diritti in mostra
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Il bambino, per lo sviluppo armonico della sua personalità, ha bisogno di amore e di comprensione. Egli, nei limiti del possibile, deve crescere sotto la custodia e la responsabilità dei genitori e, in ogni caso, in un’atmosfera di affetto e di sicurezza morale e materiale. (art. 6 della Dichiarazione dei Diritti del Bambino) Lente d'ingrandimento Si stima che 100 milioni di ragazzi vivano e lavorino nelle strade delle città dei paesi del sud del mondo. La maggioranza (75%) delle bambine e dei bambini delle strade hanno qualche legame familiare, ma passano la maggior parte della loro vita nelle strade mendicando, vendendo fronzoli, lustrando scarpe o lavando macchine per contribuire al guadagno familiare. È raro che vadano oltre il quarto anno di educazione. Il 25% vive nelle strade, spesso con un gruppo di altri ragazzi. Conosciuti sotto il nome di “ragazzi della strada”, dormono in edifici abbandonati, sotto i ponti, negli androni, e nei parchi pubblici. Sovente, ricorrono a piccoli furti e alla prostituzione per sopravvivere. La maggior parte sono diventati dipendenti dalle inalazioni di solventi come la colla da scarpe, che offre loro un modo di scappare dalla realtà e alleviare i morsi della fame - in cambio però di una serie di problemi fisici e psicologici, incluse allucinazioni, edema polmonare, blocco dei reni, e danni irreversibili al cervello. Molti sono vittime di sevizie, perfino assassinii, da parte della polizia e altre autorità che dovrebbero invece proteggerli, o da parte di civili. La violenza fisica, psicologica e sessuale da parte dei genitori è la causa più comune che spinge i bambini a lasciare le loro famiglie. L'intervista Sono Peterson, un menino de rua. Avevo otto anni quando ho lasciato la mia baracca. I primi giorni mi sentivo bene, lontano dal mio patrigno sempre ubriaco. La banda dei miei amici mi ha insegnato a mentire e a borseggiare, dobbiamo vivere. Io ho paura, ma devo farlo per portare qualcosa al compagno più grande che ci protegge. Spesso gli squadroni della morte ci inseguono, ma noi siamo sveltissimi e ci nascondiamo. Due giorni fa hanno ucciso Menes, il più furbo del nostro gruppo. La legge della strada è tremenda: se sbagli, paghi pesantemente. Pensami con simpatia! Sono Paul, dal Monzambico. Forse tu conosci i ragazzi di strada del Brasile, ma anche le strade dell’Africa sono affollate di ragazzi. Io me ne sono andato da casa affascinato dalla strada. Il nostro capo ha 15 anni, è un duro, ci comanda urlando, vuole tutto il denaro che abbiamo rubato o guadagnato. Di notte arrivano i “camminatori”, soldati frustrati, trascinano via un ragazzo e lo uccidono. Io, appena posso racimolare pochi soldi o qualche vestito, li porto a mia madre per i fratelli più piccoli. Non ho dimenticato la famiglia. Cerco qualche lavoro, ma più spesso rubo. Spesso mi battono e mi mettono in prigione, ma fa parte del gioco. Mi sento forte, crudele, bugiardo: è necessario per sopravvivere. Tutti mi considerano un bandito, ma se una persona mi sorride, provo gioia per tutta la giornata. La strada per me ha un fascino; la baracca dove vive mia madre, mi sembra senza dignità, in confronto alla capanna del villaggio dove viveva la famiglia di mio nonno. Se mi incontri, guardami con simpatia, sono uno dei tanti ragazzi che abita in Via della Strada! Tutti i diritti di questa Convenzione devono essere rispettati dagli Stati che l’hanno firmata per tutti i bambini del loro territorio, senza eccezioni per quelli che sono di razza diversa, maschi o femmine, di lingua e religione diversa, e per qualsiasi altra caratteristica: origine nazionale, opinioni politiche, povertà o ricchezza, handicappati o altro. Il bambino deve essere protetto e difeso contro chi vuole discriminarlo (art. 2 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia) Lente d'ingrandimento In molte parti del mondo essere femmine significa rischiare la vita. Fra Asia meridionale, Nord Africa, Medio Oriente e Cina sono 100 milioni le bambine che "mancano all'appello": in base all'andamento demografico normale, infatti, il numero delle persone di sesso femminile dovrebbe essere molto superiore a quello che si riscontra in realtà. Cosa succede, allora? sostanzialmente, nei primissimi anni di vita muoiono più femmine che maschi. E questo nonostante il tasso naturale di sopravvivenza sia a favore delle femmine, più robuste e resistenti alla nascita. Di fatto, la discriminazione di cui soffre la metà femminile dell'umanità si traduce, per le bambine, in meno cibo, meno cure mediche, talvolta addirittura eliminazione fisica. Ma questo è solo l'inizio. Per le bambine che sopravvivono inizia una vita di disuguaglianza. Istruzione negata, matrimoni e gravidanze precoci, insieme al maggior carico di lavoro, contribuiscono a distruggere le potenzialità di sviluppo di bambine e ragazze. Per diventare donne, in molti paesi… le bambine devono privarsi di una parte di sé, il segno dell'adolescenza femminile è la rinuncia, un taglio doloroso, un marchio indelebile, una mutilazione. "Circoncisione femminile", si dice spesso con un eufemismo, ma si tratta di ben altro, e "mutilazione" è l'unica parola adeguata. Ne esistono tre tipi, presenti in diverse aree culturali: la sunna, più lieve, l'escissione, e l'infibulazione, che prevede il taglio praticamente di tutti i genitali esterni femminili e la loro "chiusura", attraverso una sutura che lascia solo un piccolo passaggio per l'urina e il sangue mestruale. Quest'ultima forma, le cui conseguenze sanitarie sono facilmente immaginabili, è la più diffusa ancor oggi in Somalia e Sudan, e viene praticata prima della pubertà. Anche fra i ceti sociali più elevati, la pressione sociale e familiare per imporre la mutilazione è fortissima; spesso sono le donne anziane, le nonne o le zie, a praticarla su bambine anche piccolissime, magari contro il parere della madre. In Asia un famoso proverbio dice: “Allevare una figlia femmina è come innaffiare l’orto del vicino”. Da grande devi darla in sposa e la dote, che dovrai cedere allo sposo, arricchisce la sua famiglia e impoverisce la tua. In Asia le bambine vengono nutrite meno dei figli maschi. La donna non ha diritto ad andare a scuola, è cosa solo di uomini. La donna non può scegliersi lo sposo, deve accettare quello che la famiglia sceglie per lei. In Cina, con la legge del figlio unico, è atteso solo il maschio. La bambina viene eliminata prima di nascere. In Nepal, la donna bramina deve