dicemBre 2014 - Associazione Pensionati e Dipendenti della ex
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dicemBre 2014 - Associazione Pensionati e Dipendenti della ex
informazione - attualità - servizi - cultura - svago ed altro 53 Navigare sul nuovo sito del Fondo Pensioni Chiarimenti sulle pensioni di reversibilità Iniziative avvenute e... a venire DICEMBRE 2014 50 Associazione Pensionati e Dipendenti della ex Cassa di Risparmio di Torino e di altre Banche ExCRT&Co. via Nizza, 150 - 10126 Torino Tel. 011.194.11.072/011.194.11.073 Fax. 011.663.1394 E-mail: [email protected] Aderente a: FA P C R E D I TO - FED ERAZ I ONE NAZ I ONALE SIN DACA LE delle ASSOCIAZIONI dei PENSIONATI del CREDITO ORGANI SOCIALI (triennio 2014-2016) Sito: www.aspenscrt.it GROUPEMENT DES RETRAITES ET DES PENSIONNES D E S C A I S S E S D ’ E PA R G N E E U R O P E E N N E S , BANQUES ET INSTITUTIONS SIMILAIRES Consiglio Direttivo Piero Burdese (Presidente) - Giacomo Soleri (V. Pres.Vicario) - Giulio Rosso (V. Pres.) - Guglielmo Balda (Segretario) - Giuseppe Dovolich (Tesoriere) - Mario Alessandria - Domenico Arborio - Alfonso Bruno - Vincenzo Cane - Rosanna Della Chiesa - Rodolfo Delponte - Sonia Mocellin - Maria Matilde Pransani ved. Re (in rappresentanza dei pensionati indiretti e di reversibilità) - Giusto Seminara - Giorgio Viotto - Per i soci in servizio e gli esodati: Loredana Daffara - Giordana Sasso. Presidente onorario: Franco Salza. Comitato Esecutivo Piero Burdese - Giacomo Soleri - Giulio Rosso - Guglielmo Balda - Giuseppe Dovolich - Giusto Seminara - Giorgio Viotto. Revisori dei Conti Cesare Rocco Viscontini (Presidente) - Virgilio Bringhen - Osvaldo Poli. Supplenti: Carlo Boffa Tarlatta - Paolo Chiarenza. Ennio Dogliani (Presidente) - Giovanna Clara - Adelia Roccati. Probiviri ************************************************************************************************************** Gli Uffici dell’Associazione sono aperti (escluso il mese di agosto): DA LUNEDÌ A VENERDÌ - DALLE 9,30 ALLE 11,30 Per chiamate urgenti possono essere usati i seguenti recapiti telefonici: Presidente - Piero Burdese V. Presidente Vicario - Giacomo Soleri V. Presidente - Giulio Rosso Consigl. Fondo Pens. CRT - Giorgio Viotto Consigl. Fondo Pens. CRT - Giordana Sasso Segretario - Guglielmo Balda Tesoriere - Giuseppe Dovolich Presidente Onorario - Franco Salza 338.68.47.072 340.87.45.588 335.83.52.324 335.73.17.578 348.58.65.635 349.83.97.083 335.23.11.58 335.58.95.829 e-mail: [email protected] e-mail: [email protected] e-mail: [email protected] e-mail: [email protected] e-mail: [email protected] e-mail: [email protected] e-mail: [email protected] e-mail: [email protected] Recapiti dei Responsabili dei vari Gruppi operativi nell’ambito dell’Associazione: PREVIDENZA Coordinatore: Giacomo Soleri 011.81.11.304 - 340.87.45.588 - e-mail: [email protected] RIVISTA NUOVI INCONTRI Direttore responsabile: Piergiorgio Zorzin Coordinatore: Claudio Racca 333.61.68.510 e-mail: [email protected] 011.661.07.57 - 347.221.22.37 e-mail: [email protected] oppure: [email protected] PROSELITISMO - PROBLEMATICHE BANCARIE Coordinatore: Loredana Daffara Coordinatore: Vincenzo Cane Coordinatore: Mario Alessandria Coordinatore: Ennio Dogliani 011.32.71.450 - 349.12.48.542 e-mail: [email protected] INIZIATIVE 349.080.53.33 e-mail: [email protected] CONSULENZA FISCALE 389.075.35.50 e-mail: [email protected] CONSULENZA LEGALE 339.273.53.53 e-mail: [email protected] 1 Editoriale Non vi nascondiamo di essere in grande difficoltà. Da un lato, affermare che questo numero è persino meglio dei precedenti sarebbe immodesto e un po’ pretenzioso; dall’altra, perché mai non dovremmo riconoscere i giusti meriti e non rendere omaggio alla fatica e all’impegno dei collaboratori della Rivista, alcuni dei quali sono new entry che si sono spontaneamente presentati con lavori eccellenti? Non se ne abbiano a male i “soliti”, bravissimi Bonino, Uberti, Tamarin, Di Giannantonio, Tassone, Rosso: stanno arrivando concorrenti temibilissimi, nuovi, come Luigi Verretto Perussono, Francesco Viola, Franco Marchisio: i primi due cultori della storia locale (attenta, Daniela!), il terzo un vero apostolo del volontariato, che meriterebbe di essere seguito come se fosse il Messia degli ammalati e degli ospedali. In questo numero, poi, vengono trattati argomenti di grandissimo rilievo ed interesse per molti. Giorgio Viotto vi conduce per mano a navigare nel (nuovissimo) sito del Fondo Pensioni. Giacomo Soleri fa chiarezza su un argomento che è importantissimo ma poco conosciuto nei particolari: la pensione di reversibilità. Mario Alessandria, usando la tecnica del mordi e fuggi, presenta le novità in materia fiscale che ci toccano da vicino e lo stesso vale per le notizie del commercialista; a fine rivista inizia (vi saranno molte puntate) uno scritto postumo del bravissimo Aldo Zoppolat, che purtroppo ci ha lasciati molto prematuramente nel 2008. Nei ricordi di Aldo emergono, molto vividi, personaggi di molti anni fa che quasi tutti i pensionati della CRT hanno conosciuto direttamente o indirettamente, descritti con grande introspezione psicologica e presentati nei lati più curiosi e divertenti, sia pure (come ammette lo stesso Autore) con qualche forzatura ironica. Giusto Seminara, infine, vi esorta a curarvi dei vostri nipotini, nei confronti dei quali avete più doveri che diritti, e Giulio Rosso dedica ai nipotini favolette meno conosciute, giusto per sottolineare che, alla fin fine, la nostra Associazione è una grande famiglia. Buona lettura e tanti, affettuosi auguri di Buon Natale e felice Anno Nuovo da tutta la Redazione di Nuovi Incontri. Sommario La parola al Presidente Piero Burdese........................................................................................ 2 Notizie dal Fondo Navigare sul sito del Fondo Pensioni ex Banca CRT................................................................ 4 Informazioni e chiarimenti importanti sulla pensione di reversibilità...................................... 7 Nuova collocazione Ufficio Pension Funds Torino..................................................................... 8 La parola al Commercialista Gli F24 sopra i mille euro solo online per tutti......................................................................... 9 F24 a zero solo con Fisconline o Entratel................................................................................. 9 Varie fiscali, previdenziali e finanziarie Mod. 730.................................................................................................................................... 10 PIN Fiscale - Persone Fisiche................................................................................................... 10 CUD ora CU.............................................................................................................................. 10 Tassazione locale e catasto........................................................................................................ 11 Auto in comodato....................................................................................................................... 11 Nonni e nipoti, diritti e doveri...................................................................................................... 12 Pensa alla salute! Contro l’ipertensione arteriosa un nuovo tipo di trattamento................................................... 13 Le iniziative …avvenute (Campania).......................................................................................... 14 Le nostre iniziative …a venire (Iniziative 2015)........................................................................ 17 Informatica per gli anziani … giovani: Attenti al malware........................................................ 18 Il Sestriere e il ciclismo - (3ª e ultima parte)................................................................................ 20 Le donne di Palazzo Barolo.......................................................................................................... 23 Breve storia di un castellamontese.............................................................................................. 25 Cronache dell’anno Mille: Guglielmo da Volpiano...................................................................... 27 La riforma della giustizia (per la serie “la montagna racconta”).............................................. 31 Il verde in casa Le aglaoneme............................................................................................................................. 32 Dal baule delle vecchie cose… La Campagna dell’Africa Orientale (2ª e ultima puntata)........................................................ 33 Una leggenda tira l’altra.............................................................................................................. 36 Che cos’è l’A.V.O.?....................................................................................................................... 38 Volontari per sempre.................................................................................................................... 39 Prendiamoli per la gola Spaghetti al pesto di pistacchi e pepe affumicato di Penja....................................................... 41 Mangiando e bevendo che male ti fo’ Agriturismo S. Felice - Pino T.se............................................................................................... 42 Agritur Ruatti - Rabbi (TN)....................................................................................................... 42 AMARCORD Ricordi semiseri del primo anno di lavoro di un bancario (1ª Puntata)................................... 43 AUGURI DI BUONE FESTE........................................................................................................ 48 NUOVI INCONTRI Trimestrale - Riservato agli associati Periodico dell’Associazione Pensionati e Dipendenti della ex Cassa di Risparmio di Torino e di altre banche ExCRT&Co. Via Nizza, 150 - Torino e-mail: [email protected] DIRETTORE RESPONSABILE Piergiorgio Zorzin COMITATO DI REDAZIONE Coordinatore: Claudio Racca Piero Burdese - Giulio Rosso Giusto Seminara - Giorgio Viotto Illustrazioni: Sergio Simeoni AUTORIZZAZIONE DEL TRIBUNALE DI TORINO N. 5949 del 3 Marzo 2006 STAMPA Nuova Grafica 5 s.n.c. Corso Canonico Tancredi, 19 - 10156 Torino Tiratura 2.400 copie Articoli, lettere, pubblicazioni e varie impegnano tutta e solo la responsabilità degli Autori Questa pubblicazione non è a scopo di lucro. Alcune immagini e testi sono stati attinti dalla rete. Se inavvertitamente avessimo violato quache Copyright segnalatecelo e provvederemo quanto prima a rimediare l’errore involontario. Copertina: Fotografia di Alberto Costa 2 La parola al Presidente Piero Burdese Siamo ormai giunti al termine dell’anno, tempo nel quale avevamo sperato di assistere a segnali di ripresa dell’economia e del lavoro, indicazioni che ci avrebbero trasmesso elementi di maggiore serenità e sicurezza. Speranza basata sulla convinzione, dimostratasi poi errata, di aver toccato il fondo e sulla aspettativa che il cambio della guida politica, con nuovi giovani, avrebbe fatto svoltare favorevolmente il nostro Paese. Purtroppo queste attese sono andate deluse; anzi dopo l’estate sono ulteriormente giunti segnali allarmanti di un peggioramento nel campo del lavoro con nuovi licenziamenti, aziende in crisi o in fuga dall’Italia con incrementi percentuali inverosimili della disoccupazione giovanile. Ma appare sempre più marcato un fenomeno che maggiormente ci inquieta, quello dello scontro generazionale che da tempo cresce nel nostro Paese e che sta ingigantendosi sensibilmente anche per effetto di un certo giornalismo che volge favorevolmente verso un nuovo filone politico. Infatti con l’obiettivo di razziare più agevolmente un po’ di denaro dalla categoria meno rischiosa e dalle scarse reazioni, viene coinvolta l’opinione pubblica enfatizzando elementi economici che fanno apparire i pensionati, e particolarmente quelli della classe sociale media, percepire mensilità maggiori di quelle ricevute dai giovani al lavoro. L’asserzione che gli attuali pensionati percepiscano somme proporzionalmente maggiori rispetto ai loro padri in pensione, oltre ad analizzare valori difficilmente relazionabili, appare una mistificazione in grado di produrre solo alimen- to allo scontro generazionale. La strategia parrebbe solo quella di condizionare l’opinione pubblica affinché giudichi equi e con minore condanna eventuali prelievi fiscali o ulteriori blocchi perequativi. Non di rado scorrendo certa stampa inquieta il riferimento ai commenti del Presidente della Commissione di controllo sugli Enti di previdenza che, seminando zizzania, asserisce che le pensioni erogate con il sistema retributivo vengono pagate da coloro che avranno la pensione calcolata con il contributivo. E cosa dire della proposta suggerita dal Responsabile della “spending review” al Governo, ora licenziato, di reperire fondi attingendo da ulteriori contributi di solidarietà sulle pensioni anche di minore entità? I giovani devono sapere che la questione pensionistica è parte di un vasto scenario caratterizzato dall’attuale precarietà, dai bassi salari nonché dall’insicurezza del futuro. Considerino attentamente che se il mercato del lavoro sarà sempre più selvaggio le loro pensioni non potranno che riflettere questa condizione. É vero che la nostra generazione ha trovato un mercato del lavoro più favorevole ma non pensino di risolvere la grave situazione economica e del lavoro taglieggiando le rendite di coloro che oggi sono in quiescenza. Respingano le abiette affermazioni di coloro che descrivono i pensionati componenti di una categoria che affama i giovani ma ragionino sull’operato di uno Stato che a suo tempo ha imposto metodologie di previdenza, che ha gestito l’intero processo e che oggi a “gioco concluso” vorrebbe cambiarne le regole. Prestino maggiore rispetto verso coloro che da sempre, ma particolarmente da alcuni anni, destinano parte dei risparmi ai loro figli e nipoti, consapevoli di quanto sia peggiorata la situazione e le prospettive di queste generazioni. Non felicitiamoci troppo per lo scampato pericolo vissuto nei giorni scorsi durante la preparazione della legge di Stabilità che ci ha esclusi provvisoriamente da nuovi salassi. Nel momento in cui scriviamo si evidenzia lo scontro tra la Commissione europea ed il Governo italiano con attacchi alla difficile situazione economica che porteranno l’esecutivo a rimettere tutto in discussione soprattutto dopo le richieste da parte della stessa U.E. di cambiare le pensioni per quanto riguarda tagli e spese. Troppo alta è stata infatti giudicata la spesa pensionistica italiana che dovrà necessariamente essere ridotta! La nostra Associazione, pur nella consapevolezza della limitata potenzialità politica, continuerà con la sua modesta operatività a rappresentare ovunque, in qualsiasi consesso, le ragioni ed i diritti della categoria utilizzando anche il 3 canale federativo nazionale forte di una rappresentanza di circa 50 mila pensionati bancari. Da molti anni si avverte la necessità di una forte rappresentanza del mondo dei pensionati: mai come ora sarebbe utilissimo disporre di un’unica Confederazione che, forte di una grande rappresentanza e potenzialità di voto, potrebbe incidere sulle decisioni del Governo condizionandone ogni provvedimento riguardante il mondo previdenziale. Noi siamo consapevoli che la Confederazione è e sarà un obiettivo da perseguire, ragione per cui continueremo a lavorare per questo progetto, consci delle difficoltà di una categoria così diversificata, non trascurando i nostri scopi associativi, studiando e fornendo ai Soci servizi che possano facilitare la vita quotidiana. A tal fine non perdiamo l’occasione per rispondere a molti Soci che di recente si sono rivolti all’Associazione, sia pure prematuramente, per conoscere cosa cambierà relativamente alla prossima presentazione dei modelli fiscali ed in particolar modo al mod. 730 precompilato, preannunciato quale novità fiscale del 2015. Questo apprezzato ed utile servizio a favore dei pensionati è stato da sempre realizzato interamente dalla Banca, prima come sostituto d’imposta e poi dal 2013 tramite il CAF Nazionale del Lavoro, unitamente alla disponibilità di alcuni colleghi che, grazie all’intervento economico dell’UniCredit e la disponibilità di adeguati locali ed attrezzature, hanno potuto offrire il servizio in modo gratuito. Un servizio molto apprezzato e qualificato per le personali caratteristiche di consulenza e di aiuto prestate dai colleghi che ben conosciamo, impegnati per una corretta esposizione dei redditi, delle detrazioni e deduzioni permesse dalla legge. Ora, pur in assenza di modalità certe, con l’intento di rassicurare i pensionati interessati, intendiamo comunicarVi che provvederemo a richiedere all’UniCredit il prosieguo dell’intervento economico con la fornitura dell’usuale strumentazione che negli anni trascorsi ha permesso la realizzazione del servizio così utilizzato ed apprezzato. Non Vi nascondiamo di avere dubbi sulla possibilità di riottenere da parte dell’UniCredit la copertura finanziaria del servizio e sulla volontà di concedere temporaneamente un locale per lo svolgimento del servizio. Dubbi che nascono dal risultato di un colloquio con il Responsabile della struttura immobiliare torinese, funzione denominata “Organization Territory Nord Ovest” che, pure nella sommaria illustrazione del programma di ricollocamento degli uffici in postazioni “open space”, ha escluso la possibilità di concedere un luogo destinato ad ospitare, sia pur limitatamente al periodo fiscale, il Responsabile del CAF con i colleghi Alessandria ed Agnelli. Intendiamo tralasciare ulteriori commenti non volendo ali- mentare polemiche ma desideriamo che i pensionati conoscano l’evento e ne traggano debite considerazioni. Vogliamo rassicurare tutti i pensionati della Banca che in ogni modo organizzeremo, per tutti coloro che lo vorranno, il prosieguo del servizio prevedendo, in assenza di ulteriori novità, l’ospitalità del CAF e dei colleghi citati nel locale adibito a sede della nostra Associazione: gestiremo al meglio il poco spazio di cui disponiamo. Attraverso il prossimo numero di Nuovi Incontri Vi proporremo i termini della convenzione con il CAF Nazionale del Lavoro, anche in base alle novità fiscali preannunciate dall’Agenzia delle Entrate per il prossimo 2015 ed in base alle specifiche responsabilità che verranno demandate ai CAF stessi. Il CAF Nazionale del Lavoro, in assenza dell’intervento economico dell’UniCredit, potrà reclamare una minima contribuzione dai pensionati che richiederanno la compilazione o il controllo specifico delle dichiarazioni presentate: in questo caso, per i nostri Soci, verrà previsto un intervento economico dell’Associazione a loro favore. Prima di concludere questa rubrica intendiamo ancora segnalare all’attenzione dei Soci un argomento che ci sta particolarmente a cuore. Nel mese di marzo c.a. l’Associazione, su delibera del Consiglio direttivo, ha ritenuto di trasmettere all’UniCredit Spa ed alle Delegazioni Sindacali del Gruppo UniCredit, quali Fonti istitutive, nonché al Fondo pensioni CRT e ad altre Strutture aziendali una lettera nella quale si ricordava alle Parti citate di prevedere la partecipazione di nostri rappresentanti al tavolo di lavoro previsto per le variazioni dello Statuto del Fondo pensioni CRT. Con la comunicazione si intendeva ricordare che l’Associazione, con l’intento di fornire utili suggerimenti, aveva a suo tempo redatto alcune note a margine dell’articolato dello Statuto e fra queste anche la quantità dei Consiglieri rappresentanti gli Iscritti pensionati. Si citava ancora la quantità della nostra rappresentanza ammontante ad oltre 2.000 pensionati e circa 300 iscritti al Fondo ancora in servizio ad ampia giustificazione della richiesta, rammentando ancora che l’esclusione dal tavolo di lavoro o la presentazione del lavoro concluso in nostra assenza avrebbe instaurato contrasti che avrebbero condizionato l’esito del referendum necessario all’approvazione delle modifiche. Pur non disponendo di notizie aggiornate sullo stato dei lavori ma lamentando il mancato riscontro scritto della nostra comunicazione, desideriamo allertare i nostri Soci affinché seguano con particolare attenzione l’argomento e le notizie che provvederemo a fornire loro con puntualità, contando sulla loro massiccia partecipazione all’eventuale consultazione referendaria. 4 Notizie dal in Fondo Prova titolo zaph Navigare sul sito del Fondo Pensioni ex Banca CRT Giorgio Viotto Da inizio settembre il Fondo Pensioni ex Banca CRT ha istituito e reso disponibile a chiunque un proprio sito istituzionale che consente di conoscere molte informazioni sulle peculiarità del Fondo stesso e per gli iscritti la possibilità di accedere ad una area riservata contenente informazioni sulla posizione individuale e scaricare documenti di carattere personale. Con questo articolo provo a guidare il lettore, che normalmente non va molto in internet a cercare informazioni, ad accedere e muoversi all’interno del sito al fine di consentirgli una facile navigazione ed il miglior utilizzo dello stesso o, per chi di solito non naviga proprio, a fargli venire la curiosità di visitare il sito. Per accedere al sito è necessario inserire nella “barra degli indirizzi” (la prima riga in alto digitabile del computer che inizia con http://......) il seguente indirizzo: www.fondopensionicrtorino.it (privo del suffisso http//) Si apre il sito e si è subito accolti da belle immagini scorrevoli di scorci di Torino che ci rimandano inequivocabilmente alle origini della nostra ex Cassa di Risparmio e del nostro Fondo Pensioni. Da questa prima videata è possibile accedere, scorrendo sui titoli evidenziati sulla barra orizzontale, ad una serie di dati ed informazioni utili, che qui sotto richiamo: • Home • Modulistica • Contatti • Glossario • FAQ • Link utili • Mappa del sito che consentono all’iscritto di poter, ad esempio: - scaricare la modulistica a lui necessaria, quali possono essere il modulo per la segnalazione agli organi del Fondo di avvenute variazioni anagrafiche, oppure la dichiarazione ai fini delle detrazioni fiscali, anziché la domanda di prestazioni – cioè la liquidazione delle pensione o della reversibilità -, come anche il contributo per figli studenti o per familiari disabili; - rilevare con facilità i riferimenti per contattare gli uffici del Fondo, del call-center di Parametrica per informazioni relative alla liquidazione della pensione, ed altri indirizzi. Vi è poi un glossario dei termini di uso frequente in ambito previdenziale, così come un elenco di domande frequenti e relative risposte, le cosiddette FAQ, che possono in diversi casi consentire di trovare una risposta a quesiti che si intenderebbe porre ai colleghi operativi del Fondo o che semplicemente si ha la curiosità di conoscere. Molto utile poi l’accesso diretto ad altri link, quali il sito dell’INPS, quello di UniCredit o quello del CRAL. Sulla sinistra della prima videata del sito, ma ripreso in ogni successiva pagina, vi sono 6 altri titoli che consentono ognuno l’accesso ad una ampia rassegna di documenti ed informazioni, che i soli titoli già evocano; essi sono: 5 • Il Fondo • Statuto e Normative • Bilanci • Iscritti e Prestazioni • Patrimonio • News Esaminiamo ogni titolo per capire cosa contiene e quindi quale può essere la sua utilità per l’iscritto. Il Fondo: questo “cassetto” del sito contiene notizie relative alla storia del Fondo, dettaglia i componenti degli organi sociali e delle commissioni tecniche. Statuto e normative: qui sono contenuti i documenti normativi che regolano la vita e le prestazioni del Fondo stesso, ma anche il rimando, con possibilità di scaricarle, a tutta una serie di normative di ordine generale in tema di pensioni, cioè leggi e decreti che regolano la così vasta e complicata materia previdenziale. Bilanci: sono qui scaricabili nella loro interezza gli ultimi 4 bilanci approvati del Fondo. Iscritti e prestazioni: dopo una breve descrizione di chi è iscritto al Fondo e quale è la contribuzione percentuale degli iscritti in servizio e la corrispondente quota di competenza delle aziende, si accede alla descrizione delle prestazioni e delle possibilità di trasferimento ad altro fondo o riscatto dei contributi versati per chi, iscritto al Fondo, cessa il lavoro nel gruppo Unicredit, ed anche la tabella relativa alla capitalizzazione. Patrimonio: questo “cassetto” contiene informazioni sull’ammontare del patrimonio del Fondo, sull’andamento dello stesso negli anni e la possibilità di accedere al “Documento sulla politica di investimento” del Fondo che viene rielaborato quando necessario ed obbligatoriamente inviato all’organismo di vigilanza Covip. Questo documento, piuttosto consistente, contiene oltre ad una descrizione della tipicità del nostro Fondo, informazioni circa la “popolazione” degli iscritti, visti anche dal lato anagrafico e divisi tra gli iscritti in servizio e quelli fruitori della prestazione pensionistica. Il documento illustra quali sono le politiche di investimento che il Fondo persegue ed i suoi obiettivi strategici, indicando anche quali sono i soggetti coinvolti e quali siano i compiti e le responsabilità degli stessi. Di seguito un esempio dei dati presenti cliccando su “patrimonio” e quindi su “gli investimenti”: News: è questo uno spazio a disposizione del Fondo per comunicazioni agli iscritti e potrà risultare quindi un più veloce veicolo di invio di informazioni rispetto alla spedizione cartacea sino ad ora utilizzata, anche se non potrà sostituirla completamente. AREA ISCRITTI Un’area importante e sicuramente utile agli iscritti, particolarmente per i già pensionati, è l’area riservata ad ogni iscritto denominata “Area Iscritti”, accessibile sia dalla scritta posta in alto con il simbolo del “lucchetto” che digitando sulla foto della facciata della sede di Via XX Settembre. 6 Al primo accesso è necessario seguire le istruzioni, differenti a seconda che l’interessato sia un dipendente in servizio od un pensionato, inserire i dati richiesti e quindi procedere alla modifica della “password” per gli accessi successivi, mentre la “username” resta immutata e corrisponde al proprio codice fiscale; da questa finestra è anche possibile esercitare l’opzione per ricevere solo telematicamente il cedolino di pensione ed il CUD, evitando di farselo spedire a casa dal Fondo. Dal “Menù principale” cliccando su “accedere alla rendita diretta” viene consentita una navigazione differente tra iscritti in servizio e pensionati: - per i primi infatti la navigazione si ferma alla presentazione dei propri dati anagrafici, numeri telefonici personali e casella mail; - per gli iscritti beneficiari delle prestazioni invece si apre, oltre alla parte anagrafica, una sezione in cui è indicata la data di decorrenza della pensione ed il numero della propria posizione presso l’INPS. Ad esempio: 2471072014 - (C.F. pensionato) - Fondo Ex Cassa Risp. Torino Diretta Dipendente • Menu • Scheda Pensionato • - Dati Anagrafici • - Dati relativi al Fondo • Documenti on-line • Cedolini • - 2014 • - Cud • - Documenti generici • Richiesta di informazioni • Cambia Password • Menu Principale Molto utile risulta, come già anticipato, la finestra per visionare e scaricare stampandoli i cedolini di pensione ed il modello CUD, costruito sulla falsariga di quanto presente sul sito INPS. Consente di rilevare la documentazione (per ora) del 2014 come cedolini, e il CUD del 2013, ma andrà a immagazzinare dati per più anni; le finestre che appaiono sono qui sotto esemplificate: CUD Nome File SCARICA DOC. 9200_PEN........