dicemBre 2014 - Associazione Pensionati e Dipendenti della ex

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dicemBre 2014 - Associazione Pensionati e Dipendenti della ex
informazione - attualità - servizi - cultura - svago ed altro
53
Navigare sul nuovo sito del Fondo Pensioni
Chiarimenti sulle pensioni di reversibilità
Iniziative avvenute e... a venire
DICEMBRE 2014
50
Associazione Pensionati e Dipendenti
della ex Cassa di Risparmio di Torino e di altre Banche
ExCRT&Co.
via Nizza, 150 - 10126 Torino
Tel. 011.194.11.072/011.194.11.073
Fax. 011.663.1394
E-mail: [email protected]
Aderente a:
FA P
C R E D I TO
-
FED ERAZ I ONE NAZ I ONALE SIN DACA LE
delle ASSOCIAZIONI dei PENSIONATI del CREDITO
ORGANI SOCIALI (triennio 2014-2016)
Sito: www.aspenscrt.it
GROUPEMENT DES RETRAITES ET DES PENSIONNES
D E S C A I S S E S D ’ E PA R G N E E U R O P E E N N E S ,
BANQUES ET INSTITUTIONS SIMILAIRES
Consiglio Direttivo
Piero Burdese (Presidente) - Giacomo Soleri (V. Pres.Vicario) - Giulio Rosso (V. Pres.) - Guglielmo Balda (Segretario) - Giuseppe Dovolich
(Tesoriere) - Mario Alessandria - Domenico Arborio - Alfonso Bruno - Vincenzo Cane - Rosanna Della Chiesa - Rodolfo Delponte - Sonia
Mocellin - Maria Matilde Pransani ved. Re (in rappresentanza dei pensionati indiretti e di reversibilità) - Giusto Seminara - Giorgio Viotto
- Per i soci in servizio e gli esodati: Loredana Daffara - Giordana Sasso.
Presidente onorario: Franco Salza.
Comitato Esecutivo
Piero Burdese - Giacomo Soleri - Giulio Rosso - Guglielmo Balda - Giuseppe Dovolich - Giusto Seminara - Giorgio Viotto.
Revisori dei Conti
Cesare Rocco Viscontini (Presidente) - Virgilio Bringhen - Osvaldo Poli.
Supplenti: Carlo Boffa Tarlatta - Paolo Chiarenza.
Ennio Dogliani (Presidente) - Giovanna Clara - Adelia Roccati.
Probiviri
**************************************************************************************************************
Gli Uffici dell’Associazione sono aperti (escluso il mese di agosto):
DA LUNEDÌ A VENERDÌ - DALLE 9,30 ALLE 11,30
Per chiamate urgenti possono essere usati i seguenti recapiti telefonici:
Presidente - Piero Burdese
V. Presidente Vicario - Giacomo Soleri
V. Presidente - Giulio Rosso
Consigl. Fondo Pens. CRT - Giorgio Viotto
Consigl. Fondo Pens. CRT - Giordana Sasso
Segretario - Guglielmo Balda
Tesoriere - Giuseppe Dovolich
Presidente Onorario - Franco Salza
338.68.47.072
340.87.45.588
335.83.52.324
335.73.17.578
348.58.65.635
349.83.97.083
335.23.11.58
335.58.95.829
e-mail: [email protected]
e-mail: [email protected]
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Recapiti dei Responsabili dei vari Gruppi operativi nell’ambito dell’Associazione:
PREVIDENZA
Coordinatore: Giacomo Soleri
011.81.11.304 - 340.87.45.588 - e-mail: [email protected]
RIVISTA NUOVI INCONTRI
Direttore responsabile: Piergiorgio Zorzin
Coordinatore: Claudio Racca
333.61.68.510 e-mail: [email protected]
011.661.07.57 - 347.221.22.37 e-mail: [email protected]
oppure: [email protected]
PROSELITISMO - PROBLEMATICHE BANCARIE
Coordinatore: Loredana Daffara
Coordinatore: Vincenzo Cane
Coordinatore: Mario Alessandria
Coordinatore: Ennio Dogliani
011.32.71.450 - 349.12.48.542 e-mail: [email protected]
INIZIATIVE
349.080.53.33
e-mail: [email protected]
CONSULENZA FISCALE
389.075.35.50
e-mail: [email protected]
CONSULENZA LEGALE
339.273.53.53
e-mail: [email protected]
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Editoriale
Non vi nascondiamo di essere in grande difficoltà. Da un lato, affermare che questo numero è persino meglio dei precedenti
sarebbe immodesto e un po’ pretenzioso; dall’altra, perché mai non dovremmo riconoscere i giusti meriti e non rendere omaggio
alla fatica e all’impegno dei collaboratori della Rivista, alcuni dei quali sono new entry che si sono spontaneamente presentati
con lavori eccellenti? Non se ne abbiano a male i “soliti”, bravissimi Bonino, Uberti, Tamarin, Di Giannantonio, Tassone, Rosso:
stanno arrivando concorrenti temibilissimi, nuovi, come Luigi Verretto Perussono, Francesco Viola, Franco Marchisio: i primi
due cultori della storia locale (attenta, Daniela!), il terzo un vero apostolo del volontariato, che meriterebbe di essere seguito
come se fosse il Messia degli ammalati e degli ospedali.
In questo numero, poi, vengono trattati argomenti di grandissimo rilievo ed interesse per molti. Giorgio Viotto vi conduce per
mano a navigare nel (nuovissimo) sito del Fondo Pensioni. Giacomo Soleri fa chiarezza su un argomento che è importantissimo
ma poco conosciuto nei particolari: la pensione di reversibilità. Mario Alessandria, usando la tecnica del mordi e fuggi, presenta
le novità in materia fiscale che ci toccano da vicino e lo stesso vale per le notizie del commercialista; a fine rivista inizia (vi saranno molte puntate) uno scritto postumo del bravissimo Aldo Zoppolat, che purtroppo ci ha lasciati molto prematuramente nel
2008. Nei ricordi di Aldo emergono, molto vividi, personaggi di molti anni fa che quasi tutti i pensionati della CRT hanno conosciuto direttamente o indirettamente, descritti con grande introspezione psicologica e presentati nei lati più curiosi e divertenti,
sia pure (come ammette lo stesso Autore) con qualche forzatura ironica. Giusto Seminara, infine, vi esorta a curarvi dei vostri
nipotini, nei confronti dei quali avete più doveri che diritti, e Giulio Rosso dedica ai nipotini favolette meno conosciute, giusto
per sottolineare che, alla fin fine, la nostra Associazione è una grande famiglia. Buona lettura e tanti, affettuosi auguri di Buon
Natale e felice Anno Nuovo da tutta la Redazione di Nuovi Incontri.
Sommario
La parola al Presidente Piero Burdese........................................................................................ 2
Notizie dal Fondo
Navigare sul sito del Fondo Pensioni ex Banca CRT................................................................ 4
Informazioni e chiarimenti importanti sulla pensione di reversibilità...................................... 7
Nuova collocazione Ufficio Pension Funds Torino..................................................................... 8
La parola al Commercialista
Gli F24 sopra i mille euro solo online per tutti......................................................................... 9
F24 a zero solo con Fisconline o Entratel................................................................................. 9
Varie fiscali, previdenziali e finanziarie
Mod. 730.................................................................................................................................... 10
PIN Fiscale - Persone Fisiche................................................................................................... 10
CUD ora CU.............................................................................................................................. 10
Tassazione locale e catasto........................................................................................................ 11
Auto in comodato....................................................................................................................... 11
Nonni e nipoti, diritti e doveri...................................................................................................... 12
Pensa alla salute!
Contro l’ipertensione arteriosa un nuovo tipo di trattamento................................................... 13
Le iniziative …avvenute (Campania).......................................................................................... 14
Le nostre iniziative …a venire (Iniziative 2015)........................................................................ 17
Informatica per gli anziani … giovani: Attenti al malware........................................................ 18
Il Sestriere e il ciclismo - (3ª e ultima parte)................................................................................ 20
Le donne di Palazzo Barolo.......................................................................................................... 23
Breve storia di un castellamontese.............................................................................................. 25
Cronache dell’anno Mille: Guglielmo da Volpiano...................................................................... 27
La riforma della giustizia (per la serie “la montagna racconta”).............................................. 31
Il verde in casa
Le aglaoneme............................................................................................................................. 32
Dal baule delle vecchie cose…
La Campagna dell’Africa Orientale (2ª e ultima puntata)........................................................ 33
Una leggenda tira l’altra.............................................................................................................. 36
Che cos’è l’A.V.O.?....................................................................................................................... 38
Volontari per sempre.................................................................................................................... 39
Prendiamoli per la gola
Spaghetti al pesto di pistacchi e pepe affumicato di Penja....................................................... 41
Mangiando e bevendo che male ti fo’
Agriturismo S. Felice - Pino T.se............................................................................................... 42
Agritur Ruatti - Rabbi (TN)....................................................................................................... 42
AMARCORD
Ricordi semiseri del primo anno di lavoro di un bancario (1ª Puntata)................................... 43
AUGURI DI BUONE FESTE........................................................................................................ 48
NUOVI INCONTRI
Trimestrale - Riservato agli associati
Periodico dell’Associazione
Pensionati e Dipendenti della
ex Cassa di Risparmio di Torino
e di altre banche
ExCRT&Co.
Via Nizza, 150 - Torino
e-mail: [email protected]
DIRETTORE RESPONSABILE
Piergiorgio Zorzin
COMITATO DI REDAZIONE
Coordinatore: Claudio Racca
Piero Burdese - Giulio Rosso Giusto Seminara - Giorgio Viotto
Illustrazioni: Sergio Simeoni
AUTORIZZAZIONE DEL
TRIBUNALE DI TORINO
N. 5949 del 3 Marzo 2006
STAMPA
Nuova Grafica 5 s.n.c.
Corso Canonico Tancredi, 19 - 10156 Torino
Tiratura 2.400 copie
Articoli, lettere, pubblicazioni e varie impegnano
tutta e solo la responsabilità degli Autori
Questa pubblicazione non è a scopo di lucro.
Alcune immagini e testi sono stati attinti dalla rete.
Se inavvertitamente avessimo violato quache
Copyright segnalatecelo e provvederemo quanto
prima a rimediare l’errore involontario.
Copertina:
Fotografia di
Alberto Costa
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La parola al Presidente Piero Burdese
Siamo ormai giunti al termine dell’anno, tempo nel quale avevamo sperato di assistere a segnali di ripresa dell’economia e
del lavoro, indicazioni che ci avrebbero trasmesso elementi di
maggiore serenità e sicurezza. Speranza basata sulla convinzione, dimostratasi poi errata, di aver toccato il fondo e sulla
aspettativa che il cambio della guida politica, con nuovi giovani, avrebbe fatto svoltare favorevolmente il nostro Paese.
Purtroppo queste attese sono andate deluse; anzi dopo l’estate sono ulteriormente giunti segnali allarmanti di un
peggioramento nel campo del lavoro con nuovi licenziamenti, aziende in crisi o in fuga dall’Italia con incrementi
percentuali inverosimili della disoccupazione giovanile.
Ma appare sempre più marcato un fenomeno che maggiormente ci inquieta, quello dello scontro generazionale che
da tempo cresce nel nostro Paese e che sta ingigantendosi
sensibilmente anche per effetto di un certo giornalismo che
volge favorevolmente verso un nuovo filone politico.
Infatti con l’obiettivo di razziare più agevolmente un po’
di denaro dalla categoria meno rischiosa e dalle scarse reazioni, viene coinvolta l’opinione pubblica enfatizzando
elementi economici che fanno apparire i pensionati, e particolarmente quelli della classe sociale media, percepire
mensilità maggiori di quelle ricevute dai giovani al lavoro.
L’asserzione che gli attuali pensionati percepiscano somme
proporzionalmente maggiori rispetto ai loro padri in pensione, oltre ad analizzare valori difficilmente relazionabili,
appare una mistificazione in grado di produrre solo alimen-
to allo scontro generazionale. La strategia parrebbe solo
quella di condizionare l’opinione pubblica affinché giudichi equi e con minore condanna eventuali prelievi fiscali o
ulteriori blocchi perequativi.
Non di rado scorrendo certa stampa inquieta il riferimento
ai commenti del Presidente della Commissione di controllo
sugli Enti di previdenza che, seminando zizzania, asserisce
che le pensioni erogate con il sistema retributivo vengono
pagate da coloro che avranno la pensione calcolata con il
contributivo.
E cosa dire della proposta suggerita dal Responsabile della
“spending review” al Governo, ora licenziato, di reperire
fondi attingendo da ulteriori contributi di solidarietà sulle
pensioni anche di minore entità?
I giovani devono sapere che la questione pensionistica è
parte di un vasto scenario caratterizzato dall’attuale precarietà, dai bassi salari nonché dall’insicurezza del futuro.
Considerino attentamente che se il mercato del lavoro sarà
sempre più selvaggio le loro pensioni non potranno che riflettere questa condizione.
É vero che la nostra generazione ha trovato un mercato del
lavoro più favorevole ma non pensino di risolvere la grave
situazione economica e del lavoro taglieggiando le rendite
di coloro che oggi sono in quiescenza. Respingano le abiette affermazioni di coloro che descrivono i pensionati componenti di una categoria che affama i giovani ma ragionino
sull’operato di uno Stato che a suo tempo ha imposto metodologie di previdenza, che ha gestito l’intero processo e
che oggi a “gioco concluso” vorrebbe cambiarne le regole.
Prestino maggiore rispetto verso coloro che da sempre, ma
particolarmente da alcuni anni, destinano parte dei risparmi
ai loro figli e nipoti, consapevoli di quanto sia peggiorata la
situazione e le prospettive di queste generazioni.
Non felicitiamoci troppo per lo scampato pericolo vissuto
nei giorni scorsi durante la preparazione della legge di Stabilità che ci ha esclusi provvisoriamente da nuovi salassi.
Nel momento in cui scriviamo si evidenzia lo scontro tra la
Commissione europea ed il Governo italiano con attacchi
alla difficile situazione economica che porteranno l’esecutivo a rimettere tutto in discussione soprattutto dopo le
richieste da parte della stessa U.E. di cambiare le pensioni
per quanto riguarda tagli e spese. Troppo alta è stata infatti
giudicata la spesa pensionistica italiana che dovrà necessariamente essere ridotta!
La nostra Associazione, pur nella consapevolezza della limitata potenzialità politica, continuerà con la sua modesta
operatività a rappresentare ovunque, in qualsiasi consesso,
le ragioni ed i diritti della categoria utilizzando anche il
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canale federativo nazionale forte di una rappresentanza di
circa 50 mila pensionati bancari.
Da molti anni si avverte la necessità di una forte rappresentanza del mondo dei pensionati: mai come ora sarebbe utilissimo disporre di un’unica Confederazione che, forte di
una grande rappresentanza e potenzialità di voto, potrebbe
incidere sulle decisioni del Governo condizionandone ogni
provvedimento riguardante il mondo previdenziale.
Noi siamo consapevoli che la Confederazione è e sarà un
obiettivo da perseguire, ragione per cui continueremo a lavorare per questo progetto, consci delle difficoltà di una
categoria così diversificata, non trascurando i nostri scopi
associativi, studiando e fornendo ai Soci servizi che possano facilitare la vita quotidiana.
A tal fine non perdiamo l’occasione per rispondere a molti Soci che di recente si sono rivolti all’Associazione, sia
pure prematuramente, per conoscere cosa cambierà relativamente alla prossima presentazione dei modelli fiscali
ed in particolar modo al mod. 730 precompilato, preannunciato quale novità fiscale del 2015.
Questo apprezzato ed utile servizio a favore dei pensionati è stato da sempre realizzato interamente dalla Banca,
prima come sostituto d’imposta e poi dal 2013 tramite il
CAF Nazionale del Lavoro, unitamente alla disponibilità di alcuni colleghi che, grazie all’intervento economico dell’UniCredit e la disponibilità di adeguati locali
ed attrezzature, hanno potuto offrire il servizio in modo
gratuito. Un servizio molto apprezzato e qualificato per le
personali caratteristiche di consulenza e di aiuto prestate
dai colleghi che ben conosciamo, impegnati per una corretta esposizione dei redditi, delle detrazioni e deduzioni
permesse dalla legge.
Ora, pur in assenza di modalità certe, con l’intento di rassicurare i pensionati interessati, intendiamo comunicarVi
che provvederemo a richiedere all’UniCredit il prosieguo
dell’intervento economico con la fornitura dell’usuale
strumentazione che negli anni trascorsi ha permesso la
realizzazione del servizio così utilizzato ed apprezzato.
Non Vi nascondiamo di avere dubbi sulla possibilità di riottenere da parte dell’UniCredit la copertura finanziaria del
servizio e sulla volontà di concedere temporaneamente un
locale per lo svolgimento del servizio.
Dubbi che nascono dal risultato di un colloquio con il Responsabile della struttura immobiliare torinese, funzione
denominata “Organization Territory Nord Ovest” che, pure
nella sommaria illustrazione del programma di ricollocamento degli uffici in postazioni “open space”, ha escluso
la possibilità di concedere un luogo destinato ad ospitare,
sia pur limitatamente al periodo fiscale, il Responsabile del
CAF con i colleghi Alessandria ed Agnelli.
Intendiamo tralasciare ulteriori commenti non volendo ali-
mentare polemiche ma desideriamo che i pensionati conoscano l’evento e ne traggano debite considerazioni.
Vogliamo rassicurare tutti i pensionati della Banca che in
ogni modo organizzeremo, per tutti coloro che lo vorranno, il prosieguo del servizio prevedendo, in assenza di ulteriori novità, l’ospitalità del CAF e dei colleghi citati nel
locale adibito a sede della nostra Associazione: gestiremo
al meglio il poco spazio di cui disponiamo.
Attraverso il prossimo numero di Nuovi Incontri Vi proporremo i termini della convenzione con il CAF Nazionale
del Lavoro, anche in base alle novità fiscali preannunciate
dall’Agenzia delle Entrate per il prossimo 2015 ed in base
alle specifiche responsabilità che verranno demandate ai
CAF stessi.
Il CAF Nazionale del Lavoro, in assenza dell’intervento
economico dell’UniCredit, potrà reclamare una minima
contribuzione dai pensionati che richiederanno la compilazione o il controllo specifico delle dichiarazioni presentate:
in questo caso, per i nostri Soci, verrà previsto un intervento economico dell’Associazione a loro favore.
Prima di concludere questa rubrica intendiamo ancora segnalare all’attenzione dei Soci un argomento che ci sta particolarmente a cuore. Nel mese di marzo c.a. l’Associazione,
su delibera del Consiglio direttivo, ha ritenuto di trasmettere
all’UniCredit Spa ed alle Delegazioni Sindacali del Gruppo
UniCredit, quali Fonti istitutive, nonché al Fondo pensioni
CRT e ad altre Strutture aziendali una lettera nella quale si
ricordava alle Parti citate di prevedere la partecipazione
di nostri rappresentanti al tavolo di lavoro previsto per le
variazioni dello Statuto del Fondo pensioni CRT.
Con la comunicazione si intendeva ricordare che l’Associazione, con l’intento di fornire utili suggerimenti, aveva
a suo tempo redatto alcune note a margine dell’articolato
dello Statuto e fra queste anche la quantità dei Consiglieri
rappresentanti gli Iscritti pensionati.
Si citava ancora la quantità della nostra rappresentanza
ammontante ad oltre 2.000 pensionati e circa 300 iscritti
al Fondo ancora in servizio ad ampia giustificazione della
richiesta, rammentando ancora che l’esclusione dal tavolo
di lavoro o la presentazione del lavoro concluso in nostra
assenza avrebbe instaurato contrasti che avrebbero condizionato l’esito del referendum necessario all’approvazione
delle modifiche.
Pur non disponendo di notizie aggiornate sullo stato dei
lavori ma lamentando il mancato riscontro scritto della
nostra comunicazione, desideriamo allertare i nostri Soci
affinché seguano con particolare attenzione l’argomento e
le notizie che provvederemo a fornire loro con puntualità,
contando sulla loro massiccia partecipazione all’eventuale
consultazione referendaria.
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Notizie
dal in
Fondo
Prova titolo
zaph
Navigare sul sito del Fondo Pensioni ex Banca CRT
Giorgio Viotto
Da inizio settembre il Fondo Pensioni ex Banca CRT ha istituito e reso disponibile a chiunque un proprio sito istituzionale che
consente di conoscere molte informazioni sulle peculiarità del Fondo stesso e per gli iscritti la possibilità di accedere ad una area riservata
contenente informazioni sulla posizione individuale e scaricare documenti di carattere personale.
Con questo articolo provo a guidare il lettore, che normalmente non va molto in internet a cercare informazioni, ad accedere e muoversi
all’interno del sito al fine di consentirgli una facile navigazione ed il miglior utilizzo dello stesso o, per chi di solito non naviga proprio, a
fargli venire la curiosità di visitare il sito.
Per accedere al sito è necessario inserire nella “barra degli indirizzi” (la prima riga in alto digitabile del computer che inizia con http://......)
il seguente indirizzo:
www.fondopensionicrtorino.it
(privo del suffisso http//)
Si apre il sito e si è subito accolti da belle immagini scorrevoli di scorci di Torino che ci rimandano inequivocabilmente alle origini della
nostra ex Cassa di Risparmio e del nostro Fondo Pensioni.
Da questa prima videata è possibile accedere, scorrendo sui titoli evidenziati sulla barra orizzontale, ad una serie di dati ed informazioni
utili, che qui sotto richiamo:
• Home
• Modulistica
• Contatti
• Glossario
• FAQ
• Link utili
• Mappa del sito
che consentono all’iscritto di poter, ad esempio:
- scaricare la modulistica a lui necessaria, quali possono essere il modulo per la segnalazione agli organi del Fondo di avvenute variazioni
anagrafiche, oppure la dichiarazione ai fini delle detrazioni fiscali, anziché la domanda di prestazioni – cioè la liquidazione delle pensione
o della reversibilità -, come anche il contributo per figli studenti o per familiari disabili;
- rilevare con facilità i riferimenti per contattare gli uffici del Fondo, del call-center di Parametrica per informazioni relative alla liquidazione della pensione, ed altri indirizzi.
Vi è poi un glossario dei termini di uso frequente in ambito previdenziale, così come un elenco di domande frequenti e relative risposte,
le cosiddette FAQ, che possono in diversi casi consentire di trovare una risposta a quesiti che si intenderebbe porre ai colleghi operativi del
Fondo o che semplicemente si ha la curiosità di conoscere.
Molto utile poi l’accesso diretto ad altri link, quali il sito dell’INPS, quello di UniCredit o quello del CRAL.
Sulla sinistra della prima videata del sito, ma ripreso in ogni successiva pagina, vi sono 6 altri titoli che consentono ognuno l’accesso ad
una ampia rassegna di documenti ed informazioni, che i soli titoli già evocano; essi sono:
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• Il Fondo
• Statuto e Normative
• Bilanci
• Iscritti e Prestazioni
• Patrimonio
• News
Esaminiamo ogni titolo per capire cosa contiene e quindi quale può essere la sua utilità per l’iscritto.
Il Fondo: questo “cassetto” del sito contiene notizie relative alla storia del Fondo, dettaglia i componenti degli organi sociali e delle
commissioni tecniche.
Statuto e normative: qui sono contenuti i documenti normativi che regolano la vita e le prestazioni del Fondo stesso, ma anche il rimando,
con possibilità di scaricarle, a tutta una serie di normative di ordine generale in tema di pensioni, cioè leggi e decreti che regolano la così
vasta e complicata materia previdenziale.
Bilanci: sono qui scaricabili nella loro interezza gli ultimi 4 bilanci approvati del Fondo.
Iscritti e prestazioni: dopo una breve descrizione di chi è iscritto al Fondo e quale è la contribuzione percentuale degli iscritti in servizio e la
corrispondente quota di competenza delle aziende, si accede alla descrizione delle prestazioni e delle possibilità di trasferimento ad altro fondo
o riscatto dei contributi versati per chi, iscritto al Fondo, cessa il lavoro nel gruppo Unicredit, ed anche la tabella relativa alla capitalizzazione.
Patrimonio: questo “cassetto” contiene informazioni sull’ammontare del patrimonio del Fondo, sull’andamento dello stesso negli anni
e la possibilità di accedere al “Documento sulla politica di investimento” del Fondo che viene rielaborato quando necessario ed obbligatoriamente inviato all’organismo di vigilanza Covip. Questo documento, piuttosto consistente, contiene oltre ad una descrizione della tipicità
del nostro Fondo, informazioni circa la “popolazione” degli iscritti, visti anche dal lato anagrafico e divisi tra gli iscritti in servizio e quelli
fruitori della prestazione pensionistica. Il documento illustra quali sono le politiche di investimento che il Fondo persegue ed i suoi
obiettivi strategici, indicando anche quali sono i soggetti coinvolti e quali siano i compiti e le responsabilità degli stessi.
Di seguito un esempio dei dati presenti cliccando su “patrimonio” e quindi su “gli investimenti”:
News: è questo uno spazio a disposizione del Fondo per comunicazioni agli iscritti e potrà risultare quindi un più veloce veicolo di invio di
informazioni rispetto alla spedizione cartacea sino ad ora utilizzata, anche se non potrà sostituirla completamente.
AREA ISCRITTI
Un’area importante e sicuramente utile agli iscritti, particolarmente per i già pensionati, è l’area riservata ad ogni iscritto denominata “Area Iscritti”, accessibile sia dalla scritta posta in alto con il simbolo del “lucchetto” che digitando sulla foto della facciata della sede
di Via XX Settembre.
6
Al primo accesso è necessario seguire le istruzioni, differenti a seconda che l’interessato sia un dipendente in servizio od un pensionato,
inserire i dati richiesti e quindi procedere alla modifica della “password” per gli accessi successivi, mentre la “username” resta immutata e
corrisponde al proprio codice fiscale; da questa finestra è anche possibile esercitare l’opzione per ricevere solo telematicamente il cedolino di pensione ed il CUD, evitando di farselo spedire a casa dal Fondo.
Dal “Menù principale” cliccando su “accedere alla rendita diretta” viene consentita una navigazione differente tra iscritti in servizio
e pensionati:
- per i primi infatti la navigazione si ferma alla presentazione dei propri dati anagrafici, numeri telefonici personali e casella mail;
- per gli iscritti beneficiari delle prestazioni invece si apre, oltre alla parte anagrafica, una sezione in cui è indicata la data di decorrenza
della pensione ed il numero della propria posizione presso l’INPS. Ad esempio:
2471072014 - (C.F. pensionato) - Fondo Ex Cassa Risp. Torino Diretta Dipendente
• Menu
• Scheda Pensionato
•
- Dati Anagrafici
•
- Dati relativi al Fondo
• Documenti on-line
•
Cedolini
•
- 2014
•
- Cud
•
- Documenti generici
• Richiesta di informazioni
• Cambia Password
• Menu Principale
Molto utile risulta, come già anticipato, la finestra per visionare e scaricare stampandoli i cedolini di pensione ed il modello CUD,
costruito sulla falsariga di quanto presente sul sito INPS. Consente di rilevare la documentazione (per ora) del 2014 come cedolini, e il CUD
del 2013, ma andrà a immagazzinare dati per più anni; le finestre che appaiono sono qui sotto esemplificate:
CUD
Nome File
SCARICA DOC. 9200_PEN........_CUD2013_1.pdf
Cedolini 2014
Nome File
SCARICA DOC.CEDPEN9300_PEN........_2014-01-27.pdf
SCARICA DOC.CEDPEN9300_PEN........_2014-02-27.pdf
SCARICA DOC.CEDPEN9300_PEN........_2014.......27.pdf
SCARICA DOC.CEDPEN9300_PEN........_2014-12-27.pdf
Può risultare utile la casella “Richiesta di informazioni” indirizzata a Parametrica Fondi Srl, la società che elabora le nostre pensioni,
e che già oggi può fornire informazioni sul listino della propria pensione ed il cui numero telefonico è presente in calce agli attuali listini
pensione.
L’ultima finestra attivabile è “Cambia password”: quella necessaria per la modifica della “password” che può essere sostituita quando ed
ogni volta che lo si desideri.
Cliccando su “Log Out” si ritorna alla finestra di inserimento della propria username e password e da qui cliccando sul logo “Fondo Pensioni Banca CRT” si ritorna alla home del sito.
Credo di poter affermare che con questo sito il Fondo Pensioni abbia fatto una grande salto di qualità in termini di trasparenza e
di servizio nei confronti degli iscritti, e che il lavoro svolto dagli addetti dell’Ufficio Pension Funds di Torino e della Commissione
Comunicazione sia certamente apprezzabile.