lavare i piedi al marito prima dei pasti e bere un po’ di quell’acqua in segno di fedeltà. Se commette un errore, è facilmente battuta. Se una donna ha avuto solo figlie femmine, è segnata a dito e guardata come se non avesse suo dovere. L'intervista Si alza presto la mattina il bambino. Un po’ di colazione, si lava i denti ed esce, con il suo papà. “Svelti, facciamo tardi”. Una rapida corsa in macchina e davanti alla scuola. Quanti bambini ci sono già! “Ciao papà”. “Ciao, mi raccomando. Questa sera viene mamma a prenderti”. Papà va al lavoro. Il bambino va a scuola. Quante volte abbiamo visto questa scena nelle nostre città. Non in tutto il mondo è così!!! Prendiamo Omar o Sharif… Vive in un villaggio di capanne all’orlo della foresta. Lo svegliano le strida delle scimmie e lo schiamazzo degli uccelli al primo sole. Meglio uscire subito, poi farà caldo. Sa dove troverà i suoi amici, cugini, fratelli che già corrono nel villaggio a caccia di insetti; si contendono le vecchie bottiglie di plastica o le lattine vuote. I loro giochi. Quante avventure nella lunga giornata africana con tutti i loro amici e parenti. Certo, c’è da aiutare mamma a portare l’acqua e un po’ di legna, a preparare il fuoco, a cucinare. Ma per un bambino tutto è un gioco. Felice. Un giorno però arriva un vecchio signore dalla città, parla con papà e papà dice: “Tu e tuo fratello Ibrahim, andiamo in città”... In macchina la prima volta, un lungo viaggio fino alla città colma di gente indaffarata. Dormono in una catapecchia di lamiere e cartone, con il cugino di papà e il giorno dopo Omar e il fratello arrivano in un enorme capannone. Ci sono altri cento bambini. Una fabbrica di giocattoli e di scarpe. Ci sono delle macchine, vasi di colla e di vernice. Ognuno ha il suo lavoro, sempre lo stesso, mille volte al giorno, dall’alba al tramonto. Poi i bambini dormono tutti insieme ammucchiati. Così sono finiti i giochi di Omar a 7 anni. Mentre tu vai a scuola, io raccolgo pezzi di ferro, di cuoio, di plastica, lattine, carta, stracci e poi li vendo per pochi soldi. La mattina noi bambini aspettiamo i camions che scaricano rifiuti dei grandi alberghi e allora scoppia la guerra tra i poveri, per accaparrarci le immondizie “pregiate”. Questo lavoro non mi piace, ma è l’unico che ho ereditato da mio padre, morto di tifo in questa immensa montagna di immondizie vicino a Manila, la montagna che fuma. Mi piacerebbe andare a studiare, ma è proprio la mattina che si trovano più cose sull’immensa montagna. E poi chi accetterebbe a scuola un cercatore di rifiuti? Studia con amore. Samir Il bambino ha diritto, sin dalla nascita, ad avere un nome e una nazionalità. (art. 7 della Convenzione) Lente d'ingrandimento Essere registrato alla nascita: questo è, per un bambino, il primo diritto, almeno in ordine di tempo. Il certificato di nascita è un requisito essenziale per ottenere la cittadinanza: agli occhi dello Stato, un individuo che ne è privo “non esiste”, e quindi non può usufruire legalmente dei privilegi e della tutela offerti da una nazione. Senza una prova di nascita non si ha diritto a essere vaccinati in 20 paesi, non si può essere curati in un ambulatorio medico in 30 paesi, e quasi ovunque non si è ammessi a scuola. La registrazione anagrafica costituisce inoltre lo strumento fondamentale con cui un governo può calcolare e pianificare scuole, centri sanitari e servizi necessari alla popolazione; è inoltre una indispensabile base statistica per monitorare l’entità del lavoro minorile e di altre forme di sfruttamento dei bambini. Eppure ogni anno nel mondo un terzo dei neonati, circa 40 milioni, non gode di questo diritto. Ci sono paesi, come la Sierra Leone, dove soltanto 1 neonato su 10 viene regolarmente registrato; in Etiopia, Somalia, Afghanistan e Cambogia il sistema anagrafico è semplicemente inesistente. Il problema della mancata registrazione è particolarmente sentito in alcuni paesi dell’America Latina, dove i bambini legalmente “inesistenti” sono in alcuni casi la maggioranza della popolazione infantile. Il fatto che un bambino non sia in possesso di documenti che ne attestino l’abbandono è un ostacolo insormontabile per la sua adozione legale: il gran numero di bambini senza certificati legali ha fatto quindi di molte nazioni un territorio di caccia per i trafficanti di bambini. L'intervista Quando Ubaldina e Jacinto, rispettivamente di 15 e 13 anni, si presentarono allo sportello anagrafico per iscrivere la loro piccola Saturnina, vennero respinti sgarbatamente. La loro giovane età era un ostacolo insormontabile davanti alla Legge. Così per l'iscrizione della piccola nel registro anagrafico avrebbero dovuto presentarsi, i genitori, cioè, della giovane coppia. Ma questo sarebbe stato davvero impossibile. Il fatto che i due ragazzi, compagni di scuola e presto anche di primi approcci amorosi, avessero messo su famiglia senza troppe cerimonie, non era stato accolto bene nelle rispettive famiglie. Ubaldina e Jacinto, terrorizzati all'idea di presentarsi nuovamente ai genitori, avevano rinunciato ad iscrivere la piccola Saturnina e con lei si erano trasferiti in un villaggio lontano dove entrambi avevano trovato lavoro come collaboratori domestici. Celia è figlia di uno stupro. Figlia, cioè, di uno dei 4 militari che nel 1993 incontrarono la sua giovane madre, Santosa, al pascolo. Santosa aveva allora appena 17 anni e, quando si accorse di essere rimasta incinta, convinta di aver subito una grossa ingiustizia, tentò di denunciare i suoi violentatori ma nessuno portò avanti l'atto di accusa per paura di rappresaglie. Così, nove mesi dopo, venne alla luce Celia. E l'impiegato dell'ufficio anagrafico commise la seconda ingiustizia. Con l'evidente intento di umiliare la giovane madre, disse che la dichiarazione di nascita doveva essere controfirmata dal padre della piccola altrimenti il documento sarebbe stato nullo. Soltanto la testardaggine di Santosa, ha consentito di arrivare fino in fondo. Oggi Celia, come qualsiasi altro cittadino del mondo, può crescere con un ruolo attivo all'interno della società. Gli Stati devono assicurare al bambino capace di formarsi una propria opinione, il diritto dì esprimerla liberamente (art. 12 della Convenzione) Il bambino ha diritto alla libertà di espressione, di pensiero, di coscienza e di religione (art. 13 e 14 della Convenzione). Il bambino ha diritto alla libertà di associazione e di riunione pacifica (art. 15 della Convenzione) Lente d'ingrandimento Io ho un sogno… LA GIUSTIZIA (Iqbal Masih) Iqbal