_CUD2013_1.pdf Cedolini 2014 Nome File SCARICA DOC.CEDPEN9300_PEN........_2014-01-27.pdf SCARICA DOC.CEDPEN9300_PEN........_2014-02-27.pdf SCARICA DOC.CEDPEN9300_PEN........_2014.......27.pdf SCARICA DOC.CEDPEN9300_PEN........_2014-12-27.pdf Può risultare utile la casella “Richiesta di informazioni” indirizzata a Parametrica Fondi Srl, la società che elabora le nostre pensioni, e che già oggi può fornire informazioni sul listino della propria pensione ed il cui numero telefonico è presente in calce agli attuali listini pensione. L’ultima finestra attivabile è “Cambia password”: quella necessaria per la modifica della “password” che può essere sostituita quando ed ogni volta che lo si desideri. Cliccando su “Log Out” si ritorna alla finestra di inserimento della propria username e password e da qui cliccando sul logo “Fondo Pensioni Banca CRT” si ritorna alla home del sito. Credo di poter affermare che con questo sito il Fondo Pensioni abbia fatto una grande salto di qualità in termini di trasparenza e di servizio nei confronti degli iscritti, e che il lavoro svolto dagli addetti dell’Ufficio Pension Funds di Torino e della Commissione Comunicazione sia certamente apprezzabile. L’Associazione resta come sempre a disposizione degli iscritti per ogni esigenza o chiarimento. Informazioni e chiarimenti importanti sulla pensione di reversibilità 7 Dedicato ai Pensionati Superstiti Giacomo Soleri le specifiche situazioni). In casi particolari, se mancano il coniuge, i figli o i nipoti la pensione può essere assegnata anche ai genitori o ai fratelli (non sposati) inabili che non siano a loro volta titolari di una pensione, sempre che alla data della morte del parente risultino a carico di quest’ultimo. Entità della pensione La somma di denaro che viene erogata ai superstiti non corrisponde per intero all’importo della pensione di cui era titolare il defunto. In linea di massima la pensione ai superstiti si determina secondo questi parametri: 60% della pensione spettante al defunto se viene erogata in favore del solo coniuge superstite; (N.B. Le pensioni ai coniugi superstiti aventi decorrenza dal 1° gennaio 2012 sono soggette ad una riduzione dell’aliquota percentuale, nei casi in cui il deceduto abbia contratto matrimonio ad un’età superiore a 70 anni, la differenza di età tra i coniugi sia superiore a 20 anni o il matrimonio sia stato contratto per un periodo di tempo inferiore ai dieci anni. La decurtazione della pensione ai superstiti non opera qualora vi siano figli minori, studenti o inabili) Cari Amiche ed Amici, il caso di una nostra collega pensionata, felicemente risolto in collaborazione con il Fondo Pensioni, offre l’occasione di intervenire con alcuni chiarimenti sulla pensione di reversibilità (Legge 8 agosto 1995, n. 335). La pensione di reversibilità (detta anche comunemente “reversibilità”) è una prestazione economica che viene erogata in favore dei familiari superstiti di un pensionato al momento della morte di quest’ultimo. La pensione spetta a partire dal primo giorno del mese successivo a quello in cui è avvenuto il decesso, a prescindere dal momento in cui viene presentata la domanda. La pensione di reversibilità può essere erogata in favore: del coniuge (marito o moglie) superstite anche se al momento della morte è separato; dei figli che al momento della morte del genitore sono minorenni, inabili, studenti universitari e a carico dei genitori; dei nipoti che alla morte del nonno o della nonna erano a loro totale carico. In caso di coniuge superstite separato o divorziato, la reversibilità dipende dalla sentenza del Giudice riguardo all’assegno di mantenimento o divorzile (non mi addentro in questo campo, ma un buon avvocato può sicuramente chiarire 70%, con un solo figlio che alla data della morte del genitore sia minorenne, inabile, studente a carico alla data di morte del medesimo; 80%, se concorrono coniuge e un figlio ovvero se concorrono due figli senza coniuge; 100% per coniuge e due o più figli, ovvero tre o più figli senza coniuge; 15% per ogni altro familiare, avente diritto, diverso dal coniuge, figli e nipoti. La somma di denaro erogata ai superstiti viene ridotta se il titolare possiede altri redditi. Con la già citata legge 8 Agosto 1995 n.355 vengono stabilite riduzioni alla erogazione della pensione di reversibilità nel caso in cui il superstite abbia altri redditi. In particolare: · riduzione del 25% se il reddito proprio del beneficiario è superiore a 3 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti; · riduzione del 40% se il reddito del beneficiario è superiore a 4 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti; · riduzione del 50% se il reddito del beneficiario è superiore a 5 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti. 8 Il limite di reddito oltre il quale la pensione viene decurtata varia ogni anno in base alla variazione del trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti. Vediamo la situazione attuale (anno 2014), ipotizzando una pensione del coniuge defunto di € 1000 : Reddito Coniuge Superstite Sino a € 19.553,82 Da € 19.553,82 a € 26.071,86 Da € 26.071,86 a € 32.589,70 Oltre € 32.589,70 Riduzione Pensione Reversibilità nessuna riduzione € 600 riduzione del 25% € 450 riduzione del 40% riduzione del 50% € 360 € 300 Queste le disposizioni della legge generale. Attenzione però alle integrazioni previste nello statuto del Fondo Pensioni CRT 1) Limiti di reddito coniuge superstite Per le pensioni degli iscritti al Fondo Pensioni per il Personale della Ex Banca CRT, lo Statuto prevede una condizione di favore per il coniuge/beneficiario superstite. Infatti all’art. 37, secondo capoverso, lo Statuto recita testualmente: “I limiti di reddito del beneficiario di cui alla tabella F allegata alla Legge 8 Agosto 1995 n. 335 e successive modificazioni ed integrazioni sono aumentati in misura pari al 50%”. In conseguenza di questo articolo, il Fondo Pensione interviene, nel caso di una riduzione della reversibilità, con una integrazione se il reddito del beneficiario non supera del 50% i limiti stabiliti dall’INPS. Ritornando al caso precedente (pensione di reversibilità di € 1000) i limiti di reddito diventano i seguenti: Reddito Coniuge Superstite Sino a € 29.330,73 Da € 29.330,73 a € 39.107,79 Da € 39.107,79 a € 48.884,55 Oltre € 48.884,55 Riduzione Pensione nessuna riduzione Reversibilità € 600 riduzione del 25% € 450 riduzione del 40% riduzione del 50% € 360 € 300 Ad esempio, nel caso il coniuge superstite abbia un reddito annuo di € 22.000, l’INPS effettua una riduzione del 25% sulla pensione di reversibilità. Il Fondo Pensione, a seguito domanda del beneficiario, provvede al reintegro della pensione di reversibilità. 2) Capitalizzazione Lo stesso articolo 37 dello Statuto infine stabilisce che: “.. in caso di liquidazione in capitale di parte del trattamento complessivo diretto, le percentuali previste tempo per tempo dall’a.g.o. sono applicate: 1) sulla pensione originaria spettante all’iscritto prima della conversione in capitale 2) sui successivi aumenti effettivamente intervenuti sulla pensione in pagamento all’iscritto in quiescenza. Detto in parole semplici, se la pensione originaria calcolata in € 1000, a seguito di una liquidazione in capitale del trattamento integrativo della pensione (la c.d.capitalizzazione) del 20% si era ridotta a € 800, la reversibilità viene calcolata sugli iniziali € 1000, oltre ovviamente alle rivalutazioni successivamente intervenute. Spero di essere stato abbastanza chiaro nell’esposizione. Sono comunque a disposizione unitamente al mio staff, all’indirizzo e-mail e ai recapiti telefonici riportati nella Rivista, per fornire chiarimenti ed esaminare casi particolari. MESSAGGIO PER GLI ISCRITTI Giorgio Viotto NUOVA COLLOCAZIONE UFFICIO PENSION FUNDS TORINO SI AVVISANO TUTTI GLI ISCRITTI AL FONDO PENSIONI EX BANCA CRT CHE L’UFFICIO DEL FONDO PENSIONI, DA SEMPRE COLLOCATO AL TERZO PIANO DEL SECONDO LOTTO DEL PALAZZO DI VIA NIZZA 150, É STATO SPOSTATO AL PRIMO PIANO LATO VIA NIZZA CON POSTAZIONE DI TIPO “OPEN SPACE”. L’ACCESSO DEVE QUINDI AVVENIRE ESCLUSIVAMENTE TRAMITE L’INGRESSO POSTO A DESTRA DEL PORTONE PRINCIPALE DI VIA NIZZA 150, PASSANDO DALLA CORRISPONDENTE RECEPTION. A QUESTO PUNTO É NECESSARIO FARSI ANNUNCIARE AI COLLEGHI DELL’UFFICIO DALLA RECEPTIONIST CHE INDICHERÁ LA MODALITÁ DI EVENTUALE ACCESSO AL PIANO O IL SALOTTO OVE ATTENDERE UN COLLEGA DELL’UFFICIO. QUALORA AUTORIZZATI A SALIRE AL PRIMO PIANO, USCENDO DAGLI ASCENSORI SI DEVE SVOLTARE A SINISTRA E ATTENDERE IL COLLEGA CONTATTATO NEL LOCALE ANTISTANTE. 9 La parola al commercialista In collaborazione con lo Studio Commercialistico Dal Zotto ([email protected]) L’F24 sopra i mille euro solo online per tutti Dal 1° ottobre il Mod. F24 telematico diventa obbligatorio per tutti se il saldo è superiore a 1000 Euro o se vengono effettuate compensazioni. Gli F24 a zero non potranno più essere presentati tramite i servizi telematici delle banche, ma solo con quelli delle Entrate. Il pagamento con F24 cartaceo è destinato a diventare sempre più sporadico. Dal 1° ottobre anche i soggetti privati sono tenuti al pagamento telematico per i modelli F24 con saldo superiore a 1.000 € o con compensazioni. La norma, contenuta nel decreto Renzi, impone così anche ai privati di munirsi di un servizio di home banking o di richiedere le credenziali Fisconline all’Agenzia delle Entrate per spedire autonomamente le deleghe di pagamento. In alternativa resta la possibilità di appoggiarsi agli intermediari abilitati, pagando il servizio. L’obbligo di pagamento telematico Il decreto Renzi (d.l. 66/2014 convertito in Legge 89/2014) ha introdotto l’obbligo, a partire dal 1° ottobre 2014, di utilizzare esclusivamente i servizi telematici messi a disposizione: - dall’Agenzia delle Entrate (Entratel o Fisconline); - dagli intermediari della riscossione convenzionati con la stessa (home banking delle banche e di Poste italiane) per versare i modelli di pagamento con saldo superiore a 1.000 Euro, o per presentare quelli che evidenziano un credito d’imposta in compensazione (anche parziale). L’obbligo interessa tutti, titolari e non di partita Iva. Il modello F24 cartaceo potrà essere utilizzato presso le banche, le poste o gli sportelli di Equitalia solo da chi non è titolare di partita Iva e solo se dovrà pagare, senza compensazione, un modello con saldo pari o inferiore a 1.000 Euro. In vista dei prossimi pagamenti, quindi, si consiglia i contribuenti di verificare gli importi da versare, per potersi munire di home banking o di codice identificativo Fisconline. Altrimenti, in alternativa, ci si dovrà rivolgere ad un intermediario abilitato ad Entratel. Secondo la stampa specializzata nulla vieta, in ogni caso, di dividere il mod. F24 previsto per la stessa scadenza in più modelli, con saldo finale pari o inferiore a 1.000 Euro. F24 a zero solo con Fisconline o Entratel Si ricorda, inoltre, che sempre dal 1° ottobre, non si potrà più pagare tramite i servizi internet delle banche o delle poste i modelli F24 che, per effetto delle compensazioni, presentano un saldo pari a zero. In questi casi si potranno presentare i modelli solo attraverso i servizi telematici delle Entrate. L’eccessivo “ingabbiamento” delle regole per l’obbligo di trasmissione telematica delle deleghe di pagamento F24, in vigore dal 1° ottobre scorso, dovrebbe essere rivisto, perché non in linea con con le esigenze di semplificazione del sistema fiscale e in contrasto con la finalità di tax compliance che lo Stato deve comunque perseguire. In particolare, l’obbligo nelle ipotesi di F24 con saldo finale di importo superiore a 1.000 euro, con saldo finale positivo se sono effettuate compensazioni e con saldo zero per effetto delle compensazioni effettuate (in quest’ultimo caso obbligando, poi, all’uso dei soli servizi telematici, attraverso i canali Fisconline o Entratel), comportano una rigidità eccessiva, senza contare che, in relazione ai modelli a saldo zero, il vincolo all’utilizzo dei canali telematici dell’Agenzia risulta facilmente e legittimamente aggirabile, limitandosi a compensare il credito d’imposta a disposizione per un importo inferiore di un euro rispetto a quello dei debiti da pagare, in modo da evidenziare un saldo positivo che consente di usare anche l’internet banking messo a disposizione dalla banca sul quale il contribuente detiene il conto corrente. Quindi, per non rendere troppo gravoso e oneroso il pagamento spontaneo delle imposte da parte dei contribuenti è auspicabile ripristinare, per i soggetti non titolari di partita IVA, la possibilità di presentare in banca o agli uffici postali le deleghe di versamento F24 in formato cartaceo. Inoltre, si potrebbe valutare di limitare l’obbligo della trasmissione telematica per i soli modelli F24 che evidenzino crediti in compensazione d’importo rilevante, superiori a predeterminate soglie, lasciando invece libero da vincoli il pagamento di tutti gli altri modelli F24. 10 Varie fiscali, previdenziali e finanziarie Mario Alessandria Come ogni anno, in particolare nel mese di Ottobre, la materia fiscale è in ebollizione, in attesa del vino. Proprio per questo, nonostante i numerosi argomenti di interesse generale, risulta difficile anticipare le deliberazioni romane e pertanto mi limito a riferimenti già definitivi. MODELLO 730 É stabilito: dal 15 Aprile al 7 Luglio 2015 inoltreremo la prossima dichiarazione dei redditi; sarà il modello 730 ufficiale precompilato (da Renzi, intendendo in senso bonario quello inoltrato dall’Agenzia delle Entrate), o quello completato direttamente dai dichiaranti persone fisiche o fatto compilare da esperti. Sicuramente, visto i tempi suindicati, dettaglieremo le modalità operative nel prossimo numero della nostra rivista. Possiamo però già confermare che sarà disponibile il servizio d’inoltro, come negli ultimi anni. Il Consiglio della nostra Associazione ha già deliberato in merito; ormai si tratta solo di attendere la conferma o meno del contributo di UniCredit, sempre erogato nei passati esercizi, al fine di valutare la gratuità o meno del servizio. PIN FISCALE - Persone Fisiche L’inoltro da parte dell’Agenzia delle Entrate del modello 730 precompilato, dal prossimo anno, come ormai noto a tutti, in realtà consiste nel mettere a disposizione on line la dichiarazione dei redditi con i dati da confermare od integrare e confermare. Oltre agli intermediari abilitati (professionisti, CAF, datori di lavoro) potranno accedere al modello precompilato i singoli dichiaranti, persone fisiche, con accesso al sito dell’Agenzia delle Entrate: http:/telematici.agenziaentrate.gov.it. A tal fine occorre disporre dell’abilitazione a Fisconline ri- chiedendo preventivamente il codice Pin (identificazione strettamente personale). La domanda può alternativamente essere inoltrata: a) Recandosi presso un qualsiasi ufficio Territoriale delle Entrate. É sufficiente essere muniti di un documento di riconoscimento e compilare l’apposito modulo che viene consegnato al momento. Il Funzionario dell’ufficio fornirà le prime 4 cifre del Pin necessario per accedere ai servizi di Fisconline. Nei successivi 15 giorni verrà inviata al domicilio del richiedente una lettera contenente le ultime 6 cifre utili per completare detto codice insieme ad una password per il primo accesso. b) Richiedere il Pin on line direttamente dal sito dell’Agenzia sopra indicato. Verrà richiesto il codice fiscale, il tipo di dichiarazione presentata precedentemente (730, Unico o nessuna), la modalità di presentazione adottata ed il reddito complessivo dichiarato nell’anno precedente (ad esempio, chi intende abilitarsi entro la fine del corrente anno deve fare riferimento alla dichiarazione dei redditi dell’anno 2013 relativa ai redditi dell’anno 2012). Coloro invece che si attiveranno in prossimità od in concomitanza della prossima dichiarazione, anno 2015, potranno fare riferimento all’ultima denuncia presentata. Nel caso di insuccesso, è possibile ripetere l’operazione e solo dopo tre tentativi infruttuosi occorrerà recarsi presso un Ufficio locale dell’Agenzia delle Entrate. Sempre nell’arco di 15 giorni, il richiedente riceverà a domicilio una lettera con gli elementi necessari per completare il Pin (ultime 6 cifre) e la password di accesso. c) Delegare i nostri consulenti, disponibili non solo per la richiesta del Pin ma anche nella necessaria operatività in modo da essere annualmente affiancati nei rapporti col Fisco che, ormai è irreversibile, saranno sempre più di tipo informatico. CUD ora CU Il modello Cud, che riceveremo il prossimo anno, cambia grafica ed amplia l’ambito dei destinatari in quanto riguarderà anche i lavoratori autonomi: si chiamerà CU: certificazione unica. Il frontespizio si arricchisce di una tabella che include tutti i dati che sono serviti per l’attribuzione delle detrazioni per i familiari a carico oltre alle informazioni che comportano particolari benefici, quali il primo figlio che sostituisce il coniuge mancante, figli minori di tre anni, figli con disabilità,…. . Una sezione è riservata al credito di 80 euro per i dipendenti, il cui reddito non supera i 26 mila euro, ed un’altra per le somme erogate per la produttività del lavoro. In estrema sintesi, verranno riportati tutti i redditi percepiti, compresi quelli che non hanno concorso alla formazione del reddito imponibile ai fini fiscali, e tutti i dati previdenziali ed 11 assistenziali relativi alla contribuzione versata o dovuta all’Inps. Novità importante è che i sostituti d’imposta dovranno anche trasmettere i dati all’Agenzia delle Entrate (per essere inseriti nel modello 730 precompilato) entro il 9 marzo 2015, salvo pesanti sanzioni, e questo ci dovrebbe garantire tempi certi per la consegna. TASSAZIONE LOCALE E CATASTO Ci avviciniamo al Natale con la coscienza tranquilla: abbiamo versato Tasi, Imu e Tarsu. Dal prossimo anno potremmo avere un’unica imposta e dal successivo potrebbe anche pervenire a domicilio una bolletta già precompilata. Basterà verificare il primo conteggio o fidarsi, salvo i casi di variazioni relative alle singole unità immobiliari: cessione, acquisto, uso gratuito, locazione, successioni… Intanto, è stato confermato che l’operazione durerà cinque anni, verrà stravolto il “catasto” con nuovi valori più equi, che saranno le fondamenta della nuova base imponibile. In particolare, sarà previsto che il valore patrimoniale medio farà riferimento al valore di mercato e per metro quadrato. La rendita sarà invece determinata con metodologie analoghe a quelle usate per il valore ma basata sul valore locativo. Le categorie catastali verranno riordinate, prevedendone solo tre per il residenziale e precisamente: fabbricati con più unità, unifamiliari e abitazioni tipiche dei luoghi; oltre a numero otto o nove categorie “ordinarie”: cantine, negozi, laboratori, uffici, magazzini …ed alcune categorie residuali (es. gli attuali immobili storici). Il contribuente potrà ricorrere in autotutela agli Uffici delle Entrate sull’attribuzione delle nuove rendite mentre i ricorsi veri e propri andranno rivolti alle Commissioni Tributarie. AUTO IN COMODATO La legge 120/2010 ha regolamentato il caso di concessione della disponibilità di un veicolo a favore di un soggetto diverso dall’in- testatario stesso, per un periodo superiore a 30 giorni, statuendo l’obbligo di comunicare i dati relativi al diverso soggetto. Fra l’altro, la finalità è di individuare più agevolmente il responsabile di incidenti o di infrazioni (anche fiscali). La segnalazione va fatta al Dipartimento per i trasporti, la navigazione ed i sistemi informativi e statistici per l’inserimento dei dati nell’Archivio Nazionale dei Veicoli. Nel caso di comodato l’obbligo di effettuare la comunicazione è posto a carico di colui che utilizza il veicolo e che deve provvedere anche al versamento di € 16,00 per bolli e di € 9,00 per diritti di motorizzazione. L’obbligo non sussiste qualora il veicolo sia utilizzato da un familiare dell’intestatario; pertanto, se il padre concede il veicolo al figlio convivente non rileva, mentre se concede il veicolo in comodato al figlio non convivente sussiste l’obbligo. Deve comunque trattarsi di un uso esclusivo, personale e continuativo; di conseguenza, un eventuale uso promiscuo del veicolo non necessita di alcuna segnalazione. L’obbligo decorre dal 4 dicembre c.a. e da tale data verranno eventualmente redatti i primi verbali di violazione. L’aspetto più delicato è proprio rappresentato dal profilo sanzionatorio: infatti il contratto di comodato può legittimamente rivestire forma orale e in tale caso diventa arduo dimostrare l’uso personale ed esclusivo per oltre 30 giorni. Al massimo potrebbero contestare l’omessa comunicazione agli Uffici della Motorizzazione; nessuna responsabilità solidale dell’intestatario della carta di circolazione invece per violazioni del codice della strada. Direi che la normativa è soprattutto mirata a regolamentare il “comodato d’uso di veicoli aziendali”. Con l’occasione, giova rimarcare la possibilità di stipulare il contratto di comodato in forma orale o scritta. Per altre e più significative finalità (penso, ad esempio, all’uso gratuito di alloggi per figli o parenti: faccio riferimento ai casi di non convivenza) rileva valutare la convenienza a stipulare un contratto di comodato in forma orale o in forma scritta con lo scopo di godere tranquillamente di trattamenti fiscali agevolativi. Utilizza la nostra e-mail: [email protected] Hai qualcosa da comunicarci, una domanda da farci, un consiglio da chiederci o da darci, oppure un articolo, una lettera, una poesia, una fotografia, un disegno o altro che vuoi far pubblicare su NUOVI INCONTRI? Inviaceli e noi saremo ben lieti di accontentarti e di metterci in contatto con te rispondendoti altrettanto rapidamente. Se hai un indirizzo e-mail (e se non ce lo hai ancora comunicato) trasmettilo con un messaggio e noi lo inseriremo in una “mailing list” che useremo per inviarti, praticamente in tempo reale, le nostre comunicazioni. Inoltre, per esaudire il desiderio di alconi iscritti, gli indirizzi e-mail saranno messi, per il nostro tramite, a disposizione di tutti i soci “internauti” che vorranno comunicare tra loro. Si invitano i Soci a inviare fotografie digitali di Torino da scegliere per le copertine di Nuovi Incontri 12 Nonni e nipoti, diritti e doveri Giusto Seminara Il compito dei nonni, spesso chiamati a svolgere il ruolo di supplenti, è molto bello e ricco di soddisfazioni. Da un articolo recentemente apparso sul supplemento di un noto quotidiano, si legge che esistono tanti tipi di nonni: i peluche che coccolano teneramente i nipotini tanto più quanto da ciò si astengono i genitori, i poliziotti che intervengono in caso di manchevolezze dei piccoli mentre i genitori sono permissivi, i marsupio protettivi per eccellenza, i vigili aventi funzione di controllore, gli istruttori che insegnano tutto, i sirena pronti a far scattare l’allarme. Io ritengo che i nonni svolgano tutte le funzioni indicate: al massimo una di esse potrebbe prevalere nei confronti delle altre! Il 99% degli essere umani è felice di poter essere nonno e riversa il proprio affetto in misura maggiore nei confronti dei nipoti rispetto a quello nutrito per i figli: questo tipo di affetto, infatti, è notoriamente discendente. Con questa premessa non è facile riportare aridamente quanto dispone la legislazione vigente che obbliga i nonni (ma non solo loro) ad avere cura dei nipoti, pronipoti legittimi e naturali, nel caso che i figli non possano provvedere o non provvedano. É la nostra Costituzione che sotto il titolo “ rapporti eticosociali” all’art. 30 dispone: “É dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti”. Infatti, la legge provvede e nel Codice Civile all’art.147, con riferimento al vincolo matrimoniale, ripete il principio sancito dalla Costituzione facendo obbligo ai genitori di mantenere, istruire ed educare i figli e di farlo tenendo conto delle loro capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni. Con l’art.148, in ossequio alla disposizione surriportata, il legislatore precisa che l’obbligazione è a carico di entrambi i coniugi in relazione alle proprie disponibilità economiche, alla loro capacità professionale o casalinga. Nello stesso comma si dispone: “Quando i genitori non hanno mezzi sufficienti, gli altri ascendenti legittimi o naturali, in ordine di prossimità, sono tenuti a fornire ai genitori stessi i mezzi necessari affinché possano adempiere i loro doveri nei confronti dei figli”. In altri termini, la impossibilità dei genitori ad adempiere alla obbligazione disposta dall’art.147, determina l’intervento degli ascendenti legittimi o naturali, in ordine di prossimità: essi, nonni o bisnonni, devono fornire ai genitori i mezzi necessari perché adempiano ai loro doveri. É da ritenere che l’intervento resti valido anche se i nonni si sostituiscono ai genitori adempiendo direttamente alle obbli- gazioni dettate dalla legge a favore dei nipoti. Accade poi, in caso di inadempimento, che a richiesta di chiunque vi abbia interesse, il Presidente del Tribunale può intervenire ingiungendo, al genitore inadempiente o per esso agli ascendenti, in ordine di prossimità, di cedere parte del proprio reddito perché si adempia a “quei doveri”. In effetti, da una sommaria indagine risulta che, dopo la modifica del diritto di famiglia e la introduzione dell’ istituto del divorzio, i casi previsti dalla legge si sono moltiplicati ed i nonni, anche loro malgrado, intervengono molto più spesso di quanto accadeva nei tempi passati. Normalmente i nonni vogliono assistere i nipoti, spesso fidando nella propria maggiore esperienza, anche in conflitto con i figli, nutrirli, gestirli imponendo la propria presenza, con dolcezza, desiderosi solo che vivano lontano dai pericoli e godano della loro giovinezza senza patimento alcuno. I nonni si accontentano di veder crescere i propri nipoti, gioendo delle quotidiane loro conquiste, perdendosi nel profondo dei loro innocenti occhi, tollerando spesso i loro capricci, ….i primi dentini, le prime febbriciattole, l’abbandono del pannolino, la scuola materna, il primo giorno di scuola, i quaderni, il primo libro… Insomma i nonni fanno anche ciò che non hanno fatto per i propri figli, un po’ perché i figli sono più occupati di quanto non lo fossero nei tempi andati, ed un po’ perché possono dedicare il loro tempo ad una attività meravigliosa, non ultimo il trasfondere nei piccoli la loro esperienza perché abbiano ad affrontare la vita nel modo migliore, nei limiti del possibile. Dell’importante ruolo dei nonni si è accorto anche il Legislatore quando nel 2005 ha stabilito che il 2 ottobre si celebri la festa di questi bianco-capelluti (quando hanno i capelli!), in tal modo confermando il ruolo fondamentale da essi svolto. Non a caso la ricorrenza coincide con quella in cui la Chiesa celebra gli Angeli: ed i nonni sono gli angeli custodi dell’infanzia! 