L’Associazione resta come sempre a disposizione degli iscritti per ogni esigenza o chiarimento.
Informazioni e chiarimenti importanti
sulla pensione di reversibilità
7
Dedicato ai Pensionati Superstiti
Giacomo Soleri
le specifiche situazioni).
In casi particolari, se mancano il coniuge, i figli o i nipoti la
pensione può essere assegnata anche ai genitori o ai fratelli (non sposati) inabili che non siano a loro volta titolari di
una pensione, sempre che alla data della morte del parente
risultino a carico di quest’ultimo.
Entità della pensione
La somma di denaro che viene erogata ai superstiti non corrisponde per intero all’importo della pensione di cui era titolare
il defunto.
In linea di massima la pensione ai superstiti si determina secondo questi parametri:
60% della pensione spettante al defunto se viene erogata in
favore del solo coniuge superstite;
(N.B. Le pensioni ai coniugi superstiti aventi decorrenza dal 1° gennaio 2012 sono soggette ad una riduzione dell’aliquota percentuale,
nei casi in cui il deceduto abbia contratto matrimonio ad un’età
superiore a 70 anni, la differenza di età tra i coniugi sia superiore a
20 anni o il matrimonio sia stato contratto per un periodo di tempo
inferiore ai dieci anni. La decurtazione della pensione ai superstiti
non opera qualora vi siano figli minori, studenti o inabili)
Cari Amiche ed Amici,
il caso di una nostra collega pensionata, felicemente risolto in
collaborazione con il Fondo Pensioni, offre l’occasione di intervenire con alcuni chiarimenti sulla pensione di reversibilità
(Legge 8 agosto 1995, n. 335).
La pensione di reversibilità (detta anche comunemente “reversibilità”) è una prestazione economica che viene erogata
in favore dei familiari superstiti di un pensionato al momento
della morte di quest’ultimo.
La pensione spetta a partire dal primo giorno del mese successivo a quello in cui è avvenuto il decesso, a prescindere dal
momento in cui viene presentata la domanda.
La pensione di reversibilità può essere erogata in favore:
del coniuge (marito o moglie) superstite anche se al momento
della morte è separato;
dei figli che al momento della morte del genitore sono
minorenni, inabili, studenti universitari e a carico dei genitori;
dei nipoti che alla morte del nonno o della nonna erano a loro
totale carico.
In caso di coniuge superstite separato o divorziato, la
reversibilità dipende dalla sentenza del Giudice riguardo
all’assegno di mantenimento o divorzile (non mi addentro in
questo campo, ma un buon avvocato può sicuramente chiarire
70%, con un solo figlio che alla data della morte del genitore
sia minorenne, inabile, studente a carico alla data di morte del
medesimo;
80%, se concorrono coniuge e un figlio ovvero se concorrono
due figli senza coniuge;
100% per coniuge e due o più figli, ovvero tre o più figli
senza coniuge;
15% per ogni altro familiare, avente diritto, diverso dal coniuge, figli e nipoti. La somma di denaro erogata ai superstiti viene ridotta se
il titolare possiede altri redditi.
Con la già citata legge 8 Agosto 1995 n.355 vengono stabilite riduzioni alla erogazione della pensione di reversibilità nel
caso in cui il superstite abbia altri redditi.
In particolare:
· riduzione del 25% se il reddito proprio del beneficiario è
superiore a 3 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti;
· riduzione del 40% se il reddito del beneficiario è superiore a 4 volte il trattamento minimo annuo del Fondo
pensioni lavoratori dipendenti;
· riduzione del 50% se il reddito del beneficiario è superiore a 5 volte il trattamento minimo annuo del Fondo
pensioni lavoratori dipendenti.
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Il limite di reddito oltre il quale la pensione viene decurtata
varia ogni anno in base alla variazione del trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti.
Vediamo la situazione attuale (anno 2014), ipotizzando una
pensione del coniuge defunto di € 1000 :
Reddito
Coniuge Superstite
Sino a € 19.553,82
Da € 19.553,82 a
€ 26.071,86
Da € 26.071,86
a € 32.589,70
Oltre € 32.589,70
Riduzione Pensione Reversibilità
nessuna riduzione
€ 600
riduzione del 25%
€ 450
riduzione del 40%
riduzione del 50%
€ 360
€ 300
Queste le disposizioni della legge generale. Attenzione però alle
integrazioni previste nello statuto del Fondo Pensioni
CRT
1) Limiti di reddito coniuge superstite
Per le pensioni degli iscritti al Fondo Pensioni per il Personale
della Ex Banca CRT, lo Statuto prevede una condizione di
favore per il coniuge/beneficiario superstite.
Infatti all’art. 37, secondo capoverso, lo Statuto recita testualmente:
“I limiti di reddito del beneficiario di cui alla tabella F allegata alla Legge 8 Agosto 1995 n. 335 e successive modificazioni ed integrazioni sono aumentati in misura pari al 50%”.
In conseguenza di questo articolo, il Fondo Pensione interviene, nel caso di una riduzione della reversibilità, con una
integrazione se il reddito del beneficiario non supera del 50%
i limiti stabiliti dall’INPS.
Ritornando al caso precedente (pensione di reversibilità di €
1000) i limiti di reddito diventano i seguenti:
Reddito
Coniuge Superstite
Sino a € 29.330,73
Da € 29.330,73
a € 39.107,79
Da € 39.107,79
a € 48.884,55
Oltre € 48.884,55
Riduzione Pensione
nessuna riduzione
Reversibilità
€ 600
riduzione del 25%
€ 450
riduzione del 40%
riduzione del 50%
€ 360
€ 300
Ad esempio, nel caso il coniuge superstite abbia un reddito annuo
di € 22.000, l’INPS effettua una riduzione del 25% sulla pensione
di reversibilità. Il Fondo Pensione, a seguito domanda del beneficiario, provvede al reintegro della pensione di reversibilità.
2) Capitalizzazione
Lo stesso articolo 37 dello Statuto infine stabilisce che:
“.. in caso di liquidazione in capitale di parte del trattamento complessivo diretto, le percentuali previste tempo
per tempo dall’a.g.o. sono applicate:
1) sulla pensione originaria spettante all’iscritto prima
della conversione in capitale
2) sui successivi aumenti effettivamente intervenuti sulla
pensione in pagamento all’iscritto in quiescenza.
Detto in parole semplici, se la pensione originaria calcolata
in € 1000, a seguito di una liquidazione in capitale del trattamento integrativo della pensione (la c.d.capitalizzazione) del
20% si era ridotta a € 800, la reversibilità viene calcolata sugli
iniziali € 1000, oltre ovviamente alle rivalutazioni successivamente intervenute.
Spero di essere stato abbastanza chiaro nell’esposizione. Sono
comunque a disposizione unitamente al mio staff, all’indirizzo e-mail e ai recapiti telefonici riportati nella Rivista, per
fornire chiarimenti ed esaminare casi particolari.
MESSAGGIO PER GLI ISCRITTI
Giorgio Viotto
NUOVA COLLOCAZIONE UFFICIO PENSION FUNDS TORINO
SI AVVISANO TUTTI GLI ISCRITTI AL FONDO PENSIONI EX BANCA CRT CHE L’UFFICIO DEL FONDO PENSIONI, DA SEMPRE COLLOCATO AL TERZO PIANO DEL SECONDO LOTTO DEL PALAZZO DI VIA NIZZA 150,
É STATO SPOSTATO AL PRIMO PIANO LATO VIA NIZZA CON POSTAZIONE DI TIPO “OPEN SPACE”.
L’ACCESSO DEVE QUINDI AVVENIRE ESCLUSIVAMENTE TRAMITE L’INGRESSO POSTO A DESTRA DEL
PORTONE PRINCIPALE DI VIA NIZZA 150, PASSANDO DALLA CORRISPONDENTE RECEPTION.
A QUESTO PUNTO É NECESSARIO FARSI ANNUNCIARE AI COLLEGHI DELL’UFFICIO DALLA RECEPTIONIST CHE INDICHERÁ LA MODALITÁ DI EVENTUALE ACCESSO AL PIANO O IL SALOTTO OVE ATTENDERE
UN COLLEGA DELL’UFFICIO.
QUALORA AUTORIZZATI A SALIRE AL PRIMO PIANO, USCENDO DAGLI ASCENSORI SI DEVE SVOLTARE A
SINISTRA E ATTENDERE IL COLLEGA CONTATTATO NEL LOCALE ANTISTANTE.
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La parola al commercialista
In collaborazione con lo Studio Commercialistico Dal Zotto ([email protected])
L’F24 sopra i mille euro solo online per tutti
Dal 1° ottobre il Mod. F24 telematico diventa obbligatorio
per tutti se il saldo è superiore a 1000 Euro o se vengono
effettuate compensazioni. Gli F24 a zero non potranno più
essere presentati tramite i servizi telematici delle banche,
ma solo con quelli delle Entrate.
Il pagamento con F24 cartaceo è destinato a diventare sempre
più sporadico. Dal 1° ottobre anche i soggetti privati sono tenuti al pagamento telematico per i modelli F24 con saldo superiore a 1.000 € o con compensazioni. La norma, contenuta
nel decreto Renzi, impone così anche ai privati di munirsi di
un servizio di home banking o di richiedere le credenziali Fisconline all’Agenzia delle Entrate per spedire autonomamente le deleghe di pagamento. In alternativa resta la possibilità
di appoggiarsi agli intermediari abilitati, pagando il servizio.
L’obbligo di pagamento telematico
Il decreto Renzi (d.l. 66/2014 convertito in Legge 89/2014) ha
introdotto l’obbligo, a partire dal 1° ottobre 2014, di utilizzare
esclusivamente i servizi telematici messi a disposizione:
- dall’Agenzia delle Entrate (Entratel o Fisconline);
- dagli intermediari della riscossione convenzionati con la
stessa (home banking delle banche e di Poste italiane) per versare i modelli di pagamento con saldo superiore a 1.000 Euro,
o per presentare quelli che evidenziano un credito d’imposta
in compensazione (anche parziale).
L’obbligo interessa tutti, titolari e non di partita Iva.
Il modello F24 cartaceo potrà essere utilizzato presso le banche, le poste o gli sportelli di Equitalia solo da chi non è titolare di partita Iva e solo se dovrà pagare, senza compensazione,
un modello con saldo pari o inferiore a 1.000 Euro.
In vista dei prossimi pagamenti, quindi, si consiglia i contribuenti di verificare gli importi da versare, per potersi munire
di home banking o di codice identificativo Fisconline. Altrimenti, in alternativa, ci si dovrà rivolgere ad un intermediario
abilitato ad Entratel.
Secondo la stampa specializzata nulla vieta, in ogni caso, di
dividere il mod. F24 previsto per la stessa scadenza in più
modelli, con saldo finale pari o inferiore a 1.000 Euro.
F24 a zero solo con Fisconline o Entratel
Si ricorda, inoltre, che sempre dal 1° ottobre, non si potrà più
pagare tramite i servizi internet delle banche o delle poste i
modelli F24 che, per effetto delle compensazioni, presentano
un saldo pari a zero. In questi casi si potranno presentare i
modelli solo attraverso i servizi telematici delle Entrate.
L’eccessivo “ingabbiamento” delle regole per l’obbligo di
trasmissione telematica delle deleghe di pagamento F24, in
vigore dal 1° ottobre scorso, dovrebbe essere rivisto, perché
non in linea con con le esigenze di semplificazione del sistema
fiscale e in contrasto con la finalità di tax compliance che lo
Stato deve comunque perseguire.
In particolare, l’obbligo nelle ipotesi di F24 con saldo finale di importo superiore a 1.000 euro, con saldo finale positivo se sono effettuate compensazioni e con saldo zero per
effetto delle compensazioni effettuate (in quest’ultimo caso
obbligando, poi, all’uso dei soli servizi telematici, attraverso i canali Fisconline o Entratel), comportano una rigidità
eccessiva, senza contare che, in relazione ai modelli a saldo
zero, il vincolo all’utilizzo dei canali telematici dell’Agenzia
risulta facilmente e legittimamente aggirabile, limitandosi a
compensare il credito d’imposta a disposizione per un importo inferiore di un euro rispetto a quello dei debiti da pagare, in
modo da evidenziare un saldo positivo che consente di usare
anche l’internet banking messo a disposizione dalla banca sul
quale il contribuente detiene il conto corrente.
Quindi, per non rendere troppo gravoso e oneroso il pagamento spontaneo delle imposte da parte dei contribuenti è
auspicabile ripristinare, per i soggetti non titolari di partita
IVA, la possibilità di presentare in banca o agli uffici postali
le deleghe di versamento F24 in formato cartaceo. Inoltre, si
potrebbe valutare di limitare l’obbligo della trasmissione telematica per i soli modelli F24 che evidenzino crediti in compensazione d’importo rilevante, superiori a predeterminate
soglie, lasciando invece libero da vincoli il pagamento di tutti
gli altri modelli F24.
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Varie fiscali, previdenziali e finanziarie
Mario Alessandria
Come ogni anno, in particolare nel mese di Ottobre, la materia fiscale è in ebollizione, in attesa del vino.
Proprio per questo, nonostante i numerosi argomenti di interesse generale, risulta difficile anticipare le deliberazioni
romane e pertanto mi limito a riferimenti già definitivi.
MODELLO 730
É stabilito: dal 15 Aprile al 7 Luglio 2015 inoltreremo la
prossima dichiarazione dei redditi; sarà il modello 730 ufficiale precompilato (da Renzi, intendendo in senso bonario
quello inoltrato dall’Agenzia delle Entrate), o quello completato direttamente dai dichiaranti persone fisiche o fatto compilare da esperti.
Sicuramente, visto i tempi suindicati, dettaglieremo le modalità operative nel prossimo numero della nostra rivista. Possiamo però già confermare che sarà disponibile il servizio
d’inoltro, come negli ultimi anni.
Il Consiglio della nostra Associazione ha già deliberato in merito; ormai si tratta solo di attendere la conferma o meno del
contributo di UniCredit, sempre erogato nei passati esercizi,
al fine di valutare la gratuità o meno del servizio.
PIN FISCALE - Persone Fisiche
L’inoltro da parte dell’Agenzia delle Entrate del modello 730
precompilato, dal prossimo anno, come ormai noto a tutti, in
realtà consiste nel mettere a disposizione on line la dichiarazione dei redditi con i dati da confermare od integrare e confermare.
Oltre agli intermediari abilitati (professionisti, CAF, datori di
lavoro) potranno accedere al modello precompilato i singoli
dichiaranti, persone fisiche, con accesso al sito dell’Agenzia
delle Entrate: http:/telematici.agenziaentrate.gov.it.
A tal fine occorre disporre dell’abilitazione a Fisconline ri-
chiedendo preventivamente il codice Pin (identificazione
strettamente personale).
La domanda può alternativamente essere inoltrata:
a) Recandosi presso un qualsiasi ufficio Territoriale delle Entrate.
É sufficiente essere muniti di un documento di riconoscimento e compilare l’apposito modulo che viene consegnato al momento. Il Funzionario dell’ufficio fornirà le prime 4 cifre del
Pin necessario per accedere ai servizi di Fisconline. Nei successivi 15 giorni verrà inviata al domicilio del richiedente una
lettera contenente le ultime 6 cifre utili per completare detto
codice insieme ad una password per il primo accesso.
b) Richiedere il Pin on line direttamente dal sito dell’Agenzia
sopra indicato.
Verrà richiesto il codice fiscale, il tipo di dichiarazione presentata precedentemente (730, Unico o nessuna), la modalità
di presentazione adottata ed il reddito complessivo dichiarato
nell’anno precedente (ad esempio, chi intende abilitarsi entro la
fine del corrente anno deve fare riferimento alla dichiarazione
dei redditi dell’anno 2013 relativa ai redditi dell’anno 2012).
Coloro invece che si attiveranno in prossimità od in concomitanza della prossima dichiarazione, anno 2015, potranno fare
riferimento all’ultima denuncia presentata.
Nel caso di insuccesso, è possibile ripetere l’operazione e solo
dopo tre tentativi infruttuosi occorrerà recarsi presso un Ufficio locale dell’Agenzia delle Entrate.
Sempre nell’arco di 15 giorni, il richiedente riceverà a domicilio una lettera con gli elementi necessari per completare il
Pin (ultime 6 cifre) e la password di accesso.
c) Delegare i nostri consulenti, disponibili non solo per la richiesta del Pin ma anche nella necessaria operatività in modo
da essere annualmente affiancati nei rapporti col Fisco che,
ormai è irreversibile, saranno sempre più di tipo informatico.
CUD ora CU
Il modello Cud, che riceveremo il prossimo anno, cambia grafica ed amplia l’ambito dei destinatari in quanto riguarderà
anche i lavoratori autonomi: si chiamerà CU: certificazione
unica.
Il frontespizio si arricchisce di una tabella che include tutti i dati
che sono serviti per l’attribuzione delle detrazioni per i familiari
a carico oltre alle informazioni che comportano particolari benefici, quali il primo figlio che sostituisce il coniuge mancante,
figli minori di tre anni, figli con disabilità,…. .
Una sezione è riservata al credito di 80 euro per i dipendenti, il
cui reddito non supera i 26 mila euro, ed un’altra per le somme
erogate per la produttività del lavoro.
In estrema sintesi, verranno riportati tutti i redditi percepiti,
compresi quelli che non hanno concorso alla formazione del
reddito imponibile ai fini fiscali, e tutti i dati previdenziali ed
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assistenziali relativi alla contribuzione versata o dovuta all’Inps.
Novità importante è che i sostituti d’imposta dovranno anche
trasmettere i dati all’Agenzia delle Entrate (per essere inseriti
nel modello 730 precompilato) entro il 9 marzo 2015, salvo
pesanti sanzioni, e questo ci dovrebbe garantire tempi certi
per la consegna.
TASSAZIONE LOCALE E CATASTO
Ci avviciniamo al Natale con la coscienza tranquilla: abbiamo
versato Tasi, Imu e Tarsu.
Dal prossimo anno potremmo avere un’unica imposta e dal
successivo potrebbe anche pervenire a domicilio una bolletta
già precompilata. Basterà verificare il primo conteggio o fidarsi, salvo i casi di variazioni relative alle singole unità immobiliari: cessione, acquisto, uso gratuito, locazione, successioni…
Intanto, è stato confermato che l’operazione durerà cinque
anni, verrà stravolto il “catasto” con nuovi valori più equi,
che saranno le fondamenta della nuova base imponibile.
In particolare, sarà previsto che il valore patrimoniale medio
farà riferimento al valore di mercato e per metro quadrato.
La rendita sarà invece determinata con metodologie analoghe
a quelle usate per il valore ma basata sul valore locativo.
Le categorie catastali verranno riordinate, prevedendone solo
tre per il residenziale e precisamente: fabbricati con più unità, unifamiliari e abitazioni tipiche dei luoghi; oltre a numero
otto o nove categorie “ordinarie”: cantine, negozi, laboratori,
uffici, magazzini …ed alcune categorie residuali (es. gli attuali immobili storici).
Il contribuente potrà ricorrere in autotutela agli Uffici delle
Entrate sull’attribuzione delle nuove rendite mentre i ricorsi
veri e propri andranno rivolti alle Commissioni Tributarie.
AUTO IN COMODATO
La legge 120/2010 ha regolamentato il caso di concessione della
disponibilità di un veicolo a favore di un soggetto diverso dall’in-
testatario stesso, per un periodo superiore a 30 giorni, statuendo
l’obbligo di comunicare i dati relativi al diverso soggetto.
Fra l’altro, la finalità è di individuare più agevolmente il responsabile di incidenti o di infrazioni (anche fiscali).
La segnalazione va fatta al Dipartimento per i trasporti, la navigazione ed i sistemi informativi e statistici per l’inserimento dei
dati nell’Archivio Nazionale dei Veicoli.
Nel caso di comodato l’obbligo di effettuare la comunicazione
è posto a carico di colui che utilizza il veicolo e che deve provvedere anche al versamento di € 16,00 per bolli e di € 9,00 per
diritti di motorizzazione. L’obbligo non sussiste qualora il veicolo sia utilizzato da un familiare dell’intestatario; pertanto, se il
padre concede il veicolo al figlio convivente non rileva, mentre
se concede il veicolo in comodato al figlio non convivente sussiste l’obbligo.
Deve comunque trattarsi di un uso esclusivo, personale e continuativo; di conseguenza, un eventuale uso promiscuo del veicolo
non necessita di alcuna segnalazione.
L’obbligo decorre dal 4 dicembre c.a. e da tale data verranno
eventualmente redatti i primi verbali di violazione.
L’aspetto più delicato è proprio rappresentato dal profilo sanzionatorio: infatti il contratto di comodato può legittimamente
rivestire forma orale e in tale caso diventa arduo dimostrare l’uso
personale ed esclusivo per oltre 30 giorni. Al massimo potrebbero contestare l’omessa comunicazione agli Uffici della Motorizzazione; nessuna responsabilità solidale dell’intestatario della
carta di circolazione invece per violazioni del codice della strada.
Direi che la normativa è soprattutto mirata a regolamentare il
“comodato d’uso di veicoli aziendali”.
Con l’occasione, giova rimarcare la possibilità di stipulare il contratto di comodato in forma orale o scritta.
Per altre e più significative finalità (penso, ad esempio, all’uso
gratuito di alloggi per figli o parenti: faccio riferimento ai casi
di non convivenza) rileva valutare la convenienza a stipulare un
contratto di comodato in forma orale o in forma scritta con lo
scopo di godere tranquillamente di trattamenti fiscali agevolativi.
Utilizza la nostra e-mail:
[email protected]
Hai qualcosa da comunicarci, una domanda da farci, un consiglio da chiederci o da darci,
oppure un articolo, una lettera, una poesia, una fotografia, un disegno o altro che vuoi far pubblicare
su NUOVI INCONTRI?
Inviaceli e noi saremo ben lieti di accontentarti e di metterci in contatto con te rispondendoti altrettanto rapidamente.
Se hai un indirizzo e-mail (e se non ce lo hai ancora comunicato) trasmettilo con un messaggio
e noi lo inseriremo in una “mailing list” che useremo per inviarti, praticamente in tempo reale,
le nostre comunicazioni.
Inoltre, per esaudire il desiderio di alconi iscritti, gli indirizzi e-mail saranno messi,
per il nostro tramite, a disposizione di tutti i soci “internauti” che vorranno comunicare tra loro.
Si invitano i Soci a inviare fotografie digitali di Torino da scegliere per le copertine di Nuovi Incontri
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Nonni e nipoti, diritti e doveri
Giusto Seminara
Il compito dei nonni, spesso chiamati a svolgere il ruolo di
supplenti, è molto bello e ricco di soddisfazioni. Da un articolo recentemente apparso sul supplemento di un noto quotidiano, si legge che esistono tanti tipi di nonni: i peluche che
coccolano teneramente i nipotini tanto più quanto da ciò si
astengono i genitori, i poliziotti che intervengono in caso di
manchevolezze dei piccoli mentre i genitori sono permissivi,
i marsupio protettivi per eccellenza, i vigili aventi funzione di
controllore, gli istruttori che insegnano tutto, i sirena pronti a
far scattare l’allarme.
Io ritengo che i nonni svolgano tutte le funzioni indicate: al
massimo una di esse potrebbe prevalere nei confronti delle
altre!
Il 99% degli essere umani è felice di poter essere nonno e
riversa il proprio affetto in misura maggiore nei confronti dei
nipoti rispetto a quello nutrito per i figli: questo tipo di affetto,
infatti, è notoriamente discendente.
Con questa premessa non è facile riportare aridamente quanto
dispone la legislazione vigente che obbliga i nonni (ma non
solo loro) ad avere cura dei nipoti, pronipoti legittimi e naturali, nel caso che i figli non possano provvedere o non provvedano.
É la nostra Costituzione che sotto il titolo “ rapporti eticosociali” all’art. 30 dispone: “É dovere e diritto dei genitori
mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori
dal matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge
provvede a che siano assolti i loro compiti”.
Infatti, la legge provvede e nel Codice Civile all’art.147, con
riferimento al vincolo matrimoniale, ripete il principio sancito
dalla Costituzione facendo obbligo ai genitori di mantenere,
istruire ed educare i figli e di farlo tenendo conto delle loro
capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni.
Con l’art.148, in ossequio alla disposizione surriportata, il
legislatore precisa che l’obbligazione è a carico di entrambi i coniugi in relazione alle proprie disponibilità economiche, alla loro capacità professionale o casalinga. Nello stesso
comma si dispone: “Quando i genitori non hanno mezzi
sufficienti, gli altri ascendenti legittimi o naturali, in ordine di prossimità, sono tenuti a fornire ai genitori stessi i
mezzi necessari affinché possano adempiere i loro doveri
nei confronti dei figli”.
In altri termini, la impossibilità dei genitori ad adempiere alla
obbligazione disposta dall’art.147, determina l’intervento
degli ascendenti legittimi o naturali, in ordine di prossimità:
essi, nonni o bisnonni, devono fornire ai genitori i mezzi necessari perché adempiano ai loro doveri.
É da ritenere che l’intervento resti valido anche se i nonni si
sostituiscono ai genitori adempiendo direttamente alle obbli-
gazioni dettate dalla legge a favore dei nipoti.
Accade poi, in caso di inadempimento, che a richiesta di
chiunque vi abbia interesse, il Presidente del Tribunale può
intervenire ingiungendo, al genitore inadempiente o per esso
agli ascendenti, in ordine di prossimità, di cedere parte del
proprio reddito perché si adempia a “quei doveri”.
In effetti, da una sommaria indagine risulta che, dopo la modifica del diritto di famiglia e la introduzione dell’ istituto del
divorzio, i casi previsti dalla legge si sono moltiplicati ed i
nonni, anche loro malgrado, intervengono molto più spesso di
quanto accadeva nei tempi passati.
Normalmente i nonni vogliono assistere i nipoti, spesso fidando nella propria maggiore esperienza, anche in conflitto
con i figli, nutrirli, gestirli imponendo la propria presenza, con
dolcezza, desiderosi solo che vivano lontano dai pericoli e godano della loro giovinezza senza patimento alcuno.
I nonni si accontentano di veder crescere i propri nipoti, gioendo delle quotidiane loro conquiste, perdendosi nel profondo
dei loro innocenti occhi, tollerando spesso i loro capricci, ….i
primi dentini, le prime febbriciattole, l’abbandono del pannolino, la scuola materna, il primo giorno di scuola, i quaderni,
il primo libro…
Insomma i nonni fanno anche ciò che non hanno fatto per i
propri figli, un po’ perché i figli sono più occupati di quanto
non lo fossero nei tempi andati, ed un po’ perché possono dedicare il loro tempo ad una attività meravigliosa, non ultimo
il trasfondere nei piccoli la loro esperienza perché abbiano ad
affrontare la vita nel modo migliore, nei limiti del possibile.
Dell’importante ruolo dei nonni si è accorto anche il Legislatore quando nel 2005 ha stabilito che il 2 ottobre si celebri la
festa di questi bianco-capelluti (quando hanno i capelli!), in
tal modo confermando il ruolo fondamentale da essi svolto.
Non a caso la ricorrenza coincide con quella in cui la Chiesa
celebra gli Angeli: ed i nonni sono gli angeli custodi dell’infanzia!
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Pensa alla salute!
Contro l’ipertensione arteriosa un nuovo tipo di trattamento.
Dr. Armando De Berardinis
É destinato a pazienti resistenti a ogni terapia. Un intervento non privo di rischi: consiste nella denervazione delle
arterie renali mediante l’ablazione con radio frequenze
delle terminazioni nervose del sistema simpatico.
L’ipertensione arteriosa è un po’ come la nostra crisi finanziaria: la si combatte tutti i giorni, non ha speranza di risolversi
senza trattamento, e la sua cura è asfissiante, poco tollerata, e
non ha fine. É con questa introduzione venata di ottimismo che
introduco l’argomento di cui ci occuperemo in questo articolo.
Come ormai tutti sanno, l’ipertensione arteriosa è considerata dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) come
la prima causa di morte nel mondo con una stima di circa
7 milioni di vittime/anno nel mondo e 240 mila/anno nella
sola Italia. Questi dati in grado di togliere il sonno a chiunque
diventano ancora più allarmanti se consideriamo che dagli attuali 9 milioni di ipertesi in Italia arriveremo a circa 18 in soli
20 anni. Se si fosse trattato di debito pubblico avremmo già
accettato misure drastiche, ma trattandosi “solo” della nostra
salute siamo più indulgenti e confidiamo nella fortuna.