Masih è il bambino pakistano di dodici anni che ha osato ribellarsi alla sua condizione di semi-schiavitù come tessitore di tappeti denunciando i suoi sfruttatori. A 5 anni è stato venduto dai genitori, costretti a pagarsi i debiti, ad un fabbricante di tappeti; per 6 anni è stato tenuto legato al suo telaio dopo che aveva tentato di fuggire ai suoi sfruttatori; la sua paga era di 1 rupia (= 30 centesimi) per 12 ore di lavoro al giorno. Come Iqbal ancora oggi in Pakistan 6 milioni di bambini sotto i 10 anni sono sfruttati; come in Pakistan così in tanti altri paesi del mondo; anche in Italia. Fuori dalla fabbrica Iqbal ha conosciuto Eshal Ullah Kahn, leader del Fronte di Liberazione dal Lavoro forzato e ha incominciato a viaggiare e a tenere conferenze. A Stoccolma nel 1994, ad 11 anni, ha parlato ad una conferenza internazionale sul lavoro Iqbal M. diceva: “nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite” Sognava di diventare avvocato per poter difendere i deboli e gli indifesi: “Non ho paura del mio padrone; ora è lui ad aver paura di me”. Ha ricevuto una borsa di studio dalla Brandeis University ma l'ha rifiutata per rimanere nel suo paese ad aiutare i suoi amici. Tra i suoi progetti aveva quello di costruire una scuola. Iqbal è simbolo e speranza per i 250 milioni di bambini al mondo che sono vittime della schiavitù e dello sfruttamento. Per la sua attività di denuncia e di promozione le autorità pachistane sono costrette a chiudere decine di fabbriche di tappeti; ma Iqbal ha creato problemi, per la mafia locale era un pericolo, un personaggio scomodo per chi sul lavoro dei bambini si arricchisce. Dopo le prime minacce di morte, il 16 aprile 1995, a 12 anni, Iqbal viene ucciso, vittima di un colpo di fucile, sparato da un assassino rimasto ignoto. Al momento dell'uccisione correva in bicicletta: forse pensandosi libero di essere soltanto un bambino. Il “sindacalista” dei bambini è stato fermato, ma non la sua causa. L'intervista Alla fine ho letto un messaggio. Ecco cosa ho detto: Improvvisamente, inaspettatamente, qualcuno sta utilizzando la violenza di una guerra che mi terrorizza per strapparmi in modo brutale dalle rive della pace, da splendide amicizie, dai giochi, dagli affetti, dalla gioia. Mi sento come un nuotatore che è stato costretto, contro la sua volontà, a tuffarsi nell'acqua ghiacciata. Sono stordita, triste, infelice e spaventata e mi chiedo dove mi stiano portando, mi chiedo perché abbiano portato via la pace dalle rive serene della mia infanzia. Accoglievo ogni nuovo giorno con allegria, perché aveva una sua bellezza. Ero felice di vedere il sole, di giocare, cantare, in poche parole avevo un'infanzia felice. Non ne desideravo una migliore. A poco a poco mi stanno venendo meno le forze; non riesco più a nuotare in queste gelide acque". dal Diario di Zlata Noi del Movimento dei meninos e meninas de rua (bambini di strada) scriviamo un giornale per denunciare quello che stiamo vivendo, soprattutto i problemi con la polizia: perciò c'è una grande urgenza di denunciare, perché questa denuncia arriverà al governo, alle autorità e anche alla popolazione, al resto della gente, perché anche l'altra gente possa conoscere i problemi che abbiamo noi minori. Così noi ci siamo organizzati ed abbiamo deciso di fare un giornale per raccontare tutto quello che succede ai minori. II giornale ha due pagine, solo due fogli e lì ci mettiamo tutto quello che succede, per esempio, quando un bambino viene preso e la polizia lo picchia, quando è violentato, poi quando esce va al Movimento, e si scrive sul giornale tutto quello che gli è successo. L'idea è quella di arrivare ad un numero sempre maggiore di persone. Adesso, come ultima cosa, alcuni bambini lavorano vendendo questo giornale del Movimento, una metà del guadagno rimane a loro e l'altra al Movimento per comprare più carta e stampare altri giornali. Marta, 11 anni, Brasile Disposizioni legislative o altri provvedimenti devono garantirgli possibilità e facilitazioni perché egli possa svilupparsi in modo sano e normale in condizioni di libertà e dignità. (art. 2 della Dichiarazione) I bambini devono essere rispettati nella loro vita privata (art. 16 della Convenzione) Lente d'ingrandimento Un fenomeno particolare di sfruttamento dei bambini è quello che nasce dall’attrazione sessuale (pedofilia) che molti adulti hanno per gli adolescenti. Il fenomeno è abbastanza diffuso in molti Paesi. Allarmante è il moltiplicarsi dei siti Internet per pedofili. La pedofilia è punita dalla legge con pene sempre più severe. Tuttavia il crimine della pedofilia è molto più diffuso di quanto si creda ed avviene spesso anche ad opera di “insospettabili”, di persone “per bene”. Ogni anno dall’Europa partono centinaia di migliaia di “turisti” diretti verso luoghi dove il sesso con i bambini viene ‘tollerato” se non incoraggiato per ragioni economiche. La motivazione che spesso si adduce è quella della sessualità più sviluppata dei bambini dei luoghi esotici, negando il fatto che questi bambini sono costretti a prostituirsi per guadagnarsi da vivere e vengono spesso sfruttati da criminali che li tengono in condizioni di schiavitù. E’ il caso dei Paesi del Sud Est asiatico dove le donne molto giovani vengono ancora vendute ai ricchi scapoli. Un caso di questo tipo è stato scoperto recentemente in Corea del Nord dove due bambine di 13 e 15 anni sono state concesse in spose come riscatto ai rapitori della loro madre che aveva attraversato la frontiera verso la Cina per procurarsi da mangiare. Sempre di più le donne nordcoreane sono merce di scambio per avere cibo e denaro. Sorte anche peggiore spetta alle ragazze che finiscono nei bordelli o nelle sale di karaoke lungo la linea del confine. La normativa italiana in materia di pedofilia è stata recentemente rivista con la legge 296 dell’agosto 1998 dal titolo “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori quali nuove forme di riduzione in schiavitù.” Tra le novità della legge è previsto che chi approfitta di un minore possa essere perseguito in Italia anche se il reato è stato commesso all’estero; è previsto inoltre l’arresto in flagranza di reato. Pene molto severe con multe e detenzione sono previste per chi induce alla prostituzione un minore o ne favorisce e sfrutta questa attività; per chi compie atti sessuali con minori; per chi produce materiale pornografico, lo pubblicizza e lo divulga su Internet e fornisce informazioni finalizzate all’adescamento e allo sfruttamento sessuale; per chi fa commercio