13 Pensa alla salute! Contro l’ipertensione arteriosa un nuovo tipo di trattamento. Dr. Armando De Berardinis É destinato a pazienti resistenti a ogni terapia. Un intervento non privo di rischi: consiste nella denervazione delle arterie renali mediante l’ablazione con radio frequenze delle terminazioni nervose del sistema simpatico. L’ipertensione arteriosa è un po’ come la nostra crisi finanziaria: la si combatte tutti i giorni, non ha speranza di risolversi senza trattamento, e la sua cura è asfissiante, poco tollerata, e non ha fine. É con questa introduzione venata di ottimismo che introduco l’argomento di cui ci occuperemo in questo articolo. Come ormai tutti sanno, l’ipertensione arteriosa è considerata dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) come la prima causa di morte nel mondo con una stima di circa 7 milioni di vittime/anno nel mondo e 240 mila/anno nella sola Italia. Questi dati in grado di togliere il sonno a chiunque diventano ancora più allarmanti se consideriamo che dagli attuali 9 milioni di ipertesi in Italia arriveremo a circa 18 in soli 20 anni. Se si fosse trattato di debito pubblico avremmo già accettato misure drastiche, ma trattandosi “solo” della nostra salute siamo più indulgenti e confidiamo nella fortuna. E così deve essere se, sulla totalità degli ipertesi, solo il 30% hanno una pressione adeguatamente controllata. Ma la colpa di chi è? Anche in questo caso un po’ dei governi (i medici) e un po’ dei cittadini (gli ipertesi). E non tranquillizza certo le nostre coscienze il sapere che in una percentuale variabile di soggetti (5-15%), nonostante il trattamento sia adeguato e massimo l’impegno delle controparti, non è comunque possibile ridurre i valori al di sotto dei 140/90, mantenendo inalterato, quindi, il rischio cardiovascolare. E allora che fare? Non abbiamo scampo: controllo periodico dei valori, stile di vita “virtuoso” e poi farmaci, farmaci e ancora farmaci. In uno scenario così fosco è del tutto comprensibile che il paziente (e il contribuente, se proseguiamo nell’allegoria) desideri la liberazione da una gabella così onerosa. Ha fatto pertanto scalpore recentemente la notizia apparsa su alcuni quotidiani nordamericani che riportava i risultati di due studi scientifici, denominati SIMPLICITY Hypertension-1 e SIMPLICITY Hypertension-2, portati a termine nel 2011 e nel 2012: un gruppo di pazienti con ipertensione arteriosa resistente a tutte le terapie veniva trattato con la denervazione delle arterie renali mediante l’ablazione con radio-frequenze delle terminazioni nervose del sistema simpatico, isolando di conseguenza le strutture renali dall’anomala stimolazione di tale sistema. Poiché la procedura è invasiva, non è scevra da rischi e, soprattutto, non è reversibile, è ovvio che siano richieste alcune premesse. Primo: si deve trattare di una ipertensione realmente resistente e non di una pseudoresistenza (assenza di uno stile di vita virtuoso, assunzione di farmaci antiipertensivi in modo inadeguato o insufficiente, assunzione di farmaci o alimenti che inducono ipertensione, presenza di cause ormonali). Secondo: possono essere trattati solo quei pazienti che potrebbero realmente trarne un beneficio. Infatti, l’ipertensione arteriosa è una patologia complessa e multifattoriale e spesso non è possibile identificare una causa scatenante: talvolta è dovuta a vasocostrizione arteriosa o accumulo di liquidi, talaltra invece a una anomala attività di quel sistema ormonale (il sistema Renina-Angiotensina) che ha la sua sede principale proprio nel rene e nei suoi vasi limitrofi. É proprio in quest’ultimo caso che la procedura potrebbe essere realmente efficace. Terzo: ovviamente, visti i presupposti, vanno trattati solo i casi ad elevato rischio cardio-vascolare e con valori di pressione arteriosa elevata (media di 177/100 negli studi in questione). Dal punto di vista tecnico la procedura si effettua mediante puntura dell’arteria femorale all’inguine con l’inserimento di un elettrocatetere che viene spinto all’interno delle arterie renali (destra e sinistra). A questo punto si procede con 4-6 trattamenti locali della durata di 2 minuti ciascuno, lungo tutto il diametro delle arterie, con emissione di radiofrequenze che permettono di “bruciare” le terminazioni nervose. In questo modo i reni vengono funzionalmente esclusi dall’innervazione del sistema nervoso simpatico sia in arrivo che in partenza. Il trattamento assomiglia molto a quello che viene fatto all’interno del cuore per il trattamento della Fibrillazione Atriale e di alcune aritmie complesse. Gli studi clinici hanno dimostrato l’efficacia di questa terapia con una riduzione a 24 mesi dei valori di pressione sistolica di 27 mmHg e diastolica di 17 mmHg a fronte di una bassa percentuale di complicanze (3%). In conclusione la denervazione simpatica delle arterie renali mediante ablazione è uno strumento in più nell’armamentario medico, ma non può essere considerato il trattamento principale dell’ipertensione. Proprio per la sua invasività, i rischi connessi e la limitata esperienza, va limitata solo in quei casi in cui non vi siano altre alternative di fronte ad un rischio di eventi cardio-vascolari molto elevato. Fino a quel momento dovremo faticare per normalizzare i valori della pressione arteriosa con gli strumenti che abbiamo da sempre utilizzato (i farmaci) e con quelli che, pur se banali, non lo sono quasi mai: la dieta e l’attività fisica. (da Cardiopiemonte 2/2013 per gentile concessione di “Amici del cuore”) 14 Le nostre iniziative... avvenute La CAMPANIA (tutta o quasi) 27 settembre - 6 ottobre 2014 Testo di Angelo Riposo - Fotografie di Alfonso Bruno Ci ritroviamo a Porta Susa in una radiosa mattina. Ciao agli amici di sempre, ciao ai sei nuovi, ma sopra tutto a Te che non ci sei più, piccola grande donna che negli tuoi ultimi istanti hai detto al marito di non rinunciare a venire con noi. Abbracciandolo, abbiamo abbracciato Te. Ciao Nadia. Italo, il treno scelto per portarci in questa nuova avventura, corre in liscia silenziosità spesso raggiungendo i 300 chilometri orari. Noi rinnoviamo la nostra amicizia, ricordiamo quelli che non sono con noi, riandiamo ai viaggi fatti nei luoghi più disparati del mondo. Poco a poco coinvolgiamo i nuovi compagni nel nostro a volte anche troppo rumoroso bailamme. Milano, Bologna, Firenze, Roma sono presto raggiunte e subito lasciate ed eccoci a Napoli a incontrare Daniela che per i primi sette giorni sarà la nostra preparatissima guida in questa città dai più stridenti contrasti, in questa Regione piena di incanti e suggestioni miste a sconcertanti brutture. Anche al di fuori della sua professionalità conosceremo Daniela come persona gentile, sensibilmente attenta e educata. Non dimenticheremo il delicato, policromo chiostro maiolicato di Santa Chiara o il fiabesco nostro andare nei cunico- li della Napoli sotterranea, ciascuno illuminando il proprio cammino al desueto lume di una candela posta in una bugia di antica ceramica. Formavamo una lunga fila di puntini luminosi che si riflettevano in grandi vasche di terse acque. Pareva di essere nella fatata miniera disneyana dei sette nani. A San Gregorio Armeno abbiamo rivissuto i nostri natali di bambi- ni alla vista di miriadi di ingenue statuette esposte in alternativa ad artistici Presepi di settecentesco fascino. Il romantico e preoccupante episodio descritto in appendice è stato prodromo di una deludente cena. Il Poliedrico, tornato in perfetta forma dopo lo choc subito, ha posto in atto tutte le sue arti di autorevole gelido polemista e, tra la protesta allo chef 15 locale e quelle poi inoltrate ai per noi misteriosi organizzatori dei nostri viaggi, ha ottenuto che nelle sere successive, oltre al miglioramento dei cibi, le cene fossero anticipate da uno sciccoso e imprevisto buffet di antipasti. Di Capri ricorderò solo che siamo stati in barca su un agitato narsi in ogni momento. Rimasti indenni da una secchiellata di acqua e sapone improvvisamente versata in strada da una massaia che pretendeva mare fra i Faraglioni, persi nell’ammirazione dei luoghi e della millimetrica capacità del pilota di entrare in angusti anfratti a farci ammirare celestiali colori. I soffioni nella Solfatara di Pozzuoli; il bradisismo di Baia che ha sommerso le architetture e le statue romane da noi viste attraverso il fondo trasparente di un battello; il falso dormire (a detta degli esperti) del Vesuvio - su cui siamo saliti in non molti-; i resti di Ercolano con i cumuli delle ossa di coloro che sono morti in un diluvio di sabbia e cenere, danno un pessimistico senso di sgomento e inquietudine sulle immani forze della natura che qui potrebbero ancora scate- fossero i passanti a stare attenti al suo inconsulto agire, abbiamo visitato prima le Catacombe di San Gennaro con Basilica e cappelle scavate nel tufo tenute in ordinato nitore da ammirevoli giovani cui preme la rinascita del loro Quartiere Sanità, poi la cava di tufo del Cimitero delle Fontanelle contenente le ossa di almeno ottomila morti che non trovarono posto in altre pubbliche sepolture. A vedere i teschi posati su file di ossa disposte come fossero ordinate cataste di legname, quasi si dimentica che ognuno di essi corrisponde a una persona vissuta, come tutti noi, fra gioie e dolori, speranze e disperazione. Alcuni di quei crani sono bucati o fratturati a testimonianza di chissà quali atrocità abbiano portato a morte 16 la persona cui appartenevano. Le opulente magnificenze della Reggia di Caserta, i suoi stupendi sconfinati giardini non riescono a farci dimenticare le povere angustie di certi “bassi” in quartieri ancora oggi esistenti. Per recarci a Mergellina a gustare un’ottima cena tipica abbiamo attraversato una città divenuta nella notte scrigno di scintillanti gioielli. Inutile parlare della sin troppo decantata Costiera Amalfita- na la cui vista noi abbiamo parzialmente potuta godere dal mare nella traversata che ci ha portati ad Amalfi. Ripreso il pullman, siamo andati a Ravello alla plurisecolare Villa Rufolo, mirabile per la fusione di stili architettonici portati dai dominatori che qui si son succeduti, mirabile per il suo parco a strapiombo su un mare di favola. Giungiamo a Salerno, ove, dopo sette giorni, Daniela si accomiata da noi. La ringraziamo, scusandoci se qualche nostro indelicato commento possa aver ferito la sua sensibilità. Uniremo il suo ricordo a quello di Napoli, la città delle iperboli sia nel bene come nel male, posta in una zona d’incanti e malie, scrigno di tesori artistici, ma affetta da troppa incuria e degrado. Sotto la guida del “palestrato” Emilio, uno che ha il torace con la tartaruga, trascorreremo gli ultimi tre giorni in modo piacevole e distensivo in quest’ariosa città e nei suoi dintorni. Eccoci alle Sorgenti del Sele le cui acque, convogliate nell’imponente Acquedotto Pugliese, danno da bere ad un’intera regione. Eccoci al vicino Santuario di San Gerardo Maiella, sorprendentemente vasto e luminoso, e molto fre- quentato da fedeli alcuni dei quali, ingenuamente fanatici, circolano con un cerchio di candele accese in testa. C’è un detto che il Santo, in estasi, avrebbe reso incandescente un’intera grata di un parlatorio i cui spuntoni sono esibiti tutti distorti. Nel pomeriggio siamo a Paestum, alla maestosità unica al mondo dei suoi templi greci, alla poeticità dei suoi affreschi su cui spicca quello del Tuffatore, sorprendentemente plastico nella sua essenzialità. Il giorno successivo comporta scarpinate per andare e tornare alla Grotta di San Michele Arcangelo (quante ne abbiamo viste nei nostri viaggi!) e, soprattutto, per salire fra ben tenuti erti sentieri sino all’enigmatica Antece, scultura su roccia di un antico guerriero. Emilio, uomo di mare e la sua tartaruga vi giungono tardivamente ansimanti a differenza di alcuni nostri vecchietti, montagnini, e con il doppio dei suoi anni che benevolmente lo prendono in giro. Poi abbiamo la sorpresa della grandiosità delle Grotte di Pertosa e del percorso in barca fatto in un tratto di esse. Una “pizza verace” salernitana chiude il nostro ultimo giorno campano. Saliamo sull’Italico che in prefetto orario giunge a Torino e ai no- 17 stri arrivederci ad amici che abbiamo il dispiacere di dover lasciare. Appendice. Adoni, sirene, crolli psicofisici La prima sera a Napoli, tre adoni del gruppo, nell’entrare nell’ascensore per andare a cena, vi trovano, provenienti dal piano superiore, tre eleganti e belle fanciulle cui, subito, il Vegliardo, dopo aver fatta rilevare loro l’incredibile fortuna di incontrare tre esemplari maschili di tale avvenenza, chiede per piacere di sfilare insieme nell’attraversare la hall in cui si stanno riunendo gli altri membri della comitiva. Il Poliedrico, che sta conversando tranquillamente con altri amici, vedendo giungere l’Adone Ciglianese al braccio di una sirena, si alza di scatto in preda a sbalordito stupore. Poi, quando appare l’Adone Tarantino al braccio di un’altra, comincia a manifestare i primi segni di squilibrio che l’arrivo del Vegliardo con la terza trasforma in totale perdita del senso della realtà. Un attimo prima di piombare in una balbettante catatonia riesce ancora a chiedere al Vegliardo: “Ma quanto ti è costato?”. Le fanciulle si allontanano per andare al pullman che le attende. Certamente fra anni e anni, divenute ormai rugose vecchiette, ancora narreranno ai nipotini la fiaba dell’incredibile apparizione partenopea dei tre adoni. Questi, invece, accorrono dal Poliedrico nel timore possa cronicizzarsi irrimediabilmente lo stato semivegetativo di farfugliante fissità in cui è caduto. Il poveretto, fortunatamente, piano piano si riprende, ma ancor oggi in tali ricordi ha brevi mancamenti di coscienza. Il Vegliardo, pur profondamente offeso che il Poliedrico pensi che lui debba pagare per avere favori femminili, ha magnanimamente deciso di perdonarlo. Quando però ne ricorda l’espressione in quei momenti, sbotta in irrefrenabili risatine che inconsapevoli astanti reputano essere i segni di incipiente follia senile. Le nostre iniziative... a venire COMMISSIONE INIZIATIVE Con l’obiettivo di ridurre i costi di imbustamento e di spedizione, a partire da dicembre 2014 l’Inserto Iniziative verrà inserito all’interno della rivista Nuovi Incontri, nello spazio destinato ad illustrare anche i resoconti di quelle avvenute. L’inserto verrà comunque inviato via mail, così come già avvenuto a partire da giugno 2014, a tutti coloro che hanno comunicato l’indirizzo di posta elettronica e sarà inserito nel sito www.aspenscrt.it INIZIATIVE 2015 Con l’intento di consentire ad ognuno di programmare le proprie vacanze indichiamo le iniziative che prevediamo possano avvenire nel prossimo anno. GENNAIO Dal 18 al 30 gennaio è prevista la crociera “Grecia antica e Meteore” (già inviata via mail a tutti quelli che hanno comunicato l’indirizzo di posta elettronica e pubblicata sul sito www.aspenscrt.it) MARZO Dal 20 al 22 marzo effettueremo un’iniziativa cultural-gastronomica ancora da definire nei dettagli ma che dovrebbe prevedere la visita di due località emiliane facenti parte dei “borghi più belli d’Italia”, nonché due pranzi ed una cena in locali tipici. I pernottamenti saranno presumibilmente in hotel a Salsomaggiore. Non appena definito il programma lo invieremo via mail a chi ha fornito l’indirizzo di posta elettronica e verrà pubblicato sul sito. MAGGIO/GIUGNO Sabato 23 maggio avverrà l’assemblea ed il pranzo sociale in località sita nei pressi di Torino da definire in base alla conferma della disponibilità dei locali da parte del ristoratore. Dal 30 maggio al 7 giugno stiamo preparando un programma dettagliato e personalizzato per visitare la Polonia. SETTEMBRE/OTTOBRE Dal 25 settembre al 4 ottobre ipotizziamo di visitare una regione italiana (Lazio) o nel caso in cui non venisse effettuata la crociera di gennaio potremmo prevedere una crociera nell’ambito delle diverse opportunità offerte nel periodo. La Commissione Iniziative invierà di volta in volta via mail eventuali iniziative che dovessero presentarsi pubblicandone il testo anche sul sito; é comunque possibile in alternativa ottenere lo stampato facendone richiesta in associazione. 18 Informatica per gli anziani... giovani (4ª puntata) Attenti al malware Leonardo Del Latte Bene, ricollegandomi all’articolo precedente, dovremmo avere un PC abbastanza protetto da quelle che sono le minacce presenti in rete. Come accennavamo, purtroppo non esiste un sistema a prova di intrusione: l’unico metodo per essere sicuri di non aver preso Virus è quello di prestare particolare attenzione a tutto ciò che si fa con il Personal Computer. Comunque, se si commette un errore l’antivirus è un valido alleato, ma quando anche l’antivirus non riesce a impedire le minacce, possiamo ricorrere all’aiuto di prodotti che non cercano solo i classici Virus, ma che estendono la ricerca a più categorie di minacce. I termini sono molti, oltre al “classico” Virus, abbiamo minacce di tipo Worm, Trojan Horse, Backdoor, Dialer, e la lista potrebbe continuare: comunque tutte le tipologie di minacce ricadono nel termine MALWARE che, semplificando il concetto, identifica tutti i software o programmi che hanno lo scopo di danneggiare il personal computer. Oggi vi illustriamo un prodotto, come sempre gratuito, che permette l’identificazione e la rimozione di questi Malware e che nella sua versione a pagamento fornisce anche un sistema di protezione in tempo reale. A differenza degli antivirus, però, questa tipologia di programmi è da usare con particolare attenzione in quanto non tiene conto se quello che trova è una reale minaccia oppure un “falso positivo”. Quindi il rischio di cancellare qualcosa che in realtà serve è molto alto e la conseguenza è che il computer al successivo riavvio smetta di funzionare! La procedura che vi illustreremo permette la sua installazione, la configurazione completa per effettuare una scansione approfondita e la gestione del report con le eventuali segnalazioni. Diciamo che se la videata finale riporta la voce “NON SONO STATI RIVELATI ELEMENTI NOCIVI” il vostro computer è esente da Malware. Qualora fossero presenti segnalazioni diverse, vi consigliamo di NON ESEGUIRE LA PULIZIA da soli ma di chiedere consiglio ad un esperto per evitare conseguenze spiacevoli. Apriamo come sempre Internet Explorer e digitiamo il link che ci porta al programma, in questo caso http://it.malwarebytes.org/ (Fig. 01) Successivamente, apparirà la solita finestra di conferma di download a cui si dovrà rispondere ESEGUI. (Fig. 02) Al momento in cui si confermerà l’installazione, il sistema chiederà la lingua (Fig. 03), dopodiché procederemo con l’installazione vera e propria. I passaggi successivi sono praticamente obbligati, scegliamo Avanti (Fig. 04) per più volte fino a quando il pulsante non diventa INSTALLA (Fig. 05). Finita l’installazione, prima di premere il pulsante FINE, togliere la spunta dalla voce ATTIVA LA PROVA GRATUITA DI MALWAREBYTES Anit-Malware PRO, dopodiché confermare la fine installazione. La prima cosa che verrà eseguita è l’aggiornamento del database dei Malware (Fig. 06): lasciate finire l’attività e poi se, come in questo caso, la videata è in lingua inglese, andate nel menu setting (Fig. 07) e scegliete la lingua corretta. Nella tendina sulla destra, potrete cambiare la lingua. Ora siamo quasi pronti a fare la nostra scansione. Per completare la configurazione è necessario ancora andare sul menu OPZIONI (in alto), RILEVAMENTO E PROTEZIONE (sulla sinistra) (Fig. 08) e abilitare la voce RICERCA ROOTKIT che normalmente è disabili- tata (ma è fondamentale che sia ricercata). Fatto questo passiamo alla voce SCANSIONE (Fig. 09), e premiamo il pulsante verde in fondo a destra SCANSIONE. Questa attività sarà abbastanza lunga quindi è necessario effettuarla quando il Personal Computer non sta facendo altre cose (Fig. 10). Come dicevamo precedentemente, la scansione non crea nessun rischio ma poi eseguire la pulizia richiede la visione di una persona che sappia dove intervenire. Quindi se l’esito è uguale a quello di Fig. 11 possiamo dire che il computer è esente da Malware: in tutti gli altri casi, il mio consiglio è di stampare il solito Report visualizzabile alla voce “vedi log dettagliato” (voce sulla destra) e di farsi aiutare da un esperto. Ora che finalmente abbiamo appreso i termini base e sappiamo proteggerci dalle più diffuse minacce, dal prossimo articolo inizieremo a occuparci dell’utilizzo vero e proprio dei software. Al prossimo articolo. ([email protected]) Fig. 01 Fig. 02 Fig. 03 19 Fig. 04 Fig. 08 Fig. 09 Fig. 05 Fig. 10 Fig. 06 Fig. 07 Fig. 11 20 “Il Sestriere e il ciclismo” Un secolo di storia, un secolo di gloria (3ª e ultima parte) Franco Tamarin Dai pionieri intrepidi con i tubolari a tracolla ed il rapporto fisso, agli scalatori dei giorni nostri, passando attraverso le imprese indimenticabili del più grande di tutti: Fausto Coppi. Ma senza tralasciare altri episodi di numerosi Giri d’Italia e Tour de France e tanti altri leggendari protagonisti sulle strade della Valle di Susa. 1991 “Son tutti gialli, verdi, celesti, vermigli i girini della carovana. Facciamone un bel mazzo, come se fossero tutti fiori campestri e appuntiamolo sul petto della primavera” (Alfonso Gatto). Nel 1991, in occasione dell’ottantesimo anno dal primo passaggio del Giro sul colle del Sestriere, gli organizzatori escogitano un finale di tappa inedito, con la doppia ascesa del colle, attraverso la strada meno nota, quella che sale attraverso Bousson e Sauze di Cesana. Quel sabato 8 giugno – tredicesima tappa con partenza da Savigliano – ad imporsi sul colle fu lo spagnolo Eduardo Chosaz che si difese disperatamente dal veemente finale di Claudio Chiappucci. Se ci fossero stati altri cento metri ancora lo spagnolo non avrebbe forse salvato la sua vittoria di tappa. Il francese Fignon e l’americano Lemond giungeranno al traguardo sotto il peso di un distacco umiliante, oltre 23 minuti. Quel Giro se lo aggiudicherà poi Chioccioli, proprio davanti a Chiappucci. Di quella tappa ho un ricordo indimenticabile: l’ho seguita, quasi interamente, sulla macchina del Commissario Tecnico della Nazionale Alfredo Martini, grande uomo di ciclismo, recentemente scomparso. 1992 “La vita è come andare in bicicletta: se vuoi stare in equilibrio devi muoverti” (Albert Einstein) Ma l’appuntamento di Claudio Chiappucci con la gloria era soltanto rimandato di un anno: infatti, nella tredicesima tappa del Tour del 1992 (con partenza il 18 luglio da Saint-Gervais) – ritornato dopo quarant’anni esatti al Sestriere – il “diablo”, in fuga solitaria per sette ore sulle montagne francesi ed italiane, giungerà al colle del Sestriere da solo, vestendo anche virtualmente quella maglia gialla che lo spagnolo Miguel Indurain porterà invece, per la seconda delle sue cinque vittorie consecutive, a Parigi. Davanti proprio a due italiani: Claudio Chiappucci e Gianni Bugno, che si scambieranno le posizioni rispetto all’edizione precedente. Ma l’impresa del corridore italiano, per quella sua fuga solitaria di oltre 200 km. sulle Alpi, resterà come una delle pagine più belle nella carriera di Claudio Chiappucci, piazzato mai vincente nelle grandi corse a tappe. Il Sestriere sarà poi anche sede di partenza della successiva tappa, il 19 luglio, con destinazione L’Alpe d’Huez, mitica salita tanto cara agli italiani; ma la vittoria andrà all’americano Andrew Hampsten. 1993 “Le biciclette abbandonate sopra il prato e poi/noi due distesi all’ombra/un fiore in bocca può servire sai/più allegro tutto sembra” (Lucio Battisti) Nel 1993 il Giro ritornò al Sestriere con una inedita cronometro: 55 chilometri, da Pinerolo al colle, contro il tempo. Ed il tempo da battere è naturalmente quello di Indurain, e tale resterà: 1h36’29”, alla stratosferica media di 34,203 km/h. Ma il grande sconfitto è Claudio Chiappucci, peraltro febbricitante. Sarà comunque una bella giornata da ricordare anche perché, per la prima volta, quel 10 giugno viene teletrasmessa una tappa del Giro (la diciannovesima) dall’inizio alla fine. Quel Giro lo vincerà per la seconda volta consecutiva lo spagnolo Indurain, su Ugrumov e Chiappucci. 1994 “Forzai sui pedali per non perdere terreno, abbassando la testa sul manubrio; poi lo sforzo diminuì, le ruote girarono più facilmente …” (Manlio Cancogni) Sabato 11 giugno 1994 si è replicato ancora una volta. E nella giornata più difficile del Giro, corsa in condizioni proibitive, sarà proprio la tormenta a spegnere sul nascere le velleità di Marco Pantani e di Miguel Indurain, che concluderanno al secondo e terzo posto la corsa rosa, alle spalle del russo Evgenij Berzin. Un tacito patto di non aggressione spinge infatti il gruppo dalla partenza di Les Deux Alpes fino al traguardo del Sestriere: l’obiettivo è solo quello di scampare al congelamento e conservare le posizioni già acquisite. Vincerà questa ventesima tappa l’elvetico Pascal Richard, con un allungo portato a sei chilometri dal traguardo. 1996 “La Strada sale, sale, sale. E intanto piove, piove, piove…” (Emilio Rigatti) Lunedì 8 luglio 1996 il Tour ripropone il traguardo del Sestriere: ma è una tappa dimezzata. La neve, e soprattutto il vento 21 impetuoso in quota, costringono gli organizzatori a tagliare i colli di Iseran e Galibier: ne deriva un trasferimento “cicloturistico” di appena 46 chilometri, da Le Monetier-Les-Bains. Con uno scatto sul Monginevro, rilanciato poi sulla salita del colle, sarà il danese Rijs ad aggiudicarsi la vittoria di questa nona tappa al Sestriere e quel Tour de France, cancellando così il sogno della sesta vittoria consecutiva per lo spagnolo Indurain. 1999 “Solo, bagnato, tremante, le mani avvinghiate sul manubrio e le dita rigide, contratte da non poterle più distendere” (Aldo A. Settia) É ancora Tour nel 1999. Martedì 13 luglio si corre infatti una tappa impegnativa: 213 km. da Le Grand-Bornand al Sestriere. Il brutto tempo ancora una volta si accanisce contro i corridori, ma l’americano Lance Armstrong, che sotto la pioggia (nel 1993) aveva già vinto un mondiale in Norvegia, parte all’attacco in salita, non accusa flessioni ed infligge pesanti distacchi a tutti. Il Sestriere ha dunque trovato un nuovo padrone, dominatore sia nelle cronometro che nelle salite. Lance il texano vincerà poi quel Tour: un altro americano a Parigi, dunque, nove anni dopo Greg Lemond. Ma questa sua vittoria al Tour de France, la prima di una lunga serie di sette consecutive, sarà poi cancellata, insieme a tutte le altre, per una brutta storia di doping. Un brutto colpo anche per me che avevo scritto come “questa vittoria dimostra quali siano le possibilità dell’uomo quando la volontà e la fede nella vita sono immense”. Il giorno successivo il Tour ripartirà proprio dal colle italiano, alla volta dell’Alpe d’Huez: è il 14 luglio, festa nazionale francese, ma sarà un italiano, Giuseppe Guerini, ad aggiudicarsi quella prestigiosa tappa, nonostante sia stato fatto cadere da un tifoso poco prima del traguardo. 