatura contro la delega ai danni dei “dipendenti”.
10 Una circolare sbagliata contro gli “occasionali”.
11 I controllori che controllano se stessi.
12 Conclusioni. Richiesta di annullamento in autotutela di circolari e pareri illegittimi (e riguardanti l’Inpgi) espressi da
parte dei ministeri dell’Economia e del Lavoro in tema di cumulo, cessioni dei diritti d’autore e collaborazioni giornalistiche occasionali.
4
Il “caso Biagi”
e l’età pensionabile.
Il limite invalicabile
dei 65 anni
Enzo Biagi, con lettera/fax 25 settembre 2001, ha chiesto
correttamente al presidente dell’Ordine della Lombardia di
rispondere all’Inpgi per suo conto sul merito della lettera
14.9.2001 a lui indirizzata dal Capo servizio riscossione
contributi e vigilanza Antonio Marzioli. Biagi, com’è noto,
conduce dal 1997 la trasmissione tv “Il Fatto”. Secondo l’Inpgi, tra Biagi e la Rai “sussiste e intercorre un rapporto di lavoro subordinato”. Il contratto, che lega Biagi alla Rai, prevede,
invece, singole prestazioni giornalistiche dello stesso retribuite con la cessione dei diritti d’autore. Biagi presta la sua
opera professionale “per l’ideazione dei programmi e per la
stesura dei testi aventi caratteri creativi” ed è titolare di
contratti per singoli programmi. La Rai ritiene che l’attività di
conduttore e intervistatore rientri nel campo delle “opere
dell’ingegno” compresi “nei generi Siae”. L’Inpgi ritiene in
sostanza che il giornalista Enzo Biagi, classe di ferro 1920,
non sia un libero professionista nell’ambito della sua collaborazione con la Rai.
La posizione della Rai è corretta, perché Enzo Biagi non può
essere dipendente. L’articolo 1 (comma 2) della legge n.
503/1992 fissa l’età per il pensionamento di vecchiaia al
compimento del 65° anno. Lo stesso principio è affermato
dall’articolo 4 del Regolamento dell’Inpgi e dall’articolo 33 del
Contratto nazionale di lavoro giornalistico Fnsi-Fieg. Biagi,
inoltre, per ragioni anagrafiche, non è tenuto a iscriversi alla
gestione separata dell’Inpgi e gode della libertà di cumulo in
quanto ha maturato la pensione prima del 31 dicembre 1995.
A questo punto rimane incomprensibile l’atteggiamento
dell’Istituto nei confronti di un grande giornalista, che
onora la professione e l’Ordine al quale appartiene.Il
Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia in più
riprese ha denunciato alla Procura della Repubblica presso il
Tribunale di Milano, all’Ispettorato provinciale del Lavoro e al
Servizio ispettivo dell’Inpgi la violazione da parte della Rai
delle norme contrattuali, previdenziali e fiscali in relazione
all’attività di “redazioni” di diversi programmi (tra i quali quelli
di Enzo Biagi) che operano nell’assoluto disprezzo delle
norme contrattuali, previdenziali e fiscali. Va detto che Enzo
Bigi ha rilasciato correttamente dichiarazioni-testimonianze
su alcuni collaboratori dei suoi programmi. Tali dichiarazionitestimoninaze sono alla base di diverse delibere di iscrizione
d’ufficio al Registro dei praticanti.
La lettera dell’Inpgi a Enzo Biagi è la spia di una situazione
che vede l’Inpgi ancora abbarbicato a una visione “corporativa” della professione giornalistica. Secondo lo schema, creato dal regime fascista negli anni 1925-1928, il giornalista
professionista, che allora aveva l’Albo ma non l’Ordine
professionale, è soltanto un dipendente. La libera professione è una conquista recente, ancorata alla legge professionale n. 69/1963, al Codice civile (che disciplina il lavoro autonomo), al Cnlg (che dal 1° marzo 2001 disciplina anche il lavoro autonomo dei giornalisti), all’articolo 2 (comma 26) della
“legge Dini” n. 335/1995 e alla nascita (con delibera del
Consiglio nazionale dell’Ordine) della gestione separata
dell’Inpgi. Il vertice dell’Inpgi, quando si è accorto che la
cessione dei diritti d’autore non comporta l’obbligo dell’iscrizione alla gestione separata, è corso ai ripari, ottenendo dal
ministero del Lavoro un parere su una materia che era di
competenza del ministero delle Finanze (oggi ministero
dell’Econonia). Senza dimenticare il ministero della Giustizia,
che esercita la sua vigilanza (ex Dlgs n. 300/1999) sulle
professioni intellettuali. L’Inpgi stenta a comprendere che i
giornalisti, anche quando percepiscono l’assegno di quiescenza, sono sempre dei professionisti “in attesa di clienti” e
che il loro diritto al lavoro (professionale) è tutelato dall’articolo 4 della Costituzione. Oggi i giornalisti in quiescenza
hanno anche libertà di cumulo (ex articolo 72 della legge
388/2000), principio generale dell’ordinamento statale che
l’Inpgi, come è noto ai Ministri in indirizzo, nega in maniera
ostinata e irrazionale. Siamo in una situazione paradossale
in cui l’Inpgi, che si regge sull’esistenza dell’Ordine professionale, disconosce la pecularietà (le prestazioni autonome)
della professione giornalistica, negando di fatto ai giornalisti
con i capelli grigi il diritto di lavorare e di arricchirre la società
italiana con contributi intellettuali maturati nel corso di decenni dedicati alla professione giornalistica.
TABLOID
10
2001
5
Il diritto d’autore
e la gestione
separata dell’Inpgi
Chi cede i propri diritti sulle opere dell’ingegno (articoli, servizi giornalistici o fotografici, progetti grafici) non paga il 12%
all’Inpgi-2 e subisce (da parte dell’editore) una trattenuta del
20% sul 75% del compenso. È un principio vecchio e consolidato. L’Inpgi-2, però, prende di mira i giornalisti-autori, sostenendo che tali prestazioni professionali non possono essere
inquadrate come “cessione dei diritti” in base alla legge n.
633/1941; pertanto i giornalisti-autori sarebbero tenuti a
versare (sempre e comunque) il 12% alla gestione separata,
perché, in sostanza, il ricorso alla “cessione dei diritti” sarebbe una elusione previdenziale, che nasconderebbe un’attività “mascherata” (co.co.co o dipendente).
Il ricorso alla cessione di diritti d’autore (redditi dichiarati nel
Modello unico, Quadro E, Sezione II, Rigo 27) è, invece, legittimo, quando i giornalisti siano autori di articoli o servizi
secondo le definizioni che ne dà l’Ordine nazionale dei giornalisti nel Tariffario:
a) Articolo: è un testo in chiave di resoconto o di analisi su
fatti o temi diversi, fino a due cartelle da 25 righe di 60 battute l’una (esempio: fatti o temi politici, economici, sociali,
morali, religiosi, culturali, sportivi, etc.).
b) Servizio: è un elaborato oltre le due cartelle più complesso e articolato che presuppone un approfondito lavoro di
indagine o di ricerca
Appare evidente che articoli e servizi giornalistici vadano
rapportati al medium (giornale, periodico, radio, tv, testata
online) secondo le specificità del medium stesso. Si può,
pertanto, ritenere che si possa configurare la cessione dei
diritti d’autore tutte le volte in cui oggetto della cessione sia
un’opera originale e creativa (articoli e interviste, servizi giornalistici, progetti grafici, servizi fotografici). “Un articolo ricade nella tutela della legge sul diritto d’autore quando ha il
requisito dell’originalità e della creatività e reca l’impronta di
una elaborazione personale del giornalista” (Cassazione
civile, 19 luglio 1990, n. 7397).
I problemi odierni discendono dall’articolo 2 (comma 25) della
legge n. 335/1995 (riforma Dini delle pensioni) che intendeva
assicurare la “tutela previdenziale in favore dei soggetti che
svolgono attività autonoma di libera professione, senza vincolo di subordinazione, il cui esercizio è subordinato all’iscrizione
ad appositi albi o elenchi”. Quella legge istituiva una gestione
separata presso l’Inps e disponeva un contributo previdenziale
del 10 per cento. Con il successivo Decreto legislativo n.
103/1996, - in attuazione dei commi 25 e 26 dell’articolo 2 della
legge n. 335/1995 -, è stato attribuito alle casse professionali
erogatori di pensioni obbligatorie (com’è l’Inpgi) il potere di istituire gestioni separate per provvedere alle necessità previdenziali dei propri “autonomi” iscritti negli albi professionali tenuti
dai rispettivi Ordini e Collegi.
Il diritto d’autore è trasmissibile o trasferibile. L’articolo 2581
del Codice civile afferma: “I diritti di utilizzazione sono trasferibili. Il trasferimento per atto tra vivi deve essere provato per
iscritto”. L’articolo 110 della legge 633/1941 sul diritto d’autore ripete: “La trasmissione dei diritti di utilizzazione deve
essere provata per iscritto”. Gli effetti della trasmissione o
della trasferibilità sono a cascata:
• i compensi a titolo di cessione di diritti d’autore costituiscono redditi di lavoro autonomo ai sensi dell’articolo 49 (comma
2, lettera b) del Dpr n. 917/1986 e, come tali, ridotti del 25%
(art. 50, comma 8, del Dpr n. 917/986), sono soggetti a ritenuta d’acconto del 20 % (art. 25 del Dpr n. 600/1973);
• la ritenuta d’acconto del 20% si applica in sostanza sul 75%
del compenso a titolo di cessione di diritti d’autore (art. 110
della legge 633/1941 e art. 2581 del Codice civile);
• i compensi collegati alla cessione di diritti d’autore vanno
denunciati fiscalmente nel Modello unico (Quadro E, Sezione II, Rigo 27);
• chi cede i propri diritti sulle opere dell’ingegno (articoli,
servizi giornalistici o fotografici, progetti grafici) non paga il
12% all’Inpgi-2. L’articolo 2 (comma 26) della legge n.
335/1996 (“Riforma Dini delle pensioni”) esclude, infatti, che
debbano iscriversi alla gestione separata coloro che percepiscano “redditi derivanti dalla utilizzazione economica di
opere dell’ingegno (articoli e servizi giornalistici, ndr)” in
quanto gli stessi sono compresi nell’articolo 2 (lettera b)
dell’articolo 49 del Dpr 917/1986.
6
I pareri del ministero
delle Finanze e della Direzione
delle Entrate per la Lombardia
in tema di applicazione della
cessione dei diritti d’autore
L’argomento è stato affrontato nel gennaio 1996 dall’Ordine
dei giornalisti della Lombardia. Allora la prospettiva era quella di dover versare il 10% all’Inps. La legge sul diritto d’autore (n. 633/1941) apparve l’ancora di salvezza. L’Ordine raccomandò: “La cessione dei diritti d’autore (articolo, servizio
giornalistico o fotografico, progetto grafico) deve risultare da
una contrattazione scritta tra le parti (articolo 2581 del Codice civile e articolo 110 della legge sul diritto d’autore n.
633/1941)”.
Successivamente il dottor Giuseppe Conac, direttore regionale delle entrate per la Lombardia, ha risposto al quesito
che il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia
gli aveva posto il 12 febbraio 1996 sulla “qualificazione fiscale del reddito derivante da cessioni di opere dell’ingegno del
giornalismo telecinefotografico e del giornalismo grafico”. La
risposta è allargata anche al giornalismo scritto (cioè ai giornalisti autori di articoli e servizi). Questa la nota del dottor
Conac:
“Codesto Ordine ha chiesto di conoscere la qualificazione
fiscale del reddito derivante dalla cessione di un’opera dell’ingegno nel settore del giornalismo telecinefotografico e del
giornalismo grafico. In particolare viene chiesto di conoscere
se tale reddito possa rientrare nelle previsioni di cui alla lettera b, comma secondo, dell’articolo 49 del Tuir (Testo unico
imposte dirette, ndr). Tale disposizione contiene una elencazione di diritti su beni immateriali, dalla cui cessione derivano al titolare (autore o inventore) redditi che si considerano
di lavoro autonomo, sempre che tali diritti non costituiscano
beni relativi ad impresa.
Il ministero delle Finanze, per quanto attiene gli articoli redatti da giornalisti, in occasione della teleconferenza tenutasi il
20.1.1996, ha precisato che dalla loro cessione ad editori di
giornali e riviste, derivano redditi qualificabili come cessione
di diritti d’autore, quando ricorrano tutte le condizioni previste
dagli articoli 2575 e seguenti del Codice civile e dalla legge
22.4.1941 n. 633, che disciplinano e tutelano il diritto d’autore. Si ricorda in particolare, che la cessione del diritto d’autore deve risultare da una contrattazione scritta tra le parti (articolo 2581 Codice civile e articolo 110 della legge n.
633/1941).
A parere di questa Direzione, conformemente a quanto affermato dal ministero delle Finanze, tutte le volte che si realizza la cessione di un’opera dell’ingegno di carattere creativo,
tutelata e disciplinata dalle precitate norme, il relativo
compenso costituisce reddito rientrante nella previsione
dell’articolo 49, comma 2, lettera b, del Tuir.
Considerato che l’articolo 2575 Codice civile prevede che
formano oggetto del diritto d’autore le opere dell’ingegno di
carattere creativo, “qualunque ne sia il modo o la forma di
espressione”, si ritiene che gli stessi criteri siano applicabili
alle cessioni delle opere dell’ingegno del giornalismo telecinefotografico, prescindendo dal tipo di supporto utilizzato
(pellicola cinematografica, piuttosto che pellicole fotografiche
o supporto cartaceo semplice).
Anche per il giornalismo grafico, si ritiene che si possa configurare la cessione del diritto d’autore tutte le volte in cui
oggetto della cessione sia un’opera originale e creativa, la
cui riproduzione sia tutelata dalle specifiche norme sopra
richiamate”.
Il Ministero delle Finanze in data 30 gennaio 1996 (Il Sole
24 Ore, 31 gennaio 1996, pag. 19) ha precisato che, “quando la collaborazione resa a giornali o riviste ha per oggetto
la cessione di un’opera dell’ingegno tutelata dalle norme sul
diritto d’autore, il corrispondente provento va qualificato, ai
fini fiscali, come diritto d’autore”.
Segue
13
PROFESSIONE E PREVIDENZA
7
Risposte sbagliate
del ministero del Lavoro
sul diritto di chi si avvale della
cessione dei diritti d’autore
Nella circolare 26 gennaio 2001, il presidente dell’Inpgi scrive
testualmente: “Come è noto, la legge prevede che la cessione del diritto d’autore non comporti l’obbligo di iscrizione
alla Gestione previdenziale separata. Il problema tuttavia
era - ed è - posto dal frequente ricorso a tale formula, anche
allorché si sia in presenza di normalissime collaborazioni giornalistiche autonome. Nei mesi scorsi quindi l’Inpgi indirizzò al
ministero del Lavoro una richiesta tendente a poter disporre di
regole le quali consentano di distinguere senza equivoci quando ci si trovi in presenza di autentica cessione di diritto d’autore, e quando invece tale formula sia illegittima, e non possa
quindi costituire elemento per evitare l’obbligo di iscrizione alla
Gestione separata. Il ministero ci rispose condividendo le
nostre osservazioni in merito alla possibilità che il ricorso alla
cessione del diritto d’autore fosse, in determinati casi, illegittimo. Ci invitò quindi ad individuare parametri oggettivi attraverso i quali sia possibile determinare se la cessione del diritto
d’autore sia corrispondente alla norma, o mascheri invece una
sia pur inconsapevole elusione contributiva”. I parametri fissati
nella detta circolare dall’Inpgi (e approvati dal ministero del
Lavoro) non colpiscono solo (e sarebbe giusto) coloro che
utilizzano la cessione dei diritti per “coprire” attività redazionali
improprie o un’attività giornalistica generica. Gli uffici dell’Inpgi
negano oggi che esista per i giornalisti la possibilità di ricorrere alla cessione del diritto d’autore. I comportamenti dell’Inpgi
sono, in moltissimi casi, illegittimi. E pertanto censurabili.
Il comma 26 dell’articolo 2 della legge n. 335/1996 afferma
che, a decorrere dal 1° gennaio 1996, sono tenuti all’iscrizione presso la Gestione separata “i soggetti che esercitano
per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di
lavoro autonomo” di cui al comma 1 dell’articolo 49 del Tuir
(Dpr n. 917/1986), nonché “i titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa”, di cui al comma 2 (lettera
a) dell’articolo 49 del Tuir (Testo unico imposte sui redditi)”.
L’articolo 2 (comma 26) della legge n. 335/1996, quindi,
esclude che debbano iscriversi all’Inpgi-2 coloro che percepiscano “redditi derivanti dalla utilizzazione economica di
opere dell’ingegno (articoli e servizi giornalistici, ndr)” in
quanto gli stessi sono compresi nell’articolo 2 (lettera b)
dell’articolo 49 del Dpr 917/1986;Le conclusioni sono
univoche: i pareri rilasciati dal ministero del Lavoro in
tema di cessione dei diritti d’autore appaiono sconcertanti, anomali, superficiali e infondati. I pareri, comunque, non hanno alcun valore vincolante in quanto non
hanno la forza di abrogare le leggi, che affermano principi opposti sull’argomento. Tema noto, questo, anche agli
studenti del I anno di Giurisprudenza. Il patto tra editore e
articolista deve risultare per iscritto (art. 110 della legge n.
633/1941).
8
Il cumulo e due ordinanze
(18 aprile e 15 ottobre 2001)
di un giudice fallimentare e
di un Gip del Tribunale di Roma
II Giudice per le indagini preliminari del Tribunale penale di
Roma, dott.ssa Laura Capotorto, con ordinanza del 15 ottobre 2001, ha archiviato la segnalazione di Franco Abruzzo
alla Procura di Roma relativa a una ipotesi di violazione di
legge connessa alla mancata applicazione dell’articolo 72
(“libertà di cumulo”) della legge n. 388/2000 (Finanziaria per
il 2001) da parte del presidente dell’Inpgi.
Il Gip ha “rilevato che nella condotta tenuta dall’indagato presidente dell’Inpgi - non è ravvisabile la violazione di
norme di legge o di regolamento, giacché la questione relativa al cumulo tra trattamenti pensionistici e redditi da lavoro
doveva risolversi necessariamente in via interpretativa, non
essendo chiaro il dettato normativo (applicabilità o meno
dell’art. 72 della legge finanziaria 2001 all’Inpgi). Del. resto,
dalla documentazione prodotta dalla difesa, risulta che sulla
questione si sono espressi gli Organi vigilanti dell’Inpgi, il
ministero dei Tesoro ed il ministero del Lavoro, accogliendo
l’interpretazione adottata dall’Inpgi, secondo cui la disposizione del citato art. 72 non è automaticamente applicabile
all’Inpgi in quanto ente privatizzato ai sensi del Dlgs 509/94”.
Il Gip ha, inoltre, ritenuto, comunque, che “è irrilevante in
questa sede accertare se fosse legittimo il rifiuto da parte
dell’Inpgi di applicare il cumulo, poiché proprio i problemi
interpretativi. affrontati da più Autorità con conclusioni
diverse escludono che possa ritenersi integrata la fattispe-
14
cie di cui all’art. 323 Cp (abuso di ufficio, ndr), quantomeno
per ciò che attiene all’elemento soggettivo del reato”.
Dice l’articolo 72 (Cumulo tra pensione e reddito da lavoro)
della legge n. 388/2000 (legge finanziaria per il 2001): “1. A
decorrere dal 1° gennaio 2001 le pensioni di vecchiaia e le
pensioni liquidate con anzianità contributiva pari o superiore
a 40 anni a carico dell’assicurazione generale obbligatoria e
delle forme sostitutive, esclusive ed esonerative della medesima, anche se liquidate anteriormente alla data di entrata in
vigore della presente legge, sono interamente cumulabili con
i redditi da lavoro autonomo e dipendente”.
L’articolo 76 (Previdenza giornalisti) della legge 388/2000
riscrive l’articolo 38 della legge 5 agosto 1981 n. 416 in
questo modo:
“Art. 38. - (INPGI). - 1. L’Istituto nazionale di previdenza dei
giornalisti italiani “Giovanni Amendola” (INPGI) ai sensi delle
leggi 20 dicembre 1951, n. 1564, 9 novembre 1955, n. 1122,
e 25 febbraio 1987, n. 67, gestisce in regime di sostitutività
le forme di previdenza obbligatoria nei confronti dei giornalisti professionisti e praticanti e provvede, altresì, ad analoga
gestione anche in favore dei giornalisti pubblicisti di cui all’articolo 1, commi secondo e quarto, della legge 3 febbraio
1963, n. 69, titolari di un rapporto di lavoro subordinato di
natura giornalistica. I giornalisti pubblicisti possono optare
per il mantenimento dell’iscrizione presso l’Istituto nazionale
della previdenza sociale. Resta confermata per il personale
pubblicista l’applicazione delle vigenti disposizioni in materia
di fiscalizzazione degli oneri sociali e di sgravi contributivi.
2. L’INPGI provvede a corrispondere ai propri iscritti:
a) il trattamento straordinario di integrazione salariale previsto dall’articolo 35;
b) la pensione anticipata di vecchiaia prevista dall’articolo 37.
3. Gli oneri derivanti dalle prestazioni di cui al comma 2 sono
a totale carico dell’INPGI.
4. Le forme previdenziali gestite dall’INPGI devono essere
coordinate con le norme che regolano il regime delle prestazioni e dei contributi delle forme di previdenza sociale obbligatoria, sia generali che sostitutive”.
2. L’opzione di cui all’articolo 38 della legge 5 agosto 1981,
n. 416, come sostituito dal comma 1 del presente articolo,
deve essere esercitata entro sei mesi dalla data di entrata in
vigore della presente legge”.
Le leggi 1564 (“Rubinacci”) e 1122 (“Vigorelli”) in sostanza
dicono che “la previdenza e l’assistenza, fornite dall’Inpgi,
sostituiscono a tutti gli effetti, nei confronti dei giornalisti, le
corrispondenti forme di previdenza e di assistenza obbligatorie” e che “all’Inpgi si applicano tutti i benefici, privilegi ed
esenzioni tributarie previsti per l’Inps” nonché “le disposizione
di legge o di regolamento vigenti per le corrispondenti forme
di previdenza e di assistenza sociale delle quali quelle gestite
dall’Istituto sono sostitutive”. L’articolo 26 della legge 67/1987
ripete che l’Inpgi “gestisce in regime di sostitutività le forme di
previdenza obbligatoria nei confronti dei giornalisti”.
Dice il comma 4 dell’articolo 76 della legge 388/2000: “Le
forme previdenziali gestite dall’Inpgi devono essere coordinate con le norme che regolano il regime delle prestazioni e dei contributi delle forme di previdenza sociale
obbligatoria, sia generali che sostitutive”. In sostanza
l’Inpgi deve coordinare le sue decisioni con le norme che
regolano le prestazioni fornite dall’Inps ed è tenuto,
pertanto, ad applicare l’articolo 72 della legge 388/2000.
In conclusione sono obbligati a rispettare l’articolo 72 l’Inps e
le forme sostitutive, esclusive ed esonerative dell’assicurazione generale obbligatoria. L’Inpgi – dice il successivo articolo 76 della stessa legge - gestisce in regime di sostitutività
le forme di previdenza obbligatoria nei confronti dei giornalisti professionisti e praticanti e provvede, altresì, ad analoga
gestione anche in favore dei giornalisti pubblicisti. C’è bisogno di interpretazioni dinanzi a tanta chiarezza? Il ministro
del Lavoro Cesare Salvi e il sottosegretario Raffaele Morese
hanno dato letture divergenti
Il vertice dell’Inpgi non applica l’articolo 72, sostenendo che
l’Inpgi potrebbe risentirne nei conti. Sono accaduti, però, due
fatti, che smentiscono il vertice dell’Inpgi:
• il Consiglio di amministrazione dell’Inpgi ha approvato il 9
maggio 2001 il consuntivo 2000, che chiude con un avanzo
di 60,539 miliardi;
• la Corte dei Conti ha trovato positivi i bilanci dell’Istituto
1996-1999.
Qualche novità è stata introdotta nella delibera Inpgi 4 luglio
2001: chi ha 40 anni di contributi può fare il cumulo; gli altri
godono di una cifra esente di 15 milioni. Questa delibera è
da luglio al vaglio del ministero del Lavoro.
Il punto centrale è un altro: l’Inpgi è una cassa di previdenza
privatizzata (non... privata come dicono all’Inpgi) come quella degli avvocati, dei commercialisti, etc.. I giornalisti sono
dipendenti, gli avvocati sono liberi professionisti. L’Inps dà la
pensione solo a cittadini ex dipendenti. Ne consegue che
l’Inpgi come l’Inps deve consentire il cumulo ex art. 72 della
legge 388/2000. L’Inpgi svolge, infatti, compiti sostitutivi
rispetto all’Inps (art. 76 legge 388/2000).
Con lettera 23 aprile 2001 (prot. 1590) il sottosegretario di Stato
al ministero del Lavoro, Raffaele Morese, ha intimato all’Inpgi di
applicare l’articolo 116 (“Misure per favorire l’emersione del
lavoro irregolare”) della legge 388/2000 a favore della società
editrice del quotidiano Il Giornale d’Italia. Secondo l’Inpgi, le
“disposizioni” introdotte da quell’articolo “non erano direttamente applicabili agli enti previdenziali privatizzati”. Morese ha scritto: “L’Inpgi, pertanto, deve corrispondere ai principi costituzionali di parità, uguaglianza e solidarietà che ispirano il sistema
previdenziale italiano e per questo, dovrà assumere tutte le
adeguate iniziative atte a definire in maniera positiva e definitiva le istanze delle società” (editrice de Il Giornale d’Italia). Il
comma 10 dell’articolo 116 consente di contenere la sanzione
civile nel 40 per cento dell’importo dei contributi non corrisposti.
L’Inpgi, invece, pretendeva dalla società editrice una sanzione
civile pari al 100% della somma non versata. La richiesta della
società editrice - scrive Morese - “non può in nessun caso essere archiviata da una mera informativa di non applicabilità all’Inpgi delle norme della Finanziaria 2001... Codesto Istituto, al pari
dell’Inps, che già ha provveduto ad adeguarsi, è tenuto all’applicazione dell’art. 116 della legge 23 dicembre 2001 n. 388”.
Non è soltanto il sottosegretario, Morese, ad affermare, con
tono perentorio, che l’articolo 116 (comma 10) della legge
388/2000 debba essere applicato dall’Inpgi. Anche un giudice, - il giudice Baccarini del tribunale di Roma delegato al
fallimento dell’Editoriale L’Indipendente e della Cooperativa
giornalistica Mediatel -, ha scritto nell’ordinanza 18 aprile
2001 che “per il credito Inpgi occorre valutare la somma
dovuta ex art. 116 legge 23 dicembre 2000 n. 388”.
Se sono applicabili all’Inpgi immediatamente gli articoli 76 e
116 della legge 388/2000 è almeno arduo affermare che l’articolo 72 sul cumulo sia di dubbia efficacia e non sia vincolante. Una legge non si applica a rate o a pezzi.
Sull’articolo 116 della legge 388/2000 si registra frattanto
anche un ricorso della Fieg al ministero del Lavoro.
C’è, quindi, una difformità di interpretazioni (tra Salvi e
Morese, ndr) sull’articolo 72 che ha determinato il Gip
Capotorto ad archiviare la segnalazione di Abruzzo sulle
omissioni dell’Inpgi sul fronte del cumulo. Questo Gip si
è limitato a leggere soltanto l’articolo 72 senza coordinarlo con l’articolo 76 della legge 388/2000, come, invece, ha fatto il giudice fallimentare Baccarini dello stesso
Tribunale di Roma. Tot capita, tot sententiae!
9
Una forzatura contro la delega
ai danni dei “dipendenti”
Il Dlgs n. 103/1996 compie una forzatura, quando stabilisce
l’obbligo di iscrizione per i soggetti “che esercitano attività
libero-professionale, ancorché contemporaneamente svolgono attività di lavoro dipendente”. Il Dlgs, quindi, va al di là
della originaria finalità della legge n. 335/1996. Il Governo
può essere accusato di aver violato la delega. Questa estensione è sicuramente illegittima. La ratio del legislatore era
totalmente condivisibile: l’obiettivo era quello di assicurare,
con la legge n. 335/1995, una tutela previdenziale solo ai
lavoratori autonomi privi di copertura previdenziale. Il Governo può tornare sui suoi passi modificando il Dlgs oppure c’è
da sperare che un giudice sollevi la questione di legittimità
davanti alla Corte costituzionale.