E così deve essere se, sulla totalità degli ipertesi, solo il 30%
hanno una pressione adeguatamente controllata.
Ma la colpa di chi è? Anche in questo caso un po’ dei governi
(i medici) e un po’ dei cittadini (gli ipertesi). E non tranquillizza certo le nostre coscienze il sapere che in una percentuale variabile di soggetti (5-15%), nonostante il trattamento sia
adeguato e massimo l’impegno delle controparti, non è comunque possibile ridurre i valori al di sotto dei 140/90, mantenendo inalterato, quindi, il rischio cardiovascolare.
E allora che fare? Non abbiamo scampo: controllo periodico
dei valori, stile di vita “virtuoso” e poi farmaci, farmaci e ancora farmaci.
In uno scenario così fosco è del tutto comprensibile che il
paziente (e il contribuente, se proseguiamo nell’allegoria) desideri la liberazione da una gabella così onerosa.
Ha fatto pertanto scalpore recentemente la notizia apparsa su
alcuni quotidiani nordamericani che riportava i risultati di due
studi scientifici, denominati SIMPLICITY Hypertension-1 e
SIMPLICITY Hypertension-2, portati a termine nel 2011 e nel
2012: un gruppo di pazienti con ipertensione arteriosa resistente
a tutte le terapie veniva trattato con la denervazione delle arterie
renali mediante l’ablazione con radio-frequenze delle terminazioni nervose del sistema simpatico, isolando di conseguenza le
strutture renali dall’anomala stimolazione di tale sistema.
Poiché la procedura è invasiva, non è scevra da rischi e, soprattutto, non è reversibile, è ovvio che siano richieste alcune
premesse.
Primo: si deve trattare di una ipertensione realmente resistente e non di una pseudoresistenza (assenza di uno stile di vita
virtuoso, assunzione di farmaci antiipertensivi in modo inadeguato o insufficiente, assunzione di farmaci o alimenti che
inducono ipertensione, presenza di cause ormonali).
Secondo: possono essere trattati solo quei pazienti che potrebbero realmente trarne un beneficio. Infatti, l’ipertensione
arteriosa è una patologia complessa e multifattoriale e spesso
non è possibile identificare una causa scatenante: talvolta è
dovuta a vasocostrizione arteriosa o accumulo di liquidi, talaltra invece a una anomala attività di quel sistema ormonale
(il sistema Renina-Angiotensina) che ha la sua sede principale proprio nel rene e nei suoi vasi limitrofi. É proprio in
quest’ultimo caso che la procedura potrebbe essere realmente
efficace.
Terzo: ovviamente, visti i presupposti, vanno trattati solo i
casi ad elevato rischio cardio-vascolare e con valori di pressione arteriosa elevata (media di 177/100 negli studi in questione).
Dal punto di vista tecnico la procedura si effettua mediante
puntura dell’arteria femorale all’inguine con l’inserimento di
un elettrocatetere che viene spinto all’interno delle arterie renali (destra e sinistra).
A questo punto si procede con 4-6 trattamenti locali della durata di 2 minuti ciascuno, lungo tutto il diametro delle arterie,
con emissione di radiofrequenze che permettono di “bruciare” le terminazioni nervose. In questo modo i reni vengono
funzionalmente esclusi dall’innervazione del sistema nervoso
simpatico sia in arrivo che in partenza.
Il trattamento assomiglia molto a quello che viene fatto all’interno del cuore per il trattamento della Fibrillazione Atriale e
di alcune aritmie complesse.
Gli studi clinici hanno dimostrato l’efficacia di questa terapia
con una riduzione a 24 mesi dei valori di pressione sistolica
di 27 mmHg e diastolica di 17 mmHg a fronte di una bassa
percentuale di complicanze (3%).
In conclusione la denervazione simpatica delle arterie renali
mediante ablazione è uno strumento in più nell’armamentario
medico, ma non può essere considerato il trattamento principale dell’ipertensione.
Proprio per la sua invasività, i rischi connessi e la limitata
esperienza, va limitata solo in quei casi in cui non vi siano altre alternative di fronte ad un rischio di eventi cardio-vascolari
molto elevato. Fino a quel momento dovremo faticare per normalizzare i valori della pressione arteriosa con gli strumenti
che abbiamo da sempre utilizzato (i farmaci) e con quelli che,
pur se banali, non lo sono quasi mai: la dieta e l’attività fisica.
(da Cardiopiemonte 2/2013 per gentile concessione di
“Amici del cuore”)
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Le nostre iniziative... avvenute
La CAMPANIA (tutta o quasi)
27 settembre - 6 ottobre 2014
Testo di Angelo Riposo - Fotografie di Alfonso Bruno
Ci ritroviamo a Porta Susa in una radiosa mattina. Ciao agli
amici di sempre, ciao ai sei nuovi, ma sopra tutto a Te che non
ci sei più, piccola grande donna che negli tuoi ultimi istanti
hai detto al marito di non rinunciare a venire con noi. Abbracciandolo, abbiamo abbracciato Te. Ciao Nadia.
Italo, il treno scelto per portarci in questa nuova avventura,
corre in liscia silenziosità spesso raggiungendo i 300 chilometri orari. Noi rinnoviamo la nostra amicizia, ricordiamo quelli
che non sono con noi, riandiamo ai viaggi fatti nei luoghi più
disparati del mondo. Poco a poco coinvolgiamo i nuovi compagni nel nostro a volte anche troppo rumoroso bailamme.
Milano, Bologna, Firenze, Roma sono presto raggiunte e
subito lasciate ed eccoci a Napoli a incontrare Daniela che
per i primi sette giorni sarà la nostra preparatissima guida in
questa città dai più stridenti contrasti, in questa Regione piena
di incanti e suggestioni miste a sconcertanti brutture. Anche al
di fuori della sua professionalità conosceremo Daniela come
persona gentile, sensibilmente attenta e educata.
Non dimenticheremo il delicato, policromo chiostro maiolicato di Santa Chiara o il fiabesco nostro andare nei cunico-
li della Napoli sotterranea, ciascuno illuminando il proprio
cammino al desueto lume di una candela posta in una bugia
di antica ceramica. Formavamo una lunga fila di puntini luminosi che si riflettevano in grandi vasche di terse acque. Pareva
di essere nella fatata miniera disneyana dei sette nani. A San
Gregorio Armeno abbiamo rivissuto i nostri natali di bambi-
ni alla vista di miriadi di ingenue statuette esposte in alternativa ad artistici Presepi di settecentesco fascino.
Il romantico e preoccupante episodio descritto in appendice è
stato prodromo di una deludente cena. Il Poliedrico, tornato in
perfetta forma dopo lo choc subito, ha posto in atto tutte le sue
arti di autorevole gelido polemista e, tra la protesta allo chef
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locale e quelle poi inoltrate ai per noi misteriosi organizzatori
dei nostri viaggi, ha ottenuto che nelle sere successive, oltre
al miglioramento dei cibi, le cene fossero anticipate da uno
sciccoso e imprevisto buffet di antipasti.
Di Capri ricorderò solo che siamo stati in barca su un agitato
narsi in ogni momento.
Rimasti indenni da una secchiellata di acqua e sapone improvvisamente versata in strada da una massaia che pretendeva
mare fra i Faraglioni, persi nell’ammirazione dei luoghi e della millimetrica capacità del pilota di entrare in angusti anfratti
a farci ammirare celestiali colori.
I soffioni nella Solfatara di Pozzuoli; il bradisismo di Baia
che ha sommerso le architetture e le statue romane da noi viste
attraverso il fondo trasparente di un battello; il falso dormire (a detta degli esperti) del Vesuvio - su cui siamo saliti in
non molti-; i resti di Ercolano con i cumuli delle ossa di
coloro che sono morti in un diluvio di sabbia e cenere, danno un pessimistico senso di sgomento e inquietudine sulle
immani forze della natura che qui potrebbero ancora scate-
fossero i passanti a stare attenti al suo inconsulto agire, abbiamo visitato prima le Catacombe di San Gennaro con Basilica e cappelle scavate nel tufo tenute in ordinato nitore da
ammirevoli giovani cui preme la rinascita del loro Quartiere
Sanità, poi la cava di tufo del Cimitero delle Fontanelle contenente le ossa di almeno ottomila morti che non trovarono
posto in altre pubbliche sepolture. A vedere i teschi posati su
file di ossa disposte come fossero ordinate cataste di legname, quasi si dimentica che ognuno di essi corrisponde a una
persona vissuta, come tutti noi, fra gioie e dolori, speranze e
disperazione. Alcuni di quei crani sono bucati o fratturati a
testimonianza di chissà quali atrocità abbiano portato a morte
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la persona cui appartenevano.
Le opulente magnificenze della Reggia di Caserta, i suoi stupendi sconfinati giardini non riescono a farci dimenticare le
povere angustie di certi “bassi” in quartieri ancora oggi esistenti.
Per recarci a Mergellina a gustare un’ottima cena tipica abbiamo attraversato una città divenuta nella notte scrigno di
scintillanti gioielli.
Inutile parlare della sin troppo decantata Costiera Amalfita-
na la cui vista noi abbiamo parzialmente potuta godere dal
mare nella traversata che ci ha portati ad Amalfi.
Ripreso il pullman, siamo andati a Ravello alla plurisecolare
Villa Rufolo, mirabile per la fusione di stili architettonici portati dai dominatori che qui si son succeduti, mirabile per il suo
parco a strapiombo su un mare di favola.
Giungiamo a Salerno, ove, dopo sette giorni, Daniela si accomiata da noi. La ringraziamo, scusandoci se qualche nostro
indelicato commento possa aver ferito la sua sensibilità. Uniremo il suo ricordo a quello di Napoli, la città delle iperboli sia nel bene come nel male, posta in una zona d’incanti e
malie, scrigno di tesori artistici, ma affetta da troppa incuria
e degrado.
Sotto la guida del “palestrato” Emilio, uno che ha il torace
con la tartaruga, trascorreremo gli ultimi tre giorni in modo
piacevole e distensivo in quest’ariosa città e nei suoi dintorni. Eccoci alle Sorgenti del Sele le cui acque, convogliate
nell’imponente Acquedotto Pugliese, danno da bere ad un’intera regione. Eccoci al vicino Santuario di San Gerardo
Maiella, sorprendentemente vasto e luminoso, e molto fre-
quentato da fedeli alcuni dei quali, ingenuamente fanatici, circolano con un cerchio di candele accese in testa. C’è un detto
che il Santo, in estasi, avrebbe reso incandescente un’intera
grata di un parlatorio i cui spuntoni sono esibiti tutti distorti.
Nel pomeriggio siamo a Paestum, alla maestosità unica al
mondo dei suoi templi greci, alla poeticità dei suoi affreschi
su cui spicca quello del Tuffatore, sorprendentemente plastico
nella sua essenzialità.
Il giorno successivo comporta scarpinate per andare e tornare
alla Grotta di San Michele Arcangelo (quante ne abbiamo
viste nei nostri viaggi!) e, soprattutto, per salire fra ben tenuti
erti sentieri sino all’enigmatica Antece, scultura su roccia di
un antico guerriero. Emilio, uomo di mare e la sua tartaruga vi
giungono tardivamente ansimanti a differenza di alcuni nostri
vecchietti, montagnini, e con il doppio dei suoi anni che benevolmente lo prendono in giro.
Poi abbiamo la sorpresa della grandiosità delle Grotte di Pertosa e del percorso in barca fatto in un tratto di esse.
Una “pizza verace” salernitana chiude il nostro ultimo giorno
campano.
Saliamo sull’Italico che in prefetto orario giunge a Torino e ai no-
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stri arrivederci ad amici che abbiamo il dispiacere di dover lasciare.
Appendice.
Adoni, sirene, crolli psicofisici
La prima sera a Napoli, tre adoni del gruppo, nell’entrare
nell’ascensore per andare a cena, vi trovano, provenienti dal piano superiore, tre eleganti e belle fanciulle cui,
subito, il Vegliardo, dopo aver fatta rilevare loro l’incredibile fortuna di incontrare tre esemplari maschili di tale
avvenenza, chiede per piacere di sfilare insieme nell’attraversare la hall in cui si stanno riunendo gli altri membri della comitiva.
Il Poliedrico, che sta conversando tranquillamente con
altri amici, vedendo giungere l’Adone Ciglianese al
braccio di una sirena, si alza di scatto in preda a sbalordito stupore. Poi, quando appare l’Adone Tarantino al
braccio di un’altra, comincia a manifestare i primi segni
di squilibrio che l’arrivo del Vegliardo con la terza trasforma in totale perdita del senso della realtà. Un attimo
prima di piombare in una balbettante catatonia riesce ancora a chiedere al Vegliardo: “Ma quanto ti è costato?”.
Le fanciulle si allontanano per andare al pullman che
le attende. Certamente fra anni e anni, divenute ormai
rugose vecchiette, ancora narreranno ai nipotini la fiaba
dell’incredibile apparizione partenopea dei tre adoni.
Questi, invece, accorrono dal Poliedrico nel timore possa cronicizzarsi irrimediabilmente lo stato semivegetativo di farfugliante fissità in cui è caduto. Il poveretto,
fortunatamente, piano piano si riprende, ma ancor oggi
in tali ricordi ha brevi mancamenti di coscienza.
Il Vegliardo, pur profondamente offeso che il Poliedrico
pensi che lui debba pagare per avere favori femminili, ha
magnanimamente deciso di perdonarlo. Quando però ne
ricorda l’espressione in quei momenti, sbotta in irrefrenabili risatine che inconsapevoli astanti reputano essere i
segni di incipiente follia senile.
Le nostre iniziative... a venire
COMMISSIONE INIZIATIVE
Con l’obiettivo di ridurre i costi di imbustamento e di spedizione, a partire da dicembre 2014 l’Inserto Iniziative verrà inserito
all’interno della rivista Nuovi Incontri, nello spazio destinato ad illustrare anche i resoconti di quelle avvenute.
L’inserto verrà comunque inviato via mail, così come già avvenuto a partire da giugno 2014, a tutti coloro che hanno comunicato l’indirizzo di posta elettronica e sarà inserito nel sito www.aspenscrt.it
INIZIATIVE 2015
Con l’intento di consentire ad ognuno di programmare le proprie vacanze indichiamo le iniziative che prevediamo possano
avvenire nel prossimo anno.
GENNAIO
Dal 18 al 30 gennaio è prevista la crociera “Grecia antica e Meteore” (già inviata via mail a tutti quelli che hanno comunicato
l’indirizzo di posta elettronica e pubblicata sul sito www.aspenscrt.it)
MARZO
Dal 20 al 22 marzo effettueremo un’iniziativa cultural-gastronomica ancora da definire nei dettagli ma che dovrebbe prevedere
la visita di due località emiliane facenti parte dei “borghi più belli d’Italia”, nonché due pranzi ed una cena in locali tipici. I
pernottamenti saranno presumibilmente in hotel a Salsomaggiore.
Non appena definito il programma lo invieremo via mail a chi ha fornito l’indirizzo di posta elettronica e verrà pubblicato sul sito.
MAGGIO/GIUGNO
Sabato 23 maggio avverrà l’assemblea ed il pranzo sociale in località sita nei pressi di Torino da definire in base alla
conferma della disponibilità dei locali da parte del ristoratore.
Dal 30 maggio al 7 giugno stiamo preparando un programma dettagliato e personalizzato per visitare la Polonia.
SETTEMBRE/OTTOBRE
Dal 25 settembre al 4 ottobre ipotizziamo di visitare una regione italiana (Lazio) o nel caso in cui non venisse effettuata la
crociera di gennaio potremmo prevedere una crociera nell’ambito delle diverse opportunità offerte nel periodo.
La Commissione Iniziative invierà di volta in volta via mail eventuali iniziative che dovessero presentarsi pubblicandone il
testo anche sul sito; é comunque possibile in alternativa ottenere lo stampato facendone richiesta in associazione.
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Informatica per gli anziani... giovani (4ª puntata)
Attenti al malware
Leonardo Del Latte
Bene, ricollegandomi all’articolo precedente, dovremmo avere un
PC abbastanza protetto da quelle che sono le minacce presenti in
rete. Come accennavamo, purtroppo non esiste un sistema a prova di
intrusione: l’unico metodo per essere sicuri di non aver preso Virus
è quello di prestare particolare attenzione a tutto ciò che si fa con
il Personal Computer. Comunque, se si commette un errore l’antivirus è un valido alleato, ma quando anche l’antivirus non riesce
a impedire le minacce, possiamo ricorrere all’aiuto di prodotti che
non cercano solo i classici Virus, ma che estendono la ricerca a più
categorie di minacce. I termini sono molti, oltre al “classico” Virus,
abbiamo minacce di tipo Worm, Trojan Horse, Backdoor, Dialer, e
la lista potrebbe continuare: comunque tutte le tipologie di minacce
ricadono nel termine MALWARE che, semplificando il concetto,
identifica tutti i software o programmi che hanno lo scopo di danneggiare il personal computer.
Oggi vi illustriamo un prodotto, come sempre gratuito, che permette
l’identificazione e la rimozione di questi Malware e che nella sua
versione a pagamento fornisce anche un sistema di protezione in
tempo reale. A differenza degli antivirus, però, questa tipologia di
programmi è da usare con particolare attenzione in quanto non tiene
conto se quello che trova è una reale minaccia oppure un “falso positivo”. Quindi il rischio di cancellare qualcosa che in realtà serve è
molto alto e la conseguenza è che il computer al successivo riavvio
smetta di funzionare!
La procedura che vi illustreremo permette la sua installazione, la
configurazione completa per effettuare una scansione approfondita
e la gestione del report con le eventuali segnalazioni. Diciamo che
se la videata finale riporta la voce “NON SONO STATI RIVELATI ELEMENTI NOCIVI” il vostro computer è esente da Malware.
Qualora fossero presenti segnalazioni diverse, vi consigliamo di
NON ESEGUIRE LA PULIZIA da soli ma di chiedere consiglio ad
un esperto per evitare conseguenze spiacevoli.
Apriamo come sempre Internet Explorer e digitiamo il link che
ci porta al programma, in questo caso http://it.malwarebytes.org/
(Fig. 01)
Successivamente, apparirà la solita finestra di conferma di download a cui si dovrà rispondere ESEGUI. (Fig. 02)
Al momento in cui si confermerà l’installazione, il sistema chiederà
la lingua (Fig. 03), dopodiché procederemo con l’installazione vera
e propria.
I passaggi successivi sono praticamente obbligati, scegliamo Avanti
(Fig. 04) per più volte fino a quando il pulsante non diventa INSTALLA (Fig. 05).
Finita l’installazione, prima di premere il pulsante FINE, togliere la
spunta dalla voce ATTIVA LA PROVA GRATUITA DI MALWAREBYTES Anit-Malware PRO, dopodiché confermare la fine installazione.
La prima cosa che verrà eseguita è l’aggiornamento del database dei
Malware (Fig. 06): lasciate finire l’attività e poi se, come in questo
caso, la videata è in lingua inglese, andate nel menu setting (Fig. 07)
e scegliete la lingua corretta. Nella tendina sulla destra, potrete cambiare la lingua.
Ora siamo quasi pronti a fare la nostra scansione. Per completare la
configurazione è necessario ancora andare sul menu OPZIONI (in
alto), RILEVAMENTO E PROTEZIONE (sulla sinistra) (Fig. 08) e
abilitare la voce RICERCA ROOTKIT che normalmente è disabili-
tata (ma è fondamentale che sia ricercata).
Fatto questo passiamo alla voce SCANSIONE (Fig. 09), e premiamo il pulsante verde in fondo a destra SCANSIONE.
Questa attività sarà abbastanza lunga quindi è necessario effettuarla
quando il Personal Computer non sta facendo altre cose (Fig. 10).
Come dicevamo precedentemente, la scansione non crea nessun rischio ma poi eseguire la pulizia richiede la visione di una persona
che sappia dove intervenire.
Quindi se l’esito è uguale a quello di Fig. 11 possiamo dire che il
computer è esente da Malware: in tutti gli altri casi, il mio consiglio
è di stampare il solito Report visualizzabile alla voce “vedi log dettagliato” (voce sulla destra) e di farsi aiutare da un esperto.
Ora che finalmente abbiamo appreso i termini base e sappiamo proteggerci dalle più diffuse minacce, dal prossimo articolo inizieremo
a occuparci dell’utilizzo vero e proprio dei software.
Al prossimo articolo. ([email protected])
Fig. 01
Fig. 02
Fig. 03
19
Fig. 04
Fig. 08
Fig. 09
Fig. 05
Fig. 10
Fig. 06
Fig. 07
Fig. 11
20
“Il Sestriere e il ciclismo”
Un secolo di storia, un secolo di gloria (3ª e ultima parte)
Franco Tamarin
Dai pionieri intrepidi con i tubolari a tracolla ed il rapporto
fisso, agli scalatori dei giorni nostri, passando attraverso le
imprese indimenticabili del più grande di tutti: Fausto Coppi.
Ma senza tralasciare altri episodi di numerosi Giri d’Italia e
Tour de France e tanti altri leggendari protagonisti sulle strade
della Valle di Susa.
1991
“Son tutti gialli, verdi, celesti, vermigli i girini della carovana. Facciamone un bel mazzo, come se fossero tutti fiori
campestri e appuntiamolo sul petto della primavera” (Alfonso Gatto).
Nel 1991, in occasione dell’ottantesimo anno dal primo passaggio del Giro sul colle del Sestriere, gli organizzatori escogitano un finale di tappa inedito, con la doppia ascesa del colle, attraverso la strada meno nota, quella che sale attraverso
Bousson e Sauze di Cesana. Quel sabato 8 giugno – tredicesima tappa con partenza da Savigliano – ad imporsi sul colle fu
lo spagnolo Eduardo Chosaz che si difese disperatamente dal
veemente finale di Claudio Chiappucci. Se ci fossero stati altri
cento metri ancora lo spagnolo non avrebbe forse salvato la
sua vittoria di tappa. Il francese Fignon e l’americano Lemond
giungeranno al traguardo sotto il peso di un distacco umiliante, oltre 23 minuti. Quel Giro se lo aggiudicherà poi Chioccioli, proprio davanti a Chiappucci. Di quella tappa ho un ricordo indimenticabile: l’ho seguita, quasi interamente, sulla
macchina del Commissario Tecnico della Nazionale Alfredo
Martini, grande uomo di ciclismo, recentemente scomparso.
1992
“La vita è come andare in bicicletta: se vuoi stare in equilibrio devi muoverti” (Albert Einstein)
Ma l’appuntamento di Claudio Chiappucci con la gloria era
soltanto rimandato di un anno: infatti, nella tredicesima tappa
del Tour del 1992 (con partenza il 18 luglio da Saint-Gervais)
– ritornato dopo quarant’anni esatti al Sestriere – il “diablo”,
in fuga solitaria per sette ore sulle montagne francesi ed italiane, giungerà al colle del Sestriere da solo, vestendo anche
virtualmente quella maglia gialla che lo spagnolo Miguel Indurain porterà invece, per la seconda delle sue cinque vittorie
consecutive, a Parigi. Davanti proprio a due italiani: Claudio
Chiappucci e Gianni Bugno, che si scambieranno le posizioni
rispetto all’edizione precedente. Ma l’impresa del corridore
italiano, per quella sua fuga solitaria di oltre 200 km. sulle
Alpi, resterà come una delle pagine più belle nella carriera di
Claudio Chiappucci, piazzato mai vincente nelle grandi corse
a tappe. Il Sestriere sarà poi anche sede di partenza della successiva tappa, il 19 luglio, con destinazione L’Alpe d’Huez,
mitica salita tanto cara agli italiani; ma la vittoria andrà all’americano Andrew Hampsten.
1993
“Le biciclette abbandonate sopra il prato e poi/noi due distesi all’ombra/un fiore in bocca può servire sai/più allegro
tutto sembra” (Lucio Battisti)
Nel 1993 il Giro ritornò al Sestriere con una inedita cronometro: 55 chilometri, da Pinerolo al colle, contro il tempo. Ed il
tempo da battere è naturalmente quello di Indurain, e tale resterà: 1h36’29”, alla stratosferica media di 34,203 km/h. Ma il
grande sconfitto è Claudio Chiappucci, peraltro febbricitante.
Sarà comunque una bella giornata da ricordare anche perché,
per la prima volta, quel 10 giugno viene teletrasmessa una
tappa del Giro (la diciannovesima) dall’inizio alla fine. Quel
Giro lo vincerà per la seconda volta consecutiva lo spagnolo
Indurain, su Ugrumov e Chiappucci.
1994
“Forzai sui pedali per non perdere terreno, abbassando la
testa sul manubrio; poi lo sforzo diminuì, le ruote girarono
più facilmente …” (Manlio Cancogni)
Sabato 11 giugno 1994 si è replicato ancora una volta. E nella
giornata più difficile del Giro, corsa in condizioni proibitive,
sarà proprio la tormenta a spegnere sul nascere le velleità di
Marco Pantani e di Miguel Indurain, che concluderanno al
secondo e terzo posto la corsa rosa, alle spalle del russo Evgenij Berzin. Un tacito patto di non aggressione spinge infatti
il gruppo dalla partenza di Les Deux Alpes fino al traguardo
del Sestriere: l’obiettivo è solo quello di scampare al congelamento e conservare le posizioni già acquisite. Vincerà questa ventesima tappa l’elvetico Pascal Richard, con un allungo
portato a sei chilometri dal traguardo.
1996
“La Strada sale, sale, sale. E intanto piove, piove, piove…”
(Emilio Rigatti)
Lunedì 8 luglio 1996 il Tour ripropone il traguardo del Sestriere: ma è una tappa dimezzata. La neve, e soprattutto il vento
21
impetuoso in quota, costringono gli organizzatori a tagliare i
colli di Iseran e Galibier: ne deriva un trasferimento “cicloturistico” di appena 46 chilometri, da Le Monetier-Les-Bains.
Con uno scatto sul Monginevro, rilanciato poi sulla salita del
colle, sarà il danese Rijs ad aggiudicarsi la vittoria di questa
nona tappa al Sestriere e quel Tour de France, cancellando
così il sogno della sesta vittoria consecutiva per lo spagnolo
Indurain.
1999
“Solo, bagnato, tremante, le mani avvinghiate sul manubrio e le dita rigide, contratte da non poterle più distendere”
(Aldo A. Settia)
É ancora Tour nel 1999. Martedì 13 luglio si corre infatti una
tappa impegnativa: 213 km. da Le Grand-Bornand al Sestriere. Il brutto tempo ancora una volta si accanisce contro i corridori, ma l’americano Lance Armstrong, che sotto la pioggia
(nel 1993) aveva già vinto un mondiale in Norvegia, parte
all’attacco in salita, non accusa flessioni ed infligge pesanti
distacchi a tutti. Il Sestriere ha dunque trovato un nuovo padrone, dominatore sia nelle cronometro che nelle salite. Lance
il texano vincerà poi quel Tour: un altro americano a Parigi,
dunque, nove anni dopo Greg Lemond. Ma questa sua vittoria
al Tour de France, la prima di una lunga serie di sette consecutive, sarà poi cancellata, insieme a tutte le altre, per una
brutta storia di doping. Un brutto colpo anche per me che avevo scritto come “questa vittoria dimostra quali siano le possibilità dell’uomo quando la volontà e la fede nella vita sono
immense”. Il giorno successivo il Tour ripartirà proprio dal
colle italiano, alla volta dell’Alpe d’Huez: è il 14 luglio, festa
nazionale francese, ma sarà un italiano, Giuseppe Guerini, ad
aggiudicarsi quella prestigiosa tappa, nonostante sia stato fatto cadere da un tifoso poco prima del traguardo.
2000
“Il piacere della bicicletta è quello stesso della libertà, forse
meglio di una liberazione. Andarsene ovunque, ad ogni momento… si torna giovani, si diventa poeti ” (Alfredo Oriani)
Sabato 3 giugno si disputa una strana ed inedita ventesima tappa del Giro d’Italia: una bella “crono-discesa” dal
colle del Monginevro a Cesana, con partenza da Briancon
ed arrivo al colle del Sestriere. La vincerà infatti uno specialista delle cronometro, il ceco Jan Hruska, già vincitore
della cronoprologo di Roma e non certo uno scalatore. Ma
è soprattutto la giornata di Stefano Garzelli che, con una
grande prova già sulle rampe francesi del Montgenevre,
strapperà la maglia rosa a Francesco Casagrande e vincerà
questo suo primo Giro d’Italia proprio sul toscano e sul
trentino Simoni.