2000 “Il piacere della bicicletta è quello stesso della libertà, forse meglio di una liberazione. Andarsene ovunque, ad ogni momento… si torna giovani, si diventa poeti ” (Alfredo Oriani) Sabato 3 giugno si disputa una strana ed inedita ventesima tappa del Giro d’Italia: una bella “crono-discesa” dal colle del Monginevro a Cesana, con partenza da Briancon ed arrivo al colle del Sestriere. La vincerà infatti uno specialista delle cronometro, il ceco Jan Hruska, già vincitore della cronoprologo di Roma e non certo uno scalatore. Ma è soprattutto la giornata di Stefano Garzelli che, con una grande prova già sulle rampe francesi del Montgenevre, strapperà la maglia rosa a Francesco Casagrande e vincerà questo suo primo Giro d’Italia proprio sul toscano e sul trentino Simoni. 2005 “La gola che chiede da bere, c’è un’altra salita da fare/per me, che sono fuggito subito. Rapporti che devo cambiare, lo stomaco dentro al giornale … “(Enrico Ruggeri) Sabato 28 maggio si disputa una tappa (la numero 19, con partenza da Savigliano ed arrivo al Sestriere, dopo 190 km.) con una salita che avevo sempre sognato fosse inserita nel percorso del Giro d’Italia: non si poteva infatti trascurare l’ascesa al Colle delle Finestre (m. 2176). Sarà una bellissima giornata di sport, vissuta sul filo dei secondi. Simoni, Rujano e Di Luca attaccano a ripetizione sugli otto chilometri finali di sterrato della salita (in pendenza costante, senza strappi; piallato e livellato peraltro come il miglior manto d’asfalto), mentre Savoldelli perde subito terreno; Danilo Di Luca transiterà per primo sul colle, tra due ali di una folla incredibile ed entusiasta, come soltanto il ciclismo sa radunare. Ma Paolo Savoldelli farà una discesa al massimo, come soltanto lui sapeva e poteva fare. Di Luca andrà poi in crisi ai piedi del colle staccandosi, mentre il corridore del Venezuela Josè Humberto Rujano, vincerà la tappa impedendo così (grazie agli abbuoni) a Simoni di conquistare la maglia rosa. Quel Giro lo vincerà poi per la seconda volta Paolo Savoldelli, e per soli 28 secondi su Gilberto Simoni, e 45 su Josè Rujiano. Sul colle c’è un cippo che ricorda il passaggio dei corridori e di Danilo Di Luca, primo atleta a transitare sul colle, ma anche primo ciclista italiano squalificato a vita per doping, nel dicembre 2013. 2009 “Ogni volta che vedo un adulto in bicicletta penso che per la razza umana ci sia ancora speranza” (Herbert George Wells) La frazione più lunga di questo Giro arriva dopo un giorno di riposo, il 19 maggio. Avrebbe dovuto ripercorrere nel suo disegno originale la storica tappa che aveva consacrato Fausto Coppi nell’edizione del 1949. Per problemi logistici, il percorso è stato profondamente modificato: nessuno sconfinamento in Francia – passando sui colli di Maddalena, Vars e Izoard – ma si è rimasti in Piemonte scalando prima il Moncenisio (m. 2083 ), per salire quindi al Sestriere, scollinare, salire la piccola asperità di Prà Martino, per poi tuffarsi in picchiata verso l’arrivo di Pinerolo. Lungo il Moncenisio parte da solo Stefano Garzelli, il quale transita al Sestriere con un vantaggio di oltre sei minuti sul gruppo dei migliori. Sfavorito dal vento contrario, viene raggiunto e staccato. Lungo le pendici del Prà Martino si inizia la selezione che vedrà Danilo Di Luca andarsene per vincere in solitaria, consolidando anche il suo primato in classifica. Ma anche questa vittoria sarà poi cancellata dall’albo d’oro, a seguito della suddetta squalifica. 22 2011 “Sotto questo sole è bello pedalare sì/ma c’è da sudare. Sotto questo sole, rossi e col fiatone, e neanche da bere” (Francesco Baccini) Il 28 maggio si corre una delle tappe più lunghe di questo Giro: 242 km. da Verbania al colle del Sestriere. Dopo quasi duecento chilometri pianeggianti inizia la scalata al Colle delle Finestre, percorso quest’anno per la seconda volta in assoluto, ma già entrato nel cuore di tutti i tifosi. Nonostante il gruppo mantenga un ritmo sostenuto fin dall’inizio, un gruppetto di tredici atleti prende il largo, accumulando un vantaggio di oltre dodici minuti. Ma sulle dure rampe del colle valsusino il drappello dei battistrada si sfalda, e perde, ad uno ad uno, i suoi pezzi. Rimane il solo atleta bielorusso Vasil’ Kiryenka che, transitato primo sul Colle delle Finestre, manterrà poi fino alla fine un divario costante sui suoi avversari, precedendo di quasi cinque minuti Josè Rujano e Joaquim Rodriguez. Alberto Contador vincerà poi quel Giro ma, a seguito della sua squalifica per doping, la vittoria sarà assegnata a Michele Scarponi davanti proprio a Vincenzo Nibali, per soli 56 secondi. Fatale gli sarà la caduta proprio nelle fasi iniziali della tappa del Sestriere. Il 20 luglio dello stesso anno anche il Tour transita nuovamente dal Sestriere. La diciassettesima tappa parte infatti da Gap per concludersi a Pinerolo, dopo 179 km. Se la aggiudicherà il norvegese Edvald Boasson Hagen. Quel Tour sarà vinto dall’australiano Cadel Evans, davanti ai due fratelli lussemburghesi Andy e Frank Schleck. Ma quel passaggio sul colle non resterà certo nella storia del ciclismo. 2013 “Io vado in bicicletta/alle cinque del mattino/per sentirmi vivo/con la nebbia nei polmoni/però non c’è più Agnese/seduta sul manubrio/a cantar canzoni…” (Ivan Graziani) Questa è invece storia di ieri o, se volete, dell’altro ieri. Il 18 maggio è in programma la quattordicesima tappa del Giro, da Cervere a Bardonecchia (180 km.). Le condizioni del tempo, quel giorno, furono tremende: freddo, pioggia e neve costrinsero gli organizzatori ad annullare il passaggio dal Sestriere (troppo pericolosa sarebbe stata la discesa verso Cesana), facendo transitare la corsa dalla valle di Susa. Questa giornata resterà come una delle più nere nella centenaria storia del Giro d’Italia. Fu infatti una tappa “ascoltata” più che “vista”. Ci venne detto che le immagini video non erano disponibili per le avverse condizioni metereologiche. Non è stato così, la verità è un’altra. Infatti le migliaia di tifosi che attendevano il passaggio dei corridori, nella valle, sventolavano innumerevoli bandiere e striscioni con scritte No Tav, e questo non si poteva far vedere all’Italia intera. Sarebbe stato troppo, considerando anche che una precedente tappa era arrivata proprio nei paesi di Erta e Casso, distrutti dalla diga del Vajont! Bisognava fare tutto il possibile per nascondere quella che non era altro che una protesta civile contro lo sperpero di denaro pubblico e la distruzione di una valle: gli italiani non dovevano sapere, e spiace che gli organizzatori si siano prestati a questo gioco, alquanto sporco. Una leggera pioggerellina non poteva certo impedire le riprese televisive, come dimostrano tutti i filmati che ancora si possono trovare in rete. Per la cronaca fu Mario Santambrogio a vincere quella tappa, precedendo proprio la maglia rosa Vincenzo Nibali – vincitore poi di quel Giro, davanti a Rigoberto Uràn e Cadel Evans – ed il colombiano Carlos Alberto Betancur, sul traguardo posto in cima allo Jafferau. 2015 “Giro d’Italia, comincia a girare/gira dal piano ai monti al mare/scatta in salita, in discesa riposa/chi sarà la maglia rosa? Il suo nome? Sì che lo so: dopo il Giro ve lo dirò” (Gianni Rodari) Anche il prossimo Giro d’Italia, con partenza da Genova ed arrivo a Milano, tornerà al Sestriere. Questo in occasione della penultima, e decisiva tappa, che porterà per la terza volta i corridori sul Colle delle Finestre, il 30 maggio 2015. Le montagne della valle di Susa saranno, ancora una volta, l’epilogo della corsa rosa, sempre se i giochi non saranno già stati fatti. Ma non credo… Questa che avete appena letto è, più o meno brevemente, la storia del rapporto del “ciclismo” con il Sestriere, una storia che tutti gli sportivi valsusini si augurano non si interrompa mai, una storia scritta sui pedali con il sudore e la fatica di un’infinità di atleti, noti o sconosciuti, campioni o comprimari, una storia i cui contorni spesso sfumano nella leggenda, perché il ciclismo non finisce con una volata vittoriosa o un arrivo in solitaria, ma il ciclismo vive e sempre vivrà nel racconto di chi era lì, ai bordi delle strade, a condividere con i corridori lo stesso caldo opprimente e le stesse inclemenze del tempo. E se un giorno vorrete anche voi sentirvi protagonisti, non vi resterà altro da fare che salire in sella ad una bicicletta e pedalare, pedalare di buona lena fin lassù, in vista di quei palazzi cilindrici che a tutto il mondo ricordano un nome: Sestriere, Valle Susa. Le donne di Palazzo Barolo 23 Amiche, anche se vissute in secoli diversi Daniela Bonino La nostra storia prende le mosse in un gelido giorno d’inverno del 1701. Era l’alba del 24 febbraio, la città era imbiancata da una spessa coltre di neve; in un silenzio irreale una finestra del palazzo in via delle Orfane, che ora si chiama Barolo e che allora era Provana di Druent, si aprì e una giovane donna con indosso la sola camicia da notte si gettò nel vuoto, restando poi immobile al suolo. Allarmati dalle grida dei pochi passanti che a quell’ora percorrevano la via, uscirono dal palazzo alcuni domestici che sollevarono il corpo esanime e l’appoggiarono sulla fredda lastra di pietra che esiste ancora sul lato sinistro dell’atrio dell’edificio, ma ogni soccorso apparve subito vano: la donna infatti sopravvisse solo pochi minuti. Era Elena Matilde, unica figlia del conte Giacinto Ottavio Antonio Provana di Druent, soprannominato “Mônsu ‘d Druent”. Costui era un uomo stravagante e autoritario. A Corte era di casa; era riuscito a raggiungere una posizione privilegiata, che mantenne a lungo, svicolando abilmente fra le lotte di potere che opposero la seconda Madama Reale, Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, e il figlio Vittorio Amedeo II. Ebbe incarichi privi di spessore politico, ma che gli permettevano di muoversi con grande disinvoltura: fu primo scudiere, gentiluomo di camera e gran mastro della guardaroba, cariche che comportavano una serie di incombenze collegate agli spostamenti dei sovrani per i viaggi, la caccia, le cavalcate, i tornei e agli acquisti di mobili, arredi, argenteria. Era nato patrizio e ricchissimo, tanto che poté anche concedere prestiti al sovrano, come è testimoniato dalla patente 19 ottobre 1690, dalla quale risulta che nel corso della guerra della Lega di Augusta aveva impegnato la somma di lire 2.475 per il pagamento di disertori, informatori ed esploratori. Vantava possedimenti in Druent, Leynì, Altessano Inferiore e Superiore, Pianezza, Rubianetta; nonché i feudi di Villarboit, Monformoso, Stroppiana, Borgaro Torinese e metà di Bastia; a questi cespiti si aggiungeva l’alto reddito fornito dai diritti feudali e dai censi. Ma a tanta agiatezza non corrispose altrettanto buon senso. Nel 1692 decise di farsi costruire un sontuoso palazzo in città, nella zona del Quadrilatero romano, là dove esisteva già un precedente edificio appartenente alla sua famiglia. Acquistò nuovi terreni adiacenti per ampliare la costruzione precedente, affidò il progetto al noto architetto Gian Francesco Baroncelli ed attirò un po’ da tutta Italia i migliori artigiani e le migliori maestranze dell’epoca per decorarlo. Ne uscì un palazzo originale, bellissimo e costosissimo (il conto totale raggiunse le 135.000 lire!), che intaccò sensibilmente il suo patrimonio. Nel 1695 diede in moglie la figlia Elena Matilde a Gerolamo Gabriele Falletti di Barolo, marchese di Castagnole, al quale aveva promesso una cospicua dote. Il fastoso banchetto che seguì la cerimonia ebbe luogo nelle sale della nuova dimora, con la partecipazione dei duchi di Savoia e dei più alti rappresentanti della Corte. E qui accadde un grave e penoso incidente, dal quale per fortuna uscirono tutti indenni: il grandioso scalone d’onore collassò, facendo precipitare gli ospiti con gran fragore. Inoltre, nel crollo andò smarrita, sepolta dalle macerie, una elegante collana di perle che ornava la neosposa e che le era stata prestata, secondo l’usanza, da Anna d’Orleans, moglie del duca Vittorio Amedeo II. Per fortuna il monile venne ritrovato e restituito il giorno successivo, gli sposi si stabilirono nel palazzo di via delle Orfane e nei quattro anni successivi nacquero tre figli. Tutto avrebbe potuto andare per il meglio, se il padre di Elena Matilde, dichiarando di non avere più disponibilità economica, non si fosse ostinatamente rifiutato di corrispondere al genero la dote pattuita e costui non si fosse intestardito nel volerla assolutamente ottenere. Iniziarono allora fra i due dei litigi che si protrassero per decenni. Ad un certo punto Gerolamo prese i tre figli e tornò a 24 casa sua, mentre la povera Elena Matilde fu trattenuta a forza nel palazzo paterno. La prigionia durò due anni, finché l’infelice donna, dopo due falliti tentativi di fuga, pensò di farla finita lanciandosi dalla finestra. Ma forse non fu sufficiente a liberarla, perché si dice che il fantasma della poveretta prese a vagare inquieto per le sale del palazzo, con indosso la camicia macchiata di sangue. Negli anni successivi i due artefici dell’infelicità della donna continuarono a battersi a colpi di lite giudiziaria, finché il padre, vinto dalla legge, o dal rimorso, o forse dal timore suscitato dalla visione dell’ectoplasma della figlia, cedette: versò quanto aveva promesso al genero e si ritirò in uno dei suoi possedimenti di campagna. Ma ormai qualcosa doveva essersi spezzato nella sua mente; lasciò infatti delle disposizioni piuttosto bizzarre per il suo funerale. Morì il 17 agosto 1727 e venne portato per la cerimonia funebre nella chiesa di Madonna di Campagna adagiato su una portantina ornata di crespo nero e di passamani d’oro, abbigliato di panno grigio, brache e calzette; ai piedi un paio di pianelle con la suola di ferro, in testa una folta parrucca, un gran mazzo di rovi fra le mani; il seguito non era formato da nobili bensì da mendicanti. Lasciò anche disposizioni affinché ogni anno, in occasione dell’anniversario della morte, venisse distribuita a tanti poveri quanti erano stati gli anni della sua vita una elemosina in pane, minestra, vino e denari. Intanto i figli di Elena Matilde erano cresciuti; nel 1743 il primogenito, Ottavio Giuseppe, commissionò importanti lavori di ampliamento e restauro del palazzo di via delle Orfane al Primo Architetto Regio Benedetto Alfieri. Pare che la sensibilità dell’architetto sia stata talmente condizionata dal fantasma sempre vagante da avere aggiunto, alla schiera di testoline angeliche che dalla facciata sorridono gaiamente, un angioletto dall’espressione dolente in corrispondenza della finestra dalla quale si era buttata Elena Matilde. Nella generazione successiva, Carlo Gerolamo, tra il 1756 e il 1758 ampliò ancora il palazzo e suo figlio, Ottavio Alessandro, nel 1789 incaricò l’architetto Leonardo Marini di un ulteriore riallestimento. Infine il palazzo venne abitato dall’ul- timo discendente della dinastia, il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, il quale sposò Giulia Colbert di Maulévrier. Costoro furono una coppia di filantropi: Carlo Tancredi, uomo di grande cultura e sensibilità, membro della Reale Accademia delle Scienze e sindaco di Torino, diede ospitalità per molti anni a Silvio Pellico, reduce dallo Spielberg, che lavorò come bibliotecario e insegnò nelle scuole fondate dalla marchesa. Giulia si dedicò con tanto impegno alle opere di carità che è in corso la causa di beatificazione. Si dedicò in particolar modo per migliorare le condizioni di vita delle recluse, tanto che fu nominata soprintendente del carcere. In breve tempo il penitenziario divenne un istituto modello, con un regolamento redatto in collaborazione con le stesse detenute. Alla sua morte Giulia, vedova e senza figli, lasciò l’intero patrimonio all’Opera Pia Barolo, da lei istituita nel 1864 e ancora funzionante. Ebbene, Giulia parla spesso nel suo diario delle apparizioni di Elena Matilde, che le dava consigli e suggerimenti per le sue opere assistenziali. Dopo la sua morte il fantasma pare non sia più apparso, ed è confortante per chi crede nel Paradiso (e un po’ anche per chi non ci crede) pensarle entrambe a passeggio nella beatitudine eterna. Chissà se ci sono anche i due eterni litiganti o se si stanno ancora accapigliando da qualche altra parte? 25 Breve storia di un castellamontese e del suo peregrinare tra l’Italia e le Americhe, al tempo delle grandi migrazioni degli italiani. Luigi Verretto Perussono Siamo a Castellamonte, più precisamente a Preparetto, alla fine degli anni ’80 del secolo diciannovesimo. Michele, nato nel 1865, è un giovanotto di famiglia contadina, ma con grandi aspirazioni. Ha un carattere volitivo ed il mondo in cui vive gli sta stretto. Non vede l’ora di poter evadere per conoscere nuove terre che ha sempre sognato. Un triste evento è l’occasione per Michele di spiccare il volo verso gli Stati Uniti. Il fratello Pietro da tempo emigrato in America è morto, laggiù era solo, e qualcuno della famiglia deve varcare l’oceano per recuperare i suoi averi. Dal poco che si conosce Pietro ha fatto fortuna, ha partecipato alla corsa all’oro e possiede una piccola vena aurifera. Pare sia anche socio di una banca californiana. La scelta di chi debba partire viene fatta dalla famiglia e si decide per Michele. Preparati i documenti di viaggio e quelli attestanti i diritti sui beni del defunto, Michele parte per la grande avventura. Giunto negli Stati Uniti deve sottostare agli obblighi imposti a tutti gli emigranti giunti colà per poi avventurarsi, ancora privo di grandi mezzi economici, nel viaggio che lo porterà in California. Poco sappiamo di quel periodo. Le notizie che trasmette sono già da subito scarne e non fanno mai riferimento alla missione assegnatagli. Passano alcuni anni e le lettere diventano sempre più sporadiche fino a cessare. In famiglia si decide che il fratello Costantino vada a “cercarlo”. Cosa ovviamente non delle più semplici, considerati i tempi. Costantino parte ma nel giro di pochi mesi è di ritorno: non porta notizie né di Michele né delle fortune di cui questi avrebbe dovuto essere venuto in possesso. Michele pare essere sparito nel nulla. Lo ritroviamo di certo alla fine del primo decennio del secolo scorso in Perù. Come e perché vi sia arrivato è stato per anni cosa assai misteriosa. L’arcano si è svelato da poco, cioè quando la sua famiglia italiana ha avuto modo di conoscere i suoi nipoti peruviani (25% sangue italiano 75% sangue indigeno). Ma andiamo per ordine. In California Michele stringe una forte amicizia con un altro canavesano di nome Giuseppe. Si sa che quest’ultimo, esperto del mondo minerario, raggiunge il Perù ed in specifico Arequipa molto prima di Michele. Pare sia stato un Ente minerario governativo italiano ad inviarlo per dirigere una miniera di tungsteno. Si ha ora un periodo, dopo la partenza di Giuseppe dagli Stati Uniti e fino alla morte di questi, in cui del nostro Michele sappiamo ben poco: potrebbe aver dilapidato la fortuna di cui è venuto in possesso (sempre che veramente sia esistita), potrebbe aver raggiunto già da subito l’amico in Perù o potrebbe addirittura essere rientrato in famiglia, in Italia, per un periodo (purtroppo quanti lo conobbero, in quel periodo, sono ormai tutti nel mondo dell’aldilà). Di certo si sa che verso il 1910 sposa la vedova dell’amico Giuseppe, una peruviana autoctona di nome Felicita Sebastiana, già madre di un bambino che Michele adotta. Dall’unione fra il nostro protagonista e Felicita Sebastiana nascono due figli: Nataniel nel 1911 e Carlos nel 1915. La famiglia castellamontese di Michele riceve da lui scarsissime notizie e non è assolutamente informata che questi si sia formato una famiglia e che abbia una discreta posizione sociale. Cosa sicura è che nel 1925 sia a San Francisco negli Stati Uniti. A tal proposito esiste una sua fotografia, con dedica alla mamma di chi sta raccontando questa piccola saga familiare, inviata dalla metropoli californiana. Visti gli anni in cui viaggiare non è così facile, vista la distanza fra Arequipa e San Francisco è spontaneo pensare che in California possa avere interessi finanziari: derivano dall’eredità del fratello o sono frutto di quanto l’amico Giuseppe ha lasciato alla vedova, ora sua moglie? Questa è una domanda a cui dare risposta dopo tanti anni è molto difficile se non impossibile. Siamo alla fine degli anni ’20 quando Michele inaspettatamente rientra a Castellamonte. Qui ha ancora dei beni pervenutigli in eredità, fra cui uno stabile a Preparetto, ma si stabilisce a casa del fratello. Il suo carattere si è modificato: è restio a parlare, diffidente, chiuso, dedito solo alla lettura dei quotidiani e pare anche privo di sufficienti disponibilità economiche per sostenere una vita indipendente, ancorché sull’atto di morte risulterà classificato come benestante. Degli anni trascorsi fuori dall’Italia non parla e soprattutto continua a tacere circa l’esistenza della sua famiglia peruviana. Anche la posta che perviene dal Perù non arriva all’indirizzo di chi lo ospita ma è parcheggiata all’Ufficio postale. Questo rientro è dovuto a cosa? Nessuno è in grado di spiegarlo. Anche i suoi nipoti diretti, viventi in Perù, non riescono a trovare una motivazione su questa sua decisione. Si possono 26 fare delle ipotesi: rottura dei rapporti con la moglie o deterioramento della situazione finanziaria. Arriviamo al 1930: a Castellamonte arrivano due bei ragazzi con lineamenti molto marcati, che tratteggiano a pieno titolo le fattezze delle popolazioni Incas. Sono i figli di Michele. L’incontro con il padre, già programmato al porto di Genova, per motivi inspiegabili, non ha avuto luogo e pertanto essi cercano la casa dello zio Costantino. L’arrivo provoca grande sconcerto in famiglia. Michele, rientrato da Genova, dà spiegazioni, ma, ancora una volta, sono scarne e non esaustive. É un’epoca in cui, in un paese come Castellamonte, ma non solo, un forestiero suscita curiosità, immaginiamoci due peruviani. Hanno abitudini molto diverse da noi. Per loro il freddo nostrano, abituati a quello delle regioni sul lago Titicaca, è una leggera brezza: addirittura si dilettano a nuotare nell’Orco in Gennaio e Febbraio. Comunque, a detta di chi li conobbe, purtroppo pochi ancora viventi, si inseriscono con facilità nel nuovo contesto di vita, fraternizzano e presentano un carattere ben diverso da quello dello scorbutico padre. I due ragazzi, con un ottimo curriculum scolastico, vengono iscritti all’Università di Genova e con un parziale aiuto economico della famiglia italiana, in particolare di una delle sorelle di Michele, frequentano regolarmente laureandosi entrambi: Carlos in ingegneria elettrica e Nataniel in ingegneria mineraria. Nel periodo italiano i due fratelli soddisfano gli obblighi militari con la Patria d’adozione ed addirittura vengono inviati in Eritrea. Qui, però, forse per il timore di essere inviati in Etiopia, territorio di combattimento, riescono ad ottenere il congedo, dimostrando di essere a tutti gli effetti cittadini del Perù, infatti sono possessori del solo passaporto di quello stato. Il nostro Michele, nel frattempo, nel 1935, è mancato. Carlos e Nataniel, unitamente al fratellastro Giuseppe, sono gli eredi dei pochi beni in Castellamonte. Rientrati dall’Africa i due fratelli iniziano a pensare al ritorno alle terre di origine, che avviene nel 1939. La situazione in Europa sta facendosi pesante e temono, senza averne gli obblighi, di poter essere coinvolti in avventure belliche. Per oltre quarant’anni dei “Peruviani” non si hanno più notizie. Pare un vizio di famiglia quello di sparire! Arriviamo ora al 1995, in un viaggio per turismo, in Perù, un amico, da me incaricato, rintraccia uno dei nipoti di Michele, Marcelo, che vive ad Arequipa. Vengono subito instaurati rapporti epistolari, si viene a conoscenza della morte sia dei due fratelli sia del figlio adottivo di Michele. La vita di Carlos e Nataniel dopo il rientro dall’Italia ci viene raccontata dai figli apparentemente felice, sposati, con numerosa prole, sono proprietari di una fornace e commerciano in materiale edile sia sul mercato interno sia su quello cileno. Pare comunque non siano stati esenti da alterne fasi economiche. Negli ultimi dieci anni alcuni nipoti di Michele – chi architetto, chi ingegnere, chi avvocato – hanno visitato Castellamonte e si sono da subito sentiti legati a questa nostra terra, tant’è che è loro desiderio non alienare i beni del nonno. Va detto che quando andai a ricevere, accompagnato da una mia nipote, alla Stazione di Torino Rossana ed il marito, entrambi residenti a Puno sul lago Titicaca e primi a visitare il luogo di nascita del nonno paterno, rimasi stupito, visti i loro tratti somatici, che potessero esserci tra noi rapporti di parentela anche non troppo lontani. Appena riavuti dal piccolo choc pensammo che la globalizzazione, di cui in quel periodo si iniziava a parlare, non era un fenomeno della nostra epoca ma aveva avuto inizio con le grandi emigrazioni di metà/fine Ottocento e che ciò avrebbe dovuto essere spunto per profonde riflessioni sul nostro comportamento nei confronti di chi, ora, cerca una vita migliore nelle nostre terre. Complimenti e auguri! Ci è stato segnalato da Amici del Canavese un Socio che quasi certamente è il più anziano di tutti: si tratta di Franco Boggio, che il 5 agosto scorso ha compiuto ben 103 anni! Ci dicono anche che il collega è reduce di El Alamein e che ha lavorato per molti anni nelle Agenzie di Banca CRT e che è andato in pensione negli anni Settanta. Complimenti vivissimi e semper ad majora! Cronache dell’anno Mille 27 Guglielmo da Volpiano Francesco Viola A settentrione di Torino, a circa 18 km., si incontra un vasto altipiano, o collina morenica, che staccandosi dalle Alpi tra la Stura di Lanzo e il Malone, si prolunga verso oriente come una barriera naturale di divisione tra la pianura torinese e la pianura canavesana. Questo altipiano costituisce la cosiddetta VAUDA, denominazione derivante dal tedesco Wald, che significa selva, mentre in documenti del X secolo si dà il nome di Wualda alla vastissima selva che ricopriva allora tutto l’altipiano e parte della pianura limitrofa. La stessa Vauda rappresentò lo spartiacque per le popolazioni della Gallia Cisalpina che abitarono questi territori: a nord, nel Canavese i Salassi (di origine celtica), a sud, verso Torino (la romana Julia Augusta Taurinorum), i Taurini (di origine ligure). Alle falde di questa collina morenica, nel punto in cui, restringendosi a cuneo, essa digrada verso