10
Una circolare sbagliata
contro gli “occasionali”
Tutte le collaborazioni giornalistiche, anche se “sporadiche e
produttive di modesto reddito”, comportano, dice erroneamente una circolare del ministro del Lavoro, l’obbligo di iscrizione
(dell’articolista-autore) alla gestione separata dell’Inpgi e al
pagamento dei relativi contributi previdenziali. L’assunto del
ministro, illegittimo, va disatteso con determinazione, perché
contrasta con l’articolo 2 (comma 26) della legge n. 335/1995.
Il comma 26 dell’articolo 2 della legge n. 335/1995 afferma
che, a decorrere dal 1° gennaio 1996, sono tenuti all’iscrizione presso la Gestione separata “i soggetti che esercitano
per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di
lavoro autonomo” di cui al comma 1 dell’articolo 49 del Tuir
(Dpr n. 917/1986), nonché “i titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa”, di cui al comma 2 (lettera a)
dell’articolo 49 del Tuir (Testo unico imposte sui redditi)”.
Questa norma, quindi, esclude che debbano iscriversi all’Inpgi-2 coloro che svolgano attività giornalistica occasionale,
saltuaria e sporadica (redditi dichiarati nel Modello unico,
Quadro L). In sostanza chi produce occasionalmente degli
articoli non è tenuto parimenti a iscriversi all’Inpgi-2, perché
non ha il requisito della “abitualità professionale”.
TABLOID
10
2001
Il cardinale Tonini:
“Giornalisti,
siate filosofi
del vostro tempo”
11
I controllori
che controllano se stessi
Michele Daddi, direttore generale per la previdenza del Ministero del Lavoro (ed eccellente professionista), riveste il ruolo
di presidente del Collegio sindacale dell’Inpgi. È un caso
clamoroso di controllore che controlla se stesso, ma non è il
solo. Questa anomalia è da attribuire esclusivamente all’articolo 3 (comma 1) del Dlgs n. 509/1994 secondo il quale “nei
collegi dei sindaci (delle Fondazioni, ndr) deve essere assicurata la presenza di rappresentanti delle Amministrazioni dei
ministero del Lavoro e del Tesoro”. Altri funzionari pubblici
della Presidenza del Consiglio e del ministero Lavoro sono
presenti nel Consiglio di amministrazione dell’Inpgi. Questi
funzionari sono tutti retribuiti. Appare, quindi, limitata oggettivamente l’imparzialità delle amministrazioni pubbliche, che
nominano i loro rappresentanti nel Consiglio di amministrazione e nel Collegio dei sindaci dell’Inpgi, quando esprimono
pareri sulle questioni dell’Istituto. Le amministrazioni dell’Economia e del Lavoro non possono smentire i loro “ambasciatori”, che hanno già votato una certa interpretazione dell’articolo 72 della legge 388/2000 o di altri questioni rilevanti (cessioni dei diritti e collaboratori occasionali)!!! Il nodo dei controllori
che controllano se stessi merita di essere risolto legislativamente nello spirito dell’articolo 97 della Costituzione.
12
Conclusioni. Richiesta
di annullamento in autotutela
di circolari e pareri illegittimi
(e riguardanti l’Inpgi) espressi
da parte dei ministeri
dell’Economia e del Lavoro
in tema di cumulo, cessioni dei
diritti d’autore e collaborazioni
giornalistiche occasionali.
Si chiede conseguentemente ai Signori ministri dell’Economia
e del Lavoro l’annullamento in autotutela, per gravi violazioni
di legge, delle circolari e dei pareri espressi in tema di cumulo,
cessioni dei diritti e collaborazioni occasionali. I ministeri dell’Economia e del Lavoro non hanno acquisito su tali argomenti i
pareri autonomi delle parti sociali (Fnsi e Fieg) e soprattutto
non hanno agito di concerto con il ministero della Giustizia,
che esercita la vigilanza sulle professioni intellettuali e che ha
l’obbligo fissato nell’articolo 20 della legge n. 69/1963 di ascoltare a sua volta il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti
sugli argomenti concernenti la professione giornalistica. Così
agendo i ministeri dell’Economia e del Lavoro hanno violato
anche gli articoli 7 e 8 della legge n. 241/1990.
“Tenuto conto dei valori espressi dall’art. 97 Cost., l’esercizio
dei poteri amministrativi di annullamento in autotutela di precedenti statuizioni illegittime non ha natura eccezionale, in quanto la p.a. ha in materia il potere-dovere di emanare l’atto di
annullamento, pur potendo valutare, qualora sia trascorso un
tempo più o meno lungo dall’adozione dell’atto illegittimo, se
sia opportuno esercitare i predetti poteri, oppure se sia da
tralasciare il mero ripristino della legalità violata laddove non
sia soddisfatto alcun interesse pubblico, non trascurando l’esigenza di evitare che si consolidino situazioni di fatto illegalmente costituitesi, le quali sono veri e propri esempi di diseducazione civile” (Cons. Stato, Sez. V, 24 febbraio 1996, n. 232;
Parti in causa Usl n. 27 Bovolone c. Vecchiato e altro; Riviste:
Foro Amm., 1996, 572; Cons. Stato, 1996, I, 240).
Tutto ciò premesso, si chiede ai signori ministri in indirizzo:
a. di vigilare sulla correttezza di quei processi decisionali del
vertici dell’Inpgi, che appaiono in contrasto con gli articoli 3 e
4 della Costituzione, con l’articolo 1 (secondo comma) della
legge 502/1992 (e con gli articoli 33 del Cnlg e 4 del Regolamento Inpgi), con l’articolo 2 (comma 26) della legge n.
335/1996, con gli articoli 3 e 110 della legge 633/1941, con
gli articoli 49 (comma 2, lettera b) e 50 (comma 8) del Dpr
917/1986, con l’articolo 25 del Dpr n. 600/1973, con il Modello unico (quadro E, Sezione II, rigo 27), con gli articoli 72 e
76 della legge n. 388/2000;
b. di annullare in autotutela circolari e pareri ministeriali, riguardanti l’Inpgi, contrastanti con i principi generali dell’ordinamento (elencati nel punto a.) in tema di cumulo, cessione dei diritti
d’autore e collaborazioni giornalistiche occasionali.
Il presidente dell’OgL-estensore
dott. Franco Abruzzo
TABLOID
10
2001
Palermo, 26 ottobre - “Il giornalista deve essere filosofo del
suo tempo, deve guardare, in modo innocente, dentro i fatti
di cronaca, deve guidare alla comprensione dei veri grandi
temi della vita”: è un auspicio del cardinale Ersilio Tonini,
intervenuto alla prima giornata del convegno “Aspetti etici e
giuridici della comunicazione”.
Nel corso della manifestazione, organizzata dall’ Associazione culturale italiana partecipativa educativa in collaborazione
con l’Università degli studi di Palermo, e col contributo
dell’assessorato regionale ai Beni culturali e alla Pubblica
istruzione, sono state affrontate tematiche inerenti all’ informazione, ai suoi risvolti etici, ai rapporti con la giustizia, con
la privacy, con la politica e la globalizzazione.
“I mass media influenzano l’opinione pubblica”, afferma
Gaetano Ingrassia, professore di antropologia criminale,
“producendo, spesso, effetti negativi, attraverso la comunicazione di notizie manipolate o addirittura virtuali, per fini ideologici e politici.
La faziosità e la superficialità sono, purtroppo caratteristiche
della nostra informazione”. Gli fa eco il cardinale Tonini: “I
mezzi di comunicazione sono ignari della propria missione,
sono al servizio del potere economico, delle cause politiche
e non del bene collettivo”.
Oltre che di globalizzazione e localismo (“bisogna saper
coniugare le identità e le differenze”), dei temi della bioetica
(“la fecondazione artificiale, l’ eutanasia sono valori della vita
e i giornalisti di questo devono parlare”) e dei rapporti tra i
popoli (“l’ immigrazione è una delle grandi sfide del futuro”),
Tonini ha parlato anche della guerra (“noi uomini di chiesa e
i giornalisti abbiamo la colpa di non aver trattato prima il tema
dell’ Islam, di non averne dato una visione esatta”).
(ANSA)
In primavera
in Toscana
la “Cernobbio
dell’editoria”
Firenze, 30 ottobre – “Era l’ora che qualcuno si accorgesse
di quanta importanza ha l’editoria non solo per il presente
del Paese, ma anche per il futuro; il vero problema è quello
di aumentare le vendite dei giornali e quindi bisogna cominciare dalla scuola e dai giovani”. Lo ha detto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti, commentando quella che è stata battezzata ‘’la Cernobbio dell’ editoria e che si svolgerà in Toscana, a Bagnaia (Siena) nella
primavera prossima.
La Cernobbio dell’editoria è promossa dall’ Osservatorio dei
giovani editori, un’associazione formata da Poligrafici editoriale, Rcs e da Progetto città. “Sono stati invitati”, ha detto il presidente dell’osservatorio, Andrea Ceccherini, “editori, direttori
ed esperti di tutto il mondo ai quali verrà anche sottoposto un
sondaggio compiuto su 100.000 studenti all’interno del
progetto Quotidiani in classe, che hanno risposto a domande
su come vorrebbero il giornale per loro”.
Bonaiuti è intervenuto a Firenze ad un incontro promosso da
Progetto Città, di cui è presidente lo stesso Ceccherini. “Era
ora di capire che anche l’editoria deve indirizzarsi ai giovani,
che i quotidiani ed i settimanali devono cominciare a pensare
ad un loro rilancio che parte dal basso, dai giovani, da quelli
che saranno gli utenti di domani. Il problema di fondo dell’editoria”, ha detto Bonaiuti “è infatti quello che si leggono poco i
giornali. Noi ci giriamo intorno, si può parlare di provvidenze
per l’editoria, di liberalizzazione delle vendite; tutti daccordo,
ma il problema vero, l’unico che non si riesce mai a risolvere,
è quello di aumentare il numero dei giornali venduti. “Questo”,
ha concluso “si può fare solo con un’azione che parta dalla
scuola, che parta dai giovani, in modo tale che imparino a
considerarli come uno strumento quotidiano del quale non si
può fare a meno”.
(ANSA)
Promossa dalla Casagit in tutta Italia
Prosegue con successo
l’“operazione prevenzione”
Dopo una comprensibile flessione estiva, ha
ripreso in tutta Italia, e quindi anche in
Lombardia, la grande operazione di prevenzione lanciata – come si ricorderà – lo scorso marzo dalla Casagit, la Cassa di assistenza sanitaria integrativa dei giornalisti
italiani. Siamo giunti al giro di boa della prima
parte dello screening che sta interessando
colleghi e colleghe (e loro familiari a carico,
che siano compresi nelle fasce d’età indicate) per un controllo, nel più assoluto anonimato, dello stato di salute in tre settori. Più
precisamente: per le donne, utero (dopo i 35
anni ) e mammella (dopo i 40 anni); per gli
uomini, prostata (oltre i 50 anni).
Il controllo medico che, in Lombardia, si svolge presso alcune strutture specialistiche
scelte con grande attenzione dai colleghi
eletti nella Consulta regionale della Casagit,
interessa tutti i giornalisti, anche – e specialmente – coloro che stanno bene: si sa quanto sia strisciante e subdolo il cosiddetto
“male del secolo” e approfittare di questa
iniziativa appare non solo opportuno ma
sicuramente più che necessario.
Si tratta di telefonare a una delle strutture
che pubblichiamo in questa stessa pagina,
SCREENING
CONTRO
I TUMORI
Le colleghe e i colleghi (e
loro familiari a carico) che
hanno diritto ad usufruire
dello screening promosso
dalla Casagit hanno ricevuto o riceveranno la lettera con tutte le informazioni utili.
Ripetiamo qui di seguito le
convenzioni finora stipulate in Lombardia.
PER MILANO E PROVINCIA
Istituto Nazionale per la Lotta ai Tumori
c/o Ambulatorio per la libera professione,
Via Venezian 1 – Milano
Tel. 02-2390.2585- 02-2665.5913
(dalle ore 16 alle 19).
Lega per la Lotta ai Tumori
(solo per mammografia)
Ambulatorio di via Viganò, 4 – Milano
Tel. 02-657.1223 - 02-657.1534
Ambulatorio di via Neera, 11 – Milano
Tel. 02-84.61.227
Ambulatorio di via Caterina da Forlì, 61 – Milano
tel. 02-417.744 – 02-417.765
Istituto Europeo di Oncologia
Ambulatorio di via San Luca, 8 – Milano
Tel. 02-5748.9001
ICP Mangiagalli
Ambulatorio di via Andrea Doria, 52 – Milano
Tel. 02-5799.3028
Istituto Auxologico Italiano
via Ariosto, 13 – Milano
Tel. 02-5821.1401 - 02-5821.1450
dire di essere della Casagit e fissare un
appuntamento per l’operazione prevenzione.
Nel giorno indicato si va nell’ambulatorio
suggerito (portare, se possibile, gli ultimi
esami eseguiti) e, al massimo, “perdere” una
mezz’oretta per il controllo. Ogni interessato
riceve poi una relazione scritta del medico
che ha proceduto all’esame; è tutto gratuito
e tutto avviene nel rispetto della più rigorosa
privacy.
Questa prima fase di prevenzione si concluderà a fine marzo 2002 (cioè, dopo esattamente un anno dall’inizio); ma nei primi mesi
del prossimo anno inizierà anche la seconda
fase dello screening che interesserà 14.500
colleghi e colleghe e loro familiari a carico,
tutti con età superiori ai 50 anni.
E anche questa volta si cercherà di prevenire i tumori. Quali? Quelli al colon e al retto:
anche qui, dicono i medici, la prevenzione è
indispensabile per combattere e debellare il
“male del secolo”.
Avanti tutta, allora. Spendiamo mezz’ora per
stare poi tranquilli per i prossimi anni.
Vittorio Reali
(Consulta Casagit Lombardia)
PER LA PROVINCIA DI BRESCIA
Casa di Cura Ancelle della Carità
Via Bissolati, 57 – Brescia
Tel. 030-3515.1 – 030-3515236
PER LA PROVINCIA DI COMO
Ospedale “Sant’Anna”
Via Napoleona, 60 – Como
Tel. 031-58.55.459 (Sig.ra Ilda) per le donne.
Nei giorni feriali, dalle 13.00 alle 15.00.
Tel. 031-58.55.222 per gli uomini.
Nei giorni feriali dalle 14.00 alle 15.30.
A Milano convergono anche i residenti a
Varese, a Pavia e a Lodi; a Como, invece,
convergono i residenti di Lecco e Sondrio.
15
Si è inaugurato, il 5 novembre 2001, in via Fabio Filzi 17, il XIII biennio dell’Ifg
Il via alla
presenza
del presidente
Afg,
Bruno Ambrosi,
del direttore
della scuola,
Gigi Speroni,
del vicepresidente
vicario
della
Commissione
d’esame,
Emilio Pozzi,
dei tutor,
dei docenti,
dell’ing.
Giuseppe Scotti
e della signora
Olga Di Prima,
due dei benefattori
dell’Istituto
Gli ammessi
sono tutti
laureati
Schiacciante
la maggioranza
degli uomini
sulle donne
(30 a 10)
Ecco
le testimonianze
di due allievi
A destra: gli allievi del XIII corso nell’Aula Magna della scuola.
La carica dei quaranta
di Enrica Piovan
Si è aperto nel segno del cambiamento il XIII
biennio dell’Ifg “Carlo De Martino”. Nuovi,
infatti, rispetto alle tornate precedenti, i titoli
per l’ammissione – quest’anno era obbligatoria la laurea -, ma a mutare, soprattutto,
con una sorprendente inversione di tendenza, è stata la composizione della squadra,
30 uomini e 10 donne.
Fattori che vengono ad aggiungersi alla
specificità di questo biennio che sarà l’ultimo
a svolgersi autonomamente entro le mura
della scuola di via F. Filzi, poiché con la firma
della convenzione tra Ordine dei giornalisti e
Università Statale di Milano in futuro la pratica fornita dall’Ifg verrà incorporata entro i
programmi della laurea specialistica in giornalismo.
L’obbligo della laurea ha calmierato in
qualche modo la
tradizionale inondazione di domande
per accedere ad
una scuola che in 24
anni di attività ha
formato più di 500
giornalisti. Così a
fronte degli oltre 600
candidati del 1999,
quest’anno se ne
sono
presentati
“solo” 227.
Superati gli ostacoli
dello scritto e del
colloquio orale, i
quaranta nuovi allievi hanno varcato le
porte dell’Ifg nella
mattinata del 5
novembre scorso.
Questi
quaranta
prossimi praticanti provengono da 13 regioni
- folta la rappresentanza lombarda e pugliese - ma rispecchiano poco la distribuzione
demografica: se di poco appena si differenzia il numero degli allievi provenienti da nord,
centro e sud Italia, fortemente sbilanciato è il
rapporto tra maschi e femmine, con un netto
trenta a dieci. Cosa che lascia ancor più
perplessi, per il fatto che rispecchia poco la
tendenza in atto negli ultimi anni, caratterizzata dalla continua crescita della partecipazione delle donne al lavoro giornalistico
anche di massimo livello. «Si tratta di una
vera e propria inversione di tendenza»,
conferma Emilio Pozzi, vicepresidente vicario della commissione esaminatrice.
Anomalo soprattutto rispetto agli anni precedenti, quando la presenza femminile era
pressoché uguale o addirittura superiore
(com’è accaduto nell’ultimo biennio) a quella
maschile. Una situazione che traspariva già
16
dal quadro dei 90 ammessi all’orale: 67
uomini e 33 donne. Ma a dare un netto taglio
alla presenza femminile, portandola dal 36%
al 25% è stato l’esito del colloquio con la
commissione. «Sul panorama complessivo - spiega il professor Pozzi - abbiamo notato
l’atteggiamento più determinato dei maschi,
che hanno dimostrato un background consistente, più vissuto».
Ma al di là di quello che può aver determinato un simile fenomeno, rimane il fatto che i
quaranta ammessi all’Ifg hanno superato
una prova difficile e rappresentano i quaranta “numeri uno” richiesti dal presidente
dell’Ordine Franco Abruzzo in occasione
degli scritti. Ragazzi di età compresa fra i 23
Bruno Ambrosi, presidente dell’Afg
(a sinistra) e Gigi Speroni, direttore dell’Ifg
e i 30 anni, provenienti da facoltà delle più
svariate (prevalgono nettamente gli indirizzi
umanistici, ma non mancano lauree scientifiche) e da esperienze giornalistiche di varia
consistenza. Diversi per preparazione e
formazione, i quaranta allievi che hanno
superato lo scoglio dell’ammissione, si
preparano ora all’impegno nuovo e stimolante del praticantato.
«Se siete qui lo dovete solo a voi stessi», si
è complimentato il presidente dell’Afg, Bruno
Ambrosi, che ha aggiunto: «Quello che vi
attende ora è un mestiere difficile, complesso e delicatissimo, perché il giornalista riveste un ruolo importante che concilia al tempo
stesso la figura dello storico, del testimone e
dell’interprete».
■
di Luca Angelucci
Una giornata
che non si dimentica
Una giornata particolare.
Una di quelle che non si dimenticano tanto facilmente.
Che a ripescarle nella memoria si rischia la pelle d’oca. Per trentanove giornalisti
“in erba” (il quarantesimo
steso dall’influenza), provenienti da tredici regioni italiane, il mondo è cambiato lunedì 5 novembre, nell’istante in cui hanno varcato il
portone
d’ingresso
dell’Harvard del “quarto potere”, l’Ifg Carlo De Martino.
Un trampolino di lancio per
chi con la professione giornalistica vuol procurarsi il
pane e, magari, la gloria.
Il D-day scatta alle 9.30 del
mattino milanese, tiepido
per l’occasione. Missione,
tredicesimo biennio. Il primo
fotogramma dell’anno è il raduno in via Filzi 17. Sotto
l’insegna della scuola si
sprecano le strette di mano.
Non mancano cordiali o ben
assestate pacche sulla spalla quando qualcuno scorge
il collega conosciuto il giorno
della prova orale.
Condividere certe emozioni,
si sa, affratella. I “commilitoni”, tra cui spiccano solo dieci ragazze (undici in meno
rispetto al biennio appena
concluso), si confessano le
rispettive esperienze. Tra loro c’è chi si è appassionato
di recente alla carta stampata e chi è iscritto all’Ordine
dei giornalisti pubblicisti da
anni.
I ricordi del tema-articolo di
settembre e le domande
dell’orale lasciano presto il
posto all’annoso problema
della casa.
Comincia una teoria di prezzi, vie ed agenzie immobiliari, degna di un gruppo di
emigranti. Qualche frammento. “Mi ospita un amico
fino a venerdì”; “Sto in albergo, ma mi costa centomila a
notte”; “Devo rimediare una
singola”; “Non voglio spendere più di seicentomila lire
al mese”.
Qualcuno propone le panchine della stazione, con i
giornali dell’Ifg come coperta. Una rapida occhiata al
quadrante dell’orologio, dove le lancette hanno esaurito la loro corsa (le 10 in punto), ed è tempo di salire. La
scuola la conoscono già tutti. L’hanno visitata ad ottobre
tra la tensione, le speranze e
le illusioni della prova orale
di ammissione.
Stavolta, però, l’aula delle
domande a 360 gradi appare meno inquietante.
Prima di accomodarsi c’è il
rituale della consegna del
vademecum, la bibbia delle
aspiranti penne. Il fermento
è quello dei giorni che contano, anche se l’atmosfera
appare distesa e familiare.
Tutti in classe. Il compito di
inaugurare il biennio è affidato a Bruno Ambrosi e Gigi
Speroni, presidente e direttore, che entrano accompagnati da colleghi pronti a
spartire il proprio sapere con
i quaranta. “I bravi giornalisti
devono anche essere uomini buoni”.
Sacrosanto. La frase, mutuata dal giornalista polacco
Kapuchinsky, chiude il discorso di Ambrosi. È una
summa morale che, nelle
speranze del presidente, dovrebbe animare lo spirito
delle nuove leve. Applausi.
Le sensazioni del gruppo?
Sono racchiuse nella battuta
di un allievo che, davanti alla
telecamera digitale della tv
locale “Seimilano”, ammette
di vivere in un “sogno che si
sta finalmente avverando”.
Alle parole di Ambrosi, che
punta tutto sulla formazione
per plasmare i giornalisti del
futuro, seguono quelle di
Speroni. Il tono del direttore è
paterno e deciso al tempo
stesso. “Sapete perché le
tasse dell’Ifg sono più basse
rispetto a quelle delle altre
scuole? - domanda alla platea - Perché i contribuenti
lombardi le pagano per voi.
Però pretendono impegno e
correttezza, come li pretendono dall’autista del tram o
dal vigile urbano. Quindi sarete tenuti a comportarvi seriamente, rispettando l’orario
delle lezioni e il regolamento
interno”. Insomma, meglio
mettere subito le cose in
chiaro. Tra i vari riferimenti,
inevitabile quello alla guerra
in Afghanistan e ad una quotidianità divenuta improvvisamente più incerta.
La cerimonia termina in
quaranta minuti, poi cala il
sipario e Speroni invita ad
“appropriarsi della scuola”.
Detto fatto.
Gli allievi si riuniscono nella
redazione di Milano ore 13
(il quotidiano dell’Ifg) per
un’assemblea improvvisata
con un solo punto all’ordine
del giorno: un tetto. In venti
minuti si raggranellano solo
battute ironiche e promesse
di dedicarsi anima e corpo
alla ricerca di un appartamento. Il clima è già ottimo.
Dopo un’ora tutti sembrano
conoscersi da una vita.
Buon segno.
Ma i convenevoli lasceranno
spazio a due anni di laboratori, lezioni e stage di formazione.
Per sbarcare in via Solferino,
che per l’allievo dell’Ifg è come la sede della Juventus
per un giovane calciatore,
bisognerà rimboccarsi le
maniche.
Il traguardo, per ora, è talmente lontano che è impossibile da mettere a fuoco.
Ma il cammino, almeno, è
iniziato.
■
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M E M O R I A
di Ettore Botti
È sempre stato difficile, anche in tempi d’invadenza mediatica inferiore alla nostra, essere personaggi pubblici e mantenere un alone di mistero,
raggiungere posizioni di spicco conservando una
patina d’indecifrabilità, tramandare azioni degne
di nota (nella politica, nelle professioni, nell’arte),
lasciando una scia di ammirazione e, contemporaneamente, una dose di enigma. Eugenio Balzan
rappresenta uno di questi casi.
Direttore amministrativo del Corriere della Sera
per trent’anni e artefice del suo definitivo successo, non si discute che sia stato un padre fondatore del più importante quotidiano italiano e un
primattore sulla scena editoriale del Novecento,
ma la sua storia, fatta di tenacia e di lavoro, d’ingegno e capacità non comuni, d’impennate, colpi
di scena e passaggi dietro le quinte, lascia più
d’un capitolo avvolto nel dubbio.
Balzan, una leggenda
L’ antifascista
che
collaborò
con
i fascisti
La
vertiginosa
crescita
del
“Corriere”
26
Acquista così interesse la biografia opera di
Renata Broggini ora pubblicata da Rizzoli
(Eugenio Balzan 1874-1953, pagine 475, lire
36.000, euro 18,59). Il lavoro, svolto su incarico della Fondazione internazionale che del
personaggio porta il nome (cui sono legati i
prestigiosi premi finanziati con la sua
eredità), non può, per la stessa origine,
assecondare intenti scandalistici. Tuttavia, la
serietà della studiosa svizzera, già autrice di
ricerche su fuorusciti ed ebrei oltralpe durante l’ultima guerra, garantisce la necessaria
distanza da una ricostruzione agiografica.
L’ex dominus imprenditoriale di via Solferino,
il finanziere abilissimo dell’ultimo periodo,
l’amico di Arnaldo Mussolini e di Toscanini,
l’antifascista che pure collaborò con i fascisti
viene, dunque, descritto sotto tutte le luci che
merita, ma anche con le ombre. Ombre originate da comportamenti che effettivamente
furono ambigui. Oppure dal suo carattere
forte, che sembrava fatto apposta per attirarsi opposizioni e alimentare la rappresaglia di
detrattori spesso in malafede. O ancora, più
semplicemente, dalla leggenda che finisce
sempre per avvolgere e, in qualche caso, per
deformare le gesta di capitani d’industria,
alfieri culturali, antesignani del costume.
Il seme della contraddizione pare affiorare fin
dall’inizio nella sua biografia. Figlio d’un
proprietario terriero della provincia di Rovigo
(Badia Polesine), Balzan si trova quasi subito in miseria per il tracollo della famiglia
causato da una piena dell’Adige. La sua
giovinezza trascorre all’insegna di espedienti e sregolatezza, per cui, una volta trasferito
a Milano, batte in maniera quasi ossessiva
sul tasto dell’onore e della rispettabilità.
Assunto al Corriere (1897), correttore, poi
cronista e quindi inviato speciale (autore di
apprezzati réportage sugli emigranti italiani
in America), passa in meno di sei anni
dall’attività giornalistica a quella che i giornalisti hanno sempre un po’ considerato come
l’altra parte, la sponda dove si deve far di
conto e, magari, lesinare sugli stipendi.
Come manager, anche se allora non s’usava
dire così, Eugenio Balzan si rivelerà eccezionale, contribuendo, accanto a Luigi Albertini, alla vertiginosa crescita del giornale, in
termini di diffusione e di prestigio. Un amministratore instancabile e a tutto campo, che
disegna le strategie fondamentali e controlla
minuzie all’apparenza insignificanti, dà il via
ai più onerosi investimenti e s’adopera per
realizzare risparmi anche infinitesimali. Dal
disadorno ufficio al pianterreno, vicino alla
cassa, Balzan esercita la sua amplissima
giurisdizione, che abbraccia contabilità, tipografia, materie prime, abbonamenti, rivendi-
te, pubblicità, relazioni con l’esterno, rapporti
con la mano d’opera e con gli impiegati
nonché, per quanto riguarda l’aspetto economico, con i suoi ex colleghi di redazione,
coprendo così, in pratica da solo, un insieme
di funzioni direttive che nelle imprese editrici
di oggi impegnano uno stuolo di responsabili ed esperti (o presunti tali).
Una
“rete”
per la
raccolta
degli
annunci
Promotore
della
associazione
degli
editori
Uno dei primi obiettivi è rendere più redditizia
la raccolta di inserzioni e annunci, fino ad
allora affidata a un’agenzia esterna, la
“Haasenstein & Vogler”. Con non poche difficoltà Balzan riesce a rompere il contratto e
ad organizzare il servizio in proprio. Nuovi
sportelli e una rete di solerti venditori. L’iniziativa dà ottimi risultati, trainata com’è dal veicolo-Corriere e dall’offerta, che adesso si definirebbe diversificata, dei periodici collegati: La
Domenica del Corriere, nata nel 1899, La
lettura (1901), il Romanzo mensile (1903), cui
s’aggiungerà nel 1908 il Corriere dei Piccoli.