di minori per indurli alla prostituzione; per chi propaganda e organizza viaggi finalizzati alla prostituzione di minori. L'intervista “L’uomo che mi accompagnò a Bombay lavorava nel bordello, era il gestore. Mi consegnò subito a un cliente molto grasso. Aveva una pancia enorme. Mi venne molto vicino. La madame mi disse di restare calma. Poi mi fece capire cosa dovevo fare. Ma lui era troppo pesante, non riuscivo quasi a respirare”. La piccola Shashi era in trappola, non poteva reagire: “Piangevo a singhiozzo. E più piangevo, più l’uomo gridava di smettere. A un certo punto cominciò a picchiarmi con una cintura di cuoio. Mi frustò fino a farmi sanguinare. Ma io rimasi immobile, paralizzata, fino a quando se ne andò”. Shashi oggi ha 12 anni, è stata salvata da un blitz della polizia indiana nel febbraio scorso insieme ad altre 218 nepalesi vendute a Bombay. Ma per lei, come per il 70 per cento delle altre giovani prostitute strappate dalle gabbie del Kamathipura durante quel rastrellamento, la polizia è arrivata troppo tardi: Shashi ha contratto l’Aids, una malattia che nei villaggi del Nepal, dove vengono comprate dai trafficanti di bambine, viene ormai chiamata solo col nome di “malattia di Bombay”. «Al ponte vengono tanti signori e le ragazze dicono loro quanto vogliono per vendere il proprio corpo... quindici, venti o venticinque quetzales (tre, quattro o cinque dollari). Io avevo dodici anni la prima volta che sono andata al ponte. Gli uomini vanno con le ragazze di qualsiasi età. Come quando uno vuole comperare una palla, sceglie il colore e cerca la palla che gli piace, così fanno gli uomini con le ragazze; vengono, chiedono il prezzo e scelgono quella che gli piace. Quando arriva una bambina nuova la scelgono molto e lasciano le altre da parte perché sono già stati molte volte con loro e quando si stancano anche della ragazza nuova, ricominciano con un’altra». (una ragazza di strada del Guatemala) Il bambino ha diritto a un’istruzione che deve essere gratuita e obbligatoria, almeno ai livelli elementari, e che deve contribuire alla sua formazione generale e consentirgli eguaglianza di possibilità di sviluppare le sue doti, il suo spirito critico, la consapevolezza delle responsabilità morali e sociali e di diventare un membro utile della società. (art. 7 della Dichiarazione) Il bambino ha diritto a conoscere tutte le informazioni utili al suo benessere sociale, spirituale e morale e alla sua salute fisica e mentale (art. 17 della Convenzione) Lente d'ingrandimento Pierino tutte le mattine è accompagnato da papà che lo deposita in macchina davanti alla sua scuola. Questa scuola, anche se non è sempre così, la vogliamo immaginare bella, spaziosa, ben areata e ben illuminata, piena di giochi e di allegri disegni dei bambini e delle loro grida. Sappiamo che queste immagini riguardano solo un troppo ristretto numero di bambini dei paesi più ricchi, meno di 1/5 dell’umanità. Per il resto del mondo non è così. Spesso è proprio nell’istruzione che si soffre di più della povertà e della mancanza di risorse. L’educazione ha un ruolo fondamentale. Educare un bambino in un ambiente sano, pacifico, offrendogli gli elementi di cui ha bisogno per crescere in modo altrettanto sano, è un investimento per il futuro, per lui e per tutta la comunità in cui si troverà a vivere. 121 milioni di bambini nel mondo non vanno a scuola neppure un solo giorno della propria vita. Più della metà sono bambine. A negare loro questo diritto sono le conseguenze della povertà, i pregiudizi e le pratiche discriminatorie, come i matrimoni precoci. Eppure, è dimostrato che una bambina che ha studiato tenderà a sposarsi più tardi, avrà meno figli e li crescerà più strani e istruiti. Saprà proteggersi meglio da rapporti sessuali indesiderati e dal contagio dell’AIDS. Assumerà un ruolo economico, politico e sociale più incisivo. L’educazione aiuta i bambini a costruire la propria indipendenza, attraverso il contatto quotidiano con i coetanei, attraverso la messa a fuoco delle figure educative, gli insegnanti, attraverso la scoperta dell’istruzione. L’altro polo di riferimento del bambino è la sicurezza familiare. I bambini senza famiglia su quali forze possono contare se non sulle proprie? Quali sono le sue figure di riferimento? Molti Paesi giustificano lo scarso stanziamento di risorse per l’istruzione adducendo come motivazione la loro povertà. La povertà tuttavia non è direttamente proporzionale allo stato di alfabetizzazione di un Paese ma piuttosto all’impegno che il Paese ha assunto per combattere l’analfabetismo. La scusa della povertà, anche se è determinata dalla piaga del debito internazionale che strangola questi paesi costretti a effettuare forti tagli sulla spesa sociale, non è accettabile soprattutto dal momento in cui questi Paesi continuano a sostenere forti spese militari. Perché spendere soldi in armi quando non ce ne sono per costruire scuole? I mass-media non devono distorcere l’immagine dei bambini, e non possono “usarli” né per fini di lucro né per fini cosiddetti “filantropici”. Ci sono molti adulti che guadagnano soldi a palate facendo finta di comunicare ai bambini o a nome dei bambini. Non si preoccupano se, così facendo, presentano immagini false della fanciullezza e contribuiscono a rafforzare alcuni stereotipi degradanti: miseria, violenza, mercato del sesso ecc. Tanto l’importante è “vendere” di più, rialzare gli indici di ascolto, suscitare pietà e commozioni inutili e passeggere allo scopo di raccogliere soldi da destinare ai “bambini poveri”. No! Noi non siamo d’accordo! L’immagine dei bambini deve essere tutelata, sempre, e nessuno ha il diritto di “sbattere in prima pagina” i ragazzi per aumentare la tiratura. Anche in questo caso non possiamo restare zitti. Se è vero che i bambini hanno diritto alla comunicazione, allora possono senza dubbio dire la loro quando gli adulti li usano e li strumentalizzano. Vedete che un giornale, un settimanale, un canale televisivo non rispetta questi principi scrivete una lettera e protestate. E’ un vostro diritto! Il bambino fisicamente e psichicamente minorato o socialmente disadattato ha diritto al trattamento, all’istruzione, alle cure speciali richieste dalla sua condizione (art. 5 della Dichiarazione) Il bambino svantaggiato fisicamente o mentalmente deve vivere una vita completa e soddisfacente, in condizioni che gli permettano di avere una sua dignità, di raggiungere l’autosufficienza e di partecipare attivamente alla vita sociale (art. 23 della Convenzione) Lente