la pianura, sorge VOLPIANO, in posizione strategica, fin dai tempi antichi, tra Torino ed Ivrea. Questo territorio a nord del fiume Po, compreso tra la Vauda e l’altra grande collina morenica, la Serra d’Ivrea (ambedue formatesi dopo l’ultima grande glaciazione), costituisce il cosiddetto CANAVESE. Volpiano pertanto viene considerato quale baluardo fortificato alle porte del Canavese, attraversato da una “strada romea” (di cui è rimasta traccia nella denominazione del Borgo Romero) che collegava Augusta Taurinorum ad Aeporedia (Ivrea) e ad Augusta Praetoria Salassorum (Aosta), sulla via delle Gallie. La stessa denominazione di Volpiano deriverebbe da VICUS ULPIANUS o VILLA ULPIA o ULPIANA (chiaro il riferimento alla gens romana Ulpia), confermando che il luogo fosse già conosciuto ed abitato in epoca romana (di recente sono stati ritrovati resti di mura e reperti di una probabile grande villa romana). Nel V e VI secolo, a seguito della caduta dell’Impero Romano, anche in questi territori si registrano insediamenti di popolazioni germaniche del ceppo occidentale: i Longobardi. Si ritiene che proprio in questa epoca Volpiano abbia iniziato ad avere importanza strategica militare con una prima fortificazione del Castello (anno 560 circa), mentre sul fianco settentrionale della Vauda, poco distante, sorgeva Castrum Langobardorum (l’attuale Lombardore). Con la discesa dei Franchi in Italia, nel 773, e la successiva incoronazione, la notte di Natale dell’anno 800, di Carlo Magno a imperatore del Sacro Romano Impero, si ha la riunificazione europea e la codificazione di un nuovo ordinamento politico basato sul sistema feudale. Vengono aboliti i ducati, di origine longobarda, e introdotti nuovi enti territoriali che, dal titolo del feudatario investito, “comes”, vengono detti comitati o contee. Le contee poi che stanno lungo le frontiere dello stato, per motivi di difesa, vengono riunite in gruppi, denominati marche, sotto la giurisdizione civile e militare di un marchese: egli è conte nella sua contea e, nello stesso tempo, esercita la sua autorità sulle contee che formano la sua marca. Fu questa la condizione dei Marchesi di Ivrea nel IX secolo, i quali come Conti esercitavano l’autorità diretta nella Contea d’Ivrea e, come Marchesi dominavano indirettamente sui comitati di Vercelli, Santhià, Lomello, Vigevano, Novara, Pombia sul Ticino e Val d’Ossola. La Contea d’Ivrea comprendeva tutto l’attuale Canavese fino alla Vauda e al Po, secondo la linea di confine sopradescritta, includendovi anche il territorio di Volpiano. Nel X secolo i Conti-Marchesi di Ivrea erano divenuti potentissimi, al punto che uno di loro, Berengario II, dopo la morte del re Lotario, nel 950 riuscì a farsi eleggere re d’Italia insieme al figlio Adalberto. Dodici anni dopo però i grandi Vassalli d’Italia non riconobbero più la sua autorità ed offrirono la corona d’Italia al re di Germania Ottone I di Sassonia: questi scese in Italia con un forte esercito, sconfisse Berengario II, lo spodestò e venne incoronato imperatore dal papa Giovanni XII, nel 962, restaurando il Sacro Romano Impero. Tra i vassalli che rimasero sempre fedeli a Berengario II vi era il Conte Roberto di Volpiano. Di origine germanica e nativo della Svevia, egli aveva dovuto abbandonare, con il padre Vibone, la sua terra, per una faida politica. Venuto in Italia si era stabilito nella Contea d’Ivrea. Non si sa se il feudo di Volpiano gli sia stato dato, quale compenso per i suoi servigi, da Berengario, oppure se sia a lui pervenuto per acquisizione: quello che è certo è che i suoi figli lo possedettero per diritto ereditario. La considerevole ricchezza e la sua reputazione morale lo posero in grado di poter sposare Perinzia, nobile di origine longobarda, parente della famiglia di re Berengario e, probabilmente, sorella maggiore di Arduino, futuro marchese d’Ivrea e, dal 1002, re d’Italia. In questo quadro storico e geopolitico si inserisce la vicenda umana dell’abate GUGLIELMO DA VOLPIANO, un grande protagonista nell’Europa dell’anno 1000, monaco, riformatore e architetto. Le vicende della sua vita e delle sue opere ci vengono narrate dal suo biografo e discepolo, il monacoscrittore RODOLFO IL GLABRO, cronista del secolo XI, nei manoscritti “VITA SANCTI GUILLELMI ABBATIS DIVIONENSIS” e “HISTORIARUM LIBRI QUINQUE”. Nel 962, Ottone I, dopo essersi fatto incoronare re d’Italia in S. Ambrogio a Milano, cinse d’assedio l’isola di San Giulio nel lago d’Orta dove si era ritirata l’energica regina Willa moglie di Berengario (quest’ultimo si era rinchiuso 28 nella fortezza di San Leo in Romagna). La difesa di San Giulio era affidata al conte Roberto di Volpiano, che aveva condotto con sé la moglie Perinzia e i figli Gottifredo e Nitardo. Durante i due mesi dell’assedio nasce GUGLIELMO, terzo figlio di Roberto e Perinzia. Dopo varie trattative e a resa avvenuta, il 29 luglio del 962, l’imperatore Ottone I e sua moglie Adelaide, in segno di pacificazione e clemenza, vollero tenere a battesimo il neonato in qualità di padrini, decidendone il nome. Il giovane Guglielmo trascorse gli anni dell’infanzia nel castello di famiglia a Volpiano. All’età di sette anni fu avviato alla vita monastica nel monastero benedettino di Lucedio (Vercelli) , dedicato a San Genuario e a Santa Maria, in qualità di “oblato”. In seguito perfezionò gli studi presso le scuole di Vercelli e di Pavia. Presto dimostrò le sue grandi capacità, ma anche il suo carattere determinato, che non gli consentiva di scendere a compromessi su questioni di principio relative alla sua visione rigorosa della vita monastica. Infatti, tornato a Lucedio, dovendo essere ordinato diacono, rifiutò di prestare giuramento di obbedienza e di fedeltà al vescovo Pietro di Vercelli, troppo legato al potere temporale, perché egli vedeva nel monachesimo, e non negli ecclesiastici, la strada per realizzare il volere di Dio. L’atmosfera di ostilità che si era formata nel monastero di Lucedio nei suoi confronti, non permetteva una sua ulteriore permanenza in quel luogo e perciò, in accordo con il Vescovo, si ritirò nel monastero di San Michele delle Chiuse, sul monte Pirchiriano in valle di Susa, sulla “via Francisca” verso la Borgogna. Durante la permanenza del venticinquenne Guglielmo in questo monastero, vi giunse anche l’abate Maiolo che, accorgendosi delle sue molteplici qualità, decise di portarlo con sé a Cluny, dove ricevette il diaconato: era l’anno 987. La Borgogna all’inizio del X secolo era all’attenzione di tutta l’Europa: la fondazione nel 910 del cenobio di Cluny era rapidamente assurta ad avvenimento eccezionale per la diffusione del consenso religioso e sociale che l’attività di quel monastero, e dei suoi abati, aveva conseguito. Il nuovo monaco vi fu accolto con affabilità e benevolenza e, sotto lo sguardo paterno dell’abate Maiolo, iniziò la sua partecipazione alla riforma cluniacense. Essa fu resa possibile grazie alla grande intuizione politica di Maiolo, che istituì legami strettissimi e duraturi con l’Impero. Lo stato dei monasteri benedettini, prima della riforma, era di decadenza spirituale, morale e materiale. La riforma cluniacense si basò sull’indipendenza delle abbazie da ogni vincolo ecclesiastico o civile: l’abbazia madre era sottomessa soltanto al Papa ed i vari monasteri, legati ad essa, avevano un rapporto simile a quello feudale. Dal punto di vista spirituale erano centrali la preghiera e la liturgia, per dedicarsi alle quali il monaco venne di fatto sollevato dai lavori manuali, che erano eseguiti da manodopera laica. Dopo un anno di permanenza a Cluny, l’abate Maiolo incaricò Guglielmo di ispezionare e dare ordine, con il titolo di priore, al cenobio di San Saturnino (oggi Pont St. Esprit) nella valle del Rodano, in Provenza: incarico che Guglielmo assolse con diligenza e fermezza, dando origine a quella fama di riformatore rigido ed inflessibile che gli valse il soprannome di “ultra regulam”. Restò poco a San Saturnino. Brunone, vescovo di Langres, sotto la cui giurisdizione era posto il borgo fortificato di Digione con il monastero di San Benigno, allora in condizioni religiose e morali deplorevoli, aveva deciso una energica azione di normalizzazione di quel cenobio e si era affidato all’abate Maiolo per tale riforma. La scelta per quel compito cadde su Guglielmo: con altri dodici monaci di Cluny il 24 novembre 989, a 27 anni, Guglielmo entrava in San Benigno di Digione e all’inizio dell’anno successivo, ricevuti gli ordini sacerdotali dal vescovo Brunone, veniva formalmente eletto abate. A Digione la sua genialità di architetto rinnovatore ed il suo carisma di abate ebbero un successo clamoroso. Sicuramente Guglielmo fu un personaggio eclettico. Essere architetto nel medioevo significava possedere una personalità più complessa di quanto il tecnicismo dei nostri giorni avrebbe consentito di essere. L’architetto di allora ha una visione totale del suo tempo, della cultura e del cosmo: ha cognizioni di chimica, geologia, mineralogia; è un buon geografo e metereologo; sa di astronomia, matematica e geometria; ha studiato teologia e conosce il latino; è normalmente buon pittore e scultore. Inoltre Guglielmo si dedica anche alla musica, inserendo nel canto gregoriano e nelle novità canore polifoniche e strumentali, atte a rinnovare la liturgia monastica, una primitiva forma di notazione musicale, ben documentata dal manoscritto a lui attribuito e conservato a Montpellier, redatto per la scuola musicale di San Benigno di Digione. La conoscenza della pedagogia lo spinge poi alla istituzione di scuole, per monaci e laici, nei monasteri da lui controllati. Fu rigoroso nella vita cenobica e autorevole come i veri maestri che insegnano con il loro esempio di vita. Rappresentò l’ideale dell’abate: saper dimostrare la severità del maestro e l’indulgente affetto del padre. A Digione Guglielmo da Volpiano fu progettista e direttore dei lavori di restauro e di ampliamento dell’abbaziale di San Benigno, durante i quali venne scoperta la tomba del “prezioso martire Benigno”, evangelizzatore in epoca romana della Borgogna: tomba la cui posizione era ignorata ed il cui ritrovamento fu considerato miracoloso. Tale ritrovamento clamoroso portò un immenso prestigio all’abate Guglielmo e al vescovo Brunone di Langres, e per secoli farà dell’abbaziale di Digione una meta notevole di pellegrinaggi. Pertanto l’autorità vescovile staccherà dalla casa madre di Cluny il cenobio di Digione dando ad esso totale autonomia liturgica e catechetica. Per il restauro e l’ampliamento dell’abbaziale di San Benigno, Guglielmo ebbe l’idea di andare oltre il rafforzamento dell’esistente struttura di epoca carolingia, realizzando ad oriente 29 di questa, appoggiata alla sua abside, una costruzione nuova senza precedenti, una torre cilindrica a tre piani, di cui due fuori terra, con un diametro di circa 19 metri. Costruzione di una grandiosità allora senza pari di cui ci restano disegni redatti nel 1739, prima che la rivoluzione francese provocasse la sua distruzione. Possiamo oggi almeno ammirare il piano inferiore sotterraneo, ristrutturato a cripta: è una concezione costruttiva che anticipa il romanico e fa dell’abate Guglielmo un punto di riferimento nella storia dell’arte e dell’architettura. Guglielmo è uomo del suo tempo, non ama i re e gli imperatori, non ha stima dei papi, riafferma senza esitazioni ed incertezze l’autonomia spirituale e politica di se stesso, in quanto abate, “alter Christus”, e proclama ad ogni occasione “Ego Wilelmus abbas sum”. Per tutta la sua vita manterrà sempre il titolo e la funzione di Abate di San Benigno di Digione. Ecco perché ancora attualmente, e soprattutto in Francia, è conosciuto come Guglielmo di Digione. Il suo ricordo è ancora vivo in Normandia, in Borgogna e nell’Italia nord-occidentale: forse si riferisce a lui la figura, severa ed originale, che si staglia sul fronte principale del pulpito, capolavoro scultoreo romanico, nella basilica di San Giulio sull’omonima isola del lago d’Orta, datato all’inizio del XII secolo, cento anni dopo la sua morte. Le sue qualità lo portarono ad avere un’attività intensa di costruttore di chiese e di comunità, sia materialmente che spiritualmente. Il suo biografo Rodolfo il Glabro annovera sotto la sua influenza circa quaranta monasteri: oltre Digione possiamo citare Fécamp, Mont-Saint-Michel, Bernay e Jumièges in Normandia, Metz in Lorena, Auxerre in Borgogna, Saint-Germain-des-Près a Parigi, Fruttuaria di San Benigno nel Canavese. Operò e viaggiò non solo in Francia, ma anche in Italia: si recò a Roma, Pavia, Vercelli, Ravenna, Benevento. Riformò l’abbazia di Farfa nel Lazio. Andò due volte in pellegrinaggio sul Gargano, a Monte Sant’Angelo, come ogni buon longobardo devoto all’Arcangelo Michele. Guglielmo è un punto di riferimento spirituale e materiale per la società dell’anno mille che sulle basi del vecchio mondo si apre al nuovo: fenomeno che con entusiasmo poetico il suo discepolo e biografo Rodolfo il Glabro ci rivela nei suoi Cinque Libri delle Storie, quando proclama che dopo il Mille: “… Pareva che la terra stessa, come scrollandosi e liberandosi della vecchiaia, si rivestisse tutta di un candido manto di cattedrali…”. L’opera di Guglielmo da Volpiano che maggiormente ci interessa è la fondazione dell’ABBAZIA DI FRUTTUARIA, nell’attuale Comune di San Benigno Canavese, a circa due km. da Volpiano. Questa nuova istituzione monastica avrà nuove ed originali regole proprie, quelle “Consuetudines Fructuarienses”, che porteranno la fama di Fruttuaria anche oltre i confini d’Italia. Nell’anno 1002 muore il giovane imperatore Ottone III di Sassonia, nipote di Ottone I detto il Grande, rifondatore del Sacro Romano Impero. La sua salma viene tumulata ad Ac- quisgrana. Dall’aprile del 999 è papa Gerberto d’Aurillac con il nome di Silvestro II. Con la scomparsa dell’imperatore l’Italia piomba nell’anarchia e nella guerra civile. Il 15 febbraio, a Pavia, Arduino marchese d’Ivrea si fa incoronare re d’Italia dai grandi feudatari. Pochi mesi dopo, il 7 giugno, a Magonza, viene consacrato re di Germania Enrico II duca di Baviera. Nel mese di dicembre Enrico II manda Ottone, duca di Carinzia, contro i ribelli italiani. Ma l’esercito di Arduino gli infligge una dura sconfitta. É l’inizio di una guerra che, tra alterne vicende, proseguirà fino al 1014 con la definitiva sconfitta di re Arduino. In questo contesto storico, Guglielmo maturò l’idea della fondazione di un monastero in un luogo vicino al torrente Malone, occupato allora dall’antica selva Gerulfia, in un fondo del patrimonio libero del feudo di famiglia, la contea di Volpiano. L’ABBAZIA DI FRUTTUARIA beneficiò inizialmente delle donazioni dei fratelli di Guglielmo e, successivamente, anche di quelle di grandi feudatari, imperatori e privati. Essa fu sciolta da ogni ordinaria autorità civile ed ecclesiastica, dipendente solo dal papa e dall’imperatore, formò uno stato libero o, meglio, un grande feudo monastico che, sotto la signoria degli Abati, attraverso svariate vicende storiche, durò fino agli inizi del XVIII secolo. L’abbazia di Fruttuaria si sostituì al feudo di Volpiano, assorbendone presto il territorio, anche in virtù del fatto che i fratelli di Guglielmo, Gottifredo e Nitardo, entrarono in convento abbracciando la regola monastica, mentre il fratello minore, Roberto Juniore, lasciò presumibilmente il castello e il borgo di Volpiano in eredità al monastero. Il periodo di massimo splendore per Fruttuaria si colloca nei secoli XII e XIII, quando gli Abati governavano quelle che comunemente vengono dette “le quattro Terre Abbaziali”, ossia gli attuali comuni di San Benigno Canavese, Lombardore, Feletto e Montanaro, oltre all’attuale comune di Volpiano. E le Terre di Fruttuaria battevano anche moneta. Il 28 gennaio 1003, a Vercelli, re Arduino concede per il nascente monastero di Fruttuaria un diploma accordante libertà, protezione ed aiuto economico. Il 23 febbraio dello stesso anno Guglielmo è a Fruttuaria per la posa della prima pietra dell’abbazia, che verrà dedicata a San Benigno. Sono presenti il vescovo d’Ivrea Ottobiano e re Arduino con la sua famiglia e la corte. Il 2 dicembre dell’anno 1006 Guglielmo chiede al papa Giovanni XVIII di confermare con una sua bolla le libertà e i privilegi di Fruttuaria. Questa bolla è seguita da un “breve” in cui si dà incarico ai vescovi Leone di Vercelli, Gezone di Torino, Costantino di Alba e Sigifredo di Parma e Piacenza di andare a consacrare l’abbazia. Nei primi mesi dell’anno 1007 avviene la consacrazione dell’abbazia di Fruttuaria. Intanto il 14 maggio dell’anno 1004 Enrico II, sceso con un forte esercito a Pavia, era stato incoronato re d’Italia dai grandi feudatari. La guerra contro Arduino proseguirà fino al 1014, anno in cui Enrico II viene incoronato imperatore dal 30 papa Benedetto VIII in San Pietro, il giorno 14 febbraio. Arduino in un primo tempo riprende forza e organizza la resistenza. Lascia con il suo esercito la roccaforte di Sparone, sotto il monte Gran Paradiso, dove si era trincerato fin dal 1013: conquista Vercelli e Novara mettendo in fuga i rispettivi vescovi di parte imperiale, Leone e Pietro. Dopo pochi mesi, però, Vercelli è di nuovo in mano al suo vescovo Leone. Arduino, deluso dal tradimento dei grandi vassalli d’Italia e ormai fiaccato fisicamente e moralmente, rinuncia definitivamente alla lotta e si ritira a Fruttuaria. Qui morirà il 14 dicembre del successivo anno 1015. Il 14 maggio 1014, a Pavia, Guglielmo incontra l’imperatore Enrico II in viaggio verso la Germania per chiedere conferma delle proprietà e delle prerogative riconosciute all’abbazia di Fruttuaria. Con diploma imperiale dello stesso anno 1014, l’imperatore Enrico II riconosce e conferma tutte le garanzie, le prerogative e i privilegi in essere per Fruttuaria, nonché le proprietà acquisite e da acquisire, stabilendo quali sono i confini del territorio sottoposto alla signoria dell’Abbazia stessa, prendendola sotto la propria augusta protezione. Questo diploma imperiale è la prima documentazione storica del castello, e del borgo di Volpiano: “…infra istos fines est Vulpianum cum castello et capella,… et Vauda de Vulpiano usque ad finem superius dictum…” (“…tra questi confini vi è Volpiano con il castello e la cappella… e Vauda di Volpiano sino al confine sopraddetto…”). La cappella a cui il diploma fa riferimento è verosimilmente l’attuale chiesa parrocchiale che, pur avendo subito nei secoli svariati restauri, ristrutturazioni ed ampliamenti, conserva, molto ben visibili, nella sua struttura originaria, le linee di quello stile semigotico od ogivale che Guglielmo da Volpiano seppe così ben concepire e concretare nelle sue costruzioni. Guglielmo intanto prosegue nella sua intensa attività di costruttore di abbazie e di riformatore di comunità monastiche. Nel 1015 ritorna in Normandia dove collabora alla gestione materiale e spirituale dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Alla morte dell’abate di Jumièges gli viene offerta la direzione dell’abbazia. Viene inoltre nominato abate di St.-Arnould di Metz. Nello stesso anno 1015 a Roma, in Laterano, il papa Benedetto VIII conferma per Fruttuaria libertà e privilegi già riconosciuti precedentemente. Nel 1016 lo stesso papa Benedetto VIII conferma la protezione papale per Fécamp, il cenobio della Santa Trinità di cui Guglielmo è abate fin dall’anno 1001. Oltre a Fécamp Guglielmo finì per controllare anche il cenobio di Mont-Saint-Michel e i monasteri di St. Ouen e Bernay. Il 2 settembre 1023 l’imperatore Enrico II riconferma per Fruttuaria i privilegi già concessi in antecedenza ed equipara la sua libertà a quella di Cluny. Nell’anno 1026 Guglielmo è a Parigi su invito del re di Francia Roberto il Pio, che lo nomina abate di Saint-Germain-des-Près. Il 17 ottobre del 1028 Guglielmo, insieme a Rodolfo il Glabro, è a Susa per la consacrazione della chiesa dell’abbazia di San Giusto, fatta costruire dal marchese di Torino Olderico Manfredi. Anno 1030: ultimo viaggio di Guglielmo in Francia. Già ammalato e sfinito di forze, giunge nel mese di dicembre a Fècamp nella sua abbazia della Santa Trinità. Qui si aggrava ulteriormente e muore il 1° gennaio 1031. Viene sepolto nella stessa abbazia della Santa Trinità dove una lapide ne ricorda la sepoltura. Nel vecchio necrologio del cenobio di Fécamp si legge per l’anno 1031: “Calende di gennaio, deposizione di Dom Guglielmo di beata memoria, abate di questo luogo e padre di molti monasteri”. Pure il necrologio di St.-Germain-des-Près a Parigi lo ricorda nel giorno delle Calende di gennaio, definendolo “ansioso di troppa religiosità”. Poco tempo dopo l’abate Guglielmo da Volpiano che aveva fatto della sua vita un sacrificio continuo, restando incomparabile nell’osservanza scrupolosa delle regole e nell’esercizio di ogni virtù, veniva da tutti chiamato Santo. E la Chiesa Cattolica lo venera come Santo, facendone memoria il 1° gennaio. N.d.R.: chi fosse interessato ad approfondire l’argomento può rivolgersi alla Redazione per ottenere tutte le indicazioni bibliografiche. Visita il nostro sito periodicamente www.aspenscrt.it e troverai tutte le informazioni utili sull’Associazione, sulla situazione e le novità del nostro Fondo Pensioni, le iniziative programmate, le convenzioni (tra cui quelle assicurative con le relative condizioni e con le modalità di adesione, compresa la polizza omaggio per gli associati), le notizie più recenti e le comunicazioni in corso d’invio, i precedenti numeri di Nuovi Incontri ed altro ancora. La riforma della giustizia 31 “la montagna racconta” Franco Uberti Da quanto tempo si sente parlare dell’esigenza di una profonda riforma della giustizia? I processi non possono durare anni e anni. Molti reati cadono in prescrizione; la maggior parte dei procedimenti per corruzione, ad esempio, non giungono neanche a conclusione sopravvenendo, cammin facendo, i termini prescrittivi previsti dalla legge. Dobbiamo però essere ottimisti , già si intravvedono evidenti segnali di cambiamento. Desidero narrarvi, seppur per sommi capi, una storia di montagna, un fatto accaduto tra agosto e settembre che dimostra come i tempi dei processi possano accorciarsi fino all’inverosimile …… basta volerlo ! Un giorno un signore si addentrò in un bosco sulle montagne del Trentino alla ricerca di funghi; durante il suo vagabondare si imbattè in un paio di cuccioli di orso. Ma dove ci sono dei piccoli in genere c’è il resto della famiglia. Ed infatti, di lì a poco, comparve la madre, una grossa orsa di nome Daniza la quale assunse un normale atteggiamento di difesa della prole; d’altronde il bosco è casa sua ed il cercatore di funghi era un intruso. Com’è o come non è ….. mamma orsa si avvicinò all’uomo e, a mo’ di avvertimento, gli sferrò una zampata procurandogli delle ferite (leggere). Scattò la denuncia ed in un breve lasso di tempo le autorità competenti dichiararono il soggetto pericoloso e ne decretarono la condanna a morte. L’opinione pubblica e le Associazioni animaliste insorsero e così la condanna fu commutata in ergastolo. Partirono immediatamente le ricerche dell’orsa che, resasi forse conto del pericolo, non si fece trovare per un po’ di giorni. Ma poi la disparità di forze in campo e la tecnologia ebbero ragione della mamma e dei suoi due cuccioli. Fu trovata ed anestetizzata per essere condotta in una “struttura protetta” (leggasi “di detenzione”) ove scontare la pena. L’operazione ebbe però un triste epilogo in quanto Daniza morì a seguito dell’iniezione che avrebbe dovuto solo addormentarla (un ”piccolo sbaglio” nella dose del narcotico, sbaglio al quale personalmente non credo); con l’ ulteriore effetto collaterale di lasciare orfani due cuccioli ancora bisognosi delle cure e dei preziosi insegnamenti materni che si prolungano, in genere, per circa tre anni. E tutto ciò in prossimità dell’inverno. Ma per loro sarebbe cambiato poco anche nel caso di cattura della madre portata a buon fine. Visto?!? L’ottimismo da me manifestato in apertura era giustificato. Neanche un mese ed è stato accertato il reato, individuato l’esecutore materiale del fatto, formalizzata l’imputazione, svolto il processo, emessa la sentenza ed eseguita la condanna. Il tutto senza avvocato difensore (neanche d’ufficio), senza tribunale del riesame, senza appello, senza Cassazione. Un bell’esempio di rapidità, efficienza e di fermezza. Mi verrebbe da dire ….. “vi piace vincere facile …. con i deboli!!!” Non più tardi di un anno fa scrivevo (vedi Nuovi Incontri - Dicembre 2013): “Nelle ultime settimane ho avuto modo di leggere su alcuni quotidiani notizie (riprese anche dai principali telegiornali) di dibattiti e polemiche in merito alla difficile (???) convivenza tra gli animali selvatici e l’uomo”. …..“Mi rifiuto di credere che la nostra cosiddetta civiltà non sia ancora stata in grado di identificare il giusto comportamento da tenere nei confronti di questi splendidi animali che una volta popolavano montagne, campagne e pianure. Il problema può essere ricondotto, in modo forse un po’ semplicistico ma efficace, ad una domanda sola: il genere umano si deve considerare “custode” oppure “padrone” del mondo, intendendosi per tale il territorio, le piante, gli animali, l’aria…? Visti i risultati di devastazione raggiunti, la risposta è inequivocabile. Ma non è la risposta esatta”. Premonizione o semplice casualità? La storia di Daniza resterà una delle tante, forse troppe, disonorevoli pietre miliari della presenza dell’uomo su questa Terra; a breve più nessuno ricorderà mamma orsa Daniza che ha difeso, con modalità che molti esperti ed etologi hanno definito proporzionate, i suoi due cuccioli da quello che per lei era un potenziale pericolo. E per questo ha pagato con la vita. É Natale! Avrei voluto narrare di cose buone e liete, ma non ci sono riuscito. Scusatemi…. . Abbiamo forse a nostra disposizione una piccola buona azione proprio approfittando del Natale: regaliamo a noi stessi oppure a qualche amico, o parente, o figlio, o nipote, l’iscrizione per un anno ad una Associazione Protezionistica della Natura e degli Animali. Sono pochi soldi per un grande investimento ….Facciamolo per aiutare coloro che si prodigano per preservare le specie protette e non solo, …. facciamolo per i due orsetti, ………. facciamolo per ricordare Daniza ! 