Il direttore amministrativo cavalca il boom
alzando i prezzi e a un cliente che se ne
lamenta risponde con un pizzico di supponenza: “Quando le pubblicazioni sono accreditate come le nostre, la réclame è tanto più
apprezzata quanto più è cara”.
Per reinvestire gli introiti crescenti Balzan
pensa negli anni successivi all’ammodernamento dell’impianto tipografico, che sarà una
preoccupazione di tutta la sua gestione.
S’informa, domanda, scrive: “Ci è stato
comunicato da New York che si sta provando
una macchina che mette i giornali sotto
fascia dopo averli piegati e li mette in sacchi
classificandoli secondo il treno che devono
prendere. Ora desidereremmo sapere...”.
Invia emissari alla ricerca di notizie più precise. Alla fine trova la rotativa che fa al caso
del Corriere, una “Hoe”, americana, appunto, tecnologicamente avanzatissima e
completa d’una serie di funzioni mai prima
automatizzate.
L’impacchettamento è un problema strettamente legato alla diffusione e anche in
questo campo Balzan si lancia a corpo
morto moltiplicando le rivendite e perfezionando i trasporti, senza esitare, quando è
necessario, a litigare con La Stampa, sospettata di brigare per il cambio di alcune coincidenze ferroviarie in Piemonte in modo da
rallentare l’arrivo delle copie da Milano. E
neppure esita ad aprire un contenzioso con
le cartiere che accusa d’aver formato un
cartello allo scopo d’abbassare la qualità del
prodotto. Dà maggior forza alla sua azione
perché protesta a nome di tutti gli editori,
essendo egli stato uno dei promotori (poi
portavoce e, quindi, presidente) dell’associazione di categoria.
S’occupa, Balzan, di “relazioni sindacali” e il
suo rapporto con le maestranze, che gli riconosceranno comunque costante attenzione
ai casi umani, è inevitabilmente difficile, con
punte molto critiche. Annoterà compiaciuto il
pur liberale Albertini: “Nei tempi della scioperomania Balzan si mise in mente di creare un gruppo di crumiri pronti a lavorare in
caso di sciopero. Pareva impossibile arrivarci e soprattutto far convivere in pace un tal
gruppo con gli altri. Lui si lavorò i suoi uomini caso per caso, ci impiegò mesi, ma ci
riuscì”. E se il numero uno dell’amministrazione mostrava durezza verso gli operai, si
comportava rigidamente anche con i giornalisti, controllando di continuo orari di lavoro
e condotta extralavorativa, e perfino con i
collaboratori di prestigio.
Spulciando
le note
spese
degli
inviati
Il sostegno
alla
direzione
Albertini
È famoso un aneddoto, rievocato da Montanelli, che prende spunto dalla pignoleria di
Balzan nello spulciare le note-spese degli
inviati e volge rapidamente in faceto trattandosi dei rendiconti, di solito fantasiosi, del
“redattore viaggiante” Guelfo Civinini. Da
tempo il giornalista chiedeva che gli fossero
rimborsati, almeno durante le trasferte
lunghe, i costi delle compagnie femminili,
rubricabili, a suo avviso, sotto la voce “l’uomo non è di legno”.
Pur con molta ritrosia, l’amministratore aveva
finito per acconsentire a patto che non divenisse un’abitudine e che l’aggravio per la
cassa rispettasse “ragionevoli scadenze
temporali”. Senonché Civinini, alla prima
occasione, piazzò la spesa di due gentildonne nello stesso giorno e Balzan, assicurava
Montanelli, bocciò la richiesta annotando di
suo pugno sull’apposito modulo: “L’uomo non
è di legno... ma neanche di ferro”. Per quando riguarda, invece, il rigore nei confronti dei
collaboratori è nota la vertenza con l’economista e ministro Alberto De Stefani, beneficiario d’un megacontratto che, secondo
Balzan, oltre ad essere troppo oneroso, non
era pienamente meritato. Non potendo
mandare al diavolo l’illustre “firma”, l’amministratore s’impegnò allo spasimo per
tagliare, sulle 220 mila lire di compenso
annuo, almeno una minuscola fettina:
duemila lire al mese.
Una conduzione aziendale tanto puntigliosa
e, nello stesso tempo, energica, versatile,
lungimirante offrì il migliore sostegno possibile all’eccezionale direzione Albertini. il
Corriere, che nel 1900, tirava 75 mila copie,
nel 1906 salì a 150 mila, nell’11 a 275 mila,
nel ‘18, anche grazie all’interesse per la
guerra, a quasi 400 mila e nel ‘20 addirittura
a 600 mila. Un crescendo inarrestabile. Il
principale concorrente, Il Secolo, portato in
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potere alla sfera redazionale. Ciò che non
era stato possibile con Albertini, lo sarebbe
diventato con i successori (Pietro Croci, Ugo
Ojetti, Maffio Maffii), graditi a Mussolini ma
molto meno autorevoli: intervenire sulla linea,
fare e disfare l’organico, aver voce in capitolo dentro i settori, arruolare collaboratori di
propria iniziativa, peraltro scelti con gusto e
oculatezza perché Balzan aveva frequentazioni negli ambienti culturali e dello spettacolo (in particolare, musicali).
Nella sua documentata biografia Renata
Broggini li definisce “gli anni del compromesso”, apogeo della carriera, però segnati da
problemi, tensioni, amarezze, tra le quali il
raffreddamento dell’amicizia con il maestro
Arturo Toscanini. Gli antifascisti ormai diffidano di Balzan. Ma lui è ancor meno amato dal
regime e molti gerarchi ne parlano in termini
spregiativi.
Farinacci lo giudica un frondista complice
della passata gestione. Gli viene artificiosamente attribuita una battuta che potrebbe
costare il posto e addirittura il confino: la
proposta di un monumento alla donnaccia
che avrebbe attaccato la sifilide al duce
quale “futura liberatrice d’Italia”.
In occasione dell’uscita del volume
“Eugenio Balzan 1874-1953.
Una vita per il Corriere, un progetto
per l’umanità” Tabloid pubblica
un commento di Ettore Botti,
già apparso, in versione più ridotta,
sul “Corriere della Sera”
Eugenio Balzan
a Lugano
nel 1953 e (sotto)
in una foto
giovanile,
soldato
nel “Savoia
Cavalleria” (1893)
Qui a destra,
l’esordio da
amministratore.
Il giallo
di una
uscita
improvvisa
in via Solferino
auge da Romussi, viene raggiunto, superato, surclassato e, infine, condannato all’estinzione.
Il fruttuoso sodalizio con il mitico direttore
comproprietario e con suo fratello Alberto
s’interrompe però dopo poco oltre due
decenni, quando gli Albertini (1925) sono
costretti dal fascismo sempre più arrogante
a cedere le quote e ad andarsene. A sorpresa Eugenio Balzan - ecco una profonda zona
grigia nella sua storia -, anziché lasciare
assieme a loro, raddoppia.
Si offre di fare da intermediario nella trattativa per la cessione ai fratelli Crespi, Aldo,
Mario e Vittorio, imprenditori tessili, agricoli,
elettrici, immobiliari, già titolari della maggioranza azionaria del Corriere e in rapporti,
ultimamente, molto tesi con la famiglia Albertini. C’era stato un lungo tira e molla durante
il quale i Crespi, accompagnati dallo sguardo benevolo del regime, si fingevano indifferentemente disponibili a vendere la loro
parte o a comprare quella degli altri. “Finché‚
un pomeriggio - racconterà Alberto AlbertiniBalzan piomba a casa nostra, annunziando
il colpo di scena. I nostri soci, valendosi d’un
appiglio legale inoppugnabile, domandavano
la liquidazione della società”. Non resta
scampo. La cessione viene in breve tempo
ratificata. E Balzan, che pure l’anno prima
era stato insultato e aggredito da un gruppetto di squadristi in Galleria, accetta di
restare sulla sua importante poltrona come
se nulla fosse cambiato.
I fascisti
e la
cittadella
liberale
TABLOID
I defenestrati lo considerano un ingrato e un
traditore. Scrive Alberto Albertini, beffardo:
“Ricordo che negli ultimi giorni si teneva
appartato, dichiarava che al Corriere, partiti
noi, non sarebbe rimasto e ci chiedeva di far
valere i suoi diritti”. L’accusa è esplicita: voltafaccia di un opportunista che agisce unicamente “per convenienza”. Lui, Balzan, ha
sempre sostenuto, invece, di essere rimasto
nell’interesse del giornale e di chi ci lavorava
per ridurre i danni che avrebbero provocato i
fascisti, il cui fine recondito era abbattere
quella cittadella liberale a vantaggio dei
quotidiani già asserviti.
Resta la testimonianza di un suo amico,
Vincenzo Fagiuoli: “Albertini, appena uscito,
avrebbe voluto che il giornale andasse male
e sapendo che chi faceva ogni cosa e lo
faceva camminare era Balzan, lo invitò a ritirarsi. Eugenio gli rispose: ‘Non posso perché
so cosa significhi la mia presenza al Corriere e intendo che l’impresa vada avanti bene,
poi vedrò il da farsi’. E così si condusse”. E
c’è anche uno scritto lasciato dallo stesso
protagonista. “Se non temessi - affermava
Balzan - di arrecare un danno all’azienda cui
ho dato per quasi trent’anni il meglio delle
10
2001
Un
pensionato
molto
solo e
ricchissimo
mie forze, e alle tante famiglie che da essa
traggono il necessario sostentamento, e se
non temessi di essere giudicato male dai
colleghi e amici che si fidano di me, specialmente nel periodo critico che stiamo attraversando non esiterei un momento a lasciare il mio posto”.
È sicuramente vero, perché l’attaccamento
di Balzan al Corriere aveva reputazione
leggendaria, come la sua dedizione notte e
giorno, ma non poteva non esserci dell’altro.
Innanzitutto, i soldi, una passione costante,
con connotati a tratti maniacali, nell’arco
della sua esistenza.
Egli ottenne una cospicua percentuale per la
mediazione e i Crespi, ansiosi di non perdere un simile collaboratore, gli offrirono una
piccola caratura nonché gratifiche da calcolare sull’incremento degli utili e da versare in
Svizzera, usando come schermo gli incassi
del Corriere e della Domenica (molto venduta) in Canton Ticino. E poi l’ambizione, il desiderio di allargare, da ex giornalista, il suo
Il manager di via Solferino si difende da navigatore consumato, arrivando a vantarsi, in
una lettera al direttorio del sindacato della
stampa, di non aver fatto o detto niente,
“neppure il più lontano accenno o atto di solidarietà”, durante la serata di congedo degli
Albertini. E con altrettanta abilità si destreggia tra il rifiuto di assumere giornalisti fascisti
ma incapaci e quello di licenziare redattori
bravi quanto antifascisti.
Gli attacchi, però, diventano più virulenti e
rileggerne qualche passo oggi, in tempi di
sfrontata concentrazione e montante conformismo dell’informazione, può forse servire a
riflettere. Una pubblicazione romana di stretta osservanza punta l’indice senza alcun ritegno: “Noi sospettiamo Balzan. Il braccio
destro di Albertini, il diffamatore di Mussolini,
il ridicolo tirannello antifascista non può tenere un posto di comando in un grande giornale che si dice fascista”. E ancora: “Il più diffuso quotidiano d’Italia deve essere d’ora in poi
integralmente, superiormente fascista”.
In più di un’occasione Eugenio Balzan si vale
dell’aiuto del fratello del duce, Arnaldo, suo
amico e buon giornalista, che, tuttavia, muore
all’improvviso nel ‘31. Le accuse, le delazioni,
i trabocchetti si moltiplicano e il grande manager, fiaccato, decide di mollare. L’addio al
Corriere, datato 1933, nasconde il maggiore
dei punti interrogativi.
Un’uscita improvvisa, presentata come provvisoria e per ragioni di salute e, un po’ per
volta, trasformata in irreversibile. Perché? È
possibile che sia stato minacciato o che si sia
trovato sotto ricatto. La biografia richiama un
piano semiufficiale “per disfarsi di Balzan e
mettere in riga il giornale anche nella gestione organizzativa” (direttore era, nel frattempo, Aldo Borelli).
La chiave sarebbe potuta essere la denuncia
di “uno scandalo clamoroso”. Fu agitato
davvero questo spettro infamante? E se lo
scandalo non fosse stato altro che l’esportazione dei capitali all’estero?
Sta di fatto che Balzan partì seguendo la
direzione dei suoi soldi. Si stabilì in Svizzera,
spostandosi in continuazione tra Lugano,
Zurigo e altre località, come se si sentisse
braccato, in pericolo. La polizia elvetica, che
lo tenne spesso sotto sorveglianza, sospettava che fosse un infiltrato. Ma non era una
spia.
Era un pensionato molto solo, che s’occupava adesso d’amministrare in proprio, tra
banche e Borsa, il vecchio patrimonio,
ingrossato dall’ingente liquidazione. Sapeva
essere generosissimo, come dimostrano gli
infiniti aiuti, sovvenzioni e regali a parenti,
amici, conoscenti, rifugiati politici ed ex
dipendenti del giornale, ma anche avarissimo. Durante gli spostamenti in treno viaggiava sempre in seconda classe, come risulta
dalle annotazioni un po’ stupite di uno degli
agenti incaricati di pedinarlo. S’accontentava
di pasti frugali, utilizzava un guardaroba
ristretto, non concedeva mance.
A un occhio disattento sarebbe potuto apparire un anziano signore in ristrettezze. Eppure quando morì vent’anni più tardi, dopo
essersi ostinatamente rifiutato di tornare a
risiedere in Italia, lasciò denaro, azioni,
proprietà e una collezione d’arte che, secondo alcune stime, valevano 36 miliardi di lire
(del 1953!). Una sostanza colossale che
passa, senza testamento, all’unica figlia,
Angela Lina, nata da un breve matrimonio
giovanile, e da lei, quasi subito, alla Fondazione internazionale e a una miriade di opere
filantropiche e assistenziali. Come avesse
fatto Eugenio Balzan ad accumulare una
simile fortuna (superinvestimento nella
Nestlè? speculazioni valutarie durante la
guerra?) resta un altro mistero, l’ultimo della
sua lunga e memorabile vita.
Ettore Botti
27
F E D E
&
M E D I A
Sette testate sotto un solo tetto. Un vero e
proprio palazzo dell’informazione, nel quale
sono rappresentati tutti i media: dalla carta
stampata ad Internet, passando per radio
e tv. È il Centro delle comunicazioni sociali
della diocesi di Lodi, una scommessa
lanciata qualche anno fa dalla piccola
comunità ecclesiale lodigiana e ora
divenuta realtà, trascinata dall’imponente
crescita di diffusione e di immagine del suo
pezzo più pregiato, “il Cittadino”, uno dei tre
quotidiani cattolici italiani assieme ad
“Avvenire” e a “L’ Eco di Bergamo”, con 112
anni di vita sulle spalle
“Il Cittadino di Lodi”
una storia lunga
centododici anni
di Marco Ostoni
La palazzina che ospita la redazione della
gloriosa testata giornalistica, il suo editore
(l’Editoriale Laudense) e gli altri “marchi”
dell’informazione (Radio Lodi, voce della
comunità; Telepace, emittente televisiva che
opera a livello nazionale; Pmp, la società di
informatica; Pubblimedia, la società di pubblicità, e Lodi On Line, il portale Internet del
territorio), si trova in via Paolo Gorini 34, a
due passi dal centro, sullo spalto delle antiche mura della città, al di sopra delle bassure golenali dell’Adda. Una posizione suggestiva e strategica, quasi a voler allungare lo
sguardo anche fisicamente verso la distesa
della pianura lodigiana, a un tempo origine e
luogo di diffusione privilegiato della grande
mole di informazioni che quotidianamente
vengono raccolte, rielaborate e rese fruibili al
pubblico grazie al lavoro delle persone che
operano dietro la facciata dipinta di fresco
dell’ex casa parrocchiale del Carmine.
La nuova sede de il Cittadino è stata inaugurata ufficialmente il 13 ottobre scorso, alla
presenza delle autorità civili, religiose e militari, ma anche di politici, amministratori ed
operatori economici del territorio, con la
partecipazione straordinaria del vescovo di
Lodi, monsignor Giacomo Capuzzi, del direttore di Avvenire Dino Boffo, del caporedattore de L’Eco di Bergamo Piergiuseppe Accornero. E proprio Boffo, voce dei vescovi italiani, ha avuto parole di elogio e di augurio per
le sorti del “fratello minore”, che dopo una
vita secolare da settimanale ha imboccato
con coraggio, 13 anni fa, la strada dell’uscita
quotidiana: “Un giornale - ha esordito - è una
dichiarazione d’amore per il popolo che
serve. Questo giornale, il Cittadino, è una
dichiarazione d’amore che la Chiesa di Lodi
fa al Lodigiano. Mi auguro che il territorio
sappia riconoscerla e apprezzarla”.
L’apertura della cerimonia, presentata da
Aldo Papagni, responsabile delle pagine
sportive e firma storica del Cittadino, è stata
affidata al direttore Pallavera, che ha ripercorso sinteticamente le tappe che hanno
segnato la storia dell’informazione nel Lodigiano e nel Sud Milano, dalla fondazione
dell’allora settimanale il Cittadino di Lodi, nel
1890, al passaggio a bisettimanale e quindi,
nel 1989, a quotidiano. È toccato invece al
vescovo illustrare il ruolo della nuova struttu-
ra nel contesto delle scelte di comunicazione
ed evangelizzazione della Diocesi: “Abbiamo
la convinzione - ha affermato monsignor
Capuzzi - che attraverso questi mezzi il
mondo cattolico possa offrire un vero servizio all’uomo e alla società. La prima preoccupazione non è quella di prevalere sulle
altre voci, ma di offrire la comprensione dei
fatti della vita alla luce del Vangelo”. E in un’Italia, gli ha fatto eco Boffo, “in cui esiste un
deficit vistoso nella consapevolezza che i
cattolici hanno nei confronti del ruolo che
ricoprono i mezzi della comunicazione sociale, la realtà lodigiana fa eccezione e fa ben
sperare”. “Il punto di partenza di questa
esperienza - ha proseguito il direttore di
Avvenire - è una comunità vivace che ha
saputo dotarsi di tutti gli organi della comunicazione sociale. Tutta la Chiesa italiana è felice del successo di questo giornale”.
Sul ruolo della stampa cattolica e locale in
particolare, ha poi insistito il caporedattore de
L’Eco di Bergamo: “L’evento che celebriamo ha detto Accornero - è significativo, non solo
per questa comunità. Pur con alcune differenziazioni, i nostri due giornali hanno percorso
un cammino comune che ci porta oggi a celebrare un grande miracolo giornalistico”. Alla
base della comune esperienza “è il medesimo convincimento che anima tanta stampa
locale in Italia”. Con un impegno in più per i
cristiani: “Predicare la verità”.
■
Intervista al direttore Ferruccio Pallavera
Il nostro motto: “Quello che ascoltate
nell’orecchio predicatelo sui tetti”
Nel 1982, contestualmente al raddoppio delle
uscite settimanali, è stato il primo giornalista
assunto a tempo pieno nella storia de il Cittadino. Da allora Ferruccio Pallavera ha condiviso passo dopo passo le sorti del giornale,
fino a diventarne vicedirettore negli anni del
passaggio a quotidiano e, dalla scorsa primavera, direttore al posto di don Attilio Mazzoni.
Il primo a non vestire la tonaca nella vita
secolare del foglio dei cattolici lodigiani.
Che significato ha questo passaggio?
Tutti i direttori che mi hanno preceduto sono
state personalità accese e spiccate, intelligenti e di uno slancio ammirevole. Io mi
sento l’ultimo di essi, e non solo anagraficamente. Credo che la proprietà abbia scelto
un laico per la necessità di poter contare su
una persona che potesse dedicarsi a tempo
pieno al giornale, cosa che coloro che mi
hanno preceduto, per impegni pastorali non
hanno mai potuto fare.
Che cosa vuol dire essere un quotidiano
di ispirazione cattolica?
Rispondo citando un celebre passo evangelico di Matteo (10, 27) rammentato dal nostro
vescovo proprio durante l’inaugurazione
della sede: “Quello che ascoltate nell’orecchio, predicatelo sui tetti”. “Chi crede nell’au-
28
tore di queste parole - ha aggiunto nella stessa occasione monsignor Capuzzi - sente che
deve fare così; non può tacere. Nel campo
vasto dell’opinione pubblica e dei mezzi che
la costituiscono, sulla piazza dell’informazione globale c’è un Vangelo da proclamare, c’è
una Parola che non può mancare e tocca a
noi farla sentire, non possiamo aspettarcelo
da altri”.
Ma tutto ciò come si sposa con la necessità di informare?
Questo deve avvenire nella comprensione e
nel rispetto della natura dello strumento e
della logica della comunicazione, anche se
la Chiesa avverte che non può essere
assente anche nel campo dell’opinione
pubblica e la creazione del Centro delle
comunicazioni sociali è un segnale molto
chiaro in tal senso. In ogni caso la nostra
prima preoccupazione non è quella di prevalere sulle altre voci, ma di offrire la comprensione dei fatti della vita alla luce di valori ben
precisi. Ci sono anche spazi di annuncio
diretto del Vangelo (sul numero del sabato),
ma ci sta a cuore - e cito ancora le parole del
vescovo - “soprattutto un’informazione che
obbedisca alla verità, sia a servizio della
formazione dell’opinione pubblica nel nostro
territorio, sia rispettosa delle persone nella
loro inalienabile dignità”.
Quali sono i punti di forza del Cittadino?
Noi siamo convinti che la combinazione della
comunicazione globale con quella locale sia
decisiva per un’azione efficace nel campo
dei media. Ed è quanto ci sforziamo di fare,
quotidianamente. Sul nostro giornale c’è
tutto: dalle cronache internazionali a quelle
locali, passando per gli avvenimenti del
quadro nazionale italiano. E non mancano le
notizie sportive, culturali, lo spazio per l’economia, gli spettacoli. E poi siamo un giornale
legato alle nostre radici, ma sempre proiettato verso il futuro; e a realizzarlo, tutti i giorni,
è una pattuglia di giovani starordinariamente
motivati.
E tutto questo premia?
Le scelte compiute fin qui ci hanno dato
ragione. Posso affermare che nel giro di
pochi anni non solo siamo passati dal terzo
al primo posto tra i quotidiani più venduti nel
nostro territorio, ma da pochi mesi - entro i
confini della provincia di Lodi - il secondo e il
terzo quotidiano tra noi più venduti, messi
insieme, non riescono a eguagliare le vendite medie del Cittadino: un traguardo, questo,
che sembrava irraggiungibile 10 anni fa.
Oggi, inoltre, non solo il Cittadino è il quotidiano più diffuso in tutto il nostro territorio,
ma ha tagliato traguardi importanti, all’insegna del progresso e dello sviluppo. La nuova
sede del giornale, con la quale il Cittadino ha
scandito i primi passi del nuovo millennio, è
la prova tangibile degli sforzi compiuti.
Quali sfide vi aspettano nel futuro?
Noi cerchiamo sempre di stare al passo con
i tempi e facciamo grossi sforzi in questo
senso. Il Cittadino dal 1999 è su Internet con
l’intera edizione, sia in formato testuale che
nel formato grafico come viene prodotto dalla
tipografia: la consultazione è libera con
possibilità di ricerca e nel giro di un anno gli
utenti registrati sono stati oltre 5mila. Uno
sforzo importante, ma non l’unico. Alla fine
del 1998 il giornale ha provveduto a un rinnovamento della grafica e ha adottato un nuovo
e più moderno sistema editoriale. Nel 2000,
l’ennesimo sforzo diffusionale: la presenza
quotidiana nelle edicole di Milano, che ha
ulteriormente incentivato le vendite. La nuova
sfida è quella di consolidarci e completarci;
sono in vista in particolare un aumento di
foliazione e un’integrazione delle pagine di
servizio (borsa, economia).
M.O.
TABLOID
10
2001
Siracusa - Il convegno dei settimanali cattolici
Un servizio
all’uomo
e alla società
Era il 4 gennaio del 1890
quando uscì dalla tipografia
il primo numero del giornale.
Si chiamava Il Cittadino di
Lodi e recava come sottotitolo “Gazzetta politica, letteraria, commerciale, organo
delle Associazioni cattoliche”. Il numero zero si apriva con una preghiera ai
cattolici del territorio perché
sostenessero la redazione
“nell’opera volentieri intrapresa per il maggior incremento della causa cattolica
fra noi”.
La periodicità era settimanale, soltanto quattro le pagine.
Da allora, per un secolo
abbondante, il Cittadino ha
partecipato di diritto alla
storia del territorio; un territorio tradizionalmente fertile
per il giornalismo e nel quale
la stampa cattolica locale
piantò i suoi primi semi nel
1878 con l’apertura del settimanale Il Lemene, trasformato, a partire dal 1890, ne
il Cittadino di Lodi. Fu il
vescovo di allora, monsignor
Giovanni Battista Rota, originario di Brescia, a scegliere
il nome della testata, sull’esempio di quella del giornale
della sua città.
E il Cittadino diventò subito
voce dei cattolici che alla fine
dell’Ottocento si stavano
organizzando e cominciava-
Le foto rappresentano
il direttore de il Cittadino
Ferruccio Pallavera
con il vescovo di Lodi,
monsignor Giacomo
Capuzzi durante
l’inaugurazione
del 13 ottobre.
A sinistra, l’esterno
della sede del Giornale,
in via Paolo Gorini 34,
a Lodi.
no a fare sentire la loro
presenza in tutti i settori
della società. Le “leghe bianche” avevano fatto breccia
nel mondo rurale lodigiano e
Il Cittadino le appoggiò con
convinzione, sostenendo le
prime battaglie sindacali dei
contadini e favorendo anche
la costituzione delle Casse
rurali e delle Cooperative di
consumo.
Schierato con il movimento
sociale e politico dei cattolici, il giornale si collocò a
sinistra, avversando i liberali
ma battagliando anche
contro i socialisti. Prima e
durante la Grande guerra
sposò la causa pacifista e
all’indomani del conflitto
sostenne la nascita del
Partito Popolare Italiano,
abbracciandone linea e finalità e incappando spesso e
volentieri nella censura. Il
fascismo buttò all’aria la
tipografia e il Cittadino, per
sopravvivere, divenne voce
dell’Azione Cattolica diocesana, senza con ciò rinunciare alle sue battaglie.
Durante la seconda guerra
mondiale e nel periodo
dell’occupazione tedesca il
Cittadino contribuì a tenere
saldi quei legami tra la Chiesa, le associazioni cattoliche
e i lodigiani che animarono
la resistenza e, successivamente, la ricostruzione.
Supporto della Democrazia
Cristiana locale e nazionale
fino alla metà degli anni
Ottanta, in un periodo di
contrapposizione frontale,
mise in luce senza remore
le storture che provenivano
dall’Europa dell’Est dove
erano stati soppressi i diritti
democratici e civili.
Nel frattempo il giornale
cambiava, cercando di
adeguarsi alle esigenze dei
lettori. Decisiva in questo
senso fu l’opera ventennale
di due Ferrari: il direttore,
don Mario, e il presidente
del consiglio d’amministrazione, don Carlo.
Con loro, a partire dal 1975,
il Cittadino diventò “maggiorenne”. Venne aperta una
piccola sede, si fece una
timida apparizione nelle
edicole. Il giornale nel 1980
raddoppiò le sue uscite,
affiancando al numero storico del sabato quello del
lunedì, con le cronache
sportive del Lodigiano. Due
anni più tardi venne cambiato il formato - dal “lenzuolo”
al più agile tabloid - e venne
assunto il primo giornalista
(laico) a tempo pieno.
Occorreva un ultimo sforzo
per poter fronteggiare la
concorrenza delle testate
che stavano ampliando la
propria diffusione fra lodigiano e Sud Milano e per
questo, contando su soli sei
giornalisti (formatisi per lo
più nella vicina emittente
radiofonica, Radio Lodi), dal
26 gennaio del 1989 il Cittadino si trasformò in quotidiano, con 6 numeri settimanali (non usciva e non esce la
domenica).
Le vendite, prima timidamente e poi in maniera sempre più marcata, premiarono
il coraggio di chi aveva voluto il quotidiano.