2005
“La gola che chiede da bere, c’è un’altra salita da fare/per
me, che sono fuggito subito. Rapporti che devo cambiare, lo
stomaco dentro al giornale … “(Enrico Ruggeri)
Sabato 28 maggio si disputa una tappa (la numero 19, con
partenza da Savigliano ed arrivo al Sestriere, dopo 190 km.)
con una salita che avevo sempre sognato fosse inserita nel
percorso del Giro d’Italia: non si poteva infatti trascurare l’ascesa al Colle delle Finestre (m. 2176). Sarà una bellissima
giornata di sport, vissuta sul filo dei secondi. Simoni, Rujano
e Di Luca attaccano a ripetizione sugli otto chilometri finali
di sterrato della salita (in pendenza costante, senza strappi;
piallato e livellato peraltro come il miglior manto d’asfalto),
mentre Savoldelli perde subito terreno; Danilo Di Luca transiterà per primo sul colle, tra due ali di una folla incredibile ed entusiasta, come soltanto il ciclismo sa radunare. Ma
Paolo Savoldelli farà una discesa al massimo, come soltanto
lui sapeva e poteva fare. Di Luca andrà poi in crisi ai piedi
del colle staccandosi, mentre il corridore del Venezuela Josè
Humberto Rujano, vincerà la tappa impedendo così (grazie
agli abbuoni) a Simoni di conquistare la maglia rosa. Quel
Giro lo vincerà poi per la seconda volta Paolo Savoldelli, e
per soli 28 secondi su Gilberto Simoni, e 45 su Josè Rujiano.
Sul colle c’è un cippo che ricorda il passaggio dei corridori
e di Danilo Di Luca, primo atleta a transitare sul colle, ma
anche primo ciclista italiano squalificato a vita per doping,
nel dicembre 2013.
2009
“Ogni volta che vedo un adulto in bicicletta penso che per la
razza umana ci sia ancora speranza” (Herbert George Wells)
La frazione più lunga di questo Giro arriva dopo un giorno di riposo, il 19 maggio. Avrebbe dovuto ripercorrere nel
suo disegno originale la storica tappa che aveva consacrato
Fausto Coppi nell’edizione del 1949. Per problemi logistici, il percorso è stato profondamente modificato: nessuno
sconfinamento in Francia – passando sui colli di Maddalena,
Vars e Izoard – ma si è rimasti in Piemonte scalando prima il
Moncenisio (m. 2083 ), per salire quindi al Sestriere, scollinare, salire la piccola asperità di Prà Martino, per poi tuffarsi
in picchiata verso l’arrivo di Pinerolo. Lungo il Moncenisio
parte da solo Stefano Garzelli, il quale transita al Sestriere
con un vantaggio di oltre sei minuti sul gruppo dei migliori. Sfavorito dal vento contrario, viene raggiunto e staccato.
Lungo le pendici del Prà Martino si inizia la selezione che
vedrà Danilo Di Luca andarsene per vincere in solitaria, consolidando anche il suo primato in classifica. Ma anche questa
vittoria sarà poi cancellata dall’albo d’oro, a seguito della
suddetta squalifica.
22
2011
“Sotto questo sole è bello pedalare sì/ma c’è da sudare. Sotto
questo sole, rossi e col fiatone, e neanche da bere” (Francesco Baccini)
Il 28 maggio si corre una delle tappe più lunghe di questo
Giro: 242 km. da Verbania al colle del Sestriere. Dopo quasi duecento chilometri pianeggianti inizia la scalata al Colle
delle Finestre, percorso quest’anno per la seconda volta in assoluto, ma già entrato nel cuore di tutti i tifosi. Nonostante il
gruppo mantenga un ritmo sostenuto fin dall’inizio, un gruppetto di tredici atleti prende il largo, accumulando un vantaggio di oltre dodici minuti. Ma sulle dure rampe del colle
valsusino il drappello dei battistrada si sfalda, e perde, ad uno
ad uno, i suoi pezzi. Rimane il solo atleta bielorusso Vasil’
Kiryenka che, transitato primo sul Colle delle Finestre, manterrà poi fino alla fine un divario costante sui suoi avversari,
precedendo di quasi cinque minuti Josè Rujano e Joaquim Rodriguez. Alberto Contador vincerà poi quel Giro ma, a seguito
della sua squalifica per doping, la vittoria sarà assegnata a
Michele Scarponi davanti proprio a Vincenzo Nibali, per soli
56 secondi. Fatale gli sarà la caduta proprio nelle fasi iniziali
della tappa del Sestriere. Il 20 luglio dello stesso anno anche
il Tour transita nuovamente dal Sestriere. La diciassettesima
tappa parte infatti da Gap per concludersi a Pinerolo, dopo 179
km. Se la aggiudicherà il norvegese Edvald Boasson Hagen.
Quel Tour sarà vinto dall’australiano Cadel Evans, davanti ai
due fratelli lussemburghesi Andy e Frank Schleck. Ma quel
passaggio sul colle non resterà certo nella storia del ciclismo.
2013
“Io vado in bicicletta/alle cinque del mattino/per sentirmi
vivo/con la nebbia nei polmoni/però non c’è più Agnese/seduta sul manubrio/a cantar canzoni…” (Ivan Graziani)
Questa è invece storia di ieri o, se volete, dell’altro ieri. Il 18
maggio è in programma la quattordicesima tappa del Giro, da
Cervere a Bardonecchia (180 km.). Le condizioni del tempo,
quel giorno, furono tremende: freddo, pioggia e neve costrinsero gli organizzatori ad annullare il passaggio dal Sestriere
(troppo pericolosa sarebbe stata la discesa verso Cesana), facendo transitare la corsa dalla valle di Susa. Questa giornata
resterà come una delle più nere nella centenaria storia del Giro
d’Italia. Fu infatti una tappa “ascoltata” più che “vista”. Ci
venne detto che le immagini video non erano disponibili per le
avverse condizioni metereologiche. Non è stato così, la verità
è un’altra. Infatti le migliaia di tifosi che attendevano il passaggio dei corridori, nella valle, sventolavano innumerevoli
bandiere e striscioni con scritte No Tav, e questo non si poteva
far vedere all’Italia intera. Sarebbe stato troppo, considerando
anche che una precedente tappa era arrivata proprio nei paesi
di Erta e Casso, distrutti dalla diga del Vajont! Bisognava fare
tutto il possibile per nascondere quella che non era altro che
una protesta civile contro lo sperpero di denaro pubblico e la
distruzione di una valle: gli italiani non dovevano sapere, e
spiace che gli organizzatori si siano prestati a questo gioco,
alquanto sporco. Una leggera pioggerellina non poteva certo
impedire le riprese televisive, come dimostrano tutti i filmati
che ancora si possono trovare in rete. Per la cronaca fu Mario
Santambrogio a vincere quella tappa, precedendo proprio la
maglia rosa Vincenzo Nibali – vincitore poi di quel Giro, davanti a Rigoberto Uràn e Cadel Evans – ed il colombiano Carlos Alberto Betancur, sul traguardo posto in cima allo Jafferau.
2015
“Giro d’Italia, comincia a girare/gira dal piano ai monti al
mare/scatta in salita, in discesa riposa/chi sarà la maglia
rosa? Il suo nome? Sì che lo so: dopo il Giro ve lo dirò”
(Gianni Rodari)
Anche il prossimo Giro d’Italia, con partenza da Genova ed
arrivo a Milano, tornerà al Sestriere. Questo in occasione della penultima, e decisiva tappa, che porterà per la terza volta i
corridori sul Colle delle Finestre, il 30 maggio 2015. Le montagne della valle di Susa saranno, ancora una volta, l’epilogo
della corsa rosa, sempre se i giochi non saranno già stati fatti.
Ma non credo…
Questa che avete appena letto è, più o meno brevemente, la
storia del rapporto del “ciclismo” con il Sestriere, una storia
che tutti gli sportivi valsusini si augurano non si interrompa
mai, una storia scritta sui pedali con il sudore e la fatica di
un’infinità di atleti, noti o sconosciuti, campioni o comprimari, una storia i cui contorni spesso sfumano nella leggenda,
perché il ciclismo non finisce con una volata vittoriosa o un
arrivo in solitaria, ma il ciclismo vive e sempre vivrà nel racconto di chi era lì, ai bordi delle strade, a condividere con i
corridori lo stesso caldo opprimente e le stesse inclemenze
del tempo. E se un giorno vorrete anche voi sentirvi protagonisti, non vi resterà altro da fare che salire in sella ad una
bicicletta e pedalare, pedalare di buona lena fin lassù, in vista
di quei palazzi cilindrici che a tutto il mondo ricordano un
nome: Sestriere, Valle Susa.
Le donne di Palazzo Barolo
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Amiche, anche se vissute in secoli diversi
Daniela Bonino
La nostra storia prende le mosse in un gelido giorno d’inverno
del 1701. Era l’alba del 24 febbraio, la città era imbiancata da
una spessa coltre di neve; in un silenzio irreale una finestra
del palazzo in via delle Orfane, che ora si chiama Barolo e che
allora era Provana di Druent, si aprì e una giovane donna con
indosso la sola camicia da notte si gettò nel vuoto, restando
poi immobile al suolo. Allarmati dalle grida dei pochi passanti
che a quell’ora percorrevano la via, uscirono dal palazzo alcuni domestici che sollevarono il corpo esanime e l’appoggiarono sulla fredda lastra di pietra che esiste ancora sul lato sinistro dell’atrio dell’edificio, ma ogni soccorso apparve subito
vano: la donna
infatti sopravvisse solo pochi minuti. Era
Elena Matilde,
unica figlia del
conte Giacinto
Ottavio Antonio Provana di
Druent,
soprannominato
“Mônsu
‘d
Druent”. Costui era un
uomo stravagante e autoritario. A Corte
era di casa; era
riuscito a raggiungere una
posizione privilegiata, che mantenne a lungo, svicolando abilmente fra le lotte di potere che opposero la seconda Madama
Reale, Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, e il figlio
Vittorio Amedeo II. Ebbe incarichi privi di spessore politico,
ma che gli permettevano di muoversi con grande disinvoltura:
fu primo scudiere, gentiluomo di camera e gran mastro della
guardaroba, cariche che comportavano una serie di incombenze collegate agli spostamenti dei sovrani per i viaggi, la caccia,
le cavalcate, i tornei e agli acquisti di mobili, arredi, argenteria. Era nato patrizio e ricchissimo, tanto che poté anche concedere prestiti al sovrano, come è testimoniato dalla patente
19 ottobre 1690, dalla quale risulta che nel corso della guerra
della Lega di Augusta aveva impegnato la somma di lire 2.475
per il pagamento di disertori, informatori ed esploratori.
Vantava possedimenti in Druent, Leynì, Altessano Inferiore e
Superiore, Pianezza, Rubianetta; nonché i feudi di Villarboit,
Monformoso, Stroppiana, Borgaro Torinese e metà di Bastia;
a questi cespiti si aggiungeva l’alto reddito fornito dai diritti
feudali e dai censi. Ma a tanta agiatezza non corrispose altrettanto buon senso. Nel 1692 decise di farsi costruire un sontuoso palazzo in città, nella zona del Quadrilatero romano, là
dove esisteva già un precedente edificio appartenente alla sua
famiglia. Acquistò nuovi terreni adiacenti per ampliare la costruzione precedente, affidò il progetto al noto architetto Gian
Francesco Baroncelli ed attirò un po’ da tutta Italia i migliori
artigiani e le migliori maestranze dell’epoca per decorarlo. Ne
uscì un palazzo originale, bellissimo e costosissimo (il conto
totale raggiunse le 135.000 lire!), che intaccò sensibilmente il
suo patrimonio.
Nel 1695 diede in moglie la figlia Elena Matilde a Gerolamo
Gabriele Falletti di Barolo, marchese di Castagnole, al quale
aveva promesso una cospicua dote. Il fastoso banchetto che
seguì la cerimonia ebbe luogo nelle sale della nuova dimora,
con la partecipazione dei duchi di Savoia e dei più alti rappresentanti della Corte. E qui accadde un grave e penoso incidente, dal quale per fortuna uscirono tutti indenni: il grandioso
scalone d’onore collassò, facendo precipitare gli ospiti con
gran fragore. Inoltre, nel crollo andò smarrita, sepolta dalle
macerie, una elegante collana di perle che ornava la neosposa
e che le era stata prestata, secondo l’usanza, da Anna d’Orleans, moglie del duca Vittorio Amedeo II. Per fortuna il monile
venne ritrovato e restituito il giorno successivo, gli sposi si
stabilirono nel palazzo di via delle Orfane e nei quattro anni
successivi nacquero tre figli. Tutto avrebbe potuto andare per
il meglio, se il padre di Elena Matilde, dichiarando di non
avere più disponibilità economica, non si fosse ostinatamente
rifiutato di corrispondere al genero la dote pattuita e costui
non si fosse intestardito nel volerla assolutamente ottenere.
Iniziarono allora fra i due dei litigi che si protrassero per decenni. Ad un certo punto Gerolamo prese i tre figli e tornò a
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casa sua, mentre la povera Elena Matilde fu trattenuta a forza
nel palazzo paterno. La prigionia durò due anni, finché l’infelice donna, dopo due falliti tentativi di fuga, pensò di farla
finita lanciandosi dalla finestra. Ma forse non fu sufficiente a
liberarla, perché si dice che il fantasma della poveretta prese a
vagare inquieto per le sale del palazzo, con indosso la camicia
macchiata di sangue.
Negli anni successivi i due artefici dell’infelicità della donna continuarono a battersi a colpi di lite giudiziaria, finché
il padre, vinto dalla legge, o dal rimorso, o forse dal timore
suscitato dalla visione dell’ectoplasma della figlia, cedette:
versò quanto aveva promesso al genero e si ritirò in uno dei
suoi possedimenti di campagna. Ma ormai qualcosa doveva
essersi spezzato nella sua mente; lasciò infatti delle disposizioni piuttosto bizzarre per il suo funerale. Morì il 17 agosto
1727 e venne portato per la cerimonia funebre nella chiesa di
Madonna di Campagna adagiato su una portantina ornata di
crespo nero e di passamani d’oro, abbigliato di panno grigio,
brache e calzette; ai piedi un paio di pianelle con la suola di
ferro, in testa una folta parrucca, un gran mazzo di rovi fra le
mani; il seguito non era formato da nobili bensì da mendicanti. Lasciò anche disposizioni affinché ogni anno, in occasione
dell’anniversario della morte, venisse distribuita a tanti poveri quanti erano stati gli anni della sua vita una elemosina in
pane, minestra, vino e denari.
Intanto i figli di Elena Matilde erano cresciuti; nel 1743 il
primogenito, Ottavio Giuseppe, commissionò importanti lavori di ampliamento e restauro del palazzo di via delle Orfane al Primo Architetto Regio Benedetto Alfieri. Pare che la
sensibilità dell’architetto sia stata talmente condizionata dal
fantasma sempre vagante da avere aggiunto, alla schiera di
testoline angeliche che dalla facciata sorridono gaiamente, un
angioletto dall’espressione dolente in corrispondenza della finestra dalla quale si era buttata Elena Matilde.
Nella generazione successiva, Carlo Gerolamo, tra il 1756 e il
1758 ampliò ancora il palazzo e suo figlio, Ottavio Alessandro, nel 1789 incaricò l’architetto Leonardo Marini di un ulteriore riallestimento. Infine il palazzo venne abitato dall’ul-
timo discendente della dinastia, il marchese Carlo Tancredi
Falletti di Barolo, il quale sposò Giulia Colbert di Maulévrier.
Costoro furono una coppia di filantropi: Carlo Tancredi, uomo
di grande cultura e sensibilità, membro della Reale Accademia
delle Scienze e sindaco di Torino, diede ospitalità per molti
anni a Silvio Pellico, reduce dallo Spielberg, che lavorò come
bibliotecario e insegnò nelle scuole fondate dalla marchesa.
Giulia si dedicò con tanto impegno alle opere di carità che
è in corso la causa di beatificazione. Si dedicò in particolar
modo per migliorare le condizioni di vita delle recluse, tanto
che fu nominata soprintendente del carcere. In breve tempo il
penitenziario divenne un istituto modello, con un regolamento
redatto in collaborazione con le stesse detenute.
Alla sua morte Giulia, vedova e senza figli, lasciò l’intero
patrimonio all’Opera Pia Barolo, da lei istituita nel 1864 e
ancora funzionante. Ebbene, Giulia parla spesso nel suo diario delle apparizioni di Elena Matilde, che le dava consigli e
suggerimenti per le sue opere assistenziali. Dopo la sua morte
il fantasma pare non sia più apparso, ed è confortante per chi
crede nel Paradiso (e un po’ anche per chi non ci crede) pensarle entrambe a passeggio nella beatitudine eterna. Chissà se
ci sono anche i due eterni litiganti o se si stanno ancora accapigliando da qualche altra parte?
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Breve storia di un castellamontese e del suo
peregrinare tra l’Italia e le Americhe, al tempo delle
grandi migrazioni degli italiani.
Luigi Verretto Perussono
Siamo a Castellamonte, più precisamente a Preparetto, alla
fine degli anni ’80 del secolo diciannovesimo. Michele, nato
nel 1865, è un giovanotto di famiglia contadina, ma con grandi aspirazioni. Ha un carattere volitivo ed il mondo in cui vive
gli sta stretto. Non vede l’ora di poter evadere per conoscere
nuove terre che ha sempre sognato.
Un triste evento è l’occasione per Michele di spiccare il volo
verso gli Stati Uniti. Il fratello Pietro da tempo emigrato in
America è morto, laggiù era solo, e qualcuno della famiglia
deve varcare l’oceano per recuperare i suoi averi. Dal poco
che si conosce Pietro ha fatto fortuna, ha partecipato alla corsa
all’oro e possiede una piccola vena aurifera. Pare sia anche
socio di una banca californiana. La scelta di chi debba partire
viene fatta dalla famiglia e si decide per Michele.
Preparati i documenti di viaggio e quelli attestanti i diritti sui
beni del defunto, Michele parte per la grande avventura.
Giunto negli Stati Uniti deve sottostare agli obblighi imposti
a tutti gli emigranti giunti colà per poi avventurarsi, ancora
privo di grandi mezzi economici, nel viaggio che lo porterà
in California.
Poco sappiamo di quel periodo. Le notizie che trasmette sono
già da subito scarne e non fanno mai riferimento alla missione
assegnatagli. Passano alcuni anni e le lettere diventano sempre più sporadiche fino a cessare. In famiglia si decide che il
fratello Costantino vada a “cercarlo”. Cosa ovviamente non
delle più semplici, considerati i tempi. Costantino parte ma
nel giro di pochi mesi è di ritorno: non porta notizie né di
Michele né delle fortune di cui questi avrebbe dovuto essere
venuto in possesso.
Michele pare essere sparito nel nulla.
Lo ritroviamo di certo alla fine del primo decennio del secolo scorso in Perù. Come e perché vi sia arrivato è stato
per anni cosa assai misteriosa. L’arcano si è svelato da poco,
cioè quando la sua famiglia italiana ha avuto modo di conoscere i suoi nipoti peruviani (25% sangue italiano 75%
sangue indigeno).
Ma andiamo per ordine.
In California Michele stringe una forte amicizia con un altro
canavesano di nome Giuseppe.
Si sa che quest’ultimo, esperto del mondo minerario, raggiunge il Perù ed in specifico Arequipa molto prima di Michele.
Pare sia stato un Ente minerario governativo italiano ad inviarlo per dirigere una miniera di tungsteno.
Si ha ora un periodo, dopo la partenza di Giuseppe dagli Stati
Uniti e fino alla morte di questi, in cui del nostro Michele
sappiamo ben poco: potrebbe aver dilapidato la fortuna di cui
è venuto in possesso (sempre che veramente sia esistita), potrebbe aver raggiunto già da subito l’amico in Perù o potrebbe
addirittura essere rientrato in famiglia, in Italia, per un periodo (purtroppo quanti lo conobbero, in quel periodo, sono
ormai tutti nel mondo dell’aldilà).
Di certo si sa che verso il 1910 sposa la vedova dell’amico
Giuseppe, una peruviana autoctona di nome Felicita Sebastiana, già madre di un bambino che Michele adotta.
Dall’unione fra il nostro protagonista e Felicita Sebastiana nascono due figli:
Nataniel nel 1911 e Carlos nel 1915.
La famiglia castellamontese di Michele riceve da lui scarsissime notizie e non è assolutamente informata che questi si
sia formato una famiglia e che abbia una discreta posizione
sociale.
Cosa sicura è che nel 1925 sia a San Francisco negli Stati
Uniti. A tal proposito esiste una sua fotografia, con dedica alla
mamma di chi sta raccontando questa piccola saga familiare,
inviata dalla metropoli californiana.
Visti gli anni in cui viaggiare non è così facile, vista la distanza fra Arequipa e San Francisco è spontaneo pensare che in
California possa avere interessi finanziari: derivano dall’eredità del fratello o sono frutto di quanto l’amico Giuseppe ha
lasciato alla vedova, ora sua moglie?
Questa è una domanda a cui dare risposta dopo tanti anni è
molto difficile se non impossibile.
Siamo alla fine degli anni ’20 quando Michele inaspettatamente rientra a Castellamonte.
Qui ha ancora dei beni pervenutigli in eredità, fra cui uno stabile a Preparetto, ma si stabilisce a casa del fratello.
Il suo carattere si è modificato: è restio a parlare, diffidente,
chiuso, dedito solo alla lettura dei quotidiani e pare anche privo di sufficienti disponibilità economiche per sostenere una
vita indipendente, ancorché sull’atto di morte risulterà classificato come benestante.
Degli anni trascorsi fuori dall’Italia non parla e soprattutto
continua a tacere circa l’esistenza della sua famiglia peruviana. Anche la posta che perviene dal Perù non arriva all’indirizzo di chi lo ospita ma è parcheggiata all’Ufficio postale.
Questo rientro è dovuto a cosa? Nessuno è in grado di spiegarlo. Anche i suoi nipoti diretti, viventi in Perù, non riescono
a trovare una motivazione su questa sua decisione. Si possono
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fare delle ipotesi: rottura dei rapporti con la moglie o deterioramento della situazione finanziaria.
Arriviamo al 1930: a Castellamonte arrivano due bei ragazzi
con lineamenti molto marcati, che tratteggiano a pieno titolo
le fattezze delle popolazioni Incas.
Sono i figli di Michele. L’incontro con il padre, già programmato al porto di Genova, per motivi inspiegabili, non ha avuto
luogo e pertanto essi cercano la casa dello zio Costantino.
L’arrivo provoca grande sconcerto in famiglia. Michele, rientrato da Genova, dà spiegazioni, ma, ancora una volta, sono
scarne e non esaustive.
É un’epoca in cui, in un paese come Castellamonte, ma non
solo, un forestiero suscita curiosità, immaginiamoci due peruviani.
Hanno abitudini molto diverse da noi. Per loro il freddo nostrano, abituati a quello delle regioni sul lago Titicaca, è una
leggera brezza: addirittura si dilettano a nuotare nell’Orco in
Gennaio e Febbraio.
Comunque, a detta di chi li conobbe, purtroppo pochi ancora
viventi, si inseriscono con facilità nel nuovo contesto di vita,
fraternizzano e presentano un carattere ben diverso da quello
dello scorbutico padre.
I due ragazzi, con un ottimo curriculum scolastico, vengono
iscritti all’Università di Genova e con un parziale aiuto economico della famiglia italiana, in particolare di una delle sorelle
di Michele, frequentano regolarmente laureandosi entrambi:
Carlos in ingegneria elettrica e Nataniel in ingegneria mineraria.
Nel periodo italiano i due fratelli soddisfano gli obblighi militari con la Patria d’adozione ed addirittura vengono inviati in
Eritrea. Qui, però, forse per il timore di essere inviati in Etiopia, territorio di combattimento, riescono ad ottenere il congedo, dimostrando di essere a tutti gli effetti cittadini del Perù,
infatti sono possessori del solo passaporto di quello stato.
Il nostro Michele, nel frattempo, nel 1935, è mancato.
Carlos e Nataniel, unitamente al fratellastro Giuseppe, sono
gli eredi dei pochi beni in Castellamonte.
Rientrati dall’Africa i due fratelli iniziano a pensare al ritorno
alle terre di origine, che avviene nel 1939. La situazione in
Europa sta facendosi pesante e temono, senza averne gli obblighi, di poter essere coinvolti in avventure belliche.
Per oltre quarant’anni dei “Peruviani” non si hanno più notizie. Pare un vizio di famiglia quello di sparire!
Arriviamo ora al 1995, in un viaggio per turismo, in Perù, un
amico, da me incaricato, rintraccia uno dei nipoti di Michele,
Marcelo, che vive ad Arequipa. Vengono subito instaurati rapporti epistolari, si viene a conoscenza della morte sia dei due
fratelli sia del figlio adottivo di Michele.
La vita di Carlos e Nataniel dopo il rientro dall’Italia ci viene
raccontata dai figli apparentemente felice, sposati, con numerosa prole, sono proprietari di una fornace e commerciano in
materiale edile sia sul mercato interno sia su quello cileno.
Pare comunque non siano stati esenti da alterne fasi economiche.
Negli ultimi dieci anni alcuni nipoti di Michele – chi architetto, chi ingegnere, chi avvocato – hanno visitato Castellamonte
e si sono da subito sentiti legati a questa nostra terra, tant’è
che è loro desiderio non alienare i beni del nonno.
Va detto che quando andai a ricevere, accompagnato da una
mia nipote, alla Stazione di Torino Rossana ed il marito, entrambi residenti a Puno sul lago Titicaca e primi a visitare il
luogo di nascita del nonno paterno, rimasi stupito, visti i loro
tratti somatici, che potessero esserci tra noi rapporti di parentela anche non troppo lontani. Appena riavuti dal piccolo choc
pensammo che la globalizzazione, di cui in quel periodo si
iniziava a parlare, non era un fenomeno della nostra epoca ma
aveva avuto inizio con le grandi emigrazioni di metà/fine Ottocento e che ciò avrebbe dovuto essere spunto per profonde
riflessioni sul nostro comportamento nei confronti di chi, ora,
cerca una vita migliore nelle nostre terre.
Complimenti e auguri!
Ci è stato segnalato da Amici del Canavese un Socio che quasi certamente
è il più anziano di tutti: si tratta di Franco Boggio, che il 5 agosto scorso
ha compiuto ben 103 anni!
Ci dicono anche che il collega è reduce di El Alamein e che ha lavorato per
molti anni nelle Agenzie di Banca CRT e che è andato in pensione negli
anni Settanta.
Complimenti vivissimi e semper ad majora!
Cronache dell’anno Mille
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Guglielmo da Volpiano
Francesco Viola
A settentrione di Torino, a circa 18 km., si incontra un vasto
altipiano, o collina morenica, che staccandosi dalle Alpi tra
la Stura di Lanzo e il Malone, si prolunga verso oriente come
una barriera naturale di divisione tra la pianura torinese e la
pianura canavesana. Questo altipiano costituisce la cosiddetta
VAUDA, denominazione derivante dal tedesco Wald, che significa selva, mentre in documenti del X secolo si dà il nome
di Wualda alla vastissima selva che ricopriva allora tutto l’altipiano e parte della pianura limitrofa. La stessa Vauda rappresentò lo spartiacque per le popolazioni della Gallia Cisalpina
che abitarono questi territori: a nord, nel Canavese i Salassi
(di origine celtica), a sud, verso Torino (la romana Julia Augusta Taurinorum), i Taurini (di origine ligure).
Alle falde di questa collina morenica, nel punto in cui, restringendosi a cuneo, essa digrada verso la pianura, sorge
VOLPIANO, in posizione strategica, fin dai tempi antichi, tra
Torino ed Ivrea.
Questo territorio a nord del fiume Po, compreso tra la Vauda
e l’altra grande collina morenica, la Serra d’Ivrea (ambedue
formatesi dopo l’ultima grande glaciazione), costituisce il cosiddetto CANAVESE. Volpiano pertanto viene considerato
quale baluardo fortificato alle porte del Canavese, attraversato
da una “strada romea” (di cui è rimasta traccia nella denominazione del Borgo Romero) che collegava Augusta Taurinorum ad Aeporedia (Ivrea) e ad Augusta Praetoria Salassorum
(Aosta), sulla via delle Gallie. La stessa denominazione di
Volpiano deriverebbe da VICUS ULPIANUS o VILLA ULPIA o ULPIANA (chiaro il riferimento alla gens romana Ulpia), confermando che il luogo fosse già conosciuto ed abitato
in epoca romana (di recente sono stati ritrovati resti di mura e
reperti di una probabile grande villa romana).
Nel V e VI secolo, a seguito della caduta dell’Impero Romano, anche in questi territori si registrano insediamenti di popolazioni germaniche del ceppo occidentale: i Longobardi. Si
ritiene che proprio in questa epoca Volpiano abbia iniziato ad
avere importanza strategica militare con una prima fortificazione del Castello (anno 560 circa), mentre sul fianco settentrionale della Vauda, poco distante, sorgeva Castrum Langobardorum (l’attuale Lombardore).
Con la discesa dei Franchi in Italia, nel 773, e la successiva incoronazione, la notte di Natale dell’anno 800, di Carlo Magno
a imperatore del Sacro Romano Impero, si ha la riunificazione
europea e la codificazione di un nuovo ordinamento politico
basato sul sistema feudale.
Vengono aboliti i ducati, di origine longobarda, e introdotti
nuovi enti territoriali che, dal titolo del feudatario investito,
“comes”, vengono detti comitati o contee. Le contee poi che
stanno lungo le frontiere dello stato, per motivi di difesa, vengono riunite in gruppi, denominati marche, sotto la giurisdizione civile e militare di un marchese: egli è conte nella sua
contea e, nello stesso tempo, esercita la sua autorità sulle contee che formano la sua marca.
Fu questa la condizione dei Marchesi di Ivrea nel IX secolo, i
quali come Conti esercitavano l’autorità diretta nella Contea
d’Ivrea e, come Marchesi dominavano indirettamente sui comitati di Vercelli, Santhià, Lomello, Vigevano, Novara, Pombia sul Ticino e Val d’Ossola.
La Contea d’Ivrea comprendeva tutto l’attuale Canavese fino
alla Vauda e al Po, secondo la linea di confine sopradescritta,
includendovi anche il territorio di Volpiano.
Nel X secolo i Conti-Marchesi di Ivrea erano divenuti potentissimi, al punto che uno di loro, Berengario II, dopo la morte
del re Lotario, nel 950 riuscì a farsi eleggere re d’Italia insieme al figlio Adalberto. Dodici anni dopo però i grandi Vassalli d’Italia non riconobbero più la sua autorità ed offrirono la
corona d’Italia al re di Germania Ottone I di Sassonia: questi
scese in Italia con un forte esercito, sconfisse Berengario II,
lo spodestò e venne incoronato imperatore dal papa Giovanni
XII, nel 962, restaurando il Sacro Romano Impero.
Tra i vassalli che rimasero sempre fedeli a Berengario II vi era
il Conte Roberto di Volpiano.
Di origine germanica e nativo della Svevia, egli aveva dovuto
abbandonare, con il padre Vibone, la sua terra, per una faida
politica. Venuto in Italia si era stabilito nella Contea d’Ivrea.
Non si sa se il feudo di Volpiano gli sia stato dato, quale compenso per i suoi servigi, da Berengario, oppure se sia a lui pervenuto per acquisizione: quello che è certo è che i suoi figli lo
possedettero per diritto ereditario. La considerevole ricchezza
e la sua reputazione morale lo posero in grado di poter sposare
Perinzia, nobile di origine longobarda, parente della famiglia
di re Berengario e, probabilmente, sorella maggiore di Arduino, futuro marchese d’Ivrea e, dal 1002, re d’Italia.
In questo quadro storico e geopolitico si inserisce la vicenda
umana dell’abate GUGLIELMO DA VOLPIANO, un grande
protagonista nell’Europa dell’anno 1000, monaco, riformatore e architetto. Le vicende della sua vita e delle sue opere
ci vengono narrate dal suo biografo e discepolo, il monacoscrittore RODOLFO IL GLABRO, cronista del secolo XI, nei
manoscritti “VITA SANCTI GUILLELMI ABBATIS DIVIONENSIS” e “HISTORIARUM LIBRI QUINQUE”.
Nel 962, Ottone I, dopo essersi fatto incoronare re d’Italia in S. Ambrogio a Milano, cinse d’assedio l’isola di San
Giulio nel lago d’Orta dove si era ritirata l’energica regina
Willa moglie di Berengario (quest’ultimo si era rinchiuso
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nella fortezza di San Leo in Romagna).
La difesa di San Giulio era affidata al conte Roberto di Volpiano, che aveva condotto con sé la moglie Perinzia e i figli
Gottifredo e Nitardo.
Durante i due mesi dell’assedio nasce GUGLIELMO, terzo
figlio di Roberto e Perinzia.
Dopo varie trattative e a resa avvenuta, il 29 luglio del 962,
l’imperatore Ottone I e sua moglie Adelaide, in segno di pacificazione e clemenza, vollero tenere a battesimo il neonato in
qualità di padrini, decidendone il nome.
Il giovane Guglielmo trascorse gli anni dell’infanzia nel castello di famiglia a Volpiano. All’età di sette anni fu avviato alla vita monastica nel monastero benedettino di Lucedio
(Vercelli) , dedicato a San Genuario e a Santa Maria, in qualità
di “oblato”. In seguito perfezionò gli studi presso le scuole
di Vercelli e di Pavia. Presto dimostrò le sue grandi capacità,
ma anche il suo carattere determinato, che non gli consentiva
di scendere a compromessi su questioni di principio relative
alla sua visione rigorosa della vita monastica. Infatti, tornato a
Lucedio, dovendo essere ordinato diacono, rifiutò di prestare
giuramento di obbedienza e di fedeltà al vescovo Pietro di
Vercelli, troppo legato al potere temporale, perché egli vedeva
nel monachesimo, e non negli ecclesiastici, la strada per realizzare il volere di Dio.
L’atmosfera di ostilità che si era formata nel monastero di
Lucedio nei suoi confronti, non permetteva una sua ulteriore
permanenza in quel luogo e perciò, in accordo con il Vescovo,
si ritirò nel monastero di San Michele delle Chiuse, sul monte
Pirchiriano in valle di Susa, sulla “via Francisca” verso la Borgogna. Durante la permanenza del venticinquenne Guglielmo
in questo monastero, vi giunse anche l’abate Maiolo che, accorgendosi delle sue molteplici qualità, decise di portarlo con
sé a Cluny, dove ricevette il diaconato: era l’anno 987.
La Borgogna all’inizio del X secolo era all’attenzione di tutta
l’Europa: la fondazione nel 910 del cenobio di Cluny era rapidamente assurta ad avvenimento eccezionale per la diffusione
del consenso religioso e sociale che l’attività di quel monastero, e dei suoi abati, aveva conseguito.
Il nuovo monaco vi fu accolto con affabilità e benevolenza e,
sotto lo sguardo paterno dell’abate Maiolo, iniziò la sua partecipazione alla riforma cluniacense. Essa fu resa possibile grazie alla grande intuizione politica di Maiolo, che istituì legami
strettissimi e duraturi con l’Impero. Lo stato dei monasteri
benedettini, prima della riforma, era di decadenza spirituale,
morale e materiale.
La riforma cluniacense si basò sull’indipendenza delle abbazie da ogni vincolo ecclesiastico o civile: l’abbazia madre era
sottomessa soltanto al Papa ed i vari monasteri, legati ad essa,
avevano un rapporto simile a quello feudale. Dal punto di vista spirituale erano centrali la preghiera e la liturgia, per dedicarsi alle quali il monaco venne di fatto sollevato dai lavori
manuali, che erano eseguiti da manodopera laica.
Dopo un anno di permanenza a Cluny, l’abate Maiolo incaricò
Guglielmo di ispezionare e dare ordine, con il titolo di priore,
al cenobio di San Saturnino (oggi Pont St. Esprit) nella valle
del Rodano, in Provenza: incarico che Guglielmo assolse con
diligenza e fermezza, dando origine a quella fama di riformatore rigido ed inflessibile che gli valse il soprannome di “ultra
regulam”.
Restò poco a San Saturnino. Brunone, vescovo di Langres,
sotto la cui giurisdizione era posto il borgo fortificato di Digione con il monastero di San Benigno, allora in condizioni religiose e morali deplorevoli, aveva deciso una energica
azione di normalizzazione di quel cenobio e si era affidato
all’abate Maiolo per tale riforma. La scelta per quel compito
cadde su Guglielmo: con altri dodici monaci di Cluny il 24
novembre 989, a 27 anni, Guglielmo entrava in San Benigno
di Digione e all’inizio dell’anno successivo, ricevuti gli ordini
sacerdotali dal vescovo Brunone, veniva formalmente eletto
abate.
A Digione la sua genialità di architetto rinnovatore ed il suo
carisma di abate ebbero un successo clamoroso. Sicuramente
Guglielmo fu un personaggio eclettico. Essere architetto nel
medioevo significava possedere una personalità più complessa di quanto il tecnicismo dei nostri giorni avrebbe consentito
di essere. L’architetto di allora ha una visione totale del suo
tempo, della cultura e del cosmo: ha cognizioni di chimica,
geologia, mineralogia; è un buon geografo e metereologo; sa
di astronomia, matematica e geometria; ha studiato teologia
e conosce il latino; è normalmente buon pittore e scultore.
Inoltre Guglielmo si dedica anche alla musica, inserendo nel
canto gregoriano e nelle novità canore polifoniche e strumentali, atte a rinnovare la liturgia monastica, una primitiva forma di notazione musicale, ben documentata dal manoscritto a
lui attribuito e conservato a Montpellier, redatto per la scuola
musicale di San Benigno di Digione. La conoscenza della pedagogia lo spinge poi alla istituzione di scuole, per monaci e
laici, nei monasteri da lui controllati.
Fu rigoroso nella vita cenobica e autorevole come i veri maestri che insegnano con il loro esempio di vita. Rappresentò
l’ideale dell’abate: saper dimostrare la severità del maestro e
l’indulgente affetto del padre.
A Digione Guglielmo da Volpiano fu progettista e direttore
dei lavori di restauro e di ampliamento dell’abbaziale di San
Benigno, durante i quali venne scoperta la tomba del “prezioso martire Benigno”, evangelizzatore in epoca romana della
Borgogna: tomba la cui posizione era ignorata ed il cui ritrovamento fu considerato miracoloso. Tale ritrovamento clamoroso portò un immenso prestigio all’abate Guglielmo e al vescovo Brunone di Langres, e per secoli farà dell’abbaziale di
Digione una meta notevole di pellegrinaggi. Pertanto l’autorità
vescovile staccherà dalla casa madre di Cluny il cenobio di Digione dando ad esso totale autonomia liturgica e catechetica.
Per il restauro e l’ampliamento dell’abbaziale di San Benigno,
Guglielmo ebbe l’idea di andare oltre il rafforzamento dell’esistente struttura di epoca carolingia, realizzando ad oriente
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di questa, appoggiata alla sua abside, una costruzione nuova
senza precedenti, una torre cilindrica a tre piani, di cui due
fuori terra, con un diametro di circa 19 metri. Costruzione di
una grandiosità allora senza pari di cui ci restano disegni redatti nel 1739, prima che la rivoluzione francese provocasse la
sua distruzione. Possiamo oggi almeno ammirare il piano inferiore sotterraneo, ristrutturato a cripta: è una concezione costruttiva che anticipa il romanico e fa dell’abate Guglielmo un
punto di riferimento nella storia dell’arte e dell’architettura.
Guglielmo è uomo del suo tempo, non ama i re e gli imperatori, non ha stima dei papi, riafferma senza esitazioni ed incertezze l’autonomia spirituale e politica di se stesso, in quanto
abate, “alter Christus”, e proclama ad ogni occasione “Ego
Wilelmus abbas sum”. Per tutta la sua vita manterrà sempre il
titolo e la funzione di Abate di San Benigno di Digione. Ecco
perché ancora attualmente, e soprattutto in Francia, è conosciuto come Guglielmo di Digione. Il suo ricordo è ancora
vivo in Normandia, in Borgogna e nell’Italia nord-occidentale: forse si riferisce a lui la figura, severa ed originale, che si
staglia sul fronte principale del pulpito, capolavoro scultoreo
romanico, nella basilica di San Giulio sull’omonima isola del
lago d’Orta, datato all’inizio del XII secolo, cento anni dopo
la sua morte.
Le sue qualità lo portarono ad avere un’attività intensa di
costruttore di chiese e di comunità, sia materialmente che
spiritualmente. Il suo biografo Rodolfo il Glabro annovera
sotto la sua influenza circa quaranta monasteri: oltre Digione
possiamo citare Fécamp, Mont-Saint-Michel, Bernay e Jumièges in Normandia, Metz in Lorena, Auxerre in Borgogna,
Saint-Germain-des-Près a Parigi, Fruttuaria di San Benigno
nel Canavese. Operò e viaggiò non solo in Francia, ma anche
in Italia: si recò a Roma, Pavia, Vercelli, Ravenna, Benevento. Riformò l’abbazia di Farfa nel Lazio. Andò due volte in
pellegrinaggio sul Gargano, a Monte Sant’Angelo, come ogni
buon longobardo devoto all’Arcangelo Michele.
Guglielmo è un punto di riferimento spirituale e materiale per
la società dell’anno mille che sulle basi del vecchio mondo si
apre al nuovo: fenomeno che con entusiasmo poetico il suo
discepolo e biografo Rodolfo il Glabro ci rivela nei suoi Cinque Libri delle Storie, quando proclama che dopo il Mille:
“… Pareva che la terra stessa, come scrollandosi e liberandosi
della vecchiaia, si rivestisse tutta di un candido manto di cattedrali…”.
L’opera di Guglielmo da Volpiano che maggiormente ci interessa è la fondazione dell’ABBAZIA DI FRUTTUARIA,
nell’attuale Comune di San Benigno Canavese, a circa due
km. da Volpiano.
Questa nuova istituzione monastica avrà nuove ed originali
regole proprie, quelle “Consuetudines Fructuarienses”, che
porteranno la fama di Fruttuaria anche oltre i confini d’Italia.
Nell’anno 1002 muore il giovane imperatore Ottone III di
Sassonia, nipote di Ottone I detto il Grande, rifondatore del
Sacro Romano Impero. La sua salma viene tumulata ad Ac-
quisgrana. Dall’aprile del 999 è papa Gerberto d’Aurillac con
il nome di Silvestro II.
Con la scomparsa dell’imperatore l’Italia piomba nell’anarchia e nella guerra civile.
Il 15 febbraio, a Pavia, Arduino marchese d’Ivrea si fa incoronare re d’Italia dai grandi feudatari.
Pochi mesi dopo, il 7 giugno, a Magonza, viene consacrato re
di Germania Enrico II duca di Baviera. Nel mese di dicembre
Enrico II manda Ottone, duca di Carinzia, contro i ribelli italiani. Ma l’esercito di Arduino gli infligge una dura sconfitta.
É l’inizio di una guerra che, tra alterne vicende, proseguirà
fino al 1014 con la definitiva sconfitta di re Arduino.
In questo contesto storico, Guglielmo maturò l’idea della fondazione di un monastero in un luogo vicino al torrente Malone, occupato allora dall’antica selva Gerulfia, in un fondo del
patrimonio libero del feudo di famiglia, la contea di Volpiano.
L’ABBAZIA DI FRUTTUARIA beneficiò inizialmente delle
donazioni dei fratelli di Guglielmo e, successivamente, anche di quelle di grandi feudatari, imperatori e privati. Essa
fu sciolta da ogni ordinaria autorità civile ed ecclesiastica,
dipendente solo dal papa e dall’imperatore, formò uno stato
libero o, meglio, un grande feudo monastico che, sotto la signoria degli Abati, attraverso svariate vicende storiche, durò
fino agli inizi del XVIII secolo. L’abbazia di Fruttuaria si sostituì al feudo di Volpiano, assorbendone presto il territorio,
anche in virtù del fatto che i fratelli di Guglielmo, Gottifredo e Nitardo, entrarono in convento abbracciando la regola
monastica, mentre il fratello minore, Roberto Juniore, lasciò
presumibilmente il castello e il borgo di Volpiano in eredità al
monastero. Il periodo di massimo splendore per Fruttuaria si
colloca nei secoli XII e XIII, quando gli Abati governavano
quelle che comunemente vengono dette “le quattro Terre Abbaziali”, ossia gli attuali comuni di San Benigno Canavese,
Lombardore, Feletto e Montanaro, oltre all’attuale comune di
Volpiano. E le Terre di Fruttuaria battevano anche moneta.
Il 28 gennaio 1003, a Vercelli, re Arduino concede per il nascente monastero di Fruttuaria un diploma accordante libertà, protezione ed aiuto economico. Il 23 febbraio dello stesso
anno Guglielmo è a Fruttuaria per la posa della prima pietra
dell’abbazia, che verrà dedicata a San Benigno. Sono presenti
il vescovo d’Ivrea Ottobiano e re Arduino con la sua famiglia
e la corte.
Il 2 dicembre dell’anno 1006 Guglielmo chiede al papa Giovanni XVIII di confermare con una sua bolla le libertà e i
privilegi di Fruttuaria. Questa bolla è seguita da un “breve”
in cui si dà incarico ai vescovi Leone di Vercelli, Gezone di
Torino, Costantino di Alba e Sigifredo di Parma e Piacenza di
andare a consacrare l’abbazia. Nei primi mesi dell’anno 1007
avviene la consacrazione dell’abbazia di Fruttuaria.
Intanto il 14 maggio dell’anno 1004 Enrico II, sceso con
un forte esercito a Pavia, era stato incoronato re d’Italia dai
grandi feudatari. La guerra contro Arduino proseguirà fino al
1014, anno in cui Enrico II viene incoronato imperatore dal
30
papa Benedetto VIII in San Pietro, il giorno 14 febbraio.
Arduino in un primo tempo riprende forza e organizza la resistenza. Lascia con il suo esercito la roccaforte di Sparone,
sotto il monte Gran Paradiso, dove si era trincerato fin dal
1013: conquista Vercelli e Novara mettendo in fuga i rispettivi
vescovi di parte imperiale, Leone e Pietro. Dopo pochi mesi,
però, Vercelli è di nuovo in mano al suo vescovo Leone. Arduino, deluso dal tradimento dei grandi vassalli d’Italia e ormai
fiaccato fisicamente e moralmente, rinuncia definitivamente
alla lotta e si ritira a Fruttuaria. Qui morirà il 14 dicembre del
successivo anno 1015.
Il 14 maggio 1014, a Pavia, Guglielmo incontra l’imperatore
Enrico II in viaggio verso la Germania per chiedere conferma
delle proprietà e delle prerogative riconosciute all’abbazia di
Fruttuaria.
Con diploma imperiale dello stesso anno 1014, l’imperatore
Enrico II riconosce e conferma tutte le garanzie, le prerogative e i privilegi in essere per Fruttuaria, nonché le proprietà
acquisite e da acquisire, stabilendo quali sono i confini del
territorio sottoposto alla signoria dell’Abbazia stessa, prendendola sotto la propria augusta protezione.
Questo diploma imperiale è la prima documentazione storica
del castello, e del borgo di Volpiano: “…infra istos fines est
Vulpianum cum castello et capella,… et Vauda de Vulpiano
usque ad finem superius dictum…” (“…tra questi confini vi
è Volpiano con il castello e la cappella… e Vauda di Volpiano
sino al confine sopraddetto…”). La cappella a cui il diploma
fa riferimento è verosimilmente l’attuale chiesa parrocchiale
che, pur avendo subito nei secoli svariati restauri, ristrutturazioni ed ampliamenti, conserva, molto ben visibili, nella sua
struttura originaria, le linee di quello stile semigotico od ogivale che Guglielmo da Volpiano seppe così ben concepire e
concretare nelle sue costruzioni.
Guglielmo intanto prosegue nella sua intensa attività di costruttore di abbazie e di riformatore di comunità monastiche.
Nel 1015 ritorna in Normandia dove collabora alla gestione materiale e spirituale dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Alla morte dell’abate di Jumièges gli viene offerta la direzione dell’abbazia. Viene inoltre nominato abate di St.-Arnould di Metz.
Nello stesso anno 1015 a Roma, in Laterano, il papa Benedetto VIII conferma per Fruttuaria libertà e privilegi già riconosciuti precedentemente.
Nel 1016 lo stesso papa Benedetto VIII conferma la protezione papale per Fécamp, il cenobio della Santa Trinità di cui
Guglielmo è abate fin dall’anno 1001.
Oltre a Fécamp Guglielmo finì per controllare anche il cenobio di Mont-Saint-Michel e i monasteri di St. Ouen e Bernay.
Il 2 settembre 1023 l’imperatore Enrico II riconferma per
Fruttuaria i privilegi già concessi in antecedenza ed equipara
la sua libertà a quella di Cluny.
Nell’anno 1026 Guglielmo è a Parigi su invito del re di Francia
Roberto il Pio, che lo nomina abate di Saint-Germain-des-Près.
Il 17 ottobre del 1028 Guglielmo, insieme a Rodolfo il Glabro, è a Susa per la consacrazione della chiesa dell’abbazia di
San Giusto, fatta costruire dal marchese di Torino Olderico
Manfredi.
Anno 1030: ultimo viaggio di Guglielmo in Francia. Già
ammalato e sfinito di forze, giunge nel mese di dicembre a
Fècamp nella sua abbazia della Santa Trinità. Qui si aggrava
ulteriormente e muore il 1° gennaio 1031.
Viene sepolto nella stessa abbazia della Santa Trinità dove
una lapide ne ricorda la sepoltura.
Nel vecchio necrologio del cenobio di Fécamp si legge per
l’anno 1031: “Calende di gennaio, deposizione di Dom Guglielmo di beata memoria, abate di questo luogo e padre di
molti monasteri”. Pure il necrologio di St.-Germain-des-Près
a Parigi lo ricorda nel giorno delle Calende di gennaio, definendolo “ansioso di troppa religiosità”.
Poco tempo dopo l’abate Guglielmo da Volpiano che aveva
fatto della sua vita un sacrificio continuo, restando incomparabile nell’osservanza scrupolosa delle regole e nell’esercizio
di ogni virtù, veniva da tutti chiamato Santo.
E la Chiesa Cattolica lo venera come Santo, facendone memoria il 1° gennaio.
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ed altro ancora.
La riforma della giustizia
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“la montagna racconta”
Franco Uberti
Da quanto tempo si sente parlare dell’esigenza di una
profonda riforma della giustizia? I processi non possono durare anni e anni. Molti reati cadono in prescrizione; la maggior
parte dei procedimenti per corruzione, ad esempio, non giungono neanche a conclusione sopravvenendo, cammin facendo,
i termini prescrittivi previsti dalla legge. Dobbiamo però essere
ottimisti , già si intravvedono evidenti segnali di cambiamento.
Desidero narrarvi, seppur per sommi capi, una storia di montagna, un fatto accaduto tra agosto e settembre che dimostra
come i tempi dei processi possano accorciarsi fino all’inverosimile …… basta volerlo !
Un giorno un signore si addentrò in un bosco sulle
montagne del Trentino alla ricerca di funghi; durante il suo vagabondare si imbattè in un paio di cuccioli di orso. Ma dove ci
sono dei piccoli in genere c’è il resto della famiglia. Ed infatti,
di lì a poco, comparve la madre, una grossa orsa di nome Daniza la quale assunse un normale atteggiamento di difesa della
prole; d’altronde il bosco è casa sua ed il cercatore di funghi
era un intruso.
Com’è o come non è ….. mamma orsa si avvicinò all’uomo e,
a mo’ di avvertimento, gli sferrò una zampata procurandogli
delle ferite (leggere). Scattò la denuncia ed in un breve lasso di
tempo le autorità competenti dichiararono il soggetto pericoloso e ne decretarono la condanna a morte. L’opinione pubblica
e le Associazioni animaliste insorsero e così la condanna fu
commutata in ergastolo. Partirono immediatamente le ricerche
dell’orsa che, resasi forse conto del pericolo, non si fece trovare per un po’ di giorni. Ma poi la disparità di forze in campo
e la tecnologia ebbero ragione della mamma e dei suoi due
cuccioli.
Fu trovata ed anestetizzata per essere condotta in una
“struttura protetta” (leggasi “di detenzione”) ove scontare la
pena. L’operazione ebbe però un triste epilogo in quanto Daniza morì a seguito dell’iniezione che avrebbe dovuto solo addormentarla (un ”piccolo sbaglio” nella dose del narcotico, sbaglio al quale personalmente non credo); con l’ ulteriore effetto
collaterale di lasciare orfani due cuccioli ancora bisognosi delle cure e dei preziosi insegnamenti materni che si prolungano,
in genere, per circa tre anni. E tutto ciò in prossimità dell’inverno. Ma per loro sarebbe cambiato poco anche nel caso di
cattura della madre portata a buon fine.
Visto?!? L’ottimismo da me manifestato in apertura era
giustificato.
Neanche un mese ed è stato accertato il reato, individuato l’esecutore materiale del fatto, formalizzata l’imputazione, svolto il processo, emessa la sentenza ed eseguita la
condanna. Il tutto senza avvocato difensore (neanche d’ufficio),
senza tribunale del riesame, senza appello, senza Cassazione.
Un bell’esempio di rapidità, efficienza e di fermezza. Mi verrebbe da dire ….. “vi piace vincere facile …. con i deboli!!!”
Non più tardi di un anno fa scrivevo (vedi Nuovi Incontri - Dicembre 2013):
“Nelle ultime settimane ho avuto modo di leggere su
alcuni quotidiani notizie (riprese anche dai principali telegiornali) di dibattiti e polemiche in merito alla difficile (???) convivenza tra gli animali selvatici e l’uomo”. …..“Mi rifiuto di
credere che la nostra cosiddetta civiltà non sia ancora stata
in grado di identificare il giusto comportamento da tenere nei
confronti di questi splendidi animali che una volta popolavano
montagne, campagne e pianure. Il problema può essere ricondotto, in modo forse un po’ semplicistico ma efficace, ad una
domanda sola: il genere umano si deve considerare “custode”
oppure “padrone” del mondo, intendendosi per tale il territorio, le piante, gli animali, l’aria…? Visti i risultati di devastazione raggiunti, la risposta è inequivocabile. Ma non è la risposta esatta”.
Premonizione o semplice casualità?
La storia di Daniza resterà una delle tante, forse troppe,
disonorevoli pietre miliari della presenza dell’uomo su questa
Terra; a breve più nessuno ricorderà mamma orsa Daniza che ha
difeso, con modalità che molti esperti ed etologi hanno definito
proporzionate, i suoi due cuccioli da quello che per lei era un
potenziale pericolo. E per questo ha pagato con la vita.
É Natale! Avrei voluto narrare di cose buone e liete,
ma non ci sono riuscito. Scusatemi…. .
Abbiamo forse a nostra disposizione una piccola
buona azione proprio approfittando del Natale: regaliamo
a noi stessi oppure a qualche amico, o parente, o figlio, o
nipote, l’iscrizione per un anno ad una Associazione Protezionistica della Natura e degli Animali. Sono pochi soldi
per un grande investimento ….Facciamolo per aiutare coloro che si prodigano per preservare le specie protette e non
solo, …. facciamolo per i due orsetti, ………. facciamolo per
ricordare Daniza !
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Il verde in casa
Mauro Di Giannantonio
Cari amici lettori ben tornati. Come anticipato nell’ultimo
numero, nel presente articolo tratteremo le aglaoneme. Il
genere proviene dalle foreste umide dell’Asia sud-orientale
e comprende una cinquantina di specie, amanti perciò di ambienti caldi (18-26 gradi), mediamente umidi, ma - mi raccomando - lontano dai raggi del sole, che ne brucerebbero
irreparabilmente le foglie! Queste sono le condizioni ottimali,
ma in realtà sono piante molto resistenti ed adattabili, che ci
perdoneranno qualche disattenzione: infatti sono spesso usate
come piante da arredo negli atri dei supermercati o negli uffici pubblici, proprio perché hanno bisogno di poche cure e
resistono per lunghi periodi con poca luce, arrestando in tal
evenienza la crescita.
Come vedremo nel prosieguo dell’articolo, sono lontanissime parenti delle dieffenbachie, delle quali ricordano il portamento; se trovano un ambiente idoneo e giuste attenzioni,
crescono fino ad un metro in altezza ma anche in larghezza,
producendo getti laterali dal tronco e polloni dal terreno.
L’incontro con questa pianta che avevo già visto, ma non con la
dovuta attenzione, avvenne grazie ad una collega che mi portò
una talea di a. crespum. A seguito di quell’incontro mi appassionai e nel tempo sono entrato in possesso di molte altre varietà, tutte con foglie disegnate da 2 o 3 tonalità di grigio e verde.
Non mi addentro nel ginepraio di nomi latini che vanno a distinguere varietà spesso simili tra loro: a noi basti sapere che
abbisognano tutte delle medesime cure e dalle foto potete farvi
un’idea delle varietà che si possono reperire nei garden specializzati. Le ultime che ho acquisito in ordine di tempo sono
quelle che presentano nel fogliame anche il color rosso: sono
più rare da reperire, quindi se le vedete e vi piacciono non fatevi scappare l’occasione: potreste non vederle per molto tempo.
Tutte presentano foglie disegnate spesso in maniera appariscente, quindi molto indicate per dare un tocco di vivacità in
mezzo alle più comuni piante a foglia verde.
Piante dal costo medio alto anche perché a crescita moderata,
usualmente vengono poste in vendita già ad una certa dimensione in gruppi di 2/3 piante raccolte insieme, al prezzo minimo di 20 euro.
Abbiamo visto essere piante spartane, ma se ben accudite cresceranno sicuramente meglio e più velocemente. Il terriccio
che le ospiterà deve essere ricco, composto al 50% di terriccio
per piante verdi, 45% di torba e 5% di sabbia. Composto grasso e traspirante che andrà bagnato con acqua minerale a basso
residuo una o due volte a settimana in inverno e quasi quotidianamente nei mesi più caldi, facendo sì che al tatto risulti
sempre umido (non zuppo). Accorgimento sempre utile per
tutte le piante che non amano radici bagnate è quello di mettere un paio di centimetri di argilla espansa nel sottovaso, che
allo stesso tempo contribuirà ad aumentare l’umidità attorno
al vaso stesso. Grazie alle foglie sempre leggermente carnose,
anche in caso di bassa umidità ambientale, le punte delle fo-
glie non ingialliranno, motivo per cui non è necessario vaporizzarle in estate, al contrario di quanto avevamo a suo tempo
visto per altre piante provenienti dagli stessi ambienti.
Una volta ogni 20 giorni nel periodo estivo e almeno una volta in pieno inverno, andranno nutrite con un buon concime
organico. Io uso il sangue di bue alle dosi indicate sulla confezione, che di norma sarebbe eccessivo, ma essendo piante
ghiotte andrà bene lo stesso.
Sono molto sensibili al freddo, in inverno è indispensabile ripararle dalle correnti di aria che brucerebbero i bordi delle
foglie. Si riproducono con facilità tramite talea, ma bisogna
aver pazienza, tale operazione va eseguita nel periodo che va
da maggio a luglio, e ci metteranno parecchio tempo per radicare, diciamo mediamente non meno di 2/3 mesi per poter
essere interrate, se lo facciamo in altri periodi il tempo raddoppia e nel frattempo la pianta può deperire o marcire.
Non cresce velocemente: una pianta può regalare 4/5 foglie
all’anno come media. Per questo motivo e anche grazie al portamento compatto, non va rinvasata che ogni due o tre anni.
La fioritura avviene per tutte le varietà tra luglio ed agosto; il
fiore poco appariscente, spesso color crema bianco o verde, è
simile ad una piccola calla ed è identico a quello di molte dieffenbachie, il che ne tradisce l’apparentamento, anche se separate per milioni di anni dall’oceano su due diversi continenti.
Come molte altre piante può essere aggredita da alcuni parassiti come le cocciniglie, dal ragnetto rosso, dagli afidi e negli
ultimi anni anche dal bruco della farfallina dei gerani che, a
dispetto del nome, in realtà mangia un po’ di tutto: è di colore
verde vivo e ha un appetito insaziabile. In caso di aggressione
da parte di uno di questi insetti, l’unico rimedio (oltre alla
tempestività nell’intervenire) è quello di usare prodotti insetticidi, onde evitare catastrofiche invasioni su tutte le piante
che coltiviamo.
Nel salutarvi vi rimando al prossimo articolo dove tratterò per
l’appunto la già citata cugina dieffenbachia.
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Dal baule delle vecchie cose...
La campagna dell’Africa Orientale
(2a e ultima puntata)
a cura di Giulio Rosso e Claudio Racca
A metà febbraio 1936, come abbiamo letto nella precedente
puntata, il Generale Badoglio poteva vantare nel suo “ordine
del giorno” una prima, schiacciante vittoria sulle truppe abissine, favorita anche (ma Badoglio trascura questi particolari
di nessun conto) da una clamorosa disobbedienza al suo imperatore da parte del Ras Cassa, al quale era stato invano ordinato di portare tutte le restanti truppe alle spalle dell’armata italiana. Non sappiamo perché, ma l’interessato non se ne
dette per inteso. Come se non bastasse, gran parte dell’armata
abissina, durante la ritirata, venne attaccata da parte della popolazione locale degli Azebò Galla. Tra le vittime lo stesso
Ras Mulughietà, uno dei quattro comandanti che affiancavano
l’imperatore Haile Selassie, che peraltro non ci risulta essersi
messo in gran luce come stratega e, si direbbe, neppure troppo
abile nel mettersi in salvo dopo la disfatta.
Alla fine di febbraio le truppe italiane si scontrarono con quelle di Ras Cassa, accampate nel Tembien. Il Tembien è una regione dell’Etiopia della quale ammettiamo di sapere poco. Lo
stesso Maresciallo Badoglio, nel suo “ordine del giorno”del
3 marzo 1936, sorvola. Forse non è importante. In questa battaglia gli italiani si disposero in modo molto astuto: in prima
linea, una cortina di truppe eritree (alleati di supporto) a parare il primo impatto, poi le nostre e, a chiudere, le camicie
nere. A sera venne conquistata la vetta dell’Amba Uork dopo
aver fatto grande uso dell’iprite, liquido molto corrosivo, che
servì praticamente ad annientare l’armata di Ras Cassa mentre
quella di Ras Sejun, che era poco distante, fu decimata dalle
bombe a gas lanciate dagli aerei. Nel frattempo alcuni reparti
italiani occuparono l’Amba Alagi.
In contemporanea, cioè alla fine di febbraio, le truppe italiane
attaccarono l’armata di Ras Immirù, forte di ben 30.000 uomini, attestata nello Scirè (di cui sappiamo come per il Tembien). In un primo tempo gli abissini inflissero gravi perdite
ai Nostri, ma poi cercarono di sfuggire all’accerchiamento
ritirandosi verso il fiume Tacazzè. Incredibilmente, anche le
truppe di Ras Immirù, com’era già capitato a quelle di Ras
Mulughietà, vennero decimate dai terribili Azebò Galla, guerriglieri locali che evidentemente non amavano Haile Selassie. Per colmo di sfortuna, quei poveri disgraziati scampati
alle pallottole italiane e locali vennero sorpresi dall’aviazione
italiana mentre guadavano il fiume Tacazzè e letteralmente
annientati.
Ma cediamo la parola al Comandante in capo.
ORDINE DEL GIORNO del 3 marzo 1936 a firma del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio:
“Dopo la grande battaglia dell’Endertà, che ha condotto poi
all’occupazione dell’Amba Alagi e le vittoriose battaglie del
Tembien e dello Scirè, gli eserciti etiopici del fronte nord sono
stati definitivamente battuti e dispersi.
Il nemico ha perduto molte migliaia di uomini, ingenti quantità di armi e materiali di ogni genere.
Le nostre perdite, al confronto, sono state lievi, sebbene per
noi dolorose.
Questi nostri fratelli sono caduti mentre in Italia si organizzava e si celebrava il 40° anniversario di Adua. La Patria
riconoscente ora unisce i recenti caduti con quelli di allora,
in un unico fascio, con un sentimento in cui al dolore prevale
l’orgoglio per i figli valorosi che, esciti dal suo seno, si sono
qua immolati per la sua grandezza.
La maggiore grandezza della Patria alla quale essi sono legati, rende il loro eroismo più fulgido ed assicura il loro ricordo
imperituro.
In poco meno di un mese tre grandi armate etiopiche sono
state battute e disperse e i loro comandanti, con pochi armati
al seguito, costretti alla fuga per le vie più recondite e a cercare scampo di caverna in caverna.
Tutto ciò è avvenuto per virtù di capi e per valore di soldati,
ai quali tutti senza distinzione deve andare il pensiero riconoscente della Patria.
Questo è il migliore elogio che faccio alle mie truppe”.
(N.B.: Il riferimento ai caduti di Adua riguarda la disastrosa
battaglia del 1° Marzo 1896, ai tempi delle prime mire colonialistiche dell’Italia, quando il Negus Menelik II inferse agli
italiani una pesantissima sconfitta).
Segue una relazione definita “ riassuntiva” – ma in effetti abbastanza dettagliata – delle vicende belliche che abbiamo già
anticipato, noi sì in puro stile tacitiano.
L’ordine del giorno di Badoglio venne riscontrato tre giorni
dopo da Mussolini, che con i mezzi dell’epoca inviò un telegramma o qualcosa di equivalente (spedito alle ore 13,40 – ricevuto alle ore 18,20) che così recitava: “Ho letto relazione su
grandi operazioni questi ultimi giorni. É della grande strategia
unita al valore di truppe risolute”.
(Mah, un po’ deludente, a nostro parere …).
Sinora ci siamo occupati del fronte nord, dove imperversava
Pietro Badoglio. Ma esisteva e operava anche un fronte sud,
con una armata comandata dal Generale Rodolfo Graziani. La
strategia imposta al Graziani era l’opposto di quella adottata
sul fronte nord: anziché attaccare, difendersi attivamente cercando di impegnare a sud il maggior numero di truppe nemiche, senza tuttavia passare mai all’offensiva. Così, quando le
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truppe di Ras Destà si mossero per attaccarlo, Graziani rimase in attesa, lasciando all’aviazione il compito di decimare le
truppe …dell’aggressore.
Rimasti in pochi i nemici sopravvissuti, Graziani occupò la
città di Neghelli e si apprestò a rintuzzare l’attacco di Wehib
Pasha, un generale turco al soldo dell’imperatore etiopico, il
quale tese una trappola alle forze italiane cercando di attirarle
nel deserto dell’Ogaden. Tentativo clamorosamente fallito e
pesantissime conseguenze per l’armata etiope.
E intanto siamo arrivati a marzo. Il Negus, dopo la sconfitta di
Ras Immirù (sicuramente uno dei comandanti più sfortunati,
dopo Mulughietà), radunò la guardia imperiale e si diresse a
nord, incontro all’esercito italiano. Le due armate si trovarono
faccia a faccia nella conca di Mai Ceu, prima però arrivarono
gli italiani che predisposero le fortificazioni e diboscarono il
terreno. A fine marzo arrivò l’armata nemica. Senza perdere
tempo, il 31 marzo gli abissini attaccarono gli alpini che però
riuscirono a respingerli. Subentrò la guardia imperiale con un
certo successo, sino al contrattacco degli ascari affiancati poi
dagli alpini. Dopo gravi perdite da entrambi gli schieramenti,
Haile Selassie ordinò la ritirata verso Dessiè ed anche in questa evenienza, a conferma della scarsa popolarità dell’imperatore, la popolazione locale fece strage delle truppe imperiali,
decimate quindi dal “fuoco amico”, per la validità del detto
“dagli amici mi guardi Iddio…”. Non potevano poi mancare
gli Azebu Galla (ricordate?), maleficamente onnipresenti, che
attaccarono le truppe del Negus nei pressi di Lalibela.
LA VITTORIA E L’IMPERO.
A fronte di una situazione così disperata, il 2 maggio 1936 il
Negus Haile Selassie abbandonò truppe e trono e si diresse in
esilio portandosi giustamente dietro il tesoro della corona. Il 5
maggio le truppe di Badoglio entrarono nella capitale, Addis
Abeba. La sera stessa, Mussolini, ricevuto un messaggio da
Badoglio, comunicò ufficialmente al popolo italiano la grande vittoria. Il 7 maggio l’Abissinia venne annessa all’Italia e
poco dopo, dal famoso balcone di Palazzo Venezia, il Duce
annunciò la fine della guerra e proclamò la nascita dell’Impero d’Etiopia.
Così divenne sempre più arduo indicare una data sui documenti ufficiali: all’anno dalla nascita di Cristo s’era già aggiunto quello dell’Era Fascista: dal 1936, occorreva aggiungere anche quello dell’Impero (esempio: 10 luglio 1936, XIV
dell’Era Fascista, I dell’Impero).
Eritrea, Abissinia e Somalia vennero riunite sotto un unico
Governatore e il nuovo possedimento coloniale venne denominato Africa Orientale Italiana.
QUALCHE STRASCICO
Per un certo periodo in Etiopia continuarono a verificarsi scaramucce della guerriglia fedele all’imperatore deposto, prontamente represse da Graziani con modi definibili a dir poco
spicci (fucilazioni sommarie, uso di gas, azioni terroristiche
solo a titolo dimostrativo come la distruzione del convento
copto di Debra Libanos che causò circa duemila morti ammazzati). Comportamento di scarsa umanità imputabile al
Generale Graziani. In positivo, invece, deve annotarsi la liberazione di oltre 400.000 schiavi che l’Etiopia conservava in
dispregio alle disposizioni della Società delle Nazioni, della
quale pure faceva parte.
UN ALTRO MARESCIALLO D’ITALIA
Anche il Generale Graziani fu nominato Maresciallo d’Italia.
Avendo, inoltre, obbedito all’ordine di Mussolini di raggiungere ed occupare, dopo Neghelli, anche Harar, ma così in ritardo per le pioggie (!) da perdersi la cattura dell’ex imperatore Haile Selassie, appena appena passato sul treno che lo
portava in esilio con il tesoro della corona, oltre all’altissima
onorificenza ottenne anche la nomina a marchese di Neghelli.
In conclusione, la breve e vittoriosa Campagna dell’Africa
Orientale – datata dal 2 ottobre 1935 al 5 maggio 1936 – vide
schierati per il Regno d’Italia circa 400.000 uomini contro i
300.000 dell’Etiopia. Le perdite sono state stimate (tenendo
anche conto di guerriglie successive alla fine delle operazioni militari, fomentate dall’ex imperatore in esilio e finanziate
con il tesoro della corona) in 3731 soldati – di cui circa 2000
caduti in combattimento e gli altri di malattia – e 619 civili
italiani morti, oltre a tre o quattromila ascari (truppe somale
di supporto regolarmente inquadrate nel regio esercito coloniale). I feriti furono circa 9000. Ben più elevate le perdite
abissine: circa 275.000 soldati morti e mezzo milione i feriti.
Questa è la storia che hanno vissuto, volenti o nolenti, molti
dei nostri padri, quei giovani cresciuti nel roboante ventennio fascista tra folli sogni di grandezza e di potenza, come si
addiceva ai nipoti della Roma Imperiale (dalla quale erano
stati mutuati i fasci littori). Se quei giovani partecipassero alle
guerre con lo stesso entusiasmo dei gerarchi e dei generali,
questo non lo sappiamo. Indubbiamente però era grande l’efficacia della propaganda, tant’è che i partecipanti alle cosiddette “adunate oceaniche” pare presenziassero del tutto liberamente ed, anzi, con grande entusiasmo.
A proposito di enfasi propagandistica, molto indicativo l’ANNUALE DI VITA GUERRIERA ritrovato da Giulio Rosso nel
suo baule delle vecchie cose, che contiene cenni storici relativi
al primo anno di vita della 2ª Divisione “28 ottobre”, scritti
per uso dei legionari a Tembien nel maggio 1936, Anno XIV.
Compilatore della lunga relazione un tenente colonnello
dell’artiglieria che ha dichiaratamente funzionato da “negro”
del Generale Comandante Umberto Somma. Facilissimo ritrovare quello stile oratorio e propagandistico che andava per
la maggiore in quei tempi …gloriosi. Vediamo qualche passaggio letterario per poter giudicare.
“L’aurora del primo annuale della nostra vita guerriera ci
trova ancora raccolti nelle terre che videro la tenacia, il valore ed il sacrificio delle truppe ai miei ordini.
Qui, di fronte ai baluardi irrorati dal vostro sangue, scalati,
contesi e tenuti contro l’accanimento di un nemico ostinato e
protervo, ricordiamo il cammino insieme percorso nel primo
anno di vita.
Rievocare il lavoro compiuto e le prove date è conforto al mio
cuore di Comandante; è titolo di orgoglio alla mia anima di
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soldato. Sarà ugualmente conforto ed orgoglio per voi, o miei
legionari, che avete scritto nella nuova storia della Patria
Fascista pagine che tutti sanno e che non si cancellano.
Al compiersi di questo primo anno di vita, il nostro commosso
pensiero va ai 237 gloriosi caduti, che riposano sul colle di
Enda Jesus ed a Passo Uarieu, inizio ed epilogo, del tributo di
sangue dato dalla “28 Ottobre” alla causa della vittoria. Con
essi, salutiamo i 216 nostri feriti in combattimento, simbolo
vivente del sacrificio. (Omissis)
Seguono, nelle successive trenta pagine, le vicende, suddivise
in quattro tempi, della Divisione – il cui motto è SUMMA
AUDACIA ET VIRTUS – nata il 10 maggio 1935 “da un
atto di volontà armata e sagace”, mobilitata in poco più di
una settimana e addestrata a Formia secondo direttive “nette,
chiare, logiche, tracciate dall’agile e sicura esperienza di un
soldato prode e umano”, tali da fondere “rapidamente le anime e le menti avviandole sin dal primo giorno alla concezione
ed alla gioia di una meta inesorabile e desiderata: il combattimento, inteso come epilogo ineluttabile dell’audacia, della forza e della capacità severamente affinate nel sacrificio
dell’attesa”.
Il primo tempo si conclude con l’ordine di varcare il mare
“per adunarsi, dopo un impetuoso balzo, sull’altipiano eritreo, a Decamerè”.
In terra d’Africa tutta la Divisione si muove dal luogo di sosta
verso la zona Senafè-Barachit e “che importa se il troppo fedele zaino, malignando, sorriderà per 150 km. alle spalle dei
militi? Se il sole spietato, il sudore e la polvere tramuteranno
gli uomini in figure quasi irriconoscibili di nomadi che iniziano il loro cammino verso le mete lontane?”.
Nel terzo tempo troviamo il resoconto del faticoso avanzamento della Divisione, tra itinerari definiti “da capre”, verso
Adigrat, tra passi di tipo dolomitico o peggio, senza che il morale delle truppe ne abbia a soffrire, anzi. La meta successiva è
Macallè, attraverso Mai Uecc, Enda Teclaimanot, con grandi
lavori di sistemazione delle strade.
Tralasciamo l’accurata descrizione degli spostamenti, degli
incontri con altre Divisioni e le scaramucce originate da attacchi nemici e imboscate di poco conto. I primi caduti della “28
Ottobre” vengono tumulati sull’Enda Jesus in un apposito,
piccolo cimitero. La Divisione poi si trasferisce a Gherghember quale riserva di Corpo d’Armata, il che non piace a quei
valorosi ai quali prudevano le mani nell’ansia della lotta.
Nel quarto tempo, finalmente, si leva il campo per dirigersi
verso Tembien, “il più vasto covo ribelle della colonia”, (intricata e selvaggia regione) – a cavallo fra Macallè ed Adua
– dove ci vuole “ il pugno di ferro che spezzi le reni al nemico
reso forte e battagliero dall’ostile natura”.
Dopo altri piccoli attacchi del nemico, soprattutto alla retroguardia, la Divisione scrive una prima pagina gloriosa nella
battaglia del Tembien (seconda metà di gennaio 1936) con
l’attacco alle forze del Ras Cassa e la conquista del baluardo
montano di Zeban Kerketà e Monte Lata. Poi, a Passo Uarieu,
asseragliati dalla sera del 21 gennaio, i legionari della “28 Ottobre” resistono eroicamente alle orde abissine per tre notti e
tre giorni, senza che venga fiaccato “lo spirito dei legionari,
che si mantengono aggressivi, ostinati, decisi di durare fino al
limite dell’umana resistenza. Sanno che dietro Passo Uarieu
la Patria guarda e attende la vittoria”.
Alla sera del 23 gennaio arriva la 2ª Divisione Eritrea e il nemico fugge. La “28 Ottobre” all’indomani viene elogiata da
Badoglio e, tre giorni dopo, addirittura dal Duce, che, dopo
averla definita “La Ferrea”, la fa citare all’ordine del giorno
della Nazione.
Nei giorni seguenti prosegue l’avanzata tra scontri e successi,
conquistando posizione su posizione, e alla fine di febbraio la
“28 Ottobre” raggiunge agevolmente Abbi Addi, la capitale
del Tembien e dinanzi alle truppe schierate issa solennemente
il tricolore, “simbolo di vittoria ed affermazione di possesso”,
nel nome dell’Italia Fascista.
Termina così il racconto della Guerra d’Abissinia che portò
un Impero assai poco duraturo all’Italia e al suo Re. Nel dicembre 1941, infatti, l’Africa Orientale Italiana cessò definitivamente di esistere sotto i colpi dell’esercito britannico.
Sul trono dell’Abissinia venne rimesso Haile Selassie, che nel
1947 ottenne in annessione pure l’Eritrea, giusto per avere
uno sbocco sul mare.
N.d.R. Tutte le informazioni sulla guerra d’Abissinia sono
state reperite nel sito di Wikipedia.
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Una leggenda tira l’altra
In parte me l’aspettavo, infatti non appena Filippo ha visto la
leggenda di Masticabrodo che avevo dedicato a suo fratello
Amedeo ha avuto una crisi di gelosia: “Ma come, una leggenda tutta per lui ed a me niente? Ne voglio una anche io!”.
Ed io, come tutti i nonni, non sono riuscito a resistere alle sue
lamentazioni e mi sono messo all’opera per trovarne una che
gli si adattasse. Anzi ne ho trovate due, per molti versi sono
molto vicine al suo carattere ed al suo modo di fare, che qui di
seguito propongo ai nostri affezionati lettori con la speranza
di strappare loro almeno un sorriso ma specialmente con quella di placare le gelosie di Filippo. (Giulio Rosso)
Io, al contrario, non me l’aspettavo. Come potrei, tuttavia,
mettere in difficoltà il Vice Presidente dell’Associazione,
ghiottone errabondo, ispiratore e fornitore di tanta parte della nostra apprezzata rivista?
A questo punto, però, mi viene in mente che i privilegi possono sembrare odiosi a qualche nipotino di un Socio qualunque.
Mi sembra quindi giusto offrire la stessa possibilità a chiunque lo desideri: inviatemi una favoletta (non troppo conosciuta, non Biancaneve e i sette nani, per intenderci), una foto del
bambino o dei bambini cui volete dedicarla, l’autorizzazione
dei genitori a pubblicare la foto e, uno alla volta, verrete accontentati. (Claudio Racca)
Dedicata
a Filippo
e ai piccini
che amano
i folletti
Cùgnet
Cùgnet era un piccolo, grazioso folletto che viveva nei sotterranei che collegavano la Torre Tellaria alla Ferranda. Quindi
era uno delle nostre parti, ed esattamente di Pont Canavese.
Ormai erano secoli che nessuno passava di lì e perciò Cùgnet
si sentiva al sicuro. I suoi occhietti vispi brillavano come due
stelle e si erano così ben adattati che l’oscurità di quei cunicoli
non era più un problema, anzi, proprio perché anche nella notte più oscura il folletto riusciva benissimo a muoversi, il suo
compito era svolto con la massima cura e precisione.
Cùgnet era piccolissimo ed agile e, proprio grazie a questo,
riusciva ad intrufolarsi dappertutto, silenzioso e delicato come
un soffio leggero. Portava un vestitino nero, aderente, un berrettino lungo che scendeva quasi a coprirgli gli occhi e, alla
cintola, teneva sempre una minuscola clessidra per conoscere
lo scorrere del tempo, e un sacchettino. Durante il giorno trovava sempre qualcosa da fare: puliva,
spazzava, andava in cerca di noci o castagne, ciliege o fragole,
secondo la stagione. Allora calava il berrettino sugli occhi e
faceva attenzione a che nessuno lo vedesse, tendendo gli orec-
chi che percepivano ogni più piccolo rumore e camminando
fra l’erba e le foglie secche. Ogni tanto si arrampicava fin
sulla torre sfruttando ogni minima fenditura e quando giungeva sulla vetta il suo cuoricino batteva forte e lui si sentiva
un gigante. Ma il suo vero lavoro iniziava col calar della notte. I bimbi
devono andare a letto presto e il loro sonno tranquillo deve essere cullato da dolci sogni. Questo Cùgnet lo sapeva e sapeva
che toccava a lui far sì che ciò si avverasse. Scendeva perciò
nel paese di Pont e di casa in casa spargeva la magica polverina che custodiva nel suo sacchettino e le palpebre dei bambini
piano piano diventavano sempre più pesanti fino a chiudersi. Un giorno una mamma che vegliava il suo bimbo malato si
era accorta di lui. Un po’ si era spaventata ed allora Cùgnet,
sedutole in grembo, le aveva raccontato la sua storia. Com’era
stato bello stare in braccio a una mamma: Cùgnet non l’aveva
mai avuta. Era nato per un incantesimo fatto da una fata buona che l’aveva creato proprio perché tutti i bimbi potessero
riposare tranquilli e risvegliarsi felici. Quando gli occhi di un
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bimbo si chiudevano dicevano: “Presto, a nanna, è arrivato
Cùgnet”. Il folletto li conosceva ad uno ad uno, sapeva i loro
nomi, conosceva i loro capricci, la bontà, talvolta la miseria e
il sale delle loro lacrime. Per opera sua però tutti diventavano
piccoli angeli senza più cattiveria né dolore. Era contento di
sé e, visitate le case più lontane, tornava soddisfatto al suo
rifugio. Ma sul pagliericcio di foglie fragranti, nonostante la
stanchezza, lui, che dispensava a piene mani il sonno, non
riusciva a riposare. Pensava a Rosetta, una ragazza dolce e delicata che stava giù in paese. Era così innamorato e così senza
speranza che gli occhi non riuscivano più a contenere le lacrime che rotolavano lente e silenziose a bagnargli le guance. Fantasticava allora di essere un bel giovanotto, di aspettare
Rosetta alla fontana e incontrare i suoi occhi per dirle tutto il
suo amore. La realtà però era ben diversa: se Rosetta l’avesse
visto così com’era al massimo gli avrebbe dato un buffetto
sulla guancia. Egli sapeva che se avesse chiesto alla sua fata di trasformarlo
in uomo forse l’avrebbe accontentato e questo era proprio il
suo tormento: chi si sarebbe preso cura dei sogni dei bambini? Passano in fretta gli anni e Cùgnet non aveva ancora deciso
anche se i sentimenti non erano mutati. Rosetta era ormai una
vecchietta coi capelli bianchi e le mani un po’ tremanti, ma
era sempre la sua Rosetta. Nelle case poi qualcosa stava cambiando: uno strano aggeggio era comparso in molte di loro.
Emanava voci e musiche, si vedevano piccoli uomini muoversi e si sentivano notizie strane di paesi lontani. Cùgnet non
riusciva a capire come le persone potessero essere entrate in
una scatola così piccola... I bimbi stavano alzati fino a tardi,
seduti là a guardare e a qualcuno si chiudevano gli occhi. Allora la mamma toccava un bottoncino e gli uomini e le musiche sparivano. Il folletto capiva che non era più utile come un
tempo, forse la fata aveva fatto un nuovo incantesimo e aveva
mandato qualcuno più potente di lui a sostituirlo. Così decise e la fata volle esaudire il suo desiderio. Cùgnet si
ritrovò vecchietto alla fontana, prese Rosetta per mano e lei
gli diede un buffetto e una carezza, contenta di averlo aspettato fino allora.
entra nelle case e si diverte in vari modi. Nasconde gli oggetti
nei posti più impensati, causando disperazione nei proprietari.
Gli piace girare per le stalle, dove trae gran divertimento soprattutto dall’arricciare i crini del cavallo, facendone treccine.
Si diverte anche a legare le zampe delle pecore con corde di
paglia o fieno.
Ma non finisce qui. Infatti il Linchetto entra spesso e volentieri in camera da letto, magari toccando i piedi delle vecchie,
oppure tira per terra le lenzuola per poi scoppiare in sonore
risate. Altre volte invece si piazza sul petto del dormiente e
non lo fa più respirare.
Insomma è veramente dispettoso, anche se non è pericoloso.
Gli unici che si salvano sembrerebbero i bambini, con i quali
invece è molto cordiale; li accarezza e li bacia, tanto che la
mattina assumono un bel colore rosato e sono ancora più belli. Ma con tutti gli altri il Linchetto può essere veramente un
problema.
In realtà la soluzione c’è. Infatti questo folletto ha una vera
mania per la pulizia, e non tollera la sporcizia e le parolacce.
Quindi si può provare a... ruttare o emettere flatulenze per
vedere se se ne va! Se ancora insiste potete provare a tenere a
portata di mano pane e cacio; se la notte il Linchetto inizia coi
suoi dispetti prendete il pane e cacio, andate al bagno e mentre... espletate le vostre funzioni, mangiate intonando questa
filastrocca:
“Alla faccia del Linchetto
mangio e caco ‘sto cacetto”
oppure, in un’altra versione...
“Me ne mangio pane e cacio
e del Linchetto me ne incaco”
Certo se proprio non ve la sentite di usare modi poco signorili,
oppure se nonostante questi accorgimenti proprio non se ne
vuole andare, provate in quest’altro modo: prima di andare a
dormire mettete una tazza di riso ai piedi del letto. Il Linchetto quando arriva tenterà di scoprire i piedi al dormiente, ma
urterà la tazza spargendo per terra i chicchi di riso. Preciso
com’è non sopporterà tutto quel disordine e si metterà subito a
raccoglierli uno per uno, cosa che lo impegnerà tutta la notte;
quando arriva l’alba, non sopportando il sole, sarà costretto
ad andarsene.
Ciao Filippo! Contento?
Linchetto
Questo folletto è un gran burlone che le fa di tutti i colori,
specialmente ai vecchi e agli animali. Di notte il Linchetto
In spiaggia un bagnino sta mangiando un panino gigante.
Gli si avvicina un povero bambino e gli dice:
“Io sono tre giorni che non mangio!”.
Ed il bagnino: “Ok, puoi fare il bagno!”.
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Che cos’è l’A.V.O.?
Franco Marchisio
Che cos’è l’A.V.O.? Come definirne l’essenza, il fulcro, lo
spirito “comune” che anima i suoi ventisettemila volontari?
Il professor Erminio Longhini, fondatore dell’Associazione
Volontari Ospedalieri, ha detto un giorno che l’A.V.O. è “un
dono”. Sicuramente lo è, e non soltanto nei riguardi dei malati a cui si dona parte del proprio tempo. È anche, forse ancor
più, un dono fatto a chi vi appartiene.
L’A.V.O. è “appartenenza”. Le motivazioni che spingono
gli aspiranti volontari a farne parte possono avere molteplici
origini anche se, nel corso del tempo, sovente si modificano,
perché l’A.V.O. “sorprende”. Tant’è che, quando si decide di
“appartenere” all’A.V.O., indotti sia da un’esigenza profonda
e intima di “dare” e di “fare” qualcosa per “gli altri”, sia dalla
consapevolezza di essere più fortunati di “altri” o dalla reazione emotiva scaturita dai più disparati eventi, è improbabile si
sappia che quanto si riceverà supererà in gran misura quello
che si “dona”.
Un sorriso, un “grazie”, persino un atteggiamento di rifiuto
provenienti dai malati insegnano immancabilmente qualcosa,
arricchiscono il bagaglio delle esperienze, delle sensazioni,
delle emozioni. Ecco, l’A.V.O. è “emozione”. L’emozione di
riconoscere il dolore, la riconoscenza, il bisogno di aiuto di
due occhi che parlano, dovessero anche parlare di indifferenza, di fastidio, di ribellione.
Nel momento in cui si entra in contatto con un malato, scatta
una reazione “fisica”, come fra due poli che si attraggono o
si respingono, e il volontario A.V.O. dovrà cercare di rendere
“comunicabili” le polarità. Qualora, però, ci si accorgesse che
fra i poli non esiste alcuna attrazione, si annullerà la negatività
obbedendo alla volontà del malato. Ciò che conta è agire sempre con estremo rispetto del desiderio, della sensibilità altrui.
L’A.V.O. è “comunicazione”.
Che cosa significa mettere in atto quello che chiede l’A.V.O.,
dedicare cioè tre ore alla settimana ai pazienti? Può anche voler dire uscire dall’ospedale “sentendo”, credendo di non essere stati utili. Ma è davvero così? Non può essere utile anche
il “non parlare”, il “non fare”, l’essere stati accondiscendenti
con il malato che vuole rimanere in solitudine a meditare sulla
propria sofferenza? Lo è. E sarà in quel momento che, fra le
maglie di un’apparente insoddisfazione, potrà librarsi il senso
di appagamento nato dall’aver saputo rispettare la volontà degli “altri”, in ragione di un silenzio piuttosto che di un pasto
somministrato con amore, dell’offerta di un bicchiere d’acqua, di un sorriso o di un saluto. L’A.V.O. è “rispetto”.
Rispetto, dunque, del malato, delle sue tradizioni, delle sue
origini, delle sue opinioni, delle sue credenze; rispetto del
Personale ospedaliero, con cui bisogna apparire il più possibile “trasparenti” senza mai prevaricarlo; rispetto dei compa-
gni volontari. Sovente si scambiano i turni, si sostituiscono i
colleghi in difficoltà. Quante amicizie, quanti rapporti stretti
e confidenziali nascono all’interno dell’Associazione, fra i
membri con cui si “condivide” l’esperienza… L’A.V.O. è un
potente collante, è “condivisione”.
Come inizia, però, l’avventura dell’A.V.O.? Si frequenta il
Corso Base, poi si effettua un tirocinio di trenta ore affiancati
da un Tutor, infine ci si avvia ad affrontare autonomamente
il servizio. E finalmente si esordisce, da soli, per misurarsi
col primo impatto con i malati… Si indossa il camice, si raggiunge il reparto e ci si affaccia alla stanza per osservare la
situazione; il cuore batte forte, si ha paura di sbagliare l’approccio. Può succedere di vedere che un paziente, non appena
si accorge della “nuova” presenza, allunghi la mano verso un
giornale e se lo appoggi sulle ginocchia; subito emergeranno i
suggerimenti ricevuti al corso e dal Tutor… lo si dovrà soltanto salutare; si volge poi lo sguardo verso gli altri ospiti: se si
captano un moto di sollievo, uno sguardo ricco di speranza, di
desiderio di parlare, di raccontare vorrà dire che è arrivato il
momento di ascoltare. Perché l’ascolto è proprio nelle “corde”
dell’Associazione, che devono tendersi ma “lasciar suonare”
il violino agli “altri”. Corde che tesseranno sulla memoria indelebili note di storie e di emozioni. L’A.V.O. è “ascolto”.
E se succede, e succede, che qualche paziente si rivolga al volontario in maniera scorbutica o irosa, preda dello sconforto,
della sofferenza, del senso di impotenza che lo attanaglia, non
ci si deve scoraggiare, anzi: è possibile che quel suo sfogo
possa risparmiarne uno simile ai suoi familiari. A tale riguardo, ci sono strutture in cui si accolgono malati non del tutto,
o addirittura per nulla consapevoli della loro esistenza, delle
loro giornate, delle loro azioni, e altre in cui l’utenza deve
lottare contro una burocrazia che la costringe a subire lunghe
attese, a compilare moduli su moduli, a fare code logoranti.
In questi casi non è raro che il volontario diventi il bersaglio non solo di “sfoghi”, ma di scatti rabbiosi, di improperi
e di accuse. D’altronde, è pur vero che si chiede ai volontari
A.V.O. di fungere anche da “cuscinetto”, quindi, all’occorrenza, bisognerà ammortizzare i colpi e le sfuriate con pazienza e
accondiscendenza. L’A.V.O. è un “ammortizzatore”.
A proposito del camice, invece… lo si indossa a inizio servizio, ma diventa talmente parte del volontario che gli si cuce
addosso, punto dopo punto, servizio dopo servizio. E quando
si esce dall’ospedale è praticamente impossibile scucirlo dalla
pelle. Per strada, sui mezzi pubblici, negli uffici, al ristorante, se si individua qualcuno in difficoltà sarà istintivo domandargli se abbia bisogno di aiuto. L’A.V.O. è “servizio senza
confini”.
È probabile che, se si chiedesse a ogni volontario la propria
definizione dell’A.V.O., la stessa assumerebbe sfumature
differenti, finanche non solo sfumature ma vere e proprie di-
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versità frutto di opinioni, di esperienze, di sensazioni persino
distanti l’una dall’altra. Ma una cosa è certa: indipendentemente dalla motivazione che ha fatto scattare la decisione di
appartenere all’Associazione, al di là della trasformazione che
questa può aver assunto nel corso del tempo, alla domanda:
«Che cosa ha lasciato?», qualunque siano l’entità e la natura
delle tracce che hanno segnato il suo cammino nell’A.V.O.,
non potrebbe che rispondere: «ha lasciato», «ha insegnato»,
«ha fatto crescere», «ha condiviso», «ha emozionato», «ha
comunicato», «ha sorpreso». «Ha donato».
Volontari per sempre
Viviamo in un mondo (ci avete mai fatto caso?) in cui le scelte
definitive non vanno più di moda , forse perchè anche il senso
di responsabilità individuale e collettivo non se la passa troppo bene.
Il fatto di sposare una ragazza e prendere l’impegno di starle
accanto, qualunque cosa succeda, nella buona e nella cattiva
sorte, per tutta la vita, avviene sempre meno: ormai la convivenza , frutto non di un impegno per la vita ma dell’accettazione consapevole di una situazione transitoria che oggi c’è,
domani chissà, stanno sempre più frequentemente soppiantando i matrimoni e perfino i genitori più tradizionalisti ormai
accettano con passiva rassegnazione, quando non con malcelata soddisfazione il fatto che i loro figli (a volte di sesso opposto, ultimamente anche dello stesso sesso) vivano insieme
sotto lo stesso tetto avendo come orizzonte temporale della
loro “storia” non la vita, ma qualche mese.
Nelle aziende l’assunzione a tempo indeterminato ormai è
una chimera: costa troppo assumere un giovane e mantenerlo
in azienda per tutta la vita, meglio un contratto a termine o
addirittura una collaborazione coordinata e continuativa dove
manca perfino il vincolo di lavoro dipendente.
Perfino le cose, gli oggetti che compriamo sembrano ormai
entrati in una logica di consumo che privilegia le prestazioni
di breve periodo, cose che un tempo duravano, ed erano fatte per durare molti anni oggi non si riparano nemmeno più,
“….tanto costa meno comprane uno nuovo…” ti dicono.
Non parliamo poi della vocazioni sacerdotali, l’impegno di
una vita per eccellenza: nonostante i tentativi di vedere qua e
là segni di ripresa, i nostri seminari rimangono desolatamente
deserti, è già un risultato accolto con entusiasmo il fatto che
in una diocesi come Torino si ordinino in un anno 3 o 4 sacerdoti, quando va bene.
Insomma tra tanti giovani e forse più ancora in molti adulti il
concetto di impegno totale, di impegno che ci si assume una
volta per sempre e che può implicare sacrifici, rinunce, dolori,
sofferenze, è sempre più considerato un relitto del passato,
qualcosa da evitare, inutile, banale, poco “trendy”: molto meglio l’effimero che costa poco e poco ti da, che evita gli impegni, le difficoltà, il logoramento.
Poi, a ben guardare tra le pieghe della società, ci siamo noi: i
volontari. Non solo i volontari ospedalieri dell’AVO, ma migliaia di altre forme di volontariato le più diverse, da chi assiste i poveri in strada a chi accompagna i malati ed i disabili
a Lourdes sobbarcandosi 24 ore di treno, da chi aiuta i propri
concittadini nella protezione civile a chi aiuta gli anziani facendo loro la spesa o serve nelle mense per chi non ha da mangiare… E potrei citare centinaia di altre forme di volontariato.
Alcune di esse hanno una base e una motivazione religiosa e
di fede, costituiscono un modo per applicare concretamente la
propria religione e ciò in cui si crede senza limitarsi alle sole
parole; altre sono semplicemente una forma di altruismo vero,
concreto, non necessariamente espressione di un credo religioso ma semplicemente la consapevolezza che quando vedi
un’alluvione che porta via la casa e tutte le sue cose a qualcu-
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no forse è meglio mettersi in macchina con gli anfibi e andare
ad aiutare a spalare via il fango, che non rimanere nel salotto
di casa a guardare le pubblicità televisive che intontiscono ed
i soliti politici che disgustano.
Ecco, benché i mass media, ormai sempre più dominati dall’ideologia del consumo e dell’essere sempre al passo con l’ultimo grido, tacciano su questo fenomeno o ne parlino talvolta
in modo perfino beffardo, i volontari esistono, si muovono
invisibili notte e giorno senza che nessuno lo chieda o li paghi, realizzano risultati incredibili animati solo dalla consapevolezza che quando vuoi fare una cosa per davvero, allora
prima o poi la farai.
E i volontari, in particolare i volontari dell’A.V.O. sono tra
costoro, li vedo ogni settimana in ospedale fare cose meravigliose con la semplicità del bambino che non si chiede mai
perché vuol fare qualcosa, la fa e basta.
Ecco, noi volontari dell’Avo siamo volontari per sempre,
almeno la maggior parte di noi e ne ho conferma quando,
nelle corsie o nelle riunioni vedo uomini e donne che hanno 20, 25 o 30 anni di servizio in A.V.O., ed io, che ne ho
appena 6 mi sento così piccolo e inutile di fronte a questi
giganti della bontà che non sanno di esserlo, che non vogliono esserlo.
Noi (scusate se mi metto nel gruppo) facciamo parte di quelli che hanno fatto una scelta definitiva, per la vita: quando
abbiamo sentito dentro di noi il desiderio di indossare il camice azzurro, abbiamo intuito che per noi qualcosa sarebbe
cambiato per sempre. Forse lì per lì non ce ne siamo neppure accorti, gli eventi ci hanno trascinato (il corso di formazione, poi il periodo di apprendistato, poi l’opera di ogni
settimana in corsia), i giorni e le settimane sono passate,
ma la verità è che noi abbiamo fatto una scelta per la vita,
assumendoci la responsabilità di portare la luce e il sorriso
dove non ci sono che tenebre e sofferenza, solitudine, dolore, morte. Sì, abbiamo avuto il coraggio, forse inconsapevole, di fare una scelta definitiva che sappiamo valere per la
vita, anche se questo non viene più fatto, anche se tutto oggi
nel mondo ci allontana da queste scelte definitive, indirizzandoci verso le infinitamente più comode scelte del “carpe
diem”, del cogli l’attimo e poi si vedrà.
Certo qualcuno si perde lungo il percorso, qualcuno lascia
il camice lungo la strada per tante motivazioni e non va
certo giudicato male per questo. Ma nei miei occhi ci sono
le centinaia, migliaia di uomini e donne A.V.O. che, come i
loro colleghi volontari in tanti altri settori , invece non mollano: giorno dopo giorno, vincendo la quotidiana battaglia
con la pigrizia, gli impegni familiari, la stanchezza, a volte
la delusione, scrivono diligentemente il proprio nome e l’ora di arrivo sul registro dell’ospedale, giorno dopo giorno,
attimo dopo attimo, mese dopo mese, anno dopo anno.
É a loro, a queste persone che rimangono convinte che le
scelte importanti della vita devono essere per sempre, e
che bisogna lottare duramente perchè sia così e che lo dimostrano con così tanti anni di servizio umile, silenzioso,
senza grida o rumore, che va il mio pensiero reverente, la
mia ammirazione, la mia voglia di imitarli e da loro prendo la forza per essere anche io un “volontario per sempre”.
E ai più giovani dico, se posso, guardate a loro: a quei camici azzurri che paiono volare nella penombra delle corsie con
passo silenzioso, che quasi sembrano non esserci e che invece
da 20 anni ci sono, tengono le mani ai morenti, sorridono ai
sofferenti, danno un bicchiere d’acqua agli assetati, imboccano i disabili o gli anziani. Sono leggeri come piume, umili, silenziosi ma ciò che fanno da tanto tempo è un miracolo
dell’amore: sono loro a dirci che “per sempre si può”, che è
bello, importante, determinante assumersi impegni per tutta la
vita e lottare ogni giorno con fatica immane per mantenerli.
Io li ho guardati, ho guardato il loro volto segnato dagli anni e
dalle fatiche, il camice azzurro forse ormai un po’ consunto, e da
loro traggo ogni giorno la forza per cercare di essere come loro.
In un passo del Vangelo Gesù accoglie i discepoli che aveva
inviato per città e villaggi della Galilea a predicare, a due a
due e che ora ritornano da lui pieni di gioia per i miracoli
e le guarigioni che hanno compiuto nel suo nome. Ma Gesù
risponde loro con delle parole bellissime che mi sono sempre
rimaste nel cuore: “Non esultate perchè avete guarito e scacciato i demoni; esultate piuttosto perchè i vostri nomi sono
scritti nei cieli”.
Forse mi sbaglierò, ma qualche nome di questi splendidi volontari “per sempre”, che hanno dato il proprio contributo per
20, 25, 30 anni all’A.V.O., sono davvero scritti nei cieli.
Dove siamo
Per raggiungere i locali dell’Associazione si entra da Via Nizza 150, tramite il passaggio pedonale, si resta all’aperto e, andando sempre
dritto, si attraversano i due cortili, fino a raggiungere il basso fabbricato situato sulla sinistra in fondo al secondo cortile. Poi si sale una
scala metallica che porta al primo piano (c’è anche un ascensore). Di fronte la Biblioteca. Si prosegue per un breve corridoio ed una
svolta a sinistra e si è arrivati: sulla prima porta rossa sulla destra c’è la nostra insegna
ExCRT&Co.
Attenzione - In base a recenti nuove disposizioni attinenti alla sicurezza dell’Azienda, tutti i visitatori devono presentarsi al punto di
controllo (entrando a destra) per segnalare le generalità. Per coloro che dichiarano di essere diretti all’Associazione Pensionati o al
CRAL non è necessario depositare un documento. Occorre infine ritornare nello stesso punto per comunicare che la visita è terminata.
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Prendiamoli per la gola...
riflessioni di un ghiottone (prima parte)
a cura di Giulio Rosso
In Internet puoi trovare migliaia di ricette ed, ovviamente, per
ognuna di esse per similitudine si riscontrano analogie per
prodotti e modalità di preparazione; molte sono anche banali
senza quel pizzico di fantasia che le rende diverse pur con la
stessa tipologia. A ciò si può aggiungere che la diversità la
creano il gusto e la mentalità dell’utilizzatore finale. Io per
esempio non amo i piatti moderni che sembrano quadri piuttosto che cibo da consumare, non condivido quindi il pensiero
di chi dice che “anche l’occhio vuole la sua parte” perchè
queste preparazioni si riducono a quantità minime: due o tre
forchettate e quando inizi a prenderci gusto hai già finito. La
chiamano “nouvelle cuisine”, per me è un mangiare, anzi un
assaggiare, da “fighetti”, da esibizionisti. A me piacciono
quei bei piatti pieni, magari poco raffinati che però soddisfano l’olfatto ed il palato e che dopo averli mangiati “te ne sei
proprio tolta la voglia”.
Peregrinando quindi da moderno internauta ho scoperto alcune ricette che non hanno nulla di moderno nel titolo ma che
invece pur nel filone della tradizionalità introducono una dose
di novità, di fantasia ed anche un po’ di incoscienza che non fa
male. Ho quindi deciso di proporle ai miei affezionati lettori
con la speranza di non deluderli. Il bello di queste ricette, oltre
al piacere di assaporarle, è che, malgrado le istruzioni, rimane lo spazio per l’improvvisazione di chi le prepara.
Nel prossimo numero “dotte” spiegazioni sul pepe e sulle
spezie in generale.
Spaghetti al pesto di pistacchi
e pepe affumicato di Penja
del genere è una grande abbuffata di emozioni e sensazioni.
Dovendo e volendo preparare un pesto di pistacchi che avesse una certa originalità e che valorizzasse sia il pistacchio
che l’eventuale ingrediente aggiuntivo abbiamo incrociato
lo sguardo del vasetto di pepe Penja affumicato sul tavolo,
sgranandone una quantità considerevole in barba alla crisi
economica (il costo del Penja è di circa 100 euro al chilo). Il
risultato, con l’aggiunta di olio extravergine e un pizzico di
sale è notevole.
Ricapitolando, si prende una manciata di pistacchi a persona e lo si mixa con olio extravergine e cinque grani di Penja
sgranati al momento. Una volta pronto il pesto, lo si diluisce
con due o tre cucchiai di acqua di cottura, per poi mantecare
gli spaghetti scolati tenendoli indietro di cottura di un minuto
abbondante. Impiattate, e coprite con un’altra spolverata di
pepe. Buon appetito.
Consiglio del giorno: il pepe va sempre sgranato al momento.
Ovvio, ma neanche tanto.
Ingredienti
Pistacchi sgusciati, pepe di Penja, Olio Extra Vergine di oliva,
sale.
Preparazione
Il pepe di Penja è una delle spezie più pregiate al mondo. Soprattutto in materia di pepe. Noi siamo abituati a comprare
“il pepe qualsiasi’’, mentre il mondo del pepe è uno dei più
affascinanti nella galassia gourmand. Basta solo impegnarsi e
curiosare. Ma adesso va di moda il sale, e pazienza.
Per trovare il pepe di Penja occorre cercare in qualche negozio
superspecializzato in spezie (a Torino comunque ce ne sono,
uno e ben fornito è in Via San Secondo 22): andare in un luogo
Qualche anticipazione sul pepe
Per comodità in ambito gastronomico chiamiamo pepi una gamma molto ampia di bacche con diversi aromi e più o meno piccanti. Andrebbero però sottolineate diverse distinzioni, innanzitutto
solo il pepe verde, il pepe nero e il pepe bianco appartengono
alla stessa pianta. Quella del Piper Nigrum è una sempreverde
appartenente alla famiglia delle Piperaceae i cui frutti crescono a
grappolo su delle liane. É originaria dell’India, ma è coltivata in
tutta la fascia tropicale in quanto predilige terreni umidi e fertili
per la completa maturazione delle bacche.
Il pregiato pepe (bianco e nero) di Penja: la sua qualità è data da
un terreno vulcanico ricco e generoso, della regione di Panja in
Camerun.
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Mangiando e bevendo che male ti fo’
Giulio Rosso
Sorpresa! Un vero agriturismo
a due passi da casa
Quando un amico me ne ha parlato per la verità non gli ho
creduto, ma poi la curiosità ha preso il sopravvento. Era vicino a Torino, cosa mi costava andarci a ficcare il naso? In
fondo non è che fossi così sovraccarico di impegni, specie
nei week end, e poi, da emulo di San Tommaso, una domenica pomeriggio sono partito per approfondire, cioè a vedere
dove era e come si presentava. Come un poliziotto ho fatto un
sopralluogo, ovviamente una panoramica: dove era, come si
presentava, ecc. ecc.. Il colpo d’occhio mi ha soddisfatto per
cui mi sono ripromesso di approfondire il lato che più mi è
congeniale, ovviamente quello gastronomico. Ah la gola!
Una domenica di luglio, prenotando per tempo (difficile trovare posto senza prenotazione e quindi non hanno bisogno di
farsi pubblicità; vorrà ben dire qualcosa!), ci sono andato e
non sono rimasto deluso. Venticinque euro tutto compreso:
ormai quasi una rarità. Cucina alla piemontese fresca e curata,
cinque antipasti, due assaggi di primi, due secondi con contorno, dolci, vino, acqua, caffè e pusacafè (molti piatti anche
con il bis): il tutto senza poi sentirsi appesantiti. Poi una breve
siesta sotto le secolari querce. Nei prati attorno c’è spazio per
lo sfogo dei bambini. Insomma una giornata soddisfacente ed
in relax senza doversi sobbarcare un bel po’ di chilometri. Io
ne sono rimasto soddisfatto, voi me lo direte dopo che ci sarete andati. Per arrivarci da Torino potete prendere la strada
che parte da Pino (Via San Felice) e attraversando la campagna arriva a destinazione oppure (ve la consiglio) passare
da Chieri e prendere la strada per Pecetto (sulla destra ad un
certo punto troverete l’indicazione per Pino: l’agriturismo è
quasi subito lì).
Il vostro Ghiottone errabondo
Agriturismo San Felice
Via San Felice 186
Pino T.se - Tel. 011-8119982
A volte si ritorna ...
Ci ero già stato lo scorso anno e ve ne avevo parlato sul numero di dicembre di Nuovi Incontri. Di solito non vado mai nello
stesso posto perchè mi piace conoscere altre località e sperimentare alternative gastronomiche (il mio debole) ma ci ero
stato benissimo con un’accoglienza ultra valida che ho voluto
ritornarci anche per ritrovare, come lo scorso anno, particolari
ed eccellenti momenti di tranquillità e relax. Purtroppo non
avevo fatto i conti con “Mister meteo” che mi ha perseguitato per tutto il periodo di permanenza; non dico che mi abbia
rovinato il soggiorno ma certamente ha rotto l’incantesimo
psicologico che mi aveva suggerito di ritornare a Rabbi. Certo
i luoghi e l’accoglienza non sono cambiati (e questo è già una
bella conferma), anzi se devo essere sincero la famiglia Ruatti
(proprio come quelle di una volta: patriarcale), che gestisce
alla grande l’Agritur (camere e ristorazione tipica), forse anche perchè ci conoscevano già e quindi si era precedentemente creato un rapporto di familiarità, ci ha trattato ancora meglio, ci ha proprio coccolati. Mi hanno anche introdotto alle
problematiche relative alla conduzione di un vero agriturismo
e specialmente sui lavori che esso comporta sia riguardo ai
prodotti dei campi che sull’allevamento di suini e bovini ed
alla lavorazione delle loro carni e del latte. Cose a me sinora sconosciute ma che mi hanno aiutato a meglio conoscere
quella attività, scoprendo che anche nel Paradiso Trentino non
son tutte rose e fiori.
Volevo quindi trovare il modo di dargliene atto ed anche ufficializzare un riconoscimento dovuto; quale migliore se non
riparlarne nell’angolino di rivista a me destinato? Qualcuno
dirà che sto facendo una sfacciata pubblicità; ebbene sì! Lo
ammetto, ma è tutta meritata.
Non mi dilungo di più, perchè dovrei raccontare le stesse cose
già dette nel mio precedente articolo che, se non lo avete presente, vi invito a rileggere; ma più che altro vi invito ad andarci e vivrete di persona un’esperienza indimenticabile.
AGRITUR RUATTI
Fraz. Pracorno, 95 - 38020 Rabbi (Trento)
Tel. 0463.901070
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a cura di Claudio Racca
Amarcord
Arrivati ad una certa età si vive non tanto per realizzare piani e progetti per il futuro, quanto per ricordare i momenti belli del
passato e trarre da essi consolazione per le angustie del presente.
Ritengo pertanto quasi terapeutico rivangare fatti e personaggi che hanno inciso, in qualche modo, sul corso della nostra esistenza e che, nel bene e nel male, sono nella nostra memoria in modo imperituro, coscientemente o meno, pronti a riaffiorare
quando si accende un qualche richiamo.
Discorso questo che non vale evidentemente per chi ha frequentato o frequenta con troppo entusiasmo alcune amicizie deteriori, prima tra tutte quella di un medico tedesco, che mi pare si chiami Alzheimer, ma sono sicuro che tra i gagliardi colleghi
CRT dei tempi che furono i simpatizzanti di quell’orribile individuo sono ben pochi e comunque non per loro volontà.
Per non essere tacciato da nostalgico posso tranquillamente affermare che nulla vieta che questa terapia possa essere adottata
come prevenzione da coloro che magari in cuor loro ci invidiano ed anelano di poterci emulare anche se magari non credono
nei valori taumaturgici dei ricordi.
É per questo motivo che ritengo utile, oltre che interessante, recuperare la memoria. Ci ha provato Aldo ZOPPOLAT, un ex
funzionario della CRT, che ha scritto Ricordi semiseri dei primi anni di lavoro di un bancario oggi in pensione. I lettori di “Incontri”, il giornaletto del Gruppo Anziani Banca CRT fatto in casa per alcuni anni e poi coinvolto nella fusione per incorporazione della nostra cara, vecchia Banca, quindi risorto dalle ceneri, come l’Araba Fenice, presso l’Associazione Pensionati
ex Banca CRT con il nome di “Nuovi Incontri”, quei lettori, dicevo, che non erano pochi, o almeno i superstiti, ricorderanno
sicuramente gli scritti di Aldo, pubblicati regolarmente, apprezzati per la fantasia, lo spirito, il senso dell’umorismo “con una
vena, neanche tanto nascosta, di compiaciuto sadismo” (citazione non autorizzata di una sintesi plastica di Franco Leccacorvi, che dell’Autore fu compagno di lavoro e vecchio amico).
Aldo Zoppolat ha datato il suo scritto 2006 ed è deceduto nel 2008.
Credo di fare cosa gradita anche a coloro che non hanno fatto parte dell’Ufficio Stipendi pubblicando, a puntate, il pregevole,
inedito scritto, ringraziando la Signora Angela per averlo segnalato e messo a disposizione della nostra Rivista.
Ricordi semiseri dei primi anni di lavoro di un bancario
1ª puntata
Nota dell’Autore
Queste memorie sono state scritte molti anni dopo gli avvenimenti narrati. Pertanto è possibile che alcuni ricordi siano
stati involontariamente e leggermente alterati o sbiaditi dal
passare del tempo o dalle primavere accumulate dall’autore.
I personaggi, tutti rigorosamente reali, sono indicati con
nomi di fantasia, per ovvi motivi di privacy, anche se non sarà
difficile - per i colleghi “del giro” - riconoscerli quasi tutti.
Alcuni di loro sono trattati con una certa dose di bonaria irriverenza, nel tentativo di renderli più “vivi”, più veri e - spero - anche più interessanti. Assolutamente mai con la penna
intinta nell’inchiostro zuccheroso della simpatia o in quello
tossico dell’antipatia.
Come spesso accade nella satira, si mettono in rilievo più i
difetti che le qualità dei personaggi, anche allo scopo di rendere con maggior efficacia e “colore” l’ambiente ed il contesto in cui vivevano. Si trattava di un mondo che stava uscendo
dall’Era dell’Inchiostro e si avventurava verso quella delle
Schede Perforate e delle calcolatrici elettriche. Terminali,
personal computer, telefax, internet, intranet, cellulari ecc.
ecc., erano meraviglie ancora di là da venire...Erano mutamenti epocali che noi giovani (di allora...) attendevamo con
interesse, mentre i “vecchi” temevano e guardavano come
l’avvento di nuovi e misteriosi mostri capaci di soppiantare
ed infoibare i dinosauri dell’Era dell’Inchiostro.
Qualche giovane dinosauro dell’epoca è sopravvissuto, ma la
caccia ai superstiti non conosce tregua e non c’ê speranza per
i “fossili” dimenticati in qualche riserva dimenticata...
Il “contesto storico”
Come si suol dire, correva – ma senza affrettarsi troppo –
l’anno del Signore millenovecentosessantasette e tornava in
vigore l’ora legale. Claudio Villa e Iva Zanicchi vincevano il
Festival di Sanremo con “Non pensare a me”, mentre il ventottenne Luigi Tenco si freddava misteriosamente con un colpo di rivoltella alla tempia.
Scompariva a Roma il Principe Antonio De Curtis Gagliardi
Griffo Comneno di Bisanzio, in arte il grandissimo e inimitabile Totò.
In Vaticano regnava Papa Paolo VI, che si apprestava ad indi-
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re un Concistoro nel corso del quale avrebbe nominato Cardinale l’arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla, futuro Papa
Giovanni Paolo II.
Al Quirinale sedeva Giuseppe Saragat, uno dei Padri della
Patria e tra i più esperti conoscitori dei vini piemontesi. A
Palazzo Chigi governava Aldo Moro con il suo vice Pietro
Nenni. Oscar Luigi Scalfaro era Ministro dei Trasporti, Giulio
Andreotti - ancora immune dalle accuse di collusioni mafiose
- era Ministro dell’Industria, mentre il trentaseienne Francesco Cossiga, non ancora afflitto da problemi dermatologici e
senza piccone, faceva il sottosegretario alla Difesa.
Carlo Azeglio Ciampi si metteva in luce presso l’Ufficio Studi della Banca d’Italia. Il trentenne Achille Ochetto (con una
sola “c”, forse per un errore di stampa degli annali dell’epoca...), non ancora parlamentare, sedeva – come membro
dell’Ufficio di Segreteria – al Bottegone”, con Napoletano,
Cossutta e compagni.
Silvio Berlusconi si dava da fare nel settore immobiliare e il
giovanissimo Gianfranco Fini iniziava il liceo. Umberto Bossi, venticinquenne, intraprendeva gli studi – mai completati
– di medicina all’Università di Pavia.
Anche Francesco Rutelli, dopo aver superato gli esami della scuola media, si iscriveva al liceo classico “Massimo” di
Roma, gestito – ahi lui – dai Padri Gesuiti (ma concluderà gli
studi superiori in altro liceo laico). Romano Prodi insegnava, come professore associato, economia e politica industriale presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università della
grassa Bologna, madre di tutte le mortadelle...
La disoccupazione era di poco superiore al 4%. Il reddito procapite degli italiani era di poco superiore alle 550 mila lire
annue: 284 euro di oggi.
Il bilancio dello Stato presentava un disavanzo globale di duemila miliardi, poco più del 5% del PIL (altro che il 3% imposto oggi dal trattato di Maastricht e severamente controllato
dagli gnomi di Bruxelles!).
Affrancare una lettera costava 40 lirette, circa un trentesimo
rispetto ai 60 centesimi di euro del 2006 (adesso che la posta
ordinaria è diventata tutta “prioritaria”). I ragazzi della mia
generazione avevano grandi progetti, magnifici sogni. Avevano ambizioni sfrenate e deliri d’onnipotenza: “Il mondo è nostro!” pensavano, irridendo il padre che tornava a casa in bici
dalla fabbrica, con il baracchino del pranzo sporco e vuoto.
Salvo poi, da bravi studenti (quelli del “diciotto politico” per
tutti), unirsi agli operai nei cortei proletari.
I ragazzi della mia generazione erano politicamente impegnatissimi e militavano rigorosamente nella sinistra extraparlamentare o nelle squadracce nere, ma queste erano una sparuta
ancorché agguerrita minoranza. Marciavano nei cortei impavidi e ribelli, dritti e instancabili, rigorosamente con l’eskimo,
adatto ai mesi freddi, perché d’estate non si facevano sfilate
– come oggi del resto – essendo tutti in ferie, compresi quelli
dei centri sociali... Ignari che, come diceva Brecht, “il nemico
è quasi sempre quello che marcia alla tua testa”, partecipa-
vano gioiosi, e talvolta inconsapevoli, alle manifestazioni di
piazza, occupavano le scuole e se ne davano di botte con la
polizia!
Erano grandi ed entusiasmanti battaglie, con tanto di morti e
feriti, da una parte e dall’altra.
Adesso, quando li ferma la stradale, diventano talmente balbuzienti e paonazzi in faccia, che la moglie a fianco si spaventa, pensando ad un ictus. I più dotati, e meno ansiosi di
lavorare, sono entrati in politica, formando una delle più mediocri classi dirigenti di tutto il mondo occidentale, scaltra e
chiacchierona, abbarbicata alle poltrone del potere, più incline a frequentare i salotti che a governare uno dei paesi più
industrializzati del mondo.
Quelli della mia generazione erano ragazzi che ascoltavano
i Beatles, i Rolling Stones, i Pink Floyd, i Kraftwerk, Joan
Baez, Bob Dylan, gli Jethro Tull...
Ah, i ragazzi della mia generazione, che raccontavano a platee
invidiose ed attonite le loro avventure a Woodstock con Jimi
Hendrix, Joe Cocker ed altri miti del rock, nella kermesse che
si sarebbe svolta nell’agosto 1969! Poi si è scoperto che si
erano chiusi per tre giorni nel cesso.
Sognavamo, prima di entrare in “banca” o in un ufficio pubblico, di fare l’America coast to coast, sulle orme di Jack Kerouac e di William Burroughs e di quelli della beat generation,
ma al massimo siamo riusciti a fare la Roma-Bologna senza
scalo agli autogrill. Allora era la vita sospesa “on the road”,
alla ricerca del proprio equilibrio e dell’utopica convivenza
globale, “l’Urlo” di Ginsberg e il mondo di Jack Kerouac, il
Libretto Rosso di Mao e “Dio è morto” di Francesco Guccini.
Prima dell’“avventura nella Grande Banca”
Tutto sommato, l’attività che svolgevo mi piaceva e mi
gratificava: lavoravo come segretario dei corsi serali nell’Istituto Tecnico dove mi ero diplomato ragioniere, circa tre anni
prima. Per certi versi quel lavoro era addirittura una pacchia.
Il terribile Vice Preside che spesso mi aveva abbaiato nei corridoi, certi severi professori che terrorizzavano intere scolaresche di oltre 30 ragazzi (altri tempi: ora sono gli insegnanti
ad essere terrorizzati dagli studenti!), mi trattavano alla pari,
addirittura con rispetto quando avevano bisogno dei miei servigi. E poi la facilità di rapporti con le studentesse... Diciamo
che la situazione presentava lati davvero interessanti, sui quali
è meglio sorvolare, per non rinverdire ormai sopite e antiche
gelosie di mia moglie, ma – soprattutto - per non risvegliare
troppi ricordi e nostalgie di una lontanissima gioventù birichina.
L’unico neo era rappresentato dallo stipendio, un po’ basso
per pensare di mettere su famiglia, come avevamo deciso io
ed Angela, la mia futura consorte. Sapevo che le “banche” pagavano di più dell’Amministrazione Provinciale, dalla quale
dipendevo. E poi – come dicevano tutti – un ragioniere trovava la sua migliore, più classica e sicura sistemazione in una
Banca, mito e paradiso delle “mezzemaniche”di allora (e, for-
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se, anche di oggi...). E pensare che, appena diplomato, avevo
ricevuto – tra le altre – ben tre offerte di impiego da altrettanti
Istituti di Credito. In uno di questi ero addirittura già stato
assunto, dopo un positivo colloquio nella sede centrale, in una
importante città del Meridione, da un “alto dirigente” la cui
statura era simile a quella di un nano e che dimostrava almeno
cento anni. Nel frattempo avevo già accettato di buon grado
l’offerta di lavoro presso la mia Scuola. Che soddisfazione
avevo provato (le sciocchezze di chi non ha ancora vent’anni...) recandomi in banca, in quello che doveva essere il mio
primo giorno di lavoro, con oltre mezz’ora di ritardo. Ricordo ancora il faccione contrariato e severo del Capo Ufficio
Personale: “Ragioniere, Lei incomincia proprio male, anzi,
malissimo!”. “Veramente sono venuto solo per rassegnare le
dimissioni”.
Il faccione rosso divenne violaceo. “Ma come, con la crisi
che c’è, lei rifiuta un posto in banca, dico in banca!!!” Quasi
quasi mi dispiaceva deludere quell’omaccione dall’enorme
pancione. Sapevo – qualche mala lingua mi aveva informato
– che era uscito da pochi mesi da una casa di cura per malattie
mentali. Vi era stato rinchiuso dopo violente manifestazioni
psicotiche conseguenti alla clamorosa vincita di oltre trecento
milioni al Totocalcio, realizzata dal fratello. Un’invidia e un
livore all’ennesima potenza, tracimate in pazzia bella e buona.
Mi affrettai ad andarmene, biascicando qualche parola di circostanza.
Ma tant’è. La prospettiva di diventare qualcuno che “contava”
dove ero stato un semplice studentello, mi aveva ormai soggiogato. E poi c’erano le ragazze...
Come dicevo, la felice parentesi di lavoro all’Istituto tecnico
commerciale stava per concludersi. Il vile denaro – e la razionalità di Angela – mi avevano persuaso a lasciare la scuola.
Scrissi un paio di domande ed ancora una volta mi andò bene.
Una delle più importanti banche della città mi invitò per un
colloquio. Feci una buona impressione, le referenze erano positive, il curriculum scolastico pure e così fui assunto come
impiegato di II categoria - Applicato.
Fino a quel momento la mia vita era stata abbastanza spensierata, ma ci avrebbe pensato la Grande Banca a farmi cambiare!
Il primo giorno di lavoro
Il primo giorno mi presentai in sede centrale con una buona
mezz’ora d’anticipo (altro che il ritardo di tre anni prima!).
Venni introdotto nella stanza del Capo Ufficio Personale (incomincio ad abbondare nelle maiuscole per adeguarmi allo
spirito e al1’etica dell’Istituzione che mi avrebbe garantito per
tanti anni la pagnotta ed anche un sostanzioso companatico).
C’ero già stato in quell’ufficio per il colloquio, un mese prima. Adesso però tutto sembrava diverso.
Il locale mi appariva più tetro – nonostante il maggio sfavillante di sole – con quelle pareti annerite dal tempo, quei mobili antichi e ricoperti da una patina scura. Lui, il Capo Ufficio,
troneggiava dietro una scrivania ingombra di scartoffie. Sulla
sessantina, capelli candidi e folti, fisico opulento da buongustaio che disdegnava il moto, doppiopetto gessato grigio, il
Dottor Testa non era più la persona gentile ed affabile di qualche settimana prima. Adesso era un mio Superiore ed intendeva farmelo capire bene.
Mi mise perciò subito a mio agio. “Lei è stato destinato
all’Ufficio Stipendi. Guai a lei se si lascia scappare qualche
informazione all’esterno. Si comporti secondo il regolamento
interno. Si ricordi che...” e via di questo passo.
Mi sentivo sempre più piccolo di fronte a quell’uomo che stava officiando la sacra funzione del neo-assunto.
“Adesso la accompagno dal Capo Divisione Personale, il
Dottor Cicala. Mi raccomando, cerchi di fargli una buona impressione perché, dopo il suo Capo Ufficio, sarà Lui il suo
Superiore diretto!”.
Dentro di me incominciavo a rimpiangere ciò che avevo appena lasciato: la mia scuola, l’orario che mi consentiva tanto
tempo libero, i professori, le ragazze, le birbonate in quell’aula vuota dell’ultimo piano o nel laboratorio di fisica... Entrammo nell’ufficio del Capo Divisione, grande quanto un appartamento per giovani sposi. Anche lì, pareti con la tappezzeria
scolorita dagli anni, vetri “cattedrale” alle finestre che conferivano un’atmosfera religiosa all’ovattato silenzio del locale. Dietro una grande scrivania, sedeva un ometto anziano,
magro, segaligno, pelato, con gli occhialini e dallo sguardo
indecifrabile da gufo. Proprio pelato non lo era, perché qualche decina di capelli, sapientemente riportati sulla sommità
del cranio, creavano false illusioni di copertura del medesimo.
Alle spalle del Capo Divisione, sulla parete, era appeso un
enorme quadro dalle tinte fosche, che rappresentava San Giovanni Decollato, con la testa del martire in primo piano su un
piattone d’argento dal quale pendevano macabri sfilacci del
collo e colature sanguinolente. Una visione davvero rasserenante!
Presentazioni. “Si segga, ragioniere”, disse con vocetta stridula il Dottor Cicala. E giù un altro sermone ancora più severo
e solenne del precedente, ma con il medesimo leit-motiv. Doveri, divieti, ammonimenti, esortazioni, minacce di provvedimenti disciplinari in caso di mancanze...
E quella testa del Battista che sembrava ammiccare e confermare quelle parole e quelle ventilate sanzioni! Mi sentivo
uno strano senso di colpa, come se avessi già violato tutti i
regolamenti della Grande Banca o fossi addirittura scappato
con il malloppo.
“Bene, adesso andiamo a presentarla al Signor Condirettore
Generale!” gracchiò il Dottor Cicala. Si alzò e quello che mi
era apparso come un omarino, si rivelò una persona normale,
grazie a due gambe da trampoliere che compensavano un torace a “petto di gallina”, pochissimo sviluppato sia in circonferenza sia in altezza. Al punto che la cintura dei pantaloni
faceva capolino appena sotto il primo bottone del gilet (quello
più vicino al collo, per intenderci!).
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Mesto come dietro un corteo funebre, seguii per corridoi silenziosi i due importanti personaggi. Essi camminavano con
passo felpato. I trampoli del Dottor Cicala sembravano addirittura sfiorare i pavimenti. Mi dissi che probabilmente le loro
calzature avevano le suole di para. Mentre io, con le inevitabili scarpe nuove in vero cuoio, facevo un rumore del diavolo.
Tanto che, per non turbare quell’atmosfera mistica, mi misi
a camminare in punta di piedi, con un curioso e ridicolo stile
pinguino.
Imboccammo quindi una scala laterale che conduceva alla
balconata marmorea al cui interno si trovavano gli uffici del
Top Management (allora si diceva, autarchicamente ed italianamente, Alta Dirigenza) della Grande Banca.
La severa modestia e sobrietà, per non dire squallore come
avrei appurato in seguito, dei restanti locali dell’enorme edificio della Sede Centrale, trovava qui il più vistoso contrasto.
La sontuosa opulenza di facciata della Banca, l’immagine sacrale di tempio del denaro, erano lì, in quella specie di chiostro regale.
Colonne di marmo, pavimenti di marmo, pareti di marmo;
dorature, stucchi, fregi; copertura piana formata da una grandiosa vetrata “cattedrale”; scalone“d’onore” di marmo con le
altissime pareti arricchite da grandi quadri con soggetti classici; .saloni con i soffitti affrescati, altri quadri, arazzi, parquet
lucidissimi, mobili in stile, veri pezzi d’antiquariato...
Tutto per abbagliare i clienti più prestigiosi ed i visitatori di
riguardo, in una ridondante architettura d’interni neo-classico-plutocratica; per ostentare ricchezza, solidità, sicurezza, in
una scenografia teatrale di grande effetto.
Ci avvicinammo ad uno dei grandi portali di legno nero lustrato che si affacciavano (e, salvo crolli dell’ultima ora, si affacciano tuttora...) alla balaustra. Il Capo Divisione bussò con
discrezione all’antiporta e quindi alla porta. Qualcuno disse
“avanti” perché il Dottor Cicala entrò furtivamente, lasciando
me ed il cautissimo Dottor Testa fuori della sacra stanza.
Dopo una breve attesa, il Dottor Cicala sporse la testolina da
condor delle Ande e con un sussurro rugginoso disse: “Avanti,
avanti... entrate...”. Entrai con circospezione e – non lo nego
– con un po’ di timore reverenziale nel vasto locale semibuio,
illuminato da una splendida lampada da tavolo.
Mobili barocchi, pesanti, neri; ampio tappeto persiano autentico (non feci la perizia, ma lo immaginai...), immancabili
quadri alle pareti con soggetti semireligiosi, ma senza teste
spiccate dal busto o martiri agonizzanti, per fortuna.
Dietro ad un tavolo di legno massiccio – non una semplice
scrivania – dalle gambe leonine, dove potevano pasteggiare
comodamente alcune famiglie, sperso in una poltrona dallo
schienale altissimo, sedeva un signore dall’aria assai distinta.
Naturalmente anziano e con il capo circondato da un’aureola
di capelli bianchi.
Il Dottor Zuccotti, numero due della Grande Banca, era intento a leggere un foglio con aria concentratissima. Il piano
del tavolo, tirato a cera e sul quale ci si poteva specchiare,
era praticamente sgombro, salvo la sontuosa lampada di ferro
battuto ed alcuni sceltissimi “pezzi” da scrittoio. La sola cosa
moderna di quell’ufficio era la luce elettrica. Di pratiche, cartelline, dossier, insomma di tutte quelle cose che normalmente
ci si aspetta di trovare in un ufficio ancorché dell’alta direzione, neanche l’ombra. Degli altri mobili del locale ricordo solo
una barocca biblioteca a vetri, ma non giurerei che lo stile
fosse proprio quello.
Il Signor Condirettore Generale, sempre intento a studiare
quel foglio, non ci degnò di uno sguardo per alcuni secondi
che mi parvero eterni. Finalmente posò la carta, lisciandola
con le mani curatissime. Sbirciando, notai che sul foglio era
dattiloscritto il mio nome, la data di nascita, titolo di studio
con votazione media e indirizzo. Nient’altro. Sicuramente
aveva imparato a memoria quei dati, pensai lusingato.
Il Dottor Zuccotti alzò la testa e mi guardò, lungamente e con
apparente interesse. L’aureola di capelli bianchi, illuminati
dalla lampada, conferivano a quel volto un alone surreale,
quasi mistico e ieratico. Poi parlò. Mi disse che ero fortunato
ad entrare nella Grande Famiglia della Grande Banca. Che
si aspettava da me il massimo della fedeltà e dell’impegno.
Quindi accennò alle vaghe possibilità di carriera, beninteso
dopo un congruo anno di duro tirocinio, “anche se ai miei
tempi, tutto era molto più difficile e le promozioni dovevi
guadagnartele con il sudore...” concluse amaramente.
Dopo un momento di riflessione, in cui forse ripercorreva la
sua lunga e faticosa carriera ed i meritati successi, riprese:
“Sono lieto di aver potuto accontentare il Senatore Rossetti;
che mi ha caldeggiato la Sua assunzione. Sono certo che Lei
non vorrà disattendere le lusinghiere referenze che il Senatore
si è degnato di esprimere nei suoi confronti, caro ragioniere”.
Si accorse che lo guardavo stupito. Io non conoscevo alcun
senatore. Il Dottor Cicala parlò brevemente all’orecchio di
Zuccotti e questi, visibilmente imbarazzato o contrariato - tossicchiò nervosamente. “Allora Lei conosce o no il Senatore
Rossetti?” mi chiese.
Risposi di no ed esclusi qualsiasi intervento di raccomandazione a mio favore.
Per un attimo credetti che la mia assunzione andasse a farsi
benedire.
“Eppure, sono sicuro... Mi sembra proprio...” insistette cocciutamente il Signor Condirettore Generale. Apri un cassetto
del grande tavolo dalle zampe leonine, vi rovistò e trovò quello che cercava. “Ne ero certo!” affermò con voce trionfante.
“Un cognome come il suo è ben raro e non c’era proprio da
pensare ad un caso di omonimia. La lettera del Senatore Rossetti che La raccomanda c’è davvero. Si ricordi comunque,
ragioniere, che QUI LE RACCOMANDAZIONI NON CONTANO! Badiamo a ben altre cose, usiamo ben altri criteri di
valutazione, noi!”, tuonò il Dottor Zuccotti, sparando la più
clamorosa e vergognosa delle menzogne.
Il mio personale barometro precipitò immediatamente e il cuore mi martellava in petto per la rabbia. Con assoluta mancanza
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di buon gusto e per sottolineare la sua autorità e la sua autorevolezza (mah?) esplose la botta finale: “Si ricordi bene ragioniere che il suo periodo di prova dura tre mesi più altri nove
mesi di esperimento. Alla prima mancanza la caccio via!”.
Ha parlato il capitan Cocoricò, pensai tra me: alla prima che mi
fai ti licenzio e te ne vai! Comunque, l’assunzione era salva.
Con quelle parole minacciose il Numero Due della Grande
Banca mi congedò, aggiungendo un “Prego” glaciale ed indicandomi la porta. E pensare che mi ero perfino asciugato il
sudore della mano sui pantaloni del vestito nuovo che indossavo, credendo che me la volesse stringere o che mi porgesse
la sua da stringere...
Come saluto di benvenuto non era niente male! Nessuno dei
tre Dignitari che mi avevano accolto aveva pronunciato una
frase di circostanza, una parola gentile, un incoraggiamento.
Pazienza, mi sarei abituato a quell’ambiente un po’ militaresco e ministerial-burocratico. Certo che la faccenda del Senatore mi scocciava parecchio. Chi tra i miei familiari aveva
preso l’iniziativa di interessarlo al mio caso? Perché non ne
ero stato informato, facendomi fare una figura grottesca con
gli Alti Papaveri della Banca?
Il mio maledetto orgoglio - che avrebbe così negativamente
inciso in certi momenti della mia futura carriera - ne soffriva
tremendamente. Non bastavano i miei risultati scolastici, le
referenze del mio Preside e del Capo Servizio Personale della Provincia? Evidentemente qualcuno, molto vicino a me e
molto più “previdente” di me, riteneva che non lo fossero ed
aveva preso – bontà sua – l’iniziativa di spianarmi la strada
per l’assunzione. Mettendomi così addosso una etichetta più
difficile da cancellare di un marchio bovino texano.
Seppi il giorno stesso il nome del o della “colpevole”, ma non
ebbi il coraggio di redarguirlo/a, perché la buona fede era di
tutta evidenza.
Rientrando nelle zone “plebee” dell’edificio, i Dottori Cicala
e Testa parlottavano tra loro e ridacchiavano, commentando
evidentemente la mia reazione alla notizia di essere un “raccomandato politico”. Mi permisi allora di esternare le mie
preoccupazioni sull’episodio ai due illustri personaggi.
“Ma no, ma no, non si preoccupi” mi rassicurò il Dottor Cicala. “In fondo noi l’abbiamo assunta per i suoi - ehm - meriti
scolastici e per le positive referenze che abbiamo raccolto su
di lei. Come ha giustamente detto il Signor Condirettore Generale, in questa Banca badiamo alla qualità delle persone,
alla loro professionalità ed al rendimento sul lavoro e non,
ehm, alle eventuali raccomandazioni, che, ehm, non ci interessano affatto”.
Così mi rasserenò l’animo Pinocchio-Cicala, senza dimostrare il minimo imbarazzo per aver reiterato la colossale panzana. Tanto il naso non gli si sarebbe allungato di certo!
Concluso il rituale dell’iniziazione con gli Alti Dirigenti della
Banca, fui accompagnato finalmente nel mio nuovo ufficio.
(continua)
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Piero Burdese, a nome anche dei Consiglieri, dei Sindaci, dei Probiviri e delle strutture operative
dell’Associazione, augura a tutti gli associati e ai loro familiari un Buon Natale e un Felice Anno
Nuovo di salute, serenità e pace.
ACCORDI ASSICURATIVI E SOLUZIONI MUTUALISTICHE
RESPONSABILITÀ CIVILE “CAPO FAMIGLIA”
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In esclusiva gratuita per i soli soci
Tiene indenne l’Assicurato ed i componenti del suo nucleo familiare di quanto sia tenuto a pagare, quale civilmente responsabile, a titolo di risarcimento
di danni involontariamente cagionati a terzi in conseguenza di un fatto accidentalmente verificatosi nell’ambito della vita privata comprendendo anche
le responsabilità su di loro gravanti per i fatti illeciti commessi dai collaboratori domestici.
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Per quanto riguarda: AUTO, MOTOCICLI, INFORTUNI ed EMVAP SANITARIA
i nostri associati che desiderassero ricevere maggiori informazioni potranno rivolgersi al Signor:
Giovanni POLLINO - tel. 011.19887737 - centralino 011.19885007 - fax 011.19887442
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RCAuto: sconti significativi applicati sulle vigenti tariffe
ALTRE GARANZIE OPZIONALI: a condizioni di favore.
Tutte le agevolazioni di cui sopra sono estensibili anche a: coniuge o familiari conviventi.
POLIZZE “MOTOCICLI”
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INCENDIO E FURTO: prezzi scontati.
Anche queste agevolazioni sono estendibili ai parenti, intendendosi per tali quelli sopra richiamati.
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Sono
state ancora migliorate le polizze convenzionate “Infortuni”. La durata dei nuovi contratti diventa ANNUALEtramite
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EMVAP, sotto forma di Sussidi Mutualistici, offre una interessante soluzione “Sanitaria”. Questa impostazione permette anche di migliorare il servizio (ad
esempio evitare irreparabili disdette inoltrate al singolo da parte di una Compagnia assicuratrice). I sottoscrittori potranno inoltre usufruire delle
detrazioni previste dalla vigente normativa fiscale nel caso di versamenti di “contributi associativi”.
Principali caratteristiche dei Sussidi E.M.V.A.P.
L’età massima in ingresso corrisponde ad anni 71 non ancora compiuti; è necessario compilare preventivamente un Modulo sanitario riguardante la
situazione fisica dell’Aderente (indicando le precedenti cure, gli interventi chirurgici e gli eventuali infortuni subiti).
All’atto della prima adesione potrebbe essere richiesta l’esclusione di alcune patologie pregresse e pre-conosciute. In tal caso si avrà la facoltà di
recedere, annullando il modulo già presentato.
Il “Sussidio per Ricoveri” è denominato GOLD.
Per maggiori informazioni interpellare la nostra Sede associativa; un estratto delle condizioni è pubblicato sul nostro Sito.
Ad esso vengono abbinati automaticamente i seguenti Servizi:
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VISITE SPECIALISTICHE private e su appuntamento, utilizzando il Circuito dei medici convenzionati, a tariffe “agevolate” e con servizio
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POLIZZA “RIMBORSO SPESE MEDICHE” F.A.P. Credito
Prodotto proposto dalla Federazione Nazionale FAP Credito. Si accede tramite adesione all’Associazione Pensionati del Banco di Napoli. Al momento non
è dato sapere se verrà rinnovata. Si consiglia pertanto di consultare il sito della Federazione.
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