d'ingrandimento Ogni giorno, nel mondo, 5.000 ragazzi diventano ciechi per vari motivi: la poca igiene, la rosolia delle mamme durante la gestazione, la denutrizione e la carenza della vitamina A, la puntura di alcuni insetti, lavori pericolosi. I bambini ciechi sono segregati nelle abitazioni perché i genitori pensano che non potranno imparare mai nulla. Sono solo un peso. Il Paraguay è stato lodato per una particolarità: è uno dei primi Stati a inserire nella propria Costituzione (1992) un esplicito riferimento ai diritti degli handicappati. La Tanzania si segnala invece per l’attenzione con cui il Ministero dell’Educazione si sforza di assicurare la scolarità elementare ai bambini portatori di handicap, benché il sistema scolastico nazionale sia sovraffollato e gli insegnanti di sostegno siano pochi e sottopagati. L'intervista Potrei descriverti il mio villaggio attraverso gli odori: il più sensazionale era l’odore del vento quando si preparavano a spirare i monsoni. Allora tutti erano allegri e mi davano qualche cucchiaiata di riso in più. Sentivo subito se arrivava nella baracca qualcosa di nuovo da mettere sotto i denti. Mi piaceva l’odore dei manghi maturi, delle banane, delle pannocchie di mais. Anche la luce aveva un odore: quando potevo uscire all’aperto, mi sembrava di vedere il sole. Ma i bambini ciechi devono vivere una vita intera in una notte oscura, dentro le capanne. Un giorno, una missionaria ha parlato con mio padre e mi ha portato in città. C’erano altri bambini come me e abbiamo imparato a scrivere, a leggere, ad ascoltare la musica, a suonare, a cantare e recitare. Sono diventata quasi una ballerina, la danza mi fa impazzire. Forse, da grande tornerò al villaggio e metterò su una scuola di danza per i bambini ciechi. Dentro il nostro cuore la vita è fatta di profumi, di note musicali e di passi di danza. Manuel Il bambino ha diritto alla vita. Gli Stati devono garantire la sopravvivenza e lo sviluppo del bambino. (art. 6 della Convenzione) Il bambino ha diritto a raggiungere il più alto livello di salute e a usare i servizi per le cure mediche e di riabilitazione (art. 24 della Convenzione) Ogni bambino ha diritto a un modo di vivere adeguato al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale. Se (genitori o tutori) non ne hanno la possibilità, gli Stati devono aiutare le famiglie soprattutto per quel che riguarda il cibo, il vestiario e l’alloggio (art. 27 della Convenzione) Lente d'ingrandimento Quando si parla di salute, non ha molto senso distinguere quella della madre da quella del neonato. Le complicazioni legate alla gravidanza e al parto mietono oltre mezzo milione di vittime ogni anno nel mondo, una morte ogni minuto. Una tragedia umana e sociale e se la madre è morta di parto, il neonato è esposto a un elevato rischio di non arrivare oltre il primo o il secondo anno di vita. Le cause della mortalità materna sono spesso connesse alla malnutrizione, alla carenza di vitamina A, all’anemia, alle cattive condizioni igieniche al momento del parto: quasi tutte cause facilmente risolvibili. Ma ci sono cause più complesse all’origine della mortalità materna: le gravidanze precoci. Ogni anno 15milioni di ragazze tra i 15 e i 19 anni rimangono incinte, e questa precocità espone a un alto rischio di non superare il parto o di generare un bambino gravemente sotto peso, a sua volta a forte rischio di morte. La salute di un bambino va difesa sin dai primi momenti di vita. Tutto ciò che accade in questa fase ha un’importanza vitale e segna, in positivo o in negativo, il proseguimento dell’esistenza di una persona. Ha quindi un ruolo assolutamente centrale il primo scambio fra madre e neonato: quello che si manifesta nell’allattamento. Più di un milione di neonati muore per la disidratazione provocata da una forte dissenteria. La causa è quasi sempre l’assunzione di surrogati commerciali del latte materno poiché il più delle volte vengono diluiti molto e con acqua non potabile. L’unica controindicazione conosciuta riguarda il caso della sieropositività della madre: allattando al seno, ci sono dal 25 al 40% di possibilità di trasmettere il virus HIV al neonato. La malnutrizione di cui stiamo parlando non è però quella di cui l’opinione pubblica serba l’immagine più nitida: la fame che riduce l’essere umano a uno scheletro inebetito, troppo debole anche per sol levare la sua ciotola vuota di cibo. Questa immagine esiste davvero, ma è un caso estremo che colpisce meno dell’1% dei bambini ed è quasi sempre conseguenza di circostanze eccezionali come una guerra, una carestia o entrambe le cose. A uccidere i bambini è la malnutrizione proteicocalorica moderata, quella che lentamente erode le difese immunitarie e prepara il terreno alle malattie. E non è l’Africa, bensì l’Asia meridionale la vera patria della malnutrizione, là dove metà dei bambini nascono con un peso inferiore al dovuto (2,5 kg.). La malnutrizione è causa di enormi danni sociali ed economici per i paesi poveri, perché danneggia anche l’intelligenza e le capacità di crescita mentale di milioni di bambini, inibendo la loro salute e lo sviluppo del loro paese. Dalla malaria aII’AIDS: le grandi sfide non risolte Purtroppo, non tutte le malattie possono essere affrontate con poca spesa e molta volontà. La malaria e l’HIV/AIDS sono le grandi sfide del terzo millennio per la cooperazione internazionale e per la ricerca medica. Ogni anno la malaria uccide almeno un milione di persone, di cui 7 bambini, mentre un altro milione di loro muore per patologie a essa associate, al ritmo di uno ogni mezzo minuto. L’AIDS, se è possibile, terrorizza ancora più della malaria e delle altre malattie a causa della sua rapidissima espansione. Sconosciuta fino agli anni Ottanta, questa pandemia ha ucciso fino a oggi 11 milioni di persone nella sola Africa, e un quarto di esse erano bambini. Ogni giorno nel mondo sono infettati dal virus HIV 13.000 adulti e 1.600 bambini e ragazzi al di sotto dei 15 anni. I bambini resi orfani dell’AIDS si contano ormai a milioni, e oltre il 90% di loro vivono in Africa. Per scongiurare scenari ancora più catastrofici e in attesa che la ricerca produca un vaccino, l’UNICEF sta promuovendo nei paesi poveri l’uso di farmaci antiretrovirali a basso costo (come la Nevirapina) che riducono sensibilmente la probabilità di trasmissione verticale (dalla mamma al bambino) del virus HIV. Incoraggianti risultati sono giunti dai progetti-pilota in Uganda, Zambia e altri paesi. La terapia più efficace rimane comunque la