Tra il 1994 e il 1995 mutavano intanto le persone ai
suoi vertici: alla direzione
don Attilio Mazzoni prendeva il posto di don Mario
Ferrari e alla presidenza del
consiglio d’amministrazione
don Carlo Ferrari passava il
testimone a don Diego
Furiosi.
E intanto proseguivano la
penetrazione e la diffusione
nei centri prossimi alla grande metropoli.
E nel frattempo le battaglie
ideali condotte con veemenza e slancio dal giornale
facevano storia e incidevano
nel tessuto sociale e politico
del territorio: nel 1995 il
Lodigiano riacquistò l’autonomia amministrativa perduta 130 addietro, con la ricostituzione della provincia di
Lodi, sostenuta con forza
proprio dal Cittadino.
Gli anni contemporanei sono stati contraddistinti dalla
grande sfida tecnologica,
con il lancio di Lodi on line,
costola telematica del giornale e portale Internet più
importante del territorio, e la
rivoluzione grafica interna
del ‘98.
L’apertura della nuova sede
rappresenta l’ultima tappa di
questo cammino.
M.O.
Da fogli
devozionali
a finestre
sul mondo
di Alberto Comuzzi
Il teologo Karl Barth suggeriva ai suoi colleghi di prendere ogni mattina in una mano
la Bibbia e nell’altra il giornale. Il consiglio è utile per il
cristiano, ma si adatta benissimo a chiunque svolga la
missione del comunicare.
Così ha esordito Vincenzo
Rini, presidente della Fisc
(Federazione italiana settimanali cattolici), aprendo i
lavori del convegno di studio
tenutosi a Siracusa dal 4 al 7
ottobre. Ogni anno la Fisc
promuove un incontro d’aggiornamento professionale
per amministratori, direttori e
redattori che fanno capo alle
134 testate associate (in
Lombardia i settimanali federati sono quindici).
A fare gli onori di casa ha
provveduto monsignor Alfio
Inserra, direttore del settimanale siracusano, Cammino,
una lunghissima militanza
nelle fila della stampa cattolica italiana e, in particolare,
nella Fisc.
Grazie al solerte direttore,
dagli anni Sessanta ad oggi,
in Sicilia, sono stati organizzati dodici tra convegni,
congressi e incontri di vario
genere dedicati ai mass
media e alle problematiche
riguardanti la stampa.
Sulla sfida della mondializzazione e sul ruolo che la Sicilia può svolgere come ponte
tra le diverse culture mediterranee hanno preso la parola
il sindaco di Siracusa, on.
Giambattista Bufardeci, il
presidente della Provincia,
Bruno Marziano e il presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, Bent Parodi di
Belsito, i quali, andando oltre
i tradizionali saluti di benvenuto, hanno tenuto a partecipare ai lavori dell’incontro
Fisc. Per tre giorni oltre
centocinquanta convegnisti,
libretto degli appunti alla
mano, si sono documentati
su aspetti antichi e nuovi
della professione. Divisi in tre
gruppi di lavoro (“Sociologia,
spiritualità e pastorale della
comunicazione sociale nel
contesto del nuovo piano
pastorale promosso dalla
Conferenza episcopale italiana”; “L’editoria periodica nella
legislazione italiana. Personalità giuridica dell’editore.
Regime speciale Iva per l’editoria”; “Il linguaggio nella
stampa. Il linguaggio televisivo”) i partecipanti al convegno hanno approfondito temi
che, troppo spesso, nelle
redazioni o non sono dibattuti, o sono affrontati in modo
superficiale.
Giorgio Zucchelli, presidente
della Commissione cultura
della Fisc, raccogliendo
l’unanime pensiero dei
numerosi docenti e relatori
intervenuti, ha esortato a
superare, ove esista «il pericolo della chiusura autoreferenziale dei settimanali cattolici e la polarizzazione sulla
ritualità, sul devozionale, piuttosto che sull’annuncio, sulla
denuncia, sulla proposta».
Gli ha fatto eco il presidente,
Vincenzo Rini, che, concludendo i lavori, ha ricordato lo
sforzo dei settimanali cattolici
impegnati «a non attardarsi
più sul proprio piccolo ambito
di vita e di esperienza e a
non escludere gli opportuni
collegamenti con il mondo
circostante». Per Rini l’obiettivo è quello di evitare di
rappresentare «il volto di una
Chiesa narcisista e introversa piuttosto che quello di una
Chiesa estroversa, dialogante e missionaria».
In altre parole la Chiesa
comunica meglio anche ai
praticanti quando si pone in
comunicazione con i non
praticanti.
■
Accordo con il Liceo della Comunicazione di Gorgonzola
www.eticare.it, portale che
si rivolge al mondo cattolico
di Francesco M. De Bonis
Il primo obiettivo è costruire una comunità
virtuale di cattolici e offrire un’ agorà per il
dialogo, il confronto, l’informazione e una
maggior visibilità in rete. Per farlo si è costituita una redazione di una dozzina di persone, tra cui tre giornalisti professionisti. Eticare.it è un nuovo portale Internet che si rivolge all’universo cattolico con un giornale
quotidiano e una vetrina per i numerosi siti
nati come frutto delle mille attività in cui i
cattolici sono impegnati. L’iniziativa è partita
da Sri S.p.A., società con sede a Milano,
scaturita dalla sinergia tra Gruppo RE e lo
studio Valdani Vicari & Associati, uno dei
primi gruppi italiani che opera nel mercato
nazionale e internazionale della consulenza
di direzione. Alla base del portale c’è la
metafora dell’albero. L’immagine sintetizza in
modo efficace il potenziale percorso di
sviluppo del progetto: dalle radici ai rami.
Nell’home page, all’indirizzo www.eticare.it,
si trovano due macro sezioni: le radici e i
rami, appunto.
Le radici rappresentano le fondamenta.
Questa sezione ospiterà documenti e contriTABLOID
10
2001
buti di autori importanti, alla base della cultura e della tradizione cattolica. Una collaborazione importante verrà offerta dalle università Cattolica e Pontificia Lateranense da
altre congregazioni religiose. I rami rappresentano invece il quotidiano. Spazio in
quest’area, dunque, ad articoli su luoghi,
viaggi, itinerari, sui temi che riguardano la
famiglia, la scuola, l’educazione, lo sport, il
sociale. Coinvolte nello sviluppo di quest’area importanti realtà del mondo cattolico. Tra
queste anche il Sermig di Torino, la Fondazione don Gnocchi, l’Ai.Bi Associazione
amici dei bambini. Nell’area dedicata al
mondo della solidarietà sarà possibile, tra le
altre cose, entrare in contatto con il vasto
mondo delle onlus avvalendosi di semplici
strumenti di ricerca, adottare a distanza
bambini, effettuare donazioni e fare beneficenza. Eticare.it ha aperto ufficialmente i
battenti alla fine di settembre con una cerimonia ufficiale, al Circolo della Stampa di
Milano, in occasione di un convegno al quale
hanno preso parte tra gli altri il cardinale
Ersilio Tonini, Ernesto Olivero e Claudio
Demattè. Il portale ha già però dato vita, nei
giorni scorsi, a un progetto che si rivolge agli
studenti delle scuole cattoliche. Il progetto
pilota è il frutto dell’accordo con il Liceo della
comunicazione dell’Istituto Maria Immacolata di Gorgonzola e prevede che i ragazzi
lavorino nella redazione del portale per tre
mesi e che tornino poi a scuola avviando un
laboratorio che dovrà produrre una magazine on line per i giovani, fatto dai giovani che
verrà ospitato su www.eticare.it. Il progetto
verrà esteso successivamente ad altre scuole. Sta per partire anche la realizzazione di
un’area destinata ai bambini con un linguaggio e metodi di comunicazione adatti ai più
piccini, navigatori del futuro. L’obiettivo è offrire uno strumento moderno di comunicazione che leghi i ragazzi ai valori su cui fonda il
portale, quelli del mondo cattolico.
Proprio per affidare ai ragazzi un mezzo di
navigazione sicuro, in collaborazione con
Godano, è stato progettato un motore di
ricerca che permette di utilizzare internet
senza il rischio di imbattersi in siti sconvenienti e che è in grado di filtrare le URL da
rendere inaccessibili.
Sul fronte dell’informazione on line sta prendendo corpo il progetto destinato alla pubblicazione delle notizie che provengono delle
redazione dei settimanali diocesani di tutta
Italia. Il piano editoriale prevede anche lo
sviluppo di un’area di economia destinata a
un pubblico socialmente responsabile. Rivestirà infatti una particolare rilevanza il ramo
di Finanza Etica. L’obiettivo è approcciare il
mondo degli Investimenti socialmente
responsabili (nel mondo anglosassone Sri Social Responsible Investment), partendo
dalle fondamenta (alfabetizzazione, glossario, news a tema…) e affrontando il tema
della conciliazione di etica e finanza.
Presto il portale, oltre alla parte editoriale,
sarà in grado di offrire una serie di servizi on
line che spaziano dai corsi multimediali all’ecommerce.
Sri ha sviluppato anche una divisione di web
factory per la realizzazione dei siti delle
congregazioni, delle associazioni e dei gruppi d’area cattolica. Una volta confezionati i
nuovi siti troveranno collocazione proprio
sotto il cappello di www.eticare.it offrendo
così, davvero, un circuito privilegiato ai visitatori interessati al contesto entro il quale
l’iniziativa ha preso corpo.
■
29
S T O R I A
E
G I O R N A L I S M O
Le “radici”
del giornalismo
italiano analizzate
in un convegno
sulla stampa lombarda
del “decennio
di preparazione
1849-1859”
Milano, un Risorgimento di idee
servizi di Francesca Romanelli
“Io sono giornalista, il che vuol dire uomo
che sta lì al giorno al giorno”. Se Carlo Cattaneo, nel 1836, poteva definire in modo così
intrinsecamente vero la professione, davvero
significa che l’Ottocento è la radice ideale del
giornalismo italiano.
Come ha dimostrato il convegno “Il giornalismo in Lombardia nel decennio di preparazione 1849-1859”, che ha visto interventi di
docenti universitari quali Franco della Peruta, Carlo Giacomo Lacaita, Angelo Moioli,
Rita Cambria sulla stampa preunitaria
lombarda dalle sue fondamentali colorazioni
cattoliche e rivoluzionarie alle sue declinazioni specialistiche musicali, femminili e
scientifiche. E come testimonia soprattutto la
storia del giornalismo stessa, che assiste in
questi anni al primato culturale di una Milano
capitale giornalistica di un’Italia nascente.
Alimentata da pensatori e patrioti. Se la
Gazzetta di Milano è il foglio ufficiale, “privilegiato” dalle sovvenzioni austriache e ad
abbonamento obbligato per tutte le strutture
amministrative, è ancora il dibattito letterario
a catalizzare gli intellettuali del tempo,
concentrando le firme dei poeti Vincenzo
Monti e Ugo Foscolo sul nuovo mensile
filoaustriaco la Biblioteca italiana (1816) con
la sua famosa querelle des ancients et de
modernes cui si contrappongono nel 1818 le
pagine azzurre del Conciliatore. E mentre
l’impegno civile comincia a prorompere dal
mensile milanese Rivista europea di Carlo
Tenca e dal noto Politecnico cattaneano nel
1839, il giornalismo specialistico si è già
creato una consistente nicchia di mercato
con i 700 abbonati al settimanale Corriere
Intervista a Franco Della Peruta
Agli albori
dell’Italia nascente
A pochi passi dal Risorgimento. A pochi anni
dall’Unità. A pochi moti dalla libertà. La
Lombardia giornalistica di metà Ottocento
racconta gli albori di un’Italia nascente. Da
quel Crepuscolo che fu l’aurora della stampa
del Tenca alle riviste specialistiche che parlano della modernizzazione sociale che avanza. Milano cuore giornalistico d’Italia nelle
parole di Franco Della Peruta, docente di
Scienze della storia e della documentazione
storica all’Università degli Studi meneghina.
Nonché eminente storico di fama mondiale.
«Il quadro della stampa periodica a metà
Ottocento, relativo a quotidiani e settimanali,
ha sostanzialmente due volti dall’agosto
1848: se infatti in questo momento l’Austria
ha una costituzione e concede una relativa
libertà di stampa, fino al 1851 la successiva
abolizione dei diritti costituzionali conduce
all’eliminazione della libertà di espressione.
Nei periodici non sono più possibili interventi
diretti ed espliciti in materia politica, come è
testimoniato da quell’importantissimo giornale che vive dal 1850 al 1859 e che è Il
Crepuscolo di Carlo Tenca.»
Professor Della Peruta, qual è la situazione
dei quotidiani in questo periodo storico?
Vengono stampati a quattro pagine, hanno
una diffusione limitata affidata soprattutto
agli strilloni e agli abbonamenti. In particolare, nel territorio lombardo-veneto la diffusione effettiva raggiunge la scarsa cifra di
600/700 copie. Diversa la situazione in
Piemonte, dove ad esempio Il Risorgimento
di Cavour riesce ad arrivare al ragguardevole numero di 2.000 lettori. Ancora di più ne
conquista Il Crepuscolo cui accennavo in
precedenza, che distribuisce oltre 3.000
copie. Ma davvero interessanti sono anche
le esperienze di giornalismo su scala provinciale. Penso a Mantova fra il 1854 e 1856,
che vede sorgere l’originalissima testata La
Lucciola. Gazzettino del contado: in sostanza la prima pubblicazione attentissima ai
problemi sociali del mondo contadino che poi
esploreranno dopo l’Unità. Di assoluto rilievo
è anche La medicina politica, giornale portato avanti da un gruppo di medici a Bologna
per la necessità della prevenzione.
La libertà di espressione si riflette, in
quest’epoca, nella libertà politica: vediamone la condizione.
30
Fino al 1851 i quotidiani vengono pagati
dall’Austria: seguono e si accontentano di
quella poca libertà accordata dall’impero. È
possibile riscontrare una sorta di adeguamento dei temi, dei toni e degli spazi ad una
libertà di stampa condizionata. E in un
secondo tempo si imbavaglia anche quella.
Il Crepuscolo aveva infatti una preziosa rubrica di politica costretta a cessare nel 1857 a
causa della censura che obbliga Tenca a
sopprimerla. Per questo il dialogo politico
con i lettori diventa tutto uno scambio di allusioni, sottintesi, rinvii e riferimenti ad altri
argomenti, come si vede nei giornali umoristici quali L’Uomo di Pietra. Ippolito Nievo
sarà un maestro di questo comunicare cifrato. Lui, che è il grande autore delle Memorie
di un italiano, che è morto ad appena
trent’anni, scrive su questo giornale. È un
democratico. E un collaboratore assiduo con
i suoi interventi di ironia e di costume. Se
diceva che il capodanno 1859 il tempo
migliorava, perché ci si aspettava che sarebbe scoppiata la guerra per la libertà, i lettori
sapevano intendere la metafora e applicarla
al contesto politico.
Che ruolo riveste il giornalismo cattolico
in questa fase?
Esisteva ed esiste ancora la rivista Civiltà
cattolica a Roma, prodotta dai gesuiti,
simbolo di una cultura elitaria e di uno spirito
reazionario contrario ai mutamenti di regime.
A Milano vengono invece pubblicati La Bilancia e l’Amico del popolo, quest’ultimo in
parte come risposta agli scritti più liberali.
Si tratta di opere intrise dell’ideale di monarchia assoluta austriaca, che definiscono
Mazzini “un pazzo” e votate alla difesa del
binomio trono e altare. Gli altri giornali cattolici sono su questa linea, anche se il clero
non è interamente schierato così. Esistono
voci dissonanti, ma che non hanno organi di
espressione.
Quali i titoli memorabili sul fronte della
stampa specialistica?
Importanti gli Annali universali di medicina e
la Gazzetta medica milanese di Bertani. Un
personaggio davvero singolare che appoggia Garibaldi e fonda il partito radicale insieme a Felice Cavallotti. La realtà lombarda è
infine tutta un fiorire ineguagliabile di riviste
di farmacia, chimica e ingegneria.
delle Dame, nato a Milano nel 1804 e destinato a sopravvivere fino al 1872. La svolta è
proprio fra 1848 e 1849, quando il fermento
sociale fa deflagrare il numero delle pubblicazioni e si afferma, attraverso l’Editto sulla
stampa di Carlo Alberto, una legislazione di
matrice francese fatta di direttori gerenti
penalmente responsabili e doveri di rettifiche. Una disciplina che rimarrà anche dopo
l’Unità.
Nascono così a Milano autentiche novità
editoriali, come Il Crepuscolo, settimanale
letterario di qualità curato da Tenca, la
testata di sola cronaca anche nera Nuovo
Emporio dal 1856 al 1860 più Il Pungolo e
L’Uomo di pietra di Cletto Arrighi sul versante umoristico. Quest’ultimo ottiene tanto
successo da raggiungere una diffusione di
15.000 copie e da vedere battezzati i venditori di giornali “pungolisti”. Milano, nel 1859,
ha ben trentadue giornali e quattro quotidiani, fra cui spiccano i conservatori La
Lombardia e La Perseveranza insieme a Il
Pungolo e La Gazzetta di Milano. Tirano in
totale circa 20.000 copie. Dopo l’unificazione della penisola, l’opposizione di sinistra
al governo della destra storica si esprime
ne l’ Unità italiana mazziniana, in uscita nel
1862 ma soffocata dal sequestro preventivo
della censura e con Il Gazzettino rosa di
Felice Cavallotti. Forte è anche l’opposizione cattolica, che tra 1860 e 1874 cresce da
sette a diciotto testate. Il quotidiano moderno nascerà a Milano nel 1866: sarà Il Secolo di Sonzogno, con la novità decisiva
dell’ampio spazio alla cronaca. Ma certo il
nuovo mondo comincerà nel 1861, quando
all’ombra della Madonnina compaiono le
prime due edicole italiane: dietro il Duomo
e in piazza della Scala.
■
A colloquio con Ada Gigli Marchetti
L’arma intellettuale
dell’ironia
Decennio di preparazione all’eccellenza. Ada
Gigli Marchetti, docente di Storia del giornalismo nella facoltà di Scienze politiche alla
Statale di Milano, descrive così la stampa
lombarda fra 1849 e 1859. «Dopo la fase
rivoluzionaria del 1848-49, la stampa periodica lombarda conobbe un periodo di gravi
difficoltà e di grande grigiore, definito “decennio di preparazione”. La legislazione duramente repressiva introdotta dagli austriaci
ritornati in Lombardia, che prevedeva ad
esempio pene detentive quanto mai severe
per i reati commessi per mezzo della stampa, rese infatti praticamente impossibile l’esistenza di giornali politici che non fossero filogovernativi. Così come rese molto difficile
anche l’esistenza di giornali di cultura varia e
di intrattenimento. Non a caso l’unico quotidiano che ebbe vita facile e riuscì ad essere
pubblicato con regolarità fu la Gazzetta di
Milano. Monotono e bigio foglio ufficiale del
governo compilato ed edito da Giovan Battista Menini, reso talvolta vivace dalla collaborazione di Giuseppe Rovani, famoso autore
del romanzo Cento anni che venne pubblicato a puntate su questo giornale.»
Quale il ruolo della stampa cattolica?
Non mancano tuttavia altri esempi di periodici dalla vita facile soprattutto nell’ambito della
stampa cattolica. Tra questi si annoverò La
Bilancia. Ideologicamente affine fu il mensile
l’Amico cattolico che dopo aver sostenuto la
rivoluzione del 1848 si schierò, sotto la direzione di Paolo Ballerini, su posizioni decisamente intransigenti.
Parliamo de Il Crepuscolo...
La singolare e vitale esperienza de Il
Crepuscolo continuò nel decennio la tradizione del grande giornalismo culturale
lombardo. Si pensi alle vicende del Caffè,
del Conciliatore, del Politecnico... Settimanale fondato e diretto da Carlo Tenca dal
1850 al 1859, Il Crepuscolo intendeva
promuovere la partecipazione del popolo
alla vita culturale e politica della nazione.
Convinto che la pagina stampata fosse un
insostituibile strumento di educazione civile e morale, Tenca pubblicò articoli non
solo di letteratura, ma anche di discipline
scientifiche spaziando dai problemi dell’economia e dell’agricoltura a quelli della
politica e della vita sociale. Avvalendosi
delle migliori collaborazioni dell’epoca, da
Carlo Catteneo a Giovanni Cantoni, da
Giulio Carcano a Caterina Percoto... Egli
seppe dar vita, in una decina di anni, a
quello che Cattaneo definì “il migliore giornale d’Italia”.
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2001
Un Centro studi
per la storia dell’editoria
Culla accademica ne è la
Statale di Milano. Madrina
universitaria nonché presidente è la professoressa
Ada Gigli Marchetti. I suoi
natali nel 2001.
È il nuovissimo Centro di
studi per la storia dell’editoria e del giornalismo ad
aver organizzato al museo
di Storia contemporanea il
convegno “Il giornalismo in
Lombardia nel decennio di
preparazione 1849 e 1859”
tenutosi lo scorso ottobre e
scaturito dalla collaborazione con il Dipartimento di
Intervista a Nicola Del Corno
La stampa cattolica
icona del secolo
Poco studiata, ma icona del secolo. Di cui
non voleva tramandare solo le rivoluzioni, ma
anche le tradizioni e l’idealità. È la stampa
cattolica, una delle anime del giornalismo
italiano. «Testimoniato da molte testate come
l’Amico Cattolico, giornale nato negli anni ‘40
con l’intento di difendere le prerogative di
trono e altare, che poi passa nel ‘48 a difendere la rivoluzione e infine torna a sostenere
la politica asburgica. O come la Gazzetta di
Milano, in realtà voce di Vienna. Ma soprattutto come La Bilancia» afferma Nicola Del
Corno, ricercatore in Storia delle dottrine
politiche alla facoltà di Lettere e filosofia della
Statale di Milano.
Che cos’è La Bilancia ?
La Bilancia non è un organo ufficiale dell’impero austriaco, nasce come un giornale libero che infatti tra 1856 e 1857 polemizza con
Vienna per la decisione di aumentare la
tassa da bollo. La sua intenzione è però
dimostrare che l’opinione pubblica parteggia
per l’Austria. Vive dal 1850 al 1858, solo con
una breve interruzione ed esce tre volte la
settimana: il martedì, il giovedì, il sabato. È
impostato come un moderno quotidiano
dell’epoca, con quattro pagine di corrispondenze e rubriche. In cui confluivano in pratica i resoconti della lettura dei giornali di altri
paesi e le notizie da questi riportate. Di rilievo i suoi editoriali, tutti scritti dal curatore
Angelo Somazzi, svizzero del Canton Ticino.
Nei suoi pezzi si ravvisano i tre grandi nemici per il legittimismo clerico-reazionario de
La Bilancia. Il Piemonte, che si riteneva
volesse arrivare alla “terza riscossa” dopo le
sconfitte del ‘48 -’49 e veniva descritto come
uno stato allo sbando, sovraccaricato dalle
tasse e guidato da un “pazzo” come Cavour.
La politica italiana, pensava questa corrente,
era già ben incardinata nella divisione di stati
dinastici. Si contesta il regime parlamentare
adottato dai piemontesi e la loro politica
ecclesiastica di ritorsione contro il Papa. Il
secondo nemico è l’Inghilterra, accusata di
fomentare le rivoluzioni e di essere base logistica per i moti europei, di sobillare gli stati
per far ristagnare l’economia del continente
e guadagnare a scapito degli altri. Il terzo
nemico è “la setta”, un’entità non chiaramente definita che compare in tutta la polemica
antirivoluzionaria dell’Ottocento. È un’estesa
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2001
corporazione internazionale dai contorni
indefiniti considerata responsabile di agire
nei vari stati e che vede in Italia Mazzini
come attore referente.
Qual è il messaggio proposto da La
Bilancia?
Contro questi tre supposti pericoli incita alla
mobilitazione dei sovrani, della Chiesa e dei
cittadini per costruire un’unione internazionale legittimista.
A che pubblico si rivolge questo giornale?
Al ceto nobile e all’alta borghesia, anche se
non esistono ancora studi sulla sua diffusione. Riceveva inoltre sovvenzioni dai nobili
legittimisti. Come in tutta la stampa di questo
genere si nota lo scontro della lotta tra bene
e male, fra tradizione e rivoluzione. Il modello giornalistico dei giornali reazionari è La
voce della verità di Modena 1831. Vengono
poi affrontate altre questioni: l’educazione, la
convenienza del sistema agricolo rispetto a
quello industriale. Dopo il 1848 si auspica la
creazione di una confederazione di stati italici, uniti solo dall’aiuto reciproco per polizia
ed economia. Unico e originale di questa
testata è l’attestato di stima per la democrazia americana, che viene opposta a quella
europea.
L’apporto di questa stampa nella storia
del giornalismo?
Gli effetti immediati sono pochi dal punto di
vista delle idee. L’aspetto clericale ritorna
nella polemica contro lo stato laico che
avrebbe aggredito il Papa con la breccia di
porta Pia. L’Osservatore Cattolico milanese,
nel 1864, riprenderà queste tematiche.
In queste pagine alcuni “fogli volanti”,
testimonianza dei primi incerti sentimenti
d’identità nazionale.
Storia della società e delle
istituzioni di via Livorno, il
Comune di Milano per il
settore raccolte storiche e
l’Istituto per la Storia del
giornalismo italiano. Prestigiosa iniziativa che segue
la promozione di ricerche,
congressi e pubblicazioni
come la “Collana di studi e
ricerche di storia dell’editoria”.
Nel suo comitato direttivo, il
giornalista del Sole 24 Ore
Riccardo Chiaberge, gli
editori Franco Angeli e
Andrea Dell’Oglio più
Gabriele Turi e Varni della
scuola di giornalismo di
Bologna.
L’attuale centro raccoglie
l’eredità di un precedente e
omonimo gruppo di studio,
che aveva centrato la sua
attività su giornate di
approfondimento finalizzate ad esplorare l’editoria
minore e la stampa periodica lombarda tra Settecento
e Novecento.
Nel 2002, con il Comune di
Milano, anche un grande
convegno sull’editoria per
ragazzi.
Lucia Romaniello, delle Civiche raccolte storiche
Spine nel fianco
del governo asburgico
L’ironia milanese va alla guerra. Lo fa con i
periodici umoristici preunitari che furono “spine
nel fianco” del regime asburgico. Di nome e di
fatto. Come Il Pungolo. Li racconta Lucia
Romaniello delle Civiche raccolte storiche di
Milano. I periodici milanesi L’Uomo di Pietra
(15 novembre 1856) e Il Pungolo (7 marzo
1857), presi in esame fino al 1859, si definiscono giornali letterari-umoristici per il rilievo
predominante degli argomenti letterari. L’aspetto umoristico è il motivo conduttore di un giornalismo fortemente debitore alla letteratura,
che durante il decennio di resistenza si rivela
come un formidabile strumento di educazione
sociale. E un’arma per fare opposizione al
governo asburgico: per usare le parole di Cletto Arrighi, direttore, redattore, factotum dell’Uomo di Pietra, serve “per fare con la penna un
po’ di guerra all’Austria”. Per sfuggire alla
censura austriaca occorreva al tempo scrivere
con una certa strategia.
Quale struttura presentavano queste
pubblicazioni?
L’intenzione umoristica è manifesta anche
nell’aspetto tecnico: titolo, testata, sottotitolo,
motto. Le testate sono molto significative: quella
de L’Uomo di Pietra è rappresentata dalla statua
di Cicerone, ai piedi la folla in subbuglio, sullo
sfondo il Duomo, da una parte forti nubi si
addensano, dall’altra s’intravede uno spiraglio di
luce. Il motto adottato è: “io non piangeva, sì
dentro impietrai”. Il Pungolo, riprendendo la
testata del soppresso giornale veneto “quel che
si vede e quel che non si vede”, sceglie un
diabolico pipistrello nel centro, a sinistra Eraclito
che ride, a destra Democrito che piange e il
motto: “adelante si puedes…….. con judicio”;
subito trasformata in un diavolo dal nome
Asmodeo (direttore Leone Fortis) che impugna
Il Pungolo per “cacciare avanti i buoi”, la folla. E
il motto: “flectar non frangar”. Entrambi di pratico
formato 36x27 centimetri circa, sono settimanali da quattro a otto pagine. Le caricature e le
vignette umoristiche spesso sono a corredo del
testo, firmate dai migliori artisti del tempo come
Sebastiano De Albertis, Salvatore Mazza e
Carlo Gallina. Sono eredità dal giornalismo francese di qualche decennio prima, quando il giornale parigino Le Charivari adottava nel 1832 la
vignetta satirica a supporto del testo.
Veniamo ai giornalisti di queste due testate.