32 Il verde in casa Mauro Di Giannantonio Cari amici lettori ben tornati. Come anticipato nell’ultimo numero, nel presente articolo tratteremo le aglaoneme. Il genere proviene dalle foreste umide dell’Asia sud-orientale e comprende una cinquantina di specie, amanti perciò di ambienti caldi (18-26 gradi), mediamente umidi, ma - mi raccomando - lontano dai raggi del sole, che ne brucerebbero irreparabilmente le foglie! Queste sono le condizioni ottimali, ma in realtà sono piante molto resistenti ed adattabili, che ci perdoneranno qualche disattenzione: infatti sono spesso usate come piante da arredo negli atri dei supermercati o negli uffici pubblici, proprio perché hanno bisogno di poche cure e resistono per lunghi periodi con poca luce, arrestando in tal evenienza la crescita. Come vedremo nel prosieguo dell’articolo, sono lontanissime parenti delle dieffenbachie, delle quali ricordano il portamento; se trovano un ambiente idoneo e giuste attenzioni, crescono fino ad un metro in altezza ma anche in larghezza, producendo getti laterali dal tronco e polloni dal terreno. L’incontro con questa pianta che avevo già visto, ma non con la dovuta attenzione, avvenne grazie ad una collega che mi portò una talea di a. crespum. A seguito di quell’incontro mi appassionai e nel tempo sono entrato in possesso di molte altre varietà, tutte con foglie disegnate da 2 o 3 tonalità di grigio e verde. Non mi addentro nel ginepraio di nomi latini che vanno a distinguere varietà spesso simili tra loro: a noi basti sapere che abbisognano tutte delle medesime cure e dalle foto potete farvi un’idea delle varietà che si possono reperire nei garden specializzati. Le ultime che ho acquisito in ordine di tempo sono quelle che presentano nel fogliame anche il color rosso: sono più rare da reperire, quindi se le vedete e vi piacciono non fatevi scappare l’occasione: potreste non vederle per molto tempo. Tutte presentano foglie disegnate spesso in maniera appariscente, quindi molto indicate per dare un tocco di vivacità in mezzo alle più comuni piante a foglia verde. Piante dal costo medio alto anche perché a crescita moderata, usualmente vengono poste in vendita già ad una certa dimensione in gruppi di 2/3 piante raccolte insieme, al prezzo minimo di 20 euro. Abbiamo visto essere piante spartane, ma se ben accudite cresceranno sicuramente meglio e più velocemente. Il terriccio che le ospiterà deve essere ricco, composto al 50% di terriccio per piante verdi, 45% di torba e 5% di sabbia. Composto grasso e traspirante che andrà bagnato con acqua minerale a basso residuo una o due volte a settimana in inverno e quasi quotidianamente nei mesi più caldi, facendo sì che al tatto risulti sempre umido (non zuppo). Accorgimento sempre utile per tutte le piante che non amano radici bagnate è quello di mettere un paio di centimetri di argilla espansa nel sottovaso, che allo stesso tempo contribuirà ad aumentare l’umidità attorno al vaso stesso. Grazie alle foglie sempre leggermente carnose, anche in caso di bassa umidità ambientale, le punte delle fo- glie non ingialliranno, motivo per cui non è necessario vaporizzarle in estate, al contrario di quanto avevamo a suo tempo visto per altre piante provenienti dagli stessi ambienti. Una volta ogni 20 giorni nel periodo estivo e almeno una volta in pieno inverno, andranno nutrite con un buon concime organico. Io uso il sangue di bue alle dosi indicate sulla confezione, che di norma sarebbe eccessivo, ma essendo piante ghiotte andrà bene lo stesso. Sono molto sensibili al freddo, in inverno è indispensabile ripararle dalle correnti di aria che brucerebbero i bordi delle foglie. Si riproducono con facilità tramite talea, ma bisogna aver pazienza, tale operazione va eseguita nel periodo che va da maggio a luglio, e ci metteranno parecchio tempo per radicare, diciamo mediamente non meno di 2/3 mesi per poter essere interrate, se lo facciamo in altri periodi il tempo raddoppia e nel frattempo la pianta può deperire o marcire. Non cresce velocemente: una pianta può regalare 4/5 foglie all’anno come media. Per questo motivo e anche grazie al portamento compatto, non va rinvasata che ogni due o tre anni. La fioritura avviene per tutte le varietà tra luglio ed agosto; il fiore poco appariscente, spesso color crema bianco o verde, è simile ad una piccola calla ed è identico a quello di molte dieffenbachie, il che ne tradisce l’apparentamento, anche se separate per milioni di anni dall’oceano su due diversi continenti. Come molte altre piante può essere aggredita da alcuni parassiti come le cocciniglie, dal ragnetto rosso, dagli afidi e negli ultimi anni anche dal bruco della farfallina dei gerani che, a dispetto del nome, in realtà mangia un po’ di tutto: è di colore verde vivo e ha un appetito insaziabile. In caso di aggressione da parte di uno di questi insetti, l’unico rimedio (oltre alla tempestività nell’intervenire) è quello di usare prodotti insetticidi, onde evitare catastrofiche invasioni su tutte le piante che coltiviamo. Nel salutarvi vi rimando al prossimo articolo dove tratterò per l’appunto la già citata cugina dieffenbachia. 33 Dal baule delle vecchie cose... La campagna dell’Africa Orientale (2a e ultima puntata) a cura di Giulio Rosso e Claudio Racca A metà febbraio 1936, come abbiamo letto nella precedente puntata, il Generale Badoglio poteva vantare nel suo “ordine del giorno” una prima, schiacciante vittoria sulle truppe abissine, favorita anche (ma Badoglio trascura questi particolari di nessun conto) da una clamorosa disobbedienza al suo imperatore da parte del Ras Cassa, al quale era stato invano ordinato di portare tutte le restanti truppe alle spalle dell’armata italiana. Non sappiamo perché, ma l’interessato non se ne dette per inteso. Come se non bastasse, gran parte dell’armata abissina, durante la ritirata, venne attaccata da parte della popolazione locale degli Azebò Galla. Tra le vittime lo stesso Ras Mulughietà, uno dei quattro comandanti che affiancavano l’imperatore Haile Selassie, che peraltro non ci risulta essersi messo in gran luce come stratega e, si direbbe, neppure troppo abile nel mettersi in salvo dopo la disfatta. Alla fine di febbraio le truppe italiane si scontrarono con quelle di Ras Cassa, accampate nel Tembien. Il Tembien è una regione dell’Etiopia della quale ammettiamo di sapere poco. Lo stesso Maresciallo Badoglio, nel suo “ordine del giorno”del 3 marzo 1936, sorvola. Forse non è importante. In questa battaglia gli italiani si disposero in modo molto astuto: in prima linea, una cortina di truppe eritree (alleati di supporto) a parare il primo impatto, poi le nostre e, a chiudere, le camicie nere. A sera venne conquistata la vetta dell’Amba Uork dopo aver fatto grande uso dell’iprite, liquido molto corrosivo, che servì praticamente ad annientare l’armata di Ras Cassa mentre quella di Ras Sejun, che era poco distante, fu decimata dalle bombe a gas lanciate dagli aerei. Nel frattempo alcuni reparti italiani occuparono l’Amba Alagi. In contemporanea, cioè alla fine di febbraio, le truppe italiane attaccarono l’armata di Ras Immirù, forte di ben 30.000 uomini, attestata nello Scirè (di cui sappiamo come per il Tembien). In un primo tempo gli abissini inflissero gravi perdite ai Nostri, ma poi cercarono di sfuggire all’accerchiamento ritirandosi verso il fiume Tacazzè. Incredibilmente, anche le truppe di Ras Immirù, com’era già capitato a quelle di Ras Mulughietà, vennero decimate dai terribili Azebò Galla, guerriglieri locali che evidentemente non amavano Haile Selassie. Per colmo di sfortuna, quei poveri disgraziati scampati alle pallottole italiane e locali vennero sorpresi dall’aviazione italiana mentre guadavano il fiume Tacazzè e letteralmente annientati. Ma cediamo la parola al Comandante in capo. ORDINE DEL GIORNO del 3 marzo 1936 a firma del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio: “Dopo la grande battaglia dell’Endertà, che ha condotto poi all’occupazione dell’Amba Alagi e le vittoriose battaglie del Tembien e dello Scirè, gli eserciti etiopici del fronte nord sono stati definitivamente battuti e dispersi. Il nemico ha perduto molte migliaia di uomini, ingenti quantità di armi e materiali di ogni genere. Le nostre perdite, al confronto, sono state lievi, sebbene per noi dolorose. Questi nostri fratelli sono caduti mentre in Italia si organizzava e si celebrava il 40° anniversario di Adua. La Patria riconoscente ora unisce i recenti caduti con quelli di allora, in un unico fascio, con un sentimento in cui al dolore prevale l’orgoglio per i figli valorosi che, esciti dal suo seno, si sono qua immolati per la sua grandezza. La maggiore grandezza della Patria alla quale essi sono legati, rende il loro eroismo più fulgido ed assicura il loro ricordo imperituro. In poco meno di un mese tre grandi armate etiopiche sono state battute e disperse e i loro comandanti, con pochi armati al seguito, costretti alla fuga per le vie più recondite e a cercare scampo di caverna in caverna. Tutto ciò è avvenuto per virtù di capi e per valore di soldati, ai quali tutti senza distinzione deve andare il pensiero riconoscente della Patria. Questo è il migliore elogio che faccio alle mie truppe”. (N.B.: Il riferimento ai caduti di Adua riguarda la disastrosa battaglia del 1° Marzo 1896, ai tempi delle prime mire colonialistiche dell’Italia, quando il Negus Menelik II inferse agli italiani una pesantissima sconfitta). Segue una relazione definita “ riassuntiva” – ma in effetti abbastanza dettagliata – delle vicende belliche che abbiamo già anticipato, noi sì in puro stile tacitiano. L’ordine del giorno di Badoglio venne riscontrato tre giorni dopo da Mussolini, che con i mezzi dell’epoca inviò un telegramma o qualcosa di equivalente (spedito alle ore 13,40 – ricevuto alle ore 18,20) che così recitava: “Ho letto relazione su grandi operazioni questi ultimi giorni. É della grande strategia unita al valore di truppe risolute”. (Mah, un po’ deludente, a nostro parere …). Sinora ci siamo occupati del fronte nord, dove imperversava Pietro Badoglio. Ma esisteva e operava anche un fronte sud, con una armata comandata dal Generale Rodolfo Graziani. La strategia imposta al Graziani era l’opposto di quella adottata sul fronte nord: anziché attaccare, difendersi attivamente cercando di impegnare a sud il maggior numero di truppe nemiche, senza tuttavia passare mai all’offensiva. Così, quando le 34 truppe di Ras Destà si mossero per attaccarlo, Graziani rimase in attesa, lasciando all’aviazione il compito di decimare le truppe …dell’aggressore. Rimasti in pochi i nemici sopravvissuti, Graziani occupò la città di Neghelli e si apprestò a rintuzzare l’attacco di Wehib Pasha, un generale turco al soldo dell’imperatore etiopico, il quale tese una trappola alle forze italiane cercando di attirarle nel deserto dell’Ogaden. Tentativo clamorosamente fallito e pesantissime conseguenze per l’armata etiope. E intanto siamo arrivati a marzo. Il Negus, dopo la sconfitta di Ras Immirù (sicuramente uno dei comandanti più sfortunati, dopo Mulughietà), radunò la guardia imperiale e si diresse a nord, incontro all’esercito italiano. Le due armate si trovarono faccia a faccia nella conca di Mai Ceu, prima però arrivarono gli italiani che predisposero le fortificazioni e diboscarono il terreno. A fine marzo arrivò l’armata nemica. Senza perdere tempo, il 31 marzo gli abissini attaccarono gli alpini che però riuscirono a respingerli. Subentrò la guardia imperiale con un certo successo, sino al contrattacco degli ascari affiancati poi dagli alpini. Dopo gravi perdite da entrambi gli schieramenti, Haile Selassie ordinò la ritirata verso Dessiè ed anche in questa evenienza, a conferma della scarsa popolarità dell’imperatore, la popolazione locale fece strage delle truppe imperiali, decimate quindi dal “fuoco amico”, per la validità del detto “dagli amici mi guardi Iddio…”. Non potevano poi mancare gli Azebu Galla (ricordate?), maleficamente onnipresenti, che attaccarono le truppe del Negus nei pressi di Lalibela. LA VITTORIA E L’IMPERO. A fronte di una situazione così disperata, il 2 maggio 1936 il Negus Haile Selassie abbandonò truppe e trono e si diresse in esilio portandosi giustamente dietro il tesoro della corona. Il 5 maggio le truppe di Badoglio entrarono nella capitale, Addis Abeba. La sera stessa, Mussolini, ricevuto un messaggio da Badoglio, comunicò ufficialmente al popolo italiano la grande vittoria. Il 7 maggio l’Abissinia venne annessa all’Italia e poco dopo, dal famoso balcone di Palazzo Venezia, il Duce annunciò la fine della guerra e proclamò la nascita dell’Impero d’Etiopia. Così divenne sempre più arduo indicare una data sui documenti ufficiali: all’anno dalla nascita di Cristo s’era già aggiunto quello dell’Era Fascista: dal 1936, occorreva aggiungere anche quello dell’Impero (esempio: 10 luglio 1936, XIV dell’Era Fascista, I dell’Impero). Eritrea, Abissinia e Somalia vennero riunite sotto un unico Governatore e il nuovo possedimento coloniale venne denominato Africa Orientale Italiana. QUALCHE STRASCICO Per un certo periodo in Etiopia continuarono a verificarsi scaramucce della guerriglia fedele all’imperatore deposto, prontamente represse da Graziani con modi definibili a dir poco spicci (fucilazioni sommarie, uso di gas, azioni terroristiche solo a titolo dimostrativo come la distruzione del convento copto di Debra Libanos che causò circa duemila morti ammazzati). Comportamento di scarsa umanità imputabile al Generale Graziani. In positivo, invece, deve annotarsi la liberazione di oltre 400.000 schiavi che l’Etiopia conservava in dispregio alle disposizioni della Società delle Nazioni, della quale pure faceva parte. UN ALTRO MARESCIALLO D’ITALIA Anche il Generale Graziani fu nominato Maresciallo d’Italia. Avendo, inoltre, obbedito all’ordine di Mussolini di raggiungere ed occupare, dopo Neghelli, anche Harar, ma così in ritardo per le pioggie (!) da perdersi la cattura dell’ex imperatore Haile Selassie, appena appena passato sul treno che lo portava in esilio con il tesoro della corona, oltre all’altissima onorificenza ottenne anche la nomina a marchese di Neghelli. In conclusione, la breve e vittoriosa Campagna dell’Africa Orientale – datata dal 2 ottobre 1935 al 5 maggio 1936 – vide schierati per il Regno d’Italia circa 400.000 uomini contro i 300.000 dell’Etiopia. Le perdite sono state stimate (tenendo anche conto di guerriglie successive alla fine delle operazioni militari, fomentate dall’ex imperatore in esilio e finanziate con il tesoro della corona) in 3731 soldati – di cui circa 2000 caduti in combattimento e gli altri di malattia – e 619 civili italiani morti, oltre a tre o quattromila ascari (truppe somale di supporto regolarmente inquadrate nel regio esercito coloniale). I feriti furono circa 9000. Ben più elevate le perdite abissine: circa 275.000 soldati morti e mezzo milione i feriti. Questa è la storia che hanno vissuto, volenti o nolenti, molti dei nostri padri, quei giovani cresciuti nel roboante ventennio fascista tra folli sogni di grandezza e di potenza, come si addiceva ai nipoti della Roma Imperiale (dalla quale erano stati mutuati i fasci littori). Se quei giovani partecipassero alle guerre con lo stesso entusiasmo dei gerarchi e dei generali, questo non lo sappiamo. Indubbiamente però era grande l’efficacia della propaganda, tant’è che i partecipanti alle cosiddette “adunate oceaniche” pare presenziassero del tutto liberamente ed, anzi, con grande entusiasmo. A proposito di enfasi propagandistica, molto indicativo l’ANNUALE DI VITA GUERRIERA ritrovato da Giulio Rosso nel suo baule delle vecchie cose, che contiene cenni storici relativi al primo anno di vita della 2ª Divisione “28 ottobre”, scritti per uso dei legionari a Tembien nel maggio 1936, Anno XIV. Compilatore della lunga relazione un tenente colonnello dell’artiglieria che ha dichiaratamente funzionato da “negro” del Generale Comandante Umberto Somma. Facilissimo ritrovare quello stile oratorio e propagandistico che andava per la maggiore in quei tempi …gloriosi. Vediamo qualche passaggio letterario per poter giudicare. “L’aurora del primo annuale della nostra vita guerriera ci trova ancora raccolti nelle terre che videro la tenacia, il valore ed il sacrificio delle truppe ai miei ordini. Qui, di fronte ai baluardi irrorati dal vostro sangue, scalati, contesi e tenuti contro l’accanimento di un nemico ostinato e protervo, ricordiamo il cammino insieme percorso nel primo anno di vita. Rievocare il lavoro compiuto e le prove date è conforto al mio cuore di Comandante; è titolo di orgoglio alla mia anima di 35 soldato. Sarà ugualmente conforto ed orgoglio per voi, o miei legionari, che avete scritto nella nuova storia della Patria Fascista pagine che tutti sanno e che non si cancellano. Al compiersi di questo primo anno di vita, il nostro commosso pensiero va ai 237 gloriosi caduti, che riposano sul colle di Enda Jesus ed a Passo Uarieu, inizio ed epilogo, del tributo di sangue dato dalla “28 Ottobre” alla causa della vittoria. Con essi, salutiamo i 216 nostri feriti in combattimento, simbolo vivente del sacrificio. (Omissis) Seguono, nelle successive trenta pagine, le vicende, suddivise in quattro tempi, della Divisione – il cui motto è SUMMA AUDACIA ET VIRTUS – nata il 10 maggio 1935 “da un atto di volontà armata e sagace”, mobilitata in poco più di una settimana e addestrata a Formia secondo direttive “nette, chiare, logiche, tracciate dall’agile e sicura esperienza di un soldato prode e umano”, tali da fondere “rapidamente le anime e le menti avviandole sin dal primo giorno alla concezione ed alla gioia di una meta inesorabile e desiderata: il combattimento, inteso come epilogo ineluttabile dell’audacia, della forza e della capacità severamente affinate nel sacrificio dell’attesa”. Il primo tempo si conclude con l’ordine di varcare il mare “per adunarsi, dopo un impetuoso balzo, sull’altipiano eritreo, a Decamerè”. In terra d’Africa tutta la Divisione si muove dal luogo di sosta verso la zona Senafè-Barachit e “che importa se il troppo fedele zaino, malignando, sorriderà per 150 km. alle spalle dei militi? Se il sole spietato, il sudore e la polvere tramuteranno gli uomini in figure quasi irriconoscibili di nomadi che iniziano il loro cammino verso le mete lontane?”. Nel terzo tempo troviamo il resoconto del faticoso avanzamento della Divisione, tra itinerari definiti “da capre”, verso Adigrat, tra passi di tipo dolomitico o peggio, senza che il morale delle truppe ne abbia a soffrire, anzi. La meta successiva è Macallè, attraverso Mai Uecc, Enda Teclaimanot, con grandi lavori di sistemazione delle strade. Tralasciamo l’accurata descrizione degli spostamenti, degli incontri con altre Divisioni e le scaramucce originate da attacchi nemici e imboscate di poco conto. I primi caduti della “28 Ottobre” vengono tumulati sull’Enda Jesus in un apposito, piccolo cimitero. La Divisione poi si trasferisce a Gherghember quale riserva di Corpo d’Armata, il che non piace a quei valorosi ai quali prudevano le mani nell’ansia della lotta. Nel quarto tempo, finalmente, si leva il campo per dirigersi verso Tembien, “il più vasto covo ribelle della colonia”, (intricata e selvaggia regione) – a cavallo fra Macallè ed Adua – dove ci vuole “ il pugno di ferro che spezzi le reni al nemico reso forte e battagliero dall’ostile natura”. Dopo altri piccoli attacchi del nemico, soprattutto alla retroguardia, la Divisione scrive una prima pagina gloriosa nella battaglia del Tembien (seconda metà di gennaio 1936) con l’attacco alle forze del Ras Cassa e la conquista del baluardo montano di Zeban Kerketà e Monte Lata. Poi, a Passo Uarieu, asseragliati dalla sera del 21 gennaio, i legionari della “28 Ottobre” resistono eroicamente alle orde abissine per tre notti e tre giorni, senza che venga fiaccato “lo spirito dei legionari, che si mantengono aggressivi, ostinati, decisi di durare fino al limite dell’umana resistenza. Sanno che dietro Passo Uarieu la Patria guarda e attende la vittoria”. Alla sera del 23 gennaio arriva la 2ª Divisione Eritrea e il nemico fugge. La “28 Ottobre” all’indomani viene elogiata da Badoglio e, tre giorni dopo, addirittura dal Duce, che, dopo averla definita “La Ferrea”, la fa citare all’ordine del giorno della Nazione. Nei giorni seguenti prosegue l’avanzata tra scontri e successi, conquistando posizione su posizione, e alla fine di febbraio la “28 Ottobre” raggiunge agevolmente Abbi Addi, la capitale del Tembien e dinanzi alle truppe schierate issa solennemente il tricolore, “simbolo di vittoria ed affermazione di possesso”, nel nome dell’Italia Fascista. Termina così il racconto della Guerra d’Abissinia che portò un Impero assai poco duraturo all’Italia e al suo Re. Nel dicembre 1941, infatti, l’Africa Orientale Italiana cessò definitivamente di esistere sotto i colpi dell’esercito britannico. Sul trono dell’Abissinia venne rimesso Haile Selassie, che nel 1947 ottenne in annessione pure l’Eritrea, giusto per avere uno sbocco sul mare. N.d.R. Tutte le informazioni sulla guerra d’Abissinia sono state reperite nel sito di Wikipedia. 36 Una leggenda tira l’altra In parte me l’aspettavo, infatti non appena Filippo ha visto la leggenda di Masticabrodo che avevo dedicato a suo fratello Amedeo ha avuto una crisi di gelosia: “Ma come, una leggenda tutta per lui ed a me niente? Ne voglio una anche io!”. Ed io, come tutti i nonni, non sono riuscito a resistere alle sue lamentazioni e mi sono messo all’opera per trovarne una che gli si adattasse. Anzi ne ho trovate due, per molti versi sono molto vicine al suo carattere ed al suo modo di fare, che qui di seguito propongo ai nostri affezionati lettori con la speranza di strappare loro almeno un sorriso ma specialmente con quella di placare le gelosie di Filippo. (Giulio Rosso) Io, al contrario, non me l’aspettavo. Come potrei, tuttavia, mettere in difficoltà il Vice Presidente dell’Associazione, ghiottone errabondo, ispiratore e fornitore di tanta parte della nostra apprezzata rivista? A questo punto, però, mi viene in mente che i privilegi possono sembrare odiosi a qualche nipotino di un Socio qualunque. Mi sembra quindi giusto offrire la stessa possibilità a chiunque lo desideri: inviatemi una favoletta (non troppo conosciuta, non Biancaneve e i sette nani, per intenderci), una foto del bambino o dei bambini cui volete dedicarla, l’autorizzazione dei genitori a pubblicare la foto e, uno alla volta, verrete accontentati. (Claudio Racca) Dedicata a Filippo e ai piccini che amano i folletti Cùgnet Cùgnet era un piccolo, grazioso folletto che viveva nei sotterranei che collegavano la Torre Tellaria alla Ferranda. Quindi era uno delle nostre parti, ed esattamente di Pont Canavese. Ormai erano secoli che nessuno passava di lì e perciò Cùgnet si sentiva al sicuro. I suoi occhietti vispi brillavano come due stelle e si erano così ben adattati che l’oscurità di quei cunicoli non era più un problema, anzi, proprio perché anche nella notte più oscura il folletto riusciva benissimo a muoversi, il suo compito era svolto con la massima cura e precisione. Cùgnet era piccolissimo ed agile e, proprio grazie a questo, riusciva ad intrufolarsi dappertutto, silenzioso e delicato come un soffio leggero. Portava un vestitino nero, aderente, un berrettino lungo che scendeva quasi a coprirgli gli occhi e, alla cintola, teneva sempre una minuscola clessidra per conoscere lo scorrere del tempo, e un sacchettino. Durante il giorno trovava sempre qualcosa da fare: puliva, spazzava, andava in cerca di noci o castagne, ciliege o fragole, secondo la stagione. Allora calava il berrettino sugli occhi e faceva attenzione a che nessuno lo vedesse, tendendo gli orec- chi che percepivano ogni più piccolo rumore e camminando fra l’erba e le foglie secche. Ogni tanto si arrampicava fin sulla torre sfruttando ogni minima fenditura e quando giungeva sulla vetta il suo cuoricino batteva forte e lui si sentiva un gigante. Ma il suo vero lavoro iniziava col calar della notte. I bimbi devono andare a letto presto e il loro sonno tranquillo deve essere cullato da dolci sogni. Questo Cùgnet lo sapeva e sapeva che toccava a lui far sì che ciò si avverasse. Scendeva perciò nel paese di Pont e di casa in casa spargeva la magica polverina che custodiva nel suo sacchettino e le palpebre dei bambini piano piano diventavano sempre più pesanti fino a chiudersi. Un giorno una mamma che vegliava il suo bimbo malato si era accorta di lui. Un po’ si era spaventata ed allora Cùgnet, sedutole in grembo, le aveva raccontato la sua storia. Com’era stato bello stare in braccio a una mamma: Cùgnet non l’aveva mai avuta. Era nato per un incantesimo fatto da una fata buona che l’aveva creato proprio perché tutti i bimbi potessero riposare tranquilli e risvegliarsi felici. Quando gli occhi di un 37 bimbo si chiudevano dicevano: “Presto, a nanna, è arrivato Cùgnet”. Il folletto li conosceva ad uno ad uno, sapeva i loro nomi, conosceva i loro capricci, la bontà, talvolta la miseria e il sale delle loro lacrime. Per opera sua però tutti diventavano piccoli angeli senza più cattiveria né dolore. Era contento di sé e, visitate le case più lontane, tornava soddisfatto al suo rifugio. Ma sul pagliericcio di foglie fragranti, nonostante la stanchezza, lui, che dispensava a piene mani il sonno, non riusciva a riposare. Pensava a Rosetta, una ragazza dolce e delicata che stava giù in paese. Era così innamorato e così senza speranza che gli occhi non riuscivano più a contenere le lacrime che rotolavano lente e silenziose a bagnargli le guance. Fantasticava allora di essere un bel giovanotto, di aspettare Rosetta alla fontana e incontrare i suoi occhi per dirle tutto il suo amore. La realtà però era ben diversa: se Rosetta l’avesse visto così com’era al massimo gli avrebbe dato un buffetto sulla guancia. Egli sapeva che se avesse chiesto alla sua fata di trasformarlo in uomo forse l’avrebbe accontentato e questo era proprio il suo tormento: chi si sarebbe preso cura dei sogni dei bambini? Passano in fretta gli anni e Cùgnet non aveva ancora deciso anche se i sentimenti non erano mutati. Rosetta era ormai una vecchietta coi capelli bianchi e le mani un po’ tremanti, ma era sempre la sua Rosetta. Nelle case poi qualcosa stava cambiando: uno strano aggeggio era comparso in molte di loro. Emanava voci e musiche, si vedevano piccoli uomini muoversi e si sentivano notizie strane di paesi lontani. Cùgnet non riusciva a capire come le persone potessero essere entrate in una scatola così piccola... I bimbi stavano alzati fino a tardi, seduti là a guardare e a qualcuno si chiudevano gli occhi. Allora la mamma toccava un bottoncino e gli uomini e le musiche sparivano. Il folletto capiva che non era più utile come un tempo, forse la fata aveva fatto un nuovo incantesimo e aveva mandato qualcuno più potente di lui a sostituirlo. Così decise e la fata volle esaudire il suo desiderio. Cùgnet si ritrovò vecchietto alla fontana, prese Rosetta per mano e lei gli diede un buffetto e una carezza, contenta di averlo aspettato fino allora. entra nelle case e si diverte in vari modi. Nasconde gli oggetti nei posti più impensati, causando disperazione nei proprietari. Gli piace girare per le stalle, dove trae gran divertimento soprattutto dall’arricciare i crini del cavallo, facendone treccine. Si diverte anche a legare le zampe delle pecore con corde di paglia o fieno. Ma non finisce qui. Infatti il Linchetto entra spesso e volentieri in camera da letto, magari toccando i piedi delle vecchie, oppure tira per terra le lenzuola per poi scoppiare in sonore risate. Altre volte invece si piazza sul petto del dormiente e non lo fa più respirare. Insomma è veramente dispettoso, anche se non è pericoloso. Gli unici che si salvano sembrerebbero i bambini, con i quali invece è molto cordiale; li accarezza e li bacia, tanto che la mattina assumono un bel colore rosato e sono ancora più belli. Ma con tutti gli altri il Linchetto può essere veramente un problema. In realtà la soluzione c’è. Infatti questo folletto ha una vera mania per la pulizia, e non tollera la sporcizia e le parolacce. Quindi si può provare a... ruttare o emettere flatulenze per vedere se se ne va! Se ancora insiste potete provare a tenere a portata di mano pane e cacio; se la notte il Linchetto inizia coi suoi dispetti prendete il pane e cacio, andate al bagno e mentre... espletate le vostre funzioni, mangiate intonando questa filastrocca: “Alla faccia del Linchetto mangio e caco ‘sto cacetto” oppure, in un’altra versione... “Me ne mangio pane e cacio e del Linchetto me ne incaco” Certo se proprio non ve la sentite di usare modi poco signorili, oppure se nonostante questi accorgimenti proprio non se ne vuole andare, provate in quest’altro modo: prima di andare a dormire mettete una tazza di riso ai piedi del letto. Il Linchetto quando arriva tenterà di scoprire i piedi al dormiente, ma urterà la tazza spargendo per terra i chicchi di riso. Preciso com’è non sopporterà tutto quel disordine e si metterà subito a raccoglierli uno per uno, cosa che lo impegnerà tutta la notte; quando arriva l’alba, non sopportando il sole, sarà costretto ad andarsene. Ciao Filippo! Contento? Linchetto Questo folletto è un gran burlone che le fa di tutti i colori, specialmente ai vecchi e agli animali. Di notte il Linchetto In spiaggia un bagnino sta mangiando un panino gigante. Gli si avvicina un povero bambino e gli dice: “Io sono tre giorni che non mangio!”. Ed il bagnino: “Ok, puoi fare il bagno!”. 38 Che cos’è l’A.V.O.? Franco Marchisio Che cos’è l’A.V.O.? Come definirne l’essenza, il fulcro, lo spirito “comune” che anima i suoi ventisettemila volontari? Il professor Erminio Longhini, fondatore dell’Associazione Volontari Ospedalieri, ha detto un giorno che l’A.V.O. è “un dono”. Sicuramente lo è, e non soltanto nei riguardi dei malati a cui si dona parte del proprio tempo. È anche, forse ancor più, un dono fatto a chi vi appartiene. L’A.V.O. è “appartenenza”. Le motivazioni che spingono gli aspiranti volontari a farne parte possono avere molteplici origini anche se, nel corso del tempo, sovente si modificano, perché l’A.V.O. “sorprende”. Tant’è che, quando si decide di “appartenere” all’A.V.O., indotti sia da un’esigenza profonda e intima di “dare” e di “fare” qualcosa per “gli altri”, sia dalla consapevolezza di essere più fortunati di “altri” o dalla reazione emotiva scaturita dai più disparati eventi, è improbabile si sappia che quanto si riceverà supererà in gran misura quello che si “dona”. Un sorriso, un “grazie”, persino un atteggiamento di rifiuto provenienti dai malati insegnano immancabilmente qualcosa, arricchiscono il bagaglio delle esperienze, delle sensazioni, delle emozioni. Ecco, l’A.V.O. è “emozione”. L’emozione di riconoscere il dolore, la riconoscenza, il bisogno di aiuto di due occhi che parlano, dovessero anche parlare di indifferenza, di fastidio, di ribellione. Nel momento in cui si entra in contatto con un malato, scatta una reazione “fisica”, come fra due poli che si attraggono o si respingono, e il volontario A.V.O. dovrà cercare di rendere “comunicabili” le polarità. Qualora, però, ci si accorgesse che fra i poli non esiste alcuna attrazione, si annullerà la negatività obbedendo alla volontà del malato. Ciò che conta è agire sempre con estremo rispetto del desiderio, della sensibilità altrui. L’A.V.O. è “comunicazione”. Che cosa significa mettere in atto quello che chiede l’A.V.O., dedicare cioè tre ore alla settimana ai pazienti? Può anche voler dire uscire dall’ospedale “sentendo”, credendo di non essere stati utili. Ma è davvero così? Non può essere utile anche il “non parlare”, il “non fare”, l’essere stati accondiscendenti con il malato che vuole rimanere in solitudine a meditare sulla propria sofferenza? Lo è. E sarà in quel momento che, fra le maglie di un’apparente insoddisfazione, potrà librarsi il senso di appagamento nato dall’aver saputo rispettare la volontà degli “altri”, in ragione di un silenzio piuttosto che di un pasto somministrato con amore, dell’offerta di un bicchiere d’acqua, di un sorriso o di un saluto. L’A.V.O. è “rispetto”. Rispetto, dunque, del malato, delle sue tradizioni, delle sue origini, delle sue opinioni, delle sue credenze; rispetto del Personale ospedaliero, con cui bisogna apparire il più possibile “trasparenti” senza mai prevaricarlo; rispetto dei compa- gni volontari. Sovente si scambiano i turni, si sostituiscono i colleghi in difficoltà. Quante amicizie, quanti rapporti stretti e confidenziali nascono all’interno dell’Associazione, fra i membri con cui si “condivide” l’esperienza… L’A.V.O. è un potente collante, è “condivisione”. Come inizia, però, l’avventura dell’A.V.O.? Si frequenta il Corso Base, poi si effettua un tirocinio di trenta ore affiancati da un Tutor, infine ci si avvia ad affrontare autonomamente il servizio. E finalmente si esordisce, da soli, per misurarsi col primo impatto con i malati… Si indossa il camice, si raggiunge il reparto e ci si affaccia alla stanza per osservare la situazione; il cuore batte forte, si ha paura di sbagliare l’approccio. Può succedere di vedere che un paziente, non appena si accorge della “nuova” presenza, allunghi la mano verso un giornale e se lo appoggi sulle ginocchia; subito emergeranno i suggerimenti ricevuti al corso e dal Tutor… lo si dovrà soltanto salutare; si volge poi lo sguardo verso gli altri ospiti: se si captano un moto di sollievo, uno sguardo ricco di speranza, di desiderio di parlare, di raccontare vorrà dire che è arrivato il momento di ascoltare. Perché l’ascolto è proprio nelle “corde” dell’Associazione, che devono tendersi ma “lasciar suonare” il violino agli “altri”. Corde che tesseranno sulla memoria indelebili note di storie e di emozioni. L’A.V.O. è “ascolto”. E se succede, e succede, che qualche paziente si rivolga al volontario in maniera scorbutica o irosa, preda dello sconforto, della sofferenza, del senso di impotenza che lo attanaglia, non ci si deve scoraggiare, anzi: è possibile che quel suo sfogo possa risparmiarne uno simile ai suoi familiari. A tale riguardo, ci sono strutture in cui si accolgono malati non del tutto, o addirittura per nulla consapevoli della loro esistenza, delle loro giornate, delle loro azioni, e altre in cui l’utenza deve lottare contro una burocrazia che la costringe a subire lunghe attese, a compilare moduli su moduli, a fare code logoranti. In questi casi non è raro che il volontario diventi il bersaglio non solo di “sfoghi”, ma di scatti rabbiosi, di improperi e di accuse. D’altronde, è pur vero che si chiede ai volontari A.V.O. di fungere anche da “cuscinetto”, quindi, all’occorrenza, bisognerà ammortizzare i colpi e le sfuriate con pazienza e accondiscendenza. L’A.V.O. è un “ammortizzatore”. A proposito del camice, invece… lo si indossa a inizio servizio, ma diventa talmente parte del volontario che gli si cuce addosso, punto dopo punto, servizio dopo servizio. E quando si esce dall’ospedale è praticamente impossibile scucirlo dalla pelle. Per strada, sui mezzi pubblici, negli uffici, al ristorante, se si individua qualcuno in difficoltà sarà istintivo domandargli se abbia bisogno di aiuto. L’A.V.O. è “servizio senza confini”. È probabile che, se si chiedesse a ogni volontario la propria definizione dell’A.V.O., la stessa assumerebbe sfumature differenti, finanche non solo sfumature ma vere e proprie di- 39 versità frutto di opinioni, di esperienze, di sensazioni persino distanti l’una dall’altra. Ma una cosa è certa: indipendentemente dalla motivazione che ha fatto scattare la decisione di appartenere all’Associazione, al di là della trasformazione che questa può aver assunto nel corso del tempo, alla domanda: «Che cosa ha lasciato?», qualunque siano l’entità e la natura delle tracce che hanno segnato il suo cammino nell’A.V.O., non potrebbe che rispondere: «ha lasciato», «ha insegnato», «ha fatto crescere», «ha condiviso», «ha emozionato», «ha comunicato», «ha sorpreso». «Ha donato». Volontari per sempre Viviamo in un mondo (ci avete mai fatto caso?) in cui le scelte definitive non vanno più di moda , forse perchè anche il senso di responsabilità individuale e collettivo non se la passa troppo bene. Il fatto di sposare una ragazza e prendere l’impegno di starle accanto, qualunque cosa succeda, nella buona e nella cattiva sorte, per tutta la vita, avviene sempre meno: ormai la convivenza , frutto non di un impegno per la vita ma dell’accettazione consapevole di una situazione transitoria che oggi c’è, domani chissà, stanno sempre più frequentemente soppiantando i matrimoni e perfino i genitori più tradizionalisti ormai accettano con passiva rassegnazione, quando non con malcelata soddisfazione il fatto che i loro figli (a volte di sesso opposto, ultimamente anche dello stesso sesso) vivano insieme sotto lo stesso tetto avendo come orizzonte temporale della loro “storia” non la vita, ma qualche mese. Nelle aziende l’assunzione a tempo indeterminato ormai è una chimera: costa troppo assumere un giovane e mantenerlo in azienda per tutta la vita, meglio un contratto a termine o addirittura una collaborazione coordinata e continuativa dove manca perfino il vincolo di lavoro dipendente. Perfino le cose, gli oggetti che compriamo sembrano ormai entrati in una logica di consumo che privilegia le prestazioni di breve periodo, cose che un tempo duravano, ed erano fatte per durare molti anni oggi non si riparano nemmeno più, “….tanto costa meno comprane uno nuovo…” ti dicono. Non parliamo poi della vocazioni sacerdotali, l’impegno di una vita per eccellenza: nonostante i tentativi di vedere qua e là segni di ripresa, i nostri seminari rimangono desolatamente deserti, è già un risultato accolto con entusiasmo il fatto che in una diocesi come Torino si ordinino in un anno 3 o 4 sacerdoti, quando va bene. Insomma tra tanti giovani e forse più ancora in molti adulti il concetto di impegno totale, di impegno che ci si assume una volta per sempre e che può implicare sacrifici, rinunce, dolori, sofferenze, è sempre più considerato un relitto del passato, qualcosa da evitare, inutile, banale, poco “trendy”: molto meglio l’effimero che costa poco e poco ti da, che evita gli impegni, le difficoltà, il logoramento. Poi, a ben guardare tra le pieghe della società, ci siamo noi: i volontari. Non solo i volontari ospedalieri dell’AVO, ma migliaia di altre forme di volontariato le più diverse, da chi assiste i poveri in strada a chi accompagna i malati ed i disabili a Lourdes sobbarcandosi 24 ore di treno, da chi aiuta i propri concittadini nella protezione civile a chi aiuta gli anziani facendo loro la spesa o serve nelle mense per chi non ha da mangiare… E potrei citare centinaia di altre forme di volontariato. Alcune di esse hanno una base e una motivazione religiosa e di fede, costituiscono un modo per applicare concretamente la propria religione e ciò in cui si crede senza limitarsi alle sole parole; altre sono semplicemente una forma di altruismo vero, concreto, non necessariamente espressione di un credo religioso ma semplicemente la consapevolezza che quando vedi un’alluvione che porta via la casa e tutte le sue cose a qualcu- 40 no forse è meglio mettersi in macchina con gli anfibi e andare ad aiutare a spalare via il fango, che non rimanere nel salotto di casa a guardare le pubblicità televisive che intontiscono ed i soliti politici che disgustano. Ecco, benché i mass media, ormai sempre più dominati dall’ideologia del consumo e dell’essere sempre al passo con l’ultimo grido, tacciano su questo fenomeno o ne parlino talvolta in modo perfino beffardo, i volontari esistono, si muovono invisibili notte e giorno senza che nessuno lo chieda o li paghi, realizzano risultati incredibili animati solo dalla consapevolezza che quando vuoi fare una cosa per davvero, allora prima o poi la farai. E i volontari, in particolare i volontari dell’A.V.O. sono tra costoro, li vedo ogni settimana in ospedale fare cose meravigliose con la semplicità del bambino che non si chiede mai perché vuol fare qualcosa, la fa e basta. Ecco, noi volontari dell’Avo siamo volontari per sempre, almeno la maggior parte di noi e ne ho conferma quando, nelle corsie o nelle riunioni vedo uomini e donne che hanno 20, 25 o 30 anni di servizio in A.V.O., ed io, che ne ho appena 6 mi sento così piccolo e inutile di fronte a questi giganti della bontà che non sanno di esserlo, che non vogliono esserlo. Noi (scusate se mi metto nel gruppo) facciamo parte di quelli che hanno fatto una scelta definitiva, per la vita: quando abbiamo sentito dentro di noi il desiderio di indossare il camice azzurro, abbiamo intuito che per noi qualcosa sarebbe cambiato per sempre. Forse lì per lì non ce ne siamo neppure accorti, gli eventi ci hanno trascinato (il corso di formazione, poi il periodo di apprendistato, poi l’opera di ogni settimana in corsia), i giorni e le settimane sono passate, ma la verità è che noi abbiamo fatto una scelta per la vita, assumendoci la responsabilità di portare la luce e il sorriso dove non ci sono che tenebre e sofferenza, solitudine, dolore, morte. Sì, abbiamo avuto il coraggio, forse inconsapevole, di fare una scelta definitiva che sappiamo valere per la vita, anche se questo non viene più fatto, anche se tutto oggi nel mondo ci allontana da queste scelte definitive, indirizzandoci verso le infinitamente più comode scelte del “carpe diem”, del cogli l’attimo e poi si vedrà. Certo qualcuno si perde lungo il percorso, qualcuno lascia il camice lungo la strada per tante motivazioni e non va certo giudicato male per questo. Ma nei miei occhi ci sono le centinaia, migliaia di uomini e donne A.V.O. che, come i loro colleghi volontari in tanti altri settori , invece non mollano: giorno dopo giorno, vincendo la quotidiana battaglia con la pigrizia, gli impegni familiari, la stanchezza, a volte la delusione, scrivono diligentemente il proprio nome e l’ora di arrivo sul registro dell’ospedale, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, mese dopo mese, anno dopo anno. É a loro, a queste persone che rimangono convinte che le scelte importanti della vita devono essere per sempre, e che bisogna lottare duramente perchè sia così e che lo dimostrano con così tanti anni di servizio umile, silenzioso, senza grida o rumore, che va il mio pensiero reverente, la mia ammirazione, la mia voglia di imitarli e da loro prendo la forza per essere anche io un “volontario per sempre”. E ai più giovani dico, se posso, guardate a loro: a quei camici azzurri che paiono volare nella penombra delle corsie con passo silenzioso, che quasi sembrano non esserci e che invece da 20 anni ci sono, tengono le mani ai morenti, sorridono ai sofferenti, danno un bicchiere d’acqua agli assetati, imboccano i disabili o gli anziani. Sono leggeri come piume, umili, silenziosi ma ciò che fanno da tanto tempo è un miracolo dell’amore: sono loro a dirci che “per sempre si può”, che è bello, importante, determinante assumersi impegni per tutta la vita e lottare ogni giorno con fatica immane per mantenerli. Io li ho guardati, ho guardato il loro volto segnato dagli anni e dalle fatiche, il camice azzurro forse ormai un po’ consunto, e da loro traggo ogni giorno la forza per cercare di essere come loro. In un passo del Vangelo Gesù accoglie i discepoli che aveva inviato per città e villaggi della Galilea a predicare, a due a due e che ora ritornano da lui pieni di gioia per i miracoli e le guarigioni che hanno compiuto nel suo nome. Ma Gesù risponde loro con delle parole bellissime che mi sono sempre rimaste nel cuore: “Non esultate perchè avete guarito e scacciato i demoni; esultate piuttosto perchè i vostri nomi sono scritti nei cieli”. Forse mi sbaglierò, ma qualche nome di questi splendidi volontari “per sempre”, che hanno dato il proprio contributo per 20, 25, 30 anni all’A.V.O., sono davvero scritti nei cieli. Dove siamo Per raggiungere i locali dell’Associazione si entra da Via Nizza 150, tramite il passaggio pedonale, si resta all’aperto e, andando sempre dritto, si attraversano i due cortili, fino a raggiungere il basso fabbricato situato sulla sinistra in fondo al secondo cortile. Poi si sale una scala metallica che porta al primo piano (c’è anche un ascensore). Di fronte la Biblioteca. Si prosegue per un breve corridoio ed una svolta a sinistra e si è arrivati: sulla prima porta rossa sulla destra c’è la nostra insegna ExCRT&Co. Attenzione - In base a recenti nuove disposizioni attinenti alla sicurezza dell’Azienda, tutti i visitatori devono presentarsi al punto di controllo (entrando a destra) per segnalare le generalità. Per coloro che dichiarano di essere diretti all’Associazione Pensionati o al CRAL non è necessario depositare un documento. Occorre infine ritornare nello stesso punto per comunicare che la visita è terminata. 41 Prendiamoli per la gola... riflessioni di un ghiottone (prima parte) a cura di Giulio Rosso In Internet puoi trovare migliaia di ricette ed, ovviamente, per ognuna di esse per similitudine si riscontrano analogie per prodotti e modalità di preparazione; molte sono anche banali senza quel pizzico di fantasia che le rende diverse pur con la stessa tipologia. A ciò si può aggiungere che la diversità la creano il gusto e la mentalità dell’utilizzatore finale. Io per esempio non amo i piatti moderni che sembrano quadri piuttosto che cibo da consumare, non condivido quindi il pensiero di chi dice che “anche l’occhio vuole la sua parte” perchè queste preparazioni si riducono a quantità minime: due o tre forchettate e quando inizi a prenderci gusto hai già finito. La chiamano “nouvelle cuisine”, per me è un mangiare, anzi un assaggiare, da “fighetti”, da esibizionisti. A me piacciono quei bei piatti pieni, magari poco raffinati che però soddisfano l’olfatto ed il palato e che dopo averli mangiati “te ne sei proprio tolta la voglia”. Peregrinando quindi da moderno internauta ho scoperto alcune ricette che non hanno nulla di moderno nel titolo ma che invece pur nel filone della tradizionalità introducono una dose di novità, di fantasia ed anche un po’ di incoscienza che non fa male. Ho quindi deciso di proporle ai miei affezionati lettori con la speranza di non deluderli. Il bello di queste ricette, oltre al piacere di assaporarle, è che, malgrado le istruzioni, rimane lo spazio per l’improvvisazione di chi le prepara. Nel prossimo numero “dotte” spiegazioni sul pepe e sulle spezie in generale. Spaghetti al pesto di pistacchi e pepe affumicato di Penja del genere è una grande abbuffata di emozioni e sensazioni. Dovendo e volendo preparare un pesto di pistacchi che avesse una certa originalità e che valorizzasse sia il pistacchio che l’eventuale ingrediente aggiuntivo abbiamo incrociato lo sguardo del vasetto di pepe Penja affumicato sul tavolo, sgranandone una quantità considerevole in barba alla crisi economica (il costo del Penja è di circa 100 euro al chilo). Il risultato, con l’aggiunta di olio extravergine e un pizzico di sale è notevole. Ricapitolando, si prende una manciata di pistacchi a persona e lo si mixa con olio extravergine e cinque grani di Penja sgranati al momento. Una volta pronto il pesto, lo si diluisce con due o tre cucchiai di acqua di cottura, per poi mantecare gli spaghetti scolati tenendoli indietro di cottura di un minuto abbondante. Impiattate, e coprite con un’altra spolverata di pepe. Buon appetito. Consiglio del giorno: il pepe va sempre sgranato al momento. Ovvio, ma neanche tanto. Ingredienti Pistacchi sgusciati, pepe di Penja, Olio Extra Vergine di oliva, sale. Preparazione Il pepe di Penja è una delle spezie più pregiate al mondo. Soprattutto in materia di pepe. Noi siamo abituati a comprare “il pepe qualsiasi’’, mentre il mondo del pepe è uno dei più affascinanti nella galassia gourmand. Basta solo impegnarsi e curiosare. Ma adesso va di moda il sale, e pazienza. Per trovare il pepe di Penja occorre cercare in qualche negozio superspecializzato in spezie (a Torino comunque ce ne sono, uno e ben fornito è in Via San Secondo 22): andare in un luogo Qualche anticipazione sul pepe Per comodità in ambito gastronomico chiamiamo pepi una gamma molto ampia di bacche con diversi aromi e più o meno piccanti. Andrebbero però sottolineate diverse distinzioni, innanzitutto solo il pepe verde, il pepe nero e il pepe bianco appartengono alla stessa pianta. Quella del Piper Nigrum è una sempreverde appartenente alla famiglia delle Piperaceae i cui frutti crescono a grappolo su delle liane. É originaria dell’India, ma è coltivata in tutta la fascia tropicale in quanto predilige terreni umidi e fertili per la completa maturazione delle bacche. Il pregiato pepe (bianco e nero) di Penja: la sua qualità è data da un terreno vulcanico ricco e generoso, della regione di Panja in Camerun. 42 Mangiando e bevendo che male ti fo’ Giulio Rosso Sorpresa! Un vero agriturismo a due passi da casa Quando un amico me ne ha parlato per la verità non gli ho creduto, ma poi la curiosità ha preso il sopravvento. Era vicino a Torino, cosa mi costava andarci a ficcare il naso? In fondo non è che fossi così sovraccarico di impegni, specie nei week end, e poi, da emulo di San Tommaso, una domenica pomeriggio sono partito per approfondire, cioè a vedere dove era e come si presentava. Come un poliziotto ho fatto un sopralluogo, ovviamente una panoramica: dove era, come si presentava, ecc. ecc.. Il colpo d’occhio mi ha soddisfatto per cui mi sono ripromesso di approfondire il lato che più mi è congeniale, ovviamente quello gastronomico. Ah la gola! Una domenica di luglio, prenotando per tempo (difficile trovare posto senza prenotazione e quindi non hanno bisogno di farsi pubblicità; vorrà ben dire qualcosa!), ci sono andato e non sono rimasto deluso. Venticinque euro tutto compreso: ormai quasi una rarità. Cucina alla piemontese fresca e curata, cinque antipasti, due assaggi di primi, due secondi con contorno, dolci, vino, acqua, caffè e pusacafè (molti piatti anche con il bis): il tutto senza poi sentirsi appesantiti. Poi una breve siesta sotto le secolari querce. Nei prati attorno c’è spazio per lo sfogo dei bambini. Insomma una giornata soddisfacente ed in relax senza doversi sobbarcare un bel po’ di chilometri. Io ne sono rimasto soddisfatto, voi me lo direte dopo che ci sarete andati. Per arrivarci da Torino potete prendere la strada che parte da Pino (Via San Felice) e attraversando la campagna arriva a destinazione oppure (ve la consiglio) passare da Chieri e prendere la strada per Pecetto (sulla destra ad un certo punto troverete l’indicazione per Pino: l’agriturismo è quasi subito lì). Il vostro Ghiottone errabondo Agriturismo San Felice Via San Felice 186 Pino T.se - Tel. 011-8119982 A volte si ritorna ... Ci ero già stato lo scorso anno e ve ne avevo parlato sul numero di dicembre di Nuovi Incontri. Di solito non vado mai nello stesso posto perchè mi piace conoscere altre località e sperimentare alternative gastronomiche (il mio debole) ma ci ero stato benissimo con un’accoglienza ultra valida che ho voluto ritornarci anche per ritrovare, come lo scorso anno, particolari ed eccellenti momenti di tranquillità e relax. Purtroppo non avevo fatto i conti con “Mister meteo” che mi ha perseguitato per tutto il periodo di permanenza; non dico che mi abbia rovinato il soggiorno ma certamente ha rotto l’incantesimo psicologico che mi aveva suggerito di ritornare a Rabbi. Certo i luoghi e l’accoglienza non sono cambiati (e questo è già una bella conferma), anzi se devo essere sincero la famiglia Ruatti (proprio come quelle di una volta: patriarcale), che gestisce alla grande l’Agritur (camere e ristorazione tipica), forse anche perchè ci conoscevano già e quindi si era precedentemente creato un rapporto di familiarità, ci ha trattato ancora meglio, ci ha proprio coccolati. Mi hanno anche introdotto alle problematiche relative alla conduzione di un vero agriturismo e specialmente sui lavori che esso comporta sia riguardo ai prodotti dei campi che sull’allevamento di suini e bovini ed alla lavorazione delle loro carni e del latte. Cose a me sinora sconosciute ma che mi hanno aiutato a meglio conoscere quella attività, scoprendo che anche nel Paradiso Trentino non son tutte rose e fiori. Volevo quindi trovare il modo di dargliene atto ed anche ufficializzare un riconoscimento dovuto; quale migliore se non riparlarne nell’angolino di rivista a me destinato? Qualcuno dirà che sto facendo una sfacciata pubblicità; ebbene sì! Lo ammetto, ma è tutta meritata. Non mi dilungo di più, perchè dovrei raccontare le stesse cose già dette nel mio precedente articolo che, se non lo avete presente, vi invito a rileggere; ma più che altro vi invito ad andarci e vivrete di persona un’esperienza indimenticabile. AGRITUR RUATTI Fraz. Pracorno, 95 - 38020 Rabbi (Trento) Tel. 0463.901070 43 a cura di Claudio Racca Amarcord Arrivati ad una certa età si vive non tanto per realizzare piani e progetti per il futuro, quanto per ricordare i momenti belli del passato e trarre da essi consolazione per le angustie del presente. Ritengo pertanto quasi terapeutico rivangare fatti e personaggi che hanno inciso, in qualche modo, sul corso della nostra esistenza e che, nel bene e nel male, sono nella nostra memoria in modo imperituro, coscientemente o meno, pronti a riaffiorare quando si accende un qualche richiamo. Discorso questo che non vale evidentemente per chi ha frequentato o frequenta con troppo entusiasmo alcune amicizie deteriori, prima tra tutte quella di un medico tedesco, che mi pare si chiami Alzheimer, ma sono sicuro che tra i gagliardi colleghi CRT dei tempi che furono i simpatizzanti di quell’orribile individuo sono ben pochi e comunque non per loro volontà. Per non essere tacciato da nostalgico posso tranquillamente affermare che nulla vieta che questa terapia possa essere adottata come prevenzione da coloro che magari in cuor loro ci invidiano ed anelano di poterci emulare anche se magari non credono nei valori taumaturgici dei ricordi. É per questo motivo che ritengo utile, oltre che interessante, recuperare la memoria. Ci ha provato Aldo ZOPPOLAT, un ex funzionario della CRT, che ha scritto Ricordi semiseri dei primi anni di lavoro di un bancario oggi in pensione. I lettori di “Incontri”, il giornaletto del Gruppo Anziani Banca CRT fatto in casa per alcuni anni e poi coinvolto nella fusione per incorporazione della nostra cara, vecchia Banca, quindi risorto dalle ceneri, come l’Araba Fenice, presso l’Associazione Pensionati ex Banca CRT con il nome di “Nuovi Incontri”, quei lettori, dicevo, che non erano pochi, o almeno i superstiti, ricorderanno sicuramente gli scritti di Aldo, pubblicati regolarmente, apprezzati per la fantasia, lo spirito, il senso dell’umorismo “con una vena, neanche tanto nascosta, di compiaciuto sadismo” (citazione non autorizzata di una sintesi plastica di Franco Leccacorvi, che dell’Autore fu compagno di lavoro e vecchio amico). Aldo Zoppolat ha datato il suo