prevenzione, realizzata attraverso appositi programmi di educazione sessuale e sanitaria fra gli adolescenti e gli adulti. Alla fine degli anni settanta meno del 10% dei bambini al mondo veniva vaccinato: morbillo, poliomielite, tatano, pertosse e difterite provocavano la morte di oltre 13.000 bambini ogni giorno. Grazie alle diverse organizzazioni che si sono poste come obbiettivo quello di vaccinare i bambini ogni anno oltre tre milioni di bambini vengono salvati dalla morte. Ma per immunizzare un soggetto i cicli delle vaccinazioni devono essere regolari, per questo è così importante ottenere la possibilità di vaccinare i bambini anche in tempo di guerra. Se è vero che alcune patologie richiedono tempi lunghi e costi elevati per essere curate, questo non vale per alcune disfunzioni che finiscono per far registrare il maggior numero di perdite di giovanissime vite umane nel mondo in via di sviluppo. La metà della mortalità infantile è causata dalla polmonite, curabile con antibiotici a basso costo, e dalla dissenteria, che può essere contrastata con una semplicissima terapia a base di Sali. Una capsula di vitamina A dal costo di 20 centesimi di euro può salvare la vita alla madre e al bambino, mentre l’aggiunta di iodio alle scorte di sale da cucina salva ogni anno milioni di bambini dal ritardo mentale per carenza di iodio. Il diritto alla salute e quello a una nutrizione adeguata viaggiano sempre insieme. Quando l’alimentazione è insufficiente o squilibrata, peggiora il quadro sanitario generale della persona e possono insorgere innumerevoli disturbi fisici e psichici. La stima più attendibile riferisce che dei circa 12 milioni di bambini sotto i cinque anni che muoiono ogni anno nel mondo in via di sviluppo, circa il 55% si possono attribuire direttamente o indirettamente alla malnutrizione. I PAESI RICCHI UTILIZZANO I BAMBINI POVERI COME RISERVA DI PEZZI DI RICAMBIO UMANI PER ALIMENTARE IL MERCATO DEGLI ORGANI. I MECCANISMI DI UN TRAFFICO CHE FRUTTA CENTINAIA DI MILIONI DI DOLLARI ALL’ANNO E GENERA MORTE E VIOLENZA INDESCRIVIBILI Quelli che fino a qualche anno fa erano solo dei drammatici sospetti, sono diventati una evidente e tragica realtà. Una realtà che automaticamente richiama quanto può accadere nella bottega di un macellaio o in una sala di anatomia di una facoltà di medicina qualsiasi. Stiamo parlando di migliaia di bambini scomparsi all’improvviso, la metà dei quali ritrovati, vivi o morti che siano, con orrende cicatrici o mutilati in vitali parti del loro fragile corpo. Sono loro, infatti, il combustibile che alimenta questa enorme fabbrica di omicidi che a sua volta produce “pezzi di ricambio” umani; e sono ancora una volta i bambini poveri quelli che soffrono le conseguenze della più squallida azione che si possa commettere ai danni di una persona umana. A differenza delle cliniche per malati di lusso che praticano il “turismo dei trapianti” la casa de engorde (dallo spagnolo, casa di ingrassamento) può essere definito l’ “allevamento” dei bambini prima di essere sottoposti all’asportazione degli organi. In Sudamerica esistono organizzazioni criminali che rapiscono o comprano bambini magri e denutriti allo scopo – una volta “ingrassati” o portati ad un buon livello di salute fisica – di venderli sul mercato internazionale degli organi. In questi ultimi anni sono stati scoperti asili nido clandestini in Honduras, Paraguay, Brasile e Guatemala, con prove concrete di minori fatti a pezzi per ricavarne parti umane da vendere a suon di milioni… Il bambino deve essere educato in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza e di uguaglianza fra i sessi, di amicizia fra tutti i popoli e i gruppi di religione e di razze diverse (art. 29 della Convenzione) L'intervista Guerra… suona terribile, ed è veramente difficile descrivere quanto è orribile viverne una. Il tuo mondo va in pezzi, tutto ciò che ti è familiare viene meno. La sola cosa che provi è la paura, la sola cosa che vedi è la morte. Ti senti intrappolato. Ti poni delle domande, ma non ci sono risposte. Hai 7 anni e tuo padre non torna a casa da mesi. Torna per pochi giorni, solo per andare via di nuovo. E la sola cosa che sai è che potrebbe non tornare più. L’oscurità ti avvolge. L’orrore è ovunque. Non ci sono vincitori, tutti sono sconfitti. Avevo solo 7 anni quando è cominciata la guerra. Gran parte dei miei amici sono ora dei rifugiati. In alcuni casi le loro famiglie sono state divise e nessuno, per mesi o addirittura per anni, ha saputo se i propri genitori, i propri figli, i propri fratelli o le proprie sorelle erano ancora vivi o meno. Io sono una dei fortunati: la mia famiglia è viva, e so dove sono. Eliza - Bosnia Sono Mahomed, un ragazzo dell’Intifada, bravissimo a tirare sassi. Quando mi capita a tiro un soldato israeliano, colpisco nel segno, come Davide contro Golia. I soldati rispondono con il mitra e colpiscono a morte. Siamo due popoli che ci contendiamo lo stesso territorio: gli Ebrei dicono che Javhè ha donato loro questa terra, i nostri vecchi dicono che hanno abitato per secoli queste pianure. lo non so a chi appartenga la Palestina, mi hanno insegnato che la terra è di Dio, ma gli adulti preferiscono non saperlo. Sono profugo nella mia stessa terra. Vado a scuola con i sassi nello zaino e nessuno mi insegna a costruire la pace. Sorgerà il giorno in cui i ragazzi di questa terra si saluteranno non a colpi di sassi e di mitragliette, ma con una stretta di mano? Nel mio paese, l’Angola, da più di 20 anni c’è una guerra che il mondo ha dimenticato. A causa del petrolio e dei diamanti, ogni giorno bruciano le nostre capanne, rapiscono i nostri fratelli per farli combattere, uccidono gli uomini e violentano le donne. La mamma ed io siamo fuggite dal primo villaggio e abbiamo Costruito una baracca a Boavista, sulla collina di Luanda. Una notte hanno bruciato tutto, ci hanno cacciati. Si è formata una fila di 13 mila persone.Ormai la nostra vita è solo una lunga camminata: prendiamo il nostro fagotto di stracci e ce ne andiamo, ci fermiamo il tempo di guardarci intorno e poi qualcuno ci costringe di nuovo a partire. Siamo riuscite ad approdare in un campo profughi dell’Uganda, ma ci dicono che siamo troppi e non possiamo rimanere. Forse domani ce ne andremo di nuovo a cercare un piccolo angolo di pace in questa tormentata terra d’Africa. Denise Sono un ragazzo afgano, nato nel campo profughi del Pakistan, cacciato e rifugiato nel campo profughi dell’Iran. Dalla mia patria sono fuggiti 6 milioni e 200 mila persone. Vivo con