Arrivano dall’ambiente letterario e in particola-
re dalla scapigliatura milanese. La redazione
de L’Uomo di Pietra rappresenta un primo ritrovo di cenacolo scapigliato, una modalità di
essere artisti, di fare letteratura liberi da precisi
impegni di gusto e di poetica, ma sempre
ricchi di umori artistici e patriottici. Sono nomi
che ricorrono nella produzione giornalistica del
decennio: da Cletto Arrighi a Giuseppe Rovani
(il brillante appendicista de La Gazzetta di
Milano) a Giovanni Rajberti, Anastasio Buonsenso, Antonio Piccozzi, Antonio Ghislanzoni,
Ottavio Tasca, Ippolito Nievo. E ancora per Il
Pungolo altri personaggi come lo stesso direttore Leone Fortis, drammaturgo e giornalista
combattente, Arnaldo Fusinato, autore di canti
severi e rime giocose. Quasi tutti si firmavano
anche con pseudonimi. I più stravaganti, con
vezzo scapigliato, rivelano la propria personalità con il nome fittizio.
Nei contenuti?
Affrontano la cronaca cittadina, di altri nuclei
urbani del Lombardo-Veneto e di altri stati, ma
sviluppano soprattutto il versante letterario. Il
Pungolo rappresenta l’eccellenza per la levità
e la raffinatezza del linguaggio, per il sottile
umorismo che attraversa quasi tutte le rubriche quali le critiche letterarie, artistiche e
teatrali, le Ciarlie filologiche e linguistiche. L’Uomo di Pietra si differenzia per l’uso del vernacolo che esalta lo spirito umoristico secondo
la tradizione di Carlo Porta sia nella cronaca
cittadina, sia nella storia delle contrade e dei
mestieri, un modo di avvicinarsi ai milanesi del
tempo. L’umorismo è il tramite per instaurare il
dialogo con i lettori, è una provocazione quotidiana, un’abilità a trasformare un discorso
serio in aperto divertimento narrativo, attingendo ad un linguaggio a effetto, a frasi ambigue,
parole a doppio senso, caricature. I due periodici riportano notizie e curiosità, cronache
teatrali, novità librarie insieme ai fatti del giorno, ma soprattutto articoli di commenti come
quello di fondo, solitamente ad opera dei direttori. E anche interventi spesso polemici, notazioni di costume. Il giornale, insomma, non è
solo un veicolo di informazioni, ma uno strumento formativo, diverso da quello odierno che
vuole i fatti separati dai commenti. A liberazione avvenuta, dopo il 1859, il linguaggio dei due
periodici diventa più aperto e sferzante. Si
trasformano in fogli politici, facendo cadere la
caratterizzazione letteraria.
31
Convegno di Brescia (27 ottobre 2001),
promosso dalla Federazione dei liberali
e dall’Anpi, sul Centenario della nascita
di Piero Gobetti:
“Tra idealità democratica e passione politica:
Piero Gobetti giornalista, promotore di cultura,
teorico del liberalismo. Attualità di un impegno”
Piero Gobetti
in un disegno
di Felice Casorati
L’Italia ha bisogno di una “rivoluzione liberale”
anche nel sistema dei media, in modo che sia
affermata la centralità delle donne e degli uomini
che lavorano nel sistema dell’informazione,
in modo che prevalga una visione dei media
al servizio effettivo dei cittadini e non di interessi
particolari. I cittadini devono essere gli effettivi
padroni dei giornali, perché ne determinano
i successi e gli insuccessi. L’Italia ha bisogno
anche di una nuova classe di giornalisti, non più
avviati alla professione dagli editori come accade
dal 1928, ma formati oggi nelle Scuole di
giornalismo e domani nelle Università come
avviene per tutte le altre professioni intellettuali.
Anche questa battaglia è una battaglia di libertà.
Indro Montanelli
Le nuove stanze
di Alfredo Barberis
“Piero Gobetti, lezione ancora viva. L’Italia
ha bisogno di una rivoluzione liberale”
Milano, 27 ottobre. Franco
Abruzzo, presidente dell’Ordine dei giornalisti della
Lombardia, ha inviato un
saluto al Convegno sul
centenario della nascita di
Piero Gobetti, convegno che
si tiene oggi nell’Auditorium
San Barnaba, promosso
dalla Federazione dei liberali e dall’Anpi:
Cari amici, il Consiglio
dell’Ordine dei giornalisti
della Lombardia ha accolto
con entusiasmo la richiesta
di dare il proprio patrocinio a
questo convegno. I giornalisti della Lombardia intendono onorare Piero Gobetti,
giornalista, promotore di
cultura, teorico del liberalismo, ma soprattutto combattente delle libertà e combattente della libertà di stampa
in una stagione tragica,
contrassegnata dalla violenza fascista, elevata a metodo politico, con il fine di
distruggere lo Stato liberale
uscito dal Risorgimento e
dalla durissima prova della
prima guerra mondiale, di
annientare gli avversari politici e i partiti politici democratici, le organizzazioni sindacali e cooperative. Il nome di
Piero Gobetti rimane nella
storia della nostra patria nitido e fulgido come esempio
di virtù civili servite fino al
sacrificio della vita. Piero
Gobetti, sepolto dal 1926 al
Pére Lachaise, è anche un
monito per gli italiani di oggi
e per le future generazioni:
quando le libertà declinano,
la patria ha bisogno di eroi e
la via dell’esilio per difendere le proprie idee è una
risorsa amara. Piero Gobetti
riposa ancora oggi a Parigi.
La scelta della famiglia di
lasciare Piero Gobetti a Parigi assume un valore altissimo. Appunto è un monito
perenne.
Gli italiani sono chiamati
oggi a riflettere sull’attualità
di un impegno, quello di
Piero Gobetti, e a battersi
perché non si creino le
condizioni politiche e storiche degli anni 1919-1925,
quando la classe dirigente
della nazione, compresi
molti giornali e giornalisti,
non oppose una ferma resistenza a un disegno eversivo che, attraverso le leggi
“fascistissime”, travolse il
sistema statutario, instaurando la dittatura; tolse il
potere legislativo alle Camere e attraverso la censura
preventiva ingabbiò la libera
stampa, costringendo giornalisti liberali di grande livel-
32
lo morale, come Luigi Albertini, Alberto Bergamini e
Alfredo Frassati a lasciare la
guida del Corriere della
Sera, del Giornale d’Italia e
della Stampa.
Un altro grande giornalista
liberale, Giovanni Amendola, fu ucciso. Anche Mario
Borsa, liberale all’inglese o
radicale alla francese, lasciò
la professione, dopo aver
combattuto nel 1924, con la
Federazione nazionale della
stampa italiana, l’estrema
battaglia in difesa di una
informazione libera e critica.
Mario Borsa ha lasciato agli
italiani una testimonianza
preziosa, un libro, La libertà
di stampa, edito nel 1925,
ancora oggi riflessione valida, e la testimonianza, nel
1945-1946, di una direzione
del Corriere della Sera,
ancorata ai grandi valori di
libertà e della ricerca del
nuovo, che allora si identificavano nella costruzione
della Repubblica democratica così come sognata e vaticinata da Giuseppe Mazzini
e Giuseppe Garibaldi.
Quando si parla di Piero
Gobetti il discorso inevitabilmente cade sulla costruzione
dello Stato nazionale in Italia,
nel 1861, dopo 14 secoli di
occupazione straniera. Affiorano le debolezze e le lacune di quel processo storicopolitico, generoso e grande,
ma circoscritto a una ristretta
élite, mentre le grandi masse
ne rimasero estranee e
anche vittime, come dimostra
la storia dei contadini e delle
classi subalterne. Piero
Gobetti fu consapevole dei
limiti del Risorgimento aggravati dalla mancata riforma
religiosa. In questo quadro il
fascismo appariva a Gobetti
come il coronamento delle
carenze del processo risorgimentale e come l’espressione del carattere retrivo dei
ceti dirigenti borghesi, meglio
come “l’autobiografia della
nazione”.
Chi legge oggi Energie
Nuove, Il Baretti e soprattutto la Rivoluzione liberale
coglie la grandezza, la
profondità e la modernità del
pensiero di Gobetti.
Gobetti andò elaborando,
anche per la suggestione
delle posizioni dell’Ordine
nuovo di Antonio Gramsci e
del movimento dei consigli
di fabbrica, un suo liberalismo radicale, che vedeva
nella classe operaia torinese il modello di una nuova
élite dirigente. Questi motivi
trovarono la loro formulazione nelle pagine della rivista,
La rivoluzione liberale, che
si proponeva essenzialmente la formazione di una classe politica cosciente dell’esigenza di fare partecipare i
ceti popolari alla vita dello
Stato.
La rivoluzione liberale durò
dal febbraio 1922 al novembre 1925. La legge sulla
censura, varata dopo il delitto di Giacomo Matteotti,
oscurava la stampa di opposizione. E nel novembre
1925, mentre i deputati
dell’Aventino venivano cacciati da Montecitorio e Albertini costretto lasciava il
Corriere della Sera, Piero
Gobetti partì per l’esilio.
Benito Mussolini aveva
impartito l’ordine al prefetto
di Torino di rendere “la vita
impossibile all’insulso Gobetti”.
Piero Gobetti parla soprattutto ai posteri. La sua lezione, sempre attuale, vuole
per l’Italia la creazione di
una classe dirigente nuova,
che non abbia la testa volta
al passato, che veda la
storia, come ha scritto Benedetto Croce, come un
processo continuo di libertà
e che veda l’impegno quotidiano nella vita civile saldamente legato a un quadro
deontologico che anteponga
la legalità e l’affermazione
della legalità agli interessi
particolari. Solo così si
potranno saldare cittadini e
Stato, uno Stato effettivamente pluralista, rinnovato,
che, abbandonata la vecchia
struttura centralista, sia vicino alla vita dei cittadini e che
i cittadini sentano come
proprio, come casa propria.
L’Italia ha bisogno di una
“rivoluzione liberale” anche
nel sistema dei media, in
modo che sia affermata la
centralità delle donne e degli
uomini che lavorano nel
sistema dell’informazione, in
modo che prevalga una
visione dei media al servizio
effettivo dei cittadini e non di
interessi particolari. I cittadini devono essere gli effettivi
padroni dei giornali, perché
ne determinano i successi e
gli insuccessi. L’Italia ha
bisogno anche di una nuova
classe di giornalisti, non più
avviati alla professione dagli
editori come accade dal
1928, ma formati oggi nelle
Scuole di giornalismo e
domani nelle Università
come avviene per tutte le
altre professioni intellettuali.
Anche questa battaglia è
una battaglia di libertà. Bisogna “costruire” professionisti
che sappiano guardare a
Piero Gobetti, Giovanni
Amendola, Luigi Albertini,
Alberto Bergamini, Alfredo
Frassati, Mario Borsa e,
aggiungo, Indro Montanelli,
come modelli ideali di rigore
morale, quel rigore morale
che ha ispirato la condotta di
Piero Gobetti nelle ore difficili della sua breve e profetica esistenza.
Possiamo concludere con i
greci antichi: Piero Gobetti
vive e vivrà sempre, martire
della nazione e maestro
delle giovani generazioni dei
giornalisti italiani!
■
Partirò da una premessa
che può sembrare banale.
Fateci caso: quando in un
giornale, soprattutto in un
quotidiano, avviene un avvicendamento tra i redattori
che rispondono alle lettere
dei lettori, (è accaduto abbastanza di recente alla
Repubblica...) cambia lo stile
del titolare, che dà, ovviamente il suo timbro personale alle risposte, ma non cambia, per esempio, la grafica,
anzi è rigorosamente mantenuta per dare continuità alla rubrica, e in fondo non
cambiano del tutto il tono,
l’atteggiamento con cui
“quel” determinato giornale
(penso in particolare ai quotidiani) si pone nei confronti
del “suo” pubblico.
A sottolineare, se ancora ce
ne fosse stato bisogno, la
singolarità, l’unicità di Montanelli c’è il fatto che chiamato a sostituirlo il sapiente
Paolo Mieli il “Corrierone” ha
mutato tutto: dall’impaginazione ai “corrispondenti” che
sono sì i lettori, ma con sempre maggior frequenza quasi
fossero stati “richiamati” anche colleghi, giornalisti e
scrittori di fama da Giovanni
Raboni a Giovanni Mariotti,
dando così vita, pure al
Corriere della Sera, a un
nuovo “genere” di intervento,
mutuato dalle spesso spiritose scorribande in altre testate dell’imprevedibile “rapper”
settantenne Alberto Arbasino.
L’unico omaggio montanelliano è la “Piccola stanza”
che ripubblica certi suoi brevissimi interventi. Ho appun-
to fatto questa considerazione scorrendo l’ultimo libro
del grande Indro, Le nuove
stanze.
Nella affettuosa prefazione
Ferruccio de Bortoli, ricordando “l’ultimo pezzo, il suo
necrologio, un capolavoro
quasi beffardo di imprevedibile sintesi giornalistica” nota
che “rileggendo le nuove e
ultime Stanze che compongono questo volume si ha la
sensazione che tutto si sia
fermato. L’attualità scorre viva fra le righe. Indro scrive,
commenta, scuote la testa,
allarga le braccia, sorride.
Vive”.
È davvero questa la sensazione che qualunque fan di
Montanelli prova nel riaccostarsi a pagine che già conosce, ma che gli appaiono fresche, luccicanti di pagliuzze
d’oro d’arguzia e di intelligenza.
Il curatore Michele Brambilla
ha avuto un’idea semplice e
brillante: ha diviso e raggruppato gli interventi secondo l’ argomento trattato. I
titoli sono secchi e vanno subito montellianamente al sodo si va dai “Fatti del giorno”
che possono essere la querela di D’Alema a Forattini e
il processo Andreotti, la
guerra in Kossovo e i giovani
assassini di Novi Ligure, e si
arriva a “Fatti e storie personali” in cui Montanelli si racconta e si confessa con la
consueta autoironia, e insieme con un piglio degno di un
Seneca toscano (penso in
particolare alle sue convinzioni sulll’eutanasia...), passando per “la Storia e gli storici” in cui fra l’altro Montanelli rivendica una primoge-
Eugenio Scalfari
La ruga sulla fronte
di Olimpia Gargano
Sarà una suggestione favorita dall’omonimia, ma questo
Andrea Grammonte, protagonista del nuovo romanzo
di Eugenio Scalfari, La ruga
sulla fronte, ricorda tanto il
dannunziano Andrea Sperelli del Piacere. Certo è che,
nella prima parte della vicenda, di tinte dannunziane
l’autore ne spande a piene
mani, a partire dal modo in
cui descrive Andrea, giovane e affascinante erede di
un impero industriale fondato ai primi del Novecento, temerario pilota di macchine
da corsa, “un dio bellissimo,
crudele e gentile”, che fra
una presa di cocaina e una
sbornia cambia una donna
per sera cercando (ma, si direbbe, senza troppa convinzione) di sottrarsi alle spire
di una noia tentacolare.
E poi la caratterizzazione
degli ambienti, salotti dell’alta borghesia milanese frequentati da scrittori, musicisti, banchieri e flâneur. Il tutto in uno stile perfettamente
consono alla fatua evanescenza di una jeunesse
dorée che per accendere di
brio una serata torpida deve
ricorrere ai favori di una
mezzana e delle sue prestatrici d’opera, coinvolte in giochi di sadica lussuria.
Ma siamo alla vigilia della
seconda guerra mondiale,
uno degli eventi che fanno
da spartiacque in questo romanzo che rimanda immagini in movimento di un secolo
di vita italiana. Ed ecco mutare non solo la scena, che
passa dai salotti ai campi di
battaglia di El Alamein, dove
il tenente Andrea Grammonte si distingue per valore
militare, ma anche lo stile,
TABLOID
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2001
L A
L I B R E R I A
nitura come non fazioso “revisionista”, e per “Risorgimento”, in cui spicca un ineguagliabile ritratto all’impiedi
di Massimo d’Azeglio, che gli
fa dire d’essere umanamente vicino a questo politicopittore,scrittore piuttosto che
a Mazzini, Garibaldi o
Cavour.
Vengono poi i capitoli sulla
Grande guerra, su quella di
Spagna e sulla seconda
guerra mondiale, queste due
ultime, ovviamente vissute di
persona, come inviato davvero speciale; quelli su
“Fascismo e fascisti” su “Nazismo e nazisti” su “Comunismo e comunisti” sugli
“Anni di piombo”, da lui vissuti come un “vitando”, come un “untore” da gambizzare, quelli “tra Destra e Sinistra” nei quali spiega il suo
ruolo di “lupo solitario”.
Gustosissimo il “Berlusconi
politico” in cui con fermo garbo duella anche con Alfredo
Biondi, allora vice presidente
della Camera, e con Giorgio
Guazzaloca, sindaco di
Bologna ai quali ribadisce la
sua idiosincrasia verso il
Cavaliere sceso in campo.
A chi fa il nostro “mestieraccio” raccomando di leggere
o di rileggere “Protagonisti” e
“Giornali e giornalisti”. Nella
prima silloge troverà, accanto al ricordo del banchiere
umanista Raffaele Mattioli e
a quello di Giorgio Almirante
“signore e galantuomo”, i ritratti di Mario Soldati (“che
fosse uno scrittore non c’era
dubbio...ma la sua vera natura e vocazione erano quelle dell’attore”) di D’Annunzio,
davvero da lui non amato
(“modello di due generazioni
di italiani.. I quali ne imitavano persino la calligrafia, fasulla anche quella”), di Leonardo Sciascia (“amici siciliani tenetevelo caro, Sciascia. Non solo come scrittore, ma anche come siciliano.
Nessuno lo è stato più e meglio di lui”). O di Angelo
Rizzoli e di Gigi Rusca, editore l’uno, e inventore l’altro
della prima gloriosa Bur.
Nella seconda raccolta di fulminei profili di colleghi di diverso rango Montanelli ricorda mitici direttori come Albertini. Del quale ricorda un
aneddoto, tutto un auto-elogio che proprio per provenire
da un uomo che, per dirla in
soldoni, non s’è mai dato
arie, dimostra il suo ma sì,
ingenuo, incrollabile amore
per il quotidiano di via Solferino.
Anni dopo la sua destituzione da direttore del Corriere
Albertini venne a Milano, in
largo Bonaparte a trovare un
suo parente, lo scrittore
Piero Gadda Conti, vincitore
di uno dei primi Bagutta e a
sua volta cugino del non ancora celebre Carlo Emilio
Gadda. “Saputo che io abitavo al piano superiore” rammenta” volle conoscermi e fu
allora che mi rilasciò l’attestato di cui vado più fiero:
“Lei è l’unico giornalista dell’attuale Corriere che lo sarebbe anche se a dirigerlo
fossi ancora io”.
Dopo aver spiegato perché
ritornò al Corriere (Mieli gli
offrì addirittura il posto di direttore, “un gesto”, chiosa un
insospettabile Indro forse a
ciglio non asciutto, “che non
dimenticherò mai”, rievoca la
sua amicizia con Barzini senior e Barzini junior, con
Guido Piovene (“un grande
talento senza coraggio”),
con Orio Vergani (“la sua
versatilità non conosceva limiti: passava dalla critica
teatrale - era amico di tutti gli
autori, attori e soprattutto attrici - senza sbagliare un giudizio e gli restava ancora abbastanza tempo per correre
dietro i ciclisti del Giro d’Italia
e di quello di Francia, di cui
sapeva tutto meno chi avesse vinto la tappa perché per
strada si era fermato a una
trattoria famosa per i suoi arrosti o il suo baccalà, di cui il
suo articolo illustrava le delizie”, con Paolo Monelli (“la
sua lingua è tersa come un
cristallo; non la si legge, la si
beve”), con Leo Longanesi,
(“mai visto un rabdomante di
talenti come lui”); con il sornione Mario Missiroli che, diventato direttore del Corriere, alla sua lettera di dimissioni motivate dal fatto di
sapere che un suo “Incontro”
lo aveva stizzito, aveva risposto con un telegramma “in
latino” in cui asseriva che
“non avrebbe mai potuto accettare la direzione di un
Corriere orbato di Montanelli”; con Guglielmo Emanuel (“uno dei direttori che
ho amato di più”), con Mario
Borsa, un grande galantuomo, ma debole, che non potendolo licenziare, come era
stato invitato a fare, “si limitò
a emarginarmi nella critica
cinematografica, di cui non
sapevo né mi interessava
nulla”, con Giovanni Mosca
che “sorrideva, rideva e faceva ridere. Ma non sghignazzava mai”.
A questo proposito, proprio
perché Mosca è stato il mio
primo direttore, al Corriere
dei Piccoli che molti anni dopo avrei diretto io, mi sia lecito un ricordo e un rammarico
personali. Ho avuto la fortuna di collaborare alla Voce,
l’ultima intelligente ma poco
fortunata
avventura
di
Montanelli direttore, ma lo
avevo conosciuto quando
ero ancora un ragazzo, in
casa di un valoroso cronista
del Corriere, Vittorio Nivellini, un amico di casa che
chiamavo familiarmente “zio
Vittorio”.
Nivellini abitava in una villetta di via Augusto Righi, a
Città Studi, una via vicino alla Rizzoli che allora aveva la
sede in una piazza Carlo
Erba in cui il rumore dei traffico si mescolava al fruscio
delle rotative.
Di fronte a Nivellini c’era la
casa del repubblicano storico Cipriano Facchinetti, poco più in là quella di Simonazzi, capocronista del Corriere, stipata di decine di
annnate rilegate del quotidiano. Qualche anno dopo
che si fa sempre più asciutto
e sobrio, fino ad arrivare a
una scrittura di taglio, per così dire, quasi sociologico, allorché il centro dell’attenzione si sposta sugli scontri di
piazza, le manifestazioni
sessantottine e gli anni di
piombo.
Un moderno romanzo di formazione, che scioglie un debito prima di tutto affettivo,
forse, con i testi della grande
tradizione letteraria: i Quaderni di Malte Laurids Brigge
di Rainer Maria Rilke, ad
esempio, ma anche, e in posizione chiave, Foscolo e la
sua concezione della funzione civile della letteratura.
Andrea Grammonte, che in
principio è un giovin signore
dalla vita brillantemente
noiosa, si trasforma in un capitano d’industria, un moderno padrone delle ferriere,
abile e spregiudicato nelle
sue operazioni di alta strategia finanziaria che gli daranno una posizione di assoluto
predominio nell’economia
del Paese.
Il lettore appena un po’ malizioso potrebbe divertirsi a
rintracciare le vere identità
che si celano dietro i nomi fittizi di vicende nelle quali
ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti ed esistite - sembra tutt’altro
che casuale. Ma in realtà c’è
già talmente tanto, in questo
libro, che sarebbe superfluo
cercarvi dell’altro. Piuttosto,
si potrebbe provare a leggerlo a strati, come per certi
aspetti sembra essere stato
concepito; e allora ecco
emergerne anche una specie di “romanzo sociale” che
fotografa la realtà italiana
degli anni delle grandi ondate migratorie interne.
“Partivano a frotte affollando
le terze classi di treni sgangherati che risalivano lo stivale dalle varie direzioni, la
costiera tirrenica, quella ionica per Sibari e Metaponto e
poi l’adriatica, le valli del
Tavoliere e di Terra di Lavoro, il Salento, le Murge, mentre il ferribotte scaricava sei
volte al giorno il suo carico di
vita e speranze sulle banchine dello Stretto.” La meta,
inutile dirlo, è Milano, anzi la
periferia milanese popolata
da siciliani, calabresi, pugliesi, campani, un labirinto di
strade e case anonime fra
cui si consuma l’esistenza di
chi ha lasciato dietro di sé
“quel cielo e quell’aria densa
di odori forti, gli odori
d’Oriente che l’estate viaggiavano lungo il Mediterraneo, l’anice, le zagare, il mirto e il gelsomino”.
Proprio fra quelle strade,
nella Milano popolare, fuori
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sarebbe stata acquistata da
Giovanni Guareschi che io,
abitando in un condominio di
viale Romagna il cui cortile
si affacciava sul suo giardino, vedevo spesso intento a
lavori di bricolage domestico
o sentivo urlare con i figli
Carlotta e Alberto, allora
bambini.
Nivellini era un romagnolo
doc. Era nato, amava sottolineare, lo stesso anno in cui
era nato Mussolini, a Ravenna. Di Mussolini, con il quale
aveva all’inizio lavorato all’Avanti!, ricordava “il carbone dei suoi occhi: occhi da
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matto”, e il cartello che aveva fatto affiggere nell’atrio
del giornale (penso fosse la
sede di via Settala, dove nella primavera del I956 nacque il Giorno di Baldacci),
cartello che beffardamente
ammoniva “i signori redattori
a uscire dopo essere entrati”.
Approdato al Corriere Nivellini aveva sempre lavorato in
cronaca, ma ricordo di avere
scovato un giorno nella soffitta della mia casa di
Dizzasco in val d’Intelvi una
prima pagina con il resoconto di un’ avventurosa ascen-
sione in mongolfiera firmato
da lui per esteso (allora, i
giovani colleghi possono
sorridere, la conquista della
firma era assai ardua: sia
pure in anni meno “difficili” io
stesso al Giorno sono passato da “a.b.” ad “al. bar.” alla
firma ).
Appassionato di opera lirica,
possedeva una delle più
complete e rare collezione di
“libretti” e sul Guerrin Meschino (che per anni fu una
succursale satirica del Corriere...) aveva una rubrica
nella quale il protagonista
commentava i fatti della settimana usando soltanto le
parole, spesso atroci, dei “librettisti”.
Così era diventato per eccellenza “il” cronista della
Scala, il “vice” che, bofonchiava sorridendo, “contava
il numero degli applausi”.
Antifascista coriaceo (penso
da quando aveva bene conosciuto il suo coetaneo
conterraneo), dopo il 25 luglio nei corridoi di via Solferino aveva esultato forse
troppo, per via del suo sangue romagnolo, e coll’arrivo
della Repubblica Sociale,
era stato brutalmente emarginato se non allontanato,
salvo essere reintegrato nel
1945 finendo la sua carriera
anche come “vice” del critico
cinematografico Arturo Lanocita.
Ecco, vedendo i ritratti di tanti colleghi illustri che Montanelli appendeva, negli ultimi tempi, alle pareti della
sua Stanza, avevo in mente
di chiedergli un profilo del
più umile “zio Vittorio”. Ho il
rimorso di non averlo fatto.
Già, anche io pensavo, come annota Ferruccio de
Bortoli, che Indro Montanelli
fosse immortale. E che un
giorno o l’altro...
Indro Montanelli,
Le nuove stanze,
Rizzoli, pagine 542,
lire 36.000
nale, percepisce tutta la sua
solitudine. In un estremo tentativo di riguadagnare contatto con la vita, quella vera,
fatta di sentimenti ai quali è
sempre stato refrattario, Andrea Grammonte insegue le
tracce di un antico amore,
l’unico, forse, che avrebbe
potuto spezzare quest’incantesimo alla rovescia, dove a essere rinchiuso fra
mura di vetro è un principe
dal cuore d’acciaio.
Ma questa non è una favola:
a un passo dal lieto fine, la
tensione risale, e il filo narrativo prende nuovi, imprevedibili percorsi. Proprio come
nella vita.
dalla cerchia dei Navigli che
costituisce il suo fortilizio,
passeggia in una sera di
nebbia l’ingegner Grammonte: fra interi quartieri abitati
da suoi operai, dove migliaia
di famiglie dipendono dal la-
voro delle sue fabbriche, in
uno dei momenti più intensi
della narrazione, l’uomo con
“la ruga sulla fronte”, il segno distintivo che fin da
bambino ne aveva contrassegnato il destino eccezio-
Eugenio Scalfari,
La ruga sulla fronte,
Rizzoli, pagine 338,
lire 32.000 (euro 16, 53)
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L A
L I B R E R I A
Vittorio Messori,
Rino Cammilleri
Gli occhi di Maria
di Mario Pancera
Il sottotitolo spiega: “Un’impressionante ondata di prodigi nell’Italia invasa da Napoleone” e cita l’anno, 1796.
Di solito, i cattolici li chiamano
miracoli, ma il termine “prodigio” sembra più laico, meno
vincolante, più aperto a un
maggior numero di lettori.
Cammilleri ha scritto la storia
di questi eventi mirabili e con
Messori ha avuto una lunga
conversazione: il volume è
appunto composto da queste
due parti.
Gli autori, entrambi scrittori
cattolici notissimi, entrambi
giornalisti, hanno pubblicato
molti libri occupandosi di santi
e di miracoli. Questa storia di
duecento anni fa è certamente straordinaria.
Gli occhi di Maria sono quelli
della Madonna dell’Archetto,
D I
TA B L O I D
dipinta dal bolognese Domenico Muratori (morto a
Roma nel 1744), che il 9 luglio 1796, appunto sotto il piccolo arco in cui si trova, in via
San Marcello, di buon mattino
attira l’attenzione dei passanti
con il suo sguardo: quegli occhi a olio su coccio si aprono
e si chiudono.
Poche ore dopo i curiosi e i fedeli, nobili e popolani, sono
tanti che occorrono i soldati
per arginare la folla. Ma non è
finita. Si sparge, infatti, la notizia, che presso la fontana di
Trevi, un’altra Madonna si agita: alza gli occhi al cielo e gli
abbassa sugli astanti. Non c’è
irriverenza in questa descrizione. È il riassunto delle prime pagine del libro, che continua con una serie di manife-
stazioni simili.
Una Addolorata dipinta sulla
porta di un artigiano lancia
sguardi qua e là, con maggiore velocità quando il pubblico
recita le litanie: “A sera quasi
ogni quartiere di Roma ha la
sua Madonna che muove gli
occhi”.
Non si può riassumere il libro,
una vera a propria inchiesta a
ritroso nella storia, che ha motivi di interesse e di curiosità
per vari aspetti; religione, superstizione, folclore, credulità,
psicosi collettiva, paura. C’è la
guerra che avanza in Italia.
Una cosa simile era avvenuta
il mese prima ad Ancona, alla
Madonna di San Ciriaco. Ma
dal quel momento il fenomeno
dilaga in diverse città dello
Stato pontificio da Frosinone a
Frascati a Todi e così via. I testimoni si contano a migliaia, il
Papa ordina una missione
straordinaria. Pochi mesi dopo, febbraio 1797, Ancona
verrà occupata dai francesi e
Napoleone, che in un primo
tempo vorrebbe distruggere il
quadro, dopo averlo esaminato, ordina soltanto di nasconderlo alla vista del pubblico.
Crede anche lui o a paura di
una sollevazione?
Il lavoro di Cammilleri è non
solo puntiglioso e documentato, ma descrivendoci protagonisti e fatti ci immette in una
società che rappresenta ai
nostri occhi un grande spettacolo.
Il 1796, l’anno in cui nasce il
tricolore, è quello in cui il generale Bonaparte, con una
serie di vittorie, conquista la
Lombardia favorendo ovunque insurrezioni patriottiche.
Ma c’è terrore, ci sono intrighi,
la povertà dei poveri aumenta; i concetti di libertà e di
uguaglianza, l’idea di sostituire le repubbliche ai regni, spaventano non solo i nobili e i
burocratici, ma anche il popolino.
Insomma, quell’ondata di prodigi con gli occhi semoventi
delle Madonne dipinte va
esaminata con attenzione.
Nella parte finale del volume,
gli autori ne discutono con serietà e grande competenza:
veri o non veri quei prodigi?
Lasciamo al lettore che –
quale che sia il suo pensiero
– sfoglierà, attento, queste
pagine il piacere di confrontarsi con loro e con le loro argomentazioni.
Vittorio Messori,
Rino Cammilleri,
Gli occhi di Maria, Rizzoli,
pagine 320, lire 32.0000,
(euro 16,53)
Elena
Caputo
La lunga
planata
di Gianni de Felice
Sinceramente, ho molte buone ragioni per raccomandarvi
di leggere La lunga planata di
Elena Caputo.
Non occorre dirvi di che si
parla, perché il sottotitolo
chiarisce subito che “l’unica
donna di The Race racconta i
suoi giri del mondo”.
Devo solo avvertire non iniziati e distratti che “The Race”
è il giro del mondo a vela
senza scalo, che s’è corso all’inizio di quest’anno. E precisare che non si tratta di “un
altro libro che racconta un giro del mondo a vela”. Ciò premesso, passiamo alle ragioni. La prima è che amo il mare e la vela; e come tutti gli
entusiasti, vorrei che questo
amore fosse condiviso da
quante più persone possibile.
La seconda è che conosco
Elena da una trentina d’anni,
dunque da quando era una
bambina e suo padre la portava in deriva nel Tigullio, davanti a San Michele di
Pagana: in queste pagine c’è
anche la storia di una ragazza milanese, nata a Londra,
cresciuta a New York, che si è
realizzata – giornalista, velista, moglie – rifiutando gli
schemi convenzionali di quella borghesia alla quale appartiene, facendo sempre e
soltanto ciò che voleva e sentiva (nella silente e composta
trepidazione dei genitori).
La terza ragione è che questo libro è scritto con agganciante freschezza narrativa
non dal velista che fa anche il
giornalista, ma da una giornalista che fa anche la velista: una giornalista di terza
generazione, suo nonno
Massimo Caputo fu un memorabile direttore del dopoguerra, suo padre Livio
Caputo ha diretto quotidiani e
periodici, lei segue grandi
eventi e guerre in Africa,
Medio Oriente, Balcani come
free-lance per conto di agenzie televisive internazionali.
La quarta è che Elena non fa
la velista che naviga e regata
in equipaggi femminili, ma fa
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2001
Giulio Andreotti
Un gesuita in Cina
gi si trova all’interno della
Scuola centrale del partito
comunista.
L’eccezionalità del personaggio è nota: egli non solo
fece conoscere la Cina agli
europei, ma soprattutto l’Europa ai cinesi, il che era assai più difficile, visto che
consideravano barbari e
ignoranti tutti coloro che abitavano oltre il confine e trattavano da servi in ginocchio
anche paesi come la Corea
e il Giappone. Figurarsi se
potevano accettare insegnamenti, scientifici e religiosi, di
uno sconosciuto, che all’inizio aveva dovuto addirittura
spacciarsi per bonzo. Vertice
dei vertici: “Aiutò i cinesi a
capire la Cina “.
Notiamo di passaggio, che il
caso di Nicolò e Marco Polo,
di oltre due secoli prima, è
diverso: i mercanti veneziani
avevano avuto a che fare
con i tartari, più aperti
all’Occidente, poi cacciati
dai Ming. Fu la lingua, la
grande forza di Ricci: imparato il cinese, egli tradusse
prima le preghiere, poi testi
filosofici e scientifici. Vestiva
alla cinese, veniva chiamato
Li Madou. D’altro canto attra-
Una delle vocazioni di Giulio
Andreotti, 82 anni, senatore
e a vita e pilastro della vita
politica italiana per oltre
mezzo secolo, è quello dello
scrivere; in particolare, mi
sembra, scrivere libri di storia recente e passata oltre
che naturalmente di cronaca
contemporanea. Negli ultimi
sei anni, da Rizzoli sono
usciti sette volumi, dei quali
l’ultimo narra le vicende del
gesuita marchigiano Matteo
Ricci (1552-1610), che passo metà della vita in Cina.
Colto, intelligente studioso di
matematica, geografia,astronomia e altre scienze, il missionario imparò il cinese e fu
tanto ammirato dall’imperatore Wanli, uno degli ultimi
della dinastia Ming, e dei letterati del tempo (erano i letterati che comandavano in
Cina, e Ricci passò abilmente attraverso di loro per poter
divulgare non solo le scoperte della civiltà occidentale –
aborrita dai cinesi – ma anche la fede cristiana) che
quando morì fu, unico straniero, sepolto a Pechino. Il
luogo si chiama Zhala, e og-
la marinaia avendo uomini
per compagni e condividendone – in regime di pari opportunità – fatiche, sacrifici,
rischi e turni: da un paio d’anni uno dei compagni è suo
marito, il famoso skipper
americano Skip Novak.
Non basta. C’è una quinta ragione. Questo è un libro che
parlando di vela, di mare, di
avventure, parla soprattutto
di vita: la vita di una donna
d’oggi.
Abituata alla tecnica e al gusto del giornalismo e della
narrativa americana, Elena
non è neppure sfiorata dalla
tentazione della descrizione
retorica, della considerazione
filosofica, del predicozzo sentimentale: scoppierebbe a ridere al solo pensiero.
Lei scrive fatti, spesso li correda di documenti originali.
Ma è dai fatti che il lettore trae
spunti di riflessione sui personaggi che s’incontrano in zone di guerra, sulle amicizie
impreviste e coltivate a migliaia di chilometri di distanza, sul coraggio di una giornalista che vuole fare davvero la giornalista; e rinuncia –
di questi tempi – perfino alla
sicurezza dello stipendio e
del “posto fisso”, se questa le
impedisce di andare-vedereraccontare e le impone di stare in redazione a tradurre –
visto che sai bene l’inglese – i
réportages che arrivano da
“Evelina”.
Da questo punto di vista – ed
ecco la sesta ragione – La
lunga planata è un libro per
tutti: anzi è un libro capace di
affascinare e attrarre proprio
chi, non avendo mai messo
piede su una barca a vela,
non distingue una poppa da
una prua.
Non fatevi spaventare da frasi come “lo aiutano con il winch, recuperando meccanicamente il lasco dello strallo”,
“gli ultimi metri richiedono comunque il grinder e io resto
per fare il tailing”, “tirare giù
dal punto di scotta lungo la
balumina”.
In fondo al libro c’è un glossario che vi dirà i significati. E in
ogni caso questo non è un
manuale per insegnarvi a limonare o a issare una vela.
Questo è soltanto un libro
che vuole dare e dà, senza
averne l’aria, una risposta vera, sincera, profonda, alla domanda che tanti si pongono,
quando sentono parlare di
storie o vedono in tivù immagini di grandi imprese nautiche: ma chi glielo fa fare?
Leggete La lunga planata, finalmente lo saprete.
Elena Caputo,
La lunga planata,
Sperling & Kupfer Editori,
pagine 276,
lire 35.000 (euro 18,08)
Pier Boselli
Attenti al cane
di Mario Pancera
L’ECO
DELLA STAMPA
ECO STAMPA MEDIA
MONITOR S.R.L.
Via Compagnoni 28,
20129 Milano
Tel. 02 74 81 131
Fax. 02 76 11 03 46
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2001
di Ida Sconzo
“Ricordo che le prime volte,
mi rivestivo di tutto punto prima di scendere in strada,
bestemmiando, col cane al
guinzaglio. Ma poi cominciai
a farmi furbo approfittando
del fatto che “al buio - come
si usa dire - non ti vede nessuno”. Sera dopo sera, tralasciai di mettermi la cravatta,
e poi le calze e poi la camicia per scendere alla fine in
strada, dopo anni e anni di
perfezionamenti, solo con un
paio di pantaloni infilati direttamente sopra i calzoni del
pigiama, le scarpe senza le
calze, e un lungo impermeabile abbottonato sino al collo,
sotto il quale rimanevo praticamente a torso nudo.
Abbigliamento essenziale,
ma più che sufficiente, se si
pensa che, durante le mie
passeggiate notturne con
Rudy, mi capitò di incontrare
distinti signori col cane, il cui
lungo cappotto alla Gestapo
lasciava intravedere il polpaccio peloso e il piede infilato nella pianella; e all’altra
estremità del corpo, il collo
fino al villoso torace”.
Tutti i proprietari di cani si riconosceranno di certo nel ritratto che Pier Boselli fa di se
stesso, nel suo primo, esilarante, libro Attenti al cane.
Il titolo trae sicuramente in inganno, il sottotitolo infatti dice
- per conoscere il vero “nemico” dell’uomo - . Molti cinofili
storceranno il naso, ma soltanto prima di aver letto le divertenti pagine che Borselli
ha dedicato a Rudy, un meticcio arrivato per caso, che,
per anni, gli ha sconvolto la
vita. Luca Goldoni, nella sua
introduzione scrive: “In realtà
non è un libello corrosivo ma,
come si diceva una volta, un
elegante divertissement su
tutte le controindicazioni che
verso le sue lettere e i commentari, intitolati Entrata
nella China de’ Padri della
Compagnia di Gesù, egli fece conoscere ai suoi contemporanei la grandezza del
Celeste Impero.
Le avventure e le disavventure, addirittura persecuzioni
feroci, dei cattolici in Cina
sono molte e lo testimoniano
perfino le ossa del povero
Ricci. Qualche colpa la ebbero gli stessi missionari
(anche francescani, domenicani, e poi comunità francesi
contro portoghesi, ecc.) che
litigavano fra loro su cavilli
teologici e per interessi pratici. Negli ultimi due secoli,
inoltre, la chiesa ebbe lo
svantaggio di essere ritenuta
– non del tutto a torto – al
servizio delle potenze occidentali.
A metà dell’Ottocento, come
ricorda Andreotti, l’Inghilterra, che gestiva il commercio della droga, vinse la
guerra dell’oppio, che invece
la Cina voleva ridurre. Così,
in seguito a “trattati inuguali“
la Cina dovette sottoporsi “al
regime capitalistico delle potenze europee “.
In forza di questi trattati la
Chiesa riprese la sua attività
apertamente, ma tra la sempre maggiore differenza delle
classi colte e quelle popolari,
fino alla rivolta xenofoba dei
Boxers, che provocò lutti inenarrabili. Tra le distruzioni ci
fu quella della tomba di Ricci:
le sue ossa furono buttate all’aria. Passata la tempesta, la
tomba fu ricostruita per essere di nuovo distrutta dal regime comunista e ancora ricostruita degli anni Settanta,
dopo la condanna definitiva
della cosiddetta Banda dei
Quattro. Oggi i cinesi “ mostrano con orgoglio il cimitero
ai visitatori che chiedono di
vederlo”. Scopo del breve
saggio, uscito per il quarto
centenario dell’ingresso di
Ricci a Pechino, avverte l’autore, è di dare un contributo a
una maggiore comprensione
fra due mondi, quello vaticano e quello comunista cinese, e giovare a un disegno di
conciliazione.
Giulio Andreotti.
1552-1610.
Un gesuita in Cina.
Matteo Ricci dall’Italia
a Pechino.
Rizzoli, pagine 130,
lire 22.000 (euro 11,36)
la vita con un cane comporta”.
Nei circa trenta capitoletti, in
cui sono divise le 169 pagine
del tascabile pubblicato da
Rizzoli, Boselli parla di un
cane brutto, piovuto dal cielo
che lo costringe ad una
schiavitù orrenda. A proposito dell’uso del guinzaglio,
scrive: “Basta guardarsi intorno in qualsiasi strada per
vedere dei poveracci rimorchiati da robusti alani (ma
anche da microscopici cagnetti) a velocità tale da farli
sembrare impegnati nello sci
d’acqua”.
Scrivendo, con caustico
umorismo, tutto il male possibile sul cane, che definisce
di volta in volta “inetto”, “accattone”, “porco”, “ladro”,
“vanitoso”, “eroe da strapazzo”, l’autore ci mostra, sotto
una luce divertente e ironica,
i vizi e le virtù dei nostri compagni pelosi. Soltanto pochi
e grandi autori, riescono a
far sorridere e, nello stesso
tempo, commuovere il lettore, come magistralmente riesce a fare Boselli.
Questo libro in fondo è dedicato a tutti coloro i quali vivono con un cane accanto, ma,
soprattutto, alle persone che
hanno avuto un cane in passato e sono rimasti legati,
con un guinzaglio d’amore,
al suo ricordo. Autoironico,
Boselli, sembra voler nascondere a tutti i costi, quello
che il lettore sensibile, percepisce fin dalle prime pagine del suo libro: il grande affetto e la nostalgia che ancora sente per Rudy. Chi ha
amato nella sua vita un Full,
un Wolfe, una Lassie, un
Rex o un Rudy, sa di cosa
parla.
Negli ultimi, brevi, capitoli,
l’autore dice di nutrire un po’
di rimorso: “Ieri ero al bar a
prendere un caffè, quando è
entrato un signore con un
grosso cane lupo e ha ordinato un cappuccino. Poi ha
preso dal banco due brioches; una per sé, e l’altra l’ha
data al cane…A me - vedendo quella scena - sono venuti i rimorsi. Perché mai io
avrei fatto una cosa simile
con Rudy…Domani - ho deciso - andrò al cimitero, anziché con i soliti fiori, con una
bella brioche appena sfornata e gliela metterò sulla tomba…spero che Rudy mi perdonerà.
È meglio tardi che mai”.
Pier Boselli,
Attenti al cane,
Rizzoli editore,
pagine 169, Lire 14.900
(euro 7,70)
“... veramente il titolo era Porco cane...”
Pier Boselli, giornalista di
lungo corso, già direttore di
Grazia, è uno dei vecchi ragazzi de La Notte di
Nutrizio, è un conte (un suo
trisavolo era primo ministro
di Maria Luigia ai tempi del
ducato di Parma) ma non è
ricchissimo e soprattutto
non è uno snob. È un ex direttore che ha deciso di
scrivere il suo primo libro
per una “incazzatura” nei
confronti di un cane. “Attenti
al cane” è infatti la sua prima fatica di scrittore.
Il libro è stato scritto negli
anni 80, perché ha deciso di
pubblicarlo soltanto ora?
Sono pigro, - afferma con
grande sincerità - non ho
vanità, non vado a tampinare i direttori editoriali. Alcuni
respingevano il libro e non
ne capivo il motivo. Poi un
amico ha sondato il terreno
e ha svelato il segreto: quasi tutti i direttori editoriali
avevano un cane e credevano che il mio libro smi-
nuisse l’immagine dei loro
amici a quattro zampe.
Il titolo Attenti al cane per
conoscere il vero “nemico”
dell’uomo, fa pensare che
lei non ami molto questi animali…
Veramente il titolo che io gli
avevo dato era Porco cane
che è anche più bello, soprattutto oggi che i marciapiedi sono pieni di ricordini.
Il suo libro è davvero divertente, come mai non ha
pensato di scrivere prima?
Quando facevo il direttore
ero troppo impegnato con il
mio lavoro e non mi andava
di scrivere la sera, come
fanno tanti colleghi.
Poi il mestiere dello scrittore che siede alla scrivania
tutte le mattine non mi piace granché. Sono un parmigiano, appartengo al filone
dei
parmigiani
come
Guareschi o Zavattini che
erano scrittori un po’ umorali. Per scrivere devo avere
una buona ragione e poi
oggi, scrivere non rende o
almeno, rende a quelli che
hanno vissuto di “penna”, io
ho vissuto di “scrivania”. In
più ho cominciato tardi, non
ho lavorato molto sul mio
nome e non sono molto conosciuto, ho fatto il direttore.
Una vecchia leggenda dice
che alcuni giornalisti fanno i
direttori perché non sanno
scrivere, ho voluto dimostrare che anche i direttori
sanno scrivere.
Lei ha diretto Grazia…
Sì ed erano tempi avventurosi, facevo il giornale numero per numero, nulla di
preconfezionato, come si
usa oggi. Andavo a caccia
di scoop, trovavo argomenti
che mi interessavano, mi innamoravo e li pubblicavo, e
sempre se ne discuteva.
Quando decisi di inserire
un gadget, scoppiò quasi
uno scandalo. Oggi lo fanno
tutti. Ho anticipato i tempi
nel bello e nel brutto. Ho tirato su Confidenze quando
Mondadori era sul punto di
chiuderlo. Ho accettato la
sfida, l’ho risollevato a forza
di trovate, a volte anche goliardiche e mi sono divertito.
Come premio ho avuto poi
la direzione di Grazia.
Come è nata in lei l’idea di
diventare giornalista?
Per contagio. Il bacillo circolava nel mio liceo, a Parma.
I miei compagni erano
Molossi, Goldoni, Malerba,
Torelli, Ubaldo Bertoli, che
hanno poi fatto i giornalisti.
Ci siamo montati a vicenda.
Chi pubblicava un libro di
poesie, chi vignette (i disegni di Attenti al cane sono
dello stesso autore).
Eravamo poveri in canna e
per guadagnare qualche lira collaboravamo con i giornali umoristici.
Tanti volevano fare questo
mestiere perché consentiva
guadagni magri ma immediati.
I.S.
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Dario Zanelli
Nel mondo di Federico Fellini di fronte
al suo cinema (e a quello degli altri)
di Emilio Pozzi
Riproposto in seconda edizione, con nuovi testi, aggiornata con affettuoso lavoro dai familiari, questo libro
di Dario Zanelli arricchisce,
con taglio di testimonianza
confidenziale, sia dell’autore
che del protagonista, la conoscenza del grande Federico.
La rilettura di questo libro, mi
ha però portato a privilegiare, istintivamente, alcune pagine che con il cinema hanno poco a che fare.
Il mio contributo risente del
drammatico contesto nel
quale gravitano da mesi i nostri pensieri, anche perché i
dialoghi fra Fellini e Zanelli
hanno ruotato spesso su temi esistenziali, che, di questi
tempi ricorrono nelle conversazioni tra amici, tra la gente.
Siamo quotidianamente chimati ad interrogarci su ciò
che accade in tanti luoghi
del pianeta, che non hanno
più distanze, e su ciò che
potrebbe accadere anche a
noi. Ai bombardamenti reali
si accompagnano quelli virtuali dei massmedia.
La presa di coscienza è un
imperativo al quale non pos-
siamo sottrarci. E allora le
prese di posizione stimolano
le nostre riflessioni e sempre
più frequentemente ci rifugiamo in pagine che appaiono profetiche.
Provate a rileggere, ad
esempio, La paura numero
uno, di Eduardo De Filippo,
commedia scritta nel 1950
nella quale si immagina l’aprirsi della terza guerra mondiale, a livello planetario. Il
quadro psicologico sembra
di oggi. E così i pensieri di
Federico Fellini, che la intelligente diligenza di Zanelli,
emergono, come punte di
iceberg, nei loro dialoghi, assumono significati attuali,
proponendo una serie di interrogativi calzanti e incalzanti. Andiamoli a cercare.
“Com’è il popolo italiano?”,
chiede provocatoriamente,
discutendo di Prova d’orchestra.
“C’è da tentare di conoscerci
meglio. Bisogna imparare a
conoscere i nostri limiti. I limiti non sono sempre un
elemento negativo: possono
essere anche una forza. Non
siamo affatto un popolo di
santi, né di poeti, né di navigatori, né soprattutto di eroi,
ma abbiamo tante altre meravigliose qualità che le varie
Franca Feslikenian
La roccia
e il melograno
di Massimo Cobelli
“La” Storia e “una” storia, gli
accadimenti che segnano il
progredire delle società e
quelli intimi, personali, che
con essi si intrecciano: è il
motivo conduttore delle
struggenti pagine di Franca
Feslikenian, giornalista e
scrittrice, che in La roccia e
il melograno ripercorre sul filo della memoria la storia
della sua famiglia.
Per parte di padre l’autrice
discende da una stirpe di
feudatari del Caucaso che
vanta antenati fin dal V secolo; i capostipiti della famiglia
della madre, i Marzoli, erano
invece costruttori di cattedrali gotiche. “Quando si va a
scavare nei ricordi, è inevitabile esserne scossi e turbati,
e scrivere un libro del genere mi ha fatto rivivere momenti della mia vita che può
essere gravoso ricordare se
tutto piomba addosso in una
volta sola, e ti possiede.
Sono stata posseduta per
quattro mesi o cinque, notte
e giorno, da questo compito
che volevo portare a termine. Ho macinato ricordi per
intere nottate, senza tregua.
Ma dovevo farlo per i vivi e
per i morti, con la speranza
di dare ai primi un esempio,
e ai secondi la pace”. Si
36
chiude così questo lungo affresco privato e sociale di
Franca Feslikenian, iniziato
con un semplice e coinvolgente “mi chiamo Francesca”. Un nome che è comparso spesso nella famiglia
della mamma dell’autrice, a
partire dalla prima Francesca, nell’anno 1608.
Le protagoniste sono le donne. Giustamente Ada Grecchi, assessore al personale
della Provincia di Milano, ci
ricorda nella prefazione che
le pari opportunità, diventate
di moda intorno agli anni
Ottanta, sono passate anche attraverso tante donne
silenziose – le protagoniste
del libro - che sul giornale
potevano andare solo con il
loro necrologio se erano di
famiglia in vista, ma che in
realtà da sempre avevano in
mano le fila delle decisioni
maschili attraverso i loro mariti e figli.
Per l’autrice la sorte fu diversa. Così Francesca-Franca
ci racconta gli esordi da giornalista, quando iniziò a lavorare per l’ Italia, quotidiano
cattolico diretto da monsignor Carlo Chiavazza, che
le “diede la firma da subito.
Allora era molto difficile, scrive, “che un direttore facesse
firmare articoli a chi non era
già iscritto all’Albo. Per me
ideologie, nessuna esclusa,
da quella fascista, a quella
cattolica, a quella marxista,
ci hanno sempre fatto disprezzare come fossero dei
difetti: la mitezza, l’operosità,
l’ingegnosità, la saggezza,
questa nostra saggezza fatta di distacco e d’una sana
punta di cinismo…”.
E riprendendo un’idea già
espressa altre volte, propone un ”ministero dell’italianità”. Il ministero dell’italianità servirebbe fra l’altro (qui
sintetizzo) a evitare la minaccia continua di sprofondare in un baratro nel quale
cadono, per inadeguata conoscenza degli italiani, tutti
gli altri ministeri. Fellini era
anche preoccupato della rimozione psicologica delle
realtà sgradite da parte di
tutta l’umanità. “Pensa solo
all’indifferenza veramente
agghiacciante con cui ormai
abbiamo finito per accettare
la realtà orrenda degli scippi,
dei sequestri di persona…”.
Parole dell’ottobre 1978.
Che direbbe ora?
Salto di pagina in pagina;
non voglio costruire una teoria felliniana di comodo, oggi. Però certi concetti sono
impregnati di illuminata, profetica visione.
Era rimasto sconvolto dal libro I limiti dello sviluppo del
futurologo Aurelio Peccei,
che denunciava la preoccupante crescita della popolazione mondiale: nel ‘78,
quattro miliardi e mezzo e
previsione che ogni anno sarebbero sopravvissuti settanta-ottanta milioni di nuove
creature. Per evitare l’apocalisse ecologica, ammoniva
Peccei, e lo ricorda Zanelli,
“si deve arrestare la folle distruzione in atto di ogni risorsa naturale (foreste tropicali
abbattute al ritmo di venti ettari al minuto , settanta specie di mammiferi sterminate
nel giro di un secolo, duecento in procinto di estinzione”.
E di fronte alla “contraddizione tra il carattere illimitato
dei piani di sviluppo delle società industriali e l’inevitabile
limitatezza delle risorse materiali della Terra” (così annota Zanelli), Fellini amaramente osserva: “Quel che
sembra strano è che i governati non abbiano veramente
cura dei paesi che rappresentano né a livello ecologico, di esistenza, né a livello
psichico. Se ben ricordo il
primo manifesto in cui gli
scienziati parlavano dei miti
avere la firma su un quotidiano nazionale significava
uscire dall’anonimato”.
Tra le tante storie rievocate
dalla Feslikenian spicca
quella della famiglia Pizzi.
“Nel 1944 Amilcare Pizzi
aveva perso la sua unica figlia Silvana, morta in tre
giorni di setticemia a causa
di un dente. Carla, la mamma di Pizzi, stampava in corso di Porta Romana al 129,
due cortili a sassi, l’uno dopo
l’altro. Pizzi voleva fare un
serie di libri d’arte, dando alla collana il nome di
Collezione Silvana. Aveva
fatto studiare un medaglione
a secco con il profilo della figlia impresso, per dare il
marchio alla collana. In piazza Fiume, Carla, la mamma,
Pizzi e il giovane impaginatore della Domus Riccardo
Ricas dettero vita a questi libri d’arte che dovevano segnare il ritorno dell’Italia nell’editoria mondiale”.
È uno dei tanti “affreschi”
che Franca Feslikenian ha
consegnato alle pagine del
suo libro, e che evocano in
un certo senso due “paradossi” di Jean-Luc Godard:
“l’histoire de la solitude et la
solitude de l’Histoire”, “une
seule histoire et une Histoire
seule”. Con felice sintesi il
celebre regista e scrittore ci
ricorda che ogni storia personale è sempre una storia
di solitudine e tante di queste storie insieme sono la
struttura della solitudine della Storia.
Franca Feslikenian,
La roccia e il melograno,
Mursia,
pagine 264, lire 30.000
(euro 15,49)
Giuseppe
Galzerano
Gaetano Bresci
di Franco Fucci
La sera del 29 luglio 1900 il re
d’Italia, Umberto di Savoia, fu
ucciso a Monza con tre colpi di
pistola da un anarchico toscano di 31 anni, venuto apposta
dall’America per compiere
quello che lui considerava un
irrinunciabile dovere. Egli riteneva il sovrano responsabile
degli eventi tragici che, nella fine del secolo, avevano fatto
morire tanti italiani, dalle battaglie d’Africa alle repressioni
sanguinose dei moti popolari,
culminate con le cannonate di
Bava Beccaris a Milano. Il regicida non odiava Umberto:
semplicemente “doveva ucciderlo” – come ebbe a ripetere
cento volte – in quanto simbolo della oppressione e della tirannia.
Quel giovane si chiamava
Gaetano Bresci. Di professione tessitore, nel gennaio del
1898 era emigrato negli Stati
Uniti stabilendosi a Paterson,
nel New Jersey. Una scelta
ben motivata: quella cittadina
ospitava una colonia di italiani,
ben 2500 sui 10000 abitanti,
quasi tutti anarchici. Il luogo
ideale per maturare il suo proposito.
Naturalmente nel secolo trascorso dal regicidio di Monza
a oggi su Gaetano Bresci sono stati scritti parecchi libri e
dello sviluppo risale a una
trentina d’anni fa. Adesso
siamo già in una situazione
irreversibile”.
Sono briciole, piccoli frammenti di un lungo, sincopato
discorso, imperniato su fatti
e personaggi di cinema, su
momenti pre e post creativi
del regista ma che dimostrano più di quanto qualcuno
sbadatamente possa aver
pensato, come fosse soltanto apparente la lievità con la
quale Fellini ha trattato temi
di grande profondità.
E il fatto che Il viaggio di G.
Mastorna (il film non fatto più
famoso di tutta la storia del
cinema) non abbia mai avuto il via, può essere interpretato come un segnale metaforico, al di là dei motivi
concreti, affiorati di volta in
volta.
Ricordate l’avvio, documentato da foto di lavorazione
sulla scenografia? ”Una
grande piazza di una città
nordica, dominata dalla mole di una chiesa gotica simile
alla cattedrale di Colonia (e
perché non pensare alla torre di Babele dipinta dai
Bruegel?) e ai piedi di questa la cupa sagoma di un
grosso aereo di linea, abbattuto con il suo carico di pas-
centinaia di articoli sono apparsi sulla stampa italiana e
straniera: troppo ghiotto l’argomento, troppo tragico il personaggio per non sollecitare l’interesse e la penna degli storici.
Ma nessuno dei volumi comparsi, che si sappia, aveva raggiunto la dimensione e la
profondità della biografia che
all’anarchico che uccise il secondo re d’Italia ha dedicato
Giuseppe Galzerano.
Anzitutto qualche cenno sull’autore. È salernitano, laureato in pedagogia, docente di
materie letterarie e instancabile studioso di storia politica e
sociale con particolare attenzione al Sud d’Italia. Ha al suo
attivo molte pubblicazioni che
gli sono valse, tra gli altri riconoscimenti, il premio della
Cultura della presidenza del
Consiglio.
Ha fondato anche una casa
editrice. La biografia di Bresci
è un ponderoso volume di oltre 1000 pagine, del quale va
detto anzitutto che eccelle per
la paziente raccolta di documenti, spesso riportati integralmente; uno sforzo eccezionale: centinaia di citazioni, riproduzione di interi epistolari, tenace lavoro di ricerca negli archivi delle prigioni, minuziosa
(e angosciosa) descrizione
delle tremende condizioni di
vita negli ergastoli. Lo scrupolo
seggeri da una violentissima
tempesta notturna”. Ma forse l’atterraggio non sarebbe
avvenuto e l’aereo sarebbe
andato a schiantarsi contro
una montagna.
Il viaggio era stato immaginato - alla sceneggiatura
aveva cominciato a collaborare, e non a caso Dino
Buzzati - come un metafisico
quadro dell’Aldilà, dove appunto Mastorna avrebbe
compiuta la sua peregrinazione, percorso da una fortissima nostalgia per la vita
terrena. Sull’idea del progetto pesava, anche, l’ammonizione testamentaria di
Ernest Bernhard, psicanalista Junghiano, grande amico di Fellini: “patire con coscienza la morte”.
Mi fermo su questo pensiero. Infatti degli argomenti
trattati da Zanelli, mi pare
che ciò che riguarda Mastorna, (al di là degli episodi
gustosamente raccontati,
come il significato del nome)
possa concludere il riproposto ricordo di Fellini.
E mi sembra giusto accomunarlo a quello dell’autore del
libro, pensandoli viaggiatori,
insieme, nell’Oltretomba con
“lo stesso casino che abbiamo qui sulla terra”.
Dario Zanelli,
Nel mondo di Federico
Fellini di fronte
al suo cinema
(e a quello degli altri),
prefazione di Enzo Biagi,
Rai-Eri, pagine 158,
lire 23.000 (euro 11, 88)
di Galzerano arriva, tanto per
citare un paio di esempi, a riportare l’elenco completo dei
passeggeri della nave su cui
Bresci
tornò
in
Italia
dall’America, a citare le testate
di 69 giornali italiani e stranieri
che seguirono il processo del
regicida, e a dedicare ben 110
pagine ai nomi degli arrestati
in Italia e all’estero, perché sospetti di complicità con l’assassino.
Il libro offre sintetiche ma accurate biografie di alcuni anarchici entrati nella storia, da
Giuseppe Giancabilla a Errico
Malatesta; riporta la cronaca
completa della vicenda giudiziaria; infine (com’era giusto
aspettarsi) fornisce un’analisi
molto attenta delle circostanze
della morte del Bresci nell’ergastolo di Santo Stefano, che
nella versione ufficiale, viene
spiegata con il suicidio mediante impiccagione, mentre la
tesi più accreditata (dopo aver
dimostrato l’insostenibilità della versione ufficiale) fu quella
dell’uccisione in cella, da parte
di due secondini, con il barbaro sistema del “santantonio”: la
vittima, con i ferri ai polsi perché non potesse ripararsi, avvolta in una coperta, fu colpita
a bastonate fino alla morte. Un
libro, dunque, che il lettore sfoglierà avidamente, perdonando volentieri i purtroppo numerosi errori di stampa accettando di buon grado l’impegno di
una così complessa e intrigante lettura e, va detto, anche la
fatica di reggere tra le mani un
volume di peso tanto inconsueto ( un chilo e mezzo!).
Giuseppe Galzerano,
Gaetano Bresci,
Galzerano editore 2001,
lire 70.000 (euro 36,2)
TABLOID
10
2001
L A
Ettore
Mo
Gulag e altri inferni
di Gregorio F. Terreno
“La Storia e il prodotto più
pericoloso che la chimica
dell’intelletto abbia mai elaborato. Le sue proprietà sono ben note” sentenziava
Paul Valery agli inizi del secolo scorso con parole di
pietra. Un giudizio contundente che si sagoma ad
esergo e registro dell’ultimo
libro di Ettore Mo, instancabile inviato speciale del
Corriere della Sera. Un cronista degli accadimenti tellurici del presente, che ha
sempre restituito in presa diretta le maggiori crisi mondiali. Anche in questo nuovo
testo, Gulag e altri inferni,
pubblicato per i tipi della
Mondadori,è l’attualità della
scesa agli inferi a costituire
la materia lavica dei reportage di un Orfeo del terzo millennio. Che virgilianamente
continua a ricordarci, con il
viaggio all’interno delle regioni insulari di questo predace arcipelago, come ancora sia ‘facilis descensus
Averni’. Dalla Siberia all’America Latina, attraverso la
circumnavigazione interna
dell’Afghanistan, Mo denuncia la spettrale realtà di mondi che la cattiva coscienza
dell’Occidente
propende
freudianamente a rimuovere.
Qui, dove indolentemente
inizia il periplo dell’autore attorno all’universo dell’infamia dell’evo moderno, nella
morta gora di Kolyma,
Siberia nord-orientale, è tuttora l’oro, di cui le viscere
terrigne rigurgitano, a decretare il regno del subumano.
Là, a Jaugalek, valle del
Panshir, Afghanistan, sono
oppio, eroina e smeraldi ad
aver sollecitato brame di
conquista nei secoli, fino all’ultima usurpazione, feroce
ed ottusa, degli studenti di
teologia, i talebani.
Crudamente, il grande giornalista riavvolge la trama ininterrotta dell’avvilimento del
l’uomo sopra l’uomo; che persiste, rinnovellando “l’auri sacra fames “ degli antichi, fino
nei cunicoli dei termitai andini. L’epicentro, da cui si dirama il viaggio di Mo al termine
della notte, è la regione siberiana - le miniere di Norilsk320 chilometri sopra il circolo
polare artico. È il toponimo
dell’inferno orientale prescelto da Stalin per temperare,
assieme i metalli della zona,
l’”huomo sovieticus” negli anni trenta. Ma ancora oggi le
Paola Baratto
Di carta e di luce
di Filippo Senatore
Nel 2000 la British Library di
Londra, per motivi di spazio
ha eliminato ottantamila volumi.
Alcuni hanno collegato tale
evento al romanzo dello
scrittore americano Ray
Bradbury Fahrenheit 451
(pubblicato nel 1953) descrive la società del futuro dispotica, in cui tutti i libri sono
fuorilegge, ma una setta di
“uomini-libro” li impara a memoria per mantenerne il ricordo.
Fahrenheit 451 è la temperatura critica necessaria per
bruciare un libro e il romanzo è l’apologo del potere che
nel corso della storia ritorna
ciclicamente all’oscurantismo totalitario dei roghi.
Paola Baratto nel suo romanzo Di carta e di luce (disponibile anche in rete come
e-book) non solo richiama
esplicitamente il romanzo di
Bradbury, ma lo considera
una profezia in fase di realizzazione.
Chi è Anton Zaifa? Un criminale o un mutante? Perché il
giovane Demo Flores e la
ragazza Rigby Altichieri intendono scrivere una biografia su quest’oscuro personaggio? In fondo si sono conosciuti solo virtualmente, in
TABLOID
10
2001
un caffè letterario in rete.
Forse è un pretesto per incontrarsi.
I due protagonisti intraprendono un viaggio seguendo
l’itinerario dei pellegrini medievali da Mont Saint Michel
alla cattedrale di Santiago
de Compostela.
Il monastero è stato il centro
culturale di raccolta dati dell’antichità dopo il rogo della
biblioteca di Alessandria e i
protagonisti vanno alla ricerca delle radici.
Per scambiarsi le impressioni del viaggio, ciascuno di loro tiene un diario che si intreccia e si contamina sino
fondersi nel testo stesso del
romanzo.
La comunità degli “amanuensi telematici”, incontrata
durante il viaggio, svolge un
ruolo simile agli “uomini-libro” di Fahrenheit 451. Essi
salvano i libri usando la memoria artificiale per impedirne la dimenticanza. L’e-book
può essere messo a disposizione di tutti i navigatori della
rete.
Gli antagonisti sono i “cacciatori di streghe” (il richiamo
al maccartismo avversato all’epoca del romanzo da
Bradbury è evidente).
L’autrice descrive un futuro
prossimo che si intravede
dalle novità del presente, co-
L I B R E R I A
condizioni di lavoro degli operai minerari sono al limite della resistenza biologica: i disagi erano e sono tremendi: la
temperatura che scende anche sotto i 40, la notte polare
che dura sei mesi, il cielo che
piove anidride solforosa e altri veleni, lo spauracchio dell’età media a 50 anni…”, tuttavia, “ciò che resta inspiegabile è come mai, nonostante
la temperatura, la povertà, l’isolamento, il buio per sei mesi sulla calotta artica, non si
sia ancora spezzato il rapporto affettivo che lega la gente soprattutto i giovani - alla
città “. Le agghiaccianti testimonianze, come il freddo siderale di queste aree, riportano immediatamente il lettore
agli episodi raccapriccianti
narrati da V.T. Salamov ne I
racconti della kolyma , i suoi
ricordi di forzato di lavoro:
quasi un migliaio di pagine di
immersione totale negli abissi della sofferenza. O lo
proiettano certamente nelle
pagine del deportato più famoso, Solzenicyn, che ha
conferito valore imperituro di
antonomasia al sostantivo
‘gulag’. Ma è indubbiamente
la descrizione dell’oltretomba
afghano il nucleo del libro più
vicino alla cronaca degli avvenimenti che hanno, con le
Twin Towers di New York,
sbriciolato anche la fiducia
nella grandezza dello spirito
umano.
Dice lucidamente Mo, in un
passaggio del libro uscito nelle librerie prima dell’11 settembre: “Mohammed Omar,
39 anni, un occhio solo, l’altro
perso in guerra, è l’Amir, co-
mandante dei credenti, e come tale si propone a guida
spirituale degli afghani. Gli
concedessero di continuare a
interpretare il suo ruolo, gli afghani e soprattutto le afghane sarebbero condannati a
vivere nelle condizioni disumane che sono state loro imposte in questi ultimi anni di
fine secolo “. Infine, nella terza e ultima sezione del volume, barbagli di esperienze luminescenti e luminifere incidono la terra e altra cappa
che avvolge invece le altre
due parti. Nel capitolo finale
infatti, l’autore raccoglie semplicemente e senza retorica
gli esempi di eroismo disseminati nei luoghi di dannazione terrestre.
Conclude a proposito del fondatore di Emergency , Ettore
Mo: “Ma tu vai a capire Gino
Strada! Dopo aver rattoppato
tanti piccoli curdi azzoppati e
raccattato nella giungla tanti
piccoli cambogiani smembrati dagli ordigni dei khmer rossi, ecco sente il bisogno di
cambiar aria: l’Afghanistan,
dove sono state seminate da
5 a 10 milioni di mine antiuomo. A Sulaimaniya un uomo
è rimasto a letto per 7 anni,
avendo perso tutte due le
gambe. Quando Emergency
gli ha procurato una sedia a
rotelle, la sua vita è cambiata.
Poteva muoversi, girare per
strada, andare al bazar… Hai
scelto bene, Gino Strada.
me l’agonia ambientale della
terra, le ultime trasformazioni tecnologiche e i rischi totalitari della rete per il sistema gerarchizzato e concentrato dell’informazione.
La carta è vista come appartenente al vecchio mondo,
destinata alla distruzione anche degli odori di inchiostro
e di muffa. Questo romanzo
ha colto il senso quotidiano
di smarrimento e la paura
della perdita irrimediabile di
una civiltà.
Alla fine del racconto, senza
che il mistero di Anton Zaifa
venga svelato, si comprende
che il viaggio e l’inchiesta
camminano in parallelo, come i due diari.
I protagonisti, dopo la testimonianza di Marcel il quale
ha conosciuto Zaifa, conducono l’indagine servendosi
degli archivi, messi in rete
lungo la strada per Santiago,
ma l’ambiente circostante
non concede riscontri efficaci.
Zaifa ha due personalità.
Svolge missioni umanitarie e
si occupa di traffici di organi
umani. Il bene e il male insieme o le contraddizioni dell’attuale cultura occidentale
antropica e distruttiva?
L’autrice turbata e affascinata, ha paura di sciogliere l’enigma.
I protagonisti stanno per arrivare alla verità, ma si trovano di fronte al dilemma se
scoprire nuovi elementi su
Zaifa o salvare un libro.
Scelgono quest’ultimo, ma
lascio al lettore il finale.
Forse l’esercizio della memoria umana può essere
l’antidoto contro l’oblio dell’effimera tecnologia e l’autrice lo ha magistralmente dimostrato nel suo romanzo
che intreccia vene liriche e
struggenti a lucide letture
della realtà.
Ettore Mo,
Gulag e altri inferni,
Mondadori,
lire 29.000
(euro14,98)
Paola Baratto
Di carta e di luce
Zanetti Editore
pagine 245, lire 25.000
(euro 12,91)
L’ECO
DELLA STAMPA
ECO STAMPA MEDIA
MONITOR S.R.L.
Via Compagnoni 28,
20129 Milano
Tel. 02 74 81 131
Fax. 02 76 11 03 46
D I
TA B L O I D
Angelo Gaccione
Milano,
la città e la memoria
di Gian Luigi Falabrino
Viennepierre è una piccola
casa editrice milanese, dal
nome strano, che da qualche anno si sta affermando
come non tanto piccola, grazie all’acume e all’esperienza della sua fondatrice,
Vanna Massarotti, per molti
anni dirigente della Garzanti.
Fra gli ormai molti volumi di
poesia e di saggi (fra i poeti
più noti, Antonia Pozzi,
Matacotta, Roncalli e l’argentino Girondo), fra i libri di
viaggi che vanno dal Cinquecento al Novecento, gli
epigrammi di Bajini e le testimonianze d’arte e di storia,
spicca una costante attenzione ai temi milanesi e lombardi: valgano per tutti i volumi dedicati alla poesia milanese del Settecento e
dell’Ottocento e il Florilegio
di poesie milanesi dal Seicento a oggi, curato da
Guido Bezzola.
Su questa linea è uscito il
primo volume di una trilogia
ideata da Angelo Gaccione,
Milano, la città e la memoria,
cui seguiranno, in novembre,
La città narrata da molti autori (73) e un’antologia di
poesie dedicate alla città.
Nel primo libro di questa trilogia, Angelo Gaccione e i
suoi ventidue intervistati, tutti scrittori e artisti celebri,
hanno alzato un vero inno a
Milano, ma un inno a due
facce: quasi tutti sono entusiasti della Milano che fu e
quasi tutti sono scontenti e
critici, qualche volta ferocemente, verso Milano com’è
oggi, tanto che il volume potrebbe avere un altro titolo,
quello che precede l’intervista a Vincenzo Consolo,
Utopia e disillusione.
La città che tutti abbiamo sognato quando vivevamo in
provincia, quando eravamo
giovanissimi, era forse troppo bella, era forse un sogno,
perché si opponeva alle piccole città morte di quaranta
o cinquant’anni fa, e alle semigrandi città presuntuose e
semigrandi di allora.
Questo vale, credo, per quelli che non sono nati a Milano,
cioè per quasi tutti noi. E vale anche per me, naturalmente.
Quando ero bambino e ragazzo a Trieste e a Genova,
Milano era per me Il Corriere
dei Piccoli con l’indirizzo indimenticabile, via Solferino
28, e quel libro fortunato ma
brutto che fu La squadra di
stoppa, ambientato a Lambrate e all’Ortica, dove poi fu
girato un capolavoro, Miracolo a Milano. Allora, più
grande, scoprii, come tutti, la
città dei grandi giornali e dei
grandi editori, finché, alla fine del 1960, ci venni a lavorare, entusiasta anch’io di
questa città così viva e così
poco provinciale.
Nella sua intervista, Giuliano
Gramigna dice che Milano
gli è sempre apparsa una
città europea, e forse mondiale, certamente una città
del Nord, soprattutto in sen-
so letterario. Ma chi ha lavorato anche fuori della letteratura e delle case editrici, per
esempio nel marketing e
nella pubblicità, sa quanto la
cultura dell’operosità lombarda sia stata arricchita dai
metodi razionali e organizzativi di americani, inglesi, tedeschi e svizzeri. Mi ricordo
che andai a dirlo in un convegno del Pci nel 1980, e vi
trovai molti, inattesi consensi: qualcosa cominciava a
cambiare.
Soprattutto, Milano è l’unica
città veramente italiana, grazie all’immigrazione interna.
Anche Roma è città d’immigrazione interna, ma soprattutto
centro-meridionale,
mentre a Milano siamo arrivati da tutte le regioni.
Ancora Consolo dice che
Roma è il crogiolo della piccola borghesia burocratica,
mentre Milano era ed è una
realtà “altra”, pugliese, siciliana, veneta e di ogni altra
regione d’Italia.
Ma oggi tutti ci diciamo delusi da Milano. Davvero la città
è così peggiorata? Forse sì,
come tutte le grandi città italiane, annegate nell’egoismo
e nella crescente inciviltà dei
rapporti, della diseducazione di massa. O forse no. Mi
colpisce il fatto che tutti i giovani con i quali parlo sono
entusiasti di questa città, come eravamo noi trenta o
quarant’anni fa.
Invece, tutti gli intervistati
che Gaccione ha interpellato
sono vecchi, e questo è un
dato che fa riflettere.
Solo in qualcuno ho trovato
note positive, per esempio in
Gramigna e in Gina Lagorio:
quest’ultima non nega il degrado, ma conclude l’intervista citando l’Auditorium di
corso San Gottardo come
simbolo della resurrezione di
Milano.
Un’ultima nota, suggeritami
proprio dall’intervista della
Lagorio, che parla di Milano
austroungarica. Mi permetto
di dire che io la chiamerei
austriaca tout court, perché
lo Stato che trasformò la
città fu l’Austria teresiana e
giuseppina del Settecento.
La Scala, il Teatro Cannobiano oggi Lirico, le vie del
Quadrilatero, via Monte di
Pietà eccetera, sono dovute,
con tante altre cose, al laicismo e al razionalismo dei
ministri e dei governatori di
Maria Teresa e di Giuseppe
II, specialmente von Kaunitz
e von Firmian.
Però Maria Teresa è ricordata soltanto da una piccola
via privata, mentre nessuna
via, e tanto meno uno straccio di monumento, ricorda
Giuseppe II.
Forse, neppure una lapide.
Angelo Gaccione,
Milano, la città
e la memoria,
Viennepierre edizioni,
lire 35.000
(euro 18,08)
37
L A
L I B R E R I A
D I
TA B L O I D
Perché tanto interesse per il fascismo
Il passato s’allontana da noi con lo scorrere del tempo. / I ricordi son corni da caccia /Il cui suono muore nel vento, scriveva
Apollinaire. Che morì nel 1918, a Parigi, mentre a Milano
Benito Mussolini, ritornato dal fronte della prima ecatombe
mondiale, si preparava a fondare i Fasci di combattimento.
Da allora sono passati ottant’anni: un’eternità se pensiamo a
quanto abbiamo eliminato dai nostri ricordi, vissuti o studiati
(si fa per dire) a scuola. In questo processo di rimozione fa
eccezione il fascismo che continua a rifiorire. Nelle librerie,
s’intende. Visto che gli editori stampano i libri se ritengono
possano essere venduti c’è da chiedersi perché quel periodo
della nostra storia suscita ancora tanto interesse.
Se ai giovani può procurare un impatto emozionale conoscere la tragedia dei loro padri, per chi quel dramma l’ha vissuto
è una continua riscoperta di fatti e personaggi “revisionati” da
quelli che Pirani definisce i “nuovi storici”.
Come gli autori dei tre libri che presentiamo oggi.
Silvio Bertoldi
Piazzale
Loreto
Aldo Grandi
I giovani
di Mussolini
Marco Innocenti
Le signore
del fascismo
I giovani di Mussolini sono
gli studenti universitari che
parteciparono ai littoriali della cultura e dell’arte ideati,
nel 1934, da Bottai e
Pavolini, per forgiare la nuova classe dirigente del regime. Ma quando arrivò la
guerra, e, ancora più lancinante, la guerra civile, per
quella che è stata “la generazione più sfortunata del
secolo” (Montanelli), fu la
diaspora in “fascisti convinti,
fascisti pentiti, antifascisti”,
come spiega il sottotitolo di
questo libro faticato e travagliato di Aldo Grandi, già affermato saggista con le biografie di Ruggero Zangrandi
e Giangiacomo Feltrinelli.
Faticato perché è il risultato
“Lei lo ascolta trasognata, è
come un foglio bianco su cui
lui potrebbe scrivere quello
che vuole”.
Lei è Claretta Petacci, lui è
Benito Mussolini. È sempre
folgorante Marco Innocenti
all’undicesimo libro sull’Italia
del Ventennio e del dopoguerra. Ora è la volta delle
Signore del fascismo che, in
“un mondo di uomini”, hanno
saputo emergere, imporsi.
O hanno fatto notizia come
Claretta, che volle morire abbracciata al suo uomo a conclusione di “un amore che ha
la suggestione di un romanzo” con la protagonista “sognatrice romantica “…”donna sensuale, una voce carica di promesse di un’assoluta dedizione”.
Un “foglio bianco” gettato nel
cestino della storia a soli 33
anni, da un assassino che
nessun tribunale della storia
potrà mai assolvere.
Di un tragico destino fu vittima anche una diva del regime, Luisa Ferida, trascinata
dal suo amore per Osvaldo
Valenti dalla parte sbagliata.
Faranno coppia negli anni
Quaranta con “i loro trionfi
artistici e gli eccessi
mondani, lui eccentrico, sfacciato,
esibizionista,
cocainomane istrione”,
lei “senza
complessi, schiva
ma determinata,
permalosa, calda,
vibrante”…
“confermando l’indissolubile binomio bellezza-dannazione”.
Sempre insieme sino all’epilogo fatale. Nell’Italia divisa dalla guerra civile,
Valenti sceglie l’ultimo colpo
di coda del fascismo. Nel
1944 a Milano conosce
Pietro Koch, “un animale feroce che, installato a Villa
Triste, in via Paolo Uccello,
fa il torturatore di partigiani”
e “organizza banchetti e festini di quelli che piacciono a
Valenti, macabri, vistosi e
con generosi giri di cocaina”.
Anche la Ferida si fa coinvolgere nel giro: i due non partecipano alle torture, comunque non sentono, non vedono, non parlano, e “vanno
così a spianare la strada della morte, quasi senza accorgersene”.
Il 29 aprile 1945 vengono fucilati dai partigiani.
Luisa Ferida aveva 31 anni,
Claretta Petacci, 33, erano
di Gigi Speroni
Quello che subito colpisce è
una frase di Carlo Emilio
Gadda nel risvolto di copertina: “La sconcia bestia è stata appesa a piazzale Loreto”. Sì, l’ha detta proprio lo
stesso ingegnere imprestato
con successo alla letteratura, l’autore diAdalgisa, “per
inciso iscritto al partito fascista dal 1921”, come puntualizza Bertoldi.
Il che ripropone il dubbio di
Leo Valiani, uno dei miti della
Resistenza, quando si chiedeva se “quella folla che insultava il corpo morto del duce non fosse la medesima
delle adunate oceaniche”.
Allo scempio, definito da
Ferruccio Parri “un’esibizione da macelleria messicana”, Silvio Bertoldi ha dunque dedicato il suo ultimo
saggio: Piazzale Loreto.
Un titolo che fa richiamo, data la notorietà del fatto già
tanto raccontato sin nei più
macabri particolari, ma che
Bertoldi, oltre a rievocarlo
con la conosciuta, robusta
penna, lo propone alla riflessione dei lettori facendo un
illuminante parallelo con la
fine di Cola di Rienzo “il
Tribuno romano per tanti versi accostabile a Mussolini
sia per gli esaltati deliri di
gloria, sia per il fallito sogno
d’una restaurazione dell’epoca d’oro di Roma. Ma soprattutto per la fine violenta e
cruenta e per il vilipendio del
suo cadavere da parte di
quello stesso popolo che fino a poco prima lo aveva
osannato come il suo campione”.
Bertoldi ci conduce per mano sino inpiazzale Loreto dopo 232 corpose pagine in cui
racconta i retroscena e gli
antefatti che precedettero
l’orrenda esibizione di Mussolini, la Petacci e gli altri gerarchi appesi per i piedi a un
distributore di benzina. Una
storia che inizia il 18 aprile
1945 quando il duce decide
di lasciare Gargnano per
raggiungere Milano: qui tenta invano di ottenere dai partigiani una resa senza spargimenti di sangue, quindi la-
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scia la città per tentare, almeno secondo l’autore, di riparare in Svizzera. Si farà intrappolare a Dongo per finire
come sappiamo. I nove, frenetici giorni, che precedettero la morte del duce sono il
nerbo del libro, ricco di episodi poco conosciuti, sicuramente ignoti alle nuove generazioni che possono trovare una ricostruzione di
scorrevole lettura, storicamente ineccepibile, di uno
dei momenti più tragici della
nostra storia. Ma il libro non
è soltanto questo, che già
basterebbe allo scopo.
Secondo Bertoldi occorre
“fare una netta distinzione
tra Resistenza partigiana e
insurrezione popolare”… “La
prima fu una realtà militare e
sociale, si concretò in un
conflitto aspro e sanguinoso,
condotto nella maggior parte
dei casi con un ideale preciso, la lotta ai tedeschi e ai fascisti”. E la seconda? Per
Bertoldi a Milano non ci fu
l’insurrezione popolare vantata dai comunisti. “Non vi è
dubbio che il popolo di
Milano abbia invaso le piazze”… ma solo a partire dal
mattino del 27, quando vi fu
la certezza che di fascisti e
di tedeschi non restava nemmeno l’ombra”.
Silvio Bertoldi,
Piazzale Loreto,
Rizzoli,
lire 32.000 (euro 16,53)
di una paziente, non facile,
raccolta di “confessioni” sollecitate dalle incalzanti domande dell’intervistatore,
travagliato nella gestazione
perché ha visto la luce soltanto ora, dopo sedici anni
dal suo concepimento.