scritto 2006 ed è deceduto nel 2008. Credo di fare cosa gradita anche a coloro che non hanno fatto parte dell’Ufficio Stipendi pubblicando, a puntate, il pregevole, inedito scritto, ringraziando la Signora Angela per averlo segnalato e messo a disposizione della nostra Rivista. Ricordi semiseri dei primi anni di lavoro di un bancario 1ª puntata Nota dell’Autore Queste memorie sono state scritte molti anni dopo gli avvenimenti narrati. Pertanto è possibile che alcuni ricordi siano stati involontariamente e leggermente alterati o sbiaditi dal passare del tempo o dalle primavere accumulate dall’autore. I personaggi, tutti rigorosamente reali, sono indicati con nomi di fantasia, per ovvi motivi di privacy, anche se non sarà difficile - per i colleghi “del giro” - riconoscerli quasi tutti. Alcuni di loro sono trattati con una certa dose di bonaria irriverenza, nel tentativo di renderli più “vivi”, più veri e - spero - anche più interessanti. Assolutamente mai con la penna intinta nell’inchiostro zuccheroso della simpatia o in quello tossico dell’antipatia. Come spesso accade nella satira, si mettono in rilievo più i difetti che le qualità dei personaggi, anche allo scopo di rendere con maggior efficacia e “colore” l’ambiente ed il contesto in cui vivevano. Si trattava di un mondo che stava uscendo dall’Era dell’Inchiostro e si avventurava verso quella delle Schede Perforate e delle calcolatrici elettriche. Terminali, personal computer, telefax, internet, intranet, cellulari ecc. ecc., erano meraviglie ancora di là da venire...Erano mutamenti epocali che noi giovani (di allora...) attendevamo con interesse, mentre i “vecchi” temevano e guardavano come l’avvento di nuovi e misteriosi mostri capaci di soppiantare ed infoibare i dinosauri dell’Era dell’Inchiostro. Qualche giovane dinosauro dell’epoca è sopravvissuto, ma la caccia ai superstiti non conosce tregua e non c’ê speranza per i “fossili” dimenticati in qualche riserva dimenticata... Il “contesto storico” Come si suol dire, correva – ma senza affrettarsi troppo – l’anno del Signore millenovecentosessantasette e tornava in vigore l’ora legale. Claudio Villa e Iva Zanicchi vincevano il Festival di Sanremo con “Non pensare a me”, mentre il ventottenne Luigi Tenco si freddava misteriosamente con un colpo di rivoltella alla tempia. Scompariva a Roma il Principe Antonio De Curtis Gagliardi Griffo Comneno di Bisanzio, in arte il grandissimo e inimitabile Totò. In Vaticano regnava Papa Paolo VI, che si apprestava ad indi- 44 re un Concistoro nel corso del quale avrebbe nominato Cardinale l’arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla, futuro Papa Giovanni Paolo II. Al Quirinale sedeva Giuseppe Saragat, uno dei Padri della Patria e tra i più esperti conoscitori dei vini piemontesi. A Palazzo Chigi governava Aldo Moro con il suo vice Pietro Nenni. Oscar Luigi Scalfaro era Ministro dei Trasporti, Giulio Andreotti - ancora immune dalle accuse di collusioni mafiose - era Ministro dell’Industria, mentre il trentaseienne Francesco Cossiga, non ancora afflitto da problemi dermatologici e senza piccone, faceva il sottosegretario alla Difesa. Carlo Azeglio Ciampi si metteva in luce presso l’Ufficio Studi della Banca d’Italia. Il trentenne Achille Ochetto (con una sola “c”, forse per un errore di stampa degli annali dell’epoca...), non ancora parlamentare, sedeva – come membro dell’Ufficio di Segreteria – al Bottegone”, con Napoletano, Cossutta e compagni. Silvio Berlusconi si dava da fare nel settore immobiliare e il giovanissimo Gianfranco Fini iniziava il liceo. Umberto Bossi, venticinquenne, intraprendeva gli studi – mai completati – di medicina all’Università di Pavia. Anche Francesco Rutelli, dopo aver superato gli esami della scuola media, si iscriveva al liceo classico “Massimo” di Roma, gestito – ahi lui – dai Padri Gesuiti (ma concluderà gli studi superiori in altro liceo laico). Romano Prodi insegnava, come professore associato, economia e politica industriale presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università della grassa Bologna, madre di tutte le mortadelle... La disoccupazione era di poco superiore al 4%. Il reddito procapite degli italiani era di poco superiore alle 550 mila lire annue: 284 euro di oggi. Il bilancio dello Stato presentava un disavanzo globale di duemila miliardi, poco più del 5% del PIL (altro che il 3% imposto oggi dal trattato di Maastricht e severamente controllato dagli gnomi di Bruxelles!). Affrancare una lettera costava 40 lirette, circa un trentesimo rispetto ai 60 centesimi di euro del 2006 (adesso che la posta ordinaria è diventata tutta “prioritaria”). I ragazzi della mia generazione avevano grandi progetti, magnifici sogni. Avevano ambizioni sfrenate e deliri d’onnipotenza: “Il mondo è nostro!” pensavano, irridendo il padre che tornava a casa in bici dalla fabbrica, con il baracchino del pranzo sporco e vuoto. Salvo poi, da bravi studenti (quelli del “diciotto politico” per tutti), unirsi agli operai nei cortei proletari. I ragazzi della mia generazione erano politicamente impegnatissimi e militavano rigorosamente nella sinistra extraparlamentare o nelle squadracce nere, ma queste erano una sparuta ancorché agguerrita minoranza. Marciavano nei cortei impavidi e ribelli, dritti e instancabili, rigorosamente con l’eskimo, adatto ai mesi freddi, perché d’estate non si facevano sfilate – come oggi del resto – essendo tutti in ferie, compresi quelli dei centri sociali... Ignari che, come diceva Brecht, “il nemico è quasi sempre quello che marcia alla tua testa”, partecipa- vano gioiosi, e talvolta inconsapevoli, alle manifestazioni di piazza, occupavano le scuole e se ne davano di botte con la polizia! Erano grandi ed entusiasmanti battaglie, con tanto di morti e feriti, da una parte e dall’altra. Adesso, quando li ferma la stradale, diventano talmente balbuzienti e paonazzi in faccia, che la moglie a fianco si spaventa, pensando ad un ictus. I più dotati, e meno ansiosi di lavorare, sono entrati in politica, formando una delle più mediocri classi dirigenti di tutto il mondo occidentale, scaltra e chiacchierona, abbarbicata alle poltrone del potere, più incline a frequentare i salotti che a governare uno dei paesi più industrializzati del mondo. Quelli della mia generazione erano ragazzi che ascoltavano i Beatles, i Rolling Stones, i Pink Floyd, i Kraftwerk, Joan Baez, Bob Dylan, gli Jethro Tull... Ah, i ragazzi della mia generazione, che raccontavano a platee invidiose ed attonite le loro avventure a Woodstock con Jimi Hendrix, Joe Cocker ed altri miti del rock, nella kermesse che si sarebbe svolta nell’agosto 1969! Poi si è scoperto che si erano chiusi per tre giorni nel cesso. Sognavamo, prima di entrare in “banca” o in un ufficio pubblico, di fare l’America coast to coast, sulle orme di Jack Kerouac e di William Burroughs e di quelli della beat generation, ma al massimo siamo riusciti a fare la Roma-Bologna senza scalo agli autogrill. Allora era la vita sospesa “on the road”, alla ricerca del proprio equilibrio e dell’utopica convivenza globale, “l’Urlo” di Ginsberg e il mondo di Jack Kerouac, il Libretto Rosso di Mao e “Dio è morto” di Francesco Guccini. Prima dell’“avventura nella Grande Banca” Tutto sommato, l’attività che svolgevo mi piaceva e mi gratificava: lavoravo come segretario dei corsi serali nell’Istituto Tecnico dove mi ero diplomato ragioniere, circa tre anni prima. Per certi versi quel lavoro era addirittura una pacchia. Il terribile Vice Preside che spesso mi aveva abbaiato nei corridoi, certi severi professori che terrorizzavano intere scolaresche di oltre 30 ragazzi (altri tempi: ora sono gli insegnanti ad essere terrorizzati dagli studenti!), mi trattavano alla pari, addirittura con rispetto quando avevano bisogno dei miei servigi. E poi la facilità di rapporti con le studentesse... Diciamo che la situazione presentava lati davvero interessanti, sui quali è meglio sorvolare, per non rinverdire ormai sopite e antiche gelosie di mia moglie, ma – soprattutto - per non risvegliare troppi ricordi e nostalgie di una lontanissima gioventù birichina. L’unico neo era rappresentato dallo stipendio, un po’ basso per pensare di mettere su famiglia, come avevamo deciso io ed Angela, la mia futura consorte. Sapevo che le “banche” pagavano di più dell’Amministrazione Provinciale, dalla quale dipendevo. E poi – come dicevano tutti – un ragioniere trovava la sua migliore, più classica e sicura sistemazione in una Banca, mito e paradiso delle “mezzemaniche”di allora (e, for- 45 se, anche di oggi...). E pensare che, appena diplomato, avevo ricevuto – tra le altre – ben tre offerte di impiego da altrettanti Istituti di Credito. In uno di questi ero addirittura già stato assunto, dopo un positivo colloquio nella sede centrale, in una importante città del Meridione, da un “alto dirigente” la cui statura era simile a quella di un nano e che dimostrava almeno cento anni. Nel frattempo avevo già accettato di buon grado l’offerta di lavoro presso la mia Scuola. Che soddisfazione avevo provato (le sciocchezze di chi non ha ancora vent’anni...) recandomi in banca, in quello che doveva essere il mio primo giorno di lavoro, con oltre mezz’ora di ritardo. Ricordo ancora il faccione contrariato e severo del Capo Ufficio Personale: “Ragioniere, Lei incomincia proprio male, anzi, malissimo!”. “Veramente sono venuto solo per rassegnare le dimissioni”. Il faccione rosso divenne violaceo. “Ma come, con la crisi che c’è, lei rifiuta un posto in banca, dico in banca!!!” Quasi quasi mi dispiaceva deludere quell’omaccione dall’enorme pancione. Sapevo – qualche mala lingua mi aveva informato – che era uscito da pochi mesi da una casa di cura per malattie mentali. Vi era stato rinchiuso dopo violente manifestazioni psicotiche conseguenti alla clamorosa vincita di oltre trecento milioni al Totocalcio, realizzata dal fratello. Un’invidia e un livore all’ennesima potenza, tracimate in pazzia bella e buona. Mi affrettai ad andarmene, biascicando qualche parola di circostanza. Ma tant’è. La prospettiva di diventare qualcuno che “contava” dove ero stato un semplice studentello, mi aveva ormai soggiogato. E poi c’erano le ragazze... Come dicevo, la felice parentesi di lavoro all’Istituto tecnico commerciale stava per concludersi. Il vile denaro – e la razionalità di Angela – mi avevano persuaso a lasciare la scuola. Scrissi un paio di domande ed ancora una volta mi andò bene. Una delle più importanti banche della città mi invitò per un colloquio. Feci una buona impressione, le referenze erano positive, il curriculum scolastico pure e così fui assunto come impiegato di II categoria - Applicato. Fino a quel momento la mia vita era stata abbastanza spensierata, ma ci avrebbe pensato la Grande Banca a farmi cambiare! Il primo giorno di lavoro Il primo giorno mi presentai in sede centrale con una buona mezz’ora d’anticipo (altro che il ritardo di tre anni prima!). Venni introdotto nella stanza del Capo Ufficio Personale (incomincio ad abbondare nelle maiuscole per adeguarmi allo spirito e al1’etica dell’Istituzione che mi avrebbe garantito per tanti anni la pagnotta ed anche un sostanzioso companatico). C’ero già stato in quell’ufficio per il colloquio, un mese prima. Adesso però tutto sembrava diverso. Il locale mi appariva più tetro – nonostante il maggio sfavillante di sole – con quelle pareti annerite dal tempo, quei mobili antichi e ricoperti da una patina scura. Lui, il Capo Ufficio, troneggiava dietro una scrivania ingombra di scartoffie. Sulla sessantina, capelli candidi e folti, fisico opulento da buongustaio che disdegnava il moto, doppiopetto gessato grigio, il Dottor Testa non era più la persona gentile ed affabile di qualche settimana prima. Adesso era un mio Superiore ed intendeva farmelo capire bene. Mi mise perciò subito a mio agio. “Lei è stato destinato all’Ufficio Stipendi. Guai a lei se si lascia scappare qualche informazione all’esterno. Si comporti secondo il regolamento interno. Si ricordi che...” e via di questo passo. Mi sentivo sempre più piccolo di fronte a quell’uomo che stava officiando la sacra funzione del neo-assunto. “Adesso la accompagno dal Capo Divisione Personale, il Dottor Cicala. Mi raccomando, cerchi di fargli una buona impressione perché, dopo il suo Capo Ufficio, sarà Lui il suo Superiore diretto!”. Dentro di me incominciavo a rimpiangere ciò che avevo appena lasciato: la mia scuola, l’orario che mi consentiva tanto tempo libero, i professori, le ragazze, le birbonate in quell’aula vuota dell’ultimo piano o nel laboratorio di fisica... Entrammo nell’ufficio del Capo Divisione, grande quanto un appartamento per giovani sposi. Anche lì, pareti con la tappezzeria scolorita dagli anni, vetri “cattedrale” alle finestre che conferivano un’atmosfera religiosa all’ovattato silenzio del locale. Dietro una grande scrivania, sedeva un ometto anziano, magro, segaligno, pelato, con gli occhialini e dallo sguardo indecifrabile da gufo. Proprio pelato non lo era, perché qualche decina di capelli, sapientemente riportati sulla sommità del cranio, creavano false illusioni di copertura del medesimo. Alle spalle del Capo Divisione, sulla parete, era appeso un enorme quadro dalle tinte fosche, che rappresentava San Giovanni Decollato, con la testa del martire in primo piano su un piattone d’argento dal quale pendevano macabri sfilacci del collo e colature sanguinolente. Una visione davvero rasserenante! Presentazioni. “Si segga, ragioniere”, disse con vocetta stridula il Dottor Cicala. E giù un altro sermone ancora più severo e solenne del precedente, ma con il medesimo leit-motiv. Doveri, divieti, ammonimenti, esortazioni, minacce di provvedimenti disciplinari in caso di mancanze... E quella testa del Battista che sembrava ammiccare e confermare quelle parole e quelle ventilate sanzioni! Mi sentivo uno strano senso di colpa, come se avessi già violato tutti i regolamenti della Grande Banca o fossi addirittura scappato con il malloppo. “Bene, adesso andiamo a presentarla al Signor Condirettore Generale!” gracchiò il Dottor Cicala. Si alzò e quello che mi era apparso come un omarino, si rivelò una persona normale, grazie a due gambe da trampoliere che compensavano un torace a “petto di gallina”, pochissimo sviluppato sia in circonferenza sia in altezza. Al punto che la cintura dei pantaloni faceva capolino appena sotto il primo bottone del gilet (quello più vicino al collo, per intenderci!). 46 Mesto come dietro un corteo funebre, seguii per corridoi silenziosi i due importanti personaggi. Essi camminavano con passo felpato. I trampoli del Dottor Cicala sembravano addirittura sfiorare i pavimenti. Mi dissi che probabilmente le loro calzature avevano le suole di para. Mentre io, con le inevitabili scarpe nuove in vero cuoio, facevo un rumore del diavolo. Tanto che, per non turbare quell’atmosfera mistica, mi misi a camminare in punta di piedi, con un curioso e ridicolo stile pinguino. Imboccammo quindi una scala laterale che conduceva alla balconata marmorea al cui interno si trovavano gli uffici del Top Management (allora si diceva, autarchicamente ed italianamente, Alta Dirigenza) della Grande Banca. La severa modestia e sobrietà, per non dire squallore come avrei appurato in seguito, dei restanti locali dell’enorme edificio della Sede Centrale, trovava qui il più vistoso contrasto. La sontuosa opulenza di facciata della Banca, l’immagine sacrale di tempio del denaro, erano lì, in quella specie di chiostro regale. Colonne di marmo, pavimenti di marmo, pareti di marmo; dorature, stucchi, fregi; copertura piana formata da una grandiosa vetrata “cattedrale”; scalone“d’onore” di marmo con le altissime pareti arricchite da grandi quadri con soggetti classici; .saloni con i soffitti affrescati, altri quadri, arazzi, parquet lucidissimi, mobili in stile, veri pezzi d’antiquariato... Tutto per abbagliare i clienti più prestigiosi ed i visitatori di riguardo, in una ridondante architettura d’interni neo-classico-plutocratica; per ostentare ricchezza, solidità, sicurezza, in una scenografia teatrale di grande effetto. Ci avvicinammo ad uno dei grandi portali di legno nero lustrato che si affacciavano (e, salvo crolli dell’ultima ora, si affacciano tuttora...) alla balaustra. Il Capo Divisione bussò con discrezione all’antiporta e quindi alla porta. Qualcuno disse “avanti” perché il Dottor Cicala entrò furtivamente, lasciando me ed il cautissimo Dottor Testa fuori della sacra stanza. Dopo una breve attesa, il Dottor Cicala sporse la testolina da condor delle Ande e con un sussurro rugginoso disse: “Avanti, avanti... entrate...”. Entrai con circospezione e – non lo nego – con un po’ di timore reverenziale nel vasto locale semibuio, illuminato da una splendida lampada da tavolo. Mobili barocchi, pesanti, neri; ampio tappeto persiano autentico (non feci la perizia, ma lo immaginai...), immancabili quadri alle pareti con soggetti semireligiosi, ma senza teste spiccate dal busto o martiri agonizzanti, per fortuna. Dietro ad un tavolo di legno massiccio – non una semplice scrivania – dalle gambe leonine, dove potevano pasteggiare comodamente alcune famiglie, sperso in una poltrona dallo schienale altissimo, sedeva un signore dall’aria assai distinta. Naturalmente anziano e con il capo circondato da un’aureola di capelli bianchi. Il Dottor Zuccotti, numero due della Grande Banca, era intento a leggere un foglio con aria concentratissima. Il piano del tavolo, tirato a cera e sul quale ci si poteva specchiare, era praticamente sgombro, salvo la sontuosa lampada di ferro battuto ed alcuni sceltissimi “pezzi” da scrittoio. La sola cosa moderna di quell’ufficio era la luce elettrica. Di pratiche, cartelline, dossier, insomma di tutte quelle cose che normalmente ci si aspetta di trovare in un ufficio ancorché dell’alta direzione, neanche l’ombra. Degli altri mobili del locale ricordo solo una barocca biblioteca a vetri, ma non giurerei che lo stile fosse proprio quello. Il Signor Condirettore Generale, sempre intento a studiare quel foglio, non ci degnò di uno sguardo per alcuni secondi che mi parvero eterni. Finalmente posò la carta, lisciandola con le mani curatissime. Sbirciando, notai che sul foglio era dattiloscritto il mio nome, la data di nascita, titolo di studio con votazione media e indirizzo. Nient’altro. Sicuramente aveva imparato a memoria quei dati, pensai lusingato. Il Dottor Zuccotti alzò la testa e mi guardò, lungamente e con apparente interesse. L’aureola di capelli bianchi, illuminati dalla lampada, conferivano a quel volto un alone surreale, quasi mistico e ieratico. Poi parlò. Mi disse che ero fortunato ad entrare nella Grande Famiglia della Grande Banca. Che si aspettava da me il massimo della fedeltà e dell’impegno. Quindi accennò alle vaghe possibilità di carriera, beninteso dopo un congruo anno di duro tirocinio, “anche se ai miei tempi, tutto era molto più difficile e le promozioni dovevi guadagnartele con il sudore...” concluse amaramente. Dopo un momento di riflessione, in cui forse ripercorreva la sua lunga e faticosa carriera ed i meritati successi, riprese: “Sono lieto di aver potuto accontentare il Senatore Rossetti; che mi ha caldeggiato la Sua assunzione. Sono certo che Lei non vorrà disattendere le lusinghiere referenze che il Senatore si è degnato di esprimere nei suoi confronti, caro ragioniere”. Si accorse che lo guardavo stupito. Io non conoscevo alcun senatore. Il Dottor Cicala parlò brevemente all’orecchio di Zuccotti e questi, visibilmente imbarazzato o contrariato - tossicchiò nervosamente. “Allora Lei conosce o no il Senatore Rossetti?” mi chiese. Risposi di no ed esclusi qualsiasi intervento di raccomandazione a mio favore. Per un attimo credetti che la mia assunzione andasse a farsi benedire. “Eppure, sono sicuro... Mi sembra proprio...” insistette cocciutamente il Signor Condirettore Generale. Apri un cassetto del grande tavolo dalle zampe leonine, vi rovistò e trovò quello che cercava. “Ne ero certo!” affermò con voce trionfante. “Un cognome come il suo è ben raro e non c’era proprio da pensare ad un caso di omonimia. La lettera del Senatore Rossetti che La raccomanda c’è davvero. Si ricordi comunque, ragioniere, che QUI LE RACCOMANDAZIONI NON CONTANO! Badiamo a ben altre cose, usiamo ben altri criteri di valutazione, noi!”, tuonò il Dottor Zuccotti, sparando la più clamorosa e vergognosa delle menzogne. Il mio personale barometro precipitò immediatamente e il cuore mi martellava in petto per la rabbia. Con assoluta mancanza 47 di buon gusto e per sottolineare la sua autorità e la sua autorevolezza (mah?) esplose la botta finale: “Si ricordi bene ragioniere che il suo periodo di prova dura tre mesi più altri nove mesi di esperimento. Alla prima mancanza la caccio via!”. Ha parlato il capitan Cocoricò, pensai tra me: alla prima che mi fai ti licenzio e te ne vai! Comunque, l’assunzione era salva. Con quelle parole minacciose il Numero Due della Grande Banca mi congedò, aggiungendo un “Prego” glaciale ed indicandomi la porta. E pensare che mi ero perfino asciugato il sudore della mano sui pantaloni del vestito nuovo che indossavo, credendo che me la volesse stringere o che mi porgesse la sua da stringere... Come saluto di benvenuto non era niente male! Nessuno dei tre Dignitari che mi avevano accolto aveva pronunciato una frase di circostanza, una parola gentile, un incoraggiamento. Pazienza, mi sarei abituato a quell’ambiente un po’ militaresco e ministerial-burocratico. Certo che la faccenda del Senatore mi scocciava parecchio. Chi tra i miei familiari aveva preso l’iniziativa di interessarlo al mio caso? Perché non ne ero stato informato, facendomi fare una figura grottesca con gli Alti Papaveri della Banca? Il mio maledetto orgoglio - che avrebbe così negativamente inciso in certi momenti della mia futura carriera - ne soffriva tremendamente. Non bastavano i miei risultati scolastici, le referenze del mio Preside e del Capo Servizio Personale della Provincia? Evidentemente qualcuno, molto vicino a me e molto più “previdente” di me, riteneva che non lo fossero ed aveva preso – bontà sua – l’iniziativa di spianarmi la strada per l’assunzione. Mettendomi così addosso una etichetta più difficile da cancellare di un marchio bovino texano. Seppi il giorno stesso il nome del o della “colpevole”, ma non ebbi il coraggio di redarguirlo/a, perché la buona fede era di tutta evidenza. Rientrando nelle zone “plebee” dell’edificio, i Dottori Cicala e Testa parlottavano tra loro e ridacchiavano, commentando evidentemente la mia reazione alla notizia di essere un “raccomandato politico”. Mi permisi allora di esternare le mie preoccupazioni sull’episodio ai due illustri personaggi. “Ma no, ma no, non si preoccupi” mi rassicurò il Dottor Cicala. “In fondo noi l’abbiamo assunta per i suoi - ehm - meriti scolastici e per le positive referenze che abbiamo raccolto su di lei. Come ha giustamente detto il Signor Condirettore Generale, in questa Banca badiamo alla qualità delle persone, alla loro professionalità ed al rendimento sul lavoro e non, ehm, alle eventuali raccomandazioni, che, ehm, non ci interessano affatto”. Così mi rasserenò l’animo Pinocchio-Cicala, senza dimostrare il minimo imbarazzo per aver reiterato la colossale panzana. Tanto il naso non gli si sarebbe allungato di certo! Concluso il rituale dell’iniziazione con gli Alti Dirigenti della Banca, fui accompagnato finalmente nel mio nuovo ufficio. (continua) 48 Piero Burdese, a nome anche dei Consiglieri, dei Sindaci, dei Probiviri e delle strutture operative dell’Associazione, augura a tutti gli associati e ai loro familiari un Buon Natale e un Felice Anno Nuovo di salute, serenità e pace. ACCORDI ASSICURATIVI E SOLUZIONI MUTUALISTICHE RESPONSABILITÀ CIVILE “CAPO FAMIGLIA” 51 In esclusiva gratuita per i soli soci Tiene indenne l’Assicurato ed i componenti del suo nucleo familiare di quanto sia tenuto a pagare, quale civilmente responsabile, a titolo di risarcimento di danni involontariamente cagionati a terzi in conseguenza di un fatto accidentalmente verificatosi nell’ambito della vita privata comprendendo anche le responsabilità su di loro gravanti per i fatti illeciti commessi dai collaboratori domestici. * * * * * ** Per quanto riguarda: AUTO, MOTOCICLI, INFORTUNI ed EMVAP SANITARIA i nostri associati che desiderassero ricevere maggiori informazioni potranno rivolgersi al Signor: Giovanni POLLINO - tel. 011.19887737 - centralino 011.19885007 - fax 011.19887442 e-mail: [email protected] POLIZZE “AUTOVETTURE” • • RCAuto: sconti significativi applicati sulle vigenti tariffe ALTRE GARANZIE OPZIONALI: a condizioni di favore. Tutte le agevolazioni di cui sopra sono estensibili anche a: coniuge o familiari conviventi. POLIZZE “MOTOCICLI” • • RESPONSABILITÀ CIVILE: a tariffa preferenziale. INCENDIO E FURTO: prezzi scontati. Anche queste agevolazioni sono estendibili ai parenti, intendendosi per tali quelli sopra richiamati. POLIZZE “INFORTUNI” NFORTUNI ASDIBA Sono state ancora migliorate le polizze convenzionate “Infortuni”. La durata dei nuovi contratti diventa ANNUALEtramite . È possibile assicurare anche il coniuge o il convivente. “PRESTAZIONI SANITARIE” EMVAP, sotto forma di Sussidi Mutualistici, offre una interessante soluzione “Sanitaria”. Questa impostazione permette anche di migliorare il servizio (ad esempio evitare irreparabili disdette inoltrate al singolo da parte di una Compagnia assicuratrice). I sottoscrittori potranno inoltre usufruire delle detrazioni previste dalla vigente normativa fiscale nel caso di versamenti di “contributi associativi”. Principali caratteristiche dei Sussidi E.M.V.A.P. L’età massima in ingresso corrisponde ad anni 71 non ancora compiuti; è necessario compilare preventivamente un Modulo sanitario riguardante la situazione fisica dell’Aderente (indicando le precedenti cure, gli interventi chirurgici e gli eventuali infortuni subiti). All’atto della prima adesione potrebbe essere richiesta l’esclusione di alcune patologie pregresse e pre-conosciute. In tal caso si avrà la facoltà di recedere, annullando il modulo già presentato. Il “Sussidio per Ricoveri” è denominato GOLD. Per maggiori informazioni interpellare la nostra Sede associativa; un estratto delle condizioni è pubblicato sul nostro Sito. Ad esso vengono abbinati automaticamente i seguenti Servizi: • VISITE SPECIALISTICHE private e su appuntamento, utilizzando il Circuito dei medici convenzionati, a tariffe “agevolate” e con servizio di prenotazione telefonica. • ESAMI DI LABORATORIO e ANALISI a tariffe ridotte. * * * * * ** POLIZZA “RIMBORSO SPESE MEDICHE” F.A.P. Credito Prodotto proposto dalla Federazione Nazionale FAP Credito. Si accede tramite adesione all’Associazione Pensionati del Banco di Napoli. Al momento non è dato sapere se verrà rinnovata. Si consiglia pertanto di consultare il sito della Federazione. Per maggiori ragguagli relativi a tutte le suddette offerte: rivolgersi in Associazione 52 Associazione Pensionati e Dipendenti della ex Cassa di Risparmio di Torino ExCRT&Co. e di altre banche Associazione di volontariato senza scopo di lucro