la mamma e spesso ricordiamo la casa distrutta. Le marce interminabili, i piedi sanguinanti. La sete insopportabile, il pane spesso non c’è. La gente si uccide per un pugno di riso. Compagne di ogni giorno sono la polvere, il fango, la noia, la voglia di morire. Come milioni di bambini, vivo in una terra che non è mia, disegno la casa che non ho più, sogno l’abbraccio di mio padre che la guerra ha rapito. I guerriglieri mi hanno chiesto di arruolarmi con loro. Sono tentato da questa avventura, ma non voglio lasciare sola mia madre. Momin Il bambino ha diritto al gioco, al riposo e allo svago (art. 31 della Convenzione) Lente d'ingrandimento Proviamo a raccontare la storia di Pablo che vive ora nell’immensa baraccopoli nella periferia di una grande città. Il padre cerca un lavoro. La madre e gli altri figli sono rimasti al villaggio. Ci sono i cugini e i loro amici, vanno in giro tutto il giorno alla ricerca di un po’ di cibo per sfamarsi e per racimolare qualche spicciolo, abbandonati a loro stessi. Dopo un po’ non tornano più a casa nemmeno per dormire. In città gira la gente più strana, tanti miserabili che vivono di espedienti: furti, rapine, spaccio di droga. I bambini imparano presto: quella è la loro scuola e la loro famiglia. Devono sopravvivere contando solo su loro stessi e magari sfuggendo alla caccia della polizia, armata fino ai denti, che li bracca come animali selvaggi. Ma bambini come Pablo ci sono in gran parte dei paesi del Sud del mondo ed è un’illusione pensare che nei paesi industrializzati del Nord molti di loro vivano in condizioni migliori. Anche qui troviamo migliaia di bambini che vengono spinti dagli adulti o dall’ambiente sociale in cui vivono a condurre una vita da ladruncoli o ad esercitare lavori illeciti. Quanti bambini di 15 o 16 anni sono armati ed addestrati a uccidere! Giocano alla guerra con armi vere e morti veri; quella è la loro vita “normale”. Sono almeno 300.000 i bambini al di sotto dei 18 anni di età che prendono parte a guerre nel mondo. Altri centinaia di migliaia possono essere arruolati nelle forze armate governative o in gruppi armati di opposizione e portati a combattere da un momento all’altro. Mentre una parte di essi vengono reclutati legalmente, altri vengono rapiti e costretti a diventare dei soldati. Nonostante la maggior parte sia compresa tra i 15 e i 18 anni di età, un reclutamento significativo comincia già dal 10° anno di età. Il reclutamento avviene in vari modi: generalmente iniziano come trasportatori, messaggeri o spie, ma troppo spesso il loro destino è quello di combattere al fronte. Molte sono le bambine ad essere assoldate, anche se in numero nettamente inferiore, e il loro ruolo è quello di cuoche o concubine. Le ragazze tendono ad essere arruolate come combattenti più nei gruppi armati di opposizione che negli eserciti ufficiali. Alcuni bambini si arruolano volontariamente per sopravvivere, per dimostrare la loro forza di uomini, spinti da una cultura di violenza o guidati dal desiderio di vendicare le atrocità commesse contro la loro famiglia o la comunità. Dove i bambini sono costretti ad uccidere: In Colombia, Myanmar, Sri Lanka, in Afghanistan, Somalia, Burundi e nella Repubblica Democratica del Congo si raggruppa la cifra enorme di 150.000 bambini soldato. Ma il problema è molto più diffuso, secondo alcuni , il problema riguarda i tre quarti delle guerre attualmente in corso sul pianeta. Una spirale di violenza in cui i bambini, nonostante “violenti”, sono senz’altro le vittime. I bambini cresciuti in strada ricevono dalla strada numerosi stimoli e prima di imparare cos’è il bene apprendono subito cos’è il male che ricevono come un elemento scontato, immancabile della vita di una persona. È normale rubare per vivere, è normale usare droghe per stare meglio, è normale prostituirsi per procurarsi da mangiare. L'intervista Titti Bayoh è una bambina soldato della Sierra Leone. Titti ha combattuto per 7 anni tra le fila dei ribelli della RUF. Più volte aveva tentato la fuga, ma era sempre stata riacciuffata e punita. Finché il marchio dei ribelli non le era stato inciso sul petto. Così piccola serviva ad aiutare le donne che preparavano il cibo negli accampamenti e a portare le vettovaglie nei lunghi spostamenti notturni. Col passare degli anni Titti stava per passare di ruolo: da sguattera a concubina dei ribelli, quando nel corso di una sfortunata azione di guerriglia è riuscita a scappare e a ricongiungersi alla sua famiglia a Freetown, il marchio le è stato tolto grazie a un’operazione chirurgica. La storia di Titti ha un lieto fine, ma per la maggioranza dei bambini soldato imbracciare un fucile significa voltare per sempre le spalle al passato e all’infanzia. I bambini soldato che scampano a una guerra ne rimarranno segnati per la vita: resi spietati e insensibili alla violenza da brutali metodi di addestramento, spesso vittime di violenza sessuale da parte dei membri adulti dell’esercito, molto difficilmente riusciranno a elaborare le loro esperienze e ad avere una vita normale. Mio nonno ci raccontava che nel secolo scorso i negrieri arrivavano all’improvviso nei nostri villaggi e rapivano i ragazzi più robusti per venderli come schiavi in America. Credevo che fosse una storia inventata dalla sua fantasia: invece un giorno hanno bruciato il mio villaggio e noi bambini siamo stati rapiti. Ci hanno portato al campo militare, ci hanno messo in mano una mitraglietta e, a forza di urli e di calci, ci hanno insegnato ad usarla: - Sparate, sparate sempre, diceva il comandante, anche se vedete muovere una foglia!... Ora porto sempre con me la mitraglietta, sembra che mi dia sicurezza, invece è una compagna terribile, fa fuggire tutti coloro che si avvicinano. Ogni volta che sparo ho paura, mi sento cattivo e ho voglia solo di piangere. Verrei incontrare mio nonno per dirgli che le sue storie sono ancora vere. Sadin, dalla Sierra Leone Tutte le mattine Petburi raggiunge a piedi, tra sentieri di palme e di banane, la scuola elementare del villaggio. Per qualche ora sarà solo un bambino tra bambino, ma quando suona la campanella per tutti diventerà “Occhi di tigre”: è questo il suo nome d’arte, anzi di combattimento. Petburi è un baby campione di lotta thailandese, una delle più antiche del mondo, fatta di pugni, calci e gomitate. Ogni pomeriggio cinque ore di allenamento intenso, di esercizi massacranti. Quando arrivano dalla campagna sono affidati dai genitori ad un manager-allenatore che insieme alla moglie, naturalmente per soldi, si occupa