L’idea di raccogliere le testimonianze dei giovani di
Mussolini l’autore l’ha avuta,
a 23 anni, nel 1984, quando
studiava Scienze politiche
alla Sapienza di Roma:
Grandi è nato e vissuto in
democrazia e vuole capire
ciò che il fascismo aveva
rappresentato per quegli
universitari che avevano fornito il loro contributo intellettuale alla dittatura. Sa che
per realizzare la sua inchiesta dovrà superare gli imbarazzi e le diffidenze di coloro
non vorrebbero ritornare sul
proprio passato, così s’inventa un lavoro di gruppo
con altri studenti per realizzare una tesi a scopi puramente culturali.
L’appoggio dei professori gli
apre molte porte.
Spiega l’autore: “Il progetto
piacque agli Editori Riuniti
che s’impegnarono a far
uscire il libro entro due anni.
Vollero però, che alcune interviste venissero tolte, in
particolare quella di Giorgio
Almirante, all’epoca segretario del Msi.
La ricerca, la prima e unica a
comprendere sia coloro che
erano diventati antifascisti,
sia, soprattutto, coloro che
questo passo non lo compirono mai, restò in attesa di
pubblicazione per tre anni, fino a quanto Michelangelo
Notarianni mi convocò spiegandomi che avrei potuto riprendermi il materiale perché a loro non interessava
più”… “Ora, a così tanti anni
di distanza, ho voluto proporre quelle testimonianze
che, all’epoca, fu impossibile
pubblicare a causa della casa editrice vicina al Pci”.
Così il volume è arrivato finalmente in libreria.
Leggerlo vuol dire anche
comprendere quanto miopi
furono i suoi censori: resi
ciechi dai paraocchi ideologici non videro in queste
“confessioni” dei giovani di
Mussolini, la testimonianza
di una generazione che credette in un regime nel periodo del suo maggior consenso popolare, quindi “senza
neanche poter immaginare
alcunché di diverso”
(Ugo Indrio), ma
poi, dopo il
traumatico
impatto
con
la
realtà,
approdò
nella
democ ra z i a ,
n o n
senza interiori sofferenze.
Ho
citato
Indrio ma il libro è soltanto uno
tra i tanti significativi
personaggi intervistati dall’autore: scrittori (Bilenchi,
Zangrandi, Tobino); registi
(Bertolucci, Lattuada); pittori
(Treccani); politici (Bufalini,
Natoli, Almirante, Taviani,
Zevi) più un nutrito gruppo di
giornalisti (Forcella, Buonassisi, Granzotto).
L’elenco è molto più corposo: mi sono limitato a citare i
nomi più conosciuti giusto
per dimostrare quanto, e
spesso opposte, siano stati i
loro approdi culturali e politici dopo la loro lontana esperienza nel fascismo.
Aldo Grandi,
I giovani di Mussolini,
Baldini & Castoldi,
lire 30.000,
(euro 15,49)
Tra le signore del fascismo: donna Rachele Mussolini
e Claretta Petacci. Nel tondo in basso Edda Ciano.
due donne diversissime accomunate da una tragica
morte per amore, ma nella
ricca galleria di Marco
Innocenti emergono anche
le altre “signore del fascismo”, attrici e scrittrici che diventarono famose nel Ventennio e ne superarono indenni la caduta, o personalità forti che seppero imporsi
in una società maschilista.
Come Edda Mussolini, moglie di Galeazzo Ciano “bizzarra, capricciosa, irrequieta,
sprezzante, la favorita del
padre, l’unica tra i figli che gli
assomigli per temperamento”. Protagonista del dramma
che sappiamo quando cercherà invano di convincere il
duce a impedire la fucilazione del marito. O Maria Josè,
sposata a Umberto di
Savoia, che in verità fu, più
che una signora del fascismo, una principessa belga
che convisse a disagio col
regime visto che “la libertà e
la gioia di vivere” erano per
lei “elementi irrinunciabili.”
Donne intellettualmente indipendenti, personaggi che
Innocenti approfondisce e
tratteggia da par suo.
Particolarmente interessante, infine, è il ritratto di Margherita Sarfatti: “Giornalista e
critica d’arte, è una delle
donne più potenti, colte e interessanti della sua stagione.
Amante di Mussolini per
quasi vent’anni ne diventa
uno di consiglieri più ascoltati”… “una donna straordinaria, una fuoriclasse. Tanto
più importante quanto dimenticata, cancellata dalla
storia. Riparlarne, dopo tanti
anni, è anche un modo per
restituirle parte di ciò che le
è stato rubato”. La sua biografia, sintetica ma completa
e stimolante, varrebbe, da
sola, il libro.
Marco Innocenti,
Le signore del fascismo,
Mursia,
lire 29.000,
(euro 14,98)
TABLOID
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2001
MODALITÀ PER L'ISCRIZIONE
NELL'ELENCO PUBBLICISTI DELL'ALBO
(in vigore dal 1° gennaio 2002)
1. Premessa. Chi è pubblicista. Dice l'articolo 1 (comma 4)
della legge 3.2.1963 n. 69 «Sono pubblicisti coloro che svolgono attività giornalistica non occasionale e retribuita anche
se esercitano altre professioni o impieghi».
L'articolo 35 della legge citata disciplina le «modalità d'iscrizione nell'elenco dei pubblicisti» e precisa che «la domanda
deve essere corredata ..... anche dai giornali e periodici
contenenti scritti a firma del richiedente, e da certificati dei
direttori delle pubblicazioni, che comprovino l'attività pubblicistica regolarmente retribuita da almeno due anni»
L'art. 34 del Regolamento per l'esecuzione della legge
professionale (Dpr n. 115/1965) precisa che «ai fini dell'iscrizione nell'elenco dei pubblicisti, la documentazione
prevista dall'articolo 35 della legge deve contenere elementi circa l'effettivo svolgimento dell'attività giornalistica nell'ultimo biennio».
L'articolo 34 del Regolamento detta norme:
a) per chi esplica la propria attività con corrispondenze e
articoli non firmati (l'attestazione del direttore in questo caso
è fondamentale);
b) per i collaboratori dei servizi giornalistici della radio televisione, delle agenzie di stampa e dei cinegiornali;
c) per i telecinefotoperatori.
L'articolo 34 del Regolamento afferma, infine, nell'ultimo
comma: «Il Consiglio regionale può richiedere gli ulteriori
elementi che riterrà opportuni in merito all'esercizio della
attività giornalistica da parte degli interessati».
2. Come si ottiene l’iscrizione. Per ottenere l'iscrizione all'Elenco pubblicisti, in ottemperanza a quanto disposto dall'art.
35 della legge n. 69/1963 sull'ordinamento della professione
di giornalista, è indispensabile avere svolto nell'ultimo biennio
collaborazioni giornalistiche continuative e retribuite presso
quotidiani, periodici o testate giornalistiche di emittenti radiotelevisive, testate telematiche, con scritti a firma del richiedente nonché avere versato il 12% (8% a carico del committente e 4% a carico dell’articolista) dei compensi alla gestione separata dell’Inps. Sono esclusi i libri.
Pertanto l'aspirante pubblicista è invitato a presentare:
a) giornali o fotocopie che riportino gli scritti di cui sopra.
Viene consigliato di raccogliere tale documentazione in
modo completo o comunque in misura corrispondente
alla media settimanale o mensile degli scritti pubblicati
nell'ultimo biennio (almeno 65 articoli o servizi nel biennio).
b) copia o copie delle ricevute dei compensi percepiti nell'ultimo biennio. È obbligatorio dimostrare che i compensi
sono stati assoggettati a ritenuta d'acconto (20%). Quando il biennio abbraccia periodi di tre anni fiscali, è obbligatorio allegare per i primi due la dichiarazione annuale
dei compensi assoggettati a ritenuta d'acconto (dichiarazione che viene rilasciata dalle aziende in vista della
presentazione del 740).
Coloro che esercitano la propria attività con articoli o corrispondenze non firmati devono allegare alla domanda anche
l'elenco dei servizi sottoscritto dal direttore della pubblicazione, idoneo a dimostrare in modo certo la effettiva redazione degli articoli che devono essere identificati chiaramente sulle pagine dei periodici e dei quotidiani a cura del direttore responsabile.
Per le collaborazioni alle testate radio-tv gli interessati devono esibire:
• la trascrizione integrale di almeno 65 testi giornalistici con
relative cassette audio/video firmati dal richiedente per la
testata che ne certifica la collaborazione, indicando,
accanto a ciascun servizio, la data di trasmissione;
• l'elenco completo dei servizi firmati dal richiedente nel
biennio precedente la domanda di iscrizione, controfirmati
dal direttore responsabile della testata che li ha trasmessi.
Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti, pertanto, nell'affrontare la domanda di iscrizione nell'elenco dei pubblicisti, valuterà la congruità della dichiarata retribuzione, attivandosi in nome della maggiore attendibilità del giudizio che si
accingono ad esprimere - anche per verificare, con indagini
opportune e possibili, la verità delle affermazioni sottoscritte
dall'aspirante pubblicista e dal suo editore.
Qualora la produzione pubblicistica non sia stata retribuita
per colpevole inadempimento del committente, i Consigli
dell’Ordine esigeranno una sentenza dell'Autorità giudiziaria
(che condanna l'inadempiente), o un verbale di conciliazione
(che prende atto dell'omesso compenso), oppure una contestazione scritta alla società inadempiente fatta con raccomandata rr (preludio di azione civilistica di risarcimento).
La sentenza n. 11/1968 della Corte Costituzionale - giustamente attenta ad evitare che il giudizio sulla qualità delle
pubblicazioni prodotte sfoci in una forma larvata di censura
ideologica - non impedisce di analizzare gli effettivi requisiti
giornalistici della produzione professionale posta a sostegno della domanda di iscrizione all'elenco.
3. Telecinefotoperatori . Dice l'articolo 1 del Dpr 19 luglio
1976 n. 649 (che ha introdotto il quarto comma dell'articolo
34 del Regolamento per l'esecuzione della legge professionale, Dpr 115/1965): «Coloro i quali svolgono attività di telecinefotoperatori per organi di informazione attraverso immagini che completano o sostituiscono l'informazione scritta,
nell'esercizio di autonomia decisionale operativa e avuto
riguardo alla natura giornalistica della prestazione, devono
allegare alla domanda la necessaria documentazione e l'attestazione del direttore prevista dall'art. 35 della legge 3
febbraio 1963 n. 69». L'immagine è giornalismo, quindi,
quando completa l'informazione scritta. L'art. 35 della legge
professionale prevede, invece, che la domanda (di iscrizione all'elenco pubblicisti dell'Albo) debba essere corredata
anche «da giornali e periodici contenenti scritti a firma del
richiedente e da certificati dei direttori delle pubblicazioni,
che comprovino l'attività pubblicistica regolarmente retribuita da almeno due anni» (questo vincolo è ricordato nella
sentenza n. 52/94 del Consiglio di Stato notificata il 3 marzo
1994, prot. n. 4865, dal Consiglio nazionale agli Ordini regionali). Le immagini («fotografiche, cinematografiche e televisive») da sole non sono sufficienti, secondo il Consiglio di
Stato, a giustificare l'iscrizione all'elenco pubblicisti dell'Albo. Il nuovo indirizzo è stato accolto espressamente dal
Consiglio nazionale con la delibera Perduca del 16 marzo
1994.
Non costituisce attività giornalistica la prestazione del telecine-fotoperatore che, pur eseguendo in piena autonomia
operativa la ripresa delle immagini, non partecipi, poi, alla
selezione, al montaggio e, in genere alla elaborazione del
materiale filmato o fotografato, in funzione dell'acquisizione
di capacità informativa del materiale stesso (Cass. civ., 16
gennaio 1993, n. 536).
Per stabilire se l'attività svolta dai fotoreporter presso un'azienda editrice di giornali quotidiani abbia o meno natura
giornalistica, non è sufficiente che la realizzazione di immagini completi o sostituisca l'informazione scritta: a tal fine,
l'attività in questione deve essere valutata per il ruolo che
essa svolge in concreto nell'ambito dello specifico mezzo di
comunicazione, onde stabilire se l'opera utilizzata presenti
quei caratteri di soggettiva creatività che caratterizzano il
prodotto intellettuale giornalistico (nel caso specifico, è stata
confermata la decisione dei giudici di merito che ha escluso
la sussistenza di tali elementi in relazione alla natura strumentale, di servizio della redazione, propria del compito
svolto dai fotografi, senza una partecipazione diretta alla
formazione del messaggio giornalistico) (Cass.civ., 19
gennaio 1993, n. 626).
Il Consiglio nazionale ha individuato i requisiti essenziali e
suggerito alcuni criteri di valutazione per l'iscrizione dei telecinefotoperatori nell'Albo dei pubblicisti:
a) REQUISITI: attività non occasionale nell'ultimo biennio,
regolarità delle retribuzioni, autonomia decisionale operativa, natura giornalistica della prestazione. (La non occasionalità significa la scrittura di almeno tre servizi per
ogni mese, ndr).
b) CRITERI: (per l'accertamento dei requisiti e per la valutazione della documentazione presentata):
1) rapporto di collaborazione a un quotidiano o a un periodico o a un cinegiornale o ai servizi giornalistici di una rete
televisiva o a una agenzia di stampa o a una testata telematica;
2) sufficiente livello qualitativo e quantità di documentazione
esibita atta a provare la continuità dell'attività giornalistica
nel corso dell'ultimo biennio;
3) varietà di prestazioni e di temi affrontati nel corso del
curriculum professionale;
4) redazione delle didascalie o dei testi dell'informazione
visiva.
DOCUMENTAZIONE SPECIFICA
Per acclarare l'esistenza dei suaccennati criteri è necessaria la produzione della seguente documentazione:
Per i Fotoreporter
a) dichiarazione circostanziata della direzione della pubblicazione (quotidiano, periodico, agenzia di stampa, cinegiornale, servizi giornalistici di un ente televisivo) che dia
atto della natura giornalistica dell'opera prestata;
b) produzione di almeno 65 servizi corredati da testi a firma
del richiedente (nel caso di servizi non firmati o di servizi
firmati congiuntamente con giornalisti, il Consiglio deve
chiedere al direttore del giornale o al giornalista firmatario dell'articolo se il fotoreporter ha solo eseguito le direttive del giornalista oppure se ha sviluppato autonomamente i concetti giornalistici fondamentali del servizio, o
chiedere la produzione di eventuale ordine di servizio del
giornale nel quale siano evidenziati l'incarico affidato al
fotoreporter e l'autonomia della sua attività);
c) copia dei contratti di collaborazione e relativa documentazione dei compensi percepiti (buste di competenza o di
paga, fattura di pagamento, dichiarazione di ritenuta d'acconto e copia delle note spese regolarmente liquidate).
Per i Fotoreporter collaboratori di agenzie fotografiche o di
distribuzione
In quest'ultima ipotesi l'unica documentazione acquisibile è
quella contabile e amministrativa nel duplice aspetto dal
giornale all'agenzia fotografica o distributrice e da quest'ultima al fotoreporter. Occorre altresì accertare che il servizio
sia stato utilizzato e pubblicato dal giornale.
Per i Telecineoperatori (terzo comma dell'articolo 34 del Dpr
115/1965)
a) dichiarazione circostanziata del direttore dei servizi giornalistici di una rete televisiva o del cinegiornale, che dia
atto della concreta ed effettiva attività svolta (cioé della
natura giornalistica dell'opera prestata);
b) produzione di idonea documentazione (almeno 65 servizi a firma del richiedente). Dai filmati deve risultare l'indicazione del telecineoperatore che ha effettuato il servizio. Il candidato deve esibire copia delle relazioni di ripresa e degli ordini di servizio dai quali risulta che è intervenuto autonomamente o che pure intervenendo assieme
al giornalista ha svolto autonomamente il servizio in
quanto nell'ordine non era prevista una precisa indicazione in dettaglio delle riprese delle sequenze e dei movimenti di macchina;
c) copia dei contratti di collaborazione e relativa documentazione dei compensi percepiti (busta di competenza o di
paga, fattura di pagamento, dichiarazione di ritenuta d'acconto e copia delle note spese regolarmente liquidate).
4. Da allegare alla domanda la prova dell’iscrizione alla
gestione separarta dell’Inps e anche il patto scritto tra
editore e articolista in caso di cessione dei diritti d’autore. Alla domanda di iscrizione nell’elenco pubblicisti deve
essere pertanto allegata la documentazione dell’iscrizione
dell’aspirante pubblicista alla gestione separata dell’Inps (a
meno che tra editore e articolista non sia stato sottoscritto un
patto sulla cessione dei diritti d’autore).
Il patto scritto sulla cessione dei diritti d’autore, previsto
dall’articolo 110 della legge n. 633/1941, va unito in copia alla
domanda. Nella cessione dei diritti d’autore non sono
compresi i pagamenti per attività redazionale, ma solo quelli
relativi alla stesura di articoli, servizi giornalistici, servizi fotografici o progetti grafici.
Il presidente dell’OgL
dott. Franco Abruzzo
Delibera approvata nella seduta del Consiglio
del 12 novembre 2001
Quando l’arte
è in
... formazione
Columba rieletto
presidente
dell’Unione cronisti
Del Boca:
sinergia tra Università
e giornalismo
Quando la comunicazione diventa arte, il
futuro si mette in mostra. Si è conclusa a fine
novembre alla Triennale di Milano l’esposizione multimediale organizzata da Omnitel
Vodafone e inaugurata il 17 ottobre con un
concerto evento di Franco Battiato.
Il titolo della rassegna, Media Connection,
voluto dal curatore Gianni Romano, ha caratterizzato in un efficace specchio semantico il
prezioso soggetto della mostra: l’informazione come categoria dell’espressione artistica
e come campo di innovazione tecnologica
interpretata dalle opere di 27 autori. Dall’epoca “visuale” degli anni ‘50-’60 con la televisione all’era “virtuale” degli azzardi digitali.
Roma, 1 novembre - Guido Columba è
stato rieletto presidente dell’Unione nazionale cronisti italiani al termine del XVI congresso dell’Unci, svoltosi ad Anzio (Roma) dal 29
al 31 ottobre.
La Giunta esecutiva è composta da Alfredo
Provenzali, vice presidente vicario, Egidio
Del Vecchio, vice presidente, Romano Bartoloni, segretario, Antonio Andreucci, tesoriere, Ilaria Bonuccelli e Michele Crosti; presidente del collegio dei sindaci è Lanfranco
D’Onofrio.
(ANSA)
Potenza, 13 novembre - ‘’In attesa della riforma dell’ accesso alla professione giornalistica
dobbiamo incominciare ad ‘autoriformarci’
creando, innanzitutto, una sinergia virtuosa tra
il mondo giornalistico e il mondo accademico’’:
lo ha detto a Potenza, il presidente nazionale
dell’ Ordine dei giornalisti, Lorenzo Del Boca.
Del Boca ha partecipato ad un convegno,
promosso dal Comitato regionale per le comunicazioni (Corecom) e dall’ Ordine dei giornalisti della Basilicata, sul tema “Dall’Università al
territorio: le nuove frontiere della comunicazione’’. Il mondo accademico e quello giornalistico - ha detto Del Boca - sono due mondi molto
vicini tra loro, con grandi similitudini, ma che
TABLOID
10
2001
fino ad oggi si sono solo ‘annusati’ ma senza
troppo amarsi, anzi in qualche modo diffidando l’uno dell’ altro, perché la scuola considerava i giornalisti degli artigiani un po’ arruffoni e
pressappochisti e i giornalisti consideravano la
scuola troppa astratta e troppo scientifica. Ora
questi due mondi - ha aggiunto - devono imparare a diffidare meno e trarre vantaggio reciproco: i giornalisti possono dare alla scuola
quella concretezza di cui la scuola ha bisogno
e la scuola può dare ai giornalisti la serietà, la
scientificità, il sapere che a volte ai giornalisti
mancano, e in questo processo la prima tappa
è la costituzione di una facoltà di giornalismo’’.
(ANSA)
39
U N I O N E
&
M E D I A
di Marta Cervino
Convegno a
Gorizia
di giovani
giornalisti
di 6 Paesi
sull’allargamento
dell’Ue a Est
Il 9 novembre del 1989, giorno del crollo del muro di Berlino, la scena politica internazionale
volta drammaticamente e radicalmente pagina. Esattamente dodici anni dopo, il 9 novembre
2001, ecco un incontro -seminario su una delle conseguenze di quel crollo, “l’allargamento ad
Est dell’Ue: sfida politica, economica e culturale”. Al convegno, organizzato dall’Associazione
italo-tedesca dei giornalisti, hanno partecipato una trentina di aspiranti giornalisti provenienti da
Croazia, Germania, Italia (il nostro Paese era rappresentato da 4 allievi del XII corso Ifg di Milano), Polonia, Slovenia e Austria, e un centinaio di studenti del Sid (il corso di Laurea in Scienze
Internazionali e Diplomatiche dell’Università di Trieste, con sede a Gorizia), esponenti politici,
esperti e docenti universitari, riuniti per cercare di mettere a fuoco una realtà, come quella
europea, in costante crescita e trasformazione, soprattutto ora che gli Stati “candidati” all’ingresso sono 12 e l’Unione Europea passerà nei prossimi anni dai 15 ai 27 Paesi membri. Ma forse,
nonostante questo, di Europa si continua a parlare poco.
La sfida della nuova Europa
“Allargamento è una parola equivoca” – ha
sottolineato nel primo intervento Luigi Vittorio Ferraris, ex ambasciatore e docente di
Relazioni Internazionali al S.I.D. – “una parola che riferita all’Est europeo deve tenere
conto di tre aspetti distinti: storico, politico e
giuridico-amministrativo, cercando di capire
che tipo di Europa si vuole costruire”.
Questione complessa che interessa l’identità
nazionale dei singoli stati, l’assetto istituzionale, ma anche l’ambito economico, politico
e culturale dell’Europa.
“Forse è bene soffermarsi a riflettere su quali
vantaggi possa portare l’allargamento”, ha
ricordato Flavio Rodeghiero, deputato della
Lega e membro del Consiglio europeo a
Strasburgo – “per comprendere che le sfide
investono stabilità, sicurezza e mercato del
lavoro, in un cammino parallelo che interes-
sa sia gli Stati membri sia i Paesi che vogliono entrare”. Anche perché, ha aggiunto
Domenico Coccopalmerio, preside della
facoltà di Scienze Politiche dell’Università di
Trieste, “il nuovo mercato dell’Unione dovrà
far fronte a spostamenti di massa ed emigrazioni, difficili senza un governo sovrano e
comporterà inevitabilmente una riforma istituzionale europea che definisca una vera e
propria costituzione dell’Europa”.
“I problemi saranno risolti a livello europeo,
non solo nazionale” – ha aggiunto Ulrich
Wilhelm, portavoce del governo bavarese –
“perché il punto non è se procedere all’allargamento ma quando e in che modo farlo
considerando anche l’eterogeneità dei Paesi
candidati”.
L’incontro e il dibattito che ne è scaturito
sono stati momenti importanti per avvicinare
punti di vista necessariamente diversi di un
tema complesso, momenti, in cui il dialogo
tra i partecipanti – provenienti da realtà spesso lontanissime tra di loro - ha facilitato un
approccio più sereno a realtà come ad
esempio quella della Polonia o della Slovenia, Paese, quest’ultimo, con due milioni di
abitanti che ha iniziato la fase di preparazione nel ’97 e che dovrebbe entrare in Europa
nel 2004.
Eppure, come ha ricordato Alja Brglez,
portavoce del governo sloveno, “in questo
momento se ci fosse un referendum, il 58%
appoggerebbe il progetto mentre una decina
di anni fa il sì avrebbe avuto una maggioranza del 90%”. “E questo perché – ha aggiunto la Brglez – “dall’idea di Europa intesa
come ideale acritico contrapposto alla
vecchia Jugoslavia, si è passati ad un modo
di pensare più realistico e consapevole di
vantaggi e svantaggi”.
E, a questo punto, diviene fondamentale la
capacità di informare dei media come hanno
ricordato tra gli altri Helmut Herles (inviato
del General Anzeiger, quotidiano di Bonn),
Mario Pinzauti (per 15 anni direttore del Tg3)
Hubert Wohlan (giornalista polacco) o
Jürgen Seitz (esperto economico della televisione bavarese).
E se la complessità di questi temi non si
esaurisce certo in un giorno di dibattito, l’incontro di Gorizia, come tavola rotonda di
confronto e conoscenza reciproca, è comunque un esempio riuscito di allargamento.
TAVOLA ROTONDA
Nella “piccola
Berlino”crocevia
di popoli e culture
di Simona Spaventa
L’allargamento ad Est dell’Unione Europea: una generosa
concessione fatta dall’Europa ai dodici Paesi candidati, in
due fasi successive, ad entrare nell’Unione, o interesse
comune di tutti gli europei, per le prospettive economiche e
di stabilità politica che apre al Vecchio continente?
Della questione si è discusso dall’8 all’ 11 novembre a Gorizia, durante l’incontro-seminario “L’allargamento ad Est
dell’Unione Europea: sfida politica, economica e culturale”.
Un convegno voluto dall’Aitg, l’Associazione italo-tedesca dei
giornalisti, e dal S.I.D., il corso di laurea in Scienze internazionali e diplomatiche dell’Università di Trieste che ha sede a
Gorizia, per far riflettere i giovani partecipanti – un centinaio
tra studenti del S.I.D. e giornalisti provenienti da cinque
Paesi, Germania, Polonia, Slovenia, Croazia, Austria, oltre
che, naturalmente, dall’Italia – su un processo di cui poco si
sa e meno si discute, nonostante i tempi della sua realizzazione siano ormai piuttosto stretti.
40
Mancano infatti solo tre anni all’adesione del primo gruppo di
Paesi dell’Est, prevista per il 2004, ma ancora non se ne
parla a sufficienza, specie sui media occidentali. Una lacuna
che il convegno di Gorizia ha voluto in qualche modo colmare, in una sede che – al confine fra tre nazioni, l’italiana, la
slovena e l’austriaca – da sempre è crocevia di popoli e culture – alla fine della seconda guerra mondiale la piccola città
giuliana venne divisa in due dal filo spinato, una sorta di
“piccola Berlino”.
I lavori si sono aperti nella serata di giovedì 8 novembre, con
il saluto delle autorità locali ai partecipanti. Nell’austera sala
del Conte dell’antico Castello di Gorizia, che dal XII secolo
domina dal suo colle la città, i politici hanno sottolineato l’importanza del seminario, alla sua prima edizione.
Un evento importante per Gorizia, naturale porta verso l’Europa dell’Est, come ha osservato il sindaco Gaetano Valenti,
che ha anche ricordato il patto territoriale transfrontaliero che
da tempo unisce cinquanta comuni tra Gorizia, Nova Gorica
e Klagenfurt, esempio concreto di integrazione.
Dopo il benvenuto del vicepresidente della Provincia, Vittorio
Brancati, e del consigliere regionale del Friuli-Venezia Giulia,
Giovanni Vio, è toccato al presidente dell’Aitg Ulrich Ritter e
alla preside di Scienze internazionali e diplomatiche (Sid),
Maria Paola Pagnini introdurre il convegno.
E lo hanno fatto guardando al futuro, lanciando subito due
proposte: fare del seminario un appuntamento fisso ma insie-
me itinerante, da realizzarsi ogni anno in un Paese diverso
tra quelli dell’area del confine; e creare, a Gorizia, presso il
Sid, un corso di formazione per giornalisti specializzati in politica internazionale.
Il convegno è poi entrato nel vivo il giorno successivo, interamente dedicato agli interventi dei relatori – professori, rappresentanti politici e giornalisti – e al dibattito con i giovani partecipanti. Un confronto, quest’ultimo, particolarmente vivace,
opportunità davvero unica per avvicinarsi a modi di pensare
diversi dal proprio ed aprirsi a prospettive inedite. Una possibilità che l’“incontro-seminario”, già per definizione, ha voluto
mettere in primo piano, dando grande spazio a momenti
comuni di svago e di convivialità.
Ogni sera nelle grandi tavolate, ancora più allegre per l’ottimo vino del Collio, si discuteva fino a tardi in un bizzarro
esperanto di lingue, scambiandosi opinioni e impressioni,
parlando di sé con la curiosità di capire qualcosa del mondo
degli altri.
Occasioni di amicizia moltiplicate dalle molte visite a corollario del convegno: dai mosaici paleocristiani della basilica di
Aquileia ai modernissimi impianti delle industrie locali – i
cantieri navali della Fincantieri di Monfalcone, tra i maggiori
del mondo; il prosciuttificio Morgante di Romans d’Isonzo,
dove si produce il famoso San Daniele; l’azienda vinicola
Lorenzon – un modo per conoscersi scoprendo il territorio, la
sua storia, il suo presente.
TABLOID
10
2001