Democrazia e Riforme economiche nell`Africa Subsahariana
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Democrazia e Riforme economiche nell`Africa Subsahariana
Democrazia e Riforme economiche nell’Africa Subsahariana* Vincenzo Memoli, Università degli Studi di Milano Abstract Dall’inizio degli anni ’80 numerosi paesi dell’Africa Subsahariana hanno avviato, sotto l’influenza di istituzioni internazionali, programmi volti a liberalizzare le loro economie. Lo sviluppo economico, inizialmente rallentato dai costi elevati del processo di riforme, solo a partire dalla seconda metà degli anni ’90 ha fatto registrare un trend positivo. Ma, cosa pensano i cittadini delle riforme economiche? I pochi studi condotti sul tema, realizzati considerando il parere espresso dall’opinione pubblica, vedono nell’economia, nei valori e nei media le determinanti della propensione a sostenere il processo delle riforme. In questo lavoro si muove dall’idea che la democrazia è conditio sine qua non per lo sviluppo delle riforme. Applicando un modello di regressione ai dati Afrobarometer, World Bank e WDI emerge uno scenario a macchia di leopardo, in cui il fermento democratico e il benessere individuale rappresentano i cardini intorno ai quali ruota il sostegno dei cittadini alle riforme economiche dell’Africa Subsahariana. Introduzione Con la fine degli anni ’80 la democrazia, con andamenti ciclici, ha provato ad imporsi sui regimi autoritari e semi democratici di alcuni paesi dell’Africa Sub-Sahariana (ASS; Grassi 2008). Le trasformazioni strutturali, pur coinvolgendo inizialmente un numero limitato di paesi, hanno contribuito al processo riforma del sistema politico e confutato il pessimismo di quanti non hanno mai creduto nell’instaurarsi della democrazia nel continente africano (cfr. Huntington 1991) ritenendolo un territorio ‘in crisi permanente’ (Van de Walle 2001). La lieve contrazione della povertà e dell’analfabetismo ha alimentano una visione ottimistica circa gli sviluppi politici e sociali dei paesi dell’ASS, rafforzata anche dall’andamento dell’economia, che tra i leoni d’africa1 ha fatto registrare livelli di crescita simili al Brasile, Russia, India e Cina (BRIC). Basti pensare che nella classifica delle economie mondiali a più rapida crescita sette paesi dell’ASS2 si collocano nella ‘top ten’ con tassi di crescita annui pari o superiori all’ 6,8%3 (cfr. Economist 2012). Le cause di tali trasformazioni sono indubbiamente molteplici, ma la democrazia appare la principale chiave di volta attraverso cui spiegare l’andamento dell’economia tra le regioni dell’ASS. Infatti, nei paesi in cui si registra un maggior livello di democratizzazione si rileva un crescente sviluppo economico (Burkhart e Lewis-Beck 1994; Campos e Nugent 1999). La relazione che connette i due indicatori, pur non essendo sempre lineare (cfr. Comeau 2003), nel lungo periodo appare stringente (cfr. Carbone et al 2012) avvalorando l’idea che la democrazia rappresenti un prerequisito per lo sviluppo dell’Africa (cfr. Wantchekon 2012). Non mancano elementi di criticità. Alcuni studi rivelano dubbi circa la direzione causale che connette la democrazia all’economia (Lipset 1959; Przeworski et al 1996, 2000), sottolineano la debolezza degli effetti della prima sulla seconda, in special modo nel lungo periodo (Barro 1996), e prevedono un’inversione, o meno, del processo di causazione laddove si distingua il * Paper presentato al XXVI Convegno della Società Italiana di Scienza Politica (SISP; Roma, 13-15 Settembre 2012). Versione preliminare: si prega di non citare senza il permesso dell’autore. 1 Il termine ‘leoni d’africa’, alla stregua di quello utilizzato per le economie asiatiche (Indonesia, Filippine, Tailandia e Vietnam - tigri asiatiche), fa riferimento ai paesi dove le imprese che hanno fatto registrare elevate performance socio-economiche; al 2008 i leoni africani erano: Algeria, Botswana, Egitto, Libia, Mauritius, Marocco, Sud Africa e Tunisia. Per ulteriori approfondimenti cfr. Aré et al (2010). 2 Subito dopo la Cina e l’India seguono Etiopia, Mozambico e Tanzania, e a partire dalla settima posizione Congo D.R., Ghana, Zambia e Nigeria. 3 Si tratta di una previsione stimata per il periodo 2011-2015. 1 periodo temporale di riferimento (breve o lungo; cfr. Narayan et al. 2011). Nonostante ciò, l’effetto della democrazia sull’economia, sebbene debole in alcuni contesti (Foweraker e Krznaric 2000), appare persistere. Anche se l’Africa sembra correre verso il benessere (Severino e Ray 2010), sospinta verosimilmente dalla democrazia, non mancano valutazioni opposte secondo cui i regimi democratici africani sono i meno capaci a sviluppare la crescita economica di un paese (Van de Valle 1997). Una posizione quest’ultima probabilmente dettata più dall’andamento iniziale delle riforme economiche, dalle ricadute socio-politiche e dalle problematiche strutturali ad esse connesse che dal pregiudizio. Infatti, vale la pena ricordare come l’attuazione del piano di riforme, quando la crisi economica tra i paesi dell’ASS sembrava ormai un processo irreversibile, fu doloroso, in special modo per le classi meno agiate. Con il crescente coinvolgimento dell’IMF (International Monetary Fund) all’interno del processo economico africano aumentò il risentimento dei cittadini (Lancaster 1990) così come le paure della classe politica, timorosa di perdere i propri benefici (Van de Walle 1999); inoltre, i limitati bilanci statali a disposizione delle élite politiche (cfr. Weyland 1998) condizionarono non poco le scelte orientate al rilancio della crescita e dello sviluppo economico. Le democrazie sopravvivono e si consolidano grazie al sostegno dei cittadini al regime e al grado di responsiveness (Powell 2005) che connette governanti e governati. Tra i paesi dell’ASS le politiche sostenute da parte dell’élite hanno rappresentato più un mezzo finalizzato al raggiungimento della vittoria elettorale che un obiettivo programmatico per incrementare lo sviluppo economico. Tale strategia, se nel breve-medio periodo è risultata efficace, col tempo ha rallentato e ritardato, più che migliorato, la crescita economica dei paesi in via di sviluppo (Kohli 1986), generando un evidente malcontento nell’opinione pubblica. I legami che intercorrono tra democrazia, economia e riforme economiche sono indubbiamente articolati, sia che si guardi al fenomeno in un’ottica temporale che di causazione. Se i primi due termini sono stati ampiamente analizzati4, scarsa attenzione è stata dedicata alla relazione che intercorre tra democrazia e riforme economiche. In questo lavoro, analizzando venti paesi dell’ASS5 e utilizzando alcune informazioni tratte da differenti datasets, si è fatto luce sugli effetti che la democrazia e il relativo sostegno da parte dell’opinione pubblica, la corruzione così come il disagio economico producono sulla percezione che i cittadini hanno delle riforme economiche. I principali risultati, pur tratteggiando trend diversificati, rivelano tra i cittadini un apprezzabile sostegno alle riforme economiche. Le trasformazioni economiche dei leoni africani All’inizio degli anni ’80, l’effetto congiunto di politiche economiche sbagliate, della recessione economica così come del declino del commercio intaccò le già labili economie dei paesi dell’ASS. Il dibattito generato a partire dalle performance economiche deludenti, che avevano segnato il decennio precedente, vide confrontarsi posizioni e soluzioni talvolta contrastanti con quelli che erano gli obiettivi di fondo finalizzati allo sviluppo dell’ASS, spingendo alcuni studiosi a parlare di vere e proprie sindromi politiche economicamente deleterie (cfr. Ndulu e O’Connel 2008). La strategia di sviluppo adottata per fronteggiare la crisi economica consisteva nell’applicazione di un programma di riforma sponsorizzato dalla Bretton Woods (IMF e World Bank), finalizzata, attraverso aggiustamenti strutturali (World Bank 1981), a controllare gli squilibri economici delle differenti aree geografiche: i governi avrebbero dovuto vivere con i propri mezzi senza far ricorso all’inflazione e all’espansione monetaria. Tale scelta non fu esente da critiche (cfr. Stewart 1992, Taylor 1993) se non altro 4 Per un analisi della letteratura sul tema cfr. Carbone e colleghi (2012). I paesi analizzati sono: Benin, Botswana, Burkina Faso, Capo Verde, Ghana, Kenya, Lesotho, Liberia, Madagascar, Malawi, Mali, Mozambico, Namibia, Nigeria, Senegal, Sud Africa, Tanzania, Uganda, Zambia, Zimbabwe. 2 5 perché i costi della pianificazione avrebbero ulteriormente impoverimento quanti erano già in una situazione di profondo disagio economico. Nonostante ciò, la prima ondata di riforme si ebbe all’inizio degli anni ’80, condizionata più da una forte razionalità politica che dal bisogno di porre un rimedio alla crisi economica. Si tratta di una tendenza ben descritta da Bates (1981), secondo cui il bisogno di stabilità politica spinse i governanti a far fronte alla domanda pressante dei gruppi d’interesse nazionale che dominavano la politica e garantivano il loro mantenimento al potere. Senza entrare nel merito degli studi che hanno fatto luce sulle dinamiche, sugli effetti e il peso assunto dai gruppi di interesse nei vari processi di riforma, vale la pena ricordare come questi, nei fatti, non furono in grado di modificare le sorti dei paesi di appartenenza poiché deboli e poco organizzati, in special modo se confrontati con quelli che hanno caratterizzato, nel medesimo periodo, l’Europa dell’Est o l’America Latina (Van de Valle 2001:25-26). Il susseguirsi negli anni di scelte forzate e talvolta impopolari sviluppò una seconda ondata di riforme politiche, che a partire dalla seconda metà degli anni ’80 spostò l’asse del dibattito scientifico dai gruppi di interesse allo stato. Questo, in una sorta di rivoluzione dall’alto, rappresentava il medium attraverso cui gli interessi istituzionali potevano coniugarsi con quelli avanzati dagli attori non istituzionali. Le capacità limitate dello stato e la relativa debolezza (Migdal 1988) non sembrarono però smorzare le speranze di cambiamento. Tranne qualche eccezione, in Africa i sistemi autoritari apparivano impermeabili al cambiamento, incapaci di giungere a riforme volte a generare crescita economica, ma anche assediati da varie questioni che mettevano a repentaglio l’esistenza stessa dello stato (Uzodike 1996). Tra la fine del 1980 e l'inizio del 1990, migliaia di persone manifestarono contro la crescente povertà e la corruzione chiedendo le dimissioni dei governanti e una transizione verso la democrazia (Rudbeck e Sigurdsson 1999). Sebbene le popolazioni africane avessero scarso accesso a meccanismi formali per rendere i loro leader e i governi accountable, la cui assenza si rifletteva, ieri come oggi, nella diffusione della corruzione, il malcontento legato alle performance dei governi e il crescente bisogno di partecipazione diedero luogo ad una drammatica transizione politica. L’incremento della competizione politica e l’alternanza delle diverse leadership (Block 2002) funsero da volano per il processo delle liberalizzazioni che investi i 2/3 dei paesi africani (Van de Walle 1994). Infatti, nella seconda metà degli anni ’90, molti paesi intrapresero la strada delle riforme volte a rafforzare la dimensione politica e rilanciare quella economica, ma gli esiti, almeno per quanto attiene alle riforme economiche, furono contrastanti. Secondo World Bank (2000), il processo di riforme degli anni ’90 aveva contribuito significativamente alla crescita economica. Una valutazione opposta emergeva da alcuni studi che segnalavano la drammaticità economica (scarse performance) scaturita dalle riforme (Mkandawire a Soludo 1999) e che spinse una delle maggiori riviste economiche a definire l’Africa come ‘un continente senza speranze’ (Economist 2000). Le diverse valutazioni, anche se contraddittorie, tratteggiano e sintetizzano il fermento politico ed economico dell’Africa che nel decennio successivo esploderà, grazie anche all’affermarsi della democrazia, dando un nuovo slancio all’economia (Carbone 2012). Con il nuovo Millennio, infatti, le riforme interne, sia politiche che economiche, hanno favorito la crescita delle regioni dell’ASS andando ben oltre le previsioni avanzate dagli economisti. Ampie riforme economiche e miglioramenti in termini di governance globale hanno attirato investimenti esteri in settori produttivi contribuendo, così, a un aumento dei redditi e della spesa e allo sviluppo di infrastrutture fisiche e sociali. Basti pensare che nel 2009 gli investimenti esteri diretti verso l'ASS6 sono stati superiori a 25 miliardi dollari, con un incremento del 31,8% rispetto al 2005, valore percentuale ben al di sopra del tasso di investimento che, nel medesimo periodo, ha caratterizzato i paesi OECD (25,9%). Per quanto attiene alla crescita economica, anche se con un andamento sinusoidale ma ascendente, a 6 La fonte dati utilizzata è quella del WDI. 3 partire dalla seconda metà dell’ultimo decennio si è attestata al di sopra del 5%, con una variazione percentuale di gran lunga superiore a quella registrata nel decennio precedente. Tale crescita ha innescato una serie di cambiamenti il cui effetto ha condizionato positivamente alcuni processi di lungo periodo, quali ad esempio la povertà così come alcuni aspetti afferenti ai servizi di base (McKensey Global Institute 2010). Anche se l’Africa è spesso considerata dall’Occidente come uno dei continenti meno importanti (Walsh 2003:6) e l’opinione pubblica ha sempre contato poco nelle scelte e nei progetti che hanno caratterizzato i paesi dell’ASS (Van de Walle 2001:49) non si può non tener conto di quest’ultima, che rappresenta il fondamento sostantivo della stessa democrazia (cfr. Sartori 1993). Sebbene l’opinione dei cittadini non sia, in senso stretto, un giudizio fondato su conoscenze approfondite, nelle prossime pagine, utilizzando i dati dell’Afrobarometer, World Bank e World Development Integration si è provato a rispondere al seguente quesito di ricerca: qual è la percezione che i cittadini hanno delle riforme economiche? I cittadini e le riforme economiche Nell’ultimo decennio l’andamento dell’economia ha impensierito numerosi governi dove il capitalismo regna sovrano e preoccupato le regioni dove i mercati economici sono in espansione. Con la globalizzazione e la relativa facilitazione del passaggio dai mercati nazionali a quelli mondiali si sono modificati i nessi che connettono la rete economica ed è cresciuta l'interdipendenza economica tra i paesi. L’Africa non è risultata immune a tutto ciò e grazie all’iniziale incoraggiamento delle istituzioni finanziarie internazionali ha rafforzato i programmi di liberalizzazioni dell’economia. Tuttavia, ben poco si sa circa gli atteggiamenti dell’opinione pubblica nei confronti delle riforme economiche. Gli studi condotti a livello comparato sul tema delle riforme economiche tra i paesi dell’ASS sono rari. Le ricerche che hanno analizzato il tema hanno rivelato che una maggiore propensione alle riforme si riscontra tra coloro che risultano dotati di un elevato capitale culturale e vivono in prevalenza in are geografiche dove vi è una maggiore privatizzazione dei settori economici, quali ad esempio Zimbabwe e Sud Africa (Bratton e Matters 2001) 7. Non mancano però valutazioni discordanti, in special modo nel Sud dell’Africa, dove la maggiore propensione verso una economia mista spinge l’opinione pubblica a ritenere lo stato il principale responsabile dei servizi di welfare. In questo lavoro, utilizzando l’Afrobarometro (2010) è stato possibile guardare a venti paesi dell’ASS8 e valutare l’atteggiamento dei cittadini nei confronti delle riforme economiche. L’opinione di questi ultimi è stata stimata attraverso l’utilizzo di una variabile a cinque modalità di risposta. Le prime due modalità aggregano quanti sono molto e abbastanza d’accordo con l’idea che ‘i costi della riforma economica sono troppo alti’ e che ‘il governo dovrebbe abbandonare le attuali policy economiche’ (Carter 2010: 11), mentre le ultime due modalità sintetizzano la valutazione di coloro che sono abbastanza e molto d’accordo con l’idea che ‘per una buona economia futura, oggi è necessario accettare qualche difficoltà’ (ibidem). Una modalità centrale raccoglie il parere di quanti non convengono con nessuna delle due affermazioni. Come è possibile vedere dalla tabella 1, in cui sono state aggregate la quarta e la quinta modalità dell’indicatore precedentemente descritto, quasi il 54% degli intervistati è favorevole a farsi carico delle riforme economiche. Gli uomini, più delle donne, presentano una maggiore propensione al processo di riforme economiche così come i più giovani (fino a 30 anni) e quanti presentano un titolo di studio elevato (diploma o laurea; +8,8 rispetto alla media), che 7 Gli studiosi, analizzando tra il 1999 e il 2001 sette paesi dell’ASS, hanno fatto luce su alcune componenti delle riforme economiche quali il processo di privatizzazione, al mercato dei prezzi, ai tagli alla Pubblica Amministrazione oppure al pagamento delle tasse per la fruizione del sistema sanitario. 8 In tutti i paesi la rilevazione delle informazioni è stata realizzata nel 2008, tranne che per Zambia e Zimbabwe, dove le interviste sono state effettuate nel 2009. 4 si contraddistinguono probabilmente per un maggior livello di informazione e conoscenza del sistema politico ed economico. Lo stesso si può dire di quanti vivono in aree urbane, mentre evidenti differenze emergono allorquando la comparazione è realizzata tra i pesi dell’ASS. Passando dal Nord al Sud, le quote percentuali di quanti sono propensi a farsi carico dei costi delle riforme economiche, pur distribuendosi a macchie di leopardo, si attenuano. Escludendo il Senegal, che tra i paesi analizzati si presenta come un outliers se non altro perché i problemi interni hanno destabilizzato l’opinione pubblica, e il Mali, al Nord9 si rileva una consistente propensione ad accettare le riforme economiche, al di sopra della media, con picchi, come nel caso della Liberia, che si attestano poco sopra il 70%. Tale tendenza si contrae quando si guarda al Sud10, dove in 2/3 dei paesi di quest’area poco più di 4 cittadini su 10 ritengono opportuno farsi carico delle riforme. Un eccezione è rappresentata dallo Zimbabwe, dove quasi il 75% dei cittadini appaiono favorevoli alle riforme economiche comportano. Questo dato è indubbiamente interessante se non altro perché si tratta di un paese che, pur essendo caratterizzato, come altre regioni che compongono il campione d’indagine, da un basso livello di democrazia così come da carenze infrastrutturali e normative, è in pieno fermento economico11 e i cittadini appaiono aprirsi con fiducia al processo di riforma dell’economia. Lo scenario che emerge tra i paesi dell’ASS alla fine della scorsa decade appare indubbiamente ottimistico se analizzato attraverso gli eventi sociali e politici che hanno segnato, e in alcuni casi continuano a condizionare, alcune regioni oggetto di studio. Una ulteriore conferma è data dalla comparazione di questi risultati con quelli emersi dallo studio di Bratton e Mattes (2001). Con cautela interpretativa12 è possibile sostenere che dal 1999 al 2009 in alcuni paesi dell’ASS è aumentata tra i cittadini la propensione a farsi carico delle riforme economiche, sia al Nord (Malawi +42,9%) che al Sud (Zimbabwe +39,8). Se si esclude il Sud Africa, dove l’apprezzamento per le riforme economiche è cresciuto poco meno del 10%, in tutti i paesi analizzati è cresciuta la quota di quanti sostengono le riforme economiche. Nelle prossime pagine, attraverso tecniche multivariate, saranno testate alcune ipotesi e discusse le principali risultanze empiriche. TAB 1 QUI Le ipotesi di ricerca Le differenti trasformazioni socio-politiche che hanno segnato i paesi dell’ASS alimentano dubbi e perplessità circa la relazione tra politica e riforme economiche. Secondo Bienen e Herbst (1996), le differenze strutturali che distinguono i paesi dell’ASS non consentono di sostenere che le riforme politiche possono accelerare le riforme economiche in Africa. Si tratta, probabilmente, di una visione dettata più dagli eventi che caratterizzavano i paesi africani degli anni ’90 che dalle tendenze che contrassegnavano, nel medesimo periodo, altre aree geografiche, quali ad esempio l’Occidente o l’America Latina. Infatti, nei paesi dell’ASS dove la democrazia ha avuto modo di radicarsi e in taluni casi consolidarsi nel tempo, l’economia è cresciuta (Carbone et al. 2012). E’ altresì vero, però, che laddove la 9 I paesi considerati che afferiscono al Nord dell’ASS sono: Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Ghana, Lesotho, Liberia, Malawi, Mali, Mozambico, Nigeria e Senegal. 10 I paesi che si collocano al Sud dell’ASS sono: Botswana, Madagascar, Namibia, Sud Africa, Tanzania, Zambia e Zimbabwe. 11 Vale la pena ricordare che al 2011 lo Zimbabwe ha fatto registrare un crescita economica del 6% (Economist 2012). 12 Le informazioni rilevate dai due studiosi fanno riferimento a quattro componenti delle riforme economiche (cfr. nota 8) e sono rappresentate da un indice additivo che va da 0 (assenza di sostegno alle riforme economiche) a 4 (massimo sostegno alle riforme economiche). Per rendere confrontabili questi dati con quelli in nostro possesso sono state calcolate, per ciascuno dei sette paesi, le quote percentuali di quanti al 2000 indicavano il proprio sostegno ad almeno tre delle componenti delle riforme economiche. 5 democrazia è ancora in nuce, le aspettative economiche che si generano nel breve periodo nell’opinione pubblica e l’eventuale insoddisfazione che un cattivo andamento della stessa produrrebbe, potrebbero riflettersi negativamente sulle istituzioni, mettendo a rischio sia il consolidamento democratico (Diamond 1999) che il sostegno da parte degli stessi cittadini (Memoli 2011). Se si considera che a) al 2008 (2009 per Zambia e Zimbabwe), tra i paesi considerati in questo lavoro solo poche democrazie avevano sperimentato dieci o più anni di democrazia13; b) la democrazia, essendo condizionata da fattori di natura politica, economica e sociale, richiede tempo per maturare; c) nonostante le performance economiche avessero raggiunto livelli apprezzabili, i cittadini continuavano a nutrire non poche perplessità circa le riforme economiche (Bratton e Mattes 2004) allora verosimilmente la relazione che connette la democrazia e la durata della stessa con le riforme economiche potrebbe assumere segno negativo. Considerando la possibilità di una relazione non lineare tra questi indicatori e che la governance democratica potrebbe richiedere il consolidamento della democrazia e solo successivamente sarebbe possibile proporre riforme economiche (cfr. Bunce 2001) si può ipotizzare che: H1: al crescere del livello della democrazia i cittadini rivelano una minore propensione a sostenere le riforme economiche (relazione lineare-non lineare); H2: al crescere della durata della democrazia l’opinione pubblica è restia a a sostenere le riforme economiche (relazione lineare-non lineare); H3: al crescere del livello e della durata democrazia i cittadini sono maggiormente inclini a sostenere le riforme economiche; H4: nelle regioni dell’ASS dove il sostegno democratico è consistente l’opinione pubblica è favorevole a sostenere le riforme economiche. La corruzione contribuisce alla delegittimazione della politica e dei sistemi istituzionali in cui essa si radica e pertanto rappresenta un punto centrale di preoccupazione di tutti i sistemi politici perché, come sottolinea Alatas (1990:3), ‘Riguarda tutte le classi della società; tutte le organizzazioni statali, monarchie e repubbliche, tutte le situazioni, sia di guerra che di pace; tutte le età, di entrambi i sessi, e tutti i tempi, antichi, medievali e moderni’. Dal 1990, il numero di studi che hanno fatto luce sulla corruzione è cresciuto in modo significativo sottolineando la crescente preoccupazione per l'aumento di gravi casi di corruzione in tutto il mondo. Tra i paesi dell’ASS, la corruzione ‘è stata accettata, praticata e generalizzata nella vita di tutti i giorni’ (Carbone 2005:67), confermando che si è in presenza, parafrasando Olivier de Sardan (1999) di ‘un’economia morale della corruzione’, in cui questa trova terreno fertile nelle norme sociali e nei comportamenti dei cittadini. E’ noto come i suoi effetti sono debilitanti e diffusi (Doig e Riley 1998), con ricadute di tutto rilievo per la democrazia (Montinola e Jackman, 2002; Sung, 2004; Bohara, Mitchell e Mittendorff, 2004) e il sistema politico in generale, mentre nei contesti dove il livello di corruzione è basso, aumenta la fiducia nelle istituzioni pubbliche (Mishler e Rose 2001; Chang e Chu 2006), incrementa il sostegno alla legittimità dei sistemi politici (Seligson 2002), si riduce l’economia sommersa e migliora l’applicazione della rule of law e la qualità delle istituzioni (Wagner et al. 2009). Anche se non sempre i cittadini hanno una corretta percezione di quello che è il livello di corruzione nel proprio paese (Pellegata e Memoli 2012) è possibile sostenere che nelle aree geografiche 13 I paesi in cui il regime democratico (Polity2 soglia >6) presenta una durata inferiore a dieci anni sono: Burkina Faso, Ghana, Kenya, Lesotho, Liberia, Malawi, Mozambico, Nigeria, Senegal, Tanzania, Uganda, Zambia, Zimbabwe. 6 dove le istituzioni politiche sono percepite come corrotte si è in presenza di bassi livelli di responsiveness e di accountability e quindi i cittadini risulteranno sfiduciati nei confronti delle istituzioni pubbliche e in disaccordo con le scelte operate dall’élite: H5: al crescere della corruzione i cittadini appaiono riluttanti a sostenere le riforme economiche. Una delle questioni importanti che fanno riferimento alle riforme economiche è il nesso che connette quest’ultime con la povertà. Le riforme economiche, quando efficaci, dovrebbero rappresentare una condizione necessaria per il ridursi della povertà (Kanbur 2001), anche nelle economie in via di sviluppo. E’ pur vero, però, che le riforme economiche sono pensate anche per attirare investimenti privati che, nel medio-lungo termine, talvolta potrebbero produrre un effetto negativo sulla stessa povertà. Si pensi ad esempio alla privatizzazione del settore pubblico, la cui eventuale riforma potrebbe causare un suo ridimensionamento. Da questa prospettiva, in talune situazioni le riforme economiche possono essere percepite, da quanti già vivono in situazioni precarie, come un ulteriore aggravio economico. Muovendo dall’idea che il disagio economico può allontanare ulteriormente i cittadini dall’arena politica e da quelli che sono i macro obiettivi collettivi e statali è possibile ipotizzare che: H6: al crescere del disagio economico i cittadini appaiono restii a sostenere le riforme economiche. Il modello esplicativo Per poter verificare le ipotesi precedentemente descritte e stimare l’impatto delle informazioni raccolte sulla variabile dipendente14, che è di tipo dicotomico, si è ritenuto opportuno far ricorso ad un random-effects logit model, in cui gli errori standard sono stati calcolati attraverso procedura di massima verosimiglianza15. Le variabili esplicative inserite nel modello sono: - disagio socio-economico: è rappresentato da un indice che esprime il grado d’indisponibilità dei seguenti beni: cibo, acqua pulita, medicine o trattamenti sanitari, energia per cucinare16; -corruzione: è rappresentata da un indice che esprime il livello di corruzione percepito dai cittadini tra quanti lavorano nell’ufficio del Presidente, nel parlamento, nella polizia, nell’ufficio delle tasse, nel sistema giudiziario (giudici e magistrati)17; -sostegno alle autorità politiche: è rappresentato da un indice che esprime le performance di alcune autorità politiche - presidente, membri del parlamento, consiglieri del governo locale18; 14 La variabile presenta modalità 1 quando i rispondenti dichiarano cittadini sono molto o abbastanza d’accordo con la seguente affermazione ‘per una buona economia futura, è necessario che al momento si faccia fronte a qualche difficoltà’. In tutti gli altri casi la variabile presenta valore 0. 15 La scelta di coniugare informazioni raccolte sia a livello macro che a livello micro non è causale se non altro perché in questo modo si è cercato di evitare generalizzazioni che possono cadere in quei tipi di errore che la letteratura metodologica etichetta come fallacia individuale o ecologica. 16 La domanda generale, ripetuta per ciascuno dei beni elencati, è la seguente: ‘Nell’ultimo anno, quante volte tu o un tuo familiare siete rimasti senza …?’. Le modalità di risposta sono (1) ‘una o due volte’, (2) ‘alcune volte’, (3) ‘molte volte’ (4) ‘sempre’. L’aggregazione delle variabili è stata realizzata attraverso l’analisi fattoriale. I punteggi fattoriali ottenuti vanno da -1,19 (assenza di disagio socio economico) a 2,56 (massimo livello di disagio economico). L’attendibilità dell’indice, misurata attraverso l’Alpha di Cronbach, è pari a 0,783. 17 La domanda generale, ripetuta per ciascuna istituzione politica sopra riportata, è la seguente: ‘Quante volte hai sentito parlare di casi di corruzione nel …?’. Le modalità di risposta sono (1) una o due volte, (2) ‘alcune volte’, (3) ‘molte volte’ (4) ‘sempre’. L’aggregazione delle variabili è stata realizzata attraverso l’analisi fattoriale. I punteggi fattoriali ottenuti vanno da -1,91 (assenza di corruzione) a 2,19 (massimo livello di corruzione). L’attendibilità dell’indice, misurata attraverso l’Alpha di Cronbach, è pari a 0,886. 18 La domanda generale, ripetuta per ciascuna autorità politica sopra riportata, è la seguente :‘Lei approva o disapprova il modo in cui … ha lavorato negli ultimi dodici mesi?’. Le modalità di risposta sono: (1) ‘disapprovo molto’, (2) ‘disapprovo’, (3) ‘approvo’, (4) ‘approvo molto’. L’aggregazione delle variabili è stata realizzata 7 -soddisfazione democratica: è rappresentata da una variabile dicotomica che esprime la soddisfazione dei cittadini per il funzionamento della democrazia19; -fiducia nelle istituzioni politiche: è rappresentata da un indice che esprime la confidence in alcune istituzioni – presidenza della repubblica, parlamento, membri eletti nel governo locale, corte di giustizia20; -livello di democrazia: è rappresentato dall’indice Polity221; -durata della democrazia: è rappresentata dal conteggio del numero di anni per i quali un paese è stato democratico. La variabile assume valore 0 quando il livello di democrazia presenta un livello di democrazia (Polity2) inferiore a 622 e incrementa di un’unità per ciascun anno che si registra un livello di democrazia >6. -livello di democrazia e durata della democrazia: è rappresentata da un indice moltiplicativo che aggrega le informazioni, precedentemente descritte, relative alla democrazia e alla sua durata. Passando alla stima degli effetti che le variabili indipendenti producono sull’atteggiamento dei cittadini nei confronti delle riforme economiche (modello 1), i risultati confermano le ipotesi iniziali. Quando il livello di benessere dei cittadini è ai minimi termini, se non altro perché l’assenza di beni primari condiziona la stessa sussistenza, la probabilità che questi siano propensi a farsi carico delle riforme economiche è più bassa del 9,8% di quella che caratterizza quanti vivono in condizioni socio-economiche non disagiate. Una tendenza questa non certamente nuova, che sottolinea come il senso di disuguaglianza e di deprivazione spinge i cittadini a diffidare dalla politica e dalle scelte del governo. Pertanto, se è vero che in alcuni contesti la povertà ha rappresentato una delle condizioni affinché si affermasse la democrazia in Africa (Mamdani 1987), la stessa povertà, allorquando continua a condizionare nel lungo periodo la vita dei cittadini, erode il consenso delle istituzioni e della classe politica (cfr. Bratton e Mattes 2001), le cui scelte, in termini di policies, risultano, almeno per un segmento della popolazione, ancora lontane da quella che può essere definita una buona governance. TAB. 2 Una tendenza similare si rileva anche quando si considera la corruzione. E’ noto come questa possa danneggiare il sistema politico poiché i funzionari, gli eletti o gli stessi burocrati, abusando del potere e dell'autorità che caratterizza tali ruoli e violando le norme che regolano la carica pubblica (Warren 2004; Pellegata 2012), possono svolgere attività finalizzate al guadagno privato a spese della collettività. Laddove il livello di percezione della corruzione è elevato, si attenua la probabilità che i cittadini sostengano le riforme economiche. Di contro, un diverso atteggiamento emerge quando, parafrasando Easton (1965), si considera il sostegno specifico, ossia il livello di soddisfazione circa il regime e le autorità politiche. Infatti quando i cittadini risultano soddisfatti per l’operato della classe politica, delle performance istituzionali o per il funzionamento della democrazia la probabilità che essi siano maggiormente inclini a attraverso l’analisi fattoriali. I punteggi fattoriali ottenuti vanno da -2,08 (giudizio negativo) a 1,51 (giudizio positivo). L’attendibilità dell’indice, misurata attraverso l’Alpha di Cronbach, è pari a 0,715. 19 La domanda rivolta agli intervistati è: ‘In generale quanto è soddisfazione per il funzionamento della democrazia nel suo paese?’. Le modalità di risposta sono: (0) il mio paese non è democratico, (1) ‘per nulla’, (2) poco’, (3) abbastanza’, (4) ‘molto’. La variabile è stata ricodificata nel seguente modo: alle prime tre modalità è stato attribuito valore 0 (bassa soddisfazione), mentre alle modalità 3 e 4 è stato attribuito valore 1 (alta soddisfazione). 20 La domanda generale, rivolta per ciascuna figura e istituzioni politiche sopra riportate, è la seguente ‘Quanta fiducia ha nel …?’. L’aggregazione delle variabili è stata realizzata attraverso l’analisi fattoriali. I punteggi fattoriali ottenuti vanno da -1,64 (massima sfiducia) a 1,40 (massima fiducia). L’attendibilità dell’indice è apprezzabile – l’Alpha di Cronbach è pari a 0,715. 21 L’indice, tratto da Polity IV, va da -10, che rappresenta il massimo livello di autocrazia, a 10, che rappresenta il massimo livello di democrazia. Questa variabile è stata inserita nel modello anche nella sua forma quadratica. 22 Questa variabile è stata inserita nel modello anche nella sua forma quadratica. 8 farsi carico delle riforme è di almeno il 12,9% maggiore di quanti esprimono un giudizio opposto. Da questa prospettiva, quando vi è rispondenza tra la domanda dei cittadini e gli outcome del sistema (responsiveness23) anche nei contesti dove la democrazia è ancora in nuce, i cittadini si rivelano più propensi ad aprirsi con fiducia alle istituzioni e alle autorità politiche impegnandosi, anche economicamente, per un futuro migliore. Ciò risente, probabilmente, anche dalla qualità della democrazia (Pitcher 2012) che in alcune regioni appare sensibilmente migliorata. Guardando ai differenti indicatori che caratterizzano il regime politico (livello della democrazia, durata e loro interazione) emerge che al crescere del livello di democrazia si registrano inizialmente effetti positivi ma decrescenti sulla variabile dipendente, che si attenuano e divengono negativi quando il livello di democrazia aumenta. Per quanto attiene, invece, alla durata del regime, anche questo indicatore fa registrare una relazione negativa con la variabile dipendente. Tali risultati rivelano le difficoltà che la democrazia incontra nell’affermarsi e consolidarsi in paesi dove probabilmente le aspettative rispetto al regime, da un lato, e l’assenza di una cultura democratica, dall’altro, rallentano, se non ostacolano, il suo radicamento. Di contro, nei contesti dove i livelli di democrazia sono elevati e il regime democratico è divenuto, in termini di durata, un tratto peculiare del paese, i cittadini sono più propensi a sostenere in prima persona le riforme (+4,1%) rispetto a quanti vivono in contesti dove la democrazia è ancora in nuce. In altri termini, solo quando il livello di democrazia e la relativa durata raggiungono livelli consistenti, i cittadini iniziano a guardare con maggior fiducia ai propri rappresentanti e sostenere il processo di riforma economica. Controllando i risultati empirici riportati nel modello 1 attraverso l’utilizzo di alcuni indicatori socio demografici ed economici, le relazioni tra variabili indipendenti e dipendente si riconfermano (cfr. modello 2). Di particolare rilevanza sono gli effetti marginali del livello della democrazia, della sua durata e del loro effetto congiunto sulla variabile dipendente. Il livello di democrazia pur producendo un effetto positivo sulla propensione dei cittadini a farsi carico delle riforme, si attenua in termini di intensità man mano che si passa da un livello di democrazia al successivo (graf. 1), dando luogo ad un andamento ad U capovolta. Escludendo la fase in cui i paesi diventano full democracy24, l’effetto assume nuovamente rilevanza statistica ma con un effetto negativo (crescente) sulla variabile dipendente. In altre parole, durante la transizione verso la democrazia, i cittadini non sembrano preoccuparsi dei costi legati alle riforme economiche, mentre un atteggiamento opposto emerge quando il regime tende al consolidamento. Una diversa tenenza caratterizza la durata della democrazia (graf. 2): l’effetto di quest’ultima sulla variabile dipendente è, a partire dal secondo anno25, sempre negativo e crescente, fino al trentaduesimo anno, oltre il quale si annulla. Questo risultato, anche se meno intenso rispetto al precedente, rivela che con il perdurare della democrazia, specie nei contesti dove i livelli della stessa sono bassi, difficilmente si modifica la percezione che i cittadini hanno delle riforme economiche, ritenute probabilmente più un costo che un mezzo di sviluppo economico collettivo. Di contro, l’effetto congiunto del livello della democrazia e della durata del regime sulla variabile dipendente presenta un andamento opposto ai trend precedentemente descritti (grafico 3). Bassi livelli di democrazia presentano un effetto negativo sulla variabile dipendente, con un’intensità decrescente, almeno per i primi quattro anni di durata del regime26. Solo a partire dall’ottavo anno la relazione diviene positiva. In altre parole, solo nei paesi dove la democrazia ha l’opportunità di crescere e tendere, nel tempo, al consolidamento, la probabilità che i cittadini sostengano le riforme economiche risulta più alta 23 Per ulteriori approfondimenti consultare Diamond e Morlino (2005) e Memoli (2013). Questo stato è rappresentato sull’asse delle ascisse dal valore 16. 25 Ogni valore dell’asse delle ascisse indica un biennio 26 Ogni valore dell’asse delle ascisse indica un biennio. 24 9 (+6,8%) di quella che caratterizza quanti vivono in regioni dove la democrazia è ai minimi termini. GRAFF. 1, 2 e 3 Gli uomini e quanti possiedono un titolo di studio elevato sono maggiormente inclini, probabilmente perché più informati o dotati di una maggiore conoscenza delle scelte del governo, a farsi carico dei costi delle riforme economiche (tab. 1). Al crescere dell’età si riscontra un effetto negativo sulla variabile dipendente, tendenza che caratterizza anche quei contesti dove il benessere economico generale (Pil) è consistente. Di contro una relazione opposta contraddistingue la crescita economica: solo nelle regioni in cui, nell’ultimo triennio, l’economia ha fatto registrare una performance negativa, i cittadini appaiono dotati di una maggiore consapevolezza circa l’importanza delle riforme economiche accettandone i costi cui le stesse daranno luogo. Conclusioni Le trasformazioni politiche e sociali che hanno investito i paesi dell’ASS, almeno in alcuni contesti, hanno modificato il rapporto tra opinione pubblica e sistema politico. I cittadini dei paesi dell’ASS, in poco più di cinque casi su dieci, appaiono favorevoli a sostenere le riforme economiche avanzate dai governi. I principali risultati di questo lavoro rivelano che quando la democrazia è florida e consolidata e il nesso che lega governanti e governati è solido, l’opinione pubblica appare incline a farsi carico dei costi economici che le riforme stesse impongono. Si tratta di un fenomeno non certamente nuovo, come hanno dimostrato numerosi studi comparati tra le democrazie occidentali, ma che tra i paesi dell’ASS assume un’indubbia rilevanza poiché ancora oggi in alcune regioni il confronto tra cittadino e stato risulta segnato da situazioni conflittuali e la democrazia continua a convivere con uno stato relativamente debole: la sua incapacità di stabilire un effettivo monopolio della forza, nei territori storicamente controllati dalla criminalità e da gruppi organizzati, e di far fronte ai localismi mina continuamente la statualità. In passato, nelle regioni dove le scarse performance economiche avevano condizionato non poco la credibilità degli eletti e allontanato i cittadini dall’arena politica, l’opinione pubblica apparivano restia a sostenere la strada delle riforme economiche. I mutamenti socio politici dell’ultimo decennio hanno alimentato tra i cittadini una maggiore consapevolezza rispetto al futuro economico e una maggiore propensione a confidare nella classe politica. Ciò è particolarmente evidente nelle zone dove l’economia non ha fatto registrare livelli apprezzabili, in cui i cittadini appaiono condividere le scelte dell’élite politica sostenendo i costi che eventuali riforme economiche comporterebbero. Il puzzle che emerge da questo lavoro rivela la complessità e le dinamiche alla base delle riforme economiche. La democrazia si presenta con l’elemento cardine per inseminare tra i cittadini il valore che le riforme economiche assumono per la collettività, ma da sola non basta per innescare il cambiamento. Solo col radicarsi e il perdurare della stessa, ossia con l’inseminarsi di una cultura democratica, che le riforme economiche si presentano agli occhi dell’opinione pubblica con una nuova veste: dolorose, ma determinanti per il benessere futuro. Una percezione, questa, alimentata anche dal rapporto che connette governanti e governati, che si struttura sulla capacità, dei primi, di rispondere alle richieste degli elettori e sulla valutazione, dei secondi, delle funzioni del governo (autorità politiche) e delle performance istituzionali. Tali fattori, condizionando la legittimità della democrazia, non solo hanno rafforzato lo stato di salute e la qualità della stessa democrazia, ma anche alimentano il confronto tra cittadini e classe politica, le cui scelte incideranno non poco sugli sviluppi politici, economici e sociali della collettività. Quale sarà il futuro della democrazia e quanto questo inciderà, nel lungo periodo, sul processo di riforme economiche è difficile stabilirlo, ma una vena di ottimismo è alimentata dal Mo Ibrahim Index, da cui si evince che dal 2005 al 2009 i livelli di good governance sono 10 aumentati in più della metà dei paesi analizzati27, e dalle risultanze empiriche di questo lavoro, dalle quali emerge che la democrazia e il sostegno politico rappresentano il trampolino di lancio per le riforme economiche. Nonostante la globalizzazione e le difficoltà legate ai processi di riforma economica, i leoni africani continuano a correre come gazzelle lungo il continuum che connette l’autoritarismo alla democrazia. 27 L’eccezione è rappresentata dal Kenya, Madagascar, Mozambico e Senegal, che presentano un trend negativo, e dal Sud Africa e dallo Zimbabwe, dove il livello di good governance è stabile nel tempo. 11 Tab. 1 Le riforme economiche in ASS 2008-9 % Sostegno alle riforme 53,8 Delta 2008-9 / 1999-2001 % % 26.336 Genere maschi N 27.713 1999-2001 54,8 femmine 52,7 26.073 Età fino a 30 anni 55,3 da 31 a 60 anni 52,5 da 61 anni e oltre 53,7 26.299 Titolo di studio nessuno 52,6 elementare 52,8 media 56,6 superiore 53,0 università-post laurea 62,6 26.336 Area geografica urbana 54,7 rurale 53,1 26.336 Paese Benin 61,2 Botswana 62,6 Burkina Faso 65,0 Capo Verde 63,7 Ghana 61,3 Kenya 52,3 Lesotho 54,6 Liberia 70,6 Madagascar 52,6 Malawi 56,9 Mali 49,1 Mozambico 69,2 Namibia 45,7 Nigeria 59,0 Senegal 21,5 Sud Africa 41,7 Tanzania 40,9 Uganda 45,5 Zambia Zimbawe 27 35,6 16 38,6 14 42,9 17 28,7 32 9,7 43,9 27 16,9 74,8 35 39,8 Fonte: Afrobarometer (2010); Bratton e Mattes (2001). 12 Tab. 2 L'atteggiamento nei confronti delle riforme economiche disagio socio-economico corruzione Modello 1 Odds Errore Ratio Standard -0,906*** 0,017 -0,927*** 0,018 Modello 2 Odds Errore Ratio Standard -0,914*** 0,018 -0,922*** 0,018 soddisfazione democratica sostegno alle autorità politiche fiducia nelle istituzioni politiche 1,184*** 1,129*** 1,140*** 0,042 0,026 0,026 1,187*** 1,129*** 1,143*** 0,042 0,026 0,026 livello di democrazia livello di democrazia2 durata della democrazia durata della democrazia2 livello di democrazia *durata della democrazia 1,467** -0,939** -0,766** -0,999 0,208 0,022 0,075 0,001 1,532*** -0,923*** -0,695*** -0,998* 0,180 0,018 0,059 0,001 1,041* 0,017 1,068*** 0,017 -0,907** -1,000* 0,029 0,000 1,422*** -1,000** -0,971** -0,959 0,146 0,000 0,009 0,033 -2,180 0,336 0,033 0,339 0,057 0,011 genere (0=maschio, 1=femmina) età (18-110) istruzione (0=elementare-media inferiore; 1=media superiore-laurea) pil crescita pil (variazione triennale) area geografica (0=rurale, 1=urbana) lnsig2u sigma_u rho Wald chi2(sig.) Likelihood-ratio test of rho (sig.) Numero di paesi Numero di individui -1,741 0,419 0,050 (0,000) 0,000 20 17.074 0,332 0,070 0,016 (0,000) 0,000 20 17.074 Nota: ***p<0,001; **p<0,01; *p<0,05. Fonte: Afrobarometer (2010), WDI, PolityIV (2011). 13 Grafico 1 L’effetto marginale del livello di democrazia -1 0 1 2 3 4 Predictive margins with 95% confidence interval 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 livello di democrazia Grafico 2 L’effetto marginale della durata della democrazia -.3 -.2 -.1 0 Predictive margins with 95% confidence interval 1 3 5 7 9 11 13 15 livello di democrazia 17 19 21 23 14 Grafico 3 L’effetto marginale del livello e della durata della democrazia -1 0 1 2 3 4 Predictive margins with 95% confidence interval 0 2 4 6 8 10 12 14 16 durata della democrazia 18 20 22 15 Bibliografia Alatas, S. H. (1990), Corruption: Its Nature, Causes and Consequences, Aldershot, Avebury. Aré, L., Chabenne, S., Dupoux, P. Ivers, L. 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