a tempo pieno di loro. Li ospitano, li nutrono, li mandano a scuola, li curano quando si fanno male, organizzano i loro incontri di boxe. Ogni mese i bambini-pugili spediscono ai loro genitori una percentuale sui loro guadagni, molto bassa, ma sufficiente per sopravvivere. Il manager, invece, per ogni combattimento di questi piccoli intasca 75 €: lo stipendio di un lavoratore. Paska aveva 14 anni quando è stata reclutata per prendere parte alla guerra civile in Uganda. Oggi è una donna intelligente che si batte per la pace nel suo paese. Paska è una che è riuscita ad uscire dal tunnel della guerra e a tornare a vivere malgrado i brutti ricordi della sua adolescenza. Paska ha ucciso, tra le file dei ribelli. E’ stata costretta a farlo, durante i 18 mesi in cui ha combattuto con i gruppi armati che operavano tra la savana e le foreste del nord Uganda contro le forze governative. Il capo della ragazza era Alice, una donna che diceva di saper predire il futuro e che in base alle sue divinazioni dava gli ordini di combattimento. In una lunga serie di battaglie, Paska ha sparato e ha schivato a sua volta la morte. Ha rischiato per due volte la fucilazione, per due volte ha tentato invano di fuggire dal suo gruppo. Dopo un sanguinoso scontro in cui sono morti quasi tutti i suoi compagni, la ragazza rimane nascosta per giorni nella foresta aspettando un momento di calma per poter fuggire.”I miei amici erano tutti morti, li ho visti stesi nel loro sangue. Ho capito che la prossima volta sarebbe toccato a me”. Paska riesce ad arrivare in Kenya e a mettersi in contatto con un rappresentante dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu. Emigra in Canada e due anni dopo rientra in Uganda, in una zona lontana al suo villaggio. Ora ha una nuova vita, ma i suoi ricordi non l’abbandoneranno mai. Il bambino deve essere protetto contro ogni forma di negligenza, di crudeltà e di sfruttamento. Egli non deve essere oggetto di mercato, sotto qualsiasi forma (art. 9 della Dichiarazione) Lente d'ingrandimento Perché un bambino è costretto a lavorare? La causa è principalmente la povertà anche se in paesi ugualmente poveri possono esserci percentuali diverse di bambini lavoratori. I bambini infatti spesso portano a casa una grossa parte dei guadagni di tutta la famiglia. Per risolvere il problema bisognerebbe ridurre la povertà, in modo tale che i genitori non siano costretti a mandare i loro figli a lavorare. Molte fabbriche richiedono esplicitamente la manodopera infantile perché costa di meno ed è più consenziente: i bambini protestano meno degli adulti e sono più obbedienti perché non possono difendersi. In tal modo le imprese che assumono minori hanno un guadagno notevolmente maggiore rispetto a quelle che assumono lavoratori adulti. Il lavoro minorile diventa in tal modo un affare di decine di miliardi. A mettere in piedi affari di questo tipo sono piccole, medie e grandi imprese; sono imprese che lavorano in tutti i settori produttivi (dai trasporti a quello della produzione industriale aI settore edile, all’estrazione mineraria). Inoltre non si tratta soltanto di aziende locali del mondo “povero”, ma spesso di quelle che vengono comunemente chiamate “multinazionali”, ovvero società a capitale misto, di più Paesi di provenienza, che impiantano fabbriche o offrono appalti a imprese locali, che producono manufatti per il consumo di Paesi “ricchi”. Ma c’è anche l’avidità di guadagno degli adulti: il lavoro dei bambini costa poco; i bambini non possono protestare, non possono difendersi, possono essere costretti a lavorare dieci-undici ore al giorno. Quanti giocattoli che riempiono le nostre case sono prodotti dal lavoro estenuante dei lavoratori minorenni, che non hanno più giochi, più scuola, più amici? Tutto il giorno cuciono, incollano, intrecciano, abbrutiti, stremati, appena nutriti. bambini hanno rubato tutte le gioie dell’infanzia. Cosa saranno da adulti, se riusciranno a sopravvivere? L'intervista Mi chiamo Doy e ho 13 anni. Lavoro a Bangkok in una fabbrica di borse che è stata premiata come la migliore fabbrica per l’esportazione. Taglio, cucio e incollo borse, non so quante migliaia alla settimana. Lavoro 12, anche 14 ore al giorno. Mi fermo solo per mangiare e dormire. Dormo in una stanza vicina al capannone assieme ad altri ragazzi venuti come me dai villaggi lontani. Mi ci ha portato uno che passa di villaggio in villaggio per assumere persone. I miei genitori mi ci mandarono perché si erano indebitati con un usuraio. Non sto molto bene di salute. Respiro male, mi lacrimano gli occhi ed ho tutta la pelle piena di bolle. Mi mancano i miei fratelli e le mie sorelle, non so quando li potrò rivedere. Mi manca la scuola. Forse un giorno potrò tornarci. Mi hanno raccontato che in Europa, nel secolo scorso i bambini lavoravano nelle miniere di carbone e di zolfo. Erano maltrattati e sfruttati. Dovevano spingere carrelli di carbone pesanti anche 70 Kg. Ma allora i bambini hanno sempre sofferto? Anche in Colombia oggi lavorano come piccoli schiavi nelle cave di carbone. Spingono carrelli di 70 Kg, respirano polvere, si ammalano. In Egitto le bambine vanno nei campi alle 3 del mattino per raccogliere i fiori di gelsomino destinati ai profumi francesi. In India una bambina arrotola 2000 sigarette al giorno e molti lavorano nelle vetrerie dove la temperatura dei forni è di 8.000 gradi. Siamo piccole macchine umane e il lavoro duro ci ha fatto dimenticare la capacità di parlare, di sorridere, di reagire. Se ci ammaliano, pazienza, ce ne sono tanti pronti a sostituirci per un misero compenso! Le scarpe brasiliane, i tappeti pakistani, i giocattoli cinesi, i fiori della Colombia, i mattoni del Bangladesh... sono segnati dalla nostra fatica. Un bambino lavoratore Un giorno due signori hanno convinto mia madre a mandarmi in Nigeria. Dicevano che avrei guadagnato dei soldi per la famiglia. A casa nostra manca sempre tutto… Con il fagotto dei miei poveri abiti, sono partita, prima a piedi, poi in macchina fino a Lagos e sono diventata la serva di una coppia. Dormivo a terra vicino al letto dei padroni. Lavoravo senza sosta tutto il giorno. Spesso piangevo perché mi maltrattavano. Non capivo la loro lingua, mi parlavano a gesti, non mi davano da mangiare. Una sera sono scappata e ho girovagato piangendo, senza meta. Per fortuna ho incontrato un signore che ritornava in Benin e mi ha riportato in moto al mio villaggio. Adesso finalmente sto bene: amo la mia terra, il mio villaggio, la mia famiglia